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Archive for the ‘i love Janine’ Category

Dieter HallerIl piano di Dieter Haller era semplice.
Per la verità, non era nemmeno un piano. Avrebbe suonato il campanello e, se Hans Schweinsteiger si fosse trovato in casa, gli avrebbe aperto; in caso contrario, lo avrebbe aspettato davanti alla porta.
Aveva rintracciato il suo indirizzo già da alcuni giorni, ma aveva preferito attendere prima di agire. Erano trascorsi due anni da quando aveva appreso che Hans, o Marcus come adesso si faceva chiamare, si trovava a Londra, perciò una settimana in più non cambiava le cose.
Non c’era un motivo preciso alla base di quella decisione: piuttosto, molti motivi, alcuni dei quali erano probabilmente inconsci, dato che gli sfuggivano. Il sottile piacere che prova il cacciatore durante l’attesa. Il desiderio di conoscerlo, osservandolo da lontano, in modo da inquadrare la sua personalità. Scoprire come viveva, che gusti aveva. Gli piacevano le donne, i cibi sofisticati, lo champagne. Indossava capi eleganti e calzava scarpe italiane. Era di bell’aspetto, in perfetta forma fisica, sicuro di sé, e affascinante come può esserlo un serpente velenoso.
Disponeva di svariate maschere, che utilizzava a seconda delle circostanze. Nel pub che frequentava si poneva come uno sciocco, con le donne era crudele e nelle trattative con i clienti inflessibile. Era intelligente e privo di scrupoli; ma questo Dieter lo sapeva già dalla sera dell’incidente, quando un camionista ubriaco lo aveva investito. Lo aveva preso dal lato del passeggero, però nell’urto un tubo della benzina si era rotto e staccandosi aveva inondato il collettore di scarico surriscaldato. La Bmw aveva preso fuoco. Dieter era sceso dall’auto in tempo, frastornato tuttavia incolume.
Quella sera Elke Wolff era morta a causa di un’overdose. Dieter sarebbe stato pronto a scommettere la sua vita sul fatto che Elke aveva smesso di drogarsi. Purtroppo, quando aveva individuato in Marcus il colpevole, questi aveva già lasciato la Germania. Ma Dieter era molto paziente.
A Londra aveva scoperto che in qualche maniera strana frequentava una famosa cantante e la ragazza con cui la cantante era legata. Le aveva seguite, ma alla fine si era detto che non contavano nulla per Marcus. Egli amava soltanto se stesso.
Si tolse il cappotto e suonò il campanello per la seconda volta.
Marcus non si trovava in casa.
Comunque, prima o poi, sarebbe arrivato.
A un tratto, la sua mente fu attraversata dal pensiero di Elke Wolff. Rivide il suo viso grazioso, rammentò il suo sorriso, la sua dolcezza ma anche la fermezza di cui era provvista. Riassaporò i baci che si erano scambiati nel piccolo monolocale.
Provò una grande pena.
Poi, come una macchina, cancellò Elke dal cervello.
Per scrupolo, suonò ancora una volta, anche se era improbabile che lui fosse in casa.
La porta si aprì.
Marcus lo scrutò, perplesso. Non lo aveva mai visto prima di allora.
Dieter si rivolse a lui in tedesco. Era meglio non fingere di essere un inglese, perché il suo accento lo avrebbe tradito. “Buona sera.”, disse. “Mi chiamo Dieter Haller e un “amico” comune mi ha indirizzato da lei.”
Marcus socchiuse le palpebre. Quell’uomo alto, dalle spalle ampie e dal volto inespressivo, non poteva essere un tossico. “Quale amico comune?”, gli domandò in tono brusco.
“Il signor Peter Lodge.” Lodge era un avvocato, da anni dedito al vizio, e Dieter lo aveva rintracciato grazie al suo contatto di Scotland Yard.
“Bene.”, disse Marcus, senza invitarlo a entrare. “Cosa posso fare per lei?”
“Lodge mi ha garantito che lei è il migliore, forse caro ma assolutamente affidabile. Ho bisogno di una grossa partita di eroina.”
Marcus lo fissò. Quello sconosciuto non era un drogato, si ripeté… piuttosto, un poliziotto? Ma un poliziotto tedesco non poteva fare niente contro di lui. E allora a cosa era dovuta la sua presenza?
“Una grossa partita. Si può fare.”, dichiarò. “Ma perché le serve? Non mi dica per uso personale, perché non le crederei.”
“La venderò a Berlino.”, rispose Dieter. “Naturalmente a prezzo maggiorato. Ultimamente è diventato quasi impossibile mettere le mani su roba buona, di qualità.”
Questo poteva essere vero, pensò Marcus. Ma non era diventato ricco credendo al primo sconosciuto che incontrava. Inoltre il suo intuito raramente lo aveva ingannato, e più passavano i minuti più cresceva in lui la convinzione che Haller fosse un poliziotto.
Rifletté per qualche secondo, quindi prese una decisione. “Vediamoci qui.”, disse. “Fra una settimana a partire da oggi.” Avrebbe interrogato Lodge e svolto altre ricerche: se si fosse sbagliato sul conto di Haller, gli avrebbe venduto la droga; altrimenti… ci avrebbe pensato al momento.
Fece per chiudere la porta, ma Dieter allungò un piede impedendoglielo.
Marcus fu colto di sorpresa, però si riebbe subito. Dunque, aveva ragione: quello era un maledetto poliziotto! Lo guardò, fingendosi stupito.
“Devo parlarle.”, disse Dieter con calma.
“Mi ha già detto tutto, mi sembra, e io le ho risposto. Non si sta comportando in maniera educata.”
“No.”, disse Dieter e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Marcus barcollò, e Dieter lo sospinse nell’appartamento.
Quando furono dentro, si chiuse la porta alle spalle e lo colpì allo stomaco. Marcus si chinò per il dolore, ma un attimo dopo tirò fuori la pistola. Dieter notò che ansimava, però aveva la mano del tutto salda; non tremava minimamente. Anche Dieter era armato, e avrebbe potuto sparargli prima che lo facesse lui, ma non era questo che voleva.
Con un balzo gli fu addosso, lo afferrò per il polso esercitando una forte pressione.
Marcus lasciò cadere l’arma.
Dieter la allontanò con un calcio.
Marcus si scagliò su di lui. Sebbene fosse più basso di statura, era altrettando vigoroso, più giovane e abituato a battersi. A Cannes aveva eliminato quattro persone senza problemi. Prese Dieter per le spalle e lo spinse contro il muro, poi cozzò la sua testa contro quella di Haller. Dieter provò un male atroce. Per un momento gli si offuscò la vista. Marcus gli rifilò una ginocchiata all’inguine. Dieter si piegò in due. Non vide partire il colpo successivo: capì soltanto che gli aveva rotto il naso.
Marcus lo lasciò per andare a recuperare la pistola.
La prese e si girò verso di lui.
Premette il grilletto.
Dieter si scansò con un guizzo disperato. La pallottola lo sfiorò.
Marcus sparò ancora, ma questa volta mancò in pieno il bersaglio.
Dieter si rese conto che non avrebbe sbagliato una terza volta. Si tuffò come un giocatore di rugby e lo trascinò con sé per terra.
La pistola rotolò lontano.
Dieter era tutto indolenzito, respirava a fatica, solamente con la bocca, e aveva la testa in fiamme. Gli passò per la mente il pensiero fugace che era fuori allenamento; da tempo non partecipava più a risse e ormai lavorava praticamente soltanto in ufficio.
Marcus aveva una forza impressionante.
Ebbe rapidamente la meglio nel corpo a corpo e si sistemò a cavalcioni sopra a Dieter, bloccandogli le braccia con le ginocchia. Poi incominciò a strangolarlo.
Intanto, lo fissava con i suoi freddi occhi gialli.
Dieter scorse in quello sguardo il piacere di uccidere.
Marcus si era divertito anche quando aveva costretto Elke a subire l’iniezione; forse si era addirittura eccitato, sebbene non fossero state rinvenute tracce di sperma. Dieter non escludeva che, una volta al sicuro, dopo si fosse masturbato.
Aveva la vista annebbiata e non era più in grado di reagire. Il pensiero di Elke gli diede rabbia, tuttavia non riuscì a trasferire quella rabbia al corpo. Stava per morire. Ciò gli era indifferente.
Però, doveva punire Marcus per quello che aveva fatto a Elke. Diede uno scossone e con uno sforzo inaudito liberò le braccia. Marcus continuava a stringere. Dieter non commise l’errore di cercare di impedirglielo: gli infilò due dita negli occhi. Marcus urlò e allentò la presa.
Dieter lo rovesciò, gli prese la testa e la sbatté contro il pavimento.
Una, due, tre, quattro volte.
Si alzò barcollando.
Provava l’impulso di vomitare, ma prima aveva un compito da svolgere.
Cercò il bagno, lo trovò e si lavò la faccia. Ispezionò i vari armadietti. C’erano spazzolino da denti, tubetto del dentifricio, rasoio, crema da barba, lozioni e profumi assortiti. Forbici, un pettine, lamette di riserva. Dieter si guardò intorno. Era un bagno lussuoso, dotato di ogni comodità. Vasca, box doccia, idromassaggio. In un angolo c’era un ampio armadio. Dieter lo aprì: era vuoto. Corrugò la fronte. Perché un armadio vuoto? Lo esaminò attentamente. Notò che un ripiano era leggermente diverso dagli altri, non perfettamente parallelo ma lievemente obliquo. Tastò con le mani il punto della parete su cui poggiava la parte terminale del ripiano, quindi spinse. C’era un ripostiglio. Conteneva, ordinatamente riposte, siringhe e buste di vario genere e forma. Prese una siringa, controllò il contenuto di alcune buste, che scartò, e infine trovò ciò che cercava. Eroina.
Preparò una dose da cavallo e tornò in soggiorno.
Marcus si stava riprendendo.
“Bene.”, disse Dieter sedendosi vicino a lui. “Adesso ti farò sognare.”
Gli srotolò una manica della camicia e gli iniettò la dose mortale.
Lo fissò e in quegli occhi gialli colse un terrore senza nome.
Bastardo, pensò. Ora sai cos’è la paura. Non si pose il problema di avere infranto la legge: individui come Marcus non meritavano alcuna pietà, e se la giustizia non riusciva a raggiungerli, ebbene esisteva un altro genere di giustizia. Lui, semplicemente, l’aveva applicata.
Poi sentì uno strano rumore, come un mugolio. Proveniva da un’altra stanza. Dieter andò a vedere. Per terra c’era una frusta. Una donna era stesa sul letto con la schiena martoriata; un’altra giaceva al suolo, legata e imbavagliata. Dieter le riconobbe. Non faticò a immaginare quanto era successo.
Liberò Sarah Taverner, quindi indicò Janine Leblanc. “Deve andare subito in ospedale! Anzi, forse sarebbe meglio una clinica privata, opportunamente discreta. Ne conosce qualcuna?”
Sarah lo fissò, perplessa. “Sì, ma perché? E lei chi è? E Marcus?”
“Per l’appunto.”, rispose Dieter. “Sarebbe meglio che nessuno venga a sapere quello che è accaduto qui. Io appartengo alla polizia tedesca. Coraggio: mi aiuti a trasportare quella poveretta. Necessita di cure urgenti.”

