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Archive for novembre 2012

I LOVE JANINE 7

Il vero nome di Marcus era Hans Schweinsteiger. Suo padre era tedesco, sua madre spagnola, ed egli parlava perfettamente entrambe le lingue. Conosceva anche l’inglese e il russo.
Da giovane Marcus aveva seguito le orme paterne lavorando come tecnico in un’acciaieria, ma presto quell’occupazione gli era venuta a noia. Lo stipendio era buono, però inferiore alle sue necessità: Marcus amava vestirsi bene, circondarsi di lussi, mangiare nei migliori ristoranti e bere champagne. Era stato in Sud America, una vacanza fin troppo breve che però gli aveva permesso di conoscere le persone giuste. In Germania la polizia non scherzava, era efficiente e organizzata. Dopo aver riflettuto a lungo Marcus decise di trasferirsi a Londra. In Inghilterra aveva prosperato, creandosi una vasta rete di clienti grazie ai quali poteva concedersi tutto quello che voleva. I poliziotti inglesi erano pigri e corruttibili. Marcus aveva a libro paga un capitano: questo gli consentiva di dormire fra due guanciali.
Marcus era capace di porsi in modo diverso a seconda delle persone che frequentava. Con i clienti si comportava in modo freddamente professionale, al pub recitava la parte del sognatore ingenuo, con le donne sapeva essere appassionato ma anche brutale. Non aveva scrupoli e l’anno prima aveva fatto sparire nel Tamigi un italiano che cercava di fare il furbo, invadendo la sua zona e mettendo gli occhi sulla sua clientela: prima di gettarlo nel fiume, Marcus lo aveva accoltellato.
Era sempre stato deciso e risoluto, ciononostante nel caso di Sarah Taverner e di Janine Leblanc aveva esitato fin troppo a lungo. Si era accontentato di sognarle, e questo era molto strano per lui; ma forse, pensava, era un metodo per accrescere l’eccitazione: non una decisione razionale bensì un impulso dettato dall’inconscio. Comunque fosse, adesso era arrivato il momento di agire. Il “Sun”, come sempre informatissimo sugli eventi più banali, aveva riportato una notizia che lo aveva profondamente irritato; stando a quanto aveva pubblicato il giornale, Sarah e Janine si erano lasciate. Ma Marcus le voleva tutte e due: assieme nello stesso letto. Era il suo grande sogno, ed egli era abituato a realizzare i propri sogni, a ottenere ciò che desiderava, a non farsi fermare da niente e da nessuno, a qualsiasi costo. L’italiano che dormiva il sonno eterno nel Tamigi ne sapeva qualcosa, se da qualche parte esisteva un aldilà.
Sarah Taverner aveva un carattere forte, ed era scostante. Gli approcci di Marcus erano falliti: non l’aveva affascinata, non era riuscito a indurla ad assumere l’ecstasy, né a portarla fuori a cena.
Ma i fallimenti non lo avevano mai sgomentato, dato che aveva sempre saputo trasformarli in trionfi. Quando era ancora un ragazzino si era scontrato duramente con suo padre, e sfidare Joseph Schweinsteiger non era la cosa più facile di questo mondo. Joseph era figlio di un ufficiale nazista, un colonello delle SS, e da lui aveva preso durezza e intransigenza; ma con Marcus i suoi modi prepotenti e la vena di crudeltà, probabilmente ereditate dal colonnello, si erano rivelati inutili. Marcus era un vincente nato.
Rintracciò il nuovo indirizzo di Janine e andò a farle visita. Mentre guidava con calma, si disse che quello era l’anello debole della catena.
Quando scese dalla macchina lanciò un’occhiata al cielo. Era una fredda ma limpida serata invernale. Apparivano le prime stelle, lontani punti luminosi che brillavano simili a remoti gioielli. Marcus si prese qualche minuto per osservarle. Un giorno sua madre gli aveva detto che gli astri influenzano la vita degli uomini, e lui le aveva creduto. Aveva scrutato attentamente la volta celeste per individuarne uno particolarmente lucente, convinto che avrebbe indirizzato la sua esistenza. Naturalmente la mamma aveva avuto ragione, e Sirio lo aveva sempre guidato e protetto. Prima di suonare al citofono di Janine si chiese perché le stelle di lei e di Sarah Taverner si fossero allontanate. Lo avrebbe scoperto quella sera e si sarebbe inventato qualcosa per farle riavvicinare, almeno provvisoriamente: dopo che le avesse possedute entrambe, avrebbero potuto lasciarsi anche per sempre.

Mentre Susan Driver le succhiava un capezzolo, Sarah capì che non funzionava.
Non c’era nulla che non andasse in lei, a parte forse l’accento texano. Era attraente, volitiva, tutto sommato anche simpatica e, quando si erano esibite a Reading, fra loro era passata come una corrente magica, la stessa scossa che ricordava di aver avvertito mentre provavano la nuova canzone. Ma allora Sarah era legata a Janine.
Adesso invece era libera e, più per noia che per reale convinzione, si era lasciata sedurre da Susan. Non cercava l’amore, ma del buon sesso. Era un metodo come un altro per scacciare la solitudine. Però, sebbene Susan avesse un bel corpo e sapesse muoversi con estrema perizia a letto, ciò che mancava era propria quella famosa scossa. Sarah aveva conservato l’ultimo grammo di coca per quell’occasione, e adesso si rendeva conto di aver sbagliato dato che le rammentava Janine. Susan non possedeva la sua dolcezza, era avida e pressante ma si capiva che non era mossa da alcun sentimento… come Sarah, peraltro.
Quando si sentì penetrare, fu colta quasi da un senso di fastidio. Distolse il viso per sottrarsi ai baci, finse di ansimare, ma intanto pensava a Janine. Le parole di I love Janine riecheggiavano nella sua mente: da lì, poi, scendevano al cuore. Sarah l’aveva amata con tutta se stessa. Le piaceva la sua personalità, la intrigava sessualmente, condivideva con lei interessi, sogni, aspettative. Tuttavia non riusciva a perdonarla e pensava che non lo avrebbe mai fatto: ne era sempre più convinta. Janine sapeva di sua madre. Questo rendeva doppiamente grave il suo comportamento. Senza contare che avrebbe potuto scegliere fra mille insulti possibili, ma sgualdrina no! Era l’unica parola che Sarah non avrebbe mai potuto accettare e Janine, benché accecata dalla gelosia, avrebbe dovuto esserne consapevole.
Finalmente Susan si rilasciò sul letto, apparentemente appagata. All’occorrenza, Sarah sapeva essere una brava attrice e riteneva di aver finto in maniera credibile. Era stata spinta a ciò dal desiderio di non ferirla, sia perché non lo riteneva giusto dopo che aveva accolto le sue avanche, sia perché Susan poteva rivelarsi assai utile ai fini della sua carriera; era un modo di pensare un po’ meschino, ma non certo insolito nel loro ambiente.
Si alzò dal letto per andare a preparare il tè. Susan si stirava piacevolmente, con aria languida. Una volta che fu in cucina, Sarah venne raggiunta da un nuovo pensiero. Ricordava le parole che aveva detto a Janine: “E’ finita, non voglio più vederti. E ti prego vivamente di non farti trovare qui al mio ritorno. Mi costringeresti a buttarti fuori o a chiamare la polizia.”
Benissimo. Questo era vero, però una persona determinata non si sarebbe arresa subito, limitandosi a farfugliare delle scuse (Dammi una possibilità! Ho sbagliato, lo so benissimo, non so che cosa darei per poter tornare indietro e tenere chiusa quella mia maledetta bocca!) Come si sarebbe comportata lei, Sarah, in una situazione simile? Avrebbe lottato, sarebbe tornata da lei per tentare di convincerla, le avrebbe scritto o telefonato, e al telefono non avrebbe fatto scena muta! Janine era una donna debole, se ne rendeva conto appieno adesso, e questa era la seconda ragione per cui non intendeva perdonarla. Si era ingannata sul suo conto. La dolcezza, la passione, l’affetto, non compensavano la mancanza di forza. Sarah non sopportava le persone prive di carattere, e Janine si era dimostrata tale. C’era anche un’altra possibilità: che quella di Janine fosse una semplice infatuazione e non amore vero; per questo non aveva insistito. Però Sarah tendeva a escluderla. Le sembrava poco verosimile. No, era proprio mancanza di attributi.
Tornò in camera con il tè, rabbiosamente sicura di aver fatto bene a lasciarla.

