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Archive for the ‘un sogno americano’ Category

UN SOGNO AMERICANO 23

La valle di Phil 2I capelli di Silvia avevano preso fuoco. In pochi secondi le fiamme la avvolsero completamente, come un sudario infernale. Il viso si sciolse, quasi fosse fatto di cera; gli occhi schizzarono fuori delle orbite. Il lezzo della carne che bruciava era quanto di più disgustoso Phil avesse mai sentito in tutta la sua esistenza.
Immobile, simile alla statua di un demone, Silvia si scomponeva perdendo lembi di pelle arroventata. Poi il fuoco rimodellò i suoi lineamenti, come uno scultore ultraterreno. Vividi guizzi penetrarono nelle orbite vuote, creando due nuovi occhi… occhi diversi; i capelli ripresero forma, ma non erano più castani, bensì biondi. Il volto assunse connotati che gli erano familiari. La donna alzò un braccio e puntò un dito accusatore in direzione di Weir. “Non è stata Liz a uccidermi. Sei stato tu!”
“Patsy, non è vero!”, balbettò Phil.
“Sei stato tu!”, ripeté l’apparizione. Poi svanì, risucchiata nel nulla; ma le fiamme si propagarono, come serpenti sinuosi, e il vento le sospinse contro Weir, avvolgendolo in un abbraccio mortale.
Phil urlò, e subito dopo si svegliò.
Un incubo! Un maledetto incubo!
Si rialzò faticosamente e uscì dalla grotta. Gli tremavano le gambe e dovette appoggiarsi al macigno che celava l’apertura dell’antro in cui si era rifugiato. Era pieno giorno, però non sapeva quanto tempo fosse passato; era possibile che avesse dormito per ventiquattro ore.
Si guardò e vide che era pieno di sangue.
“Deve essere una ferita superficiale.”, borbottò. “Altrimenti sarei già morto.” Per qualche minuto ripensò alla prima parte del sogno, rimpiangendo quella spiaggia meravigliosa, lambita dalle acque dell’oceano. Corrugò la fronte, scavando nella memoria e scartando fisionomie e nomi finché non ricordò una Silvia Monti con la quale aveva lavorato per alcuni mesi. Aveva cercato di sedurla, ma stranamente gli aveva resistito.
Scese cautamente il sentiero per vedere se c’erano ancora i federali. Sogghignò. Se n’erano andati con i loro dannati elicotteri. Avevano portato via anche il pick-up.
Era stato un sogno, ma poggiava su solide basi di realtà. I quattrocentomila dollari lo aspettavano in una banca delle Cayman; avrebbe comprato un bungalow in un’isola sperduta e avrebbe cercato due donne per ricostituire il triangolo. Prima, però, doveva portare a termine il suo compito. L’ira avvampò in lui, simile alle fiamme che avevano divorato il corpo di Silvia. Un piano prese rapidamente forma nella sua mente: avrebbe raggiunto il valico, grazie al fattore sorpresa avrebbe ucciso le sentinelle, si sarebbe impossessato delle loro armi e poi sarebbe sceso nella Green Valley. Da qualche parte avrebbe trovato qualcosa di infiammabile; avrebbe appiccato un grande fuoco, e nella confusione provocata dall’incendio li avrebbe sterminati tutti. Era stato un sogno rivelatore, inviatogli dal cosmo.
Prese il sentiero che conduceva al valico.
Era sostenuto dalla collera.
Sono l’angelo mandato da Dio.
Un angelo vendicatore che veniva per punire i loro peccati. Avevano distrutto la natura, e a loro volta sarebbero stati distrutti. Sentiva il karma vicino, e quella presenza raddoppiava le sue forze. Camminò a ritmo sostenuto per alcuni minuti, ma a un tratto vacillò. Provava un terribile dolore al torace. Gli girava la testa e aveva sete. Si sedette per riposare. Non riusciva a pensare con lucidità, perciò chiuse gli occhi.
Dormirò per qualche minuto.
Quando tornò cosciente, le prime ombre della sera calavano sulla montagna. Meglio così: il buio lo avrebbe protetto. Recitò il suo mantra, assumendo la posizione del loto.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Aum
Proseguì il cammino, rinfrancato.
Un rivolo d’acqua sgorgava dalla roccia. Weir bevve avidamente. Ora si sentiva bene, anche il dolore al petto era diminuito. Una volta sistemati i conti con i militari, sarebbe andato da un medico. Grazie alla nuova identità di Bob Lesh sarebbe entrato in Messico senza problemi; da lì avrebbe preso un aereo. Liz, invece, non avrebbe mai raggiunto il karma: si era dimostrata sciocca e falsa; lui era stato troppo buono, perdonandole il primo tradimento. Quel lontano giorno aveva compiuto la scelta migliore, sparando a lei e salvando Patsy.
“Non è stata Liz a uccidermi. Sei stato tu!”
“Non è vero, piccola: io ti amavo. Io voglio solo il bene di tutti; ho improntato la mia vita sull’altruismo, sulla ricerca della purezza e dell’amore. Il cosmo mi ha ordinato di trovare l’armonia.”
Il sole ferì i suoi occhi, destandolo da un sonno cupo, popolato da fantasmi. Era sdraiato per terra, ai margini del sentiero. Si tolse ciò che restava della camicia e si bendò il torace; non sopportava la vista del sangue.
 
Erano in quattro a far la guardia al valico e si annoiavano profondamente. Era il compito più inutile che esistesse: lunghe ore trascorse a giocare a carte, a fumare, in attesa che qualcuno li sostituisse. La strada era disseminata di cartelli, un centinaio di metri più sotto una barriera impediva il passaggio. Soltanto un idiota si sarebbe spinto fin lì, o un pazzo drogato.
“Io non sarei così spiritoso.”, disse Bill Richards. “E’ vero: in linea teorica, questo posto è assolutamente sicuro; ma non dimentichiamoci di quei fottuti arabi!”
“Ormai quel porco è morto.”, replicò Sam Bornick.
“E allora perché non lo hanno annunciato?”
“Sei molto ingenuo.”, rispose Sam. “Osama bin Laden “vivo” fa comodo a tutti. La politica è complicata, vecchio mio.”
“Sarà…”, disse Bill, poco convinto. “Coraggio, finiamo questa partita: ho giusto bisogno di cento dollari.”
“Beh, non saranno certo i miei!”
All’improvviso un sasso scagliato con violenza lo colpì alla testa. Sam stramazzò al suolo senza un gemito.
Gli altri tre balzarono subito in piedi, imbracciando le armi. Erano soldati perfettamente addestrati, in superba forma fisica. Bill Richards indicò un grande cespuglio, a circa venti metri di distanza. Corsero, tenendosi bassi, e allargandosi a ventaglio, in modo da non fornire un unico bersaglio. Benché fosse evidente che chi aveva lanciato la pietra non disponeva di un’arma, applicavano alla lettera la tattica di guerriglia. Bill raggiunse il cespuglio, si fermò e puntò la M240 verso la macchia. “Coraggio, vieni fuori!” Non ottenne risposta.
Va bene furbacchione, ora ti staniamo.
“Occhio ai lati, ragazzi!”, esclamò.
Si inoltrò nella siepe, ma non c’era nessuno. Tornò indietro, guardandosi attorno.
Weir gli rovinò addosso. Finirono per terra e Phil lo stordì con un diretto destro. Non aveva scelto a caso quel momento: prima di assalirlo, aveva aspettato che le M240 fossero puntate in tre direzioni opposte. Gli strappò la mitragliatrice dalle mani e con due brevi raffiche eliminò gli altri due. Malgrado la loro preparazione, erano stati presi completamente alla sprovvista e, sebbene avessero reagito con prontezza, l’attacco di Phil era stato troppo fulmineo.
Weir si mise a gambe larghe su Bill Richards. “Non uccidermi!”, gridò il soldato. Phil scosse la testa e fece fuoco, spappolandogli il cervello. Trasse un respiro affannoso e in quell’istante con la coda dell’occhio colse un movimento. Si voltò. Sam stava cercando di rimettersi in piedi. Weir lo raggiunse a grandi falcate e gli sferrò un calcio, mirando al viso; ma il soldato gli afferrò la caviglia facendogli perdere l’equilibrio. Rotolarono uno sull’altro.
Era uno scontro impari. Weir era ferito e febbricitante. Sam sapeva battersi meglio ed era più forte. Si sistemò a cavalcioni su Phil, cingendogli la gola per strangolarlo. La vista di Weir si oscurò. Fu tentato di rinunciare a lottare, poi reagì con rabbia. Aveva un braccio immobilizzato dal ginocchio del soldato; l’altro, però, era libero. Gli artigliò il volto, strappandogli un urlo di dolore. La presa al collo si allentò e Weir diede uno scossone.
Sam non si spostò di un millimetro. Riprese a stringere con tutta la forza che aveva, animato da un furore cieco. Quel bastardo aveva ucciso il suo migliore amico e due compagni a cui era affezionato. Bill Richards lasciava una moglie graziosa e innamorata e due bambini di cinque e otto anni: gli era sufficiente pensare a loro per ignorare il dolore fisico e accentuare la stretta. Il braccio di Phil ricadde inerte sul terreno. Quando Sam vide che aveva smesso di dibattersi, si sollevò da terra con cupa soddisfazione. Bill non sarebbe tornato in vita, ma almeno era riuscito a vendicarlo.
Appena fu libero, Weir afferrò la M240. Sam cercò di fare altrettanto con la sua mitragliatrice, ma perse un secondo di troppo per chiedersi come mai il bastardo fosse ancora vivo. Phil fu più lesto e lo crivellò di colpi.
Adesso era armato.
 
