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Archive for maggio 2015

RAGE 47

SarahMonica Squire lesse di malavoglia il dossier. Era dell’FBI. Che mi importa?, si disse. Giunta in fondo al documento, prese un lapis rosso e scrisse una breve nota: continuate le indagini e quando avrete prove certe provvedete agli arresti. Un’attenzione particolare va riservata all’uomo che si è intascato dieci milioni di dollari per organizzare i mondiali di calcio in Sudafrica. Chiuse il fascicolo e chiamò il segretario personale. “A Quantico.” Sorrise con un certo sforzo e, porgendogli il documento, aggiunse: “Senza eccessiva fretta.”
A titolo di cronaca, le indagini si sarebbero protratte per altri due anni; poi, sarebbero scattate le manette con grande disappunto di Vladimir Putin, che avrebbe protestato per l’ingerenza americana, fuori dai confini degli Stati Uniti.
Rimasta sola, Monica si alzò dalla Resolute desk, andò a sedersi su uno dei due divani, fissò lo sguardo sulla finestra e si immerse nei propri pensieri. Nel giardino sbocciavano sempre più numerosi i fiori e l’erba era verde e soffice, sotto il sole splendente della nuova primavera.
Al momento, la corruzione della Fifa era l’ultima delle sue preoccupazioni. Il ricatto di Ibrahim al-Ja’bari sembrava nato negli abissi più insondabili della perfidia umana, era il parto di una mente folle e malvagia; quando aveva appreso la notizia, il primo ministro britannico aveva balbettato qualcosa al telefono, chiaramente sconvolto, e le rassicurazioni di Monica erano valse a ben poco.
Non per la prima volta, lei lo aveva comunque invidiato: nel Regno Unito chi vinceva le elezioni, anche con un esilissimo margine, si prendeva tutto e poteva governare senza i paletti presenti negli Stati Uniti. Le riforme che Squire stava cercando di portare avanti venivano accolte con scetticismo perfino dai democratici e presto – non si illudeva – si sarebbe trovata a fronteggiare una maggioranza repubblicana.
Sospirò e si concentrò nuovamente sul messaggio di al-Ja’bari.
Non aveva cambiato idea. Sarebbe andata nel luogo da lui indicato, si sarebbe inginocchiata, avrebbe chiesto perdono… e poi lo avrebbe ucciso. A questo punto, un processo non aveva più senso: da una parte stavano la legalità democratica, l’etica; ma da quell’altra, la vita di migliaia di cittadini inglesi.
Ne ho passate tante quando lavoravo per Langley: sono stata torturata – rabbrividì al ricordo del waterboarding -, picchiata, e di recente addirittura sodomizzata; ma ho anche ucciso. Ne sono capace, e sono pronta a rifarlo. Ho ammazzato Matrioska, il più grande agente del KGB di tutti i tempi, e risparmiato per pietà quel lurido Pomarev, però quando era già fuori combattimento, alla mia mercé. Ibrahim non può essere più forte di loro.
Scacciò l’immagine di John, trattenendo le lacrime. Una lotta interiore che si ripeteva varie volte al giorno, dalla quale non sempre ne usciva vincente.
Le parve di udire le parole pronunciate da Yarbes, in occasione del funerale di Lodge, l’agente che aveva condiviso con lei la missione in Afghanistan, eliminato sulla soglia di casa proprio da Matrioska: “Coltiva il tuo dolore, come fosse una rosa, lascialo crescere, finché si trasformerà in rabbia. A quel punto, sarai pronta.”
Sono pronta!
Era necessario studiare un piano, e al più presto.
Guardò per qualche momento la bandiera stelle e strisce che tanto amava, quindi tornò alla scrivania e convocò due persone. Milton Brubeck e Brian Stevens. FBI e CIA.

