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Archive for settembre 2015

Si fermò dopo un’ ora abbondante di una corsa al limite delle sue possibilità. Il cuore pareva trapassarle il petto. Percepiva le gambe completamente atrofizzate, rigide e indolenzite come due pezzi di acciaio e un dolore lancinante nelle parti intime che la costringeva a piegarsi.
Sfinita fisicamente, ma ancor più` psicologicamente, si lasciò cadere addosso al grande tronco della grossa quercia della campagna che aveva raggiunto. Quante volte lei e Flavio, durante il loro fidanzamento, erano soliti raggiungere proprio questo luogo e questo albero con una biciclettata per assaporare il fresco del crepuscolo serale.
Una volta Flavio incise persino un piccolo cuore sulla sua corteccia, decorandolo con le loro iniziali. Mentre eseguiva il suo disegno aveva gli occhi scintillanti e le labbra rilassate in un sorriso sincero.
Clara lo osservava con vivida emozione e curiosità.
Cose da innamorati insomma.
Clara ricordò sempre questo gesto, ogni volta che si trovava a passare da lì, più intensamente rispetto al regalo di un anello con rubino che aveva ricevuto poco tempo dopo come promessa di matrimonio. Da una persona qual era Flavio uno sforzo del genere non se lo sarebbe mai aspettato. Mai da uno come lui, con poco humor, con poca iniziativa, molto introverso, che non era mai stato tipo da gesti romantici fino a quel giorno (e a dir la verità non lo fu più neanche dopo).
Quell’azione banale, per Clara rappresentò una vera prova d’amore, significava un impegno di Flavio ad aprirsi con lei e finalmente la sua decisione di esternarle più chiaramente tutto il bene che provava.
Il matrimonio fu scritto su quella quercia e venne deciso quella sera.
Clara si alzò in piedi, fece scivolare le sue mani sottili sul tronco e ne carezzò dei flebili segni quasi totalmente cancellati dal tempo e dalle intemperie che si erano avvicendate nel corso degli anni a seguire. Appena percettibili i contorni del cuore, delle lettere ormai nessuna traccia. La corteccia era divenuta consunta, in molti punti era ceduta, mostrando soltanto la nudità del legno chiaro, la struttura dell’albero.
E così, prima con sconforto e poi con rabbia, si convinse che la sua relazione non aveva piu` senso. Inutile attaccarsi ai ricordi, per quanto possano essere belli. Quello che contava in un rapporto erano le basi, che dovevano essere solide, ferree, in modo da resistere a qualsiasi sorta di tormenta.
E nel suo caso le fondamenta della sua storia con Flavio erano sprofondate a poco a poco nella routine e nella noia, nel silenzio e nello scontato, per i troppi giorni di pioggia e di vento di tramontana.
Guardò prima il cielo, quasi a chiedere con una preghiera la forza per affrontare suo marito, poi abbassò gli occhi alla terra ancora carichi di lacrime di vergogna.
Riparartì nuovamente di corsa, con le gambe che arrancavano dalla fatica, tremanti, insicure. Non riusciva del tutto a comandarle e dirigerle come desiderava, erano fuori controllo ma, non si sa come, riuscirono a riportarla a casa sebbene con enormi sofferenze.
Varcando l’uscio di casa, si accorse di non averlo nemmeno richiuso a chiave, e si incolpò pesantemente anche per questo.
Si spaventò come nel trovarsi in casa uno sconosciuto, quando davanti a sé, eretto in mezzo al soggiorno e dinanzi alla porta di ingresso, visualizzò l’imponente figura di Flavio.
Le scappò di bocca con voce rotta la frase più stupida potesse mai pronunciare: “Non sei al lavoro?”
Flavio la stava fissando, o meglio analizzando, mettendola in imbarazzo totale.
Nella stanza un silenzio surreale, interrotto ogni tanto soltanto da quelle stupide gocce d’acqua che da anni piangevano dal rubinetto ossidato della cucina.
Secondi come ore. Clara percepiva la sua faccia scaldarsi febbrile e in ebollizione ed il sangue come impazzito sfrecciarle nelle arterie e, l’unica cosa che pensò in quegli interminabili istanti, fu che se fosse morta sul colpo sarebbe stato senz’altro meglio.

