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Archive for maggio 2012

MATRIOSKA 31

Martin Yarbes scese dalla BMW e strinse la mano di Paul Bradley. Si accorse subito che l’uomo aveva bevuto.
“Dov’è il cadavere?”
Bradley lo guidò fino al corpo di Miller. Yarbes fissò la salma pensoso.
Mentre tornavano sui loro passi, sopraggiunse una seconda macchina, una Honda. Richard Thompson si unì ai due. Bradley notò che Yarbes e Thompson erano vestiti allo stesso modo: entrambi indossavano completi grigi, camicie bianche e cravatte blu. Non portavano il cappotto. Yarbes era più alto, Thompson aveva le spalle un po’ più larghe. Sguardo freddo il primo, occhiali scuri il secondo.
“Chi è al corrente di questa faccenda?”, domandò Yarbes.
“Nessuno.”, rispose Bradley. “Miller ne parlò solo con me. Aveva riconosciuto un agente sovietico e sapeva che avrebbe cercato Monica Squire. Decise di agire personalmente. Fu un errore.”
Thompson annuì, Yarbes si allontanò di qualche passo.
“Qual è il nome di questo russo?”, volle sapere Thompson.
Bradley scosse la testa. “Nessun nome. Uno strano soprannome, qualcosa che ha a che fare con le bambole… non ricordo.”
“Matrioska?”
“Forse.”
Thompson puntò un dito verso l’abitazione di Monica. “Lei è entrato?”
“Certo. L’ho già detto al telefono: è stata rapita.”
“Ha disseminato la casa di impronte?”
“Beh, sì.”
“Ed è proprio sicuro che Miller non si confidò con nessun altro?”
“Sicurissimo. Era un uomo fatto a modo suo, il padre di Monica Squire era un suo vecchio amico. Si sentì in dovere di proteggerla. Il classico agente vecchio stampo.”
Bradley si irritò con se stesso: non era tenuto a dare spiegazioni. All’improvviso sentì il bisogno di bere.
“Lei conosce Monica Squire?”
Bradley scosse la testa.
“E un certo John Lodge?”
“Nemmeno lui.”
A Bradley Thompson non piaceva, né gli piaceva essere interrogato. Non si era fatto ancora un’opinione su Yarbes, dato che questi se ne stava in disparte.
“Mi può mostrare il suo cellulare, per cortesia?”, disse Thompson.
Che richiesta assurda!, pensò Bradley.
Il desiderio di bere si accrebbe.
Lo tirò fuori dalla tasca. “Bene. Devo avvertire l’FBI.”, annunciò. “In effetti, non so perché ho chiamato voi.”
“No.”, ribatté Thompson in modo asciutto.
“No?” Bradley lo scrutò perplesso.
“No. Questo è un segreto di Stato.”
Bradley si spazientì. “Non prendo ordini dalla CIA.”, affermò risentito. “Non avete alcuna autorità sul suolo americano.”
“E’ vero.”, ammise Thompson. Guardò Yarbes che annuì.
Thompson estrasse una pistola.
Bradley lo fissò sbalordito.
Yarbes risalì in macchina e avviò il motore.

“Questa cagna porterà solamente guai!”, dichiarò Aglaja indicando Monica con il pollice. L’americana era stesa sul sedile posteriore, ancora priva di sensi. “Non avresti dovuto impedirmi di ucciderla.”
Prima di rispondere, Aleksandr rifletté. Aveva sempre lavorato da solo, e non amava che le sue decisioni fossero messe in discussione. Considerò la donna che gli sedeva accanto. Doveva ammettere che era un elemento di prim’ordine. Era riuscita a scoprire dove abitava John Lodge, seducendo un funzionario dell’Office of Security e poi costringendo Squire a parlare. L’aveva vista battersi: era forte, veloce, con riflessi prontissimi. Era spietata e crudele, e ciò nel loro ambito andava bene. Era attraente, benché Aleksandr preferisse Monica.
E aveva ragione.
Se fossero incappati in un posto di blocco, Squire avrebbe causato problemi.
“Le rivolgerò qualche domanda.”, rispose infine. “Poi sarà tua.”
Aglaja sorrise. “Le piace l’acqua.”, osservò malignamente. “Le farò fare un bel bagno. Ho un mio metodo. Funziona così: le tieni la testa sotto per un minuto, la fai respirare, e passi a due minuti, un altro breve respiro e i minuti diventano tre. In genere, non occorre una quarta immersione.”
“Ognuno ha i suoi metodi.”, commentò Aleksandr. “I miei sono più semplici.”
Quello che li differenziava, pensò, era il fatto che per lui uccidere rappresentava soltanto una delle tante opzioni del suo lavoro: non gli procurava alcuna emozione; per lei, invece, sembrava essere una fonte di piacere. Poi dedicò la sua attenzione a un problema più importante. L’FBI lo stava cercando? Probabilmente no. L’agente che aveva soffocato con la neve si era presentato da solo, e per quanto ne sapeva questo non succedeva quasi mai. Era stata un’iniziativa personale. Ma come aveva fatto a immaginare che lui sarebbe andato da Squire? E che conosceva il suo recapito? Era un mistero. Comunque fosse, dovevano lasciare gli Stati Uniti al più presto. Sebbene lui e Aglaja disponessero di documenti perfetti, non avrebbero preso un aereo. Sarebbe stato troppo rischioso.
Avrebbero passato il confine con il Canada.
“Dove mi state portando?” Monica si era ripresa.
Aleksandr accostò e spense la macchina. “Aglaja, toglile il giubbotto e legale i polsi dietro alla schiena, poi rimettile il giubbotto.” Si rivolse a Monica. “Se ci fermasse la polizia, tu te ne starai buona e tranquilla. Altrimenti sarai la prima.”
“So già che mi ammazzerete.”, replicò Monica in tono cupo. “Sei un uomo privo di sentimenti. Non conosci la pietà.”
Aglaja la schiaffeggiò. Monica si morse le labbra.
Aleksandr si voltò a guardarla. “Credi che Lodge fosse diverso da me? Dimentichi quello che è accaduto in Afghanistan? E tu, signorina Squire, avresti forse pietà di me, se ti trovassi in un’altra situazione e avessi l’opportunità di uccidermi?”
“No!”, esclamò Monica con rabbia.

