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Archive for the ‘il mio nuovo libro’ Category

NipotinaBuon Natale, cari amici.
Vi auguro giorni lieti e sereni.
Questa è una parte del capitolo 32 del mio romanzo “Alex Alliston”.

Alex e Jane stavano finendo di far colazione. Alex aveva mangiato un piatto di rognone. Si verso un’altra tazza di the, e in quel momento comparve il maggiordomo. Aveva un’espressione sdegnosa dipinta sul volto; il sopracciglio alzato denotava una profonda disapprovazione. “Signore”, annunciò, “ci sarebbero due bambine che chiedono di conferire con voi. Le avrei scacciate, ma hanno insistito molto… solo una di loro, per la verità.”
“Due bambine?” Alex era incuriosito.
“Sì, signore. Ma sono impresentabili: scalze, lacere, sporche. Io credo che siano delle ladruncole, signore.”
Alex ripensò al furto della borsa. Era stata proprio una bambina a rubargliela, e un altro moccioso gli aveva impedito di raggiungerla. “Falle passare.”, disse. Il maggiordomo non nascose il suo disappunto, tuttavia si inchinò e andò a cercarle.
Dopo pochi attimi, le bimbe erano sul terrazzo.
“Io mi chiamo Joan, e lei è Nancy.”, disse la più grandicella. Poi gli porse un fascio di documenti. “Mi dispiace per la borsa. Ma mio padre l’ha venduta. Vi chiedo perdono!”
Alex si alzò in piedi e le tese solennamente la mano. “Grazie.”, disse. “Questo è un bel gesto da parte tua.”
Joan esitò per un istante, quindi restituì la stretta.
“Avrete fame, immagino.” Alex non attese una risposta. “Accomodatevi.” Poi chiamò la cameriera. “Mary, per cortesia, prepara due abbondanti porzioni di uova strapazzate, e anche pane, burro e marmellata.” Quando arrivò la colazione, le bimbe si gettarono avidamente sul cibo. Alex provò un moto di compassione. La Gran Bretagna era la più grande potenza del mondo, aveva un impero immenso, e incredibili ricchezze, eppure le vie di Londra erano piene di poveri… e di bambine costrette a rubare pur di sopravvivere. “Bene.”, disse, quando ebbero terminato di mangiare. “Adesso raccontatemi tutto.”
Joan si mise a parlare in maniera confusa. Lui la bloccò subito. “Con calma.”, disse. “Incomincia dall’inizio e cerca di farmi capire.”
Joan si guardò i piedi, mentre valutava se confidargli proprio ogni cosa. Alla fine decise di assecondarlo: raccolse le idee e iniziò a raccontare, partendo dal Canada. Parlò di suo padre, di quando aveva deciso di abbandonarlo, di Fagin. Nancy si limitava ad annuire: di lei disse solo che i suoi genitori erano morti, e che ormai non li ricordava più.
Alex osservava le due bambine. Entrambe erano intimidite, però in modo diverso. Negli occhi di Joan notò una luce che per qualche motivo gli ricordò Helen. Ascoltò il suo racconto e, man mano che apprendeva i particolari di quella storia agghiacciante, si convinse ancora di più che in lei c’era qualcosa della figlia di Flannigham. La stessa forza, forse. La determinazione con cui aveva affrontato Fagin. Tuttavia, a differenza di Helen, Joan presentava un lato selvaggio, ribelle. Mentre parlava, Alex la studiò attentamente. Helen era cresciuta con un padre disonesto e crudele, un alcolizzato che aveva maltrattato la madre di Alex, arrivando ad ucciderla. Helen però aveva imboccato una strada completamente diversa. Alex ignorava dove ora fosse, ma era sicuro che si era trovata un lavoro stabile e che affrontava la vita secondo saldi principi. Joan aveva avuto un destino simile, gli sembrava buona d’animo, e la presenza di Nancy lo confermava, dato che era stata lei a salvarla; ciononostante, nel suo sguardo c’era come una traccia di malizia, che lo lasciò vagamente perplesso.
Avrebbe dovuto occuparsi di loro, pensò. Nancy aveva perso i genitori, Joan era fuggita dal padre: non poteva abbandonarle sulla strada. Londra pullulava di molti Fagin, e due bambine sole rappresentavano una preda ambitissima per una quantità di malfattori. Esistevano gli orfanatrofi, ma al solo pensiero gli si accapponò la pelle. Avrebbe voluto adottarle – da Jane non avrebbe mai avuto un figlio -, prima, però, avrebbe dovuto parlarne con lei. Ma se la conosceva bene, non pensava che si sarebbe opposta.
Sua moglie parve avergli letto nel pensiero. “Per il momento vi fermerete qui.”, disse. “Poi, in qualche modo, provvederemo al vostro avvenire. Vi piacerebbe avere una nuova famiglia? Una famiglia normale, vestiti puliti, pasti sostanziosi?” Guardò il marito in cerca di approvazione. Alex fece un cenno d’assenso e le rivolse un grande sorriso. Jane gli prese una mano. Era questo l’amore, rifletté Alex. La condivisione degli ideali, la comunanza del sentire. Forse esistevano diverse gradazioni d’amore. Lui aveva amato sinceramente Helen, ma il destino aveva deciso altrimenti. E se non era stato il destino, se Helen lo aveva abbandonato a causa delle sue incertezze, questo comunque significava che Jane sarebbe stata la donna della sua vita. Gli mancava il sesso, non poteva negarlo, tuttavia ne avrebbe fatto a meno. E forse un giorno Jane sarebbe cambiata. Magari in una notte illuminata dalle stelle, lo avrebbe cercato. A quel punto la sua felicità sarebbe stata completa.
Nancy scoppiò in lacrime. Quella giovane signora, vestita elegantemente, era bella come un angelo: sarebbe stato stupendo se lei fosse diventata la sua nuova mamma. Le piaceva anche l’uomo. Invece di sgridare Joan, o di picchiarla, le aveva parlato in tono pacato, e si era adoperato immediatamente per farle mangiare. Nancy aveva scordato il sapore di una colazione vera.
Di quanto affetto aveva bisogno quella bimba? si disse Alex. E che senso aveva la vita, se non la si destinava a uno scopo nobile?
Jane continuò: “Vi piacerebbe andare a scuola?”
Con gli occhi pieni di lacrime, Nancy annuì con forza.
“E tu Joan?”, le domandò gentilmente Jane.
“Oh, no!”, rispose la bambina. “Io non voglio andare a scuola. E non mi serve una famiglia.”