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L’ambasciata britannica si trova di fronte al Cremlino, sul lungofiume Sofiskaja.
In realtà, è il corpo principale e più antico di quell’enorme apparato diplomatico; altre sedi minori sono infatti dislocate altrove.
Alle nove di mattina del due agosto, con il sole già alto nel cielo minacciato da un manto di foschia, due uomini osservavano la bandiera inglese, riflettendo su un modo per penetrare nell’imponente edificio. Era un’impresa impossibile, ma questo lo sapevano già. La polizia russa stazionava tutt’intorno al caseggiato, e sia Yarbes sia Tarasov avevano buoni motivi per evitare di essere fermati.
Lì dentro, però, c’era l’unico contatto utile cui Yarbes potesse rivolgersi. Si trattava del funzionario che aveva organizzato l’incontro con Putin. Yarbes non vedeva alternative, se non quella di vagare per i dintorni di Mosca, in attesa di essere arrestati, interrogati e fucilati. Recarsi all’ambasciata americana naturalmente era fuori questione.
Tarasov avrebbe potuto seguire la famiglia in Siberia; ma sarebbe stato altrettanto pericoloso, perché anche i treni erano controllati. Moglie e figlio potevano passare insosservati, il maggiore del GRU no. Non dopo la morte di tre agenti del KGB, avvenuta a pochi metri da casa sua, mentre erano in procinto di portarlo alla Lubjanka.
Yarbes aveva la barba lunga e gli occhi iniettati di sangue di chi non dorme da molte ore. Non era diverso da una quantità di persone che a quell’ora si aggiravano per Mosca nell’illusione di procurarsi da qualche parte del cibo. Tarasov indossava indumenti puliti: abiti normalissimi che non attiravano l’attenzione di nessuno.
Probabilmente restarono fermi troppo a lungo, e fu questo a insospettire l’uomo che li individuò per primo. D’altro canto, erano stanchi, a digiuno, e avevano i riflessi intorpiditi. Altrimenti Yarbes non avrebbe mai commesso un simile errore, e neppure Tarasov. In ogni caso, non furono fortunati.
Il maggiore del GRU vide tre poliziotti che si avvicinavano. “Filiamo!”, sibilò. Yarbes annuì e i due si incamminarono verso il ponte di pietra che attraversa la Moscova. I tre che li stavano seguendo si fermarono, incerti. L’idea di mettersi a correre, scansando vecchi, donne, oziosi e turisti, non era entusiasmante e comunque il loro compito era di fermare gli intrusi non di rincorrerli per le strade di Mosca.
Yarbes notò con la coda dell’occhio che avevano rinunciato a seguirli e rallentò il passo, Tarasov lo imitò.
Pochi secondi più tardi si trovarono di fronte a un capitano del Gruppo Alpha che proveniva dalla parte opposta, accompagnato da quattro agenti. Al capitano non era sfuggito il fatto che i due uomini si erano allontanati dall’ambasciata quando i poliziotti si erano diretti verso di loro. E adesso scrutava attentamente i volti di quegli individui sospetti.
Pomarev sapeva che a Mosca c’erano tre spie americane. Una era reclusa alla Lubjanka, la seconda – considerata meno pericolosa, era libera tuttavia strettamente sorvegliata -; il terzo era un uomo, di cui aveva visto la fotografia. Con ogni probabilità si accompagnava a un traditore, il maggiore Leonid Tarasov del GRU.
Pomarev non dimenticava mai una fisionomia.
Fece un cenno ai tre poliziotti che accorsero subito.
Nel frattempo, aveva estratto la pistola.
“Generalità?”, chiese.
Tarasov si arrese. Era abituato a dare la caccia ai nemici, non a nascondersi e a scappare. Batté i tacchi. “Maggiore Tarasov.”, dichiarò.
Pomarev posò i freddi occhi su Yarbes. “CIA, suppongo.”
L’americano annuì stancamente.
“Seguitemi.”, disse. Yarbes e Tarasov furono ammanettati e sospinti rudemente. I tre tornarono davanti all’ambasciata britannica. Due occhi inespressivi avevano seguito la scena senza apparente interesse.
Il sole si liberò delle nubi e l’aria divenne soffocante.
Intorno al piccolo gruppo – Pomarev davanti, seguito dai due prigionieri, i quattro membri del Gruppo Alpha dietro -, la folla cresceva. C’erano numerosi turisti, contadini venuti per tentare di vendere la loro mercanzia, ragazze belle e brutte, uomini dallo sguardo assorto, altri dall’espressione assente, bambini, soldati. Era così tutti i giorni.
Pomarev fendeva la moltitudine che intralciava il passaggio. Tarasov pensava alla moglie che non avrebbe più rivisto. Yarbes cercava una via d’uscita, più che altro per abitudine, dato che non ce n’erano.
Fu lui a notare il trambusto.
A circa trenta metri di distanza, due uomini si stavano picchiando selvaggiamente. Una vecchia urlava, invocando aiuto.
Pomarev proseguì, allargandosi sulla destra per evitare di finire in mezzo alla rissa.
Cinque energumeni sbucarono all’improvviso e presero a calci e pugni uno dei due contendenti. Altri tre emersero dalla parte opposta, prendendo le sue difese. Alcuni bimbi imitarono gli adulti, rotolandosi avvinghiati per terra. Una biondina dall’aria inoffensiva pensò di regolare vecchi conti in sospeso e si scagliò addosso a una giovane bruna, la quale reagì tirandole con forza i capelli. Un attimo dopo, un carretto che trasportava frutta si rovesciò e mani avide si protesero per impossessarsi del contenuto.
La confusione era indescrivibile.
Pomarev tirò fuori la pistola.
Ma in quel selvaggio assembramento serviva a ben poco.
Yarbes notò che, come per uno strano disegno, una parte dei combattenti si stava spostando in modo da frapporsi tra il capitano del Gruppo Alpha e i suoi prigionieri. Gli altri, spingendosi e insultandosi, finirono alle  spalle dell’americano. La manovra fu così rapida e ben congegnata che soltanto lui se ne accorse.
Poi una voce disse in pessimo inglese: “Venite con me! Ora!”

John Wyman bevve un secondo caffè. Lasciò correre lo sguardo per il locale e si animò all’improvviso.
“Stratford-upon-Avon!”, esclamò. “La patria di Shakespeare”.
Susan lo guardò perplessa. Stava finendo un abbondante piatto di uova; in precedenza si era dedicata con entusiasmo al pesce affumicato, al burro e alla marmellata. Malgrado fosse inglese, Wyman mangiava molto poco al mattino.
“Pivot dei Los Angeles Lakers.”, dichiarò lui. “Quaranta punti sbattuti in faccia ai Boston Celtics.”
Susan seguì la direzione dei suoi occhi.
“Mi sembra un po’ basso.”, commentò.
Il Bastardo sospirò. La ragazza era ignorante, tipico degli americani, però il seno… e le gambe…”
“Mi riferisco a Adrian Newey.”, spiegò. “E’ il numero uno, il più grande progettista del mondo. Scuderia Williams. Ed è nato a Stratford-upon-Avon.    Quest’anno il titolo andrà a Senna, ma la prossima stagione non sfuggirà a Mansell. Cosa diavolo ci fa a Mosca? Quasi quasi, vado a salutarlo.”
“Eltsin!”, lo bloccò Susan.
“Già, Eltsin.”, borbottò lui. “Mentre dormivi, castamente avvolta nelle tue lenzuola, io ho lavorato. E’ un ubriacone.”
“I russi bevono, si sa.”, commentò tranquillamente Susan.
“Non Gorbaciov.”, obiettò il Bastardo.
“Credevo che avessimo raggiunto un accordo.”
“Ed è così. Aspetto una risposta. A quanto pare, il tuo Boris sembrerebbe smanioso all’idea di essere intervistato da un giornalista inglese. E io sono il migliore.”
Alla faccia della modestia!, pensò lei, ma non lo disse.
“Bene.”, annunciò Wyman. “E’ ora di muoversi.”