Avrebbe agito di notte. Abbandonò il valico e ridiscese a valle. Era esausto e la ferita aveva ripreso a tormentarlo.
Devo tener duro! Siamo alla resa dei conti.
Camminando per forza d’inerzia, si ritrovò davanti al ruscello che alimentava il tunnel sotterraneo. Si sdraiò per bere. La sete era insostenibile; veniva scosso di continuo da brividi gelati e, al contempo, provava un senso di caldo innaturale. Si assopì, però fu un sonno di breve durata. Riprese la mitragliatrice e si accinse a raggiungere il passaggio segreto, dal quale sarebbe passato per scendere nella Green Valley.
Ma era sfinito. Dopo due passi, stramazzò al suolo.
Odiava la sua debolezza e maledisse ancora una volta Liz.
Con un immenso sforzo di volontà si rialzò, ma, anziché risalire la montagna, seguì barcollando il corso del ruscello. Man mano che scendeva verso valle, si allargava, diventando più impetuoso: calava lungo una pendenza sempre più ripida, infrangendosi infine contro una serie di rocce, turbinando e schiumeggiando, per poi precipitare in un profondo abisso.
Weir osservava affascinato quello spettacolo di incommensurabile bellezza. Era il trionfo della natura, al pari dei boschi, delle foreste, delle grandi distese di verde, dei prati cosparsi dai fiori. Ciò che vedeva era talmente suggestivo che si commosse.
Vorrei che ci fosse Patsy qui con me.
Rivide il suo sorriso radioso, udì nuovamente la sua voce gentile, rammentò le parole che gli aveva detto quando erano stati costretti ad abbandonare la Green Valley. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.
Pianse, ricordando come era morta.
Volse lo sguardo in alto. La montagna spiccava nel cielo terso, il sole splendeva, il mondo era meraviglioso.
“Patsy, ti amo!”
Poi cadde e le acque lo abbracciarono come la più tenera delle amanti.

UN SOGNO AMERICANO
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA 😛

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UN SOGNO AMERICANO 22

Un sogno americanoNonostante l’appoggio di Paola e di Saryo, Liz fu condannata a dieci anni di prigione: il suo avvocato difensore era mediocre, al contrario del sostituto procuratore, competente e aggressivo.
I primi tempi furono orribili, ma poi conobbe Susan, una biondina minuta e graziosa che le ricordava Patsy. Susan si rivolse a lei in cerca di protezione. Era stata presa di mira da un’altra detenuta che l’aveva violentata più volte. Esasperata, Susan aveva commesso un grave errore denunciando Conchita a una guardia. Quella mattina, mentre faceva la coda per la prima colazione, qualcuna le aveva infilato un bigliettino in tasca. Conteneva solo cinque parole: questa notte verrò a trovarti. Susan era terrorizzata. “Ho dei soldi.”, disse a Liz. “Sono disposta a darti mille dollari.” Elizabeth la guardò: era così esile e fragile che capiva il motivo del suo terrore. Avrebbe ricevuto una punizione durissima; Liz aveva già assistito a una scena del genere. In teoria le risse erano vietate, ma all’atto pratico nessuno si muoveva per impedirle. Alcune guardie erano sadiche e la violenza le divertiva.
Liz scosse la testa. “Non so cosa farmene dei tuoi mille dollari. Mi dispiace per te, però non sono fatti che mi riguardano.” Fece per allontanarsi, ma Susan la fermò per un braccio. “Ti prego! Tu sei forte e potresti difendermi. Conchita non avrà pietà: ho paura che mi uccida.” Gli occhi di Susan sembravano quelli di una gazzella impaurita. Era talmente agitata che tremava. “Ti prego!”, ripeté.
Liz fu mossa a compassione. “D’accordo.”, rispose. “Ma non voglio il tuo denaro. Vorrà dire che mi devi un favore.” Il sollievo di Susan era evidente. “Grazie! Ti giuro che non lo dimenticherò.”
Liz affrontò Conchita nel cortile, durante l’ora d’aria. L’aveva già vista spadroneggiare con aria arrogante. Era una ragazza attraente con gli occhi e i capelli scuri. Non particolarmente alta, aveva tuttavia un fisico solido e muscoloso. Si allenava sempre alla panca piana, sollevando pesi non indifferenti.
Ma, in realtà, era una codarda.
Quando Liz le si avvicinò con aria bellicosa, cercò di defilarsi. Elizabeth sogghignò. Conosceva quel genere di persona, forte con i deboli, debole con i forti. Le impedì di andarsene e la costrinse a battersi. Da quel giorno Conchita non tormentò più Susan.
Liz e Susan divennero amanti. Susan pagò una grossa cifra e riuscì a farsi trasferire nella cella di Liz. Lei sarebbe uscita dal carcere otto mesi prima di Elizabeth. Ciò significava che avrebbero vissuto insieme per nove anni.
Certe notti Liz pensava alla Green Valley, a Phil… e incominciava a piangere sommessamente. Allora un corpo morbido e tiepido si infilava nel suo letto, colmandola di tenerezza. Presto, Elizabeth scoprì di essere innamorata. In quanto a Susan, era pazza di lei.
Malgrado tutto, non furono anni malvagi.
 