Il teatro è stracolmo, il pubblico entusiasta.
Il nuovo cd di Sarah Taverner ha raggiunto il primo posto in tutte le classifiche; è un disco stupendo, e lo merita. Vincerà sicuramente un Grammy Award, e forse più d’uno. Sarah è in forma smagliante: durante il concerto ha dato tutta se stessa, è riuscita a commuovere, a incantare, a sedurre.
Seduta in platea, Janine Leblanc la osserva rapita. Sarah è diventata ancora più brava, ha raggiunto vertici assoluti.
Dopo aver eseguito I love Janine, annuncia un ultimo brano. E’ la canzone che apre il nuovo disco. Sarah non ha mai composto nulla di così straordinario, si dice Janine, pensando a quanto sia bello amarla ed essere da lei riamata. Ormai ha dimenticato le frustate: davvero poca cosa rispetto a ciò che era successo a Berlino. Il suo rapporto con Sarah è tornato quello di un tempo, come quella giornata magica di Bellagio. Sarah si sta rivolgendo al pubblico. Janine la ascolta con attenzione.
“Questa è la storia di una ragazza buona e coraggiosa.” La voce di Sarah si incrina per un attimo. Poi il momento passa. “Si chiamava Elke. A lei è dedicato questo album.”

I LOVE JANINE
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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I LOVE JANINE 21

Elke6Per un momento Marcus parve non badare a ciò che aveva fatto Sarah.
Probabilmente stava eiaculando, pensò lei con una smorfia risentita. Era incredibile che un uomo potesse eccitarsi assistendo a una scena di violenza: in lui malvagità e perversione viaggiavano di pari passo. La cantante si rialzò, meditando di saltargli addosso, ma il pensiero della pistola la frenò.
Poi, però, Marcus si scosse. Si avvicinò alla donna e la colpì con un violento manrovescio. Sarah finì a terra.
In quell’attimo suonarono alla porta.
Marcus esitò. A quell’ora non aspettava nessuno, tuttavia non era affatto infrequente che un suo cliente si precipitasse da lui senza preavviso. In quei casi Marcus si comportava con arroganza, si faceva supplicare e intascava il doppio di quanto avrebbe guadagnato in circostanze normali.
Indeciso, valutò la situazione. Guardò Janine: gli sembrava svenuta. Se avesse legato e imbavagliato Taverner, avrebbe potuto andare ad aprire senza problemi. Sarebbe stato sciocco rinunciare alla possibilità di un lauto guadagno.
Ormai aveva goduto e il gioco era finito. Momentaneamente, si corresse. Quando si fosse sentito nuovamente eccitato, avrebbe violentato Sarah e quello sarebbe stato il culmine.
Aprì un cassetto e prese una corda. Ne aprì un secondo e ne trasse un paio di calze. Gliele ficcò in bocca, dopodiché si occupò dei polsi e delle caviglie.
Lanciò un’altra occhiata a Janine.
Poi uscì dalla camera.

Elke si girò e guardò impietrita Hans Schweinsteiger.
L’uomo le rivolse un sorriso crudele. “Non tollero che non si mantengano i patti. Noi avevamo un accordo preciso che tu non hai rispettato.”
Elke lo fissò senza ribattere. Gli aveva già spiegato le sue motivazioni: cosa poteva aggiungere? Il suo pensiero corse a Dieter. Se fosse stato lì, l’avrebbe protetta. Cercò di calcolare fra quanto sarebbe arrivato, ma non avevano un appuntamento preciso; dipendeva dai suoi impegni. Poteva essere fra un’ora o magari fra due o anche più tardi. Se fosse riuscita a tenere a bada Hans finché lui non fosse sopraggiunto, avrebbe potuto cavarsela. Sapeva, infatti, che Schweinsteiger non era venuto da lei per parlare – lo avevano già fatto in negozio -, ma per punirla e sospettava che avesse in mente qualcosa di atroce, anche se non immaginava di che genere di castigo si trattasse. L’avrebbe picchiata? Era disposta a subire. L’avrebbe sfregiata? Questo non sarebbe riuscita a sopportarlo. L’avrebbe uccisa? Forse no, si disse per farsi coraggio, però era letteralmente terrorizzata.
Doveva trovare un modo per guadagnare tempo. Se fosse riuscita a trattenerlo con qualche scusa fino a quando non fosse giunto Dieter…
Ma era paralizzata dal panico e non aveva il barlume di un’idea.
A un tratto ebbe un’intuizione.
Avrebbe potuto offrirsi a lui.
Non era un’idea intelligente. Hans la considerava ancora una prostituta, perciò non sarebbe stato particolarmente attratto da una notte di sesso con una delle tante puttane di Berlino. Avrebbe potuto averne a iosa. E non era solo quello; concedendosi a lui, avrebbe tradito Dieter. Non si sarebbe mai perdonata, avrebbe perso per sempre il rispetto di se stessa, non si sarebbe dimostrata migliore di Hans Schweinsteiger.
Avrebbe acquistato l’eroina. Ecco: quella era la soluzione migliore, forse l’unica.
Tuttavia, negli ultimi giorni aveva fatto fronte a molte spese e non pensava di avere il denaro sufficiente per pagarlo. Stabilì di bluffare. “D’accordo.”, dichiarò. “Mi sono comportata male, però ho deciso di rimediare: acquisterò la droga.”
Gli occhi gialli la fissavano, attenti. “Hai i soldi?”
“Sì.”, mentì Elke.
“Se sali in casa, te li darò.”
Entrarono nel monolocale e lei lo invitò ad accomodarsi. Hans rimase in piedi. “Vuoi bere qualcosa?”, gli domandò Elke.
“Voglio ciò che mi è dovuto.”, replicò lui.
Elke finse di frugare in un cassetto. Poi si voltò. L’abitazione era ben riscaldata, ma non era per quello che sudava. Si sforzò di assumere un’espressione convincente. Si batté una mano sulla fronte. “Che sciocca!”, esclamò. “Mi ero dimenticata di avergli prestati a Karin. Però siamo fortunati. Mi ha garantito che me li avrebbe resi proprio questa sera. Basterà pazientare un poco. Al massimo, un’ora.” Sarebbe stata sufficiente un’ora?
Hans mosse un passo verso di lei e la schiaffeggiò. “Mi credi un idiota? Non esiste nessuna Karin, e tu stai cercando di prenderti gioco di me.” La schiaffeggiò ancora, strappandole un grido di dolore. Scosse la testa. “Così non va bene, Elke!”
“Ti assicuro che Karin esiste e che sarà qui a momenti. Perché dovrei mentirti?”
Hans fece una risata priva di allegria. “Semplice: perché sei una troia, e le troie sono abituate a mentire.”
“Posso giurare che…”
“Non mi interessano i tuoi falsi giuramenti.” Rifletté per qualche istante, quindi disse: “Ma si dà il caso che questa sera io mi senta buono. Come sai, sto per lasciare la Germania, e ho deciso di perdonarti, dato che non ci vedremo mai più. Farò di meglio, anzi: ci sarà un dono d’addio per te. Talvolta anche Hans Schweinsteiger sa mostrarsi generoso. E’ la tua serata fortunata, Elke. Siediti.”
Lei obbedì, chiedendosi insospettita che cosa avesse in mente. Non credeva minimamente a quell’improvvisa generosità. Lo conosceva come un uomo duro e spietato, certamente non incline a perdonare né a elargire regali.
Lo scrutò, ansiosa.
Hans tirò fuori una siringa. “Sarà gratis per te.”, annunciò con un sorriso maligno.
Elke rabbrividì.
“Coraggio, dammi il braccio.”
“No.”
“Non avevi detto che l’avresti comprata? E allora perché rifiuti il mio dono?”
Elke trovò una risposta pronta. “La compro per non venir meno a un impegno, non per assumerla.”
Hans la osservò, divertito. “Hai molta fantasia. Però, io sono più intelligente di te. Come puoi illuderti di fregarmi giocando con le parole?”
Si avvicinò a lei. “Il braccio!”
Ti prego, Dieter, arriva!, pensò lei disperata.