A un tratto, quasi senza preavviso, lui la abbracciò, cingendole la vita con delicatezza. Dopo un solo, breve, attimo di stupore, Clara ricambiò l’abbraccio. Ciò che seguì fu un bacio interminabile, dapprima a labbra socchiuse, poi come in un crescendo rossiniano quel bacio si trasformò in qualcosa d’altro: nella magia della passione che diventa amore, mai fine a se stessa, simile a un’aurora incantata, a un nuovo giorno colmo di promesse che – lo pensavano entrambi – non sarebbero mai state tradite. Ci sarebbero stati litigi, incomprensioni, momenti di tensione; nessuno dei due era tanto sciocco da non saperlo, ma anche questo apparteneva alla vita. Quello che contava, però, e che sarebbe sempre contato, era la consapevolezza che i momenti amari, il disagio causato da un litigio o da un silenzio non condiviso, sarebbe durato lo spazio di pochi minuti, simile a un temporale estivo, che alla fine si dissolve per cedere il passo all’arcobaleno.
E quell’arcobaleno rappresentava la continuità, la determinazione, l’estrema volontà di proteggere e rafforzare la loro unione. Così come si accudisce un fiore nello splendore di un giardino fino a farlo diventare un simbolo della natura e, parafrasando il tutto, il simbolo di due vite intrecciate, unite, decise a trasformare ogni nuovo giorno in una ennesima prova d’amore. E l’amore, il loro amore, sarebbe durato, li avrebbe condotti, mano nella mano, al tramonto dorato di due esistenze indissolubilmente legate.
A bassa voce, lui intonò come fosse una canzone un brano di una poesia che lei aveva scritto tempo addietro. “Cucinare, impastare, anche vestirsi. Rami, rovi, spine, frutti. Piccole ferite, grandi ferite. Sangue.”
Lei rise e proseguì: “Guanti d’inverno. Screpolature. Morbido il gatto, ruvida la terra. Freddo il marmo. Preghiere. Saluti. Alt. Mani.”
Era un gioco che gli apparteneva; ogni coppia ne possiede uno e anche più di uno. Di volta in volta Flavio sceglieva un passaggio e Clara doveva ribattere al volo, pena una dolce penitenza. Non avendo uno spiccato senso dell’umorismo, lui si aggrappava a quello che poteva: nella fattispecie alle doti poetiche e musicali di Clara. Lei cantava molto bene, soprattutto in inglese. Fu un altro istante di commozione. Lei gli strinse con forza la mano. Si sentiva serena, appagata, felice. Non aveva nient’altro da chiedere alla vita.
Con il cuore che le batteva forte, si staccò dall’abbraccio, sebbene a malincuore, per guardare Flavio negli occhi e ciò che vi lesse la colmò di una gioia senza limiti.
Poi posò gli occhi sul piccolo cuore inciso sulla corteccia della quercia, mentre la brezza della sera imminente le scompaginava i capelli.
Clara distolse lo sguardo dal tronco dell’albero, guardò in alto, assaporando l’incanto di quel tramonto fatato; chiuse gli occhi… e, quando li riaprì, ebbe la conferma che le fate non esistono, che è l’uomo inteso come essere umano a creare la magia di un tramonto, di un’alba, di un amore. E quell’amore semplicemente non c’era più.
“Non è per quello che è successo.”, disse Flavio in tono triste. “Ma penso proprio che il divorzio sia la soluzione migliore per tutti e due.”
Clara annuì.
Lui le accarezzò per l’ultima volta il viso.
Poi uscì per sempre di casa.

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RAGE 59

hammadaCiò che lo fece infuriare fu il malware. A causa della sua arrogante presunzione, Daigh non lo aveva previsto. Stephen riceveva una discreta paghetta settimanale, perché suo padre guadagnava bene e cercava in tal modo di tacitare la propria coscienza: se aveva un figlio che valeva poco, lui – come genitore – non valeva nulla.
Stephen Roberts non spendeva un dollaro in dolcetti, merendine, bibite e giornalini a fumetti; non beveva birre di nascosto e non fumava. Se altri ragazzi lo facevano, non erano affari che lo riguardavano. Né si sognava di imitarli.
Ogni singolo cent veniva destinato al computer, che rappresentava l’unica magia di una vita altrimenti grigia. Così, nel corso degli anni, lo aveva reso uno strumento pressoché perfetto.
Annunciò alla mamma che non si sentiva bene e che quel giorno non sarebbe andato a scuola. La donna scrollò le spalle. Sai che novità! Si dedicò ai lavori domestici, mentre Stephen si avventurava nel cyberspazio. Tre ore più tardi, superati gli ultimi ostacoli, atterrò sul pianeta che cercava.
Quando, verso metà pomeriggio, si presentarono a casa sua due gentili signori vestiti di grigio, Stephen considerò la visita e quanto ne seguì come l’esperienza più bella ed emozionante della sua vita.

L’NSA si mise subito in contatto con Langley, e il direttore della CIA, Brian Stevens, piuttosto stupefatto, valutò la situazione. Esistevano diverse possibilità, posto che la notizia fosse vera, e dai dati ricevuti e analizzati dalla National Security Agency sembrava proprio di sì.
Stevens era affascinato dall’idea di distruggere immediatamente quella dannata imbarcazione, lo desiderava come un assetato, smarritosi in un deserto, avrebbe bramato di trovare una sorgente di acqua fresca. Se a bordo ci fossero state delle persone innocenti, purtroppo per loro, rientravano in un disegno più grande; si trattava solo di un incidente di percorso. Niente di nuovo sotto il cielo. I politici in generale erano ipocriti, rifletté: capitava che impartissero ordini, tranne nascondere la mano se l’operazione da loro voluta falliva. Poi fingevano di essere all’oscuro dei fatti ed esprimevano condanne sdegnate, e altrettanto ridicole. Il Congresso cercava sempre di mettere il becco, ma chi era lo Scudo degli States? Chi proteggeva i cittadini ignari da mille nemici nascosti nell’ombra e pronti a compiere qualsiasi efferatezza? La sua Agenzia! Di conseguenza, a volte era necessario sacrificare qualcuno al fine di salvare migliaia di altri, specie se i primi non erano americani. L’aspetto etico di ogni operazione risiede nel successo.
Oh, sì. Avrebbe dato l’ordine con grande gioia.
Ma… c’era un ma. Anzi, più di uno.
La barca apparteneva alla Tunisia e stava viaggiando nelle acque territoriali italiane, però questo non rappresentava un problema. In casi simili, Hitler diceva: “Alle scuse penseremo dopo”; ma Stevens non intendeva affatto scusarsi. Semplicemente, qualora fosse stato chiamato in causa, avrebbe negato. E in effetti dove stavano le prove? Il mondo era pieno di terroristi e di nazioni che non guardavano tanto per il sottile, quindi gli Stati Uniti sarebbero stati esclusi dalla lista dei sospetti. L’imbarcazione sarebbe colata a picco e nessuno avrebbe avuto modo di svolgere indagini. Poteva anche essere affondata per cause proprie; più che altro, sarebbe scomparsa dalle mappe, e qui finiva il tutto.
No, ciò che tratteneva Stevens erano altri motivi, decisamente diversi. Il primo, che avrebbe agito contro il volere di Monica Squire; il secondo, che non era in grado di prevedere se a Londra aspettavano un segnale e in caso affermativo quale sarebbe stata la reazione in mancanza di tale segnale. Questo era il vero guaio. Perché il SAS non si dava una mossa? Quello che avrebbe potuto fare e che avrebbe fatto volentieri era informare Yarbes, il quale però si era reso irreperibile. D’altro canto, Martin conosceva il luogo dell’incontro che era alquanto distante dalla posizione rilevata della fottuta barca. Al diavolo! Si alzò dalla scrivania rimpiangendo di avere le mani legate.
Se fosse dipeso solamente da lui… ma poteva soltanto aspettare. Cosa che non gli piaceva affatto.