Los Angeles aveva un aspetto irreale. Le sembrava sconosciuta e ostile. Sebbene non frequentasse più i locali che preferiva, il suo senso di estraneamento non era dovuto solo a questo.
Paola si sedette su un gradino.
Le piaceva molto andare da Joe’s. Cucinava i migliori hamburger della California e distillava da una grande botte di legno la birra più buona e dissetante che avesse mai bevuto in vita sua. Da Joe’s c’era sempre un’allegra confusione. Panini mangiati in fretta da giovani intelligenti e risoluti che si erano ricavati dieci minuti di pausa all’ora del pranzo. Scambi di opinioni sui casi di cui si occupavano, amichevoli pacche sulle spalle, prese in giro bonarie. Spesso alla sera tornavano lì, e allora c’era più tempo per discutere, ridere, scherzare.
Se fosse andata da Joe’s, avrebbe incontrato Jack Williams, Laura Torrence, Paul Bradley. E molto probabilmente ci sarebbe stato anche Sidney Saryo. Non se la sentiva di vederli. Le avrebbero ricordato la pagina più bella della sua vita e il paragone con la sua situazione attuale sarebbe stato impietoso. Non faceva più parte di quel fantastico gruppo. Era stata orgogliosa di appartenere all’ FBI; aveva visto quel lavoro come una missione, aveva dato l’anima per eccellere.
Ma aveva fallito.
Tuttavia non era a causa di Joe’s o di altri posti simili che si sentiva a disagio. Aveva perso il rispetto di se stessa.
Quando aveva dato le dimissioni, il suo capo si era opposto vigorosamente. Ma Paola Chianese non riusciva a scordare quello che era successo in quel bosco. Non aveva trovato Phil Weir e, mentre tornava da Elizabeth, si era inginocchiata per terra e aveva vomitato. In quel momento aveva capito di essere una vigliacca. Valeva meno di una sbandata come Liz. Certo, Elizabeth aveva ucciso una persona e avrebbe trascorso lunghi anni dietro alle sbarre, però era una donna forte e coraggiosa. Aveva sfidato Weir. E nel frattempo, cosa faceva la brillante Magic Paula? Lottava con se stessa per non perdere il controllo dello sfintere. Una vampata di rossore le affluì sulle guance.
Adesso la sua esistenza era priva di una direzione. Si sentiva come una foglia trascinata dal vento. E, come la foglia, ignorava dove il vento l’avrebbe condotta. Quasi fosse evocata dai suoi pensieri, una folata di aria fredda la investì, inducendola ad alzarsi. Sebbene fosse una giornata nata sotto i migliori auspici, adesso il cielo si stava rannuvolando. Era in arrivo un acquazzone.
Mentre camminava diretta verso casa, Paola passò davanti a un internet-point. Senza una ragione apparente, entrò e prenotò il primo volo per il Texas.
Questa volta Rosita Garcia si dimostrò più cordiale. Le offrì un bicchiere di Mision Santo Tomas. Per educazione, Paola si limitò a un piccolo sorso. Non aveva voglia di bere. Anche se non sapeva bene di cosa avesse voglia. Soprattutto ignorava il motivo che l’aveva portata lì.
“La chica è salva.”, disse Rosita. Non era una domanda, ma una constatazione.
Paola annuì. “E’ in prigione.”
“Se ha sbagliato, è giusto.”
“Ha rischiato la pena di morte.”
“L’importante è che sia viva.”
Ci fu un lungo silenzio. Lo interruppe Rosita. “Ma lei non è qui per questo, vero?”
“No.”
“Si tu vecino de ves la barba cortar, pon la tuya uno remojar.”
Paola le rivolse uno sguardo interrogativo.
“E’ un detto dei nostri padri.”, spiegò Rosita. “Se il tuo vicino di casa ha tagliato la barba…” Bevve un sorso di vino, quindi aggiunse: “La vita è fatta di cambiamenti, e quando arriva l’ora bisogna dimostrarsi pronti. Mai nulla rimane fermo. Lei si deve preparare per il cambiamento, senza piangersi addosso. Troverà una nuova strada.”
Tre mesi dopo Paola Chianese fu assunta come responsabile operativa di una grossa agenzia investigativa. Lo stipendio era talmente alto che non sapeva come spendere tutti quei soldi. Ma non era questo a renderla felice. Si sentiva rinata. Il lavoro le piaceva, e soprattutto era il suo lavoro. Non era fatta per le sparatorie, gli inseguimenti, la violenza. Aveva rinunciato a servire la giustizia, però poteva permettersi di selezionare la clientela e di scartare a priori tutti quegli incarichi che non le sembravano corretti. Individuò rapidamente alcuni investigatori che divulgavano notizie riservate, vendendole alla stampa, o che addirittura ricattavano i clienti, e li cacciò senza remore. Impostò l’attività dell’agenzia su rigorose basi etiche.
E una sera tornò da Joe’s…
 
L’uomo che si faceva chiamare Lesh scese silenziosamente dal letto e uscì sulla veranda. Silvia dormiva serenamente. Lesh guardò il cielo stellato. Nel frattempo, ricapitolava gli ultimi avvenimenti. Quando aveva ucciso Freiberg, aveva staccato un grosso mazzo di chiavi dalla sua cintura. La cassaforte non era a combinazione e si aprì al quarto tentativo. C’erano quattrocentomila dollari in piccoli tagli; probabilmente servivano a Freiberg per le spese correnti.
Il mattino in cui aveva lasciato Liz dal parrucchiere li aveva trasferiti in una banca delle isole Cayman. Con quel denaro aveva comprato il bungalow, con spiaggetta annessa, e una Land Rover di seconda mano. Il resto gli sarebbe bastato per vivere di rendita. Se solo Liz non gli avesse impedito di sterminare i soldati!
Soffocò l’ira e si accese uno spinello.
In quel momento, Silvia Monti lo raggiunse, camminando a piedi nudi. Si muoveva aggraziata e leggiadra, come una ballerina. “Messere, abbiamo ancora qualcosa da discutere.”, disse con un sorriso malizioso.
Phil Weir ricambiò il sorriso, ma un attimo dopo impallidì.

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UN SOGNO AMERICANO 21

La valle di Phil 2Weir si rovesciò sulla schiena e sferrò un potente calcio alla lastra. Comprese subito che aveva uno spessore troppo grosso e che non sarebbe riuscito nemmeno a scalfirla. Però capì anche un’altra cosa.
La corrente non proveniva da lì.
In cima allo scudo di roccia c’era una sottile fessura che lasciava trasparire il chiarore, tuttavia era di margini eccessivamente ridotti.
Tornò indietro tastando le due pareti con le mani. Doveva esserci un’altra apertura, ne era certo, ma era altrettanto sicuro che se non l’avesse individuata nel giro di pochi secondi sarebbe rimasto intrappolato per sempre in quel sepolcro subacqueo. I pesci avrebbero divorato il suo corpo e si sarebbe allontanato di molte vite dal karma. A quel pensiero rabbrividì.
Fu proprio in quell’istante che sentì il flusso della corrente. Un attimo dopo la sua mano incontrò il vuoto. Si spinse freneticamente nel nuovo tunnel. La luce era sempre più intensa. Phil riusciva a scomporla, in modo da cogliere tutti i colori dello spettro: un arcobaleno di incommensurabile bellezza che gli procurava una gioia infinita. Fu allora che in un ultimo soprassalto di lucidità si rese conto che quello era il campanello d’allarme definitivo.
Si spinse rabbiosamente in alto e all’improvviso riaffiorò in superficie. Si trovava nel ruscello che alimentava il piccolo lago. Sopra c’era una cascata spumeggiante che baluginava al sole in un gioco di luci scintillanti. Phil respirò avidamente. Il mondo gli girava attorno come una trottola impazzita. Sentiva i polmoni bruciare, e non c’era un solo punto del suo corpo che non gli facesse un male atroce. Scrollò la testa e nuotò con estenuante lentezza verso la riva. Quando finalmente uscì dall’acqua, si lasciò cadere sul terreno e piombò in un sonno torbido che confinava con la morte.
Fu uno strano rumore a destarlo. Il rumore di un elicottero.
Weir si alzò stancamente. Vide che c’era un prato, non molto distante da dove si trovava, che era sufficientemente ampio per consentire all’elicottero di atterrare.
Si tolse i pantaloni, tastò alla cieca, poi ricavò una striscia di tessuto dalla camicia bagnata e bendò la parte lesa, stringendo con forza.
E va bene. Lo avete voluto voi.
 
Lontano da lì, in una piccola chiesa avvolta nella penombra, una donna pregava.
Prima aveva acceso un cero, poi si era inginocchiata davanti all’immagine di Maria. Sentiva che stava per accadere qualcosa di molto brutto, però riponeva una grande fiducia nel potere della preghiera. E così, con le mani congiunte e gli occhi scuri ardenti di fede, pregò per l’anima di suo marito, chiedendo di potersi congiungere a lui quando la Madonna lo avesse ritenuto opportuno; pregò per il figlio Antonio, che trovasse una brava moglie e conservasse a lungo la salute e la dedizione al lavoro; e infine pregò per la chica bruna.
“Fa’ che non muoia!”, sussurrò nel silenzio di quella mattina estiva.
 