Dieter Haller guidava rilassato, con calma. Era soddisfatto perché quel giorno aveva risolto un caso importante e si sentiva felice perché Elke lo stava aspettando. Aveva trovato il tempo per prenderle un piccolo gioiello, nulla di impegnativo, ma era certo che l’avrebbe resa contenta.
Pregustava la serata. Avrebbero parlato, forse ci sarebbe stata una torta da mangiare, le avrebbe consegnato il pacchettino elegantemente confezionato, si sarebbero baciati, poi avrebbero fatto l’amore.
Dieter era freddo, ma Elke era riuscita in parte a scalfire la sua corazza; lo aveva come scaldato, nello stesso modo in cui un camino una volta acceso diffonde il proprio calore in un’abitazione da tempo disabitata. E quell’abitazione all’improvviso cambia aspetto, diventando un luogo confortevole, un piacevole rifugio, e non più un luogo desolato.
Dieter riteneva di poter tranquillamente fare a meno dell’amore; questo, tuttavia, non significava che amare non fosse bello. E ormai era sicuro di amare Elke. A volte si poneva ancora delle domande su come avrebbero affrontato il futuro, ma poi le scacciava.
Quello che contava era il loro amore.
Benché lui l’avesse aiutata, Elke era riemersa dal baratro principalmente grazie al suo coraggio, alla fede nella vita, alla determinazione di cui aveva dato prova. Se lui non l’avesse stimata, non avrebbe potuto amarla. E comunque anche lei lo aveva aiutato. Da quando la conosceva si sentiva diverso. Se n’erano accorti perfino alla centrale: non che fosse diventato esattamente gioviale, però era meno cupo e intransigente.
Guardò l’orologio luminoso della Bmw. Era in anticipo. Lei lo avrebbe accolto con gioia.
Sorrise.
E in quel momento il camion gli piombò addosso.

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I love Janine 20“Tu sei pazzo!”, esclamò Sarah.
“E’ possibile.”, ammise Marcus con un sorriso divertito. “Ma questo non modifica affatto la situazione. I casi sono due: o farai strillare per bene Leblanc oppure lei morirà. E non sto scherzando, te lo assicuro. Ho già ammazzato molte persone e una in più non farà alcuna differenza.”
Sarah lo fissò attonita. Quell’uomo era veramente un malato di mente. Forse lei e Janine avrebbero potuto aggredirlo. In due contro uno avevano delle possibilità: entrambe erano giovani e in superba condizione fisica. A frenarla furono gli inquietanti occhi gialli… gli occhi di una belva feroce, pensò con un brivido. Comunque, non avrebbe mai frustato Janine: era fuori questione. Esitò per un attimo, quindi gli assestò una forte spinta. Non lo spostò di un centimetro.
“Ti spedirò in galera!”, gridò, poi si rivolse a Janine: “Andiamocene, tesoro.”
Marcus tirò fuori una pistola da una tasca della giacca e la puntò su Janine. “La ucciderò. Puoi scommetterci tutto quello che vuoi. Ma, se eseguirai i miei ordini, potrà uscire da questa casa illesa.” Rise. “Beh, non precisamente illesa, però viva. E’ questo che conta, no?”
A Sarah Marcus era parso un uomo infido, però intelligente. Possibile che non si rendesse conto che, non appena fossero uscite da lì, lo avrebbero denunciato? Evidentemente era afflitto da mania di onnipotenza o magari contava sul fatto che lei avrebbe lasciato perdere, a causa dei suoi trascorsi. Nel suo album trattava esplicitamente temi legati alla droga, ma un conto era il testo di una canzone, altro ammettere davanti a un poliziotto di averla assunta. Però, se questo era il suo ragionamento, era sbagliato.
Janine tremava. “Forse sarebbe meglio fare come dice.”
Sarah la guardò, incredula. D’altro canto, quali alternative avevano? Rimpianse di aver accettato l’invito di quel folle, ma come avrebbe potuto immaginare un simile delirio? Mitigò il tono della voce. “Sii ragionevole, ti prego.”
Marcus aggrottò la fronte. “Sto per perdere la pazienza.”
Dal soggiorno, assolutamente incongrue, provenivano le note di I love Janine. Sarah fece un sorriso amaro al pensiero che quel disco parlava d’amore.
A malincuore, disse: “E se la frustassi, dopo ci lasceresti andare?”
“Lo giuro.”
Sarah non era ancora convinta.
Poi vide che Marcus incominciava a premere il grilletto.
“D’accordo! D’accordo. Ma metti via quell’arma, per favore.”
Marcus fissò i suoi occhi gialli su di lei. “Stai molto attenta. Ora rimetto in tasca la pistola, ma mi bastano tre secondi per estrarla di nuovo e spararle.”
“Ma perché? Cosa ti ho fatto?” Janine era terrorizzata.
Lui la ignorò e guardò invece Sarah. “Sei una donna vigorosa.”, affermò esaminandola con attenzione. “Perciò da te mi aspetto delle scudisciate altrettanto vigorose. Non provare nemmeno a pensare di fare la furba, me ne accorgerei subito e le conseguenze sarebbero tragiche. Bene, signore: adesso seguitemi.”
Le guidò in una camera da letto arredata in modo moderno, in linea con il soggiorno. Marcus guardò Janine. “Spogliati.”, disse. “Puoi tenere reggiseno e slip. Tutto il resto via.”
Janine era pallida come uno straccio. Obbedì meccanicamente. Nonostante i suoi trascorsi sportivi il dolore fisico la spaventava; inoltre temeva che Marcus non mantenesse i patti. Mentre si toglieva gli indumenti, ripeté a se stessa la domanda che gli aveva posto inutilmente: cosa aveva fatto di male? Niente! E allora perché avrebbe dovuto subire quel supplizio? Non trovò una risposta.
Quando si fu svestita, Marcus le indicò il letto. Era a due piazze, posto in fondo alla stanza, di fronte a un armadio a muro. Le lenzuola dovevano essere state cambiate di recente: emanavano un profumo gradevole ed erano stirate perfettamente. “Stenditi.” Janine obbedì, mettendosi a pancia in giù. Marcus le legò i polsi alla testiera, quindi consegnò la frusta a Sarah. “Procedi.”
Sarah fissò lo scudiscio, angosciata. Sebbene sapesse di non avere scelta, tutto il suo essere si ribellava all’idea di fare del male a Janine. Era un corpo che amava, che in lei evocava piacere, passione, dolcezza: come avrebbe potuto straziarlo? E in seguito questo non avrebbe forse influito sui loro rapporti? Sarebbe stata come un’ombra cupa destinata ad aleggiare per sempre fra loro. Un ricordo disgustoso, impossibile da cancellare.
Marcus si portò vicino al letto. “Cinquanta frustate.”, specificò. “Le prime trenta sulla schiena, le altre sulle gambe.”
“Ma così morirà!”, protestò Sarah esterrefatta.
“Non credo.”, ribatté lui. “E una donna atletica. E comunque se le merita tutte! Ad ogni modo, l’alternativa è una morte certa. Forza, comincia!”
Sarah scosse la testa, stolidamente. “Non posso. Non ci riesco.” Lasciò cadere la frusta.
“Raccoglila immediatamente!”, sibilò Marcus.
“Ti prego, Sarie, fai quello che ti dice.” Janine capiva il suo conflitto interiore, ma non esistevano alternative: doveva frustarla.
Sarah si chinò e riprese lo scudiscio. Lo saggiò, flettendolo nell’aria, poi vibrò la prima frustata. Fu talmente debole che Janine non emise il minimo gemito.
Marcus parlò con voce gelida. “Ascoltami bene, Taverner: se la seconda frustata sarà simile a questa, interromperò il nostro gioco. A quel punto, sai bene cosa succederà.”
Sarah lo fissò con odio. “Sei una schifosa carogna!”.
L’uomo non si degnò di ribattere.
Sarah calò con forza la frusta.
Janine urlò.

