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Archive for novembre 2014

RAGE 25

Vladimir Putin RageDue giorni più tardi, Volkov era a Mosca. Fece il suo rapporto raccontando esattamente quello che era successo: il viaggio fino a Londra, la lotta furibonda in una strada di Windsor, la morte di Ivan a Melbourne… e ciò che era accaduto dopo.
Melnikov lo ascoltò con aria gelida, senza commentare, quindi lo congedò.
Quella stessa sera Volkov fu convocato da Putin.
Era incredibile, pensò il capitano, come Vladimir potesse occuparsi di tutto. Trattare con i capi di Stato stranieri, controllare l’esercito, dirigere ogni aspetto della vita in Russia, e nel frattempo giocare con i delfini, praticare judo e lanciarsi con il paracadute da un aereo. Ma l’implicazione di quel colloquio era alquanto sinistra. Siberia o condanna a morte?
Dania conosceva bene la storia dell’uomo di San Pietroburgo. Figlio di una famiglia umile, si era laureato in Diritto Internazionale, era entrato a far parte del KGB, lavorando a lungo a Dresda e dimostrando doti eccezionali. Durante il fallito golpe del 1991 aveva giocato con astuzia le sue carte, restando alla finestra: preferiva che Gorbaciov cadesse, in quanto giovane e altrimenti destinato a durare a lungo; al contempo, disprezzava i vecchi catorci che si erano ribellati. Eltsin era la scelta perfetta, a causa delle condizioni di salute aggravate dall’amore per l’alcool. Da lui era stato nominato capo del FSB (un tempo, prima direzione centrale del KGB) e in seguito gli era succeduto. Dopo due mandati, per via delle leggi russe che non gli permettevano una terza candidatura consecutiva, aveva messo al suo posto un fedelissimo, Dmitrij Medvedev, assumendo la carica di primo ministro, tranne poi essere rieletto presidente l’anno prima.
Non era il genere di persona che perdonava.
Ad aggravare la situazione – anche se questo Volkov non poteva saperlo – c’era il fatto che lo zar non era per nulla di buon umore. Era tornato dagli Stati Uniti insoddisfatto. I noiosi e deprimenti colloqui con Monica Squire avevano dato risultati complessivamente deludenti: qualche trattato commerciale, alcune concessioni di ordine economico, ma poco altro. Benché Monica gli avesse confidato che durante la guerra russo-afghana lei, pur compiendo il proprio dovere, ideologicamente era stata dalla parte dell’Unione Sovietica, non si era dimostrata altrettanto avveduta riguardo alla situazione siriana. Che fosse dovuto a informazioni errate che le aveva trasmesso la CIA o a una scarsa capacità di giudizio causata dalla perdita del figlio, la sostanza non cambiava. Con orrore Putin aveva appreso che gli americani avrebbero rifornito d’armi i terroristi. Eppure erano della stessa pasta di Ibrahim al-Ja’bari!
Inoltre, Monica aveva messo dei paletti sulla questione ucraina e approvato l’operato della Merkel. Sconcertato, Vladimir era arrivato al punto di augurarsi che alle prossime elezioni vincesse un repubblicano: tipi tosti ma con i quali si poteva ragionare. In ogni caso, era sempre meglio lei del negro che l’aveva preceduta.
Ormai fuori gioco Silvio Berlusconi, Putin aveva deciso di appoggiare la Lega in Italia e Marine Le Pen in Francia. E di fare comunque a modo suo in quanto al resto.
Accolse Volkov freddamente.
Sulla scrivania c’era il resoconto dattiloscritto del suo rapporto, e Putin lo aveva letto con attenzione.
“Danil Borisovic”, esordì, “non è consentito trasgredire agli ordini.”
“Lo so, compagno presidente.”
Compagno presidente? Non è un termine obsoleto? Sei comunista?”
Volkov annuì.
“D’accordo. Ora raccontami quello che è veramente successo. Non le cazzate di questi fogli!”
E gettò il fascicolo per terra.
Dania parlò con franchezza.
“Com… presidente, Danielle Williams è una donna forte, un’assassina crudele e spietata; l’avrei uccisa volentieri, e per due ragioni: perché era il mio dovere e perché lo meritava.” Si interruppe.
“Ma?”
“Ma è crollata. Si è inginocchiata davanti a me, chiedendo pietà. Una donna terrorizzata che mi implorava… ho pensato a mia madre. Non ce l’ho fatta.”
“Tua madre? La mia credeva in Dio.”
Volkov rimase in silenzio.
“Danil Borisovic, hai mai sentito parlare di Aleksandr Stavrogin?”
“Matrioska!”, esclamò Volkov. “Certamente, sì!”
“Lui ha eliminato uno dei peggiori criminali nazisti, Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo. Un individuo spregevole che si era venduto agli americani e che trafficava nella nostra parte di Berlino. Lui ha ammazzato John Lodge, che all’epoca era il numero uno dei cekisti americani. Lui…”
Putin tacque, come immerso nei ricordi.
“Sarai mai alla sua altezza?”.
“No.”, rispose convinto Dania.
“Eppure, anche Stavrogin si lasciò ingannare da una donna. Hai mai letto qualcosa di Dostoevskij?”
Volkov scosse il capo. “Non era un vero rivoluzionario. Non sarebbe mai stato un bolscevico.”
“Già. Però, conosceva l’animo umano, più a fondo di chiunque altro.”
Putin estrasse un foglio da un cassetto della scrivania. Lo porse a Dania. Era una richiesta di condanna alla pena capitale, firmata dal tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR.
Volkov non batté ciglio. Era quanto si aspettava.
Non provò paura, solamente un senso di amarezza, poiché era una decisione giusta. Sapeva di aver tradito il suo Paese.
Putin riprese il documento e lo stracciò.
“Vattene, maggiore.”, disse. “E non chiederti perché. Potrei cambiare idea.”