Paola Chianese e Liz Margraeve erano sul ciglio del burrone e guardavano in basso. Sidney Saryo era salito sul secondo elicottero e stava partecipando alle ricerche. Paola pensava che Liz idealizzasse Weir. Anche se era indubbiamente un uomo intelligente e pieno di risorse, doveva i suoi discutibili exploit alla fortuna. Che alla fine lo aveva abbandonato.
Entrambe furono colte di sorpresa dal suono di una voce.
“Ci ritroviamo!”
Si girarono di scatto.
Phil le osservava con un’espressione indecifrabile. “A ogni azione corrisponde una reazione.”
Paola impugnò la P228 Sig, ma Liz le afferrò il polso, torcendolo. Era molto più vigorosa di lei e probabilmente aveva una conoscenza superiore delle arti marziali. Con un gemito, Paola lasciò cadere la pistola. Liz la raccolse prontamente e la puntò contro Weir.
Questa volta fu Phil a essere preso alla sprovvista. Quando aveva visto le due donne sole non si era posto il problema di non avere un’arma. Riteneva che la piedipiatti in gonnella avrebbe esitato prima di far fuoco. Sebbene fosse sull’orlo di un crollo fisico, le avrebbe sopraffatte, si sarebbe impadronito della pistola e poi avrebbe ridisceso la scarpata. Sarebbe sbucato alle spalle degli altri sbirri e in seguito si sarebbe occupato dei soldati. Guardò Liz negli occhi per capire le sue intenzioni. Elizabeth era una ragazza violenta: lo aveva dimostrato più volte, accapigliandosi con Patsy e tentando di accoltellarlo. Ma avrebbe avuto il coraggio di sparargli a sangue freddo? Era possibile. Tuttavia, malgrado le apparenze, aveva un carattere debole; era aggressiva, però facilmente dominabile. La paragonò mentalmente a un piccolo fuoco. Bastava un bicchiere d’acqua per spegnerlo. In date circostanze poteva essere spietata, ma non con lui presente. La conosceva troppo bene e sapeva come imporle la sua volontà.
Liz è una succube.
Le rivolse uno sguardo intenso, carico di tutto il magnetismo che possedeva. “Non puoi uccidemi, amore.”, disse con calma.
Elizabeth era bianca come uno straccio. Paola si stava massaggiando il polso. Weir la indicò con un dito. “Le hai fatto molto male, tesoro. Tu sei forte, lo so. Però io sono più forte di te, e questo lo sappiamo tutti e due. Ti ho già perdonato una volta e ti perdono anche adesso, perché non posso vivere senza di te. Io ti amo.”
“Elizabeth, non sparare!” La voce di Paola risuonò stridula alle sue stesse orecchie. Sapeva che sarebbe dovuta intervenire, ma non ci riusciva. Forse quella ragazza le aveva spezzato il polso, dato che provava un dolore quasi insopportabile; ma non era questo che la tratteneva: aveva paura e, benché se ne vergognasse profondamente, non era in grado di vincerla. Nell’ FBI era considerata una fuoriclasse per le sue doti intellettuali; l’altro lato della medaglia era che non aveva mai lottato, combattuto, ucciso, e ora le tremavano le gambe.
Weir la ignorò. Aveva capito che era fuori gioco ed era concentrato solo su Liz.
Non puoi farcela contro di me.
Avanzò di un passo.
“Fermo, Phil!”, sibilò Elizabeth.
Weir le sorrise. “Anche tu mi ami, Liz!” Quel sorriso incrinò la sicurezza della giovane. La riportò ai tempi felici della Green Valley. Non aveva scordato i baci ardenti che si erano scambiati, la superba arroganza del suo membro che la colmava, la vita semplice e appagante che avevano condiviso. Provò una fitta di rimorso al pensiero di Patsy. Se soltanto fossero andate d’accordo! Ma era lui che amava, e non sarebbe mai riuscita a dimenticarlo.
Weir fece un altro passo. “Coraggio, piccola: dammi quella pistola.”
Elizabeth sembrava impietrita. Phil notò le lacrime che le rigavano il viso. “Ce ne andremo lontano. Solo io e te. Per sempre.” Allungò una mano. Liz tese lentamente la sua per porgergli l’arma, come una giovane sacerdotessa che compie un’offerta votiva a un dio grande e invincibile. Un dio splendente e carismatico, cui è impossibile resistere. Il sole le illuminava i capelli, traendone vivide sfumature purpuree. Il verde degli occhi era profondo, e in quella profondità a un tratto apparvero delle ombre.
Phil sfiorò la canna della P228 Sig, ma un attimo prima che potesse afferrarla lei si ritrasse, premette il grilletto e sparò.
Weir barcollò.
Ma non cadde.
Si voltò e fuggì verso il bosco.
Paola finalmente si riprese. Strappò la pistola dalle mani di Elizabeth. “Sei impazzita?”
Liz si accasciò per terra e incominciò a piangere. “L’ho ucciso”, disse fra i singhiozzi. “Lo amavo, ma dovevo ucciderlo! Tu non gli avresti sparato e saremmo morte tutte e due!”
Paola la fissò per un attimo in silenzio. “Resta qui.”, poi disse. “L’hai colpito al torace. Non può essere andato lontano.” Scosse la testa, avvilita. “Vado a cercarlo. Ma temo che troverò il suo cadavere.”
 
L’uomo che si faceva chiamare Lesh contemplava l’oceano.
La grande distesa d’acqua arrivava fino all’orizzonte: era blu, di una luminosità trasparente, su cui il sole disegnava arabeschi dorati. Poi Lesh abbassò lo sguardo sulla piccola spiaggia che si stendeva davanti al bungalow e osservò la splendida ragazza che si stava dirigendo verso di lui. L’aveva vista tornare dalla barriera corallina e aveva ammirato il suo crawl fluido ed energico. Adesso camminava sulla sabbia bianca, sinuosa ed elegante, come un’attrice. Ma non c’era nulla di studiato in lei. Aveva una classe innata che le permetteva di emergere anche in mezzo a cento persone. Si chiamava Silvia Monti, aveva ventisei anni ed era italiana. Lesh l’aveva conosciuta in Messico. Si erano innamorati dopo pochi giorni e lei lo aveva seguito in quella piccola isola incantata.
Silvia si asciugò i capelli, che erano lunghi e castani, con dei riflessi biondi naturali. I grandi occhi verdi spiccavano sul viso dalla carnagione chiara, che ricordava una bambola di ceramica. Era alta e sottile, ma aveva le gambe muscolose.
Lesh la baciò sulla bocca.
“Mia signora”, disse. “questa sera mangeremo sulla veranda: pesce alla griglia, cucinato dal sottoscritto e innaffiato da una buona bottiglia di vino bianco.”
“Un menu eccellente.”, replicò la ragazza. “Ma vede, messere, io sono più interessata al dopo cena.”