Il guerrigliero munito di Stinger avanzò con una certa fatica, a causa del peso dell’arma e del caldo soffocante. Quando fu a dieci metri da Sarah, le indicò con un gesto di alzare le mani. L’israeliana obbedì, imitata dagli altri, e lasciò cadere il mitra. Fece di più: si prostrò, invocando clemenza in nome di Allah. Lucie Blanchard le lanciò un’occhiata, da cui trapelavano, in pari misura, stupore e disprezzo.
“Non bestemmiare, cagna infedele!”, replicò in arabo il fondamentalista. “E alzati. Dobbiamo andare dal figlio del deserto.”
Sarah si sollevò lentamente da terra, con la braccia alzate e le palme rivolte al cielo. Mosse un passo in direzione dell’uomo, che le intimò di fermarsi. “Va bene.”, disse lei, muovendo un secondo passo. Il guerrigliero le puntò addosso lo Stinger… e Sarah scattò. Piroettò su stessa, come una ballerina, e con un balzo lo raggiunse. Gli sferrò un violento calcio all’inguine. Se Lucie Blanchard aveva delle gambe forti e atletiche, quelle di Sarah, sebbene fossero slanciate, erano estremamente potenti, al livello di un giocatore di calcio in perfetta forma fisica. D’altro canto, le desert boots non sono esattamente mocassini di Gucci.
Lo Stinger cadde. Una frazione di secondo dopo, Sarah lo colpì ancora, in pieno ventre, e mentre quello si chinava per il dolore lo centrò al volto con un preciso diretto destro. L’uomo barcollò, quindi stramazzò, esanime.
Ciò che accadde in seguito riempì Lucie di disgusto e di orrore. Sarah tirò fuori un pugnale dalla lama acuminata, si chinò sui talloni e gli tagliò la gola.
“Non era necessario!”, protestò l’archeologa.
“E’ la legge del Mossad.”, ribatté con calma l’istraeliana. “Chi attenta alla nostra vita deve morire, e lui ha ucciso una mia cara amica.” Poi guardò in alto. “Presto tramonterà il sole. E allora noi agiremo.” Si rivolse ai due neri. “Andate a vedere se ci sono ancora dei Kalashnikov funzionanti e controllate le munizioni.”
Mentre Danny e Max si avviavano, Blanchard non manifestò il benché minimo entusiasmo. “Prima avevi detto che lì dentro” – le indicò la tetra fortezza – “potrebbero esserci anche trenta uomini.”
Sarah annuì. “E’ vero, ma noi siamo in quaranta.”
Lucie la scrutò, perlessa.
“Antica strategia che risale ai tempi della Bibbia. C’è molto da imparare da quel grande libro.” Sarah non aggiunse che era una credente piuttosto tiepida e che il suo concetto di religiosità era alquanto personale, né che non amava gli ortodossi con le loro barbe e i loro kippah.
Dato che non otteneva una spiegazione, Lucie si strinse nelle spalle.
“Da qualche parte hanno un Hind.”, osservò in tono cupo.
Sarah puntò un dito sullo Stinger. “A cosa credi che servano questi giocattoli?”
“Non ci avevo pensato.”, ammise l’archeologa.
“Io mi trovo bene con il mio mitra. Sei in grado di portarlo?”
Lucie Blanchard la guardò con una luce di sfida negli occhi. “Puoi scommetterci.”

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IL RITORNO DEL RE

Mr. Mercedes

Quando scrivo spy-stories non leggo libri di spionaggio per non farmi influenzare, però leggo perché non posso farne a meno (di norma, una cinquantina di libri all’anno). Qualche giorno fa una mia carissima amica mi ha regalato “Mr. Mercedes” di Stephen King. Naturalmente l’ho ringraziata (a caval donato non si guarda in bocca), anche se ho storto un po’ il naso. Io adoravo Stephen King, in seguito l’ho soltanto amato, poi ho provato un tiepido affetto, poi una leggera avversione, e infine la sua presenza ha significato solamente noia. Lo trovavo verboso (trenta pagine per descrivere il tragitto di un uomo dal tavolo della cucina alla finestra), insopportabile, vanaglorioso nella sua prolissità; per farla breve: tedioso al massimo. Di conseguenza, non ho più acquistato i suoi romanzi.
Ma… forse perché è tornato alle vecchie abitudini (peraltro, dannose per la salute, tuttavia evidentemente fonte di ispirazione), forse a causa di un approfondito esame di coscienza o chissà per quali altre ragioni, questa volta ha scritto un libro eccezionale, almeno a mio modesto giudizio.
Mr. Mercedes è scorrevole! Io l’ho letteralmente divorato: la suspense regna sovrana e, in particolare, le ultime cento pagine sono avvincenti al punto da non potersi fermare. Mi stavo perfino dimenticando della nuova puntata di Rage.
Certo, è sufficiente sfogliare a caso il libro e soffermarsi su un qualsiasi paragrafo per riconoscere subito lo stile di King (ciò vale per molti autori, e comunque non c’è nulla di male), ma con una differenza sostanziale: il linguaggio immediato, la rinuncia ai troppi particolari superflui.
Qui non parlerò della trama; dirò solo che non è un horror, bensì un giallo-thriller, probabilmente più un thriller, dato che il colpevole è svelato fin dall’inizio. Come sempre, la caratterizzazione dei personaggi – il suo punto di forza – e i dialoghi risultano perfetti, però sono scomparse le lungaggini; il clima è teso, il climax vibrante. I due protagonisti principali sono un detective in pensione dotato di un cervello ancora affilato, William Hodges, e uno psicopatico, descritto in modo sublime, Brady, ovvero Mr. Mercedes, la cui follia e i motivi che l’hanno determinata vengono esplorati a fondo, con sapienza. Le figure femminili, ciascuna con vari problemi alle spalle, hanno ampio spazio e spessore.
Nel libro non mancano momenti duri, truci, amari. Ma senza compiacimenti: sono funzionali alla storia.
Non aggiungo altro se non – per chi lo desidera – un augurio di buona lettura.
E un fervido ringraziamento alla mia amica… senza più storcere il naso 🙂