eBook2Ancora auguri, amici miei!
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eBook2ALEX
L’ufficio del signor Trachtenberg era vecchio e polveroso.
Sul tavolo ingombro di incartamenti c’era una bottiglia di Chivas. Trachtenberg si alzò e andò a prendere due bicchieri, versò due dosi generose e allungò un bicchiere ad Alex. Alliston declinò l’offerta. Alle nove del mattino non gli sembrava il caso di mettersi a bere whisky. Trachtenberg si concesse un abbondante sorso, quindi sorrise soddisfatto. “Dunque volete comprare la mia casa editrice?”
“Dicono che è in vendita.”
“Già. Cosa ne sapete di editoria?”
“Assolutamente niente.”
“Bene.” Trachtenberg finì il bicchiere e si versò subito una seconda dose. “Il miglior modo per iniziare una giornata.”, osservò, indicando la bottiglia. “Sicuramente meglio del porridge.” Era un uomo vicino ai sessant’anni, con i capelli ancora sorprendentemente biondi e baffi rigogliosi del medesimo colore. Gli occhi erano di un celeste pallido. Per essere un classico inglese dalla carnagione chiara, aveva il viso troppo rubizzo; ciò dipendeva dall’alcool, pensò Alex. Indossava una giacca di tweed e la cravatta di Oxford.
“Signor Alliston”, disse, “siete stato voi a far pubblicare dal vecchio Carter un libro di poesie intitolato “Dreams” e scritto da un certo John Valance?”
Alex annuì. “Un pessimo affare.”, ammise. “E’ stato per accontentare mia figlia. Purtroppo quelle poesie sono…”
“Splendide!”, lo interruppe Trachtenberg. “Il problema è che Carter non sa vendere. Non ne è mai stato capace e non si può certo sperare che incominci a imparare adesso.” Fece un gesto sprezzante con la mano, come a liquidare l’argomento. “Voglio darvi solo quattro consigli, poi intascherò il vostro assegno e questa baracca sarà vostra.”
“Ve ne sono grato.”, replicò Alex.
“Primo: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor. Quando un autore sconosciuto vi porterà il suo manoscritto, nella convinzione di essere il nuovo Christopher Marlowe, leggete le prime venti pagine. Se vi piacciono, passate il testo agli editor; in caso contrario, cestinatelo. Non scordate mai che i soldi sono vostri e pertanto la decisione spetta a voi solo. Secondo consiglio: non ascoltate mai il parere di un critico, anche se fosse un nuovo Belinskij. Per la maggior parte, i critici sono degli scrittori falliti che si lasciano guidare dal risentimento e dalla frustrazione. Terzo: un romanzo è buono quando vi suscita delle reazioni: commozione, rabbia, odio viscerale per un protagonista, trepidazione per l’eroina. Se, quando incominciate a leggerlo, perdete la nozione del tempo, e all’improvviso scoprite che si è fatta sera… e ancora non volete smettere di andare avanti… allora, siate sicuro, e pubblicate. Negli altri casi, invece, andate molto cauto. Infine, non imitate l’esempio di Carter: un libro va promosso, fatto conoscere, altrimenti non uscirà mai dai negozi. Studiatevi un po’ i metodi di quegli yankee: per essere ignoranti, sono ignoranti; però sanno “vendere”. Credo che vi basti sapere questo.” Trachtenberg si rilasciò sulla poltrona, tornando a dedicarsi al Chivas.
Ci fu un silenzio. Alex sapeva che Trachtenberg era stanco del suo lavoro. Ultimamente la casa editrice era in crisi, dato che lui la trascurava. “Un’occasione perfetta per rilanciarla.”, gli aveva detto Joan. Quando Alex le aveva chiesto come facesse a conoscerlo, la ragazza lo aveva guardato con aria di sfida. “Lui vuole soltanto morire in pace, pagare i debiti e andare a finire i suoi giorni ad Amalfi. Io lo accompagnerò.” Alex non le aveva rivolto altre domande.
“Bene, signor Alliston, per diecimila sterline la mia casa editrice è vostra.”
“Cinquemila.”, ribatté Alex.
“Voi volete offendermi.”
“Non oserei mai.”
“Novemila.”
Alex scosse il capo. “Cinquemila”.
“Questo è tradimento!”, esclamò Trachtenberg.
“Seimila”, concesse Alex.
“Buon Dio, non avete alcuna comprensione; siete un uomo intrattabile. Non merito un simile insulto. Ottomila.”
“Settemila e non ne parliamo più.”, disse Alex.
Trachtenberg gli porse il bicchiere. “Affare fatto!”
Alex trasse un profondo sospiro e suo malgrado sorseggiò il Chivas.

Trachtenberg si era sempre avvalso di una tipografia esterna. Alex meditò di acquistare l’occorrente per poter stampare i libri in proprio. In questo Joan aveva avuto ragione, convenne fra sé: la sua mentalità pratica, e l’esperienza maturata alla Pilgrim’s, gli permettevano di capire rapidamente il modo migliore per ridurre le spese e aumentare i profitti. Ma prima c’erano molte altre cose da fare. I dipendenti erano apatici e svogliati, i muri dell’edificio presentavano crepe preoccupanti, il suo ufficio andava imbiancato, la vecchia segretaria sostituita, visto che aveva dato il preavviso.
“Un passo alla volta”, pensò. La priorità principale riguardava il denaro. Doveva incominciare a guadagnare al più presto; aveva calcolato di avere riserve sufficienti solo per quattro mesi. Trascorso quel termine, si sarebbe trovato in gravi difficoltà. Avrebbe potuto chiedere un prestito a una banca, ma se possibile preferiva evitare di indebitarsi ulteriormente. Il contratto con Trachtenberg prevedeva infatti che l’anziano editore si impegnasse a pagare gli stipendi arretrati e a saldare i conti dei fornitori; Alex, dal canto suo, si accollava le esposizioni bancarie, fideussioni che ammontavano a circa cinquemila sterline.
L’aspetto più drammatico riguardava i manoscritti. Sembrava che tutti gli aspiranti scrittori di Londra non si fidassero più della Trachtenberg Books. Aveva cercato invano un romanzo, una raccolta di poesie, un saggio storico: gli scaffali erano desolatamente vuoti. Non poteva certo mettersi a scrivere lui, e per il momento teneva John Valance a debita distanza.
Alex si affacciò alla finestra. La Trachtenberg Books era situata in un vecchio stabile di Mayfair. Dall’altra parte della strada sorgeva un’elegante palazzina. Alle spalle dell’edificio, c’era Regent Street. Era una zona tranquilla, non troppo distante dal centro. Il signor Trachtenberg aveva scelto bene; peccato solo che negli ultimi tempi si fosse lasciato andare.
Quando si girò, Alex notò un plico dimenticato in un angolo dell’ufficio. Era un pacco che proveniva dalla Germania, e che il vecchio non si era nemmeno preso la briga di aprire.
Conteneva un voluminoso manoscritto, però era in tedesco.
Nancy conosceva perfettamente quella lingua.
Alex ricordò il primo dei quattro consigli di Trachtenberg: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor.
Si mise sottobraccio il manoscritto e lo portò a casa.
Era di un autore sconosciuto, tale Thomas Mann.
Si intitolava “Buddenbrooks – Verfall einer Familie”.