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RAGE 24

VolkovDanielle si accorse della moto che la seguiva quando si trovò in aperta campagna. Accostò la jeep sul ciglio della strada, spense il motore e si fermò. Altrettanto fece l’uomo a bordo della Honda. Nel cruscotto c’erano una pistola e un pugnale dalla lama affilata; ma la donna li ignorò.
All’improvviso, si sentiva stanca, esausta, spossata.
La sete di vendetta, il desiderio di guadagno, l’arrogante sicurezza in sé, il compiacimento per la sua forza erano come svaniti, sostituiti da un anelito nuovo: desiderava un luogo sicuro in cui vivere, dove nessuno le avrebbe dato la caccia.
Si incamminò verso lo sconosciuto, fermandosi a due passi da lui.
“Sei della CIA?”, chiese a bassa voce, in inglese.
Volkov scosse la testa. “SVR.”, disse nella stessa lingua.
Danielle Williams lo osservò, stupita. Il servizio segreto che aveva sostituito il KGB. Cosa c’entravano i russi? “Perché vuoi uccidermi?”, gli domandò con calma.
“Ordini.”, rispose Volkov.
“Bene. Ti darò un milione di dollari in cambio della mia vita.”
Solamente un pazzo avrebbe rifiutato quell’offerta, eppure Volkov rimase impassibile. Se anche fu tentato di accettare, fu una questione di un attimo. “No. Mi dispiace per te, ma devo fare il mio dovere.”
Tirò fuori una pistola.
“Ti offro me stessa!”, esclamò Danielle, in preda al panico.
Volkov sollevò lentamente l’arma.
“Non voglio morire!”, gridò Danielle. Non avrebbe mai immaginato di essere catturata da un terrore così forte, tanto forte da toglierle il fiato, da soffocarla. A un tratto aveva perso la freddezza, l’orgoglio, la dignità: rimaneva solo l’angoscia, e il disperato bisogno di vivere.
“Hai ammazzato troppe persone. La cosa non mi riguarda… però non avresti mai dovuto giustiziare il figlio del presidente degli Stati Uniti. Vladimir Putin in persona ha deciso la tua sorte. Io mi trovo qui per obbedire.”
Puntò l’arma contro la donna.
Danielle si inginocchiò. “Abbi pietà, ti supplico!”
Volkov la guardò in modo strano.
Lei non poteva saperlo, ma quella fu la sua mossa vincente.
Ammazzare una donna che supplicava in ginocchio. Una donna sconvolta dalla paura. Una donna madida di sudore, che tremava. Cosa avrebbe pensato di lui sua madre?
Volkov sparò.
Una volta soltanto.
Poi si girò e risalì sulla moto. Invertì la marcia e tornò a Melbourne.
Danielle si accasciò per terra e vomitò.
Ma era viva.

Naturalmente non era un sabato quando si riunirono perché questo era proibito dalla legge; era invece una domenica calda e assolata: ma qualcos’altro andava contro le consuetudini e le ferree regole del Mossad. La presenza di un gentile.
Aaron Ben-David scrutò i presenti. Formavano un kidom di dodici elementi, dei quali quattro avrebbero agito, mentre gli altri otto si sarebbero occupati della copertura e delle misure necessarie per tornare in Israele.
L’insolita, e per alcuni di loro inaccettabile, partecipazione di un cittadino americano, che nel proprio albero genealogico non contava nessun antenato ebreo, era dovuta alla fermezza con cui l’ex agente della CIA aveva rivendicato il suo diritto a contribuire all’uccisione di Ibrahim al-Ja’bari.
“Il diritto e il dovere di un padre.”, aveva dichiarato Martin Yarbes.
In linea di principio, Ben-David avrebbe ignorato quelle parole; però conosceva bene Yarbes e non ignorava il fatto che era stato uno dei migliori uomini di Langley, se non il migliore in senso assoluto. Una seconda ragione che lo aveva portato ad accettare quell’insolita richiesta era il ricordo di antichi favori ricevuti dalla CIA. Un terzo motivo, la consapevolezza del dolore, dell’inaudita sofferenza, di un genitore che aveva seppellito l’unico figliolo. Se esisteva dell’altro, non è dato saperlo.
Il più ostile si era dimostrato il capo del kidom, Zeev, la più accomodante Sarah Gabai, la seconda in comando, forse a causa della sensibilità femminile.
“Bene.”, disse infine Aaron Ben-David. “Sappiamo dove quell’infame si trova.” Si alzò dalla scrivania per avvicinarsi alla grande carta geografica che occupava quasi un’intera parete. Puntò un dito. “Qui.”, affermò. “A pochi chilometri da Al Bukamal, sperando che non si sia spostato ancora.” Si voltò e aggiunse in tono freddo. “Il vostro compito è stanarlo ed eliminarlo. Questo è tutto.”
Yarbes annuì cupamente.
Sarah gli rivolse un sorriso. Conosceva gli esseri umani. In lui ravvisava scarsa empatia, ma una grande forza d’animo. Ciò che a lei piaceva.