Yarbes non era un amico di Lodge, ma non fu per questo che trasse un sospiro di sollievo quando vide il suo corpo davanti all’ingresso della casa e notò l’assenza del pick-up.
Ciò significava che la moglie e la figlia non erano state presenti al momento dell’omicidio. Naturalmente avrebbe preferito trovare Lodge vivo, e il russo morto; ma l’istinto lo aveva portato a escludere tale eventualità. Esisteva anche una terza possibilità: che Monica Squire si fosse rifiutata di svelare dove viveva John; tuttavia, conoscendo i metodi del KGB, era un’ipotesi alquanto improbabile.
Sherilyn Lodge si era recata in un centro commerciale o da qualche altra parte, ma sarebbe potuta tornare da un istante all’altro. Doveva sbrigarsi.
Infilò un paio di guanti e trascinò Lodge all’interno dell’edificio. Prese una borsa sportiva e attraversò tutta la casa, esplorando ogni stanza, finché non entrò nella camera matrimoniale. C’era una piccola cassaforte, ma gli mancava il tempo per forzarla. Aprì tutti i cassetti, rovesciandone a terra il contenuto; alla fine trovò i gioielli della signora Lodge. Li ficcò nella sacca, poi sparse altro disordine. Mise a soqquadro il soggiorno e prese il pc, augurandosi che appartenesse a John e non alla figlia. Uscì, lasciando la porta aperta, sistemò computer e borsa sportiva nel bagagliaio della BMW, e partì rombando.
Aveva svolto l’operazione in meno di dieci minuti.
Ci sarebbe stata l’autopsia, ma il referto sarebbe misteriosamente scomparso. I cadaveri di Miller e Bradley erano già svaniti nel nulla.
Non era stato Yarbes a prendere queste decisioni, bensì il direttore della CIA nel tempo intercorso fra la telefonata di Bradley e il suo incontro con Thompson e Yarbes. Era tipico dell’uomo prendere provvedimenti drastici nel giro di pochi minuti. Nemmeno il presidente degli Stati Uniti era al corrente di tutte le sue iniziative, e certamente non lo sarebbe stato di questa.
Yarbes non approvava, né disapprovava.
Il suo compito era quello di eseguire gli ordini.
Prima di tornare a Langley, passò da casa sua per cambiarsi. Scelse indumenti casual. Ora era atteso da un nuovo incarico, e riteneva che fossero maggiormenti adatti.
Abbigliamento a parte, non gli era stato mai chiesto niente di più difficile.

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MATRIOSKA 30

Lodge si preparò a sparare di nuovo, poi vide Matrioska cadere. Si avvicinò, guardingo. Benché fosse certo di averlo ucciso, aveva visto troppi uomini fingersi morti per poi “resuscitare” all’improvviso, e aveva perso un collega proprio a causa di tale stratagemma. Peraltro, non potevano sussistere dubbi: Matrioska aveva concluso la sua grande carriera su una sperduta montagna dell’Afghanistan.

Aleksandr Stavrogin si trascinò per terra fino al ciglio del burrone. Con un ultimo sforzo si lasciò cadere nel vuoto. L’impatto con il terreno gli fece perdere i sensi.
Riemerse da un mondo di ombre e di delirio, nel quale aveva vagato simile a un fantasma. Comprese che stava per morire. Malgrado fossero molti gli agenti che perivano a causa di una pallottola, non lo aveva mai messo in preventivo. Aveva sempre pensato di essere invincibile, e i fatti gli avevano sempre dato ragione. Non provò paura, ma un senso di distaccato stupore. Chiuse gli occhi, mentre perdeva nuovamente conoscenza.

John Lodge barcollò, portandosi le mani al petto.
Il suo penultimo pensiero fu rivolto a Matrioska: com’era possibile che fosse sopravvissuto?
L’ultimo fu per Sherilyn. Immaginò il suo dolore e ne fu enormemente rattristato. Ricordò il giorno in cui l’aveva conosciuta, poi il primo bacio che si erano scambiati. Avrebbe tanto desiderato rivederla per un un’ultima volta; andarsene mentre lei gli stringeva la mano. Era ironico che se la fosse cavata in tutte le parti del mondo, ma non a due passi da Sherilyn. D’altro canto, era meglio così perché se lei e Susie si fossero trovate in casa… gli mancò il tempo per completare il pensiero.
Sorrise malinconicamente e un istante dopo cessò di respirare.
Monica lo guardò accasciarsi sconvolta.
Era troppo frastornata per reagire in modo lucido. Rimase impietrita a fissare il corpo privo di vita di John e non si avvide che Aglaja si rialzava. La russa si avventò su di lei e la tramortì con un colpo di karate. La afferrò prima che finisse a terra e con una poderosa presa di judo cominciò a strangolarla. Tutto si era svolto in maniera perfetta. Matrioska aveva eliminato Lodge, lei avrebbe ucciso la donna. Vladimir Putin sarebbe stato estremamente soddisfatto. Mentre si dedicava a Monica Squire ebbe la fugace visione di un letto, di due corpi belli e atletici allacciati fra loro: il suo e quello di Matrioska. Quando ammazzava una persona provava sempre una forte eccitazione sessuale e questa volta fu talmente intensa da procurarle un orgasmo.