SILVIA (ARMINE)
Lo zenana era circondato da un rigoglioso giardino, delimitato da un alto muro di recinzione. Alle donne era proibito uscire da lì; e Silvia non avrebbe saputo dire dove si trovava esattamente. In qualche punto dell’Arabia, non troppo distante dal mare, supponeva: ma era tutto quello che riusciva a immaginare. Aveva subito pensato a come scappare, ma si era resa conto con amarezza che era un’impresa impossibile. All’interno dello zenana la sorveglianza era affidata agli eunuchi, che erano sospettosi e infidi; al di fuori, vigilavano guardie armate. Il cibo era squisito, i vestiti che indossava profumavano di pulito e dormiva fra soffici lenzuola; rispetto all’orribile stiva della nave, era come essere in paradiso, tuttavia quel paradiso in realtà era un inferno. A rigor di logica, avrebbe trascorso tutta la sua esistenza in quella prigione dorata e sarebbe stata sepolta nel cimitero situato in fondo al giardino, quando ormai vecchia e rassegnata sarebbe passata dal sonno alla morte, a meno che una malattia non l’avesse portata via prima.
Eppure, dentro di sé, sentiva che un giorno sarebbe tornata a Londra. Avrebbe rintracciato la dama bionda e l’avrebbe fatta morire tra indicibili tormenti.
Inizialmente, era stata impiegata come schiava: doveva occuparsi del giardino. Non era un lavoro particolarmente faticoso, specie per una donna energica; comunque presto era stata sollevata da quell’incarico. Era troppo bella per essere destinata a quel compito, sebbene il rawda rappresentasse il paradiso in terra. Non a caso, la sua struttura era studiata in base a precise regole matematiche: rappresentava un’anticipazione del premio di Allah. Il capo degli eunuchi, Abdel Hafez, l’aveva introdotta nell’harem. “Una piccola perla per allietare il nostro signore”, aveva commentato. Il fatto che Silvia non fosse cristiana, bensì musulmana, aveva facilitato le cose.
Nell’hanm vigeva una complessa organizzazione sociale.
In genere, l’atmosfera che vi regnava era di solidarietà e tavolta d’affetto; ma non mancavano invidie, intrighi e gelosie. Le donne dividevano spazi comuni, mangiavano insieme e trascorrevano la maggior parte delle ore a chiacchierare tra loro; in ogni caso, era consuetudine che le quattro mogli comandassero le concubine e venissero da loro riverite. Le ultime arrivate, di norma, erano trattate alla stregua di schiave, e dovevano mostrarsi umili e sottomesse.
Armine – così si faceva chiamare ora Silvia – non aveva alcuna intenzione di servire un’altra donna, né di essere relegata all’ultimo gradino della scala gerarchica: si sentiva superiore a tutte. Mise in chiaro le cose fin dal primo giorno. Qualche notte dopo, Samira, la favorita del momento, organizzò una spedizione punitiva. Mentre Armine dormiva un sonno inquieto, tre ragazze si avvicinarono al suo giaciglio. Armine condivideva un’unica grande stanza con sei donne, tutte giovani.
Samira era stata chiara: dovevano picchiarla fino a farle perdere i sensi; in questo modo, la nuova venuta avrebbe appreso le leggi non scritte che regolavano la vita all’interno dell’hanm. Naturalmente, gli eunuchi avrebbero capito cosa era successo, ma non ne avrebbero fatto parola con Ayman. Anche loro avevano paura della favorita. Samira non si sarebbe limitata a questo: avrebbe usato tutta la sua influenza per evitare che Ayman la vedesse e la frequentasse. Sarebbe passato almeno un anno prima che Armine godesse della sua compagnia. Sempre che nel frattempo si fosse comportata bene, dimostrandosi rispettosa e docile. Samira pensava proprio che la lezione che le sarebbe stata impartita quella sera le avrebbe fatto calare le arie. Armine era superba e altezzosa: si sarebbe trasformata in un pulcino spaurito.
Maisa la svegliò. Era la più fedele seguace di Samira.
Gli eunuchi stavano dormendo tranquilli e non sarebbero intervenuti. Maisa mise un bavaglio sulla bocca di Armine per impedirle di strillare, poi sferzò l’aria con uno scudiscio. Le altre due si chinarono per immobilizzarla. Scostarono il lenzuolo; una la afferrò per le caviglie, l’altra cercò di bloccarle i polsi.
Maisa si preparò a frustarla.
Poi tutto si svolse molto rapidamente.
Armine liberò le caviglie con un calcio e balzò in piedi.
Sulla nave, aveva rubato un pugnale a un marinaio, durante l’ora d’aria che veniva concessa quando facevano la doccia. Si era lasciata toccare il seno in modo da distrarlo e aveva fatto scomparire l’arma in mezzo al mucchio di cenci che rappresentava i suoi sudici vestiti. Ma allorché le era stato comunicato che era destinata a un hanm, aveva immaginato che sarebbe stata spogliata e perquisita dagli eunuchi, perciò a malincuore aveva gettato il pugnale in mare. Adesso era disarmata e doveva combattere contro tre avversarie, tuttavia sapeva che era in grado di ucciderle tutte e tre. Però sarebbe stato un grave errore. A causa di quel crimine, l’avrebbero imprigionata e torturata; forse sarebbe stata condannata a morte. Pertanto si limitò a strappare la frusta dalle mani di Maisa e a colpirla in pieno volto. Poi fronteggiò le altre due.
Parlava l’arabo meglio dell’inglese. Disse: “Statemi lontane o vi ammazzo!”
La fissarono impaurite. Armine era alta e vigorosa, e ora cingeva nelle mani lo scudiscio. Era una figura temibile, simile a una guerriera delle antiche leggende. Le tre giovani fuggirono, terrorizzate.
“Riferite alla vostra padrona che se lo desidera ce ne sarà anche per lei.”, le schernì Armine in tono beffardo.
Il giorno dopo, quando Ayman entrò nell’hanm, Armine si fece largo a gomitate. Voleva che Ayman la notasse. Sapeva di essere una delle donne più belle dell’hanm, e di certo la più affascinante, ed era sicura che lui l’avrebbe scelta per quella notte.
Se doveva rimanere lì, intendeva godere di tutti i privilegi possibili.

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ALEX ALLISTON

LA GIUSTIZIA
Jack the Ripper rise e gli voltò le spalle. Si allontanò alla ricerca del cocchiere, mentre Carrick lo fissava immobile.
In quel momento, nel buio della notte, ripensò a sua madre. Non l’aveva mai perdonata e il rancore che provava per lei si era esteso a tutte le prostitute. Comunque, non poteva accettare che l’uomo che le aveva torturate in maniera così efferata la passasse liscia e continuasse a condurre la propria vita come se niente fosse accaduto. Tu di’ che non sono morte, pensò parafrasando Shakespeare, dillo e avrai il diritto di proseguire il tuo cammino. Ma esse morte sono.
Dove stava scritto che la legge era l’unica depositaria della giustizia, e che un giudice, magari corrotto, ne fosse il suo solo rappresentante? Esisteva una giustizia superiore, non già quella dei cieli, ma quella che rispondeva alla morale. E la legge morale stava più in alto dei giudici e degli avvocati, delle prove e dei verdetti; talvolta essa era presente nell’aula di un tribunale: ma esistevano casi in cui veniva ignorata, per via di inganni o di giochi di potere. Tuttavia era a questa che Carrick doveva rispondere.
Come un giorno gli aveva detto Bellatrix Harrows, nel corso della sua vita egli non aveva esitato a ricorrere al ricatto, a mentire e a corrompere in cambio di denaro; però ciò rientrava soltanto in minima parte nel concetto di giustizia superiore. Erano piccoli fatti marginali, simili a granelli di sabbia nel deserto.
I delitti di Jack the Ripper appartenevano invece al lato più oscuro della malvagità umana, rappresentavano una delle pagine più sinistre e spaventose della storia degli ultimi cento anni.
E il verdetto poteva essere uno solo.
“Primo Lord dell’Ammiragliato!”, lo richiamò.
Quello si girò verso di lui.
“In nome della giustizia, io vi condanno a morte.”
Poi Carrick premé il grilletto.
 