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RAGE 46

hammadaAdesso Lucie Blanchard poteva vedere a occhio nudo i guerriglieri che venivano avanti correndo, armati di Kalashnikov. Calcolò che fossero circa una ventina; troppi, come aveva detto l’israeliana. Un’idea le balenò nella mente: se si fossero mossi rapidamente, arrivando alla fortezza prima di essere raggiunti, poi l’avrebbero presa d’assalto e, una volta conquistata, si sarebbero difesi da lì.
Espose il suo progetto. Sarah Gabai la ascoltò, quindi scosse la testa. “Voi avete individuato tre o quattro persone, ma chi ci dice che all’interno non ve ne siano altre? Magari dieci o quindici. Finiremmo intrappolati fra due fuochi.” All’improvviso le si illuminò il volto.
Nel cielo era comparsa la sagoma di un elicottero Apache.
Lucie le porse la mano per un “cinque”. Evidentemente, anche a Tel Aviv sapevano cos’era.

L’aspetto è anonimo, simile a quello di migliaia di persone che in genere passano inosservate. E’ solo lievemente sovrappeso, a causa delle troppe salsicce, delle quattro uova al burro quotidiane e degli innumerevoli boccali di birra che ingurgita avidamente, quando non si trova dall’altra parte del mondo. Da giovane, riflette, era più magro; ma allora c’era Muireann. Decide di non pensarci, è meglio.
Appollaiato su uno sgabello, davanti al suo strumento magico, guarda con curiosità Ibrahim al-Ja’bari. Un pazzo, aveva pensato. Ora si corregge: “forse” un pazzo, ma di quelli geniali. Tipo Hitler. Per scacciare dalla mente il ricordo di Muireann – perché, si chiede, i ricordi arrivano anche se non richiesti? – passa in esame le sue mosse. Come sempre, dato che ama la matematica, procede per ordine, affidandosi ai numeri. Lo fa pure quando parla.
Numero uno: ha sventato l’attacco della Delta Force. E’ sicuro che Monica Squire obbedirà, sebbene ne sia un po’ dispiaciuto. Mentre, sotto dettatura, scriveva il messaggio, dentro di sé vedeva Piccadilly Circus avvolta dalle fiamme dell’inferno; ovunque corpi dilaniati e lassù, in cielo, l’immagine di un fungo velenoso che nessun vento sarebbe riuscito a disperdere, se non dopo giorni e giorni. Bastardi inglesi! Muireann ne sarebbe stata contenta. Muireann che cantava Zombie a squarciagola, le guance arrossate per l’emozione, gli occhi blu indaco scintillanti di collera e di amore e i capelli color dell’autunno mossi dal vento.
Comunque, non ha dimenticato la promessa: qualcosa di grosso a Londra.
Numero due: l’israeliana è finita. Ibrahim ha piazzato in anticipo le sue pedine. La fortezza è circondata da ogni lato. Malgrado siano delle scimmie, i guerriglieri hanno il vantaggio della conoscenza del territorio, e poi sono tanti.
Numero tre: i russi…
Il fondamentalista islamico interrompe il corso di quei pensieri. “Prepariamo un’altra letterina.”, dice.
Daigh, il Mago, annuisce.

