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Archive for ottobre 2014

RAGE 20

Vladimir Putin RageVladimir Vladimirovich Putin arrivò negli Stati Uniti il giorno del funerale.
Arrivò accompagnato dal ministro degli Esteri, da due alti funzionari del ministero, dal tenente generale Vasily Ivanovic Melnikov, da due interpreti, quattro segretarie, un cuoco, un cameriere e venti agenti del SVR.
Arrivò munito di asciugamani e lenzuola tenuti sotto vuoto, cibo preparato in Russia, acqua minerale russa, succhi di frutta russi e, sebbene non avesse le abitudini del suo predecessore, che durante un viaggio in America era stato messo a letto ubriaco tutte le sere da due uomini dell’FBI, portò con sé dieci bottiglie di vodka Russkij Standart. Portò anche un lettore e un cd con i successi degli Abba. Inoltre, aveva un dono per Monica: una matrioska che era un’opera d’arte del valore di svariate migliaia di dollari; se esisteva un sottile sottinteso non è possibile saperlo.
Arrivò accolto da un clima quasi primaverile, ma poiché era solito informarsi su tutto – su ogni dettaglio, anche il più insignificante -, indossava un abito adeguato, che a Mosca lo avrebbe fatto gelare.
La popolazione americana avrebbe reso l’ultimo commosso omaggio a John più tardi, dato che la cerimonia per volere di Monica era privata. Putin entrò comunque in chiesa, mentre fuori dell’edificio cinquanta agenti vigilavano. Naturalmente erano tutti armati: trenta federali e i venti uomini del servizio segreto russo. Fra loro non ci furono saluti né sorrisi.
Al termine del rito funebre, Monica e Putin si appartarono, sorvegliati a vista dai rispettivi angeli custodi, i quali però erano sì a distanza di sicurezza ma non in grado di ascoltare quello che le due più potenti persone del mondo si sarebbero detto.
La conversazione si svolse in russo, lingua che Monica parlava correntemente.
Putin la baciò tre volte, ma non sulle labbra. Un fatto singolare: in genere, non amava il contatto fisico. Quando Silvio Berlusconi, l’ex premier italiano, al termine di una canzone napoletana, gli dava un’amichevole pacca sulle spalle, reagiva con distacco e accettava tali comportamenti soltanto per via dell’amicizia che li legava.
Dopo le condoglianze e gli attestati di reciproca stima, Monica gli annunciò che, in seguito, per tutte le altre questioni, avrebbe dovuto confrontarsi con Margaret Collins. Lei infatti stava meditando di dimettersi, e anche se avesse cambiato idea desiderava “eclissarsi” per un certo periodo di tempo.
“Niet!”, disse Putin in tono freddo. “Io non conosco nessuna signora Collins. Conosco solo il presidente degli Stati Uniti e il suo valoroso marito.”
Monica lo fissò per qualche secondo, vagamente interdetta. “Lei non è una madre che ha perso il proprio figlio, e per sua colpa.”, dichiarò infine. “Io… io non so nemmeno ciò che è veramente successo, chi e perché ha tramato alle mie spalle; di sicuro alcuni personaggi hanno agito contro il mio volere. E questo è grave. Potrebbe significare che non sono all’altezza della carica che ricopro. Come vede, sono molto franca con lei.”
“La franchezza è una buona dote, benché talvolta sia bene non eccedere.”, replicò Putin. “Ho affrontato questo viaggio per discutere di questioni importanti. Questioni commerciali, questioni che riguardano la distensione fra i nostri due Stati, problemi che potrebbero verificarsi con l’Ucraina. La situazione in Medio Oriente che è drammatica e che è destinata a peggiorare. Ma la ragione principale che mi ha condotto qui è la solidarietà, un atto di amicizia e, se possibile, di conforto. Posso garantirle che chi ha ucciso John pagherà con la propria vita il suo gesto infame!”
Indugiò per un momento, quindi aggiunse:” Io so tutto di lei, come del resto immaginerà. Afghanistan, Cannes… Sempre contro di noi, ma erano tempi diversi. Poi l’estate del fallito golpe. L’avrei arruolata immediatamente e messa a capo del SVR o del FSB. E difatti è diventata direttore della CIA; poi ha vinto le elezioni, quando nessuno avrebbe scommesso un dollaro su di lei. Una donna forte! Una donna che ammiro. Non ha il diritto di arrendersi. Non glielo concedo e sono convinto che la maggior parte dei cittadini americani condivida il mio pensiero.”
Fece un ampio gesto circolare con il braccio. “Presto ci saranno gravi pericoli, se non poniamo rimedio. Niente Collins, prego.”