Mentre Susan e il Bastardo consumavano la loro colazione, e Yarbes sfuggiva a Pomarev, Monica Squire era a letto con Nadiya. Era successo anche la notte prima. Monica si era dimostrata pragmatica: le donne non le piacevano, ma erano pur sempre meglio delle docce gelate e di tre giorni senza cibo.
Prima di accettare, precisò solo che non gradiva le punizioni corporali. Nadiya non sollevò obiezioni. E se il primo impatto fu freddo e deludente – due sconosciute che si baciavano senza passione, e una mano che non destava alcun desiderio all’americana -, il secondo incontro si rivelò invece estremamente intrigante, con grande stupore di Squire.
Nella sua immaginazione, peraltro scarsamente interessata all’argomento, aveva sempre pensato che l’amore lesbico fosse dolce, poetico, e noioso. Scoprì che le cose non erano esattamente così. Nadiya la possedeva come avrebbe fatto un maschio, con la differenza che nel frattempo la accarezzava e la baciava come un maschio non avrebbe saputo fare.
Monica raggiunse l’orgasmo in tempi molto brevi; e, suo malgrado, si sentì in dovere di ricambiare. All’inizio, si sentì goffa e quasi ridicola; presto, però, comprese come funzionava la cosa e provò un piccolo brivido di soddisfazione quando la russa cominciò a urlare.
Non era come Aglaja, rifletté: quella era stata una pazza sadica, violenta e intellettualmente sottosviluppata. Nadiya era molto diversa: viziosa, certo, ma anche intelligente e, perché no, carina, sebbene non fosse propriamente bella. E poi, pensò maliziosamente, l’aveva sbattuta alla grande.
Al Bastardo quel gergo non sarebbe piaciuto.

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La prima Chaika passò davanti al capitano Miloslav Pomarev all’orario indicato. Sebbene conoscesse alla perfezione la strada, l’autista guidava con prudenza, a velocità moderata.
Un quarto d’ora più tardi, la seconda Chaika, anch’essa nera e priva di contrassegni, come la macchina che l’aveva preceduta, attraversò il bosco illuminato dagli ultimi raggi del sole. Alla luce del crepuscolo, il capitano riconobbe l’uomo seduto dietro e si irrigidì nel saluto militare; poi tornò a fissare la strada sterrata con i gelidi occhi inespressivi.
Pomarev aveva disposto un doppio cordone: il primo circondava il bosco da ogni lato, il secondo formava un cerchio più ristretto, attorno alla dacia. Entrambi erano composti da uomini del Gruppo Alpha del KGB, superbamente addestrati e armati fino ai denti.
Quindici minuti dopo, sopraggiunse una terza Chaika, e mezz’ora dopo una quarta. Pomarev si avviò in direzione della dacia. Anche se non li aveva visti tutti in faccia, sapeva perfettamente chi era a bordo di quelle auto.
Sulla prima, Vladimir Kryuchkov il presidente del KGB, che era il proprietario di quell’abitazione ubicata a est di Mosca. Kryuchkov possedeva un appartamento in città, la lussuosa dacia ufficiale a Usovo e una terza dimora sul Mar Nero, ma per quell’incontro, l’ultimo e il decisivo, aveva preferito una località isolata, di cui pochi erano a conoscenza, anche nelle alte sfere.
L’uomo dall’aspetto freddo e impenetrabile che Pomarev aveva salutato era Dmitry Yazov, il ministro della Difesa; gli ultimi due, rispettivamente  Gennadij Janaev, vicepresidente dell’Unione Sovietica, e Boris Pugo, ministro degli Interni.
Miloslav Pomarev raggiunse a piedi la bassa costruzione che si ergeva in uno spiazzo attorniato dagli alberi e controllò la disposizione degli uomini. Annuì e si dispose all’attesa.
Nei lunghi mesi invernali quel luogo diventava quasi impraticabile: neve, ghiaccio, gelo, al punto che un’automobile che si fosse fermata davanti alla dacia, spegnendo il motore, molto difficilmente sarebbe riuscita a ripartire. Ma in estate e nei primi giorni d’autunno le tonalità dei colori del bosco erano simili a quelle di un quadro; lontano dai rumori e dalla confusione della città, il bosco sembrava un piccolo pezzo di paradiso. Indifferente a tutto questo, Pomarev era attento solo al suo lavoro.
Prima della fine di quel mese, sarebbe stato promosso. Lo aspettava una brillante carriera e, ciò che più contava, in Unione Sovietica sarebbe tornato il vero comunismo, quello di Lenin e Stalin, che aveva portato l’Urss a livelli di grandezza pressoché inimmaginabili prima della Rivoluzione di Ottobre. L’Armata Rossa aveva fermato e poi sconfitto il più grande esercito del mondo, quello tedesco; e in seguito aveva combattuto ad armi pari, spesso prevalendo, contro i ricchi Paesi imperialisti, Stati Uniti e Gran Bretagna. Gorbaciov stava portando alla rovina quella nazione orgogliosa e immensa. Ma sarebbe stato destituito.
Dopo aver consumato la cena, di questo avrebbero parlato i quattro eminenti personaggi, esaminando gli ultimi dettagli di un piano che era stato già preparato – e analizzato – da tempo; quindi sarebbero tornati a Mosca. Il suo compito era far sì che nessuno si avvicinasse alla dacia. Se qualcuno ci avesse provato, sarebbe morto.
Pomarev consultò l’orologio.
Erano le ventuno e trenta del primo agosto 1991.

Il rapporto fra Nadiya Nicolajevna Drosdova e Monica Squire era strano.
Certi giorni la russa si comportava in maniera esageratamente gentile, la colmava di attenzioni, si rivolgeva a lei chiamandola sempre “signora”, e le serviva pasti abbondanti e di ottima qualità.
Il giorno dopo, la lasciava senza cibo e senza acqua e non si faceva vedere per tutta la giornata. Il mattino successivo si ripresentava sorridente e affabile. Come per un tacito accordo, le due donne non parlavano di quello che era successo appena ventiquattro ore prima. Monica pensava che fosse un classico espediente del KGB per piegare la sua volontà; Nadiya si comportava come se non si fosse verificato niente di insolito.
Evidentemente, seguiva le istruzioni di Kryuchkov, si diceva Monica, anche se non capiva bene dove volesse arrivare.
Poi, al quinto giorno, affamata e depressa, sollevò la questione.
Ciò che le disse Nadiya la stupì enormemente.
“Gli ordini del compagno presidente sono chiari.”, dichiarò la russa, guardandola negli occhi. “Servirle sempre un vitto eccellente e soddisfare ogni sua esigenza. Però, io ho introdotto alcune modifiche.”
“Perché?”, le domandò sconcertata Monica.
“Per mostrarle le due facce della stessa medaglia, signora, in modo tale che lei sia in grado di scegliere quella che preferisce. Facciamo un piccolo esempio. Nei prossimi tre giorni la lascerò a digiuno, avrà la luce accesa per tutta la notte e le verrà applicata una cuffia che trasmetterà musica a un volume insopportabile. Subirà anche qualche doccia… particolarmente gelata.”
“Ma perché?”, chiese Monica, sconvolta.
Nadiya sorrise. “Oppure mangerà in abbondanza, avrà riviste americane da leggere, bagni caldi e la musica che preferisce, naturalmente suonata a un volume assolutamente ragionevole. Sta a lei scegliere, signora.”
“Beh, la scelta è ovvia!”, esclamò Monica.
“Certo. E io rispetterò la sua scelta, a patto che lei si dimostri molto, molto, disponibile. Può riflettere fino a questa sera, signora Squire. Si ricordi solo che la prima risposta è quella che vale.”
Prima di uscire dalla camera, Nadiya aggiunse: ” Per inciso, io sono una donna molto esigente. Sono previste punizioni, ma dato che si tratta di punizioni fisiche c’è chi si comporta male appositamente con lo scopo di riceverle. Anche questa è una questione di scelte. Se lei non ama un certo tipo di sofferenza, posso anche essere estremamente dolce.”
Monica la fissava allibita.

