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Archive for dicembre 2016

COME RANDALL FLAGG 1

randall-flaggNotte. Night.
Sogno. Dream.
Sogni che si avverano.
Dreams that si avverano.
La frase completa era troppo difficile per il suo inglese imparato dai fumetti.
Si fermò, ansimando leggermente, e scrutò il panorama davanti a sé. Il sole stava calando in un prodigio di colori; ma non era questo che gli interessava.
Avvertiva un flusso crescente di calore, come una sensazione di forza e di benessere, e sentiva che il suo momento era arrivato. Indossava un paio di jeans stinti, un logoro giubbotto provvisto di varie tasche, e calzava stivali scalcagnati. Come Randall Flagg, pensò. Non era riuscito a leggere “The Stand” per intero, a causa dell’eccessiva lunghezza del libro e della complessità di molte parti, però aveva visto lo sceneggiato a puntate in tv, accompagnando la visione con innumerevoli lattine di birra chiara, e il resto se lo era comunque inventato. Benché fosse provvisto di un’intelligenza limitata e di una cultura assai scarsa (non era riuscito a terminare gli studi, era stato bocciato per la prima volta quando aveva nove anni, e li aveva interrotti definitivamente tre anni più tardi), possedeva parecchia fantasia, sebbene tale fantasia lo indirizzasse troppo spesso verso sentieri alquanto contorti e di dubbio senso morale.
Alzò lo sguardo al cielo. Si annunciava una notte calma e tiepida, poco vento, stelle luminose, luna quasi piena; l’indomani sarebbe stato un giorno caldo e asciutto, come è giusto che sia al termine della primavera. Il quindici giugno? Forse il venti, o il ventuno. La data non importava: ciò che contava era altro. Lui finalmente avrebbe agito. Era pronto.
Se qualcuno lo avesse guardato in quel momento – ma nessuno lo fece, perché la strada sulla quale procedeva era deserta – forse avrebbe provato un brivido. La silhouette che si stagliava ferma, immobile, sul limitare della carrozzabile, al margine dei campi, poteva procurare un moto di apprensione; non a tutti, certo, un po’ come gli incubi che si presentano nel dormiveglia: qualcuno beve un sorso d’acqua e si riaddormenta tranquillamente… altri sarebbero pronti a giurare che nell’armadio..
L’Uomo Nero era pronto.

Lontano da lì, in un paese situato a ridosso di una ridente collina – le montagne erano ancora più distanti – due persone lo avrebbero sognato, all’incirca nella fredda ora che precede l’alba. I sogni vennero accolti in modo diverso. Per Luca Barbenni si trattò di un’esperienza esaltante, simile a un viaggio nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa cala. Sta giungendo! Qui, da me! Un urlo silenzioso, non consapevole, non del tutto almeno, scaturito dalle profondità dell’animo, in quegli scuri abissi abitati dall’inconscio, colmi di pulsioni sovente contradditorie, bene e male, desideri inconfessati, ricordi, rimpianti e rimorsi.
Lo sento, lo sento ed è terribile: Paola. Vent’anni, capelli castani tinti di biondo, lunghe gambe slanciate, occhi color del mare, Paola la bella, Paola la buona, Paola e i suoi segreti, alcuni accettabili, altri meno. Le masturbazioni notturne, la mano infilata lì, non le dita: l’intera mano, a sostituire quello che avrebbe desiderato, ma che non intendeva concedersi. C’era tempo, una vita, meglio aspettare, essere sicure, come da insegnamenti materni, proferiti con lunghe occhiate indagatrici, a mezza via fra sospetto e desiderio di crederle. Credere alla brava ragazza cattolica.
Fuori dalla finestra, l’abbaiare di un cane. Non mancava molto al primo suono delle campane, al canto di un gallo, ai consueti rumori di un villaggio che si risveglia. Però, adesso c’era il buio.
Si rigirò nel letto.
Lui arriverà… per me.
Aveva cominciato a sudare, ma non se ne accorse.