Sebbene Bertu Mura non lo sapesse, la chiesa che si ergeva sopra Nuoro, al termine di un viale di cipressi e che distava circa due chilometri dalla sua abitazione, era un monumento storico che conteneva la salma di Grazia Deledda. Dato che Mura non aveva mai sentito parlare della grande poetessa, la cosa non faceva differenza.
Accolse Yarbes con un grande abbraccio, salutò i suoi quattro uomini, inquadrandoli senza problemi, dopodiché li condusse, attraverso un sentiero, in una vecchia casa situata in altura, nella quale stava trascorrendo un sereno tramonto. Non si era mai sposato, passava il tempo trafficando nell’orto e compiendo lunghe passeggiate e, secondo Yarbes, coltivava amicizie un po’ particolari con la malavita locale. Offrì loro dell’eccellente Mandrolisai rosso, che preferiva al rosato, da gustare con un piatto di agnello insaporito con salsa di pomodoro e finocchio selvatico. Gli americani avevano fame e mangiarono di gusto. Dopo lo “spuntino”, Mura li portò in cantina, dove esibì la “mercanzia” che Yarbes gli aveva richiesto.
Basso di statura ma ancora dritto e solido come una roccia, Bertu Mura un tempo era appartenuto al servizio segreto italiano e in un’occasione Martin gli aveva salvato la vita. Cose che in Sardegna non si dimenticano.
Yarbes controllò. C’era tutto. La torcia elettrica che voleva Scoffield, le pastiglie per purificare l’acqua di Wilkins, il pugnale di Knowles, flashbang, AK-47, pistole dotate di silenziatore con canna filettata e il resto.
Martin annuì soddisfatto, però quando tirò fuori i dollari, Mura diventò paonazzo per l’indignazione. Nel suo inglese quasi accettabile replicò con fermezza che non voleva soldi; d’altronde conosceva molta gente che gli doveva favori… e qui chiuse l’argomento.
“Ho due comode stanze per voi.”, disse. “Meglio che in albergo, potrete dormire da me stanotte e domani andare… dove dovete andare.”
Smontate e rimontate le armi, si trasferirono in soggiorno. Mura estrasse un mazzo di carte da un cassetto e dispose le fiches sul tavolo. Presero posto e iniziarono a giocare a poker. Al quarto giro, mentre Bertu riempiva generosamente i loro boccali di vino, De Beers inarcò le sopracciglia e lanciò uno sguardo perplesso a Yarbes. Martin soffocò un sorriso e scosse leggermente la testa. In quel mazzo c’erano cinque assi.