L’INGIUSTIZIA
Melanie si era ammalata ed era stata licenziata.
Helen andò a chiedere spiegazioni. Il capo reparto le disse che la sua amica era troppo fragile e perciò inadatta a quel lavoro. Helen avrebbe voluto ribattere che, se le operaie fossero state trattate in modo più umano, anche Melanie avrebbe potuto fare la sua parte. Liverpool era stata investita da un freddo glaciale e la fabbrica non era riscaldata; i turni di lavoro erano massacranti e non veniva mai concesso un minuto di riposo. Ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Si fece dare la paga maturata fino a quel giorno e dichiarò che non sarebbe più tornata.
“Te ne pentirai!”, disse l’uomo.
Helen alzò le spalle e lasciò il tetro edificio.
La fronte di Melanie scottava; la giovane era scossa continuamente da brividi, aveva sete e male alle ossa. Helen non si illudeva. Non aveva i soldi per pagare un dottore e non era in grado di curare la sua amica; ciò nonostante non poteva lasciarla sola. Le preparò un the tiepido, poi le passò un fazzoletto bagnato sulla fronte. Si sedette sul letto e le prese una mano. Più di questo non poteva fare.
Verso mezzanotte, Melanie incominciò a delirare. Era tutta sudata e tremava sempre di più. Helen mise a bollire dell’altro the, e le deterse ancora la fronte. Le ore passarono lente, mentre fuori l’aria si faceva ancora più gelida. Quando fu mattino, Melanie aprì gli occhi. Sembrava nuovamente consapevole: guardò Helen e le sorrise. “Sei tanto cara!”, le disse. “Sei la mia unica amica.” Poi voltò la testa sul cuscino e rimase immobile.
Helen scoppiò in lacrime. Voleva bene a Melanie: era una ragazza dolce e intelligente. Pensò con rabbia ai privilegi dei ricchi. Abitavano in case lussuose, circondati da servitori pronti a esaudire ogni minimo capriccio; mangiavano cibi raffinati, bevevano birra forte, cognac e porto. Possedevano carrozze e cavalli. E spesso avevano una seconda casa per trascorrervi le vacanze. I poveri non avevano nulla di tutto ciò, e questo forse era normale: ma non era normale che venissero sfruttati, sottopagati e costretti a lavorare dall’alba fino a sera inoltrata. Se Melanie avesse potuto svolgere i propri compiti in un ambiente caldo, con orari più decenti; se avesse potuto nutrirsi meglio e indossare abiti più pesanti; se avesse avuto scarpe adeguate e un minimo di comprensione da parte dei superiori; se si fossero verificate queste condizioni, non sarebbe morta.
Helen le baciò il viso, poi andò alla finestra. Era un giorno cupo, privo di luce. Pioveva e il vento soffiava con forza dal mare. Helen ripensò ad Alex Alliston, a come la sua vita sarebbe potuta essere diversa, al calore e all’amore che non avrebbe mai conosciuto. Si girò in direzione di Melanie, e ricominciò a piangere ricordando le sue ultime parole: “Sei tanto cara! Sei la mia unica amica.”
“Anche tu!”, mormorò. La osservò a lungo, mentre l’angoscia la sommergeva, simile alla gelida tramontana che si stava abbattendo sulla città.

LA GUERRA
Igor aveva le gambe fracassate.
Non sapeva dove si trovasse la Germania e ignorava il motivo di quella guerra. Quando lo avevano reclutato, era stato sottoposto a un breve addestramento; dopodiché lo avevano spedito nella Russia europea.
Igor era siberiano. Lavorava nei campi e amava ciò che faceva. D’estate gli piaceva alzarsi presto, mentre a oriente il cielo iniziava a rischiararsi; gli piaceva l’odore della terra; gli piaceva rincasare stanco ma soddisfatto al calar del sole. Durante l’inverno era molto più dura, a causa del freddo, ma ci era abituato. Igor amava Sonja e aveva progettato di sposarla, quando fosse tornato a casa.
Non sapeva nulla di strategia militare. Gli avevano detto che a dicembre i tedeschi erano stati fermati su tutta la linea del vastissimo fronte che si estendeva da Leningrado a Rostov. Al pari dei generali tedeschi, anche gli ufficiali russi avevano discusso fra loro sulle conseguenze dell’ordine di Hitler di resistere a ogni costo, esprimendo opinioni divergenti; secondo alcuni aveva fatto bene, per altri invece era stata una decisione folle che aveva finito per avvantaggiarli. Joseph Stalin, comunque, aveva preso esempio da lui, vietando categoricamente le ritirate in qualsiasi circostanza. Erano cose che Igor non avrebbe potuto comprendere, e d’altra parte i soldati erano tenuti sempre all’oscuro delle grandi questioni strategiche, adesso come ai tempi dello zar.
Con l’arrivo della primavera il vento era mutato di nuovo. I tedeschi avevano sferrato una potente offensiva a sud riportando una serie di schiaccianti vittorie, fino ad arrivare a Stalingrado con la sesta armata di Paulus. Poi Stalin aveva inviato nuove ingenti truppe e i russi avevano sfondato il fianco sinistro dell’esercito tedesco. A causa delle perdite subite durante l’inverno – circa un terzo degli effettivi -, Hitler era stato costretto a ricorrere ad alcune divisioni italiane, ungheresi e romene, il cui spirito combattivo era dubbio, e le aveva collocate proprio su quel lato dello schieramento. Tali divisioni erano prive di forze corazzate e di artiglieria pesante. In ogni caso, i russi avevano circondato la sesta armata, offrendo un’onorevole resa al nemico. Il contingente di Igor faceva parte di quei rinforzi. Se i tedeschi si fossero arresi, egli avrebbe avuto ancora la gambe integre. Ma ciò non era avvenuto.
La battaglia era stata durissima. Si era combattuto strada per strada, con incredibile tenacia da entrambe le parti. Alla fine, la sesta armata era stata completamente annientata. C’era un clima di euforia: la guerra poteva essere vinta. L’Unione Sovietica aveva più uomini, più carri armati, più cannoni; era il più grande popolo del mondo, sostenevano gli ufficiali. Igor era stato sfortunato: lo avevano colpito alle gambe proprio mentre la battaglia stava per concludersi.
Spostò lo sguardo sul soldato disteso accanto a lui. Aveva perso l’elmetto. Era biondo, con gli occhi azzurri come il cielo e la carnagione chiara. Dimostrava circa la sua età: Igor aveva vent’anni; li aveva compiuti tre giorni prima.
“Wasser!”, mormorò il tedesco. Igor non capiva quella lingua, parlava a malapena il russo, dato che a casa ci si esprimeva in un dialetto locale; tuttavia comprese che quel ragazzo aveva sete. Stringendo i denti per il dolore, strisciò verso di lui e gli porse la borraccia. Il tedesco bevve avidamente. “Danke!”, disse. Poi lasciò cadere la borraccia e fissò gli occhi sul cielo. Quindi, rimase immobile.
Igor lo guardò a lungo. Chissà se anche lui aveva una ragazza che lo aspettava.

L’AMORE
Sei anni dopo decise di comprarsi un bel vestito per festeggiare la promozione a contabile. Ora aveva un buon stipendio e una linda cameretta tutta per sé.
Entrò in un negozio di King’s Road e osservò disorientato la merce esposta. C’era una tale varietà di abiti che non riusciva a decidersi. Una ragazza arrivò in suo soccorso. “Mi chiamo Helen.”, disse con un sorriso gentile. “Se posso aiutarti…”
Alex la guardò. Sebbene non fosse graziosa, Helen era molto attraente. Aveva folti riccioli scuri e un sorriso malizioso. Era piuttosto alta e ben formata, ma era più giovane di lui. Tuttavia era decisamente più esperta. Gli porse un abito di buona fattura, che non era troppo costoso: in base a una semplice occhiata era in grado di valutare i mezzi economici dei clienti. Alex si cambiò, indossando i nuovi capi, e pagò la somma dovuta. Avrebbe voluto invitarla a fare una passeggiata, ma non era mai stato con una ragazza e non sapeva come comportarsi. Rassegnato, si avviò verso l’uscita del negozio. Era l’ora di pausa: sarebbe andato da solo a Trafalgar Square. Lei parve leggergli nel pensiero. Malgrado la differenza di età – almeno sette anni, pensava Alex – era più disinvolta e sicura di lui. “Adesso chiudo.”, disse. “Ti andrebbe di fare due passi con me?” Alex arrossì. Non si fidava della sua voce, perciò si limitò ad annuire.
Per un po’ camminarono in silenzio.
Helen gli posò una mano sul braccio.
“Raccontami qualcosa.”, gli disse.
Alex avrebbe voluto parlarle della sua vita: era sicuro che lei lo avrebbe ascoltato con attenzione. Però, non era un argomento interessante. “Mi piace leggere.”, disse. “E inventare storie.”
“Inventare storie?”
Alex sorrise, vagamente imbarazzato. “Già. Ad esempio, la storia della principessa Helen. C’era una volta un drago cattivo…” Aveva una fantasia incredibile e in pochi minuti lei pendeva dalle sue labbra, completamente avvinta. Lui narrò di battaglie, di rapimenti e d’amore, perché alla fine la principessa veniva salvata da un coraggioso cavaliere che si chiamava Alex.
Quando tornarono al negozio, Helen si alzò sulla punta dei piedi per baciargli una guancia. Poi corse dentro, lasciandolo felice e senza fiato.
 