Il trentaquattro per cento dell’esercito israeliano, composto da 186.500 effettivi, cui in caso di guerra si aggiungono 445.000 riservisti, è composto da donne; le stesse proporzioni, grosso modo, valgono per il Mossad. A bordo del Boeing AH-64 Apache, una di esse, Esther Berkowitz, seduta davanti al posto del copilota mitragliere, che in precedenza era stato occupato da Sarah, scrutò con attenzione gli uomini che correvano nel deserto, sotto di lei. Ne stimò il numero, ignorando i sensori del sistema TADS/PNVS, poiché al momento inutili, quindi corresse lievemente la rotta, inserì il pilota automatico, si sistemò bene sul seggiolino in kevlar, azionando il cannone da 30 mm, provvisto di una gittata di quattromila metri e capace di esplodere seicento colpi al minuto. Regolò il tiro e fece fuoco.
Il risultato fu una strage. I guerriglieri vennero falciati come spighe di grano.
Tutti, tranne uno, che si era solo buttato per terra. Un vecchio trucco, sempre utile: fingersi morto.
Poco distanti da lì, Sarah e Lucie si scambiarono un altro “cinque”.
Esther Berkowitz fece un giro di ispezione, sorvolando a bassa quota il luogo del massacro.
Con la coda dell’occhio notò che un fondamentalista si stava rialzando, poi vide che imbracciava uno Stinger, invece del consueto Kalashnikov che non avrebbe nemmeno scalfito la corrazzatura del velivolo, e lo puntava contro l’elicottero. In linea teorica, lo Stinger era l’arma adatta. Ma soltanto in linea teorica. Accomodati pure, sogghignò Esther. Sapeva benissimo che gli Stinger sono programmati in modo da non poter sparare a un apparecchio di fabbricazione americana. Con un sorriso di trionfo, inquadrò il bersaglio.
Però,  ignorava un particolare.
il Mago aveva lavorato su quello Stinger, modificandone la memoria e annullando l’input.
L’uomo prese la mira e sparò.
Un istante dopo l’Apache esplose.

Grazie alla vendita di armi, di aerei e di elicotteri, per la Russia il Sudan era un territorio aperto, e Miloslav Pomarev, Danil Volkov e Martin Yarbes atterrarono senza problemi, trovando una jeep che li aspettava. Il serbatoio era pieno e vi erano taniche di riserva in abbondanza, oltre a viveri e a borracce. Si diressero subito verso l’Egitto.
Passare il confine era facile come bere un bicchier d’acqua, a patto di conoscere i luoghi adatti, e loro li conoscevano.
Imboccarono una strada sterrata che più avanti diventò una pista quasi impraticabile. Volkov guidava, mentre Pomarev consultava una cartina geografica non eccessivamente precisa. Yarbes contemplava il panorama circostante; nel frattempo rifletteva. Non era il tipo d’uomo da indulgere troppo ai rimpianti (il termine “rimorso” per lui non esisteva), ciò nonostante si sorprese a pensare a Monica e al loro amore finito. Tutto sommato, la prospettiva di andare a vivere in mezzo a un bosco non gli sembrava più irresistibile, posto che in passato lo fosse stata. Un tempo sarebbe potuto essere il suo destino, ma quel tempo era finito da un pezzo. Invece di dare la caccia ai bracconieri, aveva trascorso gran parte della sua esistenza a cacciare e uccidere spie.
Vedremo, si disse. Finiamo questo lavoro, poi… chissà.
Un francolino azzurro li stava osservando dal ramo di un albero rinsecchito. Non giudicandolo uno spettacolo interessante, tornò a badare ai fatti propri.
Martin guardò Pomarev. E’ anche possibile che lui riesca ad ammazzarmi. Di sicuro, lo desidera.
E in questo siamo pari.

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RAGE 45

Monica SquireIn volo verso Fort Bragg
La Delta Force è un corpo speciale principalmente impegnato nella lotta al terrorismo. Ha il proprio quartier generale a Fort Bragg, nella Carolina del Nord. E’ composta da tre squadroni, A, B e C. Ogni squadrone, a sua volta, è suddiviso in tre plotoni. Ciascun plotone è formato da cinque squadre. Contrariamente ai dettami di molte leggi internazionali, i suoi membri utilizzano armi modificate (ed estremamente letali), fra le quali il lanciagranate M203 e la pistola mitragliatrice HK MP5.
il grado di preparazione e di efficienza degli uomini che ne fanno parte è paragonabile a quello dei membri del SAS britannico e di quei russi che hanno sostenuto l’addestramento Spetsnaz.
Chi porta sulla manica sinistra la spada su fondo rosso non conosce la parola “scrupoli”, conosce soltanto lo scopo di ogni operazione e, a dispetto della convenzione di Ginevra, non esita ad applicare qualsiasi mezzo, lecito o illecito, che porti al compimento della missione assegnata.
Se Mao Tse-tung sosteneva che “la rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità”, lo stesso concetto può essere applicato alla filosofia della Delta Force.
Jim Patterson non amava i politici, sempre pronti a intralciarlo e a mettere inutili paletti: nonostante provenisse dalla CIA, Monica Squire non faceva eccezione. La Collins lo aveva piacevolmente sorpreso, cambiando idea e appoggiando la sua proposta. Era la soluzione migliore. Brava ragazza!
Mentre, a bordo di un aereo speciale, occupava il tempo del volo che lo avrebbe condotto a Fort Bragg, preparando mentalmente un primo abbozzo di piano, più che certo della sua riuscita, accadde un fatto imprevedibile e assolutamente imprevisto.