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UN SOGNO AMERICANO 20

LordNinniPhil ricordava che una decina di metri sotto c’era una cengia. Si era lanciato nel vuoto contando di afferrarsi alla roccia; da lì poi avrebbe preso un sentiero che lo avrebbe fatto risalire, portandolo proprio dietro ai due federali. Le sue dita sfiorarono la sporgenza, però non riuscirono ad effettuare una presa sufficientemente salda.
Weir precipitò nel burrone.
Se fosse atterrato direttamente sul fondo della scarpata, sarebbe morto sul colpo; ma, per sua fortuna, le fronde di un albero frenarono la caduta. Weir si attaccò a un grosso ramo, dondolando nell’aria per qualche secondo, quindi si lasciò andare. Evitò per un soffio una fila di macigni acuminati, simili a giganteschi denti aguzzi, e finì in un piccolo specchio d’acqua. L’impatto gli svuotò l’aria dai polmoni. Sebbene fosse estate, l’acqua era talmente gelida che gli ghiacciò i testicoli. Tentò di raggiungere la riva, ma era completamente intorpidito. Dopo poche bracciate, il lago parve risucchiarlo in una morsa d’acciaio. Riemerse con un disperato sforzo di volontà, ma l’acqua lo catturò nuovamente chiudendosi su di lui.
Provava un terribile bisogno di respirare, tuttavia si costrinse a tenere la bocca chiusa e lottò per risalire. Poi le forze lo abbandonarono. Si rese conto che stava per morire, eppure non provò paura: solo un senso di distaccato stupore. Era come se si osservasse dall’esterno e ciò che vedeva non gli procurava alcuna sensazione particolare. Non era lui quello che affogava, bensì un altro Phil Weir, un Phil Weir che non conosceva.
E all’improvviso si sentì felice. Aveva raggiunto il karma. Si trovava in una dimensione parallela fatta solo di luci; il silenzio era assoluto, e provò un senso di pace che non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita. Da molto lontano, lentamente, arrivò un suono ed era una musica bellissima: il fruscio delle foglie accarezzate dal vento, il rumore della risacca, la pioggia che tamburellava sui vetri della finestra in una fresca mattina primaverile.
Tornò nella Green Valley, com’era prima dell’intervento dell’uomo. Rivide i boschi percorsi dalla brezza, i ruscelli gorgoglianti, i prati illuminati dal sole, i fiori dai colori stupefacenti. Sentì il canto degli uccellini e ritrovò le tracce di un vecchio, maestoso, cervo. Assaporò il profumo squisito della natura e rammentò le notti stellate. Le sue labbra si schiusero in un sorriso. Bevve e l’acqua gelida lo riportò alla realtà. Non doveva arrendersi: il suo compito non era ancora terminato. Impresse nelle gambe tutta la forza che ancora gli rimaneva. Incominciò a risalire. Ma la superficie era troppo lontana; capì che non sarebbe mai riuscito a salvarsi. Accettò la morte… e in quel momento respirò.
Era riemerso. La testa gli doleva in modo terribile; aveva male alle ossa; la ferita alla gamba pulsava. Ignorò la sofferenza e nuotò verso la riva. Distava solo pochi metri, ma quando sollevò il capo per guardare scoprì che non esisteva alcuna riva: il laghetto era circondato da un muro di roccia. Un muro privo di appigli che si innalzava ripido e impraticabile, come un mostruoso cilindro.
Phil si mise a dorso per riprendere fiato. Era impossibile uscire da quella prigione di ghiaccio, ciononostante si rifiutò di arrendersi. Scrutò con attenzione la parete della montagna, alla ricerca di una venatura che gli permettesse di arrampicarsi. La roccia sembrava farsi beffa di lui: era liscia come una palla da bigliardo. In quel momento un gorgo lo trascinò di nuovo sotto. Si ritrovò in un inferno di freddo e smise di lottare. Finì contro uno spuntone e la fiammata di dolore lo riscosse per un attimo.
Vide un buco nero che penetrava nella montagna. Non sapeva dove conduceva. Era probabile che fosse a fondo cieco. Tuttavia rappresentava anche l’ultima speranza. Tornò a galla. Fu tentato di ricorrere all’iperventilazione, ma sapeva che era un procedimento pericoloso, dato che riducendo l’anidride carbonica creava un’illusoria tranquillità in carenza di ossigeno, perciò si limitò a un unico, profondo, respiro.
Nuotando soltanto con le gambe, le braccia tese davanti a sé, entrò in un mondo di tenebra. Il cunicolo si restringeva man mano che procedeva, tanto che urtò più volte contro le sporgenze appuntite che costituivano i due lati del tunnel subacqueo. Era sospinto dall’ira, non dal panico. Un’ira violenta nei confronti dei militari, dell’ FBI, di Elizabeth.
Il passaggio divenne ancora più stretto e a un certo punto Phil si trovò imprigionato. Non poteva andare avanti, né tornare indietro. Si sentì soffocare.
Per vincere il terrore liberò lo spirito.
Aum
Incominciò a scalciare furiosamente. Avanzò centimetro dopo centimetro, ignorando i morsi della roccia. Era una situazione da incubo, ma si impose di non perdere il controllo dei nervi. Si spezzò le unghie, raspando contro la parete del tunnel. Il dolore alimentò la sua forza; continuò a nuotare, attingendo a ogni risorsa. Strinse le spalle e allungò le braccia, mentre muoveva le gambe come pistoni. Con un ultimo sforzo immane riuscì a evadere da quella trappola mortale. Il tunnel si allargò, consentendogli di procedere in modo più rapido.
Benché fosse ai limiti dell’esaurimento fisico, aveva trovato nuovo coraggio dalla corrente che lo ostacolava. Questo significava che il fiume sotterraneo portava a uno sbocco. Il problema era quanto lontano fosse, perché i polmoni gli sembravano sul punto di scoppiare. A un tratto vide una luce, probabilmente il riverbero del sole sulla superficie dell’acqua. Lo colse un ardente desiderio di rivedere il cielo, di sottrarsi a quel budello infernale. Nuotò con rinnovato vigore verso la salvezza. Fu sfiorato da una creatura guizzante; pensò che fosse un pesce, forse una trota: era un altro segnale positivo. L’intensità della luce aumentava. Era vicinissimo a quella che doveva essere una sorgente oppure il tratto all’aperto del fiume.
Un ultimo sforzo, si disse.
Poi andò a sbattere contro una lastra di roccia che bloccava il passaggio.
Non sarebbe mai uscito da lì.