Shebanenko e Lutin abbandonarono l’Hind ormai inservibile. Era stato l’unico a essere abbattuto. Raccolsero solo le cose indispensabili: acqua, pastiglie energetiche, la cassetta del pronto soccorso e una mitragliatrice a testa. Li attendeva un lungo viaggio, a meno che qualcuno non fosse tornato a cercarli. Inviarono un messaggio radio senza ottenere risposta. Ma era pericoloso trattenersi vicino all’elicottero: rischiavano di essere catturati dai guerriglieri e sapevano molto bene ciò che gli avrebbero fatto.
Si incamminarono, guardandosi continuamente attorno.
A un tratto videro un corpo inanimato.
Era certamente quello di un russo, però non era un soldato. Si domandarono chi fosse e perché si trovasse lì.
Lutin scrollò le spalle. “E’ morto.”
Shebanenko si chinò per controllargli il polso. Scosse la testa. “E’ vivo.”, dichiarò. “Ma non ancora per molto.”
Si sbagliava.

Paul Bradley tornò in sé alla terza birra.
Provò un moto di disgusto rivolto alla sua persona.
Scagliò il boccale sul pavimento suscitando l’ilarità dei quattro giovani. In ufficio lanciava spesso oggetti per la stanza.
La cameriera accorse inviperita. Non era il primo ubriaco con cui aveva a che fare e sapeva esattamente come comportarsi. “Esca immediatamente da qui o chiamo la polizia.”, disse in tono severo.
Bradley le mostrò il distintivo. Un gesto sciocco di cui in seguito si sarebbe pentito. Lei lo scrutò allibita. Un agente dell’FBI che si riempiva lo stomaco di birra e perdeva il controllo!
“Caffè.”, biascicò Bradley.
Fu servito sollecitamente.
Paul ignorò gli schiamazzi che provenivano dal tavolo accanto, mandò giù con riluttanza altre due tazze, pagò il conto e abbandonò il locale.
Un’ora dopo fermò la macchina davanti all’abitazione di Monica Squire.
Suonò inutilmente al citofono. Poi scoprì che la porta era aperta. Entrò e controllò con cura ogni locale: notò segni di lotta, un rotolo di corda in camera da letto, disordine e tutta una serie di elementi che lo indussero a pensare che la giovane era stata sequestrata, torturata e infine rapita.
Uscì e perlustrò i dintorni.
Non si stupì quando trovò la salma di Steve Miller.
Si inginocchiò e fissò a lungo l’amico, rimproverandolo mentalmente per la sua imprudenza. Un senso di stanchezza lo pervase. Si sentiva inutile, vecchio, finito. Un perdente. Eppure un tempo, prima che mancasse Jill, era stato un uomo diverso: determinato, attivo ed energico.
Meditò di andare a comprare una bottiglia di bourbon, ma riuscì a scacciare quell’idea insana.
In linea teorica avrebbe dovuto informare i suoi superiori, a Quantico, però fece una scelta diversa.
Prese il cellulare e telefonò a Langley.
Comunicò che apparteneva all’FBI, che il suo collega Steve Miller era stato ammazzato e che la loro agente Monica Squire si trovava in grave pericolo, posto che fosse ancora in vita cosa di cui dubitava fortemente. Aggiunse che stando a quello che gli aveva riferito Miller il responsabile di tutto questo era un uomo del KGB.
Gli risposero di non muoversi. Entro un’ora sarebbero arrivati.
Si congratularono con lui per non essersi messo in contatto con l’FBI.

Matrioska posò una mano sulla spalla di Aglaja.
“Fermati.”, disse.
Lei gli rivolse uno sguardo sorpreso. “Perché?”
Già: perché? Matrioska non conosceva la risposta. “Non è pericolosa come Lodge.”, affermò in modo vago. “La ucciderai più tardi. Prima voglio interrogarla. Non capita spesso di catturare un’ agente della CIA e di avere tutto il tempo a disposizione per farla parlare. Potrebbe fornirci informazioni molto interessanti.”
Benché fosse dubbiosa, Aglaja obbedì. Lasciò Monica che finì a terra, svenuta. Aleksandr la prese fra le braccia e la condusse all’automobile. La sistemò dietro, poi fece cenno ad Aglaja di salire. La donna prese posto con aria imbronciata.
Ripartirono. Aleksandr diede una rapida occhiata allo specchietto retrovisore, chiedendosi per quale strano motivo non desiderava che Monica Squire morisse.

Il corpo inanimato di John Lodge giaceva sulla neve, davanti alla porta di casa, dove aveva vissuto i momenti più belli della sua esistenza.

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LA FIGLIA DEL RE

Stephen King aveva scritto un nuovo romanzo. La vetrina del grande negozio era interamente occupata da una piramide di libri, tutti recanti lo stesso titolo, “It parte seconda”, un tomo di oltre mille pagine, che stava andando a ruba. La fascetta gialla indicava che questo nuovo best seller aveva già venduto due milioni di copie in America, dove naturalmente stazionava al primo posto in classifica da diverse settimane.
Giancarlo Preziosi entrò nella libreria con l’intento di acquistarlo. Sebbene i suoi ultimi lavori non lo avessero particolarmente entusiasmato, il seguito di “It” prometteva di essere eccezionale, o almeno era quello che egli si augurava. Aveva già fra le mani l’elegante volume, quando per uno strano impulso la sua attenzione fu attratta da un altro libro, che scorse su uno scaffale secondario. Non più di duecento pagine, una copertina quasi anonima, aveva tuttavia un titolo che per qualche ragione lo intrigava. Si mosse in quella direzione, riponendo provvisoriamente l’ultima fatica di King. Prese fra le mani “La figlia del re”. Franco Serantoni, l’autore, era sconosciuto. Sulla quarta di copertina c’era scritto solo che era nato a Roma, insegnava lettere in una scuola media, e che questo romanzo rappresentava il suo esordio. Preziosi sfogliò il libro, poi lesse l’incipit.