In uno sperduto villaggio, che ventidue anni prima, nel quadro dell’operazione Desert Storm, aveva visto passare il più grande esercito del mondo dai tempi della seconda guerra mondiale, Sarah Gabai abbandonò la jeep che l’aveva condotta sin lì, nascondendola come meglio poteva, ed entrò in una casupola dimessa, situata ai margini di quel piccolo agglomerato di abitazioni altrettanto dimesse. Il sole era già tramontato e spirava un vento freddo. Nel cielo apparivano le prime stelle.
“Nu?”, domandò al vecchio che la accolse con un sorriso.
Spiegò la carta geografica che aveva con sé e indicò due punti, entrambi evidenziati con un pennarello.
Il vecchio scosse la testa. “Un mese fa Ibrahim era lì e la settimana scorsa qui.”, disse puntando un dito sulle due località. “Ma adesso si trova in Siria. Nei pressi di Al Bukamal. Sei fuori strada, ti conviene tornare in Israele e ripartire da lì.” Pur essendo nativo del Kuwait, Yasir collaborava con il Mossad: non per soldi, ma perché aveva studiato a fondo la Bibbia; un particolare che gli israeliani ignoravano. Non agiva mai in prima persona, in compenso era al corrente di molti fatti segreti. Come ci riuscisse, era un mistero.
“Oppure attraversare l’Iraq.”, osservò Sarah.
“Molto rischioso.”
“Ma forse più rapido.”
Sarah rifletté, mentre Yasir preparava una modesta cena e del tè verde.
Il problema era che non poteva andare con la jeep ed erano più di mille chilometri. Con un dromedario avrebbe impiegato circa sei giorni, posto che tutto filasse liscio e di questo non poteva essere certa. Se invece fosse tornata a Tel Aviv guidando la jeep sarebbe arrivata in due giorni. Poi avrebbe potuto chiedere un elicottero a Aaron Ben-David. Se aveva fatto un viaggio inutile era stato a causa sua. Informazioni sbagliate. Era un’altra ipotesi pericolosa, ma forse più pratica.
Un raid improvviso e micidiale.
In fondo, quella era la specialità di Israele.
“Dormirai qui. Ho una stanza per te.”, disse Yasir, portando in tavola le pietanze. “La notte porta consiglio.”

A Londra era ancora pomeriggio. Un tardo pomeriggio piovoso. A tratti sprazzi di sereno si alternavano agli scrosci d’acqua. In un internet-point Danielle Williams controllò uno dei suo conti protetti, apprendendo con soddisfazione che Ibrahim al-Ja’bari aveva effettuato il bonifico. Un pazzo furioso, pensò divertita; però un pazzo che manteneva gli impegni.
E adesso era ancora più ricca. Incominciava a stancarsi di quella caccia infinita, di esecuzioni che la soddisfavano per pochi minuti, lasciandole comunque sempre un grande vuoto dentro. Magari un’ultima missione e poi si sarebbe scelta un posto nei Caraibi. Una bella casa, uno yacht e chissà… un giorno avrebbe potuto incontrare un uomo capace di colmare quel vuoto.
Uscì dal locale e attraversò King’s Road, cercando di evitare le pozzanghere; risultato vanificato dagli schizzi provocati dalle automobili, una delle quali le sfrecciò a un metro di distanza. Decise che prima di cena sarebbe passata in albergo per cambiarsi.
Istinto, sesto senso, l’attitudine al pericolo, qualsiasi nome gli si voglia dare, la indusse a voltarsi per gettare una breve occhiata alle sue spalle.
E lo notò subito.
Sull’aereo che l’aveva portata in Inghilterra, era seduto tre file dietro di lei.

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Visto che sto scrivendone una… In ordine sparso: Tutti gli uomini di Smiley, La talpa, Il quarto protocollo, La cruna dell’ago, Il giorno dello Sciacallo, Icona, Il circolo Matarese,  Rainbow six,  L’ombra del Califfo, ehm… Matrioska 🙂

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RAGE 19

Milton BrubeckDa ragazzo aveva ucciso un poliziotto inglese. Fu un giorno memorabile, sebbene di dubbia utilità pratica. In ogni caso, più tardi, al pub dove soleva recarsi per trangugiare birra, venne accolto come un eroe.
Dopo aver sparato, si liberò della pistola che aveva acquistato in modo clandestino e si guardò attorno. E vide due maledetti inglesi, armati e in divisa, che gli correvano dietro.
Scese a precipizio la scalinata che conduceva alla stazione della metropolitana, per un soffio riuscì a introdursi, un attimo prima che le porte si chiudessero. Alla prima fermata, scese, uscì e rientrò dall’altra parte. Prese un treno diretto in tutt’altra direzione, lo abbandonò alla seconda fermata e a piedi si allontanò con calma.
Adesso la situazione era un po’ diversa. Aveva visto cadere i suoi compagni e sapeva che il misterioso assassino era dietro di lui. Nell’oscurità, riuscì a scorgere degli alberi, situati proprio in mezzo al parco. O’Connor si disse che, se fosse riuscito a raggiungerli, avrebbe trovato un riparo, da dove studiare contromosse. Non sapeva nulla del ragazzo ucciso e, anche se lo avesse saputo, non si sarebbe certo commosso. Era la vita. Lotta, morte, ideali. Al momento, altro non avrebbe saputo aggiungere.
Accelerò il passo. Non era la prima volta che sfuggiva a nemici invisibili, ed era convinto di cavarsela. Ignorava un fatto: il killer non si trovava alle sue spalle, bensì davanti a lui. Lo stava aspettando.
Era a dieci metri dal traguardo, quando fu trafitto da una pallottola.