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UN SOGNO AMERICANO 19

La valle di Phil 2Weir alzò lentamente le braccia sopra la testa.
Davanti a sé ora vedeva Paola Chianese e Sidney Saryo. Entrambi impugnavano una pistola.
Questa volta sei spacciato, ragazzo!
Lanciò uno sguardo torvo a Liz. Ci voleva poco a capire chi lo aveva tradito. Poi si costrinse a sorridere. “Buon giorno, agente Chianese! A cosa debbo questo onore?”
Rispose Saryo. “Due omicidi, un tentato omicidio e il forte sospetto di altre due “esecuzioni”. Non ha mai conosciuto un certo Freiberg?”
“Perché, dovrei?”
“Adesso basta!”, intimò Paola. “Faccia a terra e mani dietro alla nuca!”
Phil obbedì. Si stese a pancia in giù, chiedendosi cosa aveva spinto Liz a chiamare i federali. Lui non sbagliava mai a giudicare la gente, ma in questo caso aveva preso un granchio colossale. Patsy non era morta per colpa sua, bensì a causa della follia di Elizabeth. Non riusciva a trovare una sola ragione plausibile che potesse giustificare il comportamento della ragazza. Sentì i passi di Paola che si avvicinavano, vide due belle caviglie sottili.
Era l’unica possibilità che gli rimaneva.
Se aveva una dote, era la prontezza di riflessi: ne aveva dato prova sia quando lavorava come broker, sia quando aveva eliminato Jack Straw, Tom Collins e quel lurido trafficante d’armi.
Scattò con la rapidità di un leopardo: afferrò le caviglie della donna e diede un forte strattone verso l’alto. Paola finì a gambe levate.
Weir si alzò e corse verso la foresta. Il dolore lo raggiunse un istante prima del rumore dello sparo. Cadde per terra con un mugolio, ma si rialzò subito. Scartò di lato ed evitò di un soffio la seconda pallottola. Udì un terzo sparo e capì che adesso erano in due a prenderlo di mira. La gamba gli faceva un male atroce, ma sapeva che non avrebbero sbagliato un’altra volta: si tuffò in una macchia di vegetazione, scomparendo provvisoriamente alla vista.
Si tirò su e zoppicando risalì il fianco della montagna. Era menomato e i due agenti erano giovani e in perfetta forma fisica; tuttavia, ignorò il dolore e si inerpicò sulla scarpata. A un centinaio di metri di distanza c’era una grotta, la cui apertura era nascosta da una grossa roccia. Se fosse riuscito a raggiungerla prima che gli fossero addosso, avrebbe avuto ancora una chance. Non erano dei ranger, non sapevano seguire le tracce né individuare ogni anfratto del terreno: erano abituati a muoversi in città, mentre lui conosceva a menadito quella zona. Ci fu un nuovo sparo, che però era indirizzato lontano. Weir strinse i denti e continuò a trascinarsi verso la caverna. Li sentì incespicare; uno dei due doveva essere scivolato. Era pronto a scommettere che non si erano messi delle calzature adatte a un inseguimento nei boschi.
Ora la grotta era vicinissima e con essa la salvezza. Phil si disse che Paola Chianese era un’agente dell’ FBI: laureata, sofisticata, colta, ma che probabilmente, prima di quel giorno, non aveva mai sparato a nessuno. Intuiva che, se l’avesse sfidata a farlo, non sarebbe riuscita a ucciderlo a sangue freddo.
Ma forse l’altro sì.
Si raddrizzò e cercò di accelerare l’andatura.
Malgrado la menomazione, stava guadagnando terreno. Con le loro scarpette da città non riuscivano a tenergli dietro. Ancora pochi metri e avrebbe trovato una siepe; superata quella, avrebbe raggiunto l’imboccatura della caverna. Oltrepassò la siepe, ma a un tratto vacillò. Incominciava ad avvertire la stanchezza, la testa gli pulsava come se avesse la febbre e la gamba gli trasmetteva violente vampate di dolore. Era madido di un sudore malsano, provocato dalla pallottola; la sete lo divorava.
Coraggio, sei quasi arrivato!
Adesso i passi dei suoi inseguitori si stavano allontanando; avevano imboccato una pista che conduceva in direzione opposta. Era la riprova che non si trovavano nel loro elemento. Phil trasse un sospiro di sollievo e si fermò per qualche secondo a riprendere fiato. Il sole stava salendo rapidamente nel cielo; nei punti in cui i suoi raggi filtravano attraverso la cupola di fronde, il sottobosco riluceva di una luce calda e dorata. Un vento tiepido portava con sé un lontano profumo di fiori. Phil si rimise in cammino con l’animo più sereno.
Poi però udì un’esclamazione e comprese che si erano resi conto di aver sbagliato strada. Paola Chianese disse qualcosa a proposito del sangue. Subito dopo i passi tornarono ad avvicinarsi. Weir era in grado di riconoscerli: agili e leggeri quelli della donna, che correva sulla punta dei piedi; più pesanti quelli dell’uomo, che appoggiava prima il peso sul tallone.
Ma ormai era in prossimità della grotta. Un ultimo sforzo e sarebbe entrato nel rifugio. I federali sarebbero passati oltre, senza notare quel nascondiglio incassato nella montagna; avrebbero perso tempo ed energie, cercandolo invano altrove. Una volta che fosse sopraggiunta la notte sarebbe stato nuovamente libero di agire.
Finalmente vide il macigno che celava l’ingresso della caverna. Era facilmente riconoscibile perché sembrava l’opera di uno scultore; infinite piogge lo avevano levigato, conferendogli una forma perfettamente simmetrica.
Ce l’ho fatta!
Barcollò ancora, ma con un enorme sforzo di volontà riuscì a non cadere. Il mondo sembrava ondeggiare attorno a lui, come se fosse una nave investita da una tempesta. Un passo dopo l’altro si avvicinò al pertugio scavato nella roccia. Aveva la mente attraversata da strane immagini: il sorriso di Patsy, un mattino luminoso in cui aveva fatto l’amore con lei, il ricordo nitido dei tramonti che infuocavano la Green Valley. Scrollò la testa e percorse gli ultimi metri.
Gli sarebbero bastati pochi secondi per mettersi in salvo. Ma si mosse troppo lentamente. Sentì le loro voci concitate e capì che erano dietro di lui. Si fermò e si guardò attorno. Fece un profondo respiro e cambiò direzione, correndo per quanto poteva verso un sentiero che portava al valico.
Fu un errore. In quel momento, i federali sbucarono alle sue spalle.
“Fermo!”, gridò la donna.
“Phil si voltò. Ebbe la visione di una cella buia, dove non penetrava la luce del sole. Scorse le fila dei detenuti, tutti ugualmente grigi e disperati. Il suono di una campana avrebbe scandito ogni attimo della sua vita. Una sudicia branda, chiusa fra quattro mura, avrebbe sostituito i prati che tanto amava. Al posto del cielo sconfinato ci sarebbe stato un soffitto polveroso. Il vento non sarebbe riuscito a raggiungerlo, ed egli avrebbe dimenticato la gioia che provava quando lo sentiva sulla pelle. Non ci sarebbe stato più un ruscello in cui lavarsi.
“Mi arrendo.”, disse in tono neutro.
Paola colse una strana luce di trionfo nei suoi occhi. Corrugò la fronte e stava per ordinargli di mettersi a terra, quando Weir spiccò un balzo e precipitò nel burrone che si apriva sotto ai suoi piedi.
 
Paola si affacciò sul baratro. Non riuscì a vedere Weir. La donna si sentiva in colpa. Era stata un’azione preparata male, e la responsabilità di quel fallimento ricadeva su di lei. Non avrebbe voluto che Weir morisse: il suo compito era quello di assicurarlo alla giustizia in modo che fosse processato. Si era comportata con troppa leggerezza, dando per scontato che sarebbe stato sufficiente dire “FBI, non ti muovere!” per indurre Weir alla resa. Invece avrebbe dovuto pianificare con maggiore cura quell’operazione.
Saryo si accese una sigaretta. “Non è stata colpa tua, Magic.”, disse, quasi le avesse letto nel pensiero. La conosceva bene e gli bastava guardarla in faccia per capire che era profondamente amareggiata.
Paola scosse la testa, poi tornò a guardare il burrone. “Dobbiamo recuperare la salma. Sidney, per favore, chiama la centrale. Chiedi un altro elicottero.”
Tornarono stancamente al pick-up e Saryo riferì a Liz quello che era successo. Le sue parole furono accolte da una risata stridula. I due agenti osservarono la ragazza, perplessi. “Non è morto!”, sbottò Elizabeth. “Lui… non muore così facilmente. E adesso verrà qui per uccidermi.”