Marzia osservava la distesa grigia del mare, cercando di rammentare l’esatto momento in cui il mare aveva perso ogni significato per lei. Non era tanto difficile: era successo quando aveva capito che suo padre non era un re. I sovrani non fanno i pescatori, e le loro barche non affondano travolte dai marosi. I re hanno un destino diverso, e le loro figlie sposano dei principi. Marzia era sola, e non ricordava di aver mai conosciuto un principe.

Giancarlo Preziosi dimenticò il seguito di “It” e andò alla cassa con “La figlia del re.”
Tornato a casa, si immerse nella lettura. Una breve interruzione per bere un caffè fu l’unico momento in cui smise di leggere. Quando chiuse il libro, lo aveva finito. Rimase fermo, immobile, a fissare un punto imprecisato della parete, mentre dentro di lui le emozioni si accavallavano con la stessa forza delle onde descritte da Franco Serantoni. La storia di Marzia si dipanava fra grandi tragedie e piccole speranze, fino all’epilogo che era sconvolgente per potenza descrittiva e capacità di raggiungere il cuore del lettore. Da anni non leggeva un romanzo così bello.
Quella sera, a cena con gli amici, ne parlò in termini entusiastici.
L’indomani Paola andò a comprarlo. E il giorno successivo fu la volta di Marco. Entrambi lo consigliarono ad altre persone, e altre persone lo acquistarono. Molte altre, perché la voce si spargeva e tale era il fervore con cui ne venivano decantate le lodi che risultava difficile resistere alla curiosità. In breve tempo, “La figlia del re” diventò il caso editoriale dell’anno.

Marzia era rannicchiata per terra. Si poneva domande che non avevano una risposta. Perché Dio permetteva il male e, laddove fosse il frutto del libero arbitrio, com’era possibile che un uomo arrivasse a macchiarsi di simili atrocità? “Ma io sono stupida.”, pensò la giovane asciugandosi le lacrime. “E non conosco tutte le risposte. Forse non ne conosco nemmeno una. E anche se la conoscessi, questo non varrebbe a cambiare il mio destino. Né a sottrarmi all’orrore di ciò che sono stata costretta a subire.” Si alzò e uscì di casa. Il tramonto era percorso dal vento di settentrione, faceva freddo, e lei rabbrividì. Ma non a causa della tramontana. Il gelo che investiva il suo cuore veniva da lontano.

Lucia era un’amica di Giancarlo Preziosi. Ordinò il libro su Internet. Come molti altri prima di lei, una volta incominciato a leggere, non riuscì a fermarsi se non all’ultima parola.
Poi lo rilesse con maggiore calma.

Marzia decise di prostituirsi. Non era per avidità di denaro, benché ne fosse totalmente sprovvista, e neppure per una perversione che le apparteneva da sempre ma che solo ora era venuta a galla. Voleva rivivere lo strazio del corpo e dell’anima, come l’assassino che torna sul luogo dove ha commesso il delitto in modo da riprovare le stesse sensazioni.
Prese un treno e arrivò a Roma. La città le incuteva un senso di sgomento, tanto era grande: lei aveva vissuto sempre in riva al mare, nel piccolo villaggio di pescatori dove era nato suo padre, e prima ancora suo nonno.

Lucia decise di andare a cercare Franco Serantoni.
Voleva conoscere l’uomo che era riuscito a dar vita alla sua angoscia, alle emozioni più intime e nascoste che da tempo albergavano nel suo animo. Era come se quel romanzo parlasse di lei, sebbene fosse romana e non siciliana, e non fosse figlia di un pescatore. Tuttavia aveva conosciuto lo stesso orrore di cui era stata vittima Marzia, e soprattutto aveva fatto la stessa scelta, una scelta oscura e indecifrabile che per lunghi anni l’aveva vista vivere nel degrado, nella negazione della sua dignità di donna. Anche nel suo caso, il colpevole non era mai stato preso, quasi le sue azioni fossero protette dalla notte. Com’era possibile che Serantoni avesse scritto una storia così simile alla sua? Da dove traeva l’infallibile intuito psicologico che gli aveva permesso di decifrare i segreti del suo cuore per trasferirli sulla carta?
Non fu semplice rintracciarlo. La casa editrice si rifiutava di metterla in contatto con lui, il suo nome non compariva sull’elenco telefonico; ma alla fine fu colta da un’illuminazione. Si recò al provveditorato, e riuscì a scoprire in quale scuola insegnava.
Lo attese all’uscita, con il cuore che batteva forte. Sulla copertina del libro non c’era la sua foto, ma avrebbe chiesto ai ragazzi e loro glielo avrebbero indicato. All’una in punto le lezioni di quel giorno finirono, e una fiumana di giovani, insegnanti e genitori, occupò il piazzale antistante la J.F. Kennedy.
Fu una ragazza a mostrarglielo. Stava scendendo dagli scalini con un’espressione assorta. Lucia gli si fece incontro. Non vedeva l’ora di conoscerlo, di parlargli, di esternargli l’immensa ammirazione che provava per lui. Per il suo vasto talento e per la sua grande anima.

Quando Marzia tornò al mare, il mare la aspettava. Il circolo della vita sarebbe ripreso, esattamente dal punto in cui, anni prima, la malvagità di un uomo lo aveva brutalmente interrotto. Perché la vita alla fine trionfa sempre, nel bene come nel male. E il mare è sempre pronto ad accogliere il dolore dei disperati, se non per lenirlo, almeno per condurlo lontano. Fra le sue onde.

Lucia si fermò a metà della lunga scalinata.
Franco Serantoni la raggiunse. Non diede segno di riconoscerla.
Sgomenta, la giovane donna lo guardò allontanarsi.
Era l’uomo di quella notte.

Vi ricordo il mio nuovo libro, “Alex Alliston“.
Potete acquistarlo su IBS con il venti per cento di sconto.