Il “comitato d’emergenza” era stato sciolto. Non esisteva un motivo per cui quelle persone tornassero a riunirsi.
Nella Situation Room erano solo in cinque. Margaret Collins si rivolse al direttore della CIA. “Bene.”, disse. “Cosa avete combinato?”
Brian Stevens sostenne il suo sguardo, senza rispondere.
La donna guardò Martin Yarbes, quindi Milton Brubeck e Patrick Fowley.
“Io sono, a tutti gli effetti, il presidente degli Stati Uniti, almeno per i prossimi giorni.”, dichiarò Margaret. “E questo per volere esplicito di Monica. Se lei si trovasse qui con noi, è poco ma sicuro che pretenderebbe delle teste da tagliare e io le ubbidirei. Ma al momento attuale Monica non è qui. Non ho mai approvato la sua linea della fermezza, e forse qualcuno dei presenti lo ha intuito. E adesso evitiamo chiacchiere inutili. Gli Stati Uniti non possono permettersi il lusso di perdere gente in gamba come voi. Dunque?”
Era reduce da una brutta notte. Aveva pianto a lungo, tormentandosi, ricordando, rimpiangendo. Stravedeva per John e il sentimento era reciproco: aveva rifiutato di usare il passato prossimo o qualsiasi altro tempo che non fosse il presente. Si era assopita in preda a un dolore profondo, e quella sofferenza si era insinuata nei suoi sogni, rendendoli cupi e terribili. Al risveglio, però, quasi presagendo l’evolversi degli avvenimenti, aveva stabilito che la attendeva un nuovo compito, un compito importante, e ciò le aveva dato forza.
Aveva parlato con Monica alle otto di mattina. Incongruamente, il cielo era sereno, e il sole avrebbe riscaldato la giornata; sarebbe stato meglio un nubifragio, aveva pensato Margaret. Monica era bianca come uno straccio, e questo era un eufemismo. L’aveva presa per un braccio, ma non c’era forza in quella stretta. “Ascoltami”, aveva detto, o piuttosto sussurrato, “dopo il funerale, che avrà luogo fra due giorni in forma privata, scomparirò.”
Margaret l’aveva guardata, perplessa.
“Non sarà facile.”, spiegò Monica. “Dovrò sbraitare per liberarmi del servizio di sicurezza; comunque è quello che farò. Devo riflettere, Margaret. Se John è morto è stato a causa mia. Una madre che non sa proteggere il proprio figlio è forse degna di rappresentare una nazione? Io sto morendo, amica cara, a poco a poco. Devo capire se eclissarmi per sempre, non importa dove, o se lottare contro me stessa, in nome del ricordo di John. Ti do i pieni poteri.”
Cominciò a piangere. Margaret la abbracciò. “Non devi dire così.”, affermò con una sicurezza che non provava. In realtà, la biasimava, benché la stimasse ancora. E, in ogni caso, le voleva bene. In quel momento fu certa di una cosa: non desiderava succederle, se non dopo le prossime elezioni, che – era scontato – Monica non avrebbe mai potuto vincere.
Margaret tornò al presente.
“Dunque?”, ripeté, dato che non aveva ricevuto una risposta.
“Dunque, cosa?”, domandò Brubeck.
“Risolviamo la faccenda. Punto primo: chi sa?”
Stevens rispose di malavoglia. “Il DDI, il DDO, quattro miei agenti, il direttore del carcere e il fottuto bastardo russo. L’unico che non terrà la bocca chiusa è Underwood.”
“Soluzioni?”
Yarbes sedeva impietrito, il viso di ghiaccio. Non gli importava più niente. Ripensava in continuazione a John, al suo unico figlio che non avrebbe mai rivisto.
Brubeck scrutò per un momento il bel viso di Collins; da lei trapelavano energia, determinazione, solidità. Pragmatismo! Un termine, un modo di proporsi e di agire che gli erano sempre piaciuti. Sebbene Squire avesse diretto l'”Agenzia” e sebbene, prima ancora, fosse stata un’agente operativa di valore, in lei non aveva riscontrato questi requisiti, che lui considerava fondamentali. Non aveva lottato per la vita di suo figlio. Avrebbe potuto avviare una trattativa, riservandosi in seguito di dare la caccia ai quattro delinquenti; oppure, meglio ancora, preparare una trappola. Per Fowley sarebbe stato come un invito a nozze.
Invece si era limitata a presiedere riunioni perfettamente inutili, con lo sguardo assente. Si era dimostrata all’altezza della situazione soltanto la prima volta. Prima o poi, il declino arriva per tutti, a livello fisico non meno che mentale, filosofeggiò, il che non rientrava assolutamente fra le sue abitudini. Bevve un sorso d’acqua, soppesando la differenza che incorreva fra le due donne, quindi lanciò un’occhiata ostile a Stevens. FBI e CIA non erano organizzazioni note per l’amore reciproco, specie quando gli spioni di Langley si impicciavano di questioni interne; però – convenne fra sé – quello era un caso speciale.
“Eliminiamo il russo.”, propose. “Gli affibbiamo ogni colpa.”
Margaret scosse il capo. “Ho appena parlato… non vi riguarda con chi… Volkov ha lavorato per gli Stati Uniti, e poiché risulta chiaro che non sono stati “loro” a uccidere John, il russo sembrerebbe in grado di scovare il vero assassino, e di agire di conseguenza. Non getterei al vento tale opportunità. D’altronde mi risulta che i sei terroristi sono morti.”
“Sì. Li abbiamo già fatti sparire. Come i quattro bastardi che avevano rapito John. Dell’uccisione di questi ultimi ci assumeremo la piena responsabilità, con grande soddisfazione di tutti gli americani. In quanto agli arabi, ho provveduto a togliere di mezzo la polizia.” Brubeck sentì il bisogno di un sandwich; viveva a panini e ad acqua minerale senza bollicine. (Non si può escludere che avrebbe apprezzato un buon ristorante e un pranzo o una cena sostanziosi… li conservava per il giorno in cui sarebbe andato in pensione; l’ultimo traguardo).
In spregio a ogni regola, Fowley tirò fuori da una tasca un pacchetto di sigarette, ne estrasse una e la accese. Non era portato per i lunghi ragionamenti; ciò non gli impedì di pensare che Margaret Collins sarebbe stata un presidente migliore di Monica Squire. L’abito nero le donava molto, ma si trattava di un particolare irrilevante. Lei andava oltre, aveva le palle; era possibile che Monica le avesse perse in un passato più o meno lontano, posto che le donne possedessero tali requisiti. Fowley avrebbe scommesso che Collins ne fosse provvista in abbondanza.
Margaret ignorò quel gesto e quelle riflessioni, delle quali del resto nulla poteva sapere. Guardò Brubeck.
Lui meditò per qualche istante.
“Il gruppo era composto da dieci elementi.”, disse infine, sollevando le dita a una a una, come per contarli. “Quattro si sono occupati del rapimento. Cinque si sono recati alla prigione, mentre il decimo teneva una pistola puntata sulla fronte della moglie di D’Amico. Ora, D’Amico può dimettersi, e forse non andrà incontro a guai seri. Se non lo facesse, si verrebbe a sapere di certe sue inclinazioni particolari, il che per lui sarebbe peggio. Meglio il ricatto della corruzione: funziona mille volte meglio.” Accennò un sorriso. “Lo sosteneva Smiley.”
E chi sarebbe costui?, si domandò Margaret.
“E le guardie del carcere?”
Brubeck scrollò le spalle. “Saranno trasferite, magari promosse. Inoltre, sono praticamente all’oscuro di tutto. D’Amico impartiva gli ordini e loro li eseguivano, stop. Non rappresentano un problema. In quanto a Underwood, abbiamo certi mezzi. Vero, Patrick?”
Patrick Fowley annuì. “Posso telefonare al “nostro” giudice e ottenere un mandato. Cosa dobbiamo trovare?”
Milton Brubeck si tolse gli occhiali per pulirli con il lembo di una cravatta che aveva conosciuto tempi migliori. “Opzione quattro.”
“Quantità?”
“Oh, da drogheria.”
“E poi?”, volle sapere Margaret, a cui era sfuggito il senso delle ultime parole.
“Non si preoccupi, signora.”, le rispose gentilmente Brubeck.
Era indubbio che Margaret li aveva conquistati. A differenza degli altri papaveri, il ministro del Tesoro, il Segretario di Stato, e via dicendo, in quella sala c’erano uomini duri, votati all’azione, e in lei vedevano una donna forte e decisa quanto loro.
Yarbes la fissò.
“E poi”, disse con calma, “io andrò a cercare l’uomo che ha organizzato tutto questo.”