L’Uomo Nero riprese il cammino. Nell’aria sentore di vita, di potere, di trionfo.
La meta: il paese di Luca e di Paola. Sotto alla collina. Poi, oltre.
Nelle tasche del giubbotto, opuscoli, fascicoli, stralci di poesie, cartine per confezionare sigarette, e altro che aveva scordato.
E dentro alla mente, desideri che sarebbe riuscito ad appagare; lo stupido passato, le stupide maestre, gli svogliati bidelli, i genitori che nemmeno più ricordava: li avrebbe distrutti, uno a uno. Vero caleidoscopio di emozioni. Sensazioni fulgide, lampi di accecante bellezza. Da togliere il fiato.
Passò accanto a una discarica. Il lezzo proveniente da essa non lo disgustò. Le luci di un’automobile, la macchina, un ferro vecchio mezzo arruginito, gli transitò vicino, accelerando. Il conducente non lo aveva visto; in ogni caso, avrebbe rifiutato un passaggio.
Aveva i piedi alati. Nessuno poteva fermarlo.
Si sarebbe fermato a mangiare qualcosa, al sorgere del sole, magari un rospo.
Notte. Night.
Sogno. Dream.
Sogni che si avverano.
Dreams that si avverano.

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gialloecucina

Intervista a cura di Lady Nadia (seguitela sul Blog Lady Nadia: https://lady74na.wordpress.com)

Oggi ho il piacere di intervistare per Giallo e Cucina la star di Cannes in ambito letterario (non del cinema… certo che no!) Alessandra Bianchi!

Alessandra, sei ormai una veterana di WordPress e ancora prima di Splinder, i tuoi blog annoverano da sempre milioni di visitatori, e hai all’attivo la pubblicazione di 4 libri. Ci fai un velocissimo elenco e ci spieghi come e quanto i blog possano influire sulla carriera di scrittrice?

Milioni… forse un tempo, adesso saranno dieci o dodici. Da sempre non considero i “like” perché per me non significano nulla. Se ti è piaciuto, o se non ti è piaciuto, un post puoi anche scriverlo no? O forse è troppa fatica? Questo solo per puntualizzare che non ricambio mai le visite di chi lascia solamente “like”. Per quanto ne so, potrebbero lasciare 100 like…

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LA NEBBIA DELLA SOPRAVVIVENZA

autunnoIl mare verde e trasparente, il cielo azzurro solcato da poche nubi simili a grandi batuffoli di cotone, la sabbia bianca che quasi scotta i miei piedi.
Voglio vedere i pesci nuotare sotto la superficie dell’acqua. Voglio sentire l’acqua sulla pelle. E poi tornare sulla spiaggia, rosolarmi al sole e guardare pigramente il panorama, mentre una brezza gentile asciuga il mio corpo. Più tardi arriverà Ivana e faremo l’amore. Sarà bello ed eccitante come sempre. Lei è la mia bionda compagna e non mi stanco mai di desiderarla.
Ma non mi basta. Io sogno anche le montagne innevate, grandi sagome lontane che spiccano distintamente in una splendida giornata autunnale. Tappeti di foglie bruciate, l’inconfondibile odore della resina, gli alberi che sussurrano tra loro, raccontandosi fiabe incantate che ricordano un tempo lontano, quando elfi e fate popolavano ancora i boschi. C’è uno spiazzo, in mezzo alle piante, rialzato rispetto al terreno sottostante, quasi una piccola collina dove gli ultimi ciuffi d’erba attendono la pace dell’inverno; da bambino ci venivo con mio nonno, lui fumava la pipa e mi narrava storie meravigliose.
Da qui si vedono i monti dai profili candidi, l’aria è così tersa che sembrano vicini, forse potrei accarezzarli con una mano, sfiorare la soffice distesa innevata, magari costruire un buffo pupazzo.
Mentre rincaso, camminando con calma, la sera incomincia a scendere recando con sé la bruma. Ho sempre amato la nebbia dell’autunno; una volta rientrato, al caldo davanti a un camino acceso, assaporerò il senso di pace che mi infonde. E so già che, trascorsa la notte percorsa dagli ultimi fremiti della natura, ritroverò il sole, e una nuova giornata da inventare.
E rivedrò Ivana. Uno di questi giorni le chiederò di sposarmi. Guarderemo insieme un lago incuneato in una valle verde e ombrosa, e le stelle di notte, e ascolteremo musica, e rideremo di tutto e di niente.
Nella mia immaginazione, adesso osservo un fiume che scorre placidamente in mezzo alla campagna. Lo risalgo a mio piacimento, e lo vedo trasformarsi in ruscello. Arrivo fino alla sorgente, respirando l’aria pura e fresca. Lì, sereno e felice, ascolto il suono del vento, e lascio che il mio pensiero vaghi lungo percorsi indistinti. Mi chino, prendo un piccolo sasso e lo getto nell’acqua. Mi siedo e mi sento parte del mondo. E’ una sensazione talmente bella che i miei occhi si colmano di lacrime.
Solo quando la guardia annuncia che è ora di cena, mi sovviene che dovrò trascorrere altri vent’anni in prigione.