Washington
Monica pranzò da sola, dopo aver ignorato Margaret Collins, con la quale spesso divideva i pasti. Si era sentita tradita dal suo voto. Il pranzo fu leggero: un’insalata, pollo freddo e Diet Coke; ciò nonostante le andò ugualmente di traverso, quando Bill Kline le recapitò personalmente la trascrizione di una e-mail top segret, a lei indirizzata. Soltanto Kline, oltre a un tecnico di provata riservatezza, l’aveva già letta.
Il testo, scritto in un inglese corretto, diceva:
al presidente degli stati uniti (in minuscolo), qualora – come ho appreso da fonte certa – la Delta Force o qualsiasi altra organizzazione a delinquere facente capo a lei dovesse intraprendere un’azione criminale rivolta alla mia persona, un ordigno nucleare esploderà nel centro della città di Londra, rendendola responsabile della morte di migliaia di cittadini britannici. Per evitare tale spargimento di sangue, non solo lei bloccherà gli infedeli che agiscono al suo servizio, ma, a tempo debito e in un luogo che sarà comunicato in seguito, si incontrerà con me per invocare il perdono di Allah, inginocchiandosi e baciando la terra, in segno di umiliazione. Verrà fotografata e quell’immagine apparirà su tutti i giornali del mondo, per volere di Allah il Misericordioso. Allah ordina di combattere e uccidere i nemici, di bagnarsi nel loro sangue, di violare le leggi qualora essi lo facciano; ma se abbandonano l’errore di perdonarli.
Ibrahim al-Ja’bari
Monica sbiancò in faccia.
Kline la fissava cupamente.
“E’ diabolico!”, sbottò il capo dell’NRO. “Qui in America non potrebbero riuscirci, però a Londra… Dobbiamo eliminarlo al più presto!”
“Ma davvero può avere una bomba atomica?”, gli domandò Squire.
Kline annuì, torvo in volto. “Sì.”, rispose. “Esistono due possibilità. La prima, che l’abbia acquistata in uno degli Stati che un tempo appartenevano all’Unione Sovietica; la seconda, forse più realistica, che venga costruita in loco. Con i materiali necessari – nemmeno tanti – con un esperto e dieci ore di lavoro, ma anche meno, ciò è fattibile. Ci sono certi romanzi che dovrebbero essere vietati: ne lessi uno che descriveva per filo e per segno il modo più semplice per assemblare la dannata bomba; evidentemente non sono stato l’unico ad acquistarlo. Un po’ di galera gli farebbe bene. Un’italiana decisamente idiota in un libro ha spiegato varie tecniche per uccidere a mani nude oppure mediante I.M. La ficcherei dentro per dieci anni.”
Monica aveva smesso di ascoltarlo.
“Non potrebbe essere un bluff?”
“Potrebbe, anche se non lo credo e proprio per il fatto che ha nominato Londra, invece di Washington, New York o Los Angeles. Con un peschereggio sarebbe possibile attraccare in qualche punto isolato della costa all’insaputa di tutti, con una bomba o, come ho già detto, con un disco di plutonio e altri ingredienti necessari a fabbricare l’ordigno in questione.”
“D’altronde, riguardo a John non bluffava.”, commentò Monica a denti stretti, lottando per trattenere le lacrime.
Rimase a lungo in silenzio, cercando una soluzione che non riuscì a trovare. Ordinò una caraffa di caffè, lo offrì a Kline e ne bevve due tazze, senza quasi avvertire il sapore della bevanda. Poi continuò a riflettere.
“Non possiamo rischiare.”, dichiarò infine. “Nel centro di Londra, anche un piccolo ordigno nucleare tattico porterebbe alla morte di cinquantamila persone, come minimo. Gli inglesi sono i nostri più fedeli alleati: io devo annullare il raid della Delta Force e piegarmi. Questo, tuttavia, non significa che andrò a inginocchiarmi. O, meglio, lo farò; ma in quell’occasione prepareremo una trappola. E allora sarà la sua fine.”
Kline allentò il nodo della cravatta e la guardò, dubbioso. “Io penso…”
“Blocchi immediatamente Patterson!”, lo interruppe Monica. “E’ un ordine. E disponga che in qualche modo Ibrahim al-Ja’bari ne venga informato.”
Dopo un istante aggiunse: “E mi metta in comunicazione con il primo ministro della Gran Bretagna. Subito!”
Al diavolo il comitato Rage!, si disse. D’ora in avanti sarò io a decidere. Il popolo americano mi ha votata e mi paga per questo.