Bruce Underwood stava consumando la prima colazione. Era il 27 febbraio, che cadeva di martedì; ciò nonostante si respirava aria di primavera. Underwood era già vestito: indossava un elegante completo blu, camicia bianca e cravatta a strisce rosse e blu. Ed era di ottimo umore. L’inevitabile caduta di Brian Stevens gli avrebbe spalancato le porte di Langley.
Quando sentì suonare il campanello, aggrottò la fronte. A quell’ora? Chi poteva essere? Lasciò le uova con il bacon e andò ad aprire la porta della graziosa villetta in cui abitava. Era disposta su due piani. In basso, cucina abitabile, lavanderia, un ripostiglio e soggiorno. In alto, il suo studio, due camere da letto e un bagno ben arredato. Un prato davanti, il garage sul retro.
Si trovò di fronte a quattro uomini vestiti in grigio.
Conosceva bene quel genere di individui. Inarcò le sopracciglia, chiedendosi cosa volessero da lui.
Fowley sbucò dal nulla, porgendogli un documento.
“Ma questa è follia pura!”, esclamò il DDI.
“Forse.”, replicò Fowley.
Gli agenti dell’FBI entrarono e misero a soqquadro la casa. Rovesciarono cassetti, aprirono armadi, scostarono lenzuola, frugarono ovunque.
Spazientito, Underwood fremeva di rabbia.
“Trovato!”, annunciò uno dei federali, emergendo dallo sgabuzzino. Fra le mani cingeva una grossa busta. La rovesciò sul tavolo, cospargendolo di polverina bianca.
Impassibile, Patrick Fowley disse: “Leggetegli i suoi diritti.”