In precedenza, al Bastardo non era mai successo di arrivare quasi a pentirsi per aver conquistato una donna giovane e bella. “Conquistato” forse non era un termine preciso, visto che non si erano ancora nemmeno baciati; in ogni caso, l’attrazione reciproca c’era, e anche forte.
Ma Kelly Wright non era soltanto una donna giovane e bella: era anche, e soprattutto, una rompiscatole. La vivace americana continuava a battere sempre sullo stesso chiodo: a posteriori, un’intervista a Boris Eltsin si sarebbe dimostrata un grande scoop. Kelly sembrava smaniosa di incontrare Eltsin, e questo rendeva perplesso il Bastardo. John Wyman si trovava in Russia per realizzare un magistrale reportage sulla glanost e sull’intraprendente segretario generale del PCUS, Michail Gorbaciov; di Boris Eltsin sapeva poco o nulla, tranne che aveva rischiato grosso schierandosi apertamente contro la  nomenklatura e talvolta contro lo stesso Gorbaciov, e comunque di lui non gli importava assolutamente niente. Ma Kelly era insistente, quasi ossessiva. Dura come un mattone, pensò Wyman riandando con la mente a un celebre album dei Jethro Tull che aveva molto amato.
Tuttavia non era solo insistente ma anche persuasiva. E ciò che diceva non era mai superficiale. A causa di quel martellamento il Bastardo aveva incominciato a prendere in considerazione l’idea. Malgrado avesse un’altissima opinione di se stesso, era disposto a rivedere le sue convinzioni, quando e se ne valeva la pena.
Però, c’era qualcosa che non quadrava.
Un giornalista non può affermarsi nella sua professione se non è dotato di intuito, e Wyman ne aveva da vendere. Kelly non era la persona che dichiarava di essere: l’assistente di una biologa che il Bastardo non aveva mai visto, giunta a Mosca per una specie di viaggio premio. Era troppo informata, troppo atletica… troppo evasiva, quando lui toccava certi tasti legati al suo lavoro.
Era incuriosito.
Quella sera, mentre finivano di cenare nell’elegante ristorante dell’albergo, affrontò l’argomento. A quell’ora Pomarev stava controllando l’efficienza del suo doppio cordone e Monica Squire aspettava inquieta la visita di Nadiya.
“Bene.”, disse. “Mi hai quasi convinto. Tutto sommato, della glanost hanno già parlato in tanti. Di questo Eltsin, invece, si sa ben poco e, se come sostieni tu, è destinato a un grande avvenire, potrebbe essere interessante scambiare quattro chiacchiere con lui, sempre che sia possibile.”
Sorseggiò il vino e aggiunse: “Però…”
Susan inarcò un sopracciglio. “Però?”
“Tu non sei laureata in biologia, non me la racconti giusta. Chi sei, veramente? Di certo, non la sprovveduta turista che vorresti far credere.”
Susan lo fissò per qualche attimo in silenzio.
Se gli avesse rivelato la sua vera identità, e Keynes fosse venuto a saperlo, l’avrebbe cacciata su due piedi. Ma senza l’aiuto del giornalista Susan non poteva muovere un passo. Decise di fidarsi.
“Hai ragione.”, disse con calma. “Sono un’agente della CIA. E la dottoressa Milly Stewart è il mio capo. In realtà, si chiama Monica Squire; attualmente si trova alla Lubjanka. E non so proprio se uscirà mai di lì.”
Gli tese la mano. “Susan Cooper.”
Il Bastardo restituì la stretta e annuì.
“In questa sala ci sono due uomini del KGB.”, osservò in tono pacato. “Seconda direzione centrale, credo. Non sono abituati a muoversi con discrezione, non a casa loro. Li avevo già individuati da un’ora. E adesso capisco il motivo della loro presenza.”
Il Bastardo si versò ancora da bere.
“Ci sarà da divertirsi.”, commentò poi, sfoggiando uno dei suoi sorrisi irresistibili.

Il giorno dopo, Martin Yarbes e il maggiore Leonid Tarasov furono arrestati.
Ciò fu dovuto in parte alla sfortuna e in parte alla stanchezza.

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NONNA GABRIELLA

Fu l’estate più bella della mia vita.
A volte ci penso ancora, magari mentre sto lavorando a maglia oppure quando esco di casa e mi inoltro nel piccolo bosco che mi separa dal paese più vicino. In genere, vado a fare la spesa una volta alla settimana, perché ho una vecchia macchina con le sospensioni traballanti e le gomme lisce. La strada sterrata è in pessime condizioni, e non sarebbe prudente sfidare troppe volte la sorte. Mi reco all’emporio, scambio quattro chiacchiere con Matilde, la vecchia cassiera, e mi rifornisco di quel poco che basta per affrontare i successivi sette giorni.
Ma camminare è diverso. Mi è sempre piaciuto molto passeggiare, e anche se non ho più la forza dei miei vent’anni sono ancora dotata di una buona resistenza. Amo il profumo del bosco, le sagome degli alberi che ormai considero vecchi amici, i raggi del sole che a tratti filtrano dalla verde cupola che mi sormonta, creando un gioco di luci suggestivo e quasi magico.
Ma amavo anche il mare, sebbene da allora non ci sia più andata.
Da quell’estate, per la precisione.
La vita è strana: sarei dovuta partire con Gianna; ma suo padre fu colpito da un ictus. Rimasi a Roma per starle vicino (allora abitavo lì, poi le grandi città mi sono venute a noia); però, alla fine, fu lei a convincermi ad andare in vacanza da sola. Avevamo pagato in anticipo l’albergo, e non le sembrava giusto che io sprecassi inutilmente i miei soldi. Lavoravamo entrambe come operaie, e lo stipendio non era certo alto. A malincuore, seguii il suo consiglio, preparai la valigia e andai a Gabicce.
Incontrai Giovanni la prima sera.
Stavo mangiando un gelato, seduta al tavolo di un bar che si affacciava direttamente sull’Adriatico. Non lo notai subito. Lui prese posto accanto a me e ordinò una birra alla spina. Non ricordo quali furono le prime parole che mi disse; probabilmente rappresentavano il classico approccio di chi è in cerca di avventure: questo almeno fu il mio pensiero. E a me non interessavano le avventure. Ma poi Giovanni incominciò a parlare, e io mi persi in quelle parole.
Credo che certe cose succedano una sola volta nella vita.
A me piacevano molto le canzoni di Claudio Baglioni. Lui disse che apprezzava una certa sua vena nostalgica, ma che tuttavia aveva la casa piena di dischi americani o inglesi; erano complessi che io non avevo mai sentito nominare: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Rolling Stones. Io leggevo a malapena qualche settimanale di pettegolezzi; mi incuriosiva conoscere la vita delle principesse e delle attrici. Giovanni mi ascoltò in silenzio, e non c’era superbia in quel silenzio. Dava la sensazione di essere interessato al mio mondo interiore, e sembrava che non gli importasse che io fossi una capra. Si accese una sigaretta, chiamò la cameriera per farci portare un altro gelato e un’altra birra, lanciò un’occhiata al mare che riposava tranquillo al chiarore lunare, quindi mi parlò di Dostoevskij. Era perfettamente consapevole del fatto che io non lo conoscevo, nemmeno di nome, ma con un linguaggio chiaro, pacato, mi raccontò una storia meravigliosa: era quella di un principe che soffriva di epilessia, e che per questa ragione veniva definito idiota, sebbene fosse un uomo sensibile e intelligente. Mi spiegò che nelle intenzioni dell’autore egli raffigurava la figura di Gesù; citò alcuni passi a memoria, ed erano talmente belli, talmente ricchi di umanità, che all’improvviso i miei occhi si colmarono di lacrime.
A Roma, in linea di massima, frequentavo una compagnia di coatti. Ero abituata a prendere a schiaffi quelli che si concedevano delle libertà che io giudicavo eccessive. “Famo a capisse!”, rispondevo a chi lodava le mie tette o sosteneva che le mie gambe gli ricordavano quelle della Carrà, e che gli sarebbe piaciuto fare un giro in giostra con me.
Giovanni non era particolarmente bello. Ma era diverso.
Ci rivedemmo la sera dopo nello stesso posto, e non ci fu bisogno di parole. Mi prese per mano, scendemmo in spiaggia e facemmo l’amore. Io non ero vergine, ma quella notte capii il vero significato di quell’espressione. Poi restammo abbracciati, ad ascoltare il rumore della risacca, a guardare le stelle, e a sussurrarci parole che non scorderò mai, neppure se dovessi campare fino a cent’anni, e Dio non voglia. Poco prima dell’alba, espressi un desiderio: avrei voluto rimanere lì per sempre, con lui, assaporare il profumo del suo corpo, avvertire i battiti del suo cuore, rannicchiata come una cucciola fra le sue braccia.
Anche Giovanni era di Roma. Finite le vacanze, continuammo a frequentarci, e tutto quello che so, quel poco che so, l’ho imparato da lui.
Era un uomo meraviglioso, capace di dolcezza infinita; era un poeta e un sognatore. Stare con lui era straordinario: significava affrontare ogni nuova giornata con il sorriso sulle labbra, e una voglia incredibile di rivederlo. In precedenza, non ero mai stata infelice; ma fu con Giovanni che compresi cosa vuol dire essere veramente felici.
Il cancro lo portò via a pochi mesi dalle nozze. Rammenterò sempre i suoi occhi sereni, la forza con cui affrontava quella battaglia disperata, e le sue ultime parole: “Ti amo, Gabriella!”
Mi sposai cinque anni dopo, a un’età che incominciava a essere avanzata. Mi sono chiesta molte volte il motivo che mi indusse ad accettare la proposta di Clemente Roccioso. Forse perché era del mio ambiente, e dentro di me sapevo che l’amore di Giovanni era stato un dono del cielo, ma che io non meritavo quel dono. Con il passare del tempo, compresi di aver commesso un terribile errore. Mio marito non era affatto un uomo clemente, e di roccioso aveva soltanto l’atteggiamento arrogante e la passione per l’alcool. Mi picchiava spesso, e dato che usava la cinghia dei pantaloni, non ho la minima idea di quanto potessero essere “rocciosi” i suoi pugni. Mi considerava la sua sguattera, non sua moglie, e non mi rivolse mai una parola gentile. Era rozzo e ignorante, sapeva parlare solo di calcio e di moto; inoltre era un attabrighe nato. Per quanto ne so, al bar fu protagonista di risse infinite, ma il più delle volte le prendeva, e rincasando si sfogava con me. Quando morì in un incidente stradale, non piansi una sola lacrima. La polizia appurò che era ubriaco fradicio.
Il mio Giovanni amava scrivere e fu per questo motivo che un giorno entrai timidamente in un negozio di computer. Naturalmente non capivo nulla di pc, non sapevo da che parte incominciare. Fu la figlia di Gianna a insegnarmi come usarlo e, anche se ancora adesso non so postare le immagini quando lascio un commento, me la cavo a sufficienza per scrivere le mie fiabe. Tutte le sere, dopo cena, mi connetto ed entro nel mio blog.
So che troverò tanti amici che mi aspettano, e che mi fanno una grande compagnia. Sapete, in tutti questi anni, sono riuscita a leggere “L’Idiota”: non è stato facile, credetemi, ma sono orgogliosa di avercela fatta. E credo che Giovanni sarebbe fiero di me.
Cari amici, scusatemi se questa sera non ho raccontato una delle mie fiabe. Sono fiabe infantili, forse un po’ sciocche, lo so, ma voi siete così buoni e mi lasciate sempre dei commenti che mi arrivano dritti al cuore.
Ma… questa sera volevo parlarvi di Giovanni e, nel mio modo sicuramente approssimativo, di una parte della mia vita.
Un bacione a tutti da nonna Gabriella 🙂