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MATRIOSKA 29

La casa di John Lodge si trovava nei pressi di un bosco a circa trenta chilometri da quella di Monica Squire. Come la maggior parte dei suoi colleghi Lodge aveva scelto di vivere in un luogo isolato, presumibilmente per via della sua professione.
Davanti c’era uno spiazzo, coperto di neve; sul retro, un deposito di legname e un locale adibito a palestra, un’aggiunta successiva alla costruzione principale. Un pick-up e una piccola automobile europea, una MG rossa, erano parcheggiati nello spiazzo.
Matrioska sfruttò la leggera discesa del viale d’accesso per arrivare con il motore spento. Scesero dalla macchina e si appostarono dietro a un albero. Il russo invitò le due donne a inginocchiarsi sulla neve, poi studiò attentamente la disposizione della casa.
Da quando aveva saputo che Larsen in realtà era Matrioska, Aglaja aveva mutato atteggiamento.
Nel KGB Aleksandr Stavrogin era una figura mitica, avvolta nella leggenda. Adesso capiva perché Vladimir Putin ne aveva decantato le lodi, fino a irritarla. Da Matrioska lei aveva solo da imparare. Inoltre, all’improvviso, si era anche resa conto che era un uomo bello e affascinante: meditò di sedurlo. Se fosse diventata la sua compagna, tutti l’avrebbero invidiata e, a parte questo, avrebbe potuto ambire a una carriera più prestigiosa; sarebbe diventata la numero due del KGB. Un’icona.
Accanto a lei, Monica Squire si chiedeva in che modo avrebbe potuto aiutare John. Si era ripresa, aveva scordato la notte terribile trascorsa con Aglaja ed era desiderosa di vendicarsi.
Vedere Matrioska vivo l’aveva enormemente sorpresa, ma non era il momento adatto per porsi domande inutili: doveva stare all’erta per cogliere anche la minima opportunità favorevole, posto che si fosse presentata.
A un tratto, una donna e una ragazzina uscirono dalla casa. La moglie di John assieme alla figlia. Sebbbene fosse un sentimento ingiusto, Monica detestava Sherilyn. A causa sua, Lodge l’aveva respinta.
Madre e figlia salirono sul pick-up e si allontanarono.
Matrioska guardò Aglaja. “Bene. E’ solo.”, disse. Poi si rivolse a Monica. “Ascoltami attentamente. Adesso tu andrai da lui. Gli dirai che avevi voglia di vederlo, il che probabilmente è vero.” Fece un sorriso ironico. “Lo inviterai a fare quattro passi. Quello che accadrà dopo non ti riguarda, se non per il fatto che in cambio avrai salva la vita.”
“Benissimo.”, rispose Monica, domandandosi come il russo potesse essere così ingenuo da non pensare che lei non gli avrebbe affatto obbedito.
Matrioska indicò Aglaja. “Naturalmente lei verrà con te. E al primo passo falso ti sparerà.”
Monica perse subito l’entusiasmo.
“Sosterrai che è una tua vecchia amica.”, riprese Matrioska. “L’inglese di Aglaja è perfetto; la presenterai come Pippa Lawrence, un’esperta informatica di Londra. Forza, adesso andate!”
Le due donne si alzarono e si diressero verso la casa, Monica davanti, Aglaja dietro. Monica avvertiva il contatto della pistola sulla schiena.
Mentre coprivano la breve distanza che le separava dall’abitazione di Lodge, rifletté  rapidamente. Aveva paura, ma era un’agente della CIA: se necessario si sarebbe sacrificata; prima, però, avrebbe applicato tutte le tecniche e gli accorgimenti che nel corso di quegli anni aveva appreso. Giunte davanti alla porta, suonò al campanello.
Trattenne il fiato in attesa che Lodge venisse ad aprire.
Quando lui comparve sulla soglia la guardò stupito. Lei si voltò di scatto e afferrò il polso di Aglaja costringendola a lasciare cadere la pistola.
Quindi le sferrò un pugno in pieno viso. Un perfetto gancio destro che la riempì di soddisfazione.  “C’è Matrioska!”, urlò a Lodge. Poi colpì Aglaja con un violento calcio allo stomaco.
Benché fosse una donna aitante, la russa era stata presa completamente alla sprovvista: si accasciò con un grido di dolore.

Paul Bradley si fermò in un centro commerciale per mangiare un hamburger. Ordinò caffè nero e ne trangugiò due tazze. Si guardò attorno. Al tavolo vicino al suo sedevano quattro giovani, due ragazzi e due ragazze. I maschi indossavano felpe sportive, avevano l’aspetto atletico di due giocatori di football o forse di hockey. Le ragazze erano in jeans e giubbotto. Quella bionda era decisamente attraente, la bruna aveva l’aria simpatica. Gli rivolse un sorriso. Bradley osservò il loro tavolo.
Vide quattro enormi bicchieri di birra. Immaginò che fosse ghiacciata. Chiuse per un istante gli occhi, assaporandone con la mente il gusto delizioso. Chiamò la cameriera e ordinò ancora caffè.
Ma quella birra costituiva un richiamo irresistibile.
La biondina sollevò il boccale e con garbo bevve un piccolo sorso. Uno dei maschi la imitò, non limitandosi a sorseggiare: mandò giù tutto il contenuto del bicchiere, quindi ruttò soddisfatto. La biondina lo redarguì. La mora dichiarò che era un porco. Tutti e quattro risero.
La cameriera portò una seconda caraffa di caffè. Bradley riempì la tazza. Minuscole goccioline di sudore fecero la loro comparsa sulla sua fronte. Aveva la bocca arida e gli tremavano le mani.
Il giovane che aveva ruttato chiese alla cameriera un altro giro di birre.
Arrivarono, fresche, spumeggianti, meravigliose. Bradley deglutì e si dedicò al caffè. Steve Miller era in pericolo, forse era già addirittura morto; ma in tal caso la sua giovane amica correva il rischio di seguirne la medesima sorte.
Bradley doveva rimanere lucido.
Si sforzò di guardare altrove, tuttavia era difficile: il tavolo dei quattro giovani lo attirava in maniera indicibile. Adesso stavano parlando di musica, citando nomi di complessi che lui non conosceva. E continuavano a bere.
Bradley distolse lo sguardo.
Il caffè era disgustoso. E poi quel giorno ne aveva bevuto troppo.
Una birra, una piccola birra, non gli avrebbe fatto alcun male. Ci voleva ben altro per stordirlo!
Chiamò nuovamente la cameriera.