Alto Egitto
Sarah Gabai poteva anche farsi prendere di sorpresa da un’archeologa, ma quella sconfitta tutto sommato fortuita non escludeva che dei quattro fosse lei la più forte e la più preparata.
Infatti, fu l’israeliana a lanciare l’allarme. Senza che nulla lo lasciasse presagire, avvertì un pericolo. L’istinto le suggerì di distogliere l’attenzione dalla fortezza per osservare il panorama alle sue spalle. “Stanno arrivando.”, mormorò, toccando una spalla di Lucie Blanchard. “Da dietro.”
“Quanti sono?”
Sarah ripose il binocolo e si asciugò la fronte. “Troppi.”
Lucie svegliò i due neri. Il caldo era spaventoso: sembrava di essere in una fornace. Mancava ancora un’ora al tramonto, quando con la subitaneità del deserto la temperatura si sarebbe abbassata di parecchi gradi. Il sole era accecante.
Lucie, Danni e Max si rimisero al giudizio dell’agente del Mossad. “E noi cosa facciamo?”
Sarah si frugò in una tasca della mimetica e prese una trasmittente. Parlò in fretta. “Cinque minuti”, annunciò, “e il mio elicottero sarà qui”.
“E se ci raggiungono prima?”, chiese Max.
L’israeliana scrollò le spalle. “Allora combatteremo.”
“E se dovessimo perdere?”
“Ci taglieranno la testa.”

Mosca
Sebbene rispettasse Putin, che considerava molto più intelligente dei suoi predecessori, Miloslav Pomarev rimpiangeva i tempi andati. L’Unione Sovietica era stato il Paese perfetto. C’era un buon lavoro per tutti, una casa, benché piccola; c’erano ordine e disciplina. A differenza degli americani, i cittadini possedevano istruzione e senso civico. Non esistevano falsi miti, propaganda insensata, sprechi, capricci frutto di vanità; il popolo non gettava via denaro per comprare automobili e benzina: beni superflui. L’Armata Rossa era l’esercito più potente del mondo e ogni giorno venivano forgiate nuove armi. Gli stabilimenti producevano carri armati, missili, testate nucleari. Rivolse uno sguardo malevolo a Yarbes. Lui e quella sua moglie avevano contribuito a far fallire il golpe; poi era arrivato l’ubriacone. Adesso sperava fortemente che Vladimir Putin si riprendesse almeno l’Ucraina, che apparteneva da sempre ai padroni russi.
Aveva una sola consolazione. Stava combattendo contro una razza inferiore. Gli arabi! Al pari dei negri erano soltanto bestie, servi.
Fu distolto da tali considerazioni quando squillò il telefono.
Era ora di agire.

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Curvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai del tutto fradicie, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripeté, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare; mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.