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copertina libroCARRICK
Sam Richards era un uomo rozzo e ignorante, che sapeva a malapena scrivere il proprio nome; ma ciò non aveva nessuna importanza, poiché la sua posizione in Sudafrica era inattaccabile. E questo in seguito sarebbe venuto molto utile. D’altronde, Richards stava prendendo lezioni di inglese.
Il primo ministro Robert Arthur Talbot Gascoyne-Cecil disprezzava i banchieri, che costruivano immense fortune speculando sui soldi degli altri. Inoltre, molti di loro non erano conservatori. In quanto a Pilgrim, benché fosse molto ricco, era soltanto un mobiliere… poco più di un falegname. La scelta sarebbe ricaduta su Richards, perché in quel momento il Sudafrica rappresentava uno dei tre grandi problemi della politica estera britannica. Gli altri due erano la questione irlandese e la decisione della Germania di portare la propria flotta a livelli di eccellenza, in modo da poter contrastare la secolare supremazia inglese sui mari.
Bussarono alla porta.
Era il segretario. “E’ arrivato quell’investigatore.”, annunciò.
Gascoyne-Cecil alzò gli occhi al cielo. Aveva acconsentito a riceverlo dietro all’insistenza dell’ispettore Fletcher; sembrava che fosse in possesso di informazioni estremamente delicate, che riguardavano Jack the Ripper. Ma il primo ministro aveva le idee chiare in proposito: non esisteva alcun Jack the Ripper, la colpevole era Mary Pearcey. Dopo il suo arresto, gli omicidi erano cessati, e non c’era motivo di riaprire il caso.
Carrick entrò nello studio e prese posto di fronte alla scrivania di Gascoyne-Cecil, senza aspettare di essere invitato a farlo.
“Di cosa volevate parlarmi?”, gli domandò bruscamente il primo ministro, irritato per quella palese violazione dell’etichetta.
“Alla fine, Carrick ha scoperto il vero autore dei crimini di Whitechapel.”
“E’ Mary Pearcey!”, ribatté seccamente Gascoyne-Cecil.
“Lei era solo una complice.” Carrick meditò di accendersi un sigaro, ma forse sarebbe stato troppo.
Il primo ministro fissò l’investigatore per alcuni istanti. Glielo avevano descritto come una specie di genio. A guardarlo, non sembrava un uomo sensazionale; ma aveva imparato a diffidare delle apparenze. “E chi sarebbe questo vero autore dei crimini di Whitechapel?”
Carrick si protese verso di lui e sussurrò un nome.
Gascoyne-Cecil rimase a lungo in silenzio. “Ascoltatemi bene.”, poi disse. “In base a informazioni assolutamente precise, vi posso assicurare che la colpevole è Mary Pearcey, che fra l’altro voi stesso arrestaste. A riprova di ciò, non si sentirà più parlare di prostitute uccise e mutilate. E questo è quanto.” Fece il gesto di congedare Carrick, ma l’investigatore non si mosse. “Avete ragione, signore.”, disse in tono umile. “Carrick non si occuperà più di una vicenda della quale si è già parlato abbastanza e che non ha più motivo di essere presa in considerazione.”
“Perfetto! E adesso se non vi spiace…”
“Tuttavia”, aggiunse Carrick, “uno dei peggiori mali che affliggono la nostra società è senz’altro la presenza della stampa. Ci dovrebbe essere un solo quotidiano, naturalmente fedele al governo e comunque sottoposto a censura preventiva; ma purtroppo non è così. I giornali sono avidi di pettegolezzi, e inclini alla menzogna: spesso non esitano a calunniare con grande rilievo persone del tutto innocenti, salvo poi ritrattare le false accuse con un misero trafiletto confinato in una pagina interna, fra le notizie meno importanti. Questa volta non dovrebbe accadere, però è sempre meglio essere prudenti e non escludere nulla a priori.”
Gascoyne-Cecil gli rivolse un’occhiata gelida. “Mi state ricattando, forse?”
Carrick alzò entrambe le mani e scosse con vigore persino eccessivo il capo. “Che Dio non voglia!”, esclamò.
“E allora, qual è il senso delle vostre parole?”
“Non ci saranno più delitti.”, rispose l’investigatore. “Lo sapete voi, e lo sa Carrick. Anche se il colpevole fosse veramente ancora in libertà e rispondesse a… quel nome – ma così non è! – non ci saranno più delitti. La stampa potrebbe tuttavia voler rimestare nel torbido, e questo Carrick non lo desidera assolutamente. Santo cielo, sarebbe un’eventualità semplicemente terribile! Ma Carrick potrebbe mettere a tacere quei lestofanti, che osano criticare la politica del partito conservatore per il solo gusto di nuocere al nostro glorioso impero. Carrick saprebbe trovare un modo, e tutta l’intera faccenda sarebbe presto dimenticata.”
“In altri tempi, avrei potuto farvi frustare.”, disse Gascoyne-Cecil.
“Questo ed altro per sua maestà.”, replicò l’investigatore. “Ma Carrick cerca solo di operare per il bene. Lungi da lui l’idea di ricavarne un qualche beneficio personale. Questo non è un ricatto, signore.”
“Il prezzo?”, chiese freddamente Gascoyne-Cecil.
“Oh, no! Nessun prezzo. Ora Carrick vi lascia alle vostre incombenze, scusandosi per avervi disturbato.”
L’investigatore si alzò.
“Un piccolo favore, forse… ecco. C’è un cittadino inglese, rispettabile e rispettato, da sempre legato agli ideali dei conservatori, che ambirebbe a un riconoscimento, ma forse non ne è degno.”
“Chi è?”, gli domandò il primo ministro.
“Si chiama Pilgrim, mio signore.”, disse Carrick inchinandosi.