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Danzerò per teE’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana primavera. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde. Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti. Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito. Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

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RAGE 18

Danielle WilliamsEra arrivata, muovendosi silenziosa, dall’altro lato del parco.
Conosceva il luogo dove sarebbe avvenuto lo scambio, poiché lo aveva scelto lei, a nome di Ibrahim al-Ja’bari, e conosceva O’Connor perché era stata lei a trattare con lui. Tutto sommato, benché fosse il meno stupido dei quattro, doveva essere uno sciocco: era impensabile che, una volta portata a termine la missione, sarebbero stati lasciati in vita. Ibrahim non aveva minimamente paura degli americani; lui stesso avrebbe rivendicato il sequestro. Non era dunque questo il motivo. Più semplicemente, gli irlandesi erano comunque degli infedeli, carne da macello da sacrificare senza indugi. Al “figlio del deserto” non interessava nulla dell’IRA o più correttamente della Real Irish Republican Army che ne aveva preso il posto nella lotta contro gli inglesi.
La donna osservò gli arabi procedere lentamente. Ciò che avrebbero fatto non la riguardava. Poi si appostò scrutando nell’altra direzione.
Attraverso il mirino laser, vide perfettamente il viso del ragazzo, sebbene dal crepuscolo si fosse passati all’oscurità. Un volto innocente, gradevole, che ispirava simpatia.
Trasse un profondo respiro.
Era comunque la faccia di un americano.
Non fu necessario ripensare a Damon. Lui era a un tempo sempre presente e sempre lontano; rappresentava il passato, l’amore perduto e la necessità di combattere il dolore. Lo aveva scordato grazie alla forza di volontà, però lo ricordava in un remoto anfratto del cuore. Se pure c’era, la compassione non aveva alcuna possibilità di emergere dalla zona oscura in cui era stata confinata anni addietro.
Premette il grilletto, e senza soffermarsi a guardare – la sua mira era infallibile -, si voltò, allontanandosi.
Per Danielle Williams la caccia era appena iniziata.

Mentre John cadeva come al rallentatore fra le sue braccia, il primo pensiero di Martin Yarbes fu quasi astratto: un padre non dovrebbe mai seppellire il proprio figlio. Ma, dopo un istante, quell’uomo freddo, che nel corso della sua turbolenta esistenza aveva ucciso nemici e visto colleghi morire, che aveva ingannato, simulato, dissimulato, torturato, per la seconda volta in vita sua pianse. In precedenza era accaduto quando una ragazza dai capelli rossi di nome Leila – la sua ragazza -, era stata violentata in un bosco; ma quanto tempo era trascorso da allora?
Strinse forte a sé il ragazzo con il cervello spappolato e il volto irriconoscibile. Lo sollevò come quando da bambino lo cullava, le rare volte in cui aveva avuto l’occasione di farlo. E continuò a piangere, abbandonandosi alla disperazione.
John non sarebbe andato all’università, non avrebbe giocato a basket, non avrebbe fatto l’amore, non sarebbe diventato un uomo forte e leale, non avrebbe avuto una moglie e dei bambini, non sarebbe invecchiato serenamente, attorniato da nipotini che lo avrebbero adorato. Non sarebbe successo nulla di tutto questo.
Fermo, immobile, devastato dalla sofferenza, poi si pose una domanda: perché? Perché quel bastardo non aveva mantenuto i patti? Perché, visto che lui invece li aveva mantenuti, a costo di rischiare la prigione e di perdere la moglie che amava?
Ma il dolore inaudito riprese il sopravvento, e allora rimase lì, incapace di pensare, simile a una statua. Infine si inginocchiò, deponendo con ogni cautela la salma sul prato e restò fermo a fissare il ragazzo che non avrebbe più riso, né pianto, né amato.

Erano usciti dal parco, confabulando fra loro e valutando varie ipotesi. L’opinione prevalente era quella di non fidarsi. Avrebbero rubato una macchina e sarebbero andati in Canada. A un tratto il capo dei sei fondamentalisti accusò un dolore terribile allo stomaco. Cercò invano di combatterlo e pochi secondi più tardi vacillò e precipitò al suolo, a faccia in giù. Nel giro di un minuto il “complesso vitaminico” di Volkov agì anche sugli altri cinque.
Dopo due minuti, erano tutti morti.

Kevin Page detestava il suo lavoro. Non aveva fatto carriera, a causa del mobbing che da sempre lo perseguitava: i superiori lo odiavano, almeno secondo la sua opinione, che era sbagliata. La ragione era diversa: era un poliziotto mediocre, privo di iniziativa, troppo spesso incerto e titubante; una specie di impiegato che mirava solo a timbrare il cartellino e a intascare la paga.
Munito di una torcia elettrica, e accompagnato da una giovane recluta che non lo stimava – la cosa era reciproca -, stava perlustrando la zona in cerca di tossici e di teppisti, quando notò un uomo dalle spalle larghe, in ginocchio per terra. Gli sembrò che piangesse, poi vide quello che gli parve un cadavere, tirò fuori la pistola d’ordinanza e fece segno all’altro di seguirlo. Avrebbero arrestato l’assassino.