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ChiaraChiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della  multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati  alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli  Mondo senza fine  di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

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RAGE 23

Rage 23Malgrado il dolore all’inguine, che era lancinante, Danielle Williams recuperò la sua borsa da viaggio e tornò alla stazione dei treni. Si accasciò su una panca, prese due aspirine che inghiottì senza acqua, poi guardò il tabellone luminoso dov’erano indicate le partenze. La fortuna non l’aveva abbandonata, non del tutto almeno: entro dieci minuti ci sarebbe stata l’ultima corsa per Londra. Acquistò il biglietto, scelse uno scompartimento vuoto – come quasi tutti del resto -, si tolse le scarpe e si sdraiò.
Quando il controllore la svegliò, erano ormai vicini a Waterloo Station. Danielle andò in bagno, si lavò e assunse altre due aspirine, quindi si occupò dei capelli. Scesa dal treno, prese un taxi e si fece portare all’aeroporto di Heatrow. Le formalità vennero espletate senza problemi, il passaporto falso a nome di Michelle Wilkins non suscitò il minimo interesse.
Qualche ora più tardi, era seduta in businnes class, diretta a Melbourne.
Ingannò il tempo bevendo champagne, mangiucchiando tartine e assistendo alla proiezione di due film, “Gran Torino” di Clint Eastwood e il più recente “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow con l’attrice Jessica Chastain. Ma perlopiù dormì.
Ventun ore e trentacinque minuti dopo, l’apparecchio della Emirates, che aveva fatto scalo a Dubai, atterrò in perfetto orario.
Danielle scese dall’aereo sollevata.
Durante il volo, aveva stabilito che la sua carriera di killer era finita. In quella strada buia aveva rischiato di morire e non intendeva rivivere un incubo così atroce.
Non poteva sapere che quello era solo l’inizio.