Dieter Haller si era procurato una pistola a Soho. Era una vecchia Browning nove millimetri e l’aveva pagata il doppio di quanto valeva. In ogni caso, andava più che bene.
Raggiunse lo stabile a piedi. Imbruniva e si stavano accendendo le prime luci. Dieter si strinse nel cappotto; spirava un forte vento di tramontana.
Fece per aprire la porta, ma era chiusa.
Per entrare occorreva possedere la chiave oppure suonare al citofono.
Esaminò i nomi degli inquilini e provò con una certa signora Thompson. Nessuno rispose. Passò a Valance con lo stesso esito. Al terzo tentativo, il signor Graeves gli domandò cosa voleva. L’inglese di Dieter era buono, tuttavia l’accento era inconfondibilmente tedesco.
Graeves non aveva un buon carattere. Lo mandò al diavolo.
Dieter perse la pazienza.
Si guardò attorno e vide che in quel momento non c’era nessuno.
Forzò la serratura ed entrò.
Salì a piedi, fermandosi a ogni piano per controllare le targhette. Sapeva che non doveva cercare Hans Schweinsteiger, bensì Marcus Thomas. Sapeva molte altre cose. Quando Hans Schweinsteiger aveva lasciato la Germania, si era inizialmente recato in Austria, quindi in Italia e infine in Francia. Poi era sembrato svanire nel nulla, come un fantasma.
Se Dieter avesse potuto occuparsene a tempo pieno e in via uficiale non avrebbe avuto problemi a trovarlo. Ma era costretto a indagare durante le ore libere dal lavoro, che con il progredire della carriera erano sempre meno, e senza alcun aiuto da parte dei colleghi. Era una faccenda privata che riguardava lui solo. Per questo aveva perso le sue tracce a Cannes, dove Hans probabilmente aveva ucciso quattro balordi.
Due anni dopo, però, un vecchio amico che apparteneva a Scotland Yard lo aveva informato che Hans si era trasferito a Londra e che prosperava negli affari.
Dieter aveva atteso altri due anni, poi si era preso una vacanza.
E adesso era soltanto questione di minuti.

Alla quinta scudisciata Janine desiderò ardentemente di perdere i sensi. Si morse la lingua per non implorare pietà. Era una situazione grottesca e paradossale. Sarah la stava frustando contro la sua volontà e lei non poteva supplicarla di smettere perché, se ciò fosse avvenuto, sarebbe morta. Le due sferzate successive furono meno forti, ma Marcus se ne avvide e dichiarò che quello era il suo ultimo avvertimento.
L’ottava le sembrò di una violenza inaudita. Janine incominciò a pensare che, in un caso o nell’altro, non sarebbe sopravvissuta. Cinquanta frustate assestate con forza potevano uccidere una persona, e lei stava già impazzendo per il dolore.
Cercò invano di estraniarsi, di portare la mente altrove, lontana dal corpo. Stando a quanto affermava uno scrittore di cui non ricordava il nome, era un buon metodo per ignorare la sofferenza: peccato che funzionasse soltanto nei romanzi d’avventura. A ogni nuova frustata il dolore diventava sempre più devastante. Si sentì soffocare dal panico.
Alla dodicesima, non riuscì più a trattenersi. “Sarie, ti prego, basta! Non ce la faccio più. Preferisco morire.”
Sarah si fermò. La tentazione di gettare la frusta era fortissima, ma sarebbe stato un grave errore. Lanciò un’occhiata a Marcus e quello che vide la disgustò. Era visibilmente eccitato. Aveva una mano nei pantaloni, probabilmente si stava masturbando. Distolse lo sguardo e sfogò la sua rabbia imprimendo tutta la potenza fisica che aveva nella nuova scudisciata. Era come se in quel momento non ragionasse più.
L’urlo disperato di Janine le straziò il cuore.
Si accasciò sui talloni, incapace di proseguire.

Elke era uscita dal negozio ansiosa di incontrare Dieter. Da un lato, era ancora spaventata perché sapeva che l’uomo dagli occhi gialli era spietato, e lei aveva osato sfidarlo; da quell’altro, desiderava essere baciata, accarezzata, amata. Si sarebbero visti dopo cena. Aveva preparato una torta per lui. L’avrebbero mangiata, avrebbero chiacchierato allegramente, tenendosi per mano, e poi sarebbero andati a letto assieme. Non vedeva l’ora.
Mentre camminava, diretta a casa, decise di non parlargli dell’incontro di quella mattina. In fondo, era una sciocca a preoccuparsi. Dieter aveva già molti problemi, infiniti casi da risolvere, era inutile angustiarlo. Hans Schweinsteiger non le aveva forse detto che stava per lasciare la Germania? Sicuramente aveva già venduto quella partita di droga, perciò non avrebbe più pensato a lei.
Scacciò dalla mente Hans per riportare la sua attenzione su Dieter. Elke non aveva mai amato prima di allora e, malgrado fosse di indole fredda, anche lui la amava. Le piaceva fantasticare, immaginando stupendi scenari che contemplavano una graziosa casetta provvista di un bel giardino, lei, Dieter e due bambini, un maschietto e una femminuccia. E poco importava se sarebbero rimasti solo sogni; ciò che contava era il presente che la vedeva felice. E poi perché porre limiti ai propri desideri? Una sera Dieter aveva fatto vaghi accenni al loro futuro, pertanto era possibile che le sue aspettative si avverassero.
Non nevicava più e anche la pioggia aveva smesso di cadere, però le strade erano tutte bagnate. Elke camminava in fretta, dato che faceva molto freddo.
Arrivò davanti al portone e frugò nella borsetta per cercare la chiave.
La infilò nella serratura.
Entrò nell’atrio.
Una mano si posò sulle sue spalle.
Il viso di Elke si illuminò di gioia. Dieter le aveva fatto una sorpresa ed era arrivato in anticipo. Non c’era granché in frigorifero, si disse preoccupata. Beh, se la sarebbe cavata con un buon piatto di salsicce e patate. Senza contare la torta.
“Buona sera, fraulein.”
Ma quella voce non apparteneva a Dieter.

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I LOVE JANINE 19

Sarah e JanineNon c’era niente di male ad andare da Marcus per ascoltare quello che aveva da dire… beh, per la verità sì, ma Janine provava anche come un senso di pericolo, una strana premonizione; tuttavia, stupendola, Sarah aveva acconsentito a vederlo.
Janine pensava che fosse ingenua. In realtà, Sarah era mossa dalla curiosità. “Al massimo ci faremo quattro risate.”, disse, prima di sedersi al pianoforte. Da un paio di giorni stava lavorando con grande impegno; aveva già composto quattro nuove canzoni, che a giudizio di Janine erano superbe.
Ma a parte questo, i rapporti fra le due donne erano strani: si comportavano con cautela, erano eccessivamente gentili – mai l’ombra di un litigio, nemmeno un piccolo litigio -, le loro conversazioni si mantenevano sempre sul vago. E a letto c’era molto freddezza. Janine riteneva che fosse dovuta a lei, dato che non l’aveva ancora perdonata completamente e perciò faticava ad eccitarsi. Probabilmente Sarah lo avvertiva, sicché la freddezza era reciproca. Janine sperava che tutto tornasse come un tempo, però temeva che questo non sarebbe stato possibile. In tal caso, alla fine una delle due avrebbe lasciato l’altra. O, forse, avrebbero troncato la relazione di comune accordo.
Sarebbe stato molto triste.
Si vestirono elegantemente. Sarah Taverner indossava un abito di Oscar de la Renta e una preziosa collana Swarovski. Janine Leblanc un miniabito stretch, color rosa con la mezza manica e alcune decorazioni di applicazioni in tono.
Due pellicce ecologiche le proteggevano dal freddo.
Dopo l’incontro con Marcus, infatti, sarebbero andate a cenare alle Les Trois Garçons in Club Row. Era uno dei ristoranti più esclusivi di Londra, e valeva ampiamente i soldi che avrebbero speso. Era stata un’idea di Sarah.
Probabilmente per la cantante quella cena aveva un valore simbolico, rifletté Janine: un nuovo inizio o qualcosa di simile.
Marcus le accolse con un largo sorriso che Leblanc giudicò indisponente. Le invitò ad accomodarsi sul divano e inserì nel lettore I love Janine.
Offrì loro un drink, poi si scusò ed entrò in un’altra stanza.
Dopo pochi istanti ricomparve.
Fra le mani cingeva una frusta.
Le due donne lo guardarono allibite.
“Questo appartamento è insonorizzato.”, disse Marcus con aria soddisfatta. “Nessuno sentirà le urla di Leblanc.”
Sarah scattò in piedi, rossa in viso per la collera.
“Cosa credi di poter fare?!”
Lui rise. “Io? Io non farò proprio niente! Perché sarai a tu a frustare Janine.”