Buon Natale care amiche e cari amici!

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arcobalenoCARRICK – ALEX ALLISTON
Sapeva cosa stava per accadere e accolse la morte con distacco.
La morte non esiste, pensò. Esiste la vita, esistono allegria e sogni, rimorsi e rimpianti; esiste il sole che al tramonto illumina il mare, conferendogli tonalità sorprendenti; esiste il cielo, che può essere azzurro oppure del colore dell’ardesia; esistono inganni e tradimenti, intelligenza e stupidità: ma non la morte, poiché quando si smette di respirare semplicemente non si esiste più, se non nella memoria dei propri cari o di chi, forse per un minuto soltanto, ha attraversato la stessa strada o condiviso un sorriso.
Era un mattino caldo, eppure Carrick provava freddo. Guardò in alto, cercando di scorgere fra le poche nubi che galleggiavano, come grandi batuffoli di cotone, un segno del suo passaggio: era stato simile a un arcobaleno o a una tempesta? O l’una e l’altra cosa? Ripensò a sua madre, ma ora faceva fatica a concentrarsi.
Il dolore aumentò, ma lo lasciò indifferente. Era come se fosse protetto da una corazza, la medesima armatura di cui si era rivestito per affrontare e sconfiggere tutti i suoi nemici. Si chiese se la sua esistenza fosse stata vana, ma era una domanda stupida; ciascuno fa quello che può, opera per il bene o per il male, e i risultati non sempre sono chiari. Forse aveva commesso qualche errore, ma non aveva bisogno di un prete per assolversi: lui si era adoperato per il bene, malgrado a volte i suoi metodi fossero stati discutibili. Si corresse: per la morale dei piccoli uomini, forse, ma non per l’etica superiore, quella che lo aveva spinto a decretare la pena di morte per Jack the Ripper. Era stata la sua più grande impresa e, se solo era vissuto per realizzarla, la sua esistenza aveva trovato un senso pieno e compiuto.
Gli dispiaceva per Alliston. Questa volta avrebbe dovuto cavarsela da solo; ma lui era stato un buon maestro, e forse il giovane Alex qualcosa aveva appreso. In tal caso, se la sarebbe cavata. E comunque non poteva fare di più: il cammino era giunto al termine. Peccato soltanto che non potesse rivedere il mare, le barche dalle vele sgargianti, le onde sospinte dal vento, l’acqua verde e limpida che lambiva la spiaggia.
Stranamente, il suo ultimo pensiero fu per Ginger.
Si rammaricò perché rappresentava il suo unico fallimento.
Poi il sole lo avvolse in una spirale di luce, e Carrick esalò l’ultimo respiro.