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RAGE 44

Lucie BlanchardWashington
In tutti i centri di potere, indipendentemente dall’importanza che rivestono e dal grado di influenza che sono in grado di esercitare, il concetto di lavoro d’equipe è assai diffuso per volere di chi ne è a capo, ma nella realtà dei fatti spesso non corrisponde al quadro che si vorrebbe offrire all’opinione pubblica.
Le divergenze possono essere attribuite soprattutto a due fattori: antipatie personali, il più delle volte nate da antichi e mai sopiti rancori, e la pura e semplice lotta per la supremazia. Questo vale anche, e principalmente, per i governi e le strutture che lavorano per essi. In Italia, DC di destra e DC di sinistra erano in pratica due partiti diversi, che si fondevano solamente in vista delle elezioni; nell’ex Unione Sovietica, il Politburo era dilaniato da violente lotte intestine; perfino in Gran Bretagna i laburisti avevano due anime distinte; e un anno e mezzo dopo lo stesso concetto sarebbe valso per il PD di Matteo Renzi. Tali contrasti non hanno peso soltanto nel caso di una leadership assoluta: Vladimir Putin ne è un chiaro esempio.
Naturalmente la politica non è geometria, perciò una ragione può intersecarsi con un’altra. Un terzo elemento, infatti, è dato dalla divergenze di idee che contemplano una visione diversa del cosiddetto bene comune. Negli Stati Uniti un senatore democratico del sud è sicuramente più vicino alle posizioni di un repubblicano che non a quelle del suo partito; al nord la situazione è differente. Vi è infine una questione morale. Una “colomba” del governo in carica di norma prova un sentimento di distacco – se non di disprezzo – nei confronti di organizzazioni, quali ad esempio la CIA, a causa di azioni giudicate prive di senso etico. Un “falco” ragiona in tutt’altro modo. I risultati, prima di tutto.
L’insorgere di una grave crisi generalmente può compattare un gruppo di potere, però entro certi limiti.
Quando Bill Kline dell’NRO riagganciò e tornò a sedersi con aria trionfante, gli occhi di tutti erano puntati su di lui. “Abbiamo individuato Ibrahim.”, dichiarò. “E questa volta senza possibilità di errore. Si nasconde in una vecchia fortezza nei pressi del confine tra Egitto e Sudan.”
Si udì un sospiro di sollievo collettivo; ma quando Jim Patterson della Delta Force annunciò freddamente quello che avrebbe fatto: escludere cattura e processo pubblico, in quanto troppo pericolosi, e agire come con bin Laden, i volti di alcuni dei presenti si oscurarono.
Il Segretario di Stato prese la parola per invitare alla prudenza. Era necessario – sostenne – mettersi in contatto con gli egiziani, prima di intraprendere qualsiasi iniziativa. Il ministro del Tesoro annuì. Milton Brubeck e Brian Stevens scossero la testa.
“Propongo una votazione.”, suggerì il responsabile del National Security Council.
Lungo il tavolo, gli sguardi dei membri del comitato Rage si rivolsero a Monica Squire.
Lei sfogliò gli incartamenti che aveva esaminato all’inizio della riunione, senza peraltro prestargli la minima attenzione; quindì osservò gli uomini e l’unica donna che aspettavano in silenzio. Era combattuta. Si era opposta a un bombardamento indiscriminato. Ora si parlava di un raid che approvava. Ma… uccidere, privando le vittime di un processo equo… Da un lato, voleva la morte del mostro che aveva posto fine alla vita di suo figlio, e la desiderava ardentemente; da quell’altro, si rendeva conto che non sarebbe stata un’azione legale. Andava contro i suoi principi. Non dubitava che il fondamentalista sarebbe stato condannato alla pena capitale, però non così. Non era questo lo spirito dell’America, esattamente come non lo era stato quando bin Laden era stato giustiziato a sangue freddo.
Si immerse nei propri pensieri, mentre il tempo passava, consapevole della grave decisione che, in qualità di Presidente, avrebbe dovuto prendere, quale che fosse.
E infine parlò. Con voce ferma, disse: “Bene. Si proceda alla votazione.”
Quelle parole furono accolte da mormorii di sorpresa.
Monica li ignorò. Frugò in una tasca, prese un pacchetto di sigarette e se ne accese una, suscitando un certo stupore.
“Chi è a favore del piano di Jim Patterson?”, domandò.
Contò le mani che si alzavano.
“E chi appoggia non già la proposta del ministro degli Esteri, bensì la mia: cattura e trasferimento immediato negli Stati Uniti, dove Ibrahim al-Ja’bari verrà sottoposto a regolare processo?”
“A Washington non c’è la pena di morte!”, protestò il direttore dell’FBI.
“Ma nel Nevada, sì.”, ribatté Monica.
Altre mani si alzarono. Qualcuno si astenne.
Monica Squire contò nuovamente i voti.
“Parità.”, disse. “E invece occorre decidere. Riproviamo, signori.”
A questo punto ordinò caffè e spremute. “E’ una decisione importante. Vi prego di riflettere.”
Rifletterono. (Per la verità, Patterson si limitò a giocherellare con una matita).
Al termine della seconda consultazione, il voto decisivo risultò essere quello di Margaret Collins.
Era stata la sola a cambiare idea.

Alto Egitto
Il Mago si mise immediatamente all’opera. Tirò fuori da una borsa il suo strumento e lo posò su un ripiano. Lo aveva battezzato William Wallace. Da una sacca estrasse vari congegni.
A differenza di Henry, Daigh non lavorava per soldi e non aveva mai accettato un solo dollaro da Ibrahim. I patti erano che più avanti sarebbe successo qualcosa di grosso a Londra; questa era l’unica ricompensa che gli interessava.
Daigh tagliò il filo dell’antenna del dispositivo di rete wireless e lo saldò in senso inverso. Con calma sistemò il rame della schermatura esterna, da dove sarebbe giunto il segnale. Rimosse i conduttori in modo da separarli, quindi si dedicò ai cavi per la parabola e assemblò l’antenna satellitare e i cavi, positivo su positivo e negativo su negativo. Infine, accese William Wallace e si connesse a un satellite commerciale, indirizzando poi il segnale in tre precise direzioni.
Il “Diario Segreto” di una bambina è un quaderno dalla copertina rigida, sulla quale sono raffigurati cani, gatti o cavalli, e che è provvisto di un piccolo lucchetto con chiave estraibile annessa. Questo prezioso scrigno che custodisce segreti e sogni negati agli adulti probabilmente è più sicuro di un computer, per quanto sofisticato e protetto esso sia. Naturalmente a patto di trovarsi in presenza di un cracker o di un hacker, anche se – anni fa – un bimbo “entrò” senza problemi nel computer del Pentagono.
Il Mago sapeva dove cercare, poiché lo aveva già fatto molte volte in precedenza.
Due ore più tardi interruppe la lettura del Corano di Ibrahim al-Ja’bari.
“Uno.”, disse. “Monica Squire è viva. E presto riceveremo una visita dalla Delta Force.”
Il fondamentalista lo fissò, impassibile.
“Due.”, proseguì Daigh. “I russi non dispongono della tecnologia americana, però riescono a spiare le loro mosse. Questione di ore e sapranno dove ci troviamo. Sembra che Putin abbia intrapreso una gara di velocità con loro e intenda arrivare primo. Ne ignoro i motivi.”
Ibrahim annuì. Lui li conosceva.
“Tre.”, concluse il Mago. “Il Mossad è già qui. Dato che siamo in pochi, hanno mandato una sola agente, a quanto pare molto considerata.”
“Qui?”, gli domandò Ibrahim.
“Sì.”, confermò Daigh. “Si muoverà dopo il tramonto.”
Ibrahim al-Ja’bari depose il Corano e andò alla finestra. La luce del sole era abbacinante e il deserto sembrava un mare di fuoco; le spesse mura della fortezza però proteggevano dal calore insostenibile e più tardi, insieme all’oscurità, la temperatura sarebbe calata e sarebbe sopraggiunto il freddo. Ibrahim si voltò e scrutò il volto dell’irlandese. Il fondamentalista islamico non tradiva la benché minima emozione.
“Allora, la cattureremo prima.”
“E… per il resto?”
Lo sguardo di Ibrahim si fece sprezzante.
“Allah è con me.”
E’ un pazzo, pensò Daigh. Ma a me sta bene.