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Mentre Flavio sorseggiava il suo caffè in silenzio, fu Clara a sollevare l’argomento.
“Non ti interessa sapere cosa ho fatto questa notte?”
Flavio depose la tazzina, si tolse gli occhiali per pulirli con un lembo della camicia, poi la guardò negli occhi. “Solo, se vuoi dirmelo.”
“Ti ho tradito. Ecco cosa ho fatto. Ti ho tradito con uno sconosciuto, come una baldracca, ed è stato anche brutto. Volevo tirarmi indietro… in pratica, mi ha violentata.”
Flavio annuì lentamente, quasi fosse già al corrente di quanto era successo, il che ovviamente non era possibile. Riprese in mano la tazzina e finì il caffè. “Da quando le cose sono cambiate fra di noi? O meglio: perché è accaduto?”
Clara considerò la domanda, cercando una risposta; ma era difficile. “Per te provo amicizia.”, infine disse. “Stima, rispetto, sebbene dopo ciò che è avvenuto il rispetto l’abbia come dimenticato. Desideravo vivere, affrontare esperienze nuove. Cosa ci accomuna, Flavio? La televisione? Il dormire assieme, senza desiderarci a vicenda? Non credo di essere diventata brutta, e tu sei ancora un uomo attraente; però fra noi esiste come un muro.”
“Mancanza di comunicazione?”, interloquì lui.
“Quella… e non solo. Mancanza di pathos, mancanza di spirito di coppia, di desideri condivisi e di molto altro. Ecco, vedi, se tu mi avessi urlato contro, l’avrei capito, e penso proprio che lo avrei apprezzato. Invece, con la tua flemma, hai accolto una notizia che ritengo orribile quasi con indifferenza. Oggi andrai al lavoro, stasera ceneremo insieme, e nulla sarà cambiato. Ma le cose non stanno affatto così! Io mi sono fatta sbattere da un bullo di provincia, perché cercavo, desideravo, volevo uno stimolo forte. Fra noi questo non esiste più, posto che sia mai esistito, e talvolta ne dubito.”
“Ne dubiti?”, ripeté lui con uno sguardo malinconico.
Lei lo fissò con un’espressione di sfida. “Precisamente.”, disse.
Per un lungo momento sembrò che Flavio non volesse replicare, poi però scosse la testa e parlò con un timbro di voce che a Clara risuonò freddo. “Io, invece, ricordo una ragazza che, quando uscivamo dalle rispettive aule, mi correva incontro per abbracciarmi. Rammento il nostro viaggio di nozze e la gioia che scorgevo nei tuoi occhi. Ricordo altre cose, noi abbracciati sul divano a parlare di tutto e di niente. I campi da sci. Tu eri la più brava ed era come se danzassi sulla neve che scintillava al sole; mi aspettavi, giù, in fondo alla discesa, in attesa di un bacio.”
Clara fece per intervenire, ma Flavio la bloccò con un cenno della mano. “Ricordo anche”, proseguì, “la prima sera in cui ti inventasti un mal di testa, in realtà inesistente; ciò che avvenne pure nelle sere successive. Adesso… adesso un marito macho ti prenderebbe a schiaffi, e probabilmente è quello che desideri. Ma io non sono fatto così. Ho accettato in silenzio la tua indifferenza, che cresceva di giorno in giorno; la tua freddezza; la tua mancanza di empatia. Cambierà, pensavo. Tutto tornerà come prima. Mi illudevo. Si vive anche di illusioni, sai? Certo, ho le mie colpe. La principale è quella di averti sempre amato, a prescindere. Ora, se desideri il divorzio, sarai accontentata. Evidentemente non posso offrirti altro. Volevi Parigi, New York, Cartier, Jimmy Choo? Bene, io non posso permettermelo. Ma, se tu me lo avessi chiesto, ieri sera saremmo andati insieme a bere una birra. Magari due. O quattro.”
Si alzò, si infilò la giacca e uscì di casa. Per la prima volta da quando si erano sposati, sbatté la porta.
Troppa calma, pensò una volta salito in macchina. Troppa accondiscendenza. E il risultato? Che sua moglie si era fatta sbattere dal primo che capitava. Quattro birre con lei? Nel regno del “mai”.

Clara udì la porta sbattere. Ebbe un sussulto tale da rovesciarsi addosso tutta la tazza di caffè ormai freddo e che non avrebbe mai potuto bere con un tale nodo alla gola. Era riuscita a sostenere una vera conversazione con suo marito dopo anni di monosillabi e imbarazzanti silenzi ma… si sentiva umiliata, distrutta, lacerata, devastata e non era in grado di essere ragionevole e lucida. Nonostante si fosse rifugiata una decina di minuti in bagno e si fosse lavata ogni centimetro della pelle con doccia e lacrime amare, e talmente forte da sentire male, riusciva ancora a percepire l’odore acre di quell’individuo, un mix di tabacco e birra. Le venne da trasalire e si trattenne a stento. Lo sguardo basso alla macchia di caffè sulla tovaglia bianca, sporca, esattamente come lei.
Non pulì, non sistemò. Si trascinò a fatica in bagno per lavarsi nuovamente. Nessuno prima d’ora l’aveva mai presa con la forza. Accusava un sordo dolore ad ogni passo nel punto preciso dell’incontro forzato ma cercato, sì cercato. Si osservò allo specchio lasciando ricadere alle spalle la vestaglia scozzese. Un paio di lividi segnavano la sua pelle chiara: uno all’attaccatura della coscia, l’altro all’addome. I suoi occhi erano strani, diversi, ancora spenti dalla troppa birra della sera precedente e dalla vergogna di essere stata così debole, così scialba e così stupida nel potere aver creduto che il primo uomo discreto che avrebbe incontrato in quel bar la potesse aiutare a evadere la noia e la malinconia accumulate nella sua scontenta e piatta relazione con Flavio.
Dopo essersi percepita come la peggior nullità, dopo essersi rilavata, asciugata e vestita nel modo più sobrio possibile con una tuta da ginnastica, telefonò al suo datore di lavoro. Si diede malata. Calzò il primo paio di scarpe da jogging che trovò nella scarpiera e senza nemmeno pettinarsi uscì di casa.
Non badò nemmeno a richiudere la porta a chiave, scese i due piani di scale male illuminate e, mentre pigiava l’interruttore per aprire il portone d’ingresso condominiale, si ritrovo’ faccia a faccia con la sua vicina: Emma.
L’ultima persona sulla faccia della terra che desiderasse incontrare quella mattina. Ogni condominio che si rispetti ha la propria affidabile pseudo portinaia, colei che ti squadra da capo a piedi, controlla i tuoi orari, analizza le tue mosse… insomma, quella che non si fa i fatti propri e riporta a tutti, (ma proprio a tutti), panettiere compreso, ogni litigio anche immaginario riesca a percepire, ogni stranezza amplificata, ogni vicenda stravolta che possa captare da dietro la sua tenda consunta o semplicemente origliando dal pianetottolo con l’uscio di casa spalancato per diverse ore al giorno e, guardacaso, alla sera quando le famiglie “per bene” si riuniscono stanche della giornata lavorativa tra le proprie pareti domestiche.
“Buongiorno Clara!” gracchiò la vecchia da sotto il suo foulard marrone in perfetta tinta col pastrano che indossava.
“Buongiorno” sibilò Clara con una voce strozzata di gola.
Avrebbe solo desiderato essere invisibile, per scappare, per correre, per avere poco fiato, poco ossigeno, per smetterla di pensare che si era comportata come una sgualdrina, per sentire chiaro e forte il dolore tra le sue gambe, per essere punita per tutto il male che aveva causato a se stessa e anche a Flavio.
E corse, corse e corse, piu’ veloce che poté.