Sebbene negli ultimi anni in Russia le cose fossero cambiate, dentro di sé Volkov si sentiva un comunista. Suo padre e sua madre non rimpiangevano quei tempi; ma Dania aveva letto avidamente ogni pagina scritta sulla Grande Guerra Patriottica. Per due lunghi e terribili anni, i tedeschi avevano inflitto rovinose sconfitte all’Unione Sovietica, giungendo fino alle porte di Mosca, Stalingrado e Leningrado. Però, il grande popolo russo, guidato da Stalin, non si era arreso e alla fine aveva vinto, conquistando Berlino.
Non era da lui arrendersi, tradendo la fiducia dei superiori. Doveva seguire l’esempio dell’Armata Rossa.
Questo naturalmente non significava che non ammirasse Vladimir Putin; di lui gli piacevano la fredda determinazione, la perfetta organizzazione che aveva dato alla Russia e il duro cipiglio con cui sapeva affrontare e, se necessario, mettere in riga i Paesi capitalisti dell’Occidente, nonché i popoli inferiori di religione musulmana.
Un doppio motivo per portare a termine il suo compito.
Si rialzò a fatica e si pose una semplice domanda: se lui fosse stato nei panni di Williams, cosa avrebbe fatto? La risposta, pensò, era semplice.
Scrutò per quanto possibile il fondo stradale. A causa della scarsa visibilità, occorsero alcuni minuti, ma i suoi sforzi furono premiati; prese fra le dita un ramoscello, trasportato dal vento, lo spezzò, individuò una vecchia automobile, sicuramente priva del bloccasterzo, aprì senza problemi la portiera, collegò i fili e mise in moto.
Arrivò a Londra prima di Danielle, ma non si diede la pena di cercarla alla Waterloo Station. Andò direttamente a Heatrow. E lì la attese.
Quando la vide, non manifestò alcun stupore, tranne per il fatto che, benché lei avesse comprato un prodotto per scurirsi i capelli, adesso invece era diventata bionda, mentre prima era ramata; considerò che quello doveva essere il suo colore naturale.
Piccoli, inutili, trucchi.
Il suo passaporto era perfetto, gli era stato procurato dalla CIA prima del raid nel carcere. In esso, Volkov compariva come John Miller, imprenditore americano.
Prese posto sullo stesso aereo, in classe economica, bevve acqua minerale, non dormì, e raggiunse con lei il Tullamarine Airport situato a circa ventitré chilometri da Melbourne.
In Australia era passato da poco mezzogiorno. Nessuno dei due prese una navetta. Volkov la seguì a bordo di un taxi fino a una graziosa villetta, circondata da un bel giardino rigoglioso di fiori. Era situata in periferia, in un quartiere elegante e risultava di proprietà di una società lussemburghese che l’aveva acquistata tramite una banca dei Caraibi. Si trattava di uno dei rifugi segreti di Williams.
A quel punto Volkov si recò all’ambasciata russa per fare rapporto. Poiché era estate, era sudato fradicio. Fece una rapida doccia e indossò indumenti adeguati. Dopo un breve ma eccellente pasto – una succulenta bistecca al sangue, che si augurò non fosse di canguro -, gli fu ordinato di procedere, però non da solo. Un certo Ivan, nome probabilmente falso, lo ricondusse in macchina alla dimora della donna, e poi pretese di agire in prima persona. Volkov non era affatto d’accordo, ma non era abituato a discutere ciò che gli veniva comandato di fare. Ivan non gli era superiore in grado, però il rezident di Melbourne sì.
Restò sull’auto ad aspettare.
Ivan gli era antipatico, tuttavia era pur sempre un uomo del SVR, benché ufficialmente figurasse come addetto culturale. In ogni caso, se lo avevano spedito in Australia, ciò significava che non valeva un granché; altri erano i “teatri” importanti.
Trascorsi dieci minuti, capì che qualcosa era andato storto. E ne comprese anche la ragione: il borioso Ivan era entrato in quella casa disarmato. Come molti uomini, aveva dato per scontato che era più forte di una femmina e che l’avrebbe sopraffatta senza troppa fatica.
Inutilmente Volkov gli aveva fatto presente che la loro preda era pericolosa, sapeva battersi anche a mani nude, ed era forte e atletica. In particolare, aveva le gambe potenti; rammentava bene l’esito del loro incontro. Ivan aveva sorriso sprezzante. “Ho trascorso cinque anni in Siberia”, dichiarò in tono pomposo, “e il mio incarico era quello di istruttore di arti marziali. Hai forse bisogno di dieci membri del GRU per catturare una donnetta? Forse sei semplicemente fuori forma, amico. Poi ti lascerò il piacere di interrogarla; in seguito verrà giustiziata, e di quello mi occuperò io.”
Volkov ribatté con calma: “Hai effettuato un addestramento Spetsnaz?”
Ivan liquidò la domanda con un cenno della mano. “Roba sorpassata.”, proferì. “Era tipico dei comunisti inventarsi una miriade di esercizi deprimenti. Propaganda! Piuttosto, dimmi un po’: è affascinante la tipa?”
Volkov annuì.
“Allora non può essere forte. Non è una prerogativa delle donne attraenti. Loro cercano solamente il sesso. E usano le gambe per scopare.”
Idiota, pensò Volkov.
Quindi Ivan era sceso dalla macchina priva di contrassegni, una vecchia Ford che aveva conosciuto tempi migliori.
Se Volkov avesse potuto vedere ciò che successe fra quelle mura, come in un film, avrebbe assistito a una scena di lotta alquanto deprimente. Ivan era certamente un esperto in arti marziali, ma non era all’altezza della sua avversaria. In canotta e calzoncini jeans azzurri, Danielle Williams aveva aperto la porta, fissando sorpresa lo sconosciuto. Malgrado fosse stata presa completamente alla sprovvista, era riuscita a schivare due assalti. Aveva reagito subito: dapprima con uno haishu uchi (colpo col dorso della mano) e immediatamente dopo sferrando uno shuto/shito uchi (colpo con il taglio esterno della mano). Tramortito, lo stupido Ivan era finito al tappeto. Quindi, Danielle aveva pensato bene di ucciderlo, prendendo un affilato coltello da cucina e tagliandogli la giugulare. Provava lo stesso rimorso di quando aveva eliminato John Yarbes o i quattro irlandesi: zero. Dato che era a piedi nudi, calzò un paio di sneakers e non si perse in preparativi inutili. Due aggressioni in due giorni: non credeva alle coincidenze. Qualcuno la voleva morta. E quel qualcuno veniva da Langley, per via del marmocchio. Meglio così: la CIA non era infallibile, e la prova stava sotto i suoi occhi; temeva dieci volte di più il Mossad.
Comunque fosse, doveva andarsene all’istante da lì.

Spazientito, Volkov scese dall’automobile e suonò il campanello.
Non gli rispose nessuno.
Volkov insistette.
Poi il sesto senso lo indusse a portarsi sul retro della villetta, appena in tempo per scorgere la sua nemica salire su una jeep e sfrecciare via.
Il capitano tornò di corsa sui suoi passi, balzò sulla Ford di Ivan e accese il motore.
Ingranò la marcia, ma la macchina non partì.
Al diavolo l’efficienza dei russi!, ringhiò.
Saltò giù e si guardò attorno. Da un garage della villa più vicina un bel ragazzo uscì con una Honda nuova fiammante. La posizionò sul cavalletto per chiudere il cancello. Un momento più tardi, giaceva a terra privo di sensi.
Volkov inforcò la moto e partì a tutta velocità.