“Sei un’araba?”
“Non dire sciocchezze!”, esclamò Sarah Gabai. “Sono israeliana.” Si guardò attorno, abbassò il mitra e indicò i due neri che nel frattempo si erano svegliati. “Loro potrebbero forse essere utili. Tu certamente no.” Ridacchiò. “E’ meglio che pensi ai tuoi studi.”
“Hai ragione.”, mormorò Lucie Blanchard.
Si stese sulla sabbia, e un istante dopo le sue gambe scattarono formando una micidiale forbice, che cinse l’agente del Mossad alla vita. A Sarah mancò il respiro. Era stata colta completamente alla sprovvista. Tentò di liberarsi da quella tenaglia, ma invano. Finì a terra, in preda a un dolore lancinante.
“Ti arrendi?”
Sarah strinse i denti.
Lucie incrementò la stretta.
“Va bene!”
“Anche le archeologhe sanno battersi, sai?”, disse Lucie ritraendo le gambe. “Sono cintura nera di judo.”
Malgrado fosse ancora sofferente, Sarah le rivolse un sorriso. “Ho imparato qualcosa di nuovo riguardo all’archeologia. Ok, sei dei nostri!”

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GRAZIE, CRIS

Ringrazio crisnelpaesedeilibri per la nomina al Liebster Award 2015 🙂 Sebbene di norma non sia mia abitudine, procedo a rispondere alle domande poste da lei e questo per un motivo: perché, pur non avendomi mai commentata, evidentemente legge ciò che scrivo.
1) Avete l’abitudine di leggere più volte un romanzo? Se si quale romanzo è stato oggetto di questa psicosi?
AB Certamente sì! Il record spetta al “Signore degi Anelli” di J.R.R. Tolkien.
2) Dovete regalare un libro sapendo che colui o colei che lo riceverà ama il genere drammatico, qual è la vostra scelta?
AB “Delitto e Castigo” di Dostoevskij.
3) Leggi perché…..?
AB Perché quando leggo mi sento bene e poi perché è un’alternativa al mondo triste e pieno di problemi di oggi (risposta copiata: mi piace).
4) Come appuntate i brani dei libri che più vi piacciono?
AB Ehm… non capisco.
5) Kindle mania? Lo avete? Se si, avete registrato un aumento del numero di letture?
AB Assolutamente no! Niente può sostituire un libro.
6) Programmazione dei post: quanto è importante per un blogger?
AB Molto perché quando mi appassiono ad un blog lo seguo sempre (risposta copiata).
7) Quale particolare ti affascina più delle librerie?
AB Tutto. L’atmosfera, la magia, i libri…
8) Avete a disposizione un coupon di 50 euro: per quali romanzi opteresti?
AB Quelli che ho perso di Forsyth e di le Carré.
9) Quale libro consiglieresti al tuo peggior nemico?
AB Licia Troisi: opera omnia.
10) Hai 2 minuti per convincere una persona che leggere è vita. Cosa le diresti?
AB Se non ci è già arrivata, mission impossible.
Non nomino nessuno poiché è difficile stilare classifiche tra blog di poesie, di racconti, di romanzi, di fotografia, di buone ricette, di riflessioni e di attualità.
Ciao, Cris!

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