Matrioska aprì il baule della macchina e tirò fuori la canna da pesca e il resto dell’attrezzatura. In fondo, c’era un contenitore di metallo. Un congegno permetteva di dividerlo in due: nella parte inferiore era contenuto un sottilissimo involucro. Al suo interno si celava un’arma ultra piatta priva di munizioni.
La soppesò fra le mani, dopodiché prese una manciata di neve. Formò una palla, la schiacciò fino a ridurla a un piccolissimo strato, e la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, creando proiettili di ghiaccio. Era ironico che le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana. Matrioska se n’era già avvalso nel deserto: il fucile aveva sciolto la sabbia trasformandola in vetro.
Udendo Aglaja gridare, Matrioska si girò verso la casa e puntò l’arma su Lodge.

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UNA VISITA IMPORTANTE

Quando uscì dalla chiesa, Domenico Santarelli scansò con fastidio un mendicante. Il povero vecchio gli aveva chiesto due euro per comprarsi un panino imbottito, erano quasi tre giorni che non mangiava e stava morendo di fame. A Santarelli non interessavano minimamente i problemi degli altri; era un uomo realizzato, molto ricco, e aveva costruito la sua fortuna elargendo prestiti a tassi di interesse elevatissimi. Era duro e senza scrupoli, e alla soglia dei sessant’anni non intendeva modificare la sua linea di condotta, da sempre improntata sull’egoismo.
Sbrigò le ultime pratiche in ufficio, passò dall’agenzia di viaggi per prenotare il capodanno a Montecarlo e rincasò. Quella sera aspettava una visita importante ed era eccitato e compiaciuto. Gli avevano telefonato due giorni prima, informandolo che l’Ordine al Merito del Lavoro e l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, congiuntamente, avevano stabilito di conferirgli un doppio cavalierato. Sarebbe passato da lui un funzionario per rivolgergli qualche domanda, ma solo a titolo di formalità, dato che la decisione era già stata presa. Santarelli pensava che quello era il grande coronamento della sua vita, un’onorificenza che lo avrebbe definitivamente elevato al di sopra della massa: al denaro si sarebbe aggiunto il prestigio.
Il citofono suonò alle otto in punto. “Bene.”, pensò Santarelli. Amava la puntualità. Pochi minuti dopo la cameriera introdusse il suo ospite nello studio. Era un uomo alto, vestito in modo elegante, e di modi raffinati e cortesi. Scuro di capelli, aveva un viso dai lineamenti fini e strani occhi dal colore indefinibile. Si strinsero la mano, e il funzionario si accomodò davanti alla scrivania, dove Santarelli aveva preso posto.
“Mi chiamo Marco Giudice”, esordì il nuovo venuto. “Non le farò perdere troppo tempo, perché immagino che lei debba ancora cenare. Solo alcune domande di prammatica.” Santarelli annuì. Voleva controllare ancora alcuni conti, e perciò era lieto che quell’incontro non si protraesse troppo a lungo. Il signor Giudice tirò fuori da una cartelletta un foglio, inforcò gli occhiali e disse: “Per quanto riguarda il primo cavalierato non ho nulla da chiederle, conosciamo la sua situazione patrimoniale e abbiamo valutato con attenzione il corso della sua carriera. Venendo all’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana, vorrei solo sapere se lei ha fatto della benificenza, se ha aiutato delle persone in difficoltà, se ha chiuso un occhio su qualche rata pagata in ritardo; penso di conoscere già le risposte ma, come le avevo anticipato al telefono, questa è da sempre la nostra prassi.”
Santarelli sorrise con aria condiscendente. “Sono un benefattore nato.”, rispose sorridendo fra sé per quell’evidente menzogna.
“Lo immaginavo!”, esclamò Giudice con espressione soddisfatta.
“Ho soccorso moltissime persone in difficoltà.”, proseguì Santarelli, pensando a quante volte aveva rifiutato anche il più piccolo aiuto a gente disperata che aveva pianto davanti a lui. Quelle suppliche, quella mancanza di orgoglio, lo avevano sempre disgustato.
“Bene!”, disse Giudice. “E per le insolvenze?”
“Se fossi un pescecane, oggi sarei molto più ricco.”, rispose Santarelli. “A causa della mia generosità ho perso moltissimi soldi, ma mi creda, ne sono orgoglioso.” Aveva mandato sul lastrico numerose famiglie, ignorando lacrime e preghiere.
Giudice si alzò dalla sedia. “Allora abbiamo finito!”, annunciò giovialmente avviandosi verso la porta. Poi si fermò. “Che sbadato che sono!”, disse, riavvicinandosi alla scrivania. “Dimenticavo due cose. Come avrà notato non ho preso appunti, perché sapevo che non era necessario. Ho già con me gli attestati, le avevo pur detto che si trattava solo di una formalità.” Gli consegnò una busta sigillata. “La seconda cosa… è che questa mattina io ero davanti alla chiesa.”
Si voltò e uscì dallo studio, mormorando un “A presto!”, di cui Santarelli non comprese il senso.
Ma non era importante. Aprì la busta con impazienza. Mentre estraeva la lettera, capì all’improvviso il motivo per cui aveva trovato strani gli occhi di Giudice. Uno era verde, l’altro marrone. Ripensò a quella curiosa frase: “Questa mattina io ero davanti alla chiesa”. Scrollò le spalle e incominciò a leggere.
Subito sbiancò in viso.
La missiva diceva: “Sono lieto di annunciarle che lei morirà questa notte. La aspetto.”
Al posto della firma c’era una sigla.
Lcf