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RAGE 22

Danielle WilliamsDanielle Williams aveva con sé un taccuino sul quale aveva annotato gli indirizzi degli alberghi in cui era stata e che possedevano la caratteristica di essere ubicati in zone non troppo frequentate e dove il personale badava ai fatti propri senza curiosare sul conto dei clienti.
Le annotazioni riguardavano hotel di mezzo mondo, informazioni preziose per il suo lavoro.
Quando scese dal treno, a Windsor, si incamminò verso uno di essi; era un edificio vittoriano, situato a metà di Winkfield Road, e rimaneva aperto tutta la notte. Se fosse stata libera, sapeva già quale camera avrebbe scelto: al primo piano, in fondo al corridoio, con la finestra che dava sulla strada. La tappezzeria della stanza lasciava a desiderare, così come la pulizia; in compenso il riscaldamento funzionava bene e il servizio era sollecito e discreto.
In ogni caso avrebbe dovuto lasciare al più presto l’Inghilterra. Sarebbe stato molto rischioso trattenersi per più di un giorno o due; a parte il misterioso individuo che l’aveva seguita dagli Stati Uniti a Londra e che poi l’aveva pedinata, esisteva un altro pericolo: gli irlandesi, se O’Connor si era confidato con qualcuno, cosa improbabile ma non impossibile. Stabilì che sarebbe tornata in Australia per un periodo di riposo “attivo”, cioè dedicato agli sport e, perché no, al sesso di cui incominciava a sentire la mancanza.