JOAN ANDERSON
C’era ancora la neve e il torrente era ghiacciato.
La casa, una vecchia costruzione, disposta su due piani, con un deposito di legname sul retro e un prato davanti all’ingresso, era situata ai margini della foresta. A est si scorgeva il profilo imbiancato di una collina che digradava dolcemente verso i campi innevati. A sud c’era il paese. Distava circa due miglia e consisteva di una cinquantina di modeste abitazioni, che si affacciavano sui due lati della strada principale e attorno all’unica piazza. C’erano una chiesa, un emporio e una locanda che fungeva anche da stalla. Joan Anderson vi si recava due volte al mese per rifornirsi di provviste. Era robusta e affrontava con piacere il tragitto, anche se il ritorno era un po’ faticoso a causa della sporta piena.
Nella stagione calda la neve si sarebbe sciolta, il prato si sarebbe rivestito di verde e Joan avrebbe potuto lavarsi nell’acqua gelida del torrente.
Ogni giorno, verso metà pomeriggio, quando il freddo era meno intenso, si addentrava nella foresta, spingendosi sempre un po’ più lontano. Si era ripromessa di esplorarla tutta, ma non era ancora riuscita a stabilire quanto grande fosse. Rincasava dopo il tramonto, guidata dalla luce della luna, che filtrando tra i rami degli alberi, illuminava il soffice strato di neve su cui posava i piedi. Se il cielo era coperto, si orientava grazie a una serie di punti di riferimento che si era impressa nella memoria: una grande quercia, un masso che sporgeva dal terreno, un improvviso avvallamento. C’erano molti sentieri ed era facile perdersi, dato che spesso si interrompevano bruscamente o davano la falsa sensazione di condurre fuori dalla foresta, mentre invece puntano in direzione del folto degli alberi, riavvolgendosi come serpenti; ma Joan non aveva paura, benché sapesse che sarebbe stato pericoloso trascorrere la notte lì.
Joan era felice. Prima o poi, avrebbe avvertito la solitudine e desiderato il calore di un corpo maschile: ma per adesso si sentiva magnificamente bene.
Un mattino, uscendo di casa, vide un lupo.
Era fermo sul limitare della foresta e la osservava. Joan non temeva i lupi. Notò che era molto magro e ne dedusse che era stata la fame a spingerlo sin lì. Per un qualche motivo, aveva lasciato il suo branco, o forse era stato scacciato; comunque fosse, era stanco e affamato.
Joan rientrò in casa e tagliò una spessa fetta di prosciutto, uscì di nuovo, ma il lupo era scomparso. Joan si avvicinò al punto dove si trovava prima e lasciò sulla neve il pezzo di prosciutto, quindi rincasò. Dopo circa un’ora si affacciò alla finestra. Il prosciutto non c’era più.
L’indomani, sul presto, depose nello stesso punto una grossa porzione di pancetta. Questa volta, però, rimase sulla porta e attese. Era una giornata molto fredda, da nord spirava un vento aspro; il cielo era limpido, ma il sole non riusciva a scaldarla. Aspettò, tutta intirizzita, e finalmente il lupo comparve. Si avvicinò alla pancetta, però poi si fermò a qualche iarda di distanza. La guardò, diffidente, emettendo un sordo ringhio.
“Coraggio!”, lo incitò lei.
Il lupo non si muoveva.
Joan decise di dargli un nome. Secondo lei, tutti gli animali dovevano avere un nome. Rifletté per alcuni istanti, quindi scelse “Alex”, dato che le orecchie di Alliston le rammentavano quelle di un lupo. A quel pensiero, sorrise divertita. “Forza, Alex”, esclamò. “Non avere paura!”
Tuttavia fu costretta a rientrare in casa, perché il lupo non si avvicinava al cibo. Quando si chiuse la porta alle spalle, dopo un attimo di esitazione Alex si accostò al pezzo di pancetta e cominciò a divorarlo.
Divenne una consuetudine: tutte le mattine, Joan gli preparava qualcosa di buono, però il lupo continuava a essere diffidente e non mangiava finché lei era nei paraggi.
Joan, tuttavia, non era disposta a cedere.
Quando fu trascorso un mese, in una tiepida mattina di sole, rimase impassibile a fissare l’animale.
Alex si avvicinò, ma tornò subito indietro e sparì tra gli alberi.
Joan non si mosse. Non avrebbe saputo calcolare quanto tempo fosse passato, ma a un tratto il lupo ricomparve.
Joan trattenne il fiato.
Alex avanzò cautamente. Era palesemente infastidito dalla presenza della donna ed esitò a lungo. Joan stava per perdere le speranze, ma finalmente Alex vinse la paura: prese il prosciutto fra i denti e si allontanò per mangiare, senza però entrare nella foresta.
Era un notevole passo avanti, si disse Joan.
Il giorno successivo tentò il tutto per tutto. Portò il cibo nel solito posto, ma non si spostò da lì.
La lotta interiore del lupo fu talmente lunga che quando infine trovò il coraggio per avvicinarsi a lei, mezzogiorno era già passato da un pezzo.
Joan gli parlò con calma.
Alex la ascoltava, sospettoso.
Poi incominciò a mangiare. Lei aspettò che finisse e, prima che potesse scappare, lo accarezzò, senza smettere di parlargli e ripetendo di continuo il suo nome.
Il lupo si appiattì.
A questo punto, sarebbe potuto accadere di tutto, pensò Joan, anche che la assalisse e la azzannasse alla gola. Non aveva con sé un bastone, perché pensava che il lupo avesse già avuto a che fare con gli uomini: era probabile che lo associasse al pericolo, e che reagisse di conseguenza, attaccando o allontanandosi a seconda dell’indole o delle esperienze vissute.
Ma Alex non si mosse.
E lei continuò ad accarezzarlo.
Poi una lingua ruvida le leccò la mano.