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MATRIOSKA 28

Come molti suoi colleghi Steve Miller non amava la CIA.
Quelli di Langley avrebbero dovuto proteggere gli Stati Uniti dalle spie russe e cinesi e svolgere il proprio lavoro all’estero. Da sempre, invece, trovavano irresistibile ficcare il naso in faccende che non li riguardavano minimamente: ordivano complotti, tramavano e condizionavano pesantemente la politica interna. Perciò, Miller non aveva informato nessuno di loro della sua iniziativa personale. Questo, però, non significava che avesse deciso di agire all’insaputa di tutti.
Paul Bradley era un alcolizzato ormai vicino alla pensione. Aveva cominciato a bere quando era morta sua moglie, Jill, e da allora si era reso sempre meno utile. A Quantico avevano chiuso entrambi gli occhi in considerazione dei suoi meriti passati e nella speranza che non commettesse infrazioni gravi. Era stata una decisione presa personalmente dal direttore dell’FBI.
Un tempo Bradley era stato un ottimo agente, perspicace, intelligente e dotato di vasto intuito. Ed era un vecchio amico di Miller. Si parlarono attraverso due cellulari ultra sicuri. Paul cercò di dissuadere Steve. Quel giorno non aveva ancora cominciato a bere ed era lucidamente consapevole che, laddove Milller avesse visto giusto, sarebbe andato incontro a un’impresa molto rischiosa. Pretese di ricevere una telefonata ogni ventiquattro ore; se Steve Miller non lo avesse chiamato, Bradley non avrebbe esitato a informare i superiori.
La telefonata non giunse. Bradley era chiuso a chiave nel suo ufficio a tracannare di nascosto del pessimo bourbon. Aveva la mente vaga e al momento non prestò attenzione al fatto. Tuttavia, sebbene fosse ubriaco, dopo un paio d’ore si ricordò di quell’accordo e prese nota del mancato collegamento. Ciò poteva significare una sola cosa.
Bradley si alzò, si infilò la camicia nei pantaloni, guardò con disgusto la sua pancia strabordante e andò in bagno a vomitare. Dopo quattro caffè dal sapore disgustoso, inventò una scusa e scomparve.

Suonarono al citofono cinque volte con intervalli di cinque secondi.
Aglaja sbirciò fuori da una finestra e aprì la porta.
Accolse con fastidio Larsen. Lo considerava un usurpatore: lei aveva scoperto dove abitava Squire, lei l’aveva messa fuori combattimento costringendola a rivelare dove viveva Lodge; per giungere a tanto aveva individuato, sedotto e ucciso un funzionario dell’Office of Security. E ora Larsen, o come diavolo si chiamava, veniva a prendersi tutti i meriti. Sapeva che Vladimir Putin stravedeva per lui e questo aveva il potere di acuire il suo risentimento. Lo salutò con freddezza, quindi lo condusse in camera da letto e gli mostrò la patetica figura rannicchiata in un angolo della stanza. Monica Squire era bianca come uno straccio, visibilmente terrorizzata e incapace della minima reazione. Gemeva sommessamente ed era scossa da continui brividi. Aveva pagato a caro prezzo il suo maldestro tentativo di ricorrere al pc. Era stata una lunga notte.
Per Aglaja infliggere dolore rappresentava uno degli aspetti più gratificanti del suo lavoro. Larsen contemplò la donna. “Ci servirà da esca.”, disse in russo.
Che scoperta!, pensò Aglaja, sarcastica. La sua avversione nei confronti di Larsen crebbe. E con essa il risentimento. Lei era giovane e brillante, una vincente nata; che bisogno aveva di un collega che le impartiva ordini scontati?
Larsen si voltò verso di lei. Suo malgrado, Aglaja distolse lo sguardo. Gli occhi di quell’uomo erano gelidi. Benché fosse risoluta e coraggiosa, Aglaja si sentì fortemente a disagio. Larsen le raccontò quanto era accaduto poco prima. Era necessario far sparire la macchina del federale, poi sarebbero andati da John Lodge. “Hai esagerato.”, dichiarò, indicandole Monica Squire.
“E’ una serva dell’imperialismo americano!”, ribatté Aglaja alzando le spalle.
Larsen si avvicinò a Monica, si chinò su di lei e le fece una specie di carezza.
Aglaja lo guardò, allibita.
Monica aprì gli occhi. Per un lungo momento non diede segno di riconoscere l’uomo alto e imponente che le stava vicino.
Poi trasalì.
“Matrioska!”