L’uomo che la stava seguendo era un professionista di altissimo livello.
Se a Londra si era fatto notare, era stato a ragion veduta; in caso contrario, la donna non si sarebbe mai accorta di lui e invece il suo scopo era quello di indurla ad abbandonare la capitale, come puntualmente era avvenuto. E questo per una ragione molto semplice: non sarebbe stato saggio eliminarla in quella grande metropoli; un omicidio in provincia avrebbe suscitato minor scalpore, ed era ciò che lui desiderava. Qualche articolo sul giornale locale, due righe sul “Times” e poi l’oblio.
Mentre la seguiva, aveva notato con ammirazione che conosceva diversi trucchi. Sarebbe riuscita a seminare un poliziotto, un novellino dei servizi segreti, un investigatore privato, ma non un agente che aveva effettuato con grande successo l’addestramento Spetsnaz.
Tale addestramento fu ideato e perfezionato agli albori del KGB, la struttura che aveva sostituito l’NKVD dello psicopatico Lavrenti Berija, dopo la morte di Stalin, che a sua volta aveva preso il posto della famigerata Ceka e in seguito del GPU. L’SVR, nato dopo il fallito golpe del 1991, che causò la dissoluzione dell’impero sovietico, non ha modificato i metodi di addestramento.
Il capitano Danil Borisovic Volkov aveva portato a termine quel tour de force risultando al secondo posto di una classifica all-time, continuamente aggiornata e custodita gelosamente a Yazenevo, che teneva conto di ogni prova superata in modo brillante: si era piazzato alle spalle di un solo agente, Aleksandr Stavrogin, e soltanto per due punti.
L’addestramento Spetsnaz potrebbe essere affrontato da un marine, da un membro della Delta Force americana o del SAS britannico, da un parà francese, ma da pochi altri.
Prima di crollare esausto su una branda, al termine di una cena a base di salsicce, cetrioli e pane nero, Volkov aveva compiuto una serie di marce interminabili con quaranta chili sulle spalle avendo come unico conforto una borraccia piena solamente a metà, e ciò dopo aver lottato al mattino contro addestratori che assomigliavano a tori e aver nuotato a mezzogiorno in acque tanto gelide da mozzare il fiato. Aveva imparato l’uso degli esplosivi, delle IM, dei veleni, aveva sopportato la fame, la sete e la mancanza di riposo.
Dopo venti interminabili giorni, durante i quali molti avevano pensato con simpatia al suicidio e altri, man mano, erano stati scartati, Danil era stato affidato a un sergente, sicuramente appena uscito da un manicomio, che aveva preteso di trasformarlo in un animale. “Devi diventare un lupo, Danil Borisovic.”, aveva dichiarato con il tono di chi sta chiedendo una cosa assolutamente normale, tipo attraversare una strada sulle strisce pedonali.
E Volkov, con sua grande incredulità, era diventato un lupo. Aveva assimilato l’innata predisposizione di quell’animale ad avvertire la presenza di un nemico, in mancanza di un contatto visivo o di un particolare rumore, grazie alla capacità di cogliere la presenza di feromoni. Aveva acquisito la capacità di ridurre il battito cardiaco, allo scopo di evitare che un agente della CIA o del SIS riuscisse a scovarlo nella località più impensata.
Aveva appreso a seguire come un’ombra un compagno che fungeva da esca, a dileguarsi, sebbene fosse circondato da una “scatola”, a passare un messaggio in un bar, in un ristorante o in qualsiasi altro luogo, senza farsi notare da nessuno. Resistere alla macchina della verità e alle sostanze chimiche non costituiva un problema: al massimo, si ingurgitava una capsula di cianuro.
Un addestramento perfetto.
E adesso Danil doveva uccidere Williams.
Naturalmente nemmeno lui era armato, dato che aveva viaggiato in aereo, ma aveva dalla sua il fattore sorpresa, era un lottatore formidabile e lei era una donna…
Ciò nonostante, non era abituato a sottovalutare gli avversari. Tatiana, l’unica insegnante di sesso femminile, fra l’altro non particolarmente robusta, lo aveva steso tre volte, prima di spiegargli come le manguste uccidevano i cobra, e poco contava che il giorno dopo lui si fosse preso un’ampia rivincita: il ricordo di quell’umiliazione era rimasto.
Si portò alle spalle di Danielle, mentre lei imboccava Winkfiel Road. Il buio era quasi assoluto, ma a tratti la luna faceva capolino illuminando la strada, seppure fievolmente.
Volkov scattò un istante prima che Williams si accorgesse della sua presenza; quando avvertì un movimento dietro di sé ormai era troppo tardi. Volkov la trascinò a terra, si sistemò a cavalcioni sopra all’avventuriera e le cinse la gola con entrambe le mani, stringendo con forza.
Immobilizzata da un uomo che pesava almeno venti chili più di lei, Danielle fu colta dal panico. Sarebbe morta entro due minuti al massimo. Per un momento accettò quel destino, pensando a Damon – lo avrebbe raggiunto -; poi, però, l’angoscia e il terrore la spinsero a reagire… ma come? Non aveva possibilità di scampo.
Agitò inutilmente le lunghe gambe, mentre la mancanza di ossigeno diventava insostenibile.
Purtroppo la via era deserta e nessuno avrebbe potuto aiutarla.
Ma non voleva rassegnarsi. Non voleva morire.
Come una fievole luce che proviene dal passato, rammentò all’improvviso gli insegnamenti di Hiroyuki, il maestro giapponese che le aveva insegnato l’arte dello judo e di altre discipline di lotta. Sfruttare ogni possibilità, anche la minima. Slanciò le gambe, chiudendole intorno al collo del russo; quindi, applicò tutte le energie residue per trasformare quella presa in una morsa micidiale. Era una libera interpretazione di una mossa proibita nelle competizioni, chiamata Daki Age.
Volkov smise di strangolarla per liberarsi da quella tenaglia, ma lei lo sospinse in giù, senza mollare la presa. Le posizioni si rovesciarono e Danielle si trovò sopra: lo colpì alla tempia con un potente destro.
Poi non intese sfidare oltre la sorte.
Balzò in piedi e corse via.
Benché fosse giustificato dalla paura, si trattò di un grave errore: avrebbe dovuto tramortirlo con un secondo pugno.
Volkov si rialzò, rabbioso.
Trasse un profondo respiro, cercando di ignorare il dolore, e inseguì la donna. Inizialmente, non riuscì a tenere il suo passo. Quando si rese conto che perdeva terreno, strinse i denti e accelerò. Per quanto Williams corresse come un’atleta, lui era comunque più veloce.
A Danielle iniziava a mancare il fiato. Da ragazza, nelle gare scolastiche, vinceva spesso sulle distanze brevi, però cedeva sempre nel giro di pista. Cominciò a rallentare, anche a causa della furibonda lotta di poco prima. Eppure l’albergo era così vicino! Malgrado l’aria fredda della notte, era madida di sudore. Di norma, quando doveva ammazzare qualcuno, adoperava una pistola, un fucile oppure uno stiletto; era raro che combattesse corpo a corpo.
Si sentiva esausta.
Presto, il russo la raggiunse.
Protese una mano e la afferrò per i capelli.
Danielle gridò.
Volkov la fece roteare su se stessa e sferrò un sinistro che avrebbe steso un bue.
Danielle si scostò, evitandolo per un soffio.
Il russo la prese all’inguine con un violento calcio.
Danielle finì a terra, stravolta dalla sofferenza.
Volkov si chinò su di lei per finirla.
Con la forza della disperazione, Williams gli ficcò due dita negli occhi.
Si allontanò a quattro zampe, in qualche modo si sollevò e, rimpiangendo di non avere più gli stivali, si girò e lo centrò in piena fronte con un piede.
Ma anche le ballerine andavano bene.
Volkov perse i sensi.