Monica guardava Milton Brubeck, che non era stato invitato a sedersi, lo ascoltava e pensava: sta mentendo. Il direttore dell’FBI aveva dichiarato di essere completamente all’oscuro di eventuali azioni “in nero” della CIA. E, in ogni caso, tendeva a escluderle. L’Agenzia non operava sul territorio degli Stati Uniti. Patrick Fowley annuiva.
Il procuratore generale Paul Johnson si lasciò sfuggire una risata beffarda.
Underwood fece per intervenire, ma fu bloccato dal suono del telefono.
Rispose Margaret Collins. Ascoltò in silenzio per qualche secondo, diventando sempre più pallida; la cornetta le sfuggì di mano. Si coprì il viso, barcollò e parve sul punto di svenire.

A Mosca era notte inoltrata, ciò nonostante il tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, era seduto alla sua scrivania, nell’ufficio che occupava a Yazenevo. Fuori dell’edificio, situato sul raccordo anulare, il buio incombeva silenzioso.
Lo avevano tirato giù dal letto un’ora prima.
Era attaccato al telefono. Cominciò svegliando il direttore, e lasciandogli il dubbio piacere di informare il presidente del servizio segreto russo, il quale usò un linguaggio da caserma, abbaiando sconcezze irripetibili, quindi avvisò il ministro degli Esteri, che raggelato chiamò personalmente Putin.
Lo zar apprese la notizia, impartì alcuni ordini, riagganciò il ricevitore e si immerse in pensieri assai poco gradevoli. Di tornare a dormire non se ne parlava.
Putin era in procinto di recarsi negli Stati Uniti, con due precisi scopi: concludere un importante accordo commerciale che avrebbe portato denaro fresco nelle casse della Russia e accennare vagamente a certi problemi che aveva con l’Ucraina, sondando in tal modo quale sarebbe potuta essere la reazione degli Usa. A causa del rapimento di John Yarbes, il viaggio a Mosca di Monica Squire era stato rimandato, ma dato che lui aveva fretta si era subito offerto di andare di persona a Washington.
Ora la situazione era complessa. Per prima cosa, le notizie erano vaghe; più di tanto le “talpe” infiltrate a Langley, a Quantico e nelle sedi dei principali ministeri non sapevano. Almeno, non con certezza. In America l’orario di lavoro era finito da un pezzo, ma non c’era dirigente, impiegato o fattorino che non fosse stato sottratto alla cena e richiamato con urgenza in ufficio, anche se in definitiva nessuno sapeva esattamente cosa fare. La confusione regnava sovrana. Le segretarie piangevano, i superiori latravano ordini contradditori, le supposizioni e i pettegolezzi si moltiplicavano. I giornalisti più astuti avevano già fiutato l’aria; una troupe della CNN assediava la Casa Bianca (Page evidentemente aveva fatto un paio di telefonate). E le “talpe” risentivano di quel clima paranoico.
In secondo luogo, Putin era a conoscenza della missione di Volkov: sarebbe stato un guaio, di quelli grossi, se fosse stato ritenuto responsabile di quanto era accaduto.
Che Yarbes gli fosse simpatico, era un particolare irrilevante.
Dotato di un’intelligenza fuori del comune, Putin analizzò i fatti. Cui prodest?, si interrogò in latino. A chi giova? Ai sequestratori? Non aveva senso, dal momento che avevano ottenuto quello che volevano. A misteriosi nemici interni del presidente degli Stati Uniti? Ne dubitava: non era nello spirito degli americani.
Esisteva un rapporto segreto che un tale Gennadiy Rybakov, in seguito defenestrato, aveva trasmesso ai cekisti stelle e strisce. Bisognava partire da lì.
E Volkov?
Putin non era un uomo che proveniva dalla nomenklatura. Era stato un agente del KGB e il capo del SVR. Sapeva ragionare da spia. Studiò a larghe linee un piano. Melnikov si sarebbe occupato dei dettagli.
Ciò che invece Vladimir Vladimirovic non sapeva, al pari della CIA, era che l’indomani Piotr Dmitrovic’ Rozhkov, un ufficiale del GRU (il servizio segreto delle forze armate russe), avrebbe consegnato a Ibrahim al-Ja’bari un grazioso cadeau destinato a essere trasferito a Tel Aviv. Si trattava di un piccolo ordigno nucleare del peso di circa ventidue chili, che poteva essere contenuto in una valigia e che era sfuggito, insieme a diversi altri esemplari, alla distruzione stabilita in seguito a precisi accordi fra Stati Uniti e Russia, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Rozhkov finora ne aveva venduti tre, ma alcuni suoi colleghi ne avevano già piazzati più di dieci.