Tamara non aveva avuto più notizie di Aleksandr. E nemmeno Sonja sapeva dove ora si trovasse. Non era un fatto insolito. Succedeva spesso che lui si assentasse per lunghi periodi. Inoltre, adesso Tamara aveva appreso che lavorava per il KGB. Questo spiegava molte cose.
Una sera ripensò al racconto di Sonja.
Lei e Aleksandr erano rimasti a lungo in silenzio, nel bosco. Sonja continuava a pensare al siberiano, Sashenka osservava le piante. Sicuramente anche lui era ancora scosso.
Una folata di vento mosse le fronde degli alberi, coprendo ogni altro rumore.
I tre uomini comparvero all’improvviso.
Uno dei tre sembrava sbronzo, un altro era alto quasi due metri, il terzo cingeva fra le mani un grosso pugnale. Ciò che li accomunava era l’aria spietata e brutale. Sonja intuì che in qualche modo erano responsabili della morte del siberiano. Li avevano notati e seguiti nel bosco: i due ragazzi avevano visto qualcosa che non avrebbero dovuto vedere. Sonja capì che sarebbero stati ammazzati. Si chiese chi fossero. Spacciatori di droga, contrabbandieri, ladri, in ogni caso malviventi; ma era una domanda inutile. Non avrebbe mai scoperto il motivo per cui il siberiano era morto, dato che era attesa dalla sua stessa sorte.
Il gigante si mosse molto velocemente. Si avventò su Sashenka e gli sferrò un calcio in pieno viso. Aleksandr perse i sensi.
Poi i tre circondarono Sonja. Lei capì che, prima di eliminarla, l’avrebbero violentata. In seguito, avrebbe affrontato situazioni analoghe, fino ad arrivare a uccidere per difendersi; quel giorno, però, era paralizzata dal panico, incapace di muoversi. Avrebbe voluto scappare, ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscita… e poi non poteva abbandonare Sashenka, il suo fratellino minore, il ragazzo buono e sensibile che lei adorava.
I tre se la presero comoda. Apparve una bottiglia di vodka. Se la passavano trangugiando lunghe sorsate, ogni tanto la molestavano ma non avevano fretta: godevano della sua paura.
Il primo ad abbassarsi i pantaloni fu quello armato di pugnale.
Sonja gridò disperata, ma nessuno avrebbe potuto sentirla.
E all’improvviso vide Sashenka balzare in piedi.
Poi tutto si svolse troppo rapidamente perché lei ne avesse una chiara visione. Rammentava urla, grugniti di dolore, corpi che cadevano per terra… e lo sguardo di Sashenka: freddo, implacabile.
Molti anni dopo si sarebbe ricordata di quel giorno, quando Aleksandr cessò di esistere.
Quando nacque Matrioska.
Poi ci sarebbe stata l’uccisione del poliziotto, e tutto il resto; però ogni cosa nasceva da lì.
Tamara bevve un sorso di the e scosse la testa. Sonja era intelligente, ma ingenua.
In realtà, a livello di embrione, Matrioska era sempre esistito. Aspettava soltanto l’occasione propizia per manifestarsi in modo compiuto.
Sashenka era stato solo una crisalide.

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AQUALUNG DI QUOU E ALESSANDRA

ALESSANDRA:
Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

QUOU:
FLASHBACK 3
“Tu ci credi?”
“Eh?”
“Tu ci credi?”
“A cosa?”
Un sorriso.
“Domani può aspettare, non credi, amore mio?”
Amore mio. Come lo ha detto. Non l’ho mai sentito detto così. Come quando poi puoi morire. Poi s’era rigirata verso il mobile della cucina. Poi sono passati almeno duecento anni, forse qualcuno in più, eh già. Ora che non serve ad un cazzo, capisco un po’ meglio. Ogni fotogramma che mi brucia nel petto, la pellicola si scioglie, ora che sono sommerso dall’eco, ti ho capita, amore mio. Certo che domani può aspettare. Aspetterà. Come sono piene le onde solo io lo so e tu lo sapevi, prima di me.
Oh grande Dio. Oh Dio delle praterie, Dio del vento. Dio della vita e della morte. Dio, Dio mio.
Perché non mi parli? Mi lasci qui con queste troie, lo sai che non posso farci niente. E perché dovrei, poi? Te ne stai lì nel tuo cazzo di buio, per te è facile, vero? E io che faccio?
Oggi m’è sembrato quasi normale. E’ venuta una famiglia, si sarà sbagliata. O forse sono scesi dalle mie parti per caso, magari per tenere contenti i bambini. Passeggiavano e mi sono nascosto nelle loro parole. Le ho succhiate talmente che non sapevo più se ero io a vampirizzare loro o loro ad aver ipnotizzato me. Solo sembrava normale, come quando guardavo il telegiornale ed era come se non ci fossi più, come se le notizie fossero i miei pensieri, le mie parole, i muri della mia casa, della mia anima. Sono stato un po’ il padre, poi sono stato la madre, poi sono stato il figlio. E lì m’è venuto da piangere. Che strano. M’è venuto da piangere mentre stavo per uscire dal mio… dal mio odore. Credo che sarà un po’ troppo da pensarci. E poi devo sbrigarmi se no non trovo da bere. E che si fottesse pure lui. E magari mi fotto pure io e amen.
Vado nel bosco. Sto lasciando il mondo. Chi è che mi guida? E dove sei, perché te ne sei andata? I sentieri del bosco sono bui, ma mi assomigliano e non possono che coprirmi. Io sono ombra ed il bosco è ombra e i miei pensieri sono ombra e non ne posso più di questi spazi all’aperto. Le spade. Mille spade d’argento per la mia testa. Nel bosco a riposare, a confondermi. Magari ero così, sai, magari ero così anche quando ero con te, sai? Forse dovevo conoscerti, sì, ma solo per finire qui. Perché non dovrei finire?
Queste belle troiette. Venite con me. Sarò il signore del buio e voi le mie regine. E avrò da darvi più di quanto voi darete a me.
Aqualung. Non voglio finire così. Devo farmi la barba ed un bagno. Sono un porco. Aqualung. Dio delle praterie. Dimmi solo perché e io pagherò ogni cosa, anche la mia solitudine, anche lei che non c’è più. Non ne posso più. Devo mangiare qualcosa di sano, sentire la pelle pulita. Ma non riesco, non riesco a farci entrare tutte due le cose, tu che non ci sei e io che mi devo tenere. Non sento più niente nelle braccia, Aqualung, non ho più la vita dentro, e se ogni tanto guardo quelle ragazzine è per avere ancora un po’ di gusto, non ho diritto anche io di avere un po’ di gusto? Sentire qualcosa, capisci? Qualcosa di buono, mi capisci, amico mio?
Quando Elena mi guardava non aveva mai un altro fine. Mi guardava come una che abbia sete e beva. Era la vita. E invece la vita era più grande e si nascondeva. Ma tanto non importa.
Fa freddo. Si sta facendo buio. Fra un po’ è notte. Domani.

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