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I LOVE JANINE 6

Se Janine Leblanc avesse dovuto scegliere il momento, o il giorno, più bello che aveva trascorso con Sarah, si sarebbe trovata in grande imbarazzo.
Erano stati tutti belli. Le vacanze in Italia e a Cipro, i concerti a cui aveva assistito, le notti passate assieme. Quando faceva l’amore con Sarah, Janine sperimentava sensazioni travolgenti, di cui – prima di conoscerla – era assolutamente all’oscuro. E, incredibile a dirsi, ogni volta era migliore della precedente. Sembrava che Sarah conoscesse il suo corpo meglio di lei, sapeva individuare in modo infallibile ciò che la eccitava di più; a seconda degli stati d’animo, si dimostrava focosa e incalzante oppure dolce e tenera: e quello che sbalordiva Janine era il fatto che indovinava sempre i suoi desideri, come per magia.
Ma non c’era soltanto il sesso. Esistevano anche amore, comprensione, stima reciproca, comunanza. Se l’una in un dato momento era triste, l’altra riusciva a rasserenarla, a farla ridere, a restituirle la gioia di vivere. Per Sarah aveva abbandonato senza indugio l’America, le amicizie, i contatti di lavoro, e non se n’era mai pentita. Aveva sempre creduto che sarebbero state insieme per sempre. Certe notti in cui tardava a prendere sonno, le accarezzava delicatamente il viso perdendosi in rêverie che la commuovevano. Pensava a tutto quello che avrebbero fatto, ai posti nuovi che avrebbero visitato, fino ad arrivare al giorno in cui ormai anziane ma ancora innamorate avrebbero passeggiato davanti al mare tenendosi per mano. Quello sarebbe stato un amore calmo e maturo, frutto di anni e anni di convivenza, privo forse dell’antica passione ma ugualmente bello e forse addirittura più importante.
Se, invece, avesse dovuto scegliere il ricordo più brutto, l’unico in realtà, non avrebbe avuto alcuna esitazione. Quando tornava con la mente a quella terribile mattina, gli occhi le si riempivano di lacrime, mentre una profonda angoscia la straziava: era come se una belva feroce le dilaniasse il cuore. In quegli attimi di disperazione era attraversata da mille pensieri. Pensava al sollievo che le avrebbe arrecato la morte, pensava di annegare la tristezza nell’alcool, poi sognava di riuscire a farsi perdonare. Le aveva telefonato tre volte, ma quando aveva sentito la sua voce aveva riattaccato senza parlare. Le aveva scritto due lettere, mai spedite. In una sera di pioggia e di vento era andata ad assistere a un suo concerto. Pur non approvando il nuovo corso che aveva dato alla sua carriera, era rimasta affascinata a guardarla, l’aveva applaudita e aveva gridato con gli altri fino a perdere la voce, per poi fuggire travolta dalla pena. Piangendo si era rifugiata a casa.
A volte provava rabbia. Per una parola, una sola parola, Sarah aveva troncato con lei: ma l’amore non avrebbe dovuto renderla meno inflessibile? Allora cupamente pensava che forse Sarah non l’aveva mai amata veramente.
A volte, si malediceva. Era stata lasciata a causa di una gelosia esasperata. Non avrebbe mai dovuto dirle che era una sgualdrina. La colpa era soltanto sua.
In entrambi i casi, poi si abbandonava sul letto, in cerca di un oblio che non avrebbe mai trovato.