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La valle di Phil 2Phil seguì una pista che si inoltrava nel folto degli alberi. Dopo una serie di curve, il sentiero si interruppe bruscamente davanti a una parete di roccia. Weir scese di una cinquantina di metri, lungo un pendio scosceso, e trovò un’altra mulattiera, parallela alla prima, che girava intorno alla montagna. Era guidato dal chiarore lunare, quella notte particolarmente intenso, e non ebbe bisogno di usare la torcia elettrica. Si era chiesto più volte chi avesse tracciato quei sentieri, pervenendo alla conclusione che dovevano essere stati gli indiani, in un passato molto lontano.
Proseguì per circa mezz’ora e trovò il passaggio che cercava: uno stretto camminamento che si insinuava fra due pareti rocciose. Si fermò un istante a riflettere. Probabilmente era stato troppo ottimista: pur considerando che Liz era una ragazza forte e agile, un solo viaggio non sarebbe stato sufficiente per trasportare il Kalashnikov, le bombe a mano, i caricatori e soprattutto le due casse di dinamite. Si infilò il maglione che portava allacciato alla vita, perché l’aria era diventata fredda, e percorse la strettoia, cercando di calcolare i tempi esatti che gli sarebbero occorsi. Alla fine si trovò su una terrazza naturale, posta sotto allo spartiacque. Aveva evitato le sentinelle che stazionavano in alto e ora la Green Valley si stendeva ai suoi piedi.
Guardò in basso e sentì che il suo sangue si gelava. Sconvolto, rimase fermo con gli occhi sbarrati.
Quello che vedeva era un paesaggio desolato e terribile. La foresta di pini non esisteva più. La Green Valley era ridotta a una specie di cratere lunare, dove spiccavano grandi costruzioni metalliche, circondate da un muro di cinta, e più all’esterno da un’alta recinzione. Dove un tempo c’era stata la sua baracca, avevano ricavato uno spiazzo che ora era occupato da due vecchi Sea Stallion. Dall’altra parte gli parve di riconoscere la rampa di lancio di un missile. In base alle dimensioni di quella che in tutta evenienza era una caserma, calcolò approssimativamente che dovevano esserci circa duecento soldati.
Li avrebbe uccisi tutti! Quello che avevano fatto era uno scempio, un autentico abominio. E Weir non era così ingenuo da non immaginare a quali orribili esperimenti si dedicassero in quel posto isolato e protetto dai monti. Avevano abbattuto gli alberi; gli animali della valle erano sicuramente morti. Avevano portato la distruzione e il terrore in un luogo sacro, avvelenando la natura, sopprimendo ogni forma di bellezza.
Dovevano pagare.
Immobile come una statua, avvertì l’ira crescere dentro di sé. Cercò di tacitarla, sebbene fosse difficile, per non perdere la lucidità. Scelse la postazione dove si sarebbe messo con l’AK-47. Era un crepaccio nascosto, protetto da un solido spuntone di roccia. Li avrebbe costretti a venire allo scoperto con la dinamite. Si segnò mentalmente i punti più adatti per provocare il maggior numero possibile di vittime. Individuò sulle torrette quattro sentinelle che non gli sembrarono particolarmente attente: era chiaro che si sentivano al sicuro. Chi avrebbe potuto attaccare una remota base dell’esercito degli Stati Uniti?
Io.
A un tratto sentì l’inconfondibile rumore di un elicottero che si avvicinava, ma era quasi impossibile che lo scorgessero.
Si voltò e scrutò in alto. La montagna si profilava contro il cielo, scura e gigantesca. Weir captò la sua collera. Era la guardiana della valle e adesso reclamava vendetta.
 
Non appena l’elicottero toccò il suolo, Paola Chianese balzò a terra. Elizabeth Margraeve li aspettava, a non più di trecento metri di distanza. Paola si incamminò verso di lei, seguita da Saryo. Quando la raggiunse, vide che la ragazza era in lacrime. Paola le cinse una spalla con fare protettivo. “Stai tranquilla.”, le disse. “Hai agito nel modo migliore.”
La telefonata era stata lunga e penosa. Elizabeth alternava brevi frasi a interminabili silenzi. Malgrado la linea fosse disturbata, si capiva benissimo che stava piangendo. Grazie alla sua esperienza, Paola era riuscita a farla parlare; il fatto di essere una donna l’aveva indubbiamente aiutata.
Liz tirò su con il naso. “Non lo so, però non volevo che tutte quelle persone morissero.”
“Hai fatto bene!”, ribadì Paola, sorridendole. “Ora spiegami tutto con calma.”
“Lui… sta esplorando la valle. Poi tornerà per prendere la dinamite. Secondo i suoi piani, avremmo dovuto muoverci la prossima notte.”
Paola annuì. “Perciò adesso è disarmato?”
“Sì. C’è un Kalashnikov, ma è nel mio pick-up.”
“Forse dovremmo avvisare la base.”, interloquì Sidney.
Paola rifletté. “E’ inutile.”, poi disse. “Sta soltanto perlustrando il territorio. Quando farà ritorno qui, lo arresteremo.” Si rivolse nuovamente a Liz. “Vi siete dati un appuntamento?”
“Non preciso. Ma credo che tornerà all’alba.”
“Bene. Non ci resta che aspettarlo.”
Diede la mano a Liz e gliela strinse. Sapeva quanto le stava costando quello che lei a torto giudicava un tradimento; aveva inquadrato la sua personalità: era una donna energica e volitiva, ma purtroppo era stata plagiata da Weir. La ammirò sinceramente per il coraggio che aveva dimostrato chiamandola.
E all’improvviso fu come se si fosse rotto un argine. Liz raccontò tutto, ogni cosa: dal primo incontro con Phil fino all’uccisione di Patsy; non nascose nulla e non cercò di trovare alcuna attenuante. Sembrava un fiume in piena, tuttavia si esprimeva con grande chiarezza. L’umanità di Paola aveva toccato corde nascoste che forse nemmeno lei pensava di possedere. Infine tacque, e il silenzio della notte li avvolse.
Saryo tossì, rompendo quell’incantesimo. “Ero distratto.”, disse a bassa voce. “E non ho ascoltato.”
“Io sì, invece.”, ribatté Paola. “Io ho ascoltato con molta attenzione.” La luna illuminava il suo viso, creando giochi d’ombre; la donna aveva un’espressione severa, ma gli occhi rimanevano nascosti. “Però c’è un problema. Non le ho letto i suoi diritti.”
Scosse la testa. “Quindi è come se Elizabeth non avesse parlato.”
 
Weir distolse lo sguardo dalla Green Valley.
I soldati non si erano limitati a estrometterlo dalla sua valle, negandogli con questo il karma: avevano anche profanato una terra di sublime purezza, trasformando quello che un tempo era stato un paradiso terrestre in un inferno vivente. Da ragazzo Phil aveva letto “The Lord of the Rings”, il famoso libro di J.R.R. Tolkien; ricordava bene le descrizioni di Mordor, la cupa landa del Signore del Male. Ecco, quelle descrizioni si adattavano perfettamente a ciò che era diventata la Green Valley. Erano morti alberi, animali, fiori. Era morto lo spirito magico dei boschi e dei prati. Non esisteva peccato più grave, e la punizione poteva essere una sola.
Quel ricordo ne portò con sé un altro, questa volta legato all’infanzia. Si trovava su una spiaggia, in riva all’oceano, e aveva appena finito di costruire un magnifico castello di sabbia. Nella sua immaginazione quel castello era reale ma, mentre lo contemplava orgogliosamente, fantasticando su cavalieri, principesse e draghi, il gioco fu interrotto da due bulletti che calpestarono la sua creazione. Erano due bambini più grandi di lui, abitavano vicino a casa sua, e anche in seguito lo avrebbero tormentato e mortificato. Poi, però, Weir era cresciuto…
Tornò indietro, cupo in volto. Benché non dormisse da ventiquattro ore, era sostenuto dall’adrenalina.
Si domandò se Liz si sarebbe dimostrata all’altezza del compito che la attendeva. Scrollò le spalle. In fondo, avrebbe dovuto solo portare dei pesi, e magari lanciare qualche bomba. Al resto avrebbe pensato lui.
Il sole sorse a est, illuminando le montagne. Una brezza calda proveniva da sud. Weir si tolse il maglione.
Ritrovò il punto in cui bisognava risalire una scarpata per imboccare il sentiero parallelo. Salì agilmente fino alla parete di roccia; qui giunto, proseguì diretto al pick-up.
Scorse la silhouette di Liz.
Lo stava aspettando in piedi.
Aveva l’aria ansiosa. C’era luce a sufficienza per distinguere l’espressione del suo viso. Sarà tesa per questa sera, pensò. Decise che quel giorno avrebbero meditato: era la maniera migliore per prepararsi. Lui non aveva paura, ma poteva capire che Elizabeth fosse spaventata.
Ormai era a dieci metri da lei.
All’improvviso, si fermò.
C’era qualcosa che non andava. Osservò con attenzione il volto di Liz. Era mortalmente pallido. Le guardò le mani e notò che tremavano.
Era una reazione eccessiva. Mancavano ancora molte ore…
Avvertì come una sensazione di pericolo, però non riuscì a decifrarla appieno.
Liz era stata sorpresa da una sentinella?
Si guardò attorno, ma non vide nessuno. C’erano solo Liz, il pick-up…
Poi sentì dei passi.
E una voce femminile.
“FBI, non ti muovere!”