SAM RICHARDS
Il leone era inquieto. Aveva fiutato l’usta di due uomini e stava valutando se attaccarli o tornare al suo rifugio. I cacciatori gli si erano avvicinati sottovento, ma il leone aveva compiuto un lungo giro portandosi alle loro spalle; da quella posizione era in grado di sentire il loro odore. Un misto di tabacco, cuoio e sudore che lo disgustava, e gli ricordava esperienze molto spiacevoli. Da sempre associava il pericolo a quel particolare afrore; in tempi recenti aveva perso la sua compagna ad opera di quegli irriducibili nemici.
Era un grosso felino di quasi duecentotrenta chili, ormai anziano: aveva perso molta della sua forza e della sua agilità, acquisendo in compenso esperienza e sagacia. Abbandonò il luogo dove si trovava per seguire il percorso degli uomini, continuando a rimanere sottovento. Sapeva che non avrebbero smesso di dargli la caccia, almeno fino a quando la luce del giorno fosse stata loro alleata. Se li avesse tenuti a distanza sino al tramonto, sarebbe riuscito a sopravvivere; durante la notte avrebbe cambiato zona, lasciando anche il rifugio che adesso non considerava più tanto sicuro. Era certo, infatti, che prima o poi sarebbero risaliti fin lì, conosceva troppo bene la loro ostinazione, che era seconda soltanto alla crudeltà innata.
Il leone era stanco. Quella mattina aveva dato inutilmente la caccia a un’antilope, bruciando energie preziose; inoltre si sentiva debole dato che non mangiava da molto tempo. La soluzione migliore era decisamente quella di evitare la lotta e di aspettare le tenebre. Mentre procedeva, l’odore si fece più intenso, più vicino. Era una giornata caldissima, il sole batteva implacabile, non spirava un filo di vento e i cacciatori stavano sudando in abbondanza… o il cacciatore?
Improvvisamente uno stormo di uccelli si levò in volo. Il leone si appiattì, allarmato.
Si erano separati, e adesso uno dei due poteva essere sottovento. Guardò in quella direzione e gli parve di scorgere un’ombra che si faceva strada in mezzo a un gruppo di rocce. Doveva prendere una decisione immediata, altrimenti sarebbe rimasto intrappolato fra due fuochi. Sapeva di essere molto più veloce di loro, tuttavia non ignorava che disponevano di terribili strumenti di morte, gli stessi che avevano ucciso la sua compagna.
Sul profilo dell’orizzonte alcune giraffe si muovevano aggraziate, un branco di kudu brucava l’erba. Un babbuino fece risuonare il suo verso stridulo. Era un suono che il leone non sopportava; forse fu quello a deciderlo. Corse verso una boscaglia che distava circa mezzo miglio dal punto in cui si trovava.
Risuonò uno sparo. Il dolore fu inaspettato e lancinante.
Il felino tuttavia non cadde, scartò di lato evitando la seconda pallottola. Poi cercò di raggiungere comunque il riparo degli alberi. Il secondo cacciatore emerse da una sterpaglia, sbarrandogli la strada. Nel frattempo, l’altro uomo lo inseguiva da dietro. Non ci voleva molto a capire che quella era la sua fine, la fine di un vita lunga e avventurosa, a volte felice, in altri momenti rattristata dalla pervicacia con cui gli uomini avevano dato la caccia a lui e ai suoi simili. Era l’ultimo sopravvissuto di un branco che un tempo contava dodici leoni.
Questo perché era il più forte, e il più astuto.
Fu raggiunto da un altro proiettile. Ruggì di dolore e di rabbia. Se era impossibile mettersi in salvo, poteva però vendicarsi; il ricordo della compagna agonizzante era ancora impresso nella sua memoria. Puntò sull’uomo davanti a lui, gli fu sopra con un grande balzo e gli sfondò il cranio con i canini. Abbandonò il cadavere per voltarsi a fronteggiare il secondo nemico.
Sam Richards sogghignò, ammirato dall’astuzia del grosso felino. I leoni erano capaci di trucchi incredibili. Quando cacciavano in coppia, il maschio si poneva sopravvento e urinava. Nessun animale riesce a resistere a quell’afrore. La preda fuggiva immediatamente, spingendosi in direzione opposta… dove la leonessa la stava aspettando.
Richards aveva perso la guida, ma era un fatto privo di importanza. Ciò che contava era il leone.
Benché avesse accumulato una fortuna immensa, il mondo degli affari gli era estraneo: rappresentava soltanto un gioco. Non esisteva emozione più grande della caccia, e non c’era una sola preda all’altezza del leone. Si deterse il sudore dalla fronte e prese attentamente la mira. Vide che adesso il leone esitava. Ma sapeva che lo avrebbe assalito, e pregustava quel momento più di quanto avesse mai desiderato il corpo di una donna. In passato aveva già ucciso quattro stupendi esemplari, tutti maschi, e ogni volta aveva provato sensazioni superiori all’orgasmo.
Purtroppo si sentiva debole, a causa della malattia. La maledisse, non per il fatto che doveva morire – non temeva la morte -, ma perché gli sottraeva lo spirito vitale. Quando il medico gli aveva diagnosticato la lue, aveva accolto la notizia con filosofia. Se si andava a caccia di belve feroci, si rischiava la vita; lo stesso discorso si applicava alle donne, soprattutto alle negre. D’altro canto, le nere erano superiori alle bianche. Richards amava la loro pelle lucida, color dell’ebano, la muscolatura sviluppata e le forme abbondanti; al paragone, le inglesi e le afrikaner avevano un fisico androgino, simile a quello di un ragazzino, con quei fianchi stretti e le natiche quasi piatte. Inoltre, la pelle era lattiginosa, insipida, e tranne qualche eccezione neppure il sole riusciva a conferirle una tonalità in grado di infiammargli i sensi.
Mentre aspettava l’attacco del leone, si disse che aveva avuto una vita piena: non rimpiangeva nulla, ed era senza rimorsi. Il paradiso e l’inferno non esistevano: erano stati inventati da scaltri monaci al fine di dominare le masse. Pertanto non sussisteva neppure il concetto di bene o di male; contava unicamente l’azione in se stessa, l’attimo in cui la si compiva. Al resto non credeva. Ammazzare un uomo o struprare una femmina equivaleva a tuffarsi nelle acque di un torrente, arrampicarsi su una montagna o estrarre l’oro dalla terra.
Scosse la testa per allontanare quei pensieri dalla mente, controllò il fucile e si concentrò sulla preda.
Il leone avrebbe voluto divorare la sua vittima, ma l’istinto gli suggeriva che prima era necessario liberarsi del secondo uomo. Il dolore lo rendeva furioso, ma l’esperienza acquisita durante la sua lunga esistenza lo invitava alla cautela. Fissava Richards con i terribili occhi gialli colmi d’odio, aspettando il momento propizio.
E a un tratto si avventò con una velocità incredibile per un animale della sua stazza, emise uno spaventoso ruggito e gli fu addosso con le fauci spalancate.
Richards sparò. Lo prese esattamente in mezzo agli occhi, abbattendolo.
Provò un empito di trionfo e al contempo un senso di tristezza, come ogni vero cacciatore che rispetta la sua preda.
Si avvicinò alla carcassa del grande animale e si chinò sui talloni per accertarsi che fosse morto, quindi si rialzò, incamminandosi verso il cadavere della guida. Avrebbe voluto seppellirlo, ma capì che gli mancavano le forze. Si sedette su un masso, accogliendo con voluttà un soffio di vento. Prese la borraccia e bevve un sorso d’acqua.
Improvvisamente pensò a Nancy.
Richards aveva sempre escluso i sentimenti, all’infuori di quelli rivolti alla propria persona; sapeva bene che nessuna donna lo aveva mai amato: si concedevano a lui grazie al potere che deteneva, per i soldi, o perché lui le costringeva a farlo. Nancy era diversa. Giorno dopo giorno, aveva visto il suo amore crescere, come un ruscello che si trasforma in fiume e infine confluisce nel grande mare. Nancy Alliston lo amava disinteressatamente. Se lui avesse voluto, l’avrebbe avuta; tuttavia, quel candore, quell’innocenza, quella sincerità di sentimenti, lo avevano frenato. Era così giovane: perché regalarle la morte?
L’ultimo giorno le aveva chiesto di leggergli il libro. Sebbene fosse analfabeta, aveva capito che era scritto magnificamente, poiché le parole scorrevano fluide come l’acqua di una sorgente. Era una grande storia. La sua storia. La storia di un uomo che era venuto dal nulla e che adesso era a capo di un impero. Sulla panchina di Hyde Park le aveva confidato la verità: che presto sarebbe morto. Voleva che lei avesse un buon ricordo di lui, perciò le aveva taciuto la parte oscura della sua vita. Nancy non avrebbe potuto comprendere, e Sam desiderava che la sua memoria vivesse in lei, oltre che nelle pagine del libro.
I suoi beni erano distribuiti in tali e tante ramificazioni che solo a pensarci gli veniva il mal di testa. Malgrado quella incommensurabile ricchezza, all’atto pratico era complesso disporre in tempi brevi di denaro contante. I suoi soldi erano investiti in azioni; possedeva vaste estensioni di terra, case, miniere, navi che solcavano gli oceani dall’India a Durban e da Città del Capo alle coste del Brasile; ma pareva che fosse impossibile trasformarli dall’oggi al domani in liquidi. In ogni caso, per ricompensarla del suo amore, le aveva donato duecentomila sterline, che per lui erano solo una goccia nel mare, ma per lei una somma spropositata. Il resto dei suoi beni sarebbe andato ai tre figli bastardi: Phil di Londra, Peter di Johannesburg e Jacques di Parigi. Era possibile che ce ne fossero anche altri, tuttavia ne era all’oscuro.
Inizialmente Nancy aveva rifiutato quel regalo, ma lui sapeva essere molto persuasivo.
Era il suo dono d’addio, riservato all’unica persona che gli avesse ispirato tenerezza… e forse qualcosa di più, anche se non sapeva se fosse amore, dato che non lo aveva mai conosciuto.
Quando si rialzò dal lastrone, era fiero di se stesso e di tutto ciò che era riuscito a costruire.
Amava l’Africa, ne assaporò l’essenza e ringraziò un cielo in cui non credeva per avergli concesso quella gloriosa giornata.
Non sarebbe mai finito in un letto d’ospedale.
Lanciò ancora uno sguardo al leone, poi estrasse la pistola e per l’ultima volta sparò.