In genere Marcus aveva lo sguardo sfuggente, ma quel pomeriggio fissava Sarah in un modo che a lei parve sfrontato. Lo studiò. Non era molto alto, però le spalle erano larghe e il torace ampio. La vita snella, la maniera quasi felina di muoversi e l’abito elegante che indossava gli conferivano un certo fascino. Il suo aspetto sano era incongruente con il lavoro che svolgeva, pensò Sarah. Tuttavia, gli occhi, di un singolare colore giallo, erano gelidi. Mentre lui disponeva su uno specchietto una sottile striscia bianca, Sarah provò uno strano moto d’apprensione. Marcus arrotolò una banconota e gliela porse. “E’ roba di prima qualità!”, affermò con un sorriso che non si estendeva agli occhi. “Una partita eccellente. A Londra è impossibile trovare di meglio, posto che ciò sia fattibile altrove, e francamente ne dubito.” Si esprimeva in un ottimo inglese, peraltro Sarah colse delle inflessioni che la indussero a pensare che fosse straniero… forse di un Paese latino. Non che le importasse, comunque. Si chinò sul tavolo e aspirò con il naso. La scarica di adrenalina fu istantanea. Si sentì subito forte, vitale, piena di energia. Annuì. “E’ buona.”, convenne. “Ne prendo tre grammi.”
Marcus non sopportava i clienti che mercanteggiavano sul prezzo. Quando esageravano li scacciava, rifiutandosi di servirli ancora; ma sapeva già che Sarah Taverner non rientrava in quella squallida categoria. Spesso, anzi quasi sempre, si trattava di gente ricca: avvocati, medici, manager, ma non per questo erano meno avari. Avvolse la cocaina in un sottile foglio di carta che infilò in una busta.
Sarah prese il portafoglio, contò i soldi e gliegli diede. Marcus li fece sparire in una tasca della giacca. Fu in quel momento che Sara notò I love Janine, il suo cd.
Con un senso di tristezza osservò la copertina. Janine le mancava molto e conoscendola era sicura che stesse soffrendo le pene dell’inferno, ciononostante non provava pietà per lei. Non l’avrebbe mai perdonata. Aveva ricevuto due o tre telefonate da un cellulare che risultava anonimo. Avevano riagganciato senza parlare: non poteva che essere Janine. Come comportamento era alquanto infantile, e la cosa l’aveva irritata.
Marcus seguì il suo sguardo. “E’ un disco stupendo!”, dichiarò. “Io sono il tuo primo ammiratore.”
“Grazie.”, disse Sarah. Adesso voleva solo andarsene. Non era soddisfatta di se stessa, inoltre Marcus la inquietava. Si ripromise che quella sarebbe stata l’ultima volta, poi scrollò istintivamente le spalle; tre sniffate non facevano di lei una drogata.
Si avviò verso la porta.
Marcus la fermò. “Un attimo, per favore.”
Sarah si girò, lanciandogli un’occhiata interrogativa.
“E’ per la tua musica.”, disse lui. “In segno di riconoscenza per tutte le emozioni che mi hai regalato, desidero farti un dono.” Le consegnò un portapillole.
“Cos’è?”, gli domandò Sarah.
“MDMA.”, rispose Marcus. “Questo ti farà volare!”
Contrariamente a quanto si pensi, la MDMA, più nota come ecstasy, non è affatto una droga nuova. Il suo principio attivo, la MetilenDiossiMetaAnfetamina, fu sintetizzato nel 1912, e secondo alcuni venne utilizzato nella prima guerra mondiale per non fare avvertire fame e stanchezza ai soldati; il fatto tuttavia non è accertato. Benché non sia la droga più nociva in assoluto, essa è comunque pericolosa.
Sarah scosse la testa. “Preferisco la cocaina.”
Un’ombra di rammarico passò sul volto di Marcus. “Peccato.”, commentò. “Avresti provato delle emozioni indimenticabili.”
“Appunto.”, replicò asciutta Sarah. Poi si costrinse a mostrarsi educata. “Comunque, ti ringrazio per il pensiero.” Si voltò di nuovo, e ancora una volta lui la fermò. “In questo caso”, disse, “permettimi di invitarti a cena. Conosco un ristorantino delizioso.”
Sarah lo guardò, sorpresa. “Non credo che sia una buona idea.”
Marcus posò gli occhi sui suoi. Da essi non trapelava la minima espressione. “Capisco. Però se adesso rifiuterai anche un drink, potrei finire per offendermi. In fondo, sono il tuo più grande ammiratore.”
Sarah era esasperata. “Non ci rivedremo più, perciò non vedo il motivo di bere assieme.”
Marcus rise. Una risata assolutamente priva di allegria. “Oh, dicono tutti così. Ma poi tornano sempre. E come se tornano!” Indicò le Jimmy Choo che Sarah portava ai piedi. “Belle scarpe.”
“Mi dispiace, ma ora devo proprio andare.” Sarah uscì quasi correndo.
Marcus andò a mettere il cd nel lettore. Bene. Faceva la sostenuta. Che respingesse pure i suoi inviti. Non gli interessava cenare con lei né tanto meno offrirle un aperitivo. Presto avrebbe scoperto ciò che lui voleva da lei.

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I LOVE JANINE 5

Susan era delusa.
Lo spettacolo era riuscito magnificamente e l’intesa con Sarah era risultata perfetta.
Poi c’era stato il bacio.
Esauriti gli ultimi applausi, le due cantanti avevano lasciato il palco e Susan aveva seguito Sarah nella vecchia roulotte che fungeva da camerino. Era una notte splendida con il cielo trapuntato di stelle; malgrado l’ora, l’aria era ancora tiepida. Spirava una leggera brezza che Susan accolse con piacere. Era tutta sudata, ma si sentiva anche viva, forte, vitale… e desiderava Sarah. Era convinta che avrebbero fatto sesso: non aveva dubbi in proposito ripensando al trasporto con cui lei aveva ricambiato il suo bacio. La abbracciò. Anche Sarah era madida di sudore. Emanava l’odore di una giovane donna sana ed eccitata. Susan le toccò il seno. Ma Sarah la respinse con garbo. “Perché?”, le domandò Susan.
“Io amo Janine.”, disse Sarah. “E non la tradirò mai.”
Susan cercò di abbracciarla di nuovo. Conosceva di vista quella Janine e la considerava una biondina insipida; non poteva reggere il confronto con lei. Sarah si scostò e la invitò ad andarsene, questa volta con minor garbo.
Stupida, piccola ipocrita! La soddisfazione per la bella serata era svanita. Susan provò un forte moto d’ira al pensiero di essere stata usata. Furibonda, uscì dalla roulotte.
Tuttavia, più tardi, riconsiderò l’intera faccenda, pervenendo alla conclusione che aveva ancora una possibilità di farsela. Al prossimo incontro, si disse. Avrebbe organizzato un altro concerto o, magari, le avrebbe proposto di incidere un disco insieme. Naturalmente, a patto che si concedesse.
Susan Driver era abituata a ottenere sempre ciò che voleva.

Sarah consegnò a Janine un assegno.
Janine aggrottò la fronte, sconcertata.
“Sono i soldi che hai speso per me, fino all’ultimo penny. Adesso ho un appuntamento dal parrucchiere. Tornerò fra circa due ore, perciò hai tutto il tempo per lavarti, preparare le valigie e lasciare questa casa. Ti sarei profondamente grata se consegnassi le tue chiavi alla portinaia.”
“Sarie…”
“Sarah per te. E’ finita, Janine, non voglio più vederti. E ti prego vivamente di non farti trovare qui al mio ritorno. Mi costringeresti a buttarti fuori o a chiamare la polizia.”
“Per una parola?” Janine aveva il viso rigato di lacrime.
Per un momento, un solo breve momento, Sarah pensò di stringerla fra le braccia, di dirle che andava tutto bene, che la perdonava e che l’amava; poi, però, indurì il suo cuore. Fece un sorriso amaro. “Sai, esistono molte parole, alcune sono perdonabili, altre invece sono inaccettabili: “sgualdrina” rientra nella seconda categoria.”
“Non volevo…”
“Avresti dovuto pensarci prima. E ora scusami. Vado.”
“Dammi una possibilità! Ho sbagliato, lo so benissimo, non so che cosa darei per poter tornare indietro e tenere chiusa quella mia maledetta bocca!” Janine era bianca come uno straccio e aveva gli occhi colmi di disperazione. Sarah notò che le tremavano le mani. Distolse lo sguardo. “Mi dispiace.”
Uscì dalla camera, accostando piano la porta.
Janine si gettò sul letto.
Non era stata una decisione presa a cuor leggero. Sarah aveva trascorso le ultime ore a riflettere. Aveva parcheggiato la macchina in una stradina laterale e a piedi si era diretta a Trafalgar Square. Davanti alla statua di Horatio Nelson aveva pensato a lungo a Janine. Avrebbe potuto dimenticare l’insulto benché grave, ma quello che trovava imperdonabile era la mancanza di fiducia, quindi di stima, che stava alla base di quell’insulto. Ciò minava irreparabilmente il loro rapporto. Senza fiducia, senza stima, non poteva esserci amore.
Tentò di giustificarla: era stata una reazione avventata, dettata dall’impulsività; Janine non credeva veramente a quello che aveva detto. Tuttavia l’avventatezza non la scagionava: si era spinta troppo oltre, e se lo aveva fatto una volta significava che lo avrebbe rifatto ancora. Aveva creato un precedente, un uscio aperto su un terreno pieno di incognite, e lei non intendeva passare la vita giustificando le proprie azioni, specie sapendo di essere dalla parte della ragione. Anche il semplice sospetto era umiliante.
Entrambe avrebbero sofferto, era il prezzo da pagare, e non era detto che sarebbe stata Janine a soffrire di più.
In tutto questo, non la sfiorò mai il pensiero di Susan Driver. Era una donna affascinante, intrigante, energica; ma non provava nulla per lei. Sarah amava Janine. Tuttavia Janine l’aveva ferita profondamente: una ferita al cuore che non si sarebbe mai completamente rimarginata e che aveva chiuso per sempre la loro storia.
Attese che si facesse giorno, lasciando vagare la mente, poi tornò alla macchina e andò a chiedere un anticipo sulle royalties: le serviva per saldare il debito con Janine. Tutti i giornali avevano pubblicato recensioni entusiastiche del concerto, ne avevano parlato alla radio e per quella sera era previsto un breve servizio in televisione. Sarah Taverner era sulla strada per diventare una star. Ottenne il denaro senza problemi. Dopo essere stata in banca, prese la via di casa.
Era quasi arrivata, quando pensò a Marcus. Si era ripromessa che non ci sarebbe stata una terza volta, ciò nonostante era fortemente tentata. Marcus non le piaceva: era un individuo sgradevole, sfuggente, dall’aria ambigua, ma era sempre ben rifornito. Sarah aveva preso delle informazioni. Marcus era considerato uno dei più affidabili spacciatori di Londra; i suoi prezzi erano alti, però non truffava mai i clienti. Che si trattasse di cocaina, eroina o semplice fumo, la qualità era sempre garantita.
Cambiò idea all’ultimo momento.
Sarebbe tornata da Marcus, certo: ma non quel giorno. Forse l’indomani o l’indomani l’altro. Era mossa da un senso di equità. Stava per troncare con Janine e non riteneva giusto assumere droghe che la rafforzassero.
Conosceva a fondo Janine. Sapeva che l’avrebbe trovata ansiosa e impaurita. E dopo ciò che le avrebbe detto, lei sarebbe crollata.
Bene. Allora sarebbero crollate assieme.
Trasse un profondo respiro, preparandosi ad annunciarle che fra loro tutto era finito.