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RAGE 58

Martin YarbesPer vincere la noia, dato che a bordo non aveva nessuna funzione, Daigh lavorava al pc. Lo considerava il miglior computer del mondo, nonostante le dimensioni ridotte; era sicuro, inviolabile, poteva introdursi ovunque, anche nei sistemi più sofisticati e protetti.
A un tratto, assunse un’espressione perplessa. Qualcuno aveva forzato il sistema di sicurezza. Qualcuno aveva violato il suo gioiello. Ed era accaduto già da giorni: possibile che non se ne fosse accorto subito? Corrugò la fronte. Non se n’era era accorto perché il misterioso visitatore era un hacker di altissimo livello e non aveva lasciato tracce della sua intrusione. Tranne una che aveva individuato quasi per caso.
La faccenda in sé non era grave, i dati erano vecchi e anche il giorno fissato per l’esplosione della bomba a Londra – l’unico elemento pericoloso – era stato modificato dall’arabo, né lui lo aveva ancora trasmesso a Todorov. Il problema era un altro e riguardava lo smisurato ego di Daigh.
Chi era quel dannato bastardo? Da dove operava? Impiegò due ore per scoprirlo. A Boston il sole stava per sorgere, ma Stephen era già sveglio, chino sulla tastiera con una tazza di cioccolata in mano.
“Chi cazzo sei?”, gli domandò Daigh.
Stephen riconobbe la fonte da cui proveniva il messaggio. “Fottiti, terrorista di merda!”
Be’, di certo, non si trattava dell’NSA, ragionò Daigh, e neppure di un’altra agenzia governativa. Almeno questo andava bene, perché se il Mago sapeva che il tipo abitava a Boston, era più che probabile che la cosa fosse reciproca. Forse il tizio era un pazzo ed era molto probabile che non avesse trasmesso alcuna informazione; ciò era comunque auspicabile. Stephen, in realtà, non era un pazzo, ma semplicemente un ragazzino introverso, negato per gli sport, mediocre a scuola e senza l’ombra di una possibile fidanzatina; era, però, un genio dell’informatica. Su un punto, il Mago aveva visto giusto. Stephen se ne infischiava di tutto e di tutti e non aveva divulgato quello che aveva appreso.
Daigh operò in modo che un potentissimo virus partisse dall’Australia per distruggere l’apparecchio del maledetto ficcanaso, poi spense il pc. Come un proiettile che colpisce un muro, il malware rimbalzò contro il sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 e lì finì la sua corsa.

Il volo che li portò da Londra a Nuoro durò poco più di due ore, che i cinque trascorsero in maniera diversa: tre di loro dormirono, Wilkins si immerse nella lettura di American Shooting Journal, Yarbes meditò su alcuni aspetti della sua vita, sviluppatasi in modo decisamente diverso da come l’aveva immaginata da ragazzo. Niente boschi, nessun animale da proteggere, molta violenza con un corredo poco lusinghiero di menzogne, tranelli, inganni, operazioni “in nero” delle quali era difficile vantarsi. Aveva servito gli Stati Uniti, certo, e di questo poteva essere orgoglioso, sebbene i metodi da lui impiegati avrebbero fatto inorridire la maggior parte delle persone. Si era sposato con una donna bella e forte che amava, avevano avuto un magnifico figlio… e adesso tutto era finito.
Uno strano parallelo si affacciò ancora una volta alla sua mente: era poi tanto diverso da Pomarev? E da Matrioska? No, davvero, decise. Anche quei due obbedivano agli ordini, quali che fossero, e portavano a termine i compiti che gli venivano affidati, senza indulgere a considerazioni filosofiche o di ordine umanitario, ciò che invece spesso Monica faceva. Era dunque questo il prezzo da pagare? No. Non esistono prezzi, esiste la realtà, esiste il “grande gioco” da vincere a ogni costo. E se lui in sostanza aveva perso, lo stesso si poteva affermare per Monica. John era figlio di entrambi. Quindi? Quindi, bisognava continuare. E c’era un’unica vittoria da conseguire: non gli avrebbe reso John, però sarebbe stato abbattuto un grande male. Altri ne sarebbero venuti, poiché il Male torna a incarnarsi sempre. Nuovi fanatici, nuovi spietati assassini, nuove vittime innocenti. Ma quelle battaglie sarebbero state combattute da altri.
E su questo pensiero si assopì.
La graziosa hostess considerò i cinque passeggeri, valutandoli; pervenne alla conclusione che quattro di essi erano giocatori di rugby, il quinto, il loro coach. E, a suo giudizio, il più affascinante del gruppo. Vide che, mentre dormiva, serrava la mascella. Brutti sogni.
Aveva osservato i suoi occhi, quando era sveglio, notando che erano freddi come il ghiaccio. Per assurdo che potesse sembrare, era il genere d’uomo che le piaceva.
Cosa diavolo ci facevano su quell’aereo? E poi a rugby non si gioca in quattro.
D’altronde, a pensarci bene, forse avevano passato l’età per scendere in campo.