“Ho portato ciò che mi avevi chiesto.”, dichiarò l’uomo.
Elke lo fissò. Presa dall’entusiasmo per la sua nuova vita e dal pensiero di Dieter che costantemente la accompagnava, aveva finito per scordarsi di avergli fatto una consistente ordinazione. In quel periodo, a Berlino era molto difficile trovare roba buona, dato che la polizia vigilava con grande attenzione. Nell’ultimo mese molti spacciatori erano stati arrestati.
Per quello gli aveva domandato una partita più grossa del solito. In questo modo non avrebbe corso il rischio di trovarsi senza droga.
Ma adesso la situazione era cambiata.
Le era addirittura rimasta dell’eroina che peraltro era finita nel water.
“Non mi serve più.”, disse. “Ho deciso di smettere. Ho già smesso, in effetti.”
L’uomo non cambiò espressione. Con calma, replicò: “Ho corso parecchi rischi per accontentarti. Presto lascerò la Germania, perché qui non tira aria buona. Di conseguenza avrei potuto infischiarmene, però io mantengo sempre i miei impegni. Ti avevo garantito un buon rifornimento e ho tenuto fede alla promessa.”
Elke scosse il capo. “Ti ho già detto che non mi serve più.”
“Beh, le cose non sono così semplici: primo, devi pagarmi la fornitura; secondo, devi tenerti la roba. Per me è troppo pericoloso andare in giro con tutta questa eroina. Ho saputo dal mio contatto che sospettano di me. Ecco perché devo svignarmela al più presto, e a mani vuote.”
Elke si augurava che entrassero dei clienti, oppure il proprietario del negozio, in maniera da por fine a quello sgradevole colloquio; ma era una mattinata gelida, la pioggia si stava trasformando in neve e chi non era al lavoro preferiva starsene rintanato in casa. Sbirciò fuori della vetrina e difatti non scorse anima viva. L’uomo non aveva tutti i torti, però era anche vero che avrebbe potuto vendere quella partita senza troppe difficoltà. L’intuito le suggeriva che si divertiva a tormentarla. In questo era decisamente simile a Erna e a molti altri individui che agivano per soddisfare il proprio sadismo.
Disse: “Mi dispiace. Mi sento in colpa con te, tuttavia non cambierò decisione. Voglio diventare pulita, e restare tale.”
L’uomo sogghignò. “Lo dicono tutti e poi…” Si guardò attorno. “Bel posticino.”, commentò. “In ogni caso, tornando a noi, non so cosa farmene delle tue scuse. Ho qui la roba: devi pagarmi e prenderla. Fra l’altro, nel giro di pochi giorni rimpiangeresti amaramente di non averla, e per un bel po’ di tempo non troverai facilmente un altro fornitore.”
“Mi dispiace.”, ripeté Elke, cercando di mantenere un’aria impassibile, sebbene avesse paura. Aveva sentito dire che quell’uomo aveva ucciso una persona: era malvagio e privo di scrupoli. Ma Dieter, pensò, l’avrebbe protetta. Si sforzò di controllare il tremito della voce. “Il mio no è definitivo. Sono sicura che, viste le circostanze, troverai un altro cliente prima di sera.”
“Non intendo uscire da qui con l’eroina. Sarebbe troppo rischioso.”
“E’ il lavoro che ti sei scelto.”, disse Elke con una punta di irritazione per la sua insistenza. Lo temeva, ma non era disposta a cedere. Se avesse avuto fra le mani quella polvere magica, forse non sarebbe riuscita a trattenersi. E avrebbe perso Dieter. Lui non l’avrebbe perdonata, ne era certa. “E adesso ti prego di lasciarmi. Non cambierò idea.”
Sulle labbra dell’uomo riaffiorò il sorriso gelido. “Ma davvero?”, disse.
Quindi, uscì dal negozio, accostando piano la porta dietro di sé.

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I LOVE JANINE 18

Elke “Vedi”, continuò Marcus, “tutte le persone che acquistarono Sgt. Pepper ricordano perfettamente ancora oggi l’esatto momento in cui lo ascoltarono per la prima volta, e questo è un fatto veramente senza precedenti: non era mai accaduto prima e non è più successo dopo. Il disco, poi, è invecchiato male, tanto che adesso si tende a considerare Revolver il loro miglior album; ciò, tuttavia, non sminuisce quella magia che si impossessò di milioni di ragazzi sparsi in tutto il mondo. Questo perché le sonorità, gli arrangiamenti, le innovazioni presenti in quel disco erano incredibilmente nuovi, al punto da far apparire obsoleti tutti i lavori prodotti in precedenza.”
Janine lo fissava annoiata, chiedendosi dove intendesse andare a parare. Non vedeva alcun nesso fra lei, Sarah, Marcus e quella specie di reperto archeologico. Distolse lo sguardo per osservare una coppia che sedeva accanto a loro. Un modo, forse poco elegante, per fargli capire che non era minimamente interessata ai Beatles. Poi guardò ostentatamente l’orologio.
Marcus le lanciò un’occhiata velenosa. Quando Sarah l’avrebbe frustata, avrebbe perso quell’aria di superiorità. Si immaginò la scena, che non si discostava molto dall’idea iniziale: Janine avrebbe urlato, contorcendosi sul letto, avrebbe dimenato le lunghe gambe, invano avrebbe pianto e supplicato. Era il castigo che meritava, e forse era addirittura più eccitante dell’incontro sessuale a tre, anche perché Marcus si rendeva conto di aver ecceduto in ottimismo: non sarebbe stato facile persuadere le due donne a fare l’amore davanti ai suoi occhi, e successivamente con lui.
Però, sarebbe stato facilissimo costringere Sarah Taverner a far soffrire Janine Leblanc.
“Veniamo al dunque.”, disse, cercando di riconquistare l’attenzione della donna. “Sebbene i generi musicali siano assai differenti, analogamente a Sgt. Pepper, I love Janine presenta straordinarie innovazioni: apre nuove porte sul modo di concepire l’incontro fra il folk e il jazz, ma pochi lo hanno compreso. Io so come rilanciare quell’opera prodigiosa. E se Sarah mi darà ascolto, diventerà la numero uno e non soltanto dell’Inghilterra.”
Janine adesso era incuriosita. Marcus era un millantatore, pensò, però le sarebbe piaciuto sapere quali idee aveva escogitato, posto naturalmente che non si fosse inventato tutto per qualche oscuro motivo.
“Cosa hai in mente?”, gli chiese.
Marcus le rivolse un freddo sorriso. “Lo saprai se e quando convincerai Sarah a venire da me. Ovviamente in tua compagnia.”
Assunse un’espressione compiaciuta, da cui trapelavano arroganza e vanità.
“Riferiscile quanto ti ho detto.”, concluse. “Poi starà a lei decidere. In fondo, non le costerebbe nulla: solo un po’ di tempo perso, qualora io avessi torto; ma dato che invece ho ragione, grazie a me, raggiungerà vette talmente alte che nemmeno nei suoi sogni più sfrenati avrebbe osato immaginare.”
Si alzò per andare a pagare le consumazioni.
Janine lo scrutava perplessa.