Il ricordo più nitido che Sarah Taverner aveva di Janine risaliva a due anni prima.
Per qualche ragione Sarah pensava che quello fosse stato il giorno più bello della sua vita. Si erano svegliate molto presto, poco dopo l’alba. Si trovavano a Bellagio, sul lago di Como, per una breve vacanza. Prima di uscire dall’albergo avevano fatto la doccia assieme e sotto il getto dell’acqua calda si erano accarezzate a lungo fino a raggiungere l’orgasmo nello stesso momento. Poi erano andate a fare colazione in un bar all’aperto da cui si godeva una magnifica vista: sull’altra sponda c’erano paesini ridenti, sormontati da verdi montagne simili a grandi sagome di velluto; verso sud si apriva una baia, quindi c’era un promontorio che separava quel braccio di lago dal bacino precedente. In direzione opposta alcune barche a vela bordeggiavano in attesa del colpo di cannone che avrebbe dato il via a una regata; erano scafi eleganti, con vele colorate, che sembravano danzare fra le onde.
In passato, Sarah era stata spesso infelice. Ciò che le mancava era l’amore. Aveva avuto qualche flirt, con un architetto di Manchester prima di scoprire che preferiva le donne, quindi con una corista, una commessa e una giornalista: ma senza provare sentimenti, era soltanto sesso e forse un pallido affetto, che non compensava l’assenza di una vera passione. Non c’erano ideali condivisi, aspettative comuni; soprattutto nessuno di loro era riuscito a farle battere forte il cuore, a penetrarle nell’anima. Janine era stata una grande sorpresa. Con lei aveva imparato a ridere, a piangere di gioia, ad amare. Le univano le cosiddette affinità elettive. Janine sembrava leggerle nel pensiero, parlavano di tutto e di niente, e quando facevano l’amore era come se varcassero la soglia di un mondo incantato, creato appositamente per loro.
Janine era intelligente e perspicace. Con lei, per la prima volta, Sarah si era aperta, le era parso naturale farlo, e soltanto fino al giorno prima lo avrebbe creduto impossibile. Successe proprio quella mattina, davanti a un cappuccino, mentre la brezza primaverile increspava le acque del Lario e il sole splendeva nel cielo immacolato.
Il ricordo più brutto che Sarah Taverner aveva della sua vita risaliva a molti anni prima. Era una serata invernale, avvolta nella cupa nebbia londinese. Sarah era una bambina e stava leggendo un libro, in attesa di addormentarsi. Incominciò a piovere e lentamente si sentì scivolare nel sonno. Si assopì e uno splendido sogno la fece sorridere. Non rammentava di preciso il sogno, anche se vagamente lo associava alle belle pagine di Peter Pan che aveva appena finito di leggere.
Si svegliò all’improvviso, trasalendo nel letto. Era stato il forte rumore di un tuono… così pensò confusamente in quell’attimo. Ma non era stato un tuono a destarla, bensì il suono di una voce alterata. Era quella di suo padre, un uomo intransigente e severo che tuttavia non gridava mai. Parlava sempre a bassa voce: ed erano il tono freddo, talvolta sferzante, e gli occhi gelidi che la spaventavano. Però ciò accadeva di rado, perché difficilmente lui la sgridava. Sarah era una bambina buona e obbediente e non gliene dava motivo; però quelle rare volte in cui suo padre si era arrabbiato con lei l’aveva spaventata a morte, più che se avesse urlato. Ma quella sera papà inveiva contro la mamma. Sarah udì delle parole terribili, che non avrebbe mai immaginato di poter sentire. La voce della mamma era debole. Diceva qualcosa che Sarah allora non era in grado di capire. Lo avrebbe compreso dopo, quando diventò una ragazza. Poi, il rumore di uno schiaffo.
Sarah si agitò sotto le coperte, come se quello schiaffo lo avesse preso lei. Indugiò, paralizzata dall’angoscia. Ma un secondo schiaffo, unitamente a un grido di dolore di sua madre, la fece saltar giù dal letto. A piedi nudi, con il cuore che batteva all’impazzata, attraversò la camera al buio: non aveva il coraggio di accendere la luce. Aprì cautamente la porta. Una parte di lei avrebbe voluto tornare immediatamente a letto, ma prevalse il desiderio di aiutare la mamma o, almeno, di scoprire quello che stava accadendo. Perché papà gridava? Perché la picchiava?
A quel punto Sarah si era interrotta, e i suoi occhi si erano colmati di lacrime. Janine non aveva parlato: le aveva preso una mano stringendola forte. Aveva lasciato trascorrere alcuni minuti, quindi le aveva detto: “Se vuoi confidarti, io sono qui, tesoro. Ma se preferisci chiudere questo discorso, sappi solo che io ti amo.” Sarah le aveva rivolto uno sguardo riconoscente, si era asciugata gli occhi con un fazzoletto e aveva ordinato un altro cappuccino. Poi aveva ripreso il racconto.
Aveva percorso il lungo corridoio. Aveva visto la luce filtrare dallo studio di suo padre. E aveva udito nuovamente accuse e insulti, e le deboli proteste della mamma. Sarah adorava sua madre: ciò le diede la forza per avvicinarsi alla porta dello studio. Tese l’orecchio. La voce alterata di papà le raggelava il sangue, poi colse distintamente una frase della mamma: “Ti prego, John, credimi! Io non ti ho mai tradito.” E subito dopo la risposta: “Sgualdrina! Se non avessimo una figlia, ti sbatterei in mezzo a una strada.”
Quando, anni dopo, Sarah lesse il diario della mamma, e ormai era matura per capire, seppe, senza la minima possibilità di dubbio, che era innocente. Tuttavia da quella sera la sua vita si trasformò in un inferno: papà si rivolgeva a lei con sarcasmo, la guardava con disprezzo, al minimo pretesto la umiliava. Mamma era una donna adorabile, sempre premurosa e piena d’amore da donare; però era fragile. Si lasciò andare, deperì a vista d’occhio, e un orribile giorno, scolpito nella memoria di Sarah, un dottore dall’espressione austera scosse la testa dicendole che era andata a stare con gli angeli.
Dopo il funerale, Sarah lesse il diario, e da allora odiò suo padre.
Quando Sarah terminò il racconto, Janine la abbracciò.
Camminarono in riva al lago, mano nella mano, e presto la tristezza scomparve, scacciata dall’amore. Quel pomeriggio presero un battello e andarono a Bellano, un paese suggestivo, antico covo di pirati. Visitarono il famoso orrido, una gola naturale nella quale scorreva tumultuoso un fiume: era un luogo tetro e misterioso, ma di notevole fascino. Mangiarono un gelato, e alla sera, tornate a Bellagio, cenarono con pesce di lago accompagnato da uno squisito vino bianco. Esplorarono le caratteristiche viuzze con i negozi ancora aperti che esponevano oggetti dell’artigianato locale; si fermarono a baciarsi, incuranti dei passanti.
Più tardi, fecero l’amore e fu stupendo.
Sì: nonostante tutto, era stata una giornata straordinaria, indimenticabile.
Ma fu proprio a causa di quella giornata che Sarah lasciò Janine.
Perché lei era innocente, esattamente come sua madre.