Sebbene non sapesse che il funzionario corrotto dell’ambasciata italiana lo aveva tradito, Ivan Vladimirovic Todorov si sentiva inquieto. Sesto senso o forse la lunga consuetudine ad avvertire i pericoli. Inoltre, era irritato perché Ibrahim al-Ja’bari aveva posticipato l’ora X. Tempo perso, ma non solo: più restava a Londra, maggiore era la possibilità che qualcosa non funzionasse, nella fattispecie che a causa di un colpo di sfortuna l’MI5 riuscisse a scovare il magazzino.
Se ciò fosse successo, aveva comunque un piano di riserva: avrebbe regolato il timer per far deflagare l’odigno nucleare a tempo debito e si sarebbe eclissato. Dubitava che gli inglesi potessero interrompere il conto alla rovescia prima dell’esplosione; e se ci fossero riusciti, al diavolo, la colpa era dell’arabo.
Si avvicinò all’ingresso del magazzino e sbirciò fuori attraverso un pertugio. Non scorse nessuno. Bene, i suoi erano timori infondati.

Il capitano Keith Lively aveva appena finito di studiare la planimetria che gli aveva fornito la società proprietaria dei magazzini di Halley Street e dintorni. Erano tutti pressoché uguali, a parte le dimensioni. Un ingresso sul davanti e uno sul retro. All’interno uno spazio vuoto che veniva utilizzato in base alle necessità di chi li aveva presi in affitto. Riguardo a quello occupato da Todorov, presumeva che ci fosse un banco da officina. Magari una branda. Un frigorifero. E poi? E poi la dannata bomba.
Lively si consultò brevemente con il maggiore Reid, quindì lanciò un’occhiata a William Hunt.
Sapeva esattamente ciò che avrebbero fatto. Lo avevano provato e riprovato mille volte, e, fatto più importante, lo avevano eseguito sul campo, spesso contro forze soverchianti e sempre con successo. In genere, si trattava di liberare ostaggi; in ogni caso, la procedura era la stessa, salvo qualche variante dovuta alle circostanze, al terreno o all’ubicazione dell’edificio che dovevano prendere d’assalto.
Irruzione. Flash-bang. Esecuzione.

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UN GIOCO DI NADIA E ALESSANDRA

Percorreva la provinciale a 60 all’ora, parecchio al di sotto del limite consentito in quel tratto. I fari ipnotizzanti delle vetture che incrociava la distoglievano dal presente e ripensava al tempo che era trascorso, a quanto l’avevano profondamente cambiata lunghi anni di una relazione che sbocciò prepotente in giovanissima età e poi tristemente adagiata nella ruotine del quotidiano. Serate sul divano e tv accesa, cominciate molto tardi e terminate troppo presto. Senza parlare. Senza guardarsi negli occhi, senza provare piu’ quasi nulla se non amicizia e rispetto.
Clara non aveva fretta di tornare a casa e forse non ne aveva neanche voglia.
Solitamente, per abitudine, in venti minuti rincasava dal luogo di lavoro ma quella volta… inserì la freccia. Svoltò a sinistra a un bivio. Accese la radio sulla sua stazione preferita e non si curò piu’ di nulla. Finse di essere un’altra donna, sempre sulla quarantina, sempre attraente ma con un’altra vita.
Una vita nella quale fosse libera di decidere cosa fare ogni mattina al risveglio. Una vita che ogni sera regalasse un’uscita diversa.
Tentò di assaporare l’aria serale frizzante e invernale e abbassò tutto il finestrino. Si sentì piu’ tonica, più giovane, più interessante, più piacevole.
Non le importava neanche di poter prendersi un bel torcicollo. Premette l’acceleratore.
Nessuno avrebbe potuto riconoscerla all’interno della sua vettura, nel primo buio di una notte che prometteva novità e su un tratto di strada che non le apparteneva.
Le squillò il cellulare, lo cercò nella borsetta abbandonata sul sedile del passeggero e con un gesto nervoso lo zittì.
Si immaginò manager di una multinazionale, diretta verso un grand’hotel lontano da casa per tenere un importante convegno per gli investimenti aziendali. Anzi no, meglio! La direttrice di una testata giornalistica nazionale.
La strada ora era dritta ma molto buia, probabilmente era la periferia di qualche paese non troppo vicino. Clara aveva completamente perso il senso dell’orientamento, del tempo così come della sua identita’ personale. Un gioco.
E per gioco entrò nel bar.
Assunse un’aria da predatrice, fredda, diretta a uno scopo, qualunque esso fosse.
Il ragazzo era alto, biondo e arrogante. Notò subito la donna, più anziana di lui, ma ancora molto attraente. Massimo, Max per gli amici, comunque la sapeva lunga. Individuò in Clara ciò che esattamente era: bella, sì, però non così sicura di sé, niente affatto. Era la classica tipa in cerca di sogni che difficilmente si sarebbero realizzati; e questo per un motivo molto semplice: era la prima a non crederci. Oh, sì, poteva indossare i panni della gran dama, guardare tutti dall’alto in basso… in realtà – e la vita è fatta di realtà – stava sfuggendo a un’esistenza banale, che, secondo il suo pensiero, rispecchiava quello che lei in fondo era. Una donna apparentemente affascinante, tuttavia insicura, problematica all’eccesso, scontenta dello scenario che si era scelta. Ma dal quale non sarebbe mai riuscita a evadere. Le cose funzionano così.
Le sorrise e la invitò a bere una birra. Le birre diventarono due, poi tre. Poi… poi uscirono nella fredda notte stellata. Salirono nella macchina di lei. E a un tratto Clara si rese conto che quanto stava accadendo non era un sogno, né un magnifico e intrigante nuovo gioco, bensì una mortificazione. Mani avide accarezzavano il seno, la lingua era insinuante ma senza vera passione. Un gioco? Certo. Ma soltanto per lui. Per lei una sensazione di disagio, che a un tratto divenne repulsa. Si staccò bruscamente. In risposta, due schiaffi. Max la voleva e con la forza ottenne quanto desiderava. Mentre l’uomo scendeva dall’auto, Clara soffocò le lacrime. Rimase a lungo china sul volante, ponendosi le inutili domande che migliaia di donne, prima di lei, si erano poste.
Quando il sole sorse, attorniato da poche nubi, trovò la forza per rimettere in moto la vecchia Golf. Viaggiò, perduta in pensieri strani, sbagliò più volte strada. Infine, varcò la soglia di casa.
Dove Flavio la accolse con un grande sorriso.
Non le domandò “dove sei stata?”
Invece, preparò caffè per due.