Dieter non aveva riportato gravi danni.
La pugnalata non era stata inferta con particolare forza e il poliziotto era stato protetto anche dal pesante cappotto che indossava. Forse se lo avessero aggredito d’estate le cose sarebbero andate molto peggio.
Elke si prese cura di lui.
Era felice. Dieter aveva cambiato definitivamente la sua vita. Inoltre, ormai era sicura che lui la amasse.
Il particolare del preservativo, o meglio: del suo mancato uso, rappresentava già una prova estremamente significativa, ma non era l’unica. La maniera in cui la guardava, i sorrisi, benché rari, che le dedicava, le attenzioni che le riservava, il fatto che per lei avesse affrontato Dolf e soprattutto l’intuito femminile le davano tale certezza.
Quella notte non fecero l’amore. Rimasero abbracciati sul divano. Parlarono poco. Dieter per natura era un uomo piuttosto taciturno, Elke non voleva rompere quel silenzio condiviso che non scaturiva dalla difficoltà di rapportarsi: al contrario, era come se cementasse la loro unione. Elke riempiva quel silenzio. Sogni. Aspettative. Serenità. Forse era troppo audace, si disse: considerando il suo passato, difficilmente Dieter l’avrebbe sposata. Non perché gli mancasse la volontà per farlo, ma per via della sua posizione. Però, non era detto, e comunque a lei andava bene così. Si sentiva protetta, al riparo dalle brutture del mondo, brutture che conosceva fin troppo bene; al sicuro da uomini come Dolf.
Prima di scivolare nel sonno, un interrogativo si insinuò fra i suoi pensieri. Dieter pensava ancora a Sonngard? Era più che probabile. Ma il punto più importante era un altro: la rimpiangeva? Se un uomo viveva nel rimpianto, alla fine ne diventava schiavo, e questo non era in carattere con Dieter, pertanto lo escluse.
Si addormentò fra le sue braccia e, dopo molti anni, tornò a sognare suo padre.
Dieter rimase sveglio a lungo. Era sempre così dopo un’azione in cui aveva messo a repentaglio la propria vita: non per il timore, in lui pressoché inesistente, ma a causa dell’adrenalina.
Elke si era assopita con la luce accesa. Dieter la osservò. Aveva un’espressione serena; forse stava facendo un bel sogno. Il poliziotto si chiese cosa provava per lei. Dopo aver perso Sonngard aveva giurato a se stesso che non avrebbe più avuto un’altra donna, e infatti negli ultimi anni al massimo si era concesso qualche esperienza sessuale, senza alcun coinvolgimento emotivo.
Elke era una tossica e una prostituta.
Lo era stata, si corresse.
In ogni caso, avrebbe dovuto biasimarla e disprezzarla; invece, in un certo senso la ammirava: era forte e coraggiosa. Se aveva delle crisi di astinenza, e Dieter pensava di sì, non lo dava comunque a vedere. Rappresentava un caso più unico che raro: si sarebbe riabilitata. Anzi, era già su quella strada.
La amava?
Corrugò la fronte, mentre cercava di chiarire i suoi sentimenti. Provava una grande tenerezza per lei. Gli piaceva fisicamente. Le accarezzò piano i capelli; Elke si mosse nel sonno.
Sì. La amava.
Se l’avesse sposata, quasi sicuramente sarebbe stato costretto a dimettersi. Era una prospettiva inaccettabile. Però, avrebbe potuto continuare a frequentarla. E con il tempo, chissà, forse le cose sarebbero mutate. Un giorno il fascicolo che la riguardava magari sarebbe scomparso e allora…
Questo avrebbe significato infrangere la legge, ma al riguardo la posizione di Dieter era elastica: i suoi interrogatori non sempre si svolgevano in modo ortodosso, soprattutto se aveva a che fare con un assassino. D’altro canto, il suo dovere era quello di assicurare alla giustizia i delinquenti; alla fine, era l’unica cosa che contava. E i criminali non meritano pietà.
Chiuse gli occhi e aspettò che giungesse il sonno.
L’indomani Elke si svegliò sola. Dieter era andato al lavoro. Fece la doccia, consumò una colazione leggera e uscì per recarsi al negozio. Le piaceva molto quella nuova occupazione e si applicava con grande impegno. Era gentile con i clienti, abile nel consigliare gli indecisi, paziente con gli scorbutici, sempre pronta al sorriso. Non badava agli orari e, sebbene avesse appena cominciato, il proprietario sembrava soddisfatto di lei.
Quando entrò l’uomo, erano circa le undici e in quel momento il negozio era vuoto.
Nel vederlo, Elke impallidì.
Al pari di Dolf le ricordava il periodo più tenebroso della sua vita; ora se lo era lasciato alle spalle: tuttavia rabbrividiva ancora quando pensava che avrebbe potuto perdersi per sempre. Ne era già uscita una volta, ma in prigione Erna l’aveva costretta a ricominciare. Adesso, però, si sentiva molto più forte.
Ciononostante, la presenza di quell’uomo era sinistra, come il gelido sorriso che le rivolse.

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I LOVE JANINE 17

Dieter Haller“Bene.”, disse Marcus. “Come vedi, tutto si è risolto per il meglio: il mio piano ha funzionato alla perfezione.”
In realtà, non era vero. Lo scopo di Marcus non era stato certo quello di far tornare assieme le due donne. Tuttavia, per il momento aveva fallito. Probabilmente la strategia che aveva messo in atto si era dimostrata eccessivamente complessa, e lui non aveva tenuto conto di alcuni fattori, non ultimo che le donne, anche se lesbiche, erano diverse dagli uomini. Proprio il giorno prima aveva letto su una rivista la ricostruzione della battaglia di Midway. Malgrado avessero un numero maggiore di navi, i giapponesi erano stati sconfitti perché avevano ideato un piano complicatissimo. La fortuna poi non li aveva aiutati, ma Marcus non credeva molto al concetto di fortuna: è l’uomo che diventa artefice dei suoi successi. Comunque fosse, non aveva alcuna intenzione di demordere.
Janine lo osservò, dubbiosa. In effetti era tornata con Sarah, però non credeva che il merito fosse di Marcus. Era ancora attratta da lui, sebbene quegli occhi gialli e freddi la inquietassero. in ogni caso, aveva deciso e la sua scelta era ricaduta su Sarah. Era stata una scelta ponderata, più razionale che emotiva. Marcus era pur sempre uno spacciatore; era difficile immaginare un futuro con lui. Sarah rappresentava la sicurezza. La cantante aveva ragione. Avevano sbagliato entrambe. Janine si era comportata in modo troppo impulsivo; Sarah aveva ecceduto in intransigenza. Però era giusto perdonarsi a vicenda.
Avrebbe preferito non incontrare Marcus, ma lui si era appostato sotto casa e l’aveva fermata quando lei era uscita.
Per il momento Sarah e Janine non erano tornate ad abitare assieme.
Pioveva. Il cielo era grigio e cupo, ma non faceva freddo. Marcus la invitò a bere una cioccolata.
“Mi devi un favore.”, disse quando si furono seduti.
“Perché?”, gli domandò lei, benché sapesse esattamente ciò che lui intendeva.
“Grazie a me, hai riconquistato Sarah Taverner.”
Janine gli rivolse uno sguardo ironico. “Vorresti farmi credere che sei venuto a letto con me solo perché questo accadesse? Ti sei sacrificato? Non è molto lusinghiero.” Non sapeva se essere indignata o divertita; alla fine, Sarah l’aveva convinta che si era trattata di una messinscena preparata da Marcus.
“No!”, ribatté lui. “Io ti desidero, però desidero anche la tua felicità e ho capito che soltanto Sarah può dartela. Per quello mi devi un favore.”
Janine lo scrutò, scettica. “Che genere di favore?”
“Ho bisogno di parlare con Sarah Taverner, in tua presenza. Le ho telefonato, ma lei si rifiuta di vedermi.”
“Vuoi venderle altra droga? Sarah ha smesso.”
Marcus scosse il capo. “Ti sbagli.”, affermò. “Io desidero parlare del disco… I love Janine.”
“Avresti potuto averlo già fatto.”
“Forse. Non ho saputo cogliere l’occasione. Vedi”, si protese verso di lei, “quando uscì Sgt. Pepper dei Beatles successe un fatto senza precedenti nella storia della musica.”
Janine lo fissò incuriosita. Cosa c’entravano i Beatles? Per quanto ne sapeva, erano un gruppo degli anni sessanta, che aveva goduto di vasta fama, ma che successivamente era stato superato da complessi più energici ed attuali. I Metallica, ad esempio, almeno fino al black album.
Janine era alquanto critica nei confronti della musica del passato; lo stesso discorso si applicava ai vecchi film e alle serie tv che venivano riproposte di continuo. Lei amava le novità. E a ben vedere anche i Metallica ormai erano sorpassati.
Marcus le sfiorò una mano.
“Stammi a sentire.”, disse.