PHIL WEIR – UN SOGNO AMERICANO
Avrebbe agito di notte. Abbandonò il valico e ridiscese a valle. Era esausto e la ferita aveva ripreso a tormentarlo.
Devo tener duro! Siamo alla resa dei conti. Camminando per forza d’inerzia, si ritrovò davanti al ruscello che alimentava il tunnel sotterraneo. Si sdraiò per bere. La sete era insostenibile; veniva scosso di continuo da brividi gelati e, al contempo, provava un senso di caldo innaturale. Si assopì, però fu un sonno di breve durata. Riprese la mitragliatrice e si accinse a raggiungere il passaggio segreto, dal quale sarebbe passato per scendere nella Green Valley.
Ma era sfinito. Dopo due passi, stramazzò al suolo.
Odiava la sua debolezza e maledisse ancora una volta Liz.
Con un immenso sforzo di volontà si rialzò, ma, anziché risalire la montagna, seguì barcollando il corso del ruscello. Man mano che scendeva verso valle, si allargava, diventando più impetuoso: calava lungo una pendenza sempre più ripida, infrangendosi infine contro una serie di rocce, turbinando e schiumeggiando, per poi precipitare in un profondo abisso.
Weir osservava affascinato quello spettacolo di incommensurabile bellezza. Era il trionfo della natura, al pari dei boschi, delle foreste, delle grandi distese di verde, dei prati cosparsi dai fiori. Ciò che vedeva era talmente suggestivo che si commosse.
Vorrei che ci fosse Patsy qui con me.
Rivide il suo sorriso radioso, udì nuovamente la sua voce gentile, rammentò le parole che gli aveva detto quando erano stati costretti ad abbandonare la Green Valley. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.
Pianse, ricordando come era morta.
Volse lo sguardo in alto. La montagna spiccava nel cielo terso, il sole splendeva, il mondo era meraviglioso.
“Patsy, ti amo!”
Poi cadde e le acque lo abbracciarono come la più tenera delle amanti.

ALEKSANDR STAVROGIN – MATRIOSKA
Monica lo guardò sgomenta. Non riusciva a credere di aver trovato il coraggio per sparargli a bruciapelo. Si rannicchiò per terra. Adesso sarebbe morta; però si era riscattata: e forse questo contava più della sua vita.
Matrioska torreggiò su di lei, pensando di ucciderla; ma la testa gli turbinava, si reggeva a stento sulle gambe. Comprese che gli restavano solo pochi minuti. Uscì dalla stanza e barcollando scese le scale dell’albergo.
Monica vide la porta sbattere, si sollevò a fatica e gettò la pistola sul pavimento. Le tremavano le mani. Avrebbe dimenticato quel terribile giorno soltanto molti anni dopo, quando, malgrado l’età ormai avanzata, concepì il suo primo e unico figlio.
Aleksandr passò davanti al portiere, che lo guardò sbalordito: un uomo seminudo, grondante sangue; era un’apparizione raccapricciante che lo colmò di terrore. Matrioska attraversò la Croisette, scavalcò la transenna e percorse lentamente tutta la spiaggia, fino alla battigia.
Il motoscafo si stava avvicinando alla riva. Aleksandr non sarebbe mai salito su quel motoscafo.
Il sole si alzò maestoso nel cielo, disegnando arabeschi sulle onde che scintillavano come gioielli. Poco distante dal punto in cui si trovava il russo, qualcuno aveva acceso un fuoco. L’odore del fumo di legna lo riportò indietro nel tempo, quando era ragazzo e andava per boschi con Sonja. Prima di lasciarsi cadere in ginocchio, scrutò l’orizzonte. Quel mare era bello ma non era il suo mare.
Fu colto da un’angoscia indicibile al pensiero che non avrebbe mai più rivisto il suo dragone.
Con uno sforzo possente della mente lo ricreò nell’immaginazione.
E lo vide, come fosse davanti ai suoi occhi:
La barca virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia.
Fu allora che Matrioska sorrise.
Poi finì nell’acqua, a faccia in giù.
E lì giacque, cullato dal suono gentile del Mistral.