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A PRESTO :-)

Sono malata (febbre, tosse, raffreddore, bronchite) e in questi giorni non sono in grado di scrivere. Spero di tornare in tempi rapidi.

E se me ne andrò,
mentre tu sei ancora qui…
Sappi che io continuo a vivere,
vibrando con diversa intensità,
dietro un sottile velo che il tuo sguardo
non può attraversare.
Tu non mi vedrai:
devi quindi avere fede.
Io attenderò il momento in cui di nuovo
potremo librarci assieme in volo,
entrambi sapendo che l’altro è lì accanto.
Fino ad allora, vivi nella pienezza della vita.
E quando avrai bisogno di me,
sussurra appena il mio nome nel tuo cuore,
… e sarò lì.

Colleen Hitchcock

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RAGE 57

RageIbrahim al-Ja’bari aveva scelto quel Paese, e quella località, per una serie di motivi che giudicava estremamente validi.
Il primo di essi riguardava la sua sicurezza personale, importante non tanto in sé ma per la missione che Allah il Misericordioso gli aveva affidato. Con i loro satelliti, americani e russi erano riusciti a individuare due rifugi che lui considerava perfetti – in quanto al Mossad, aveva i suoi metodi, perlopiù basati sulla capacità di usare i traditori. Prima o poi, se non si fosse spostato dalle zone “calde”, avrebbero finito per rintracciare anche un eventuale terzo rifugio. Era successo con Osama bin Laden e con molti altri, che apparentemente avrebbero dovuto considerarsi al sicuro.
La seconda ragione era che quella vasta isola, in ordine di grandezza la seconda del Mediterraneo, in passato aveva rappresentato la terra promessa per chi decideva di arricchirsi con i sequestri di persona. Ciò dipendeva dal fatto che risultava praticamente impossibile rintracciare i covi dei banditi, a causa di un territorio provvisto di mille nascondigli, un po’ come l’Afghanistan volendo, però molto lontano da lì.
Vi era un terzo motivo, infine: gli otto sicari, reclutati tempo addietro da Danielle Williams, che lo aspettavano pronti a servirlo. Erano uomini feroci ed esperti, fedeli solo al denaro. E Ibrahim era stato generoso con loro. Da un lato questo era un limite: non essendo mossi dalla fede, mancava loro la disponibilità all’estremo sacrificio; poiché erano miscredenti, non vedevano il premio finale, erano forniti di coraggio e forse non temevano la morte, ma erano ben lontani dal considerarla un dono di Allah. D’altro canto, aveva perso fin troppi seguaci e gli mancava il tempo materiale per reclutare nuovi adepti. Il fondamentalista era pragmatico, in caso contrario non si sarebbe avvalso dell’operato di Daigh e di Todorov, sebbene il primo fosse almeno motivato dagli ideali e dall’odio.
Una possibile ultima ragione, che non aveva ancora soppesato a fondo, consisteva nella vicinanza con Roma. Finito il lavoro a Londra, Todorov avrebbe potuto piazzare uno dei suoi giocattoli in piazza San Pietro; peraltro la distanza contava poco, a Daigh sarebbe bastato premere un pulsante in Giappone per impartirgli tale ordine.
In ogni caso, adesso la priorità era riservata a Monica Squire, la principale nemica di Allah,  Roma poteva aspettare.
Ibrahim al-Ja’bari disponeva di un’autentica collezione di passaporti falsi, ma la prudenza gli suggeriva di non avvalersene. Il suo volto, ormai, era noto a tutto il mondo, e non intendeva cambiare aspetto. Perciò salì a bordo di un’imbarcazione che aveva i documenti in regola e non trasportava emigranti clandestini, e affrontò il viaggio dalla Tunisia alla Sardegna, pronto a calarsi in una botola al primo segno di pericolo e, naturalmente, all’arrivo. Daigh vestiva da marinaio.
Il direttore di macchina azionò i motori e il timoniere seguì la rotta delle flotte puniche, quando Sicilia occidentale e Sardegna appartenevano a Cartagine, mentre i romani si accingevano a muovere i primi passi per conquistare il sud dell’Italia.