Dieter consumò un’abbondante colazione, a base di salsicce, uova strapazzate, patatine e pomodori fritti. Bevve due tazze di caffè e un bicchiere di latte, quindi uscì dall’albergo.
Mentre camminava, diretto a Trafalgar Square, ripensò a Elke.
Si era stabilita nella casa nuova e aveva cominciato a lavorare come commessa.
Dolf l’aveva cercata, minacciandola. Esigeva che riprendesse immediatamente a battere. In caso contrario, avrebbe passato dei brutti guai. Benché fosse spaventata Elke aveva reagito con prontezza di spirito, fingendo di obbedirgli e promettendogli che quella sera avrebbe ricominciato.
Verso mezzanotte, Dolf era venuto a controllare che lei fosse lì.
Dieter lo stava aspettando.
In linea di principio, non avrebbe dovuto occuparsi di Dolf: esulava dai suoi compiti. Dieter era nella polizia criminale, perciò avrebbe dovuto mandare un collega della Sittenpolizei. Ma, quando era il caso, Dieter ignorava le regole.
“Cercavi Elke?”, chiese, sbucando dall’ombra.
“E tu chi saresti?”, lo apostrofò sgarbatamente Dolf. Era un uomo di media statura, con il torace carenato e spalle possenti. Corrispondeva perfettamente alla descrizione che gli aveva fatto Elke.
“Un suo amico.”, Dieter preferiva evitare di ricorrere al suo grado: quella era una questione personale.
“Perché non è venuta a lavorare?”, gli domandò Dolf.
“Perché ha smesso.”, rispose Dieter con calma.
“Oh, ma non può smettere!”
“Certo che può.”
Dolf scrutò Dieter, ma non c’era luce a sufficienza per vederlo bene in faccia; notò che era alto e che aveva un aspetto atletico: probabilmente era forte. Però Dolf aveva con sé la frusta e la sapeva usare con grande abilità.
“Farò conto di non aver sentito.”, disse. “Ma domani sera Elke dovrà essere qui, e così le sere successive.”
“Altrimenti?”, gli chiese in tono freddo Dieter.
Dolf fletté lo scudiscio. “Altrimenti la farò strillare. E’ già successo una volta, e devo dire che la ragazza ha una soglia del dolore piuttosto bassa. Ho mandato in ospedale Ingrid, ma con Elke non sarà necessario: basteranno quattro frustate per rimetterla in riga.”
“Davvero?” Dieter abbozzò un sorriso, che tuttavia non si estese agli occhi. “Ascoltami attentamente.”, disse. “Non sono un uomo molto paziente, perciò non mi ripeterò. Elke non tornerà mai più. Mai più, capisci? D’ora in avanti la lascerai in pace.”
“E chi sei tu per dirmi quello che devo fare?”
“Mi chiamo Dieter.”
“Bene, Dieter: adesso fila! Anch’io non sono un tipo paziente.”
Dieter mosse un passo avanti.
Dolf fece schioccare la frusta, quindi mirò al viso del poliziotto.
Dieter avrebbe potuto sparargli, ma questo avrebbe causato una quantità di problemi. Si spostò agilmente di lato ed evitò la scudisciata, poi afferrò Dolf per il polso torcendolo con violenza. L’uomo urlò e lasciò cadere a terra la frusta. Dieter lo colpì allo stomaco con un pugno, e quando lui si chinò lo colse alla mascella. Dolf finì a gambe levate.
“Se oserai torcere anche un solo capello alla mia amica, io verrò a cercarti e ti stanerò, ovunque tu ti nasconda. Sappi, però, che non mi limiterò a darti due pugni. Così scopriremo quanto è alta la tua soglia del dolore.”
Dolf cercò di rialzarsi, ma Dieter gli sferrò un calcio nei testicoli. “Penso di essere stato chiaro.” disse, e si voltò per andarsene.
Si trovò davanti a tre uomini.
Uno cingeva un coltello fra le mani, gli altri due erano muniti di spranghe di ferro.
Lo circondarono.
“Fate fuori quella carogna!”, biascicò Dolf da terra. Aveva la voce impastata, come quella di un ubriaco.
L’uomo armato di coltello si scagliò su Dieter. Il più grosso degli altri due gli piombò alle spalle calando con forza la spranga sulla schiena. Il terzo, per il momento, si limitava ad assistere.
Dieter agì senza riflettere, come una macchina: si chinò e centrò con una testata Coltello, quindi si girò di scatto e colpì di taglio Spranga. Gli prese il braccio e lo piegò fino a spezzarlo. Spiccò un balzo, raggiunse il terzo e con una presa di judo lo fece volare in aria. Quello atterrò pesantemente. Dieter gli affibbiò un calcio alla testa. Tutto si era svolto in meno di un minuto.
Il poliziotto lanciò un’occhiata a Spranga: rantolava, gemendo.
Dolf era ancora fuori combattimento.
Dieter si rilassò e si allontanò.
Fu un errore.
Coltello gli arrivò alle spalle e vibrò una pugnalata. Lo prese alla schiena.
Dieter barcollò.
Con un ghigno soddisfatto, Coltello si apprestò a finirlo; ma le poderose fasce muscolari di cui il poliziotto era provvisto avevano attutito l’entità del colpo, impedendo alla lama di penetrare a fondo. Dieter reagì con prontezza, sottraendosi a un nuovo assalto e subito dopo sferrando un micidiale diretto destro, che immediatamente doppiò con un sinistro.
Contemplò freddamente i quattro delinquenti, poi tornò alla Bmw.
Con un sorriso pensò che Elke avrebbe dovuto medicarlo per la seconda volta e che la prospettiva non gli dispiaceva affatto.
Risalì in macchina e partì.
Elke adesso poteva stare tranquilla. Dolf non l’avrebbe più molestata.
Dieter ignorava che il pericolo maggiore sarebbe giunto da un’altra direzione.

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I LOVE JANINE 16

Elke6I due uomini comparvero quando cominciò a piovere.
Erano ubriachi.
Come tutte le prostitute dotate di buon senso, Elke avrebbe dovuto avere nella borsetta una bomboletta antiaggressione, un coltello o almeno un paio di forbici affilate, ma non aveva mai ritenuto di averne bisogno.
Non aveva paura degli ubriachi. Benché fosse piccola e minuta, sapeva come trattarli: se proprio era indispensabile, non esitava a prenderli a calci nei testicoli oppure a mirare agli occhi con le unghie; ma in genere non era necessario. Per metterli in riga spesso bastava una battuta scherzosa o un rimprovero. Male che andasse, era costretta a concedersi gratuitamente, però le era successo di rado, anche perché l’alcool di norma inibisce la risposta sessuale. Le incutevano maggior timore donne come Erna e Monica, dato che erano insensibili al suo fascino e comunque più crudeli della maggioranza dei maschi.
L’uomo più grosso la spintonò rudemente.
Elke disse: “Fate i bravi, ragazzi! Andate a nanna: è tardi e avete bevuto troppo.”
Il secondo ubriaco era basso e smilzo, ma aveva la faccia cattiva.
Tirò fuori un coltello.
Elke indietreggiò fino a trovarsi con le spalle rivolte al muro che delimitava un deposito di legname. Capì che entrambi avevano superato lo stadio della sbornia allegra. Non erano lì per scherzare, magari in maniera volgare, né per per una sveltina, posto che fossero in grado di avere un’erezione.
“Schlampe!”, biascicò l’uomo grosso.
“Dacci i soldi!”, le intimò lo smilzo.
Elke lo fissò in silenzio.
“I soldi!”, ripeté lui. “Altrimenti ti sfregio quel bel visino, così nessuno ti vorrà più.”
Elke iniziò a preoccuparsi seriamente. Si rendeva conto che non aveva a che fare con degli ubriaconi litigiosi: quelli erano due malviventi. Si guardò attorno nella speranza che ci fosse qualcuno nei paraggi: Dolf, il suo protettore, che tuttavia si faceva vedere soltanto una volta alla settimana, o preferibilmente un poliziotto, oppure un passante. Ma non scorse anima viva.
Lo smilzo appoggiò la lama del coltello sul suo volto, a pochi centimetri di distanza dagli occhi.
Elke trasalì.
Non c’era la luna, e ampi tratti della strada erano avvolti nell’oscurità. Tese le orecchie ma non sentì rumore di passi, voci di uomini, il rombo del motore di una macchina: si udiva solo il suono monotono della pioggia che cadeva. Rimpianse che Louise non fosse lì con lei. Si era ammalata un mese prima e da allora non l’aveva più rivista. Avrebbe voluto andare a trovarla, ma non sapeva dove abitava; Louise era una donna taciturna e riservata, però di buon cuore. Soprattutto era alta un metro e ottanta e non aveva paura nemmeno del diavolo.
Prese in considerazione l’idea di cedere. Quella sera non aveva incassato molto, ma non si fidava a lasciare a casa ingenti somme di denaro, perciò aveva con sé parecchi soldi: i guadagni delle ultime cinque notti. Dolf probabilmente non le avrebbe creduto e l’avrebbe picchiata. Sempre meglio, comunque, di essere sfregiata.
Tuttavia non era convinta. Una parte di lei si ribellava alla prospettiva di venire derubata. Avrebbe potuto scappare, era agile e veloce. A causa dell’alcool ingurgitato, i due sicuramente non avevano i riflessi pronti e ciò le avrebbe permesso di sfuggirgli. E se l’uomo con il coltello l’avesse sfregiata prima che potesse allontanarsi? Si sarebbe chinata di scatto, pensò, mettendosi fuori dalla portata dell’arma. Poi sarebbe corsa via. Un ricordo la frenò. Era esattamente quello che aveva tentato di fare un giorno in prigione, durante l’ora d’aria. Ma Erna aveva infilato un piede fra i suoi, e lei era ruzzolata al suolo. Malgrado i riflessi appannati, anche lo smilzo avrebbe potuto farle lo sgambetto. Inoltre, in carcere non aveva avuto alternative: o fuggire o prenderle. Adesso, invece, se avesse obbedito, non le avrebbero fatto del male.
La lama si avvicinò agli occhi.
Elke rabbrividì. Perdere la vista era quanto di peggio potesse immaginare. Se l’avessero sfigurata si sarebbe disperata, ma se fosse rimasta cieca forse si sarebbe uccisa.
“Forza, sbrigati!”, sbraitò lo smilzo.
“D’accordo.”, si arrese lei a malincuore. I soldi naturalmente non erano nella borsetta, e questo lo smilzo doveva averlo intuito, altrimenti gliela avrebbe già strappata di mano. Elke li nascondeva nella fodera del cappotto e negli stivali. Si accinse a toglierli, augurandosi che Dolf si limitasse a picchiarla con le mani e che non usasse il frustino che portava sempre con sé. Sebbene non fosse un uomo completamente malvagio, quando pensava che volessero imbrogliarlo Dolf perdeva il lume della ragione. La povera Ingrid era finita in ospedale perché aveva cercato di ingannarlo, dichiarando di aver guadagnato la metà di quanto invece aveva incassato. Le cinghiate erano terribilmente dolorose – anche Elke le aveva sperimentate in un’occasione -, ma al momento era il coltello dello smilzo che la terrorizzava.
Trasse un profondo respiro e si sfilò gli stivali. Forse si sarebbero accontentati di una parte del denaro. In questo modo, Dolf si sarebbe infuriato di meno. Però c’era la possibilità che la perquisissero. Che reazione avrebbero avuto, se avessero trovato anche gli altri soldi? Decise che era meglio non rischiare. Avrebbe consegnato l’intera somma.
Lo smilzo si abbassò per frugare negli stivali.
Poi tutto si svolse così rapidamente che Elke non comprese cosa stava accadendo.
Un’ombra emerse dall’oscurità. Un istante dopo, lo smilzo finì a terra con un grido di dolore; fu quindi la volta dell’uomo grosso.
Il nuovo venuto torreggiò su di loro.
I due si alzarono e fuggirono.
Lui li lasciò andare e si rivolse a Elke.
“Come stai?”, le domandò.
Era Dieter.