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UNA VISITA IMPORTANTE

una-visita-importanteQuando uscì dalla chiesa, Domenico Santarelli scansò con fastidio un mendicante. Il povero vecchio gli aveva chiesto due euro per comprarsi un panino imbottito, erano quasi tre giorni che non mangiava e stava morendo di fame. A Santarelli non interessavano minimamente i problemi degli altri; era un uomo realizzato, molto ricco, e aveva costruito la sua fortuna elargendo prestiti a tassi di interesse elevatissimi. Era duro e senza scrupoli, e alla soglia dei sessant’anni non intendeva modificare la sua linea di condotta, da sempre improntata sull’egoismo.
Sbrigò le ultime pratiche in ufficio, passò dall’agenzia di viaggi per prenotare il capodanno a Montecarlo e rincasò. Quella sera aspettava una visita importante ed era eccitato e compiaciuto. Gli avevano telefonato due giorni prima, informandolo che l’Ordine al Merito del Lavoro e l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, congiuntamente, avevano stabilito di conferirgli un doppio cavalierato. Sarebbe passato da lui un funzionario per rivolgergli qualche domanda, ma solo a titolo di formalità, dato che la decisione era già stata presa. Santarelli pensava che quello era il grande coronamento della sua vita, un’onorificenza che lo avrebbe definitivamente elevato al di sopra della massa: al denaro si sarebbe aggiunto il prestigio.
Il citofono suonò alle otto in punto. “Bene.”, pensò Santarelli. Amava la puntualità. Pochi minuti dopo la cameriera introdusse il suo ospite nello studio. Era un uomo alto, vestito in modo elegante, e di modi raffinati e cortesi. Scuro di capelli, aveva un viso dai lineamenti fini e strani occhi dal colore indefinibile. Si strinsero la mano, e il funzionario si accomodò davanti alla scrivania, dove Santarelli aveva preso posto.
“Mi chiamo Marco Giudice”, esordì il nuovo venuto. “Non le farò perdere troppo tempo, perché immagino che lei debba ancora cenare. Solo alcune domande di prammatica.” Santarelli annuì. Voleva controllare ancora alcuni conti, e perciò era lieto che quell’incontro non si protraesse troppo a lungo. Il signor Giudice tirò fuori da una cartelletta un foglio, inforcò gli occhiali e disse: “Per quanto riguarda il primo cavalierato non ho nulla da chiederle, conosciamo la sua situazione patrimoniale e abbiamo valutato con attenzione il corso della sua carriera. Venendo all’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, vorrei solo sapere se lei ha fatto della benificenza, se ha aiutato delle persone in difficoltà, se ha chiuso un occhio su qualche rata pagata in ritardo; penso di conoscere già le risposte ma, come le avevo anticipato al telefono, questa è da sempre la nostra prassi.”
Santarelli sorrise con aria condiscendente. “Sono un benefattore nato.”, rispose sorridendo fra sé per quell’evidente menzogna.
“Lo immaginavo!”, esclamò Giudice con espressione soddisfatta.
“Ho soccorso moltissime persone in difficoltà.”, proseguì Santarelli, pensando a quante volte aveva rifiutato anche il più piccolo aiuto a gente disperata che aveva pianto davanti a lui. Quelle suppliche, quella mancanza di orgoglio, lo avevano sempre disgustato.
“Bene!”, disse Giudice. “E per le insolvenze?”
“Se fossi un pescecane, oggi sarei molto più ricco.”, rispose Santarelli. “A causa della mia generosità ho perso moltissimi soldi, ma mi creda, ne sono orgoglioso.” Aveva mandato sul lastrico numerose famiglie, ignorando lacrime e preghiere.
Giudice si alzò dalla sedia. “Allora abbiamo finito!”, annunciò giovialmente avviandosi verso la porta. Poi si fermò. “Che sbadato che sono!”, disse, riavvicinandosi alla scrivania. “Dimenticavo due cose. Come avrà notato non ho preso appunti, perché sapevo che non era necessario. Ho già con me gli attestati, le avevo pur detto che si trattava solo di una formalità.” Gli consegnò una busta sigillata. “La seconda cosa… è che questa mattina io ero davanti alla chiesa.”
Si voltò e uscì dallo studio, mormorando un “A presto!”, di cui Santarelli non comprese il senso.
Ma non era importante. Aprì la busta con impazienza. Mentre estraeva la lettera, capì all’improvviso il motivo per cui aveva trovato strani gli occhi di Giudice. Uno era verde, l’altro marrone. Ripensò a quella curiosa frase: “Questa mattina io ero davanti alla chiesa”. Scrollò le spalle e incominciò a leggere.
Subito sbiancò in viso.
La missiva diceva: “Sono lieto di annunciarle che lei morirà questa notte. La aspetto.”
Al posto della firma c’era una sigla.
Lcf

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