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RAGE 17

Martin YarbesCara mamma
Anche se gli uomini che mi tengono prigioniero non mi trattano con cattiveria, onestamente non posso affermare di stare bene (fisicamente, sì, stai tranquilla); però sono forte e resisto. So per certo che stai facendo tutto il possibile per tirarmi fuori da questa brutta situazione, e conoscendoti sono sicuro che ci riuscirai. Comunque, comprendo benissimo che, vista la tua altissima carica, dovrai agire nel rispetto delle leggi.
Mangio sempre le stesse cose, però il cibo è abbondante. “Loro” non mi parlano mai, ma credo che ciò sia comprensibile. Cerco di tenermi in forma per sconfiggere la noia e i cattivi pensieri.
Vorrei poter scrivere una lettera molto più lunga, ma dietro mia insistenza mi hanno concesso un foglio di carta, una matita e soli due minuti di tempo. E’ fuori questione che io possa spedirla, piegherò in quattro il foglio e lo infilerò in una tasca: servirà a scaldarmi il cuore. Ecco, ora devo restituire la matita.
Un grande abbraccio a te e a papà.
A presto, spero.
Con tutto il mio amore.
John

Nella Situation Room la tensione si sarebbe potuta tagliare con un coltello.
Alla domanda di Monica, Underwood rispose tranquillamente: “Il mio superiore, Brian Stevens.”
Mai contare i pulcini prima che escano dal guscio, pensò Monica, furibonda; poi si rivolse a Patrick Fowley: “Esigo, ripeto esigo, che Milton Brubeck sia rintracciato al più presto e che si presenti qui immediatamente. Di Stevens mi occuperò più tardi. Gli straccerò le palle e le ficcherò in un frullatore.”
Si alzarono diverse sopracciglia. Non era consueto che un presidente degli Stati Uniti si esprimesse in quel modo, benché non fosse nemmeno inaudito, dato che esistevano precedenti illustri.
Mentre il DDI assaporava l’idea di una promozione, Fowley uscì dal locale per telefonare al direttore dell’FBI. Non era per nulla entusiasta di quel compito.
Il Segretario di Stato era immerso in pensieri particolarmente cupi, il ministro del Tesoro aveva l’aria completamente sconcertata, viceversa Margaret, dentro di sé, approvava senza riserve quello che era stato fatto; se però avesse espresso chiaramente il suo pensiero, sapeva che Monica l’avrebbe sbranata.
E Martin?, si chiese Monica. Quanto è responsabile di questa autentica follia?

Sarah Gabai si alzò dal letto, dopo un sonno di poche ore. Andò alla finestra e scrutò il cielo stellato, una visione che fin da bambina l’aveva sempre affascinata. Fece il bagno, preparò una rapida colazione e mangiò con calma, riflettendo sulla sua missione; poi si vestì, indossando gli abiti che aveva scelto fin dal’inizio, in seguito al colloquio con Aaron Ben-David.
Non erano indumenti da israeliana: metterli sarebbe equivalso a firmare la propria condanna a morte. Si infilò un’abaya nera lunga fino alle caviglie e calzò scarpe dalla suola piatta con la punta arrotondata, simili a quelle che in Occidente vengono chiamate loafers.
Effettuò altri preparativi e mezz’ora più tardi uscì di casa.
Sebbene l’Istituto, cioè il Mossad, sia un’organizzazione relativamente piccola e sebbene non disponga degli uomini, dei mezzi e delle attrezzature che possiede la CIA e che aveva il KGB, è uno dei servizi segreti più agguerriti del mondo. Diversi fattori sono alla base della sua straordinaria efficienza. Uno di questi è dovuto al fatto che gli ebrei sono sparsi in quasi tutti i luoghi della Terra; fra di essi ci sono i sayanim, figli di genitori ebrei per i quali Israele rappresenta un simbolo: forse non ci andranno mai, ma per loro rimane la terra promessa. E’ un legame mistico. Anche se non accetterebbero mai di lavorare contro lo Stato in cui vivono, i sayanim sono tuttavia disponibili a fornire assistenza e appoggio agli agenti del Mossad, risolvendo così una quantità di problemi.
Un secondo elemento riguarda la carnagione: Sarah poteva passare per araba, palestinese, siriana (ma pure francese o italiana), senza alcun problema. Un terzo fattore – ma ve ne sarebbero molti altri – è costituito dall’abilità nel reclutare e gestire traditori, che esistono ovunque, anche fra i musulmani, perché tutto il mondo è paese.
Mentre camminava nella notte, Sarah pensava proprio al suo “asso nella manica”.
Con un sorriso di piacere, accolse il profumo della primavera ormai prossima.