Dieter le cinse le spalle con un braccio e l’accompagnò a casa.
Mentre Elke si riprendeva dallo spavento, fu lui a stappare due lattine di birra e a tagliare ciò che rimaneva della torta.
“Mi dispiace per ieri sera.”, dichiarò. “Non avrei dovuto andarmene senza salutare, e infatti è stato un comportamento strano: generalmente sono calmo e razionale. Solo che… solo che con quelle parole mi hai colto alla sprovvista.”
Era una spiegazione poco convincente, si disse Elke: Dieter non era il tipo d’uomo che si faceva cogliere alla sprovvista; le ragioni erano diverse. Lui era pur sempre un poliziotto e aveva reagito così perché aveva reputato sfacciata la sua proposta.
“Probabilmente non ti piaccio.”, replicò lei, pur sapendo che non era vero. Non era difficile interpretare gli sguardi degli uomini e, a parte questo, per quale altro motivo sarebbe tornato? Cionondimeno si rendeva conto che erano separati da un muro assai più alto di quello che un tempo aveva diviso Berlino. Senza contare che Dieter poteva nutrire dubbi più che giustificati sul suo stato di salute, e che non esisteva una maniera elegante per rassicurarlo, anche se era certa di essere perfettamente sana, grazie ai controlli periodici cui si sottoponeva.
Si alzò dal divano e si sedette a tavola, al suo fianco. Dieter taceva, assorto. “In ogni caso, adesso siamo uno a uno.” Elke sorrise. Rivederlo le dava un grande sollievo. “Anche se a dire il vero io mi sono limitata a medicarti, tu invece mi hai salvata da quei due farabutti. Se mi avessero derubata, avrei visto le stelle!”
Dieter le lanciò un’occhiata perplessa.
“Dolf.”, spiegò lei. “Mi avrebbe picchiata o forse frustata.”
Gli occhi di Dieter assunsero una luce fredda. “Ora basta!”, disse in tono pacato ma fermo. “Non voglio più sentir parlare di queste cose: Erna e Monica che ti seviziano, Dolf che ti picchia… ma che vita è? C’è un unico modo per evitare che tali fatti si ripetano. Domani lascerai questo monolocale; ne ho trovato un altro, quasi in centro, provvisto del bagno. E dopodomani incomincerai a lavorare come commessa: ho garantito io per te.”
Elke lo fissò. Provava la stessa sensazione di calore della notte precedente, però molto più forte. Dieter stava per cambiare la sua esistenza. Un’abitazione più confortevole, un impiego onesto; ma naturalmente c’era dell’altro.
Lo desiderava.
Cercò di rintracciare nelle pieghe della memoria quando era stata l’ultima volta che aveva desiderato un uomo, e non si sorprese, scoprendo che non lo ricordava. In carcere aveva avuto dei rapporti sessuali con altre detenute, ma quasi tutti imposti, e di essi le rimaneva solo una sensazione di disgusto. Con i clienti si trattava soltanto di lavoro, e certo non piacevole. Rammentò fugacemente un ragazzo italiano. Aveva profondi occhi neri e un’innata allegria, sebbene avesse dovuto abbandonare il sole della sua terra, la famiglia e gli amici. Però, era un ricordo molto lontano.
“Inoltre”, proseguì Dieter dopo un momento, “non è assolutamente vero che non mi piaci. Intravedo in te un grande potenziale, e poi sei veramente graziosa. Il problema è un altro ed è dovuto alla mia professione. Io non ho orari, ho pochissimo tempo da dedicare alla vita privata. Per questo non mi sono mai legato a una donna. Potrei invitarla a cena e cinque minuti prima disdire l’invito, prometterle una vacanza e non mantenere l’impegno. E da un giorno con l’altro potrei anche semplicemente scomparire per sempre. Ho molti nemici.”
Esitò per un istante, quindi aggiunse: “In realtà, una donna c’è stata. E’ da tanto che non ne parlo. Comunque, Sonngard è mancata.”
Si interruppe e Elke rispettò quel silenzio; ogni domanda sarebbe stata inopportuna. Tuttavia quelle parole confermarono ciò che aveva intuito forse fin dal primo momento: Dieter era sì freddo, duro e intransigente, ma anche capace d’amare. Si chiese com’era Sonngard. Bionda o mora? Alta o piccola? Dolce e tenera oppure determinata e caparbia? E perché era morta? Ma erano pensieri inutili.
Disse: “Io non so esprimermi bene. In caso contrario, avresti capito con esattezza cosa intendevo dire ieri notte. Peraltro, non vado in cerca di certezze. Quelle le avevo da bambina, quando c’era ancora mio padre. Vivevamo in una bella casetta, alla domenica la mamma preparava polpette e currywurst con una montagna di patate, e poi un delizioso apfelstrudel. Io ero molto felice. Tutto è andato storto da quando lui si è ammalato. Eppure era un uomo così vigoroso!”
Scosse la testa come per allontanare quel triste ricordo, e inaspettatamente sorrise.
Dieter la trovò incredibilmente attraente. Quando sorrideva non era soltanto graziosa: diventatava bella, di una bellezza speciale.
Elke si alzò per prendere altre due birre. Le versò nei boccali, quindi lo guardò negli occhi. “Non mi bucherò mai più e non ti farò pentire di aver convinto il tuo amico ad assumermi. Mi credi?”
Dieter annuì.
Lei si protese verso di lui.
Dopo un attimo di esitazione, Dieter la baciò.
Inizialmente fu un bacio solo di labbra.
Poi lei dischiuse la bocca e le lingue si incontrarono. Elke provò un fremito di passione talmente intenso che i suoi occhi si colmarono di lacrime. Dieter se ne avvide. “Perché piangi?”, le domandò con un’espressione allarmata che la riempì di gioia.
“Perché sono felice!”
Lui cercò nuovamente la sua bocca.
Ma Elke non poteva aspettare; anche un minuto di più sarebbe stato troppo. Lo trascinò sul divano. Con gesti febbrili si spogliarono. Quando lo sentì dentro di sé, Elke ebbe quasi paura: nonostante la sua vastissima – e purtoppo sgradevole – esperienza in materia, non avrebbe mai immaginato che potesse essere così grosso e così duro. Dieter si comportava con estrema dolcezza; ma quella sarebbe andata bene dopo, pensò lei: si avvinghiò a lui e fece in modo che che l’intensità diventasse quasi insostenibile.
Vennero insieme.
Elke si girò per nascondere il viso, tuttavia Dieter si accorse che piangeva ancora. Non riusciva a comprenderne la ragione. Era piaciuto moltissimo a entrambi e allora…
“Perché?”, le chiese di nuovo.
Elke si asciugò le lacrime con una mano e gli accarezzò il volto.
“Perché non hai messo… non hai messo niente!”

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