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Archive for the ‘il mondo di Nadia e Ale’ Category

Lady NadiaAlessandra Bianchi, giunge voce che tu sia un tipetto tutto pepe e qualche volta aceto. Abbiamo pensato di farti un po’ di domande perché non c’era nulla da condire e ci serviva almeno un’insalata. Inoltre Tolkien è morto e Stephen King non ci ha risposto.
NADIA Ti sei offesa per questa presentazione?
ALE Assolutamente no!
NADIA Quanti anni hai?
ALE 39. 40 a settembre. Tre meno di te 😛
NADIA Ti piacciono gli uomini, le donne o entrambi? Sei innamorata?
ALE In linea di massima, gli uomini sono più intelligenti. Molte donne sono stupide e ignoranti. E’ terrificante sentire due o tre donne parlare fra loro, o ascoltare i loro discorsi in palestra, sotto la doccia. E’ più che terrificante vederle aggirarsi in un negozio senza avere le idee chiare! Naturalmente esistono le eccezioni, come nel caso delle inglesi: se un’inglese è bella, è bellissima. E naturalmente non mi riferisco alle amiche di WordPress; avere un blog, di qualsiasi cosa tratti, è sinonimo di intelligenza, cultura, vivacità. Innamorata? Forse.
NADIA Cosa ami di te e cosa cambieresti?
ALE A livello fisico, mi piacciono le mie gambe, però sono piallata 🙂 Per quanto riguarda il carattere, amo la mia determinazione ma non amo la mia impulsività.
NADIA Se potessi rinascere in chi ti vorresti reincarnare?
ALE No, grazie. Ho già dato.
NADIA Sei famosa per la tua impulsività, e lo hai appena ammesso. Perché non hai ancora imparato a contare fino a 10?
ALE Insegnami tu come si fa, cocca!
NADIA Se fossi un cecchino a chi spareresti?
ALE Escludendo Isis e consimili, sicuramente a Trump. E magari anche a Salvini.
NADIA Provieni da Splinder, giusto? Di’ esprimendoli in una sola parola tre pregi e tre difetti di quella piattaforma?
ALE Partecipazione, entusiasmo, curiosità, nel senso buono del termine. Difetti: malfunzionamento tecnico e i maledetti pvt che detesto. Mi fermo a due.
NADIA Ora sei su WordPress da alcuni anni. Cosa ti piace e cosa detesti di questa blogfamily?
ALE E’ fredda, c’è pochissimo movimento, spesso è un vero e proprio mortorio; direi che non è affatto una blogfamily. Pregi? Al momento non ne trovo.
NADIA Hai mai messo un “like” a qualcuno non ritenendolo meritato? Se sì, perché?
ALE Certo! A tutti i tuoi post. Il motivo? Volevo consolarti, visto che a calcetto ti straccio 😀
NADIA Ti ritieni brava a scrivere? Da uno a dieci che punteggio ti daresti? E a Clancy che punteggio daresti? E ad Agatha Christie?
ALE Non sta a me giudicarmi. Comunque mi darei la sufficienza. Clancy? Sarebbe da otto, se il suo Jack Ryan non fosse così terribilmente mieloso: “Ti amo, piccola! Lo sai che ti amo.” Bleah! Lei non l’ho mai letta.
NADIA Il peggior commento che hai lasciato in qualche blog?
ALE Sei un fascista, o qualcosa del genere. Me ne pento ancora adesso, perché si tratta di un amico.
NADIA Il peggior commento che hai ricevuto nel tuo blog?
ALE Tipo che non sono capace di fare un plot, termine peraltro a me un po’ oscuro, ma chiaramente non era un elogio.
NADIA Spesso hai minacciato di chiudere i battenti, di farla finita con WordPress. Perché poi non è successo?
ALE Perché ho deciso di infischiarmene. Quando ho voglia posto e non mi interessa stare lì ad aspettare i commenti. Se qualcuno ha voglia di leggermi, bene, altrimenti pazienza. Mi bastano anche quattro commenti. Non ho più di queste ansie.
NADIA Pensi che nel blog, online, si possa instaurare una vera amicizia oppure credi che questa possa nascere solo se ad una conoscenza online ne consegua una frequentazione nella vita reale?
ALE Io escludo a priori l’idea di conoscere “fisicamente” qualcuno. Tu, infatti, sei mia amica “da prima”; ciò non toglie che possa nascere un’amicizia virtuale con una persona per qualche verso affine. Anche più di una, se è per questo.
NADIA Molte volte hai elogiato la bravura di altri più della tua. Mancanza di autostima o eccesso di cuore?
ALE Be’ sarebbe curioso se mi autoelogiassi, non trovi?