MONICA BEAUCHAMP
Quando Alex si recò nuovo da Monica, la trovò in condizioni decisamente migliori. Era sempre molto pallida e soffriva le pene dell’inferno, tuttavia gli parve più serena. Gli disse che aveva ordinato una sedia a rotelle di nuova fabbricazione; sarebbe occorso qualche tempo, dato che si trattava di un brevetto americano: ma una volta arrivata, avrebbe potuto tornare in ufficio. Il medico le aveva dato notizie confortanti. Presto il dolore sarebbe diminuito, fino a scomparire del tutto nel giro di qualche mese. Poi volle sapere come stava lui; se era riuscito a trovare un po’ di pace o se la mancanza di Helen lo straziava ancora.
Alex non se la sentiva di mentire. “Mi manca molto.”, rispose. “E credo che sarà così per sempre. Ora, però, sono concentrato su Silvia Consonni. Il mio pensiero fisso è quello di assicurarla alla giustizia. Vederla penzolare da una forca… ecco quello che aspetto! Ciò non mi restituirà Helen, naturalmente; ma è doveroso punire quella donna. Non merita alcuna pietà!”
Monica rifletté per alcuni istanti, quindi annuì. “No. Non la merita. Sì è macchiata di troppi delitti, è un essere infame. Comunque, io credo che sia disturbata mentalmente, non so se per una malattia o per altri motivi. Certo è che il suo comportamento non è normale.”
Ci fu un silenzio. Entrambi pensavano alla loro vita; da un giorno con l’altro, Silvia le aveva stravolte. Monica era sempre stata una donna attiva ed energica: essere costretta su un letto le pesava terribilmente. Senza contare che, a causa della sofferenza fisica, alla notte faticava a prendere sonno. Alex si sentiva arido, come se all’improvviso avesse perso ogni ragione per vivere. La punizione di Silvia, i libri, l’affetto di Margaret e di Nancy, non erano sufficienti a colmare il grande vuoto del suo cuore.
Monica disse: “Ti prego, Alex, non giudicarmi male!”
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo.
“Quello che sto per chiederti potrebbe offenderti; forse uscirai di qui disgustato e in preda all’ira. In tal caso, non tornerai più. Per me sarà triste… sai, in questo momento, ho solo te. Mi sento debole, avvilita. Mi domando perché Silvia sia stata così crudele con me, e con Helen ovviamente. Io ho amato un’unica volta. E questo amore esiste ancora, forte come prima. Non è proprio il momento adatto, me ne rendo conto…”
Trattenne il fiato e poi aggiunse: “Per favore, Alex, baciami. Un solo, unico, bacio. Regalami questa gioia, e scusami, se puoi, per il mio egoismo.”
Alex la fissò, stupito. Da tempo vedeva in lei una brillante collega, una vecchia amica; e aveva scordato che un giorno ormai lontano l’aveva desiderata e aveva dovuto lottare con se stesso per non tradire Helen. Date le circostanze, sarebbe stato ancora un tradimento?
Monica lo osservava ansiosa, con il timore di averlo perso per sempre.
Alex si alzò dalla sedia, incerto.
Non era in collera con lei, anzi riusciva a capirla; tuttavia ciò che gli aveva chiesto era una cosa improponibile. Forse sarebbe stato meglio lasciarla sola e non tornare a visitarla per qualche tempo; forse era sotto l’effetto di una droga che, a sua insaputa, il dottore le aveva prescritto, per pietà, magari facendole credere che si trattava di una normale medicina. Rammentò che la volta precedente lui stesso aveva pensato che assumerne una piccola dose avrebbe potuto aiutarla.
Si avviò verso la porta, convinto di aver preso la decisione migliore.
Mise una mano sulla maniglia e udì un flebile singhiozzo.
Si voltò.
Era vecchio e Monica era ancora una bellissima donna. Il pallore del suo volto faceva risaltare i grandi occhi azzurri, resi più luminosi dalle lacrime. Poi lei girò il viso sul cuscino, come per non guardarlo. Rimase immobile; ma lui notò che respirava in modo affannoso. Pensò alla paura che aveva provato, quando era stata aggredita in casa sua; cercò di immaginare la sua mente sconvolta dal panico, il corpo martoriato dai colpi di bastone. Era una donna sola e infelice, e lui…
Si avvicinò al letto.
Esitò, quindi le girò delicatamente il viso.
Monica lo fissava con uno sguardo indecifrabile.
Alex si sedette sul bordo del letto.
Si chinò e accostò le labbra alle sue. La bocca di Monica si schiuse e le loro lingue si sfiorarono, si ritrassero, si ricongiunsero. Monica ansimò. Gli prese una mano e la guidò sotto le lenzuola. Alex continuò a baciarla e prese ad accarezzarla… piano, timoroso di farle male. Lei trasalì e lui seguitò a muovere la mano; la penetrò con un dito, sentì che era bagnata, e aumentò progressivamente l’intensità della carezza.
Monica trasse un forte gemito, e Alex capì che stava godendo.
“Non uscire.”, disse lei.
Alex obbedì. Rimase fermo a guardarla, mentre il volto della donna diventava radioso.
“Ti amo, Alex!”, sussurrò.
Cosa ne sarà di noi?, pensò lui.

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copertina libroEntrò in un negozio di King’s Road e osservò disorientato la merce esposta. C’era una tale varietà di abiti che non riusciva a decidersi. Una ragazza arrivò in suo soccorso. “Mi chiamo Helen.”, disse con un sorriso gentile. “Se posso aiutarti…”
Alex la guardò. Sebbene non fosse graziosa, Helen era molto attraente. Aveva folti riccioli scuri e un sorriso malizioso. Era piuttosto alta e ben formata, ma era più giovane di lui. Tuttavia era decisamente più esperta. Gli porse un abito di buona fattura, che non era troppo costoso: in base a una semplice occhiata era in grado di valutare i mezzi economici dei clienti. Alex si cambiò, indossando i nuovi capi, e pagò la somma dovuta. Avrebbe voluto invitarla a fare una passeggiata, ma non era mai stato con una ragazza e non sapeva come comportarsi. Rassegnato, si avviò verso l’uscita del negozio. Era l’ora di pausa: sarebbe andato da solo a Trafalgar Square. Lei parve leggergli nel pensiero. Malgrado la differenza di età – almeno sette anni, pensava Alex – era più disinvolta e sicura di lui. “Adesso chiudo.”, disse. “Ti andrebbe di fare due passi con me?” Alex arrossì. Non si fidava della sua voce, perciò si limitò ad annuire.
Per un po’ camminarono in silenzio.
Helen gli posò una mano sul braccio.
“Raccontami qualcosa.”, gli disse.
Alex avrebbe voluto parlarle della sua vita: era sicuro che lei lo avrebbe ascoltato con attenzione. Però, non era un argomento interessante. “Mi piace leggere.”, disse. “E inventare storie.”
“Inventare storie?”
Alex sorrise, vagamente imbarazzato. “Già. Ad esempio, la storia della principessa Helen. C’era una volta un drago cattivo…” Aveva una fantasia incredibile e in pochi minuti lei pendeva dalle sue labbra, completamente avvinta. Lui narrò di battaglie, di rapimenti e d’amore, perché alla fine la principessa veniva salvata da un coraggioso cavaliere che si chiamava Alex.
Quando tornarono al negozio, Helen si alzò sulla punta dei piedi per baciargli una guancia. Poi corse dentro, lasciandolo felice e senza fiato.

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eBook2I bambini erano cattivi.
Sebbene fossero orfani come Alex, capivano che lui era diverso da loro, e si comportavano di conseguenza. Gli facevano gli scherzi più crudeli: un giorno lo avevano costretto a mettere la testa in un cesso sporco, e poi lo avevano deriso.
“Testa di merda!”
Da allora questo era diventato il suo nome.
Richard aveva sette anni ed era uno spregevole codardo, ma, come tutti i codardi, quando si sentiva protetto dagli altri trovava il coraggio per esternare la sua perfidia. “Tua madre aveva le gambe molto lunghe.”, gli disse un mattino. Alex gli rivolse uno sguardo interrogativo: come faceva a saperlo, dato che non l’aveva mai conosciuta? Con un sorriso maligno, Richard gli spiegò che a furia di camminare di giorno e di notte dovevano esserle cresciute per forza; poi pensò bene di chiarirgli il significato del termine “prostituta”, che a detta sua si adattava perfettamente alla povera donna.
Però, Alex temeva soprattutto gli insegnanti, perché usavano spesso e volentieri la frusta, e le scudisciate erano più dolorose del sarcasmo. Alla sera piangeva nel suo lettino – una misera branda, in realtà. Pensava alla mamma. Si chiamava Margaret Alliston; di lei ricordava il sorriso dolce e l’odore che sapeva di buono, le passeggiate in riva al mare, mano nella mano, e la fiabe che gli narrava alla sera per farlo addormentare. Quando Margaret era ancora in vita, Alex mangiava minestrine saporite, uova con il bacon e aringhe affumicate. Adesso, sei giorni su sette, solo porridge annacquato e pane posso.
Alex non sapeva perché sua madre fosse morta, tuttavia nutriva un forte sospetto…

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