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QUANDO FINISCE UN AMORE

Quando finisce un amore vorresti nasconderti nella grotta più buia del mondo.
Quando finisce un amore a nulla vale la ragione che ti incita a proseguire, a nulla servono le manifestazioni di affetto, più o meno sincere, degli amici, o presunti tali. In realtà non credo all’amicizia, non credo più a niente. Credo solo al mio dolore.
Una volta ero famoso. Il mio libro, “Le Creature della Notte”, fu tradotto in varie lingue e vendette milioni di copie. Diventai molto ricco, ma in un tempo assai breve riuscii a dilapidare il mio patrimonio. E poi la bottiglia sostituì il computer. Adesso vago nelle terre dell’apatia, mi rifugio nei ricordi e aspetto la fine, contando i giorni. Giorni tutti uguali, che non regalano altro se non amarezza e rimpianto.

Elisa si affacciò alla grande finestra che dava sul mare. Era stanca ma felice. Per quanto stressante, la cerimonia della consegna del Premio Strega rappresentava il grande coronamento della sua carriera: dopo tre romanzi di buon successo, con il quarto era riuscita a realizzare un capolavoro, che ora aveva raggiunto la consacrazione definitiva. Senza contare che da “Ombre sul lago” avrebbero tratto un film con Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno. Quella sera aveva parlato a lungo con l’attrice, perché Giovanna voleva calarsi nel migliore dei modi nei panni della protagonista femminile e perciò desiderava conoscere a fondo la psicologia della scrittrice.
Elisa assaporò con piacere l’aria fresca della notte, lanciò uno sguardo distratto alle stelle e si apprestò a raggiungere Luca in camera da letto. Erano sposati da un anno e, sebbene lui non amasse leggere i suoi libri (e in generale nessun tipo di libro) con lui si sentiva felice e appagata. Luca dirigeva una grande agenzia immobiliare, aveva un animo imprenditoriale, ma era molto più vicino a lei di quanto non lo fosse mai stato Mauro.
Per qualche strana ragione, il suo pensiero andò al giorno in cui aveva conosciuto il suo ex marito. Mauro cercava una laureata cui affidare tutta una serie di incombenze legate al best-seller che aveva appena realizzato, “Le Creature della Notte”. Elisa aveva trovato detestabile l’uomo e pessimo il libro, una storia d’orrore e di sangue che era estranea alla sua sensibilità. Inoltre, non gli piaceva la sua scrittura, che giudicava stereotipata. Lavorando con lui, aveva lentamente cambiato idea: non sulle sue capacità letterarie, ma sulla sua anima. Si era presentato in maniera arrogante, però con il tempo aveva capito che quell’arroganza celava una sensibilità che malgrado fosse nascosta tuttavia esisteva; e aveva scoperto molto altro su di lui. Ma il matrimonio si rivelò un fallimento. Con orrore crescente Elisa vide Mauro cadere a ruota libera, perdere tutti i soldi che aveva e smarrire l’ispirazione, che benché fosse commerciale o forse proprio per questo, lo aveva portato al successo e alla ricchezza. Non sopportava che lui bevesse, e non accettava l’abulia che sembrava essere diventata il suo tratto caratteristico. Alla fine lo aveva lasciato.
Mentre attraversava il soggiorno, una lacrima apparve nei suoi occhi. Ignorava dove adesso si trovasse Mauro, cosa facesse e che pensieri gli attraversassero la mente.
Però ricordava una cosa.
A lui piaceva ciò che lei scriveva. E amava leggerla.

Cammino nella notte a caccia di fantasmi. A tratti penso a lei, a come è finita. Mi sento simile a Marmeladov, il padre di Sonja in Delitto e Castigo di Dostoevskij. Come lui mi compiaccio dei miei fallimenti, come lui getto al vento le migliori occasioni, traendone un piacere perverso. Stringo fra le mani una bottiglia, ormai quasi vuota. La notte mi è amica, e il fiume che costeggia la strada mi attrae in maniera irresisibile. Acque scure accarezzate da un vento lontano. Quante storie mi racconta il vento! Solo lui ne è capace, solo lui non mi annoia. E mi sussurra inviti cui è difficile resistere. Mi suggerisce la risposta al mistero della mia vita. E’ una risposta sensata, logica e inappuntabile. E’ la risposta. Cammino barcollando. Mi accendo una sigaretta. Scanso con fastidio una coppia invadente che cerca improponibili romanticherie nell’assurda convinzione che il loro innamoramento poi si trasformi in amore. Per quanto mi riguarda potrei anche augurarglielo, ma sarebbe un inganno, dato che ogni amore è destinato a finire.
Penso a Elisa. Rammento che la conquistai definitivamente quando una sera comprai per lei una rosa da una sordomuta. Non fu il fiore in sé a colpirla, ma un gesto che forse non credeva potesse appartenermi. All’epoca ero famoso, e mi trinceravo dietro a una facciata per nascondere la mia timidezza. Bevevo già molto e, sul finire della mia breve carriera, insultai una giornalista che si ostinava a rivolgermi domande idiote. Lasciai quell’insulso party, sbattendomi la porta alle spalle, suscitando scandalo e probabilmente perdendo proprio in quell’occasione mia moglie.
Quello che ho fatto dopo non è interessante. A dirla tutta, c’è ben poco di interessante nella mia vita. A mia volta, non provo interesse per gli altri. Vorrei Elisa, ma so che non è possibile. Questa sera l’ho vista in televisione: era bellissima, raggiante; accanto a lei Giovanna Mezzogiorno scompariva. Irradiava energia positiva. Quello che manca a me. Comunque, non è un problema.
Sta salendo un po’ di nebbia, adesso è il fiume che mi parla ed è l’unica cosa che in questo momento conti. Ho la barba lunga di tre giorni, gli occhi iniettati di sangue, e indosso una giacca che ormai è diventata troppo larga per me. Mi fermo. Voglio ascoltare bene. Con attenzione.
Il fiume racconta.
E’ talmente bravo a narrare che mi sembra di vedere un film. Però, è un film strano, a due dimensioni. Sul lato sinistro dello schermo vedo un bambino infelice, che cresce in una famiglia che tutto è tranne quello che dovrebbe essere. Il padre del bambino tradisce la madre. La madre del bambino beve e si riempie di psicofarmaci. Alla sera, il bambino mette la testa sotto il cuscino e piange.
Schermo destro: il bambino vive in una famiglia felice, unita. Alla domenica pranzano all’aperto, nel giardino davanti a casa. Arrosto di vitello e patate al forno. Crostata di mele. Io so che per il bambino quella crostata è fondamentale, è un simbolo, è la prova della serenità e dell’amore che regnano in quella famiglia. Scena tagliata, dice il fiume, trasformatosi in regista. Buona la prima.
Schermo sinistro: nuova scena. Un uomo scrive un libro di successo, conosce una donna di straordinaria sensibilità e di vasto talento letterario. Si sposano, ma il matrimonio fallisce. L’uomo annega nell’alcool le sue frustazioni e il suo odio nei confronti della vita.
Schermo destro: un uomo scrive un libro di successo, conosce una donna di straordinaria sensibilità e di vasto talento letterario. Vivono insieme felici. Lui la porta ad abitare in un un luogo bellissimo, a ridosso del mare. Invecchiano insieme. Serenamente. Nella comunanza di un affetto e di una complicità senza eguali. Scena tagliata. Buona la prima.
“Avrei preferito che il film fosse diverso.”
“E invece non è diverso.”, ribatte il fiume. “Non si può cambiare il passato, e anche se lo volessi non sarei in grado di fartelo rivivere, né di trasformarlo secondo i tuoi desideri. In ogni caso, non è questo il mio compito.”
“Qual è il tuo compito?”, gli chiedo, conoscendo in anticipo la risposta.
“Aiutarti.”, dice il fiume. “Aiutarti a dimenticare. Alleviare il tuo dolore. Cancellare passato, presente e futuro. Non ti aspetta nulla di buono, lo sai vero?”
Annuisco. Mi accendo l’ultima sigaretta. La fumo con calma.
Poi accolgo il suo invito.
L’acqua è gelida, ma stranamente mi sembra tiepida.
Prima di finire sotto, gli rivolgo un’altra domanda.
“Dimmi se Elisa sarà felice.”
Però la risposta mi sfugge.
Infine, l’ultima.
“Ma a volte sente la mia mancanza?”
“Sì.”, disse il fiume.

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