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RAGE 21

rageIl colloquio con Putin l’aveva rianimata.
Verso sera, prima della cena ufficiale, affrontò Margaret. Era una sua creatura, le doveva tutto, ma quando Monica finì di strapazzarla, oltre a essere bianca come un cadavere, era anche risentita.
Monica fu molto dura con lei – ed era la prima volta in assoluto – e la costrinse a raccontarle ogni cosa, senza alzare la voce ma usando un tono gelido se capiva che stava tergiversando. Margaret le ricordò di aver ricevuto i pieni poteri, Monica liquidò quell’affermazione con un brusco cenno della mano. “Nel rispetto delle leggi vigenti!”, le disse a muso duro. “E invece avete organizzato una specie di congiura. Non posso attribuirvi la colpa per la morte di John; però sarebbe un eufemismo dichiarare che non apprezzo ciò che è successo. In quanto ai pieni poteri, sono revocati. E adesso ripetimi tutta la dannata storia, senza omettere un solo particolare.”
Quando Collins finì di parlare era sudata e non per via del riscaldamento dello Studio Ovale. La tensione l’aveva portata a contraddirsi varie volte, la sicurezza di cui aveva dato prova in precedenza pareva svanita.
Monica le rivolse uno sguardo freddo. “Molto bene.”, commentò, sarcastica. “Un innocente in prigione, il direttore di un carcere ricattato, sei terroristi liberati con una bella dose di veleno nel corpo, FBI e CIA che fanno comunella. Un’operazione davvero grandiosa.”
“Mi stai trattando molto male. Io ho cercato di rimediare, nei limiti del possibile.” Margaret aveva le lacrime agli occhi.
Monica la fissò. “Dovrei forse congratularmi con te?”
Probabilmente stava esagerando, pensò, ma aveva bisogno di sfogarsi e in ogni caso Collins non era esente da colpe.
“Puoi liquidarmi, se è quello che desideri. Presenterò le mie dimissioni domani stesso. E intendi far fuori anche Brubeck, Fowley, Stevens? Sarebbe un autentico cataclisma, non credi? Tutti i vertici di Quantico e Langley azzerati. Senza contare che sei stata tu a promuovere Brian Stevens. Nel frattempo, Putin è qui… non oso pensare alle sue risate, e a quelle del resto del mondo.”
Monica scosse la testa. “E’ ovvio che sarebbe un disastro, anche se non nego che non mi dispiacerebbe cacciare quei tre. Sono stata dura con te, è vero, ma non desidero liquidarti. Sei forte, intelligente… astuta, e fra quattro anni prenderai il mio posto. Hai semplicemente dovuto bere una medicina amara. Capita a tutti, sai? E non è detto che faccia male. Per me l’argomento è chiuso, però voglio che Underwood sia rimesso immediatamente in libertà e che le false accuse siano ritirate. Che ci pensi Milton Brubeck, visto che è tanto furbo.”
Il potentissimo capo dell’FBI naturalmente obbedì, salvo apprendere con grande gioia che Bruce Underwood si era reso colpevole di un altro reato: insider trading. Patrick Fowley tornò a trovarlo e i suoi diritti costituzionali gli vennero letti per una seconda volta. Il verme aveva speculato sul rapimento di John.
“Martin. Martin.”, riprese Monica. “Al termine del mio mandato, chiederò il divorzio, è inevitabile.” Lanciò una nuova occhiata a Collins. In fondo, era vero: lei aveva cercato di fare del suo meglio, non aveva agito con malizia; inoltre, Monica non ignorava il suo amore per John. Decise di mostrarsi più dolce. “Mi dispiace vederti piangere, rimani una grande amica.” Trasse un sospiro. “E ora prepariamoci per la cena.”
Margaret fece un debole sorriso.
“Scusami.”, mormorò.
“Vieni qui.”, disse Monica, restituendole il sorriso. “Dopo le sculacciate, ci vuole un abbraccio.”
La storia del misterioso russo sarebbe venuta fuori in seguito, quando Monica si confrontò con Brian Stevens. A causa dell’agitazione, Margaret se n’era dimenticata.
Quello stesso giorno, Ibrahim al-Ja’bari avrebbe rivendicato su internet il sequestro e l’uccisione di John, annunciando che era solo il primo passo della guerra senza quartiere che per volere di Allah aveva scatenato contro il Satana americano e i perfidi israeliani. Fino alla distruzione totale.
Sarebbe risultato impossibile rintracciare l’autore del messaggio, opera di un esperto hacker, che l’aveva fatto rimbalzare per mezzo mondo, come un malware.