NADIA Il tuo curriculum di scrittrice vanta tre pubblicazioni cartacee. Pensi che se ne possa aggiungere una quarta?
ALE Una quinta… Dopo “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, “Sognate con me”, “Alex Alliston”, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, ho mandato “Matrioska” a una casa editrice. Vedremo.
NADIA Scrivi ancora con l’entusiasmo di dieci anni or sono (quando hai iniziato, giusto?) o questo è calato?
ALE In realtà ho incominciato a scrivere a sedici anni, romanzi horror ponderosi e noiosissimi. L’entusiasmo va e viene, a seconda dei giorni.
NADIA Cosa ti piace mostrare agli altri attraverso le tue storie?
ALE Più che mostrare, direi suscitare. Suspense, disgusto se manca quella. Lo dice Stephen King: se non riesco ad appassionare, voglio almeno colpire duro. Condivido.
NADIA Quale è stata la bugia più grande che hai raccontato sul tuo blog?
ALE La storia dello stupro, ma era finalizzata al libro (“Lesbo”). Solo che, essendo descritta in prima persona, appariva reale. Modestia a parte, è una scena forte, che su Splinder creò scalpore. E fece piangere più di un lettore.
NADIA Scrivi per te o per piacere agli altri.
ALE Entrambe le cose. Anche se nel blog ho scritto (è ancora King): “Io credo che ci siano due tipi di romanzieri. Quelli inclini all’aspetto più letterario o “serio” esaminano ogni possibile soggetto alla luce di questo interrogativo: che significato può avere per me scrivere questa storia? Quelli il cui destino è di scrivere anche romanzi popolari si porranno prevalentemente una domanda molto diversa: che cosa può significare per gli altri che io scriva questa storia?”
NADIA Il post più brutto che hai scritto?
ALE Non ricordo il titolo. Parlava di un uomo che rimpiangeva l’amata, ma alla fine si evidenziava che in realtà rimpiangeva il “concetto” di amore, poiché non aveva mai avuto una donna. A me sembrava chiaro, però NESSUNO lo ha capito, e io ho sempre sostenuto che se un racconto non viene compreso la “colpa” è di chi scrive, non di chi legge.
NADIA Il miglior post in assoluto: the winner is…
ALE Mio? “Aqualung”. Di altri? “Fiabilandia” del grande Briciolanellatte. E’ uno scritto stupefacente. Lo puoi trovare negli archivi di Caffè Letterario.
NADIA La volta che sul blog ti sei arrabbiata di più. Racconta.
ALE Quando Mari fu inserita in una rubrica che si chiamava “Dimmerda”. Scrissi “Ale Vs I Discutibili” (è il nome del gruppo che aveva tale rubrica). Loro vennero… li feci a pezzi. Quando voglio, sono durissima.
NADIA Sei su un’isola deserta, hai da mangiare e da bere. Potresti farti recapitare soltanto un altro oggetto. Cosa sceglieresti?
ALE Un cd senza lettore? Un libro può essere considerato un oggetto? Allora, “The Lord of the Rings” di Tolkien. Se non vale, il mio pigiamino con gli orsetti.
NADIA Preferiresti uscire a cena con un perfetto ignorante o con un intelligente borioso?
ALE La seconda che hai detto: l’ignorante resta ignorante, all’intelligente farei calare le arie.
NADIA Salveresti un povero ladrone?
ALE Certamente. Ricordiamoci del messaggio di Gesù.
NADIA Salveresti un cattivo politico dalla gogna?
ALE Soltanto in caso di pentimento.
NADIA Sei d’accordo con la pena di morte?
ALE No!
NADIA Potendo chi massacreresti di parole? E di botte?
ALE Di parole, ancora Trump. Di botte… se non avessi paura di prenderle, se avessi l’assoluta certezza di non prenderle… te 🙂 Scherzi a parte, ho fatto a botte una sola volta in vita mia, da ragazzina, con una francese che mi aveva chiamato “sale italienne”.
NADIA Chi vorresti che notasse il tuo blog? Un regista, uno sceneggiatore, uno scrittore, una persona sola… dimmi tu.
ALE Un regista! Sai che spasso sarebbe sedermi in un cinema e vedere Monica Squire sullo schermo?! Oppure Carrick?!
NADIA Sei lunatica? Se sei lunatica potresti spiegare il perché? Se sei lunatica potresti spiegare il perché, secondo te, ti sia capitata questa domanda?
ALE Mi appello al quinto emendamento.
NADIA Sei sincera?
ALE Sì. Sempre.
NADIA Grazie mille per la collaborazione. Un saluto, cara Alessandra Bianchi.
ALE Grazie a te, chérie!