Quando O’Connor richiamò sembrava meno aggressivo del solito. Indicò un luogo e un’ora. Yarbes percepì una nota di tensione nella sua voce. Era naturale. In tutti i casi di sequestro, il momento dello scambio è sempre il più pericoloso.
“Venga da solo con i sei amici.”, sentenziò l’irlandese. “Se vedrò una macchina della polizia, se sentirò il rumore di un elicottero, se avrò sentore di qualche trabocchetto e se lei sarà armato…” Lasciò la frase in sospeso; non era necessario essere espliciti: il messaggio era chiaro.”
“Certamente. Sarò solo e senza pistole.”, ribatté Yarbes in tono asciutto, quindi riagganciò.
Si incontrò con gli uomini della CIA, poco prima dell’imbrunire; in quello stesso momento Milton Brubeck faceva il suo ingresso nella Situation Room, inghiottendo l’ultimo boccone di un sandwich al pomodoro, la testa incassata fra le massicce spalle. Gli riservarono un’accoglienza gelida.
L’aereo che aveva trasportato gli arabi era atterrato su una pista poco distante da Washington, circondata da fitti filari di alberi e dotata di un unico hangar e dello stretto necessario. Il piccolo aeroporto, se si può definirlo tale, viene utilizzato esclusivamente per le missioni “proibite”. La sua esistenza è nota solamente a Langley e a qualche agricoltore che abita nelle vicinanze; Monica Squire ne conosceva l’esatta ubicazione, ma non le passò per la mente l’idea di mandare qualcuno a indagare. Da lì i sei avevano proseguito a bordo di una Chevrolet, nascosti sotto un telo.
“I terroristi?, domandò Yarbes.
Il capo della spedizione indicò il furgone.
“Bene. Avete fatto un ottimo lavoro. Ora quel mezzo serve a me.”
L’agente annuì.
“E dov’è il russo?”
L’altro scrollò le spalle. “Lo ignoro. Sarà tornato nel suo fottuto Paese.”
“Non credo. Non ancora, almeno.”, mormorò Yarbes, prima di dirigersi verso il pick-up. Salì al posto di guida e accese il motore. “Fra mezz’ora sarete liberi.”, dichiarò, mentre ingranava la marcia. Lo ringraziarono in arabo, aggiungendo il rituale salam alaykum. Erano assiepati dietro di lui, stanchi e confusi.
Bastardi!, fu il cordiale pensiero che Martin gli rivolse, poi avviò il furgone, guidando a velocità moderata.
Washington è una città che vanta splendidi parchi; O’Connor ne aveva scelto uno: West Potomac Park, famoso per i 1678 alberi di ciliegio di provenienza giapponese. E’ situato in una zona delimitata da Independence Avenue e dal fiume da cui prende il nome.
Yarbes posteggiò a cento metri da un ingresso e invitò i sei fondamentalisti a scendere e a seguirlo. Si addentrò nel parco senza guardarsi attorno.
Gli irlandesi lo sorvegliavano da tre lati; quando furono ragionevolmente certi che aveva mantenuto i patti e che non era seguito da poliziotti o da agenti in borghese, Donagh Lynch, l’energumeno di oltre novanta chili che aveva servito i pasti al ragazzo, emise un richiamo che, almeno in teoria, avrebbe dovuto ricordare il verso dell’upupa.
O’Connor si fece avanti con John.
Nella luce del tramonto, Martin distinse vagamente la figura di un uomo dai capelli rossi, di media taglia e statura, che impugnava una pistola. Malgrado l’aria fredda, Yarbes si tolse cappotto e giacca, rimanendo in camicia; poi sollevò le braccia per indicare che era disarmato. Quindi si voltò e fece cenno agli arabi di proseguire. O’Connor diede una leggera spinta a John, e il ragazzo si diresse lentamente verso il padre. Yarbes capì che gli era stata spiegata la procedura. Rimase sorpreso per il fatto che il sequestratore fosse a volto scoperto. Evidentemente lui e i suoi complici avevano in programma di lasciare gli Stati Uniti entro poche ore. Che facciano pure, pensò.
I sei terroristi e John si incrociarono senza guardarsi; anche Yarbes aveva dato disposizioni precise. Man mano che suo figlio si avvicinava, camminando piano, Yarbes poté cominciare a scorgere in modo sempre più chiaro l’espressione del viso, la postura delle spalle; e infine, quando fu circa a trenta passi di distanza, l’espressione di gioia e di sollievo del ragazzo. Per Yarbes si trattò di un momento di felicità assoluta che non avrebbe mai dimenticato.
O’Connor alzò una mano in segno di saluto, quindi indicò agli arabi il percorso da seguire e si voltò, allontanandosi.
John accelerò il passo, gli occhi colmi di lacrime.
Yarbes si apprestò a stringerlo fra le braccia.
Nonostante fosse un uomo gelido, e avesse alle spalle un’esistenza dura, costellata di missioni pericolose, in cui aveva rischiato più volte la vita, di omicidi, ricatti e brutali interrogatori, provava un’emozione fortissima.
Il ragazzo fece per mettersi a correre, ma poi ricordando le istruzioni ricevute riprese a camminare.
Il sole tramontò definitivamente e l’oscurità avvolse il parco.
Adesso faceva veramente freddo, a causa del vento che spirava da settentrione; ma Yarbes, sebbene fosse in maniche di camicia, non lo avvertiva.
Il suo cuore era caldo, e nient’altro contava.
Cinque metri, quattro, tre…
John era a meno di un metro da lui, quando accadde.

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