Danielle Williams era tornata in albergo a piedi, allungando di proposito il tragitto e cambiando continuamente itinerario, passando da una via all’altra in modo da arrivarci dalla parte opposta rispetto al punto di partenza; aveva preso le sue cose e aveva saldato il conto. Se il portiere si era stupito, non lo aveva dato a vedere e aveva chiamato un taxi senza battere ciglio.
Con il taxi era andata in un altro hotel, si era registrata come Michelle Wilkins, utilizzando il suo secondo passaporto, era salita in camera, ne era subito uscita, aveva usato le scale di servizio, percorso uno stretto corridoio scarsamente illuminato e si era dileguata attraverso l’ingresso destinato al personale e ai fornitori, che immetteva su un piccolo vicolo secondario.
Aveva smesso di piovere, l’aria era quasi tiepida, nel cielo qualche timida stella. Danielle era entrata in una profumeria dove aveva acquistato un prodotto per scurirsi i capelli e si era messa a chiacchierare con la commessa, sbirciando di tanto in tanto dalla vetrina. Quando dieci minuti più tardi era tornata fuori, l’uomo era scomparso.
Si era fermata a comprare delle riviste e mentre le sfogliava se n’era lasciata sfuggire una mano di mano per potersi chinare e nel frattempo gettare uno sguardo alla strada. Niente. Era riuscita a seminarlo?
Aveva cenato in un ristorante italiano, trattenendosi fino all’ora di chiusura per riflettere con calma, mentre assaporava l’ottimo caffè che veniva servito, ben diverso da quello inglese. Ne aveva bevute tre tazzine.
Era consapevole di aver commesso un grave errore: non avrebbe dovuto viaggiare con il suo vero nome. Non immaginava di essere “schedata”, ma avrebbe dovuto immaginarlo.
Uscita dal locale si guardò attorno, anche se con il buio era difficile distinguere l’eventuale sagoma di un uomo. Non era armata, è impossibile esserlo quando si viaggia in aereo. E l’individuo che l’aveva seguita le era sembrato forte e atletico. Chi era? Un agente della CIA? O del MI5? E come avevano fatto a scoprire che era stata lei a uccidere il ragazzo americano?
Accantonò quelle domande. Al momento la priorità era lasciare Londra.
Non era esattamente spaventata, però si sentiva inquieta.
Si guardò i piedi: calzava stivali neri con il tacco alto che alle sue orecchie producevano un rumore infernale. Aprì in fretta la borsa, tirò fuori un paio di ballerine Manolo Blahnik e si sfilò gli stivali, abbandonandoli in un cestino per i rifiuti. Poi aumentò il passo, diretta verso Waterloo Station.
Sebbene fosse concentrata su altro, una prima risposta le arrivò automaticamente. Il cervello talvolta lavora per conto suo. Se qualche servizio segreto l’aveva individuata, per una qualche imprudenza che le sfuggiva, sarebbe stato sufficiente controllare tutti i passeggeri in partenza dall’America e fare due più due: lei stessa si sarebbe comportata così.
Comunque l’uomo era solo, si disse. Non si trattava di una “scatola” e questo era positivo. Una “scatola” è composta da quattro elementi, in costante contatto fra loro: uno davanti, uno dietro, due ai lati. Per questo motivo i quattro restano invisibili, e quello che cammina alle spalle della preda non ha alcuna ragione per avvicinarsi troppo sino a farsi notare.
Sicuramente non apparteneva al Mossad, altrimenti le avrebbe sparato subito; se gli israeliani l’avevano identificata, sapevano allora che aveva ucciso due di loro ed erano famosi per non perdonare mai.
Raggiunse la stazione e alle ventitré e ventotto salì sul treno per Windsor.
Un istante prima che si chiudessero le porte, qualcun altro salì su quel treno.

Il giorno dopo, giovedì, Monica si svegliò presto, fece una rapida doccia, si vestì e, seguita dalle immancabili guardie del corpo, andò da John.
Esiste un limite davanti al quale la forza nervosa, la capacità di reazione, la volontà, sono destinate a fermarsi, almeno per un certo periodo di tempo.
Mostrarsi affabile, sebbene composta, simpatica, anche se austera, durante l’interminabile cena le era costata molta fatica. Ma aveva retto. In questo Margaret le era stata di grande aiuto, soprattutto quando l’aveva sostituita nella sfida a braccio di ferro con Putin, che aveva vinto, sicuramente perché il leader russo aveva deciso di lasciarla vincere. Poi Putin si era dilettato con altri giochi. Non si erano affrontati argomenti seri; quelli erano stati rimandati al pomeriggio di oggi, e all’indomani – l’intera giornata.
Ora voleva pensare a suo figlio.
Si immerse nei ricordi: erano molti e tutti belli. E allo stesso tempo strazianti. Formulò mentalmente una breve preghiera, quindi tornò al presente.
Se come sembrava certo non erano stati i terroristi a ucciderlo, ciò significava che forse non era morto a causa sua; un magro sollievo, ma anche una ragione per non arrendersi e per continuare a lottare.
L’attendeva un compito impegnativo, al quale avrebbe dovuto dedicarsi con tutte le sue forze, in nome di John.
Da decenni gli Stati Uniti avevano imboccato una strada dissennata. Le persone di successo volevano una bella casa e poi, non soddisfatte, ne acquistavano una più grande; possedevano quattro o cinque carte di credito ed erano sempre al limite, perciò dovevano lavorare e produrre di più. Era un circolo perverso: si indebitavano prima di guadagnare; era una corsa folle, una sfida continua con colleghi e rivali, frutto di un’ambizione sfrenata, e intanto i poveri erano sempre più poveri, nell’indifferenza generale.
Se fosse riuscita a stabilire un patto con Putin per ridurre gli armamenti, avrebbe potuto disporre di somme ingenti da destinare allo stato sociale, scuola, sanità, nuovi posti di lavoro; e ancora, lotta alla criminalità organizzata, ai trafficanti di droga, alla corruzione. Si sarebbe impegnata per tutelare maggiormente i diritti delle minoranze, degli emarginati, delle coppie gay. Avrebbe incrementato la ricerca scientifica, soprattutto nell’ambito medico, tagliando in maniera consistente i fondi destinati ai satelliti, ai missili e a tutte le diavolerie progettate dal Pentagono. Avrebbe aumentato le tasse a chi possedeva yacht, aerei privati, ville sontuose, macchine di lusso. E avrebbe sfidato il Congresso, le lobby, chiunque si fosse opposto al suo programma. Avrebbe aiutato i Paesi del Terzo Mondo.
Si asciugò una lacrima, poi si costrinse a sorridere. Se esisteva un’aldilà, John sarebbe stato fiero di lei.
Lo farò per te, John!

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