Assistito da quella che considerava la miglior equipe medica del pianeta, Miloslav Pomarev quel giorno aveva appreso tre notizie. La prima era giunta sotto forma di lettera, firmata personalmente da Putin: era stato promosso maggiore, riguadagnando così l’antico grado, sarebbe seguita una medaglia al valore. La seconda, inevitabile, gli era stata comunicata di persona dal tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR.  A tempo debito, sarebbe tornato al lavoro e, date le circostanze, avrebbe occupato una scrivania, dedicandosi alle analisi di quello che altri agenti, più giovani e fortunati di lui, man mano scoprivano. Per questo compito occorreva un uomo esperto, in grado di distinguere ciò che era davvero utile e di scartare informazioni irrilevanti se non, peggio ancora, frutto dell’astuzia (relativa, pensava Pomarev) dei servizi segreti americani. Una scrematura indispensabile, da troppi anni ignorata dalla CIA, abituata a raccogliere montagne di dati per poi archiviarli: tipico di un apparato vittima di una burocrazia da esso stesso elevata a sistema. Come corollario, Melnikov aveva aggiunto che dopo la morte di Volkov l’operazione era stata annullata.
La terza notizia riguardava la sua guarigione che era assicurata, e i tempi di degenza, calcolati in circa due mesi. Il primario si era congratulato con lui per la forza, fisica e morale, che aveva dimostrato, nonché per la prontezza con la quale si era in pratica salvato la vita grazie alla medicazione di fortuna e alla saldezza d’animo. Poche persone ci sarebbero riuscite, soprattutto davanti a un Mamba, aveva commentato il luminare che era al corrente di quanto era accaduto in Egitto. Le voci circolano e anche l’ultima delle infermiere sapeva che quel paziente era un eroe. Sebbene fosse mutilato, Sonja, una graziosa biondina, gli faceva gli occhi dolci; sistemandogli le lenzuola, aveva scoperto con grande soddisfazione che le ferite non avevano intaccato una certa parte del corpo.
Borodin, il primario, aveva tenuto per sé un’ulteriore considerazione. Da quando esercitava, non aveva mai riscontrato una simile capacità di sopportazione del dolore. Soglia bassa? Era un eufemismo, a dir poco. Esistevano anche aspetti della personalità di quell’uomo che lo lasciavano perplesso, ma tali aspetti non rientravano nel suo campo professionale. Dopotutto, Pomarev proveniva dal Gruppo Alpha, una banda di pazzi, pensava Borodin.
Miloslav Pomarev accolse le tre notizie con un misto di soddisfazione e di irritazione. Non si era mai pianto addosso, nemmeno in Siberia, dove comunque era stato trattato con i guanti, e non intendeva certo incominciare a farlo ora. Maggiore… andava bene. Una scrivania… un po’ meno. Ma questa era la realtà, la sua realtà, e avrebbe potuto rendersi ancora utile. Forse, molto utile. Aveva imparato a conoscere, e a detestare, gli americani; e se con il nuovo incarico fosse riuscito a infliggergli qualche duro colpo, allora – come dicevano quei bastardi? – allora era ok.
Se voleva continuare a riflettere, avrebbe dovuto rimandare all’indomani perché le orribili medicine che gli somministravano fecero effetto, e Pomarev scivolò in un sonno privo di sogni.

William Hunt fissava cupamente l’ingresso del capannone dal lato opposto di Halley Street. Al pari di usanze quali la guida a sinistra, la Gran Bretagna ha leggi diverse dagli Stati Uniti e da molti altri Paesi che possono sembrare strane: una di esse stabilisce che l’MI-5 non può effettuare arresti; ciò nonostante Sir Edward non si era rivolto alla Special Branch in considerazione dei rischi elevatissimi. Todorov avrebbe potuto far esplodere la bomba. Hunt ne dubitava, poiché in tal caso sarebbe morto anche lui, però gradiva la presenza degli uomini del SAS. Il Drappello in questione apparteneva allo squadrone D ed era comandato dal capitano Keith Lively, sotto la supervisione del maggiore Thomas Reid.
Lo Special Air Service, da cui l’acronimo SAS, è uno dei migliori corpi speciali del mondo e ha all’attivo una quantità di successi impressionante. Una delle missioni più spettacolari fu la liberazione di ventiquattro ostaggi tenuti prigionieri da un gruppo di terroristi iraniani, operazione voluta da Margaret Thatcher, all’epoca primo ministro britannico. Con un’azione di rara efficacia, i terroristi vennero uccisi e gli ostaggi liberati, a parte un’unica vittima. Entrare a far parte del SAS è estremamente difficile. L’ottanta per cento dei candidati (provenienti dall’esercito) non arriva alla fine del primo mese di addestramento, dedicato soprattutto alla corsa e alla marcia, sessanta chilometri con uno peso sulle spalle di venticinque chili. E questo è solo l’inizio… Il “bello” arriverà dopo.
Fra le armi utilizzate, ci sono le granate stordenti e la pistola Sig Sauer P226. Di norma, i componenti del SAS indossano tute nere.
Era il meglio in assoluto di cui Hunt potesse disporre.

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