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Nous sommes du soleilSuccede che due amiche decidano di scrivere insieme e quindi di suonare per voi la stessa melodia, a 4 mani.
Oppure capita che questa musica accompagni un “passo a due” dove ciascuna lascia fluire il suo corpo e la sua mente in una personale danza disegnata dalle parole.
Ecco che lo stesso titolo e la stessa storia possono rappresentare due personalità differenti legate da una bellissima affinità.

Troverete perciò un racconto omonimo anche sul blog di Lady Nadia.

Beve un sorso di birra ghiacciata direttamente dal barattolo, poi torna al bourbon.
E’ seduta davanti alla grande finestra panoramica e osserva, forse senza vederlo, l’oceano solcato da barche con le vele sgargianti. E’ una giornata limpida, il sole nel cielo terso, un leggero vento che soffia regolare.
Jane Hathaway. Un tempo, signora Mills, e prima ancora signora Cross. Quarantacinque anni portati in modo superbo, un fisico perfetto, malgrado l’alcool e le troppe sigarette. Genetica. Da ragazza praticava diversi sport e anche questo può aver influito. Occhi azzurri (solo un po’ freddi), poche rughe nascoste dal trucco, capelli biondi raccolti a coda di cavallo. E’ scalza. Indossa pantaloncini jeans celesti che si fermano ben sopra al ginocchio, rivelando le gambe snelle ma atletiche, e una maglietta blu.
Il signor Mills ha avuto la brillante idea di andare a sbattere con la Mercedes contro un camion. Guidava completamente ubriaco. Jane ha ereditato la villa e cinque milioni di dollari. Il dottor Cross si è risposato con un’attricetta e vive a New York, dall’altra parte dell’America. E poi… c’è Susan Cross, Suzie, ventiquattro anni.
Suzie.
Suzie!
Jane si contorce sulla chaise longue, quindi si versa nuovamente da bere. Fruga nel pacchetto, appurando che le sigarette sono finite. Si alza e va a toglierne un altro dalla stecca.
Quando era bambina le tirava le trecce. Non era una bimba capricciosa o dispettosa, però a volte rompeva qualche oggetto. Jane le tirava le trecce. Con forza, perché le piaceva farlo.

“Non mi vuoi bene, mamma!” Susan ha le lacrime agli occhi, in parte per il dolore, in parte per la consapevolezza (è matura per la sua età, e in più è intelligente) che quel gesto è esagerato, troppo violento.
“Certo che te ne voglio.”, mente Jane e intanto pensa: volevo un maschio, piccola strega!
“Mi hai fatto maleee!”
“Lo meritavi e adesso zitta.”
“Lo dico a papà.”
Lo schiaffo parte improvviso. Farebbe maleee a una donna adulta, Suzie finisce per terra.
Fine della discussione, almeno di quella discussione, simile a molte altre.

Mia madre mi picchiava?, si domanda oziosamente Jane mentre traffica con l’accendino che sta cominciando a perdere colpi. Certo che sì, me le suonava di santa ragione, anche a sedici anni. Ladra di felicità, mi alitava addosso, convinta com’era che le avessi rubato l’amore del marito. Quando ci provò qualche mese più tardi, comunque la stesi; da allora non ha