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La valle di Phil 2Paola Chianese si svegliò di soprassalto. Aveva la netta sensazione che ci fosse un estraneo in casa. Passò rapidamente dal sonno alla veglia, come avrebbe fatto un soldato, e saltò giù dal letto per prendere la pistola. Poi si ricordò che Saryo si era fermato a dormire da lei. Erano anni che non trascorreva tutta una notte con un uomo. Guardò l’orologio: le cinque del mattino. Ma ormai non aveva più sonno.
Si trasferì in bagno, fece la doccia e lavò i capelli che, una volta asciugati, spazzolò fino a farli brillare. Tornò in camera. “Sidney, è tardissimo!”
Saryo socchiuse gli occhi e guardò con aria diffidente attraverso i vetri privi di imposte. “E’ ancora buio…”
Paola stava già preparando una padella piena di uova e pancetta. “Un cavaliere deve fare compagnia alla sua dama!”
L’odore appetitoso della colazione spinse Saryo a seguirla in cucina. Mangiarono in silenzio, bevendo due tazze di caffè a testa. Sidney si accese una sigaretta. “Quell’uomo è molto scaltro.”, disse. “Ma se fossimo arrivati un’ora prima, lo avremmo beccato.” Durante il tragitto si erano dovuti fermare a causa di un incidente: un camionista ubriaco aveva tamponato una macchina, e si era creato un ingorgo pazzesco. Paola scosse la testa. “Non lo avremmo trovato comunque.”
“Poco male, tutto sommato. In fondo ci ha fatto un piacere eliminando quei due delinquenti.”
“Non dirlo neanche per scherzo!”, scattò Paola. “L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono i giustizieri.” Raddolcì il tono della voce. “Tu stesso mi hai parlato dell’omicidio di quel Paul Douglas. Patsy Legrange è scomparsa misteriosamente. E non si tratta solo di questo, Sidney: io ho conosciuto Weir…”
“Lo so.”
“E’ un uomo strano. All’inizio sembrava completamente fatto, poi da un momento all’altro è diventato lucido, di una lucidità impressionante. Non aveva paura: anzi, si è preso gioco di me. Ma quello che mi ha colpita in modo particolare sono stati i suoi occhi. Freddi, privi di espressione. Hai presente i serpenti? Quando ha chiamato Elizabeth Margraeve, lei pareva dipendere in tutto e per tutto da lui. Weir ha una personalità inquietante. Comunque è scappato. Non dico che sia una prova, ma non depone certo a suo favore. Oggi avremo il mandato di cattura.”
Finì il caffè. “Scommetto che anche in manette conserverà quel suo sorriso gelido.”
 
Phil lasciò Liz da un parrucchiere, quindi entrò in un internet-point. Sebbene detestasse i computer, sarebbe stato in grado di fare il cracker. Quando era ancora un agente di borsa, il pc era stato uno strumento di lavoro quotidiano, e aveva imparato mille trucchi. Una volta, per gioco, si era introdotto nel portatile della sua ragazza di allora, scoprendo non pochi segreti. Guardò le ultime notizie. Per il momento non risultava fra i ricercati. Sospirò di sollievo e lavorò per una trentina di minuti, poi uscì e sbrigò delle commissioni.
Tornò al posteggio. Quella notte avevano dormito sul pick-up. Controllò che ogni cosa fosse a posto, passando in rassegna l’equipaggiamento che aveva preparato e chiedendosi se non avesse dimenticato nulla. Quello che gli serviva c’era. Andò a riprendere Liz. Quando la vide, annuì soddisfatto: era in jeans, aveva indossato una maglietta di una taglia più grande, e i capelli rossi le avrebbero permesso di passare inosservata a un esame superficiale. Tra l’altro, le stavano bene. Si complimentò con lei per il nuovo look e puntò verso la Green Valley.
Era una giornata molto calda, afosa; non spirava un filo d’aria. Il cielo era di un azzurro sbiadito, spesso le nuvole nascondevano il sole.
Weir guidava senza parlare, ripassando mentalmente il suo piano. Per la prima volta in vita sua avrebbe ucciso delle persone che non lo stavano minacciando direttamente. Non è vero, si corresse. Era come se gli avessero puntato un mitra contro: a causa loro, rischiava di non raggiungere il karma; sarebbe stato costretto a ricominciare tutto da capo. Non avrebbero dovuto cacciarlo dalla sua valle.
Diede un’occhiata a Liz, rallegrandosi che ci fosse lei e non Patsy; li attendeva un duro lavoro.
Superò la foresta di pini, attraversò il vecchio ponte e raggiunse il primo passo. Qui faceva più fresco, l’aria era pura, il colore del cielo era di un blu profondo. Affrontò la discesa, risparmiando i freni con l’uso costante delle marce. Quando fu in fondo, scorse in lontananza il profilo dei suoi monti. Provò un empito di gioia quasi travolgente. Capì che non aveva mai amato nessuno con la stessa intensità: Rachel, Patsy, Liz, semplicemente scomparivano davanti alla Green Valley. Lì aveva realizzato il suo sogno. Le donne potevano essere sostituite; in fondo erano solo delle pedine, più o meno importanti: ma la valle rappresentava la scacchiera, una scacchiera magica, che era il senso stesso della sua esistenza.
Si fermò in una piazzola e porse un sandwich a Liz. Mentre la ragazza mangiava, scese per sgranchirsi le gambe. Non aveva fame, era troppo eccitato. Si soffermò a guardare le montagne imponenti che avevano protetto il suo regno; chiuse gli occhi e rivide il ruscello dove si era lavato ogni mattina, le foreste maestose, il cielo di una bellezza senza pari. Mancava poco: quella notte sarebbe tornato a casa. Trasse un profondo respiro e risalì sul pick-up.
Al tramonto arrivò in prossimità del valico. Imboccò un sentiero che correva in mezzo agli alberi, lo seguì fino a uno spiazzo nascosto e spense il motore. Più tardi avrebbero trasportato il Kalashnikov, l’esplosivo e gli altri strumenti nel luogo che Weir avrebbe scelto; prima, però, doveva esplorare la valle e scoprire come si erano sistemati i soldati. “Tu aspettami qui, tesoro.” Baciò Liz sulla bocca e scomparve nella foresta.

Elizabeth si sedette per terra a gambe incrociate. Sapeva che l’attesa sarebbe stata lunga. Phil avrebbe dovuto compiere un lungo giro per evitare il valico sorvegliato e scendere nella valle attraverso una via segreta. Avrebbe ispezionato le postazioni militari e al ritorno avrebbe rifatto l’identico tragitto. Lo avrebbe rivisto all’alba. Poi avrebbero agito di notte. Agito… si trattava di sterminare degli sconosciuti che non le avevano fatto nulla di male. Era più che probabile che durante quell’azione lei e Phil sarebbero stati uccisi: andavano a sfidare dei professionisti addestrati, perfettamente armati, che disponevano di automezzi, lanciarazzi, magari anche elicotteri.
Era una follia. Aveva cercato di dissuadere Phil, ma si era dimostrato irremovibile. Il karma. Ma quale dannato karma! Liz non voleva morire a causa dei vaneggiamenti di un uomo che sembrava aver perso il lume della ragione. Quando era vicina a lui, non riusciva a ribellarsi; ma ora, sola nell’oscurità incombente, comprese che doveva fermarlo.
E c’era un unico modo per farlo.
Esitò, combattuta fra lealtà e buonsenso. Fra l’amore che comunque provava per lui e il desiderio di salvarsi. Fra utopia e raziocinio.
Frugò in una tasca dei jeans.
Tirò fuori un biglietto da visita.
Lo fissò per alcuni interminabili minuti.
Poi prese il cellulare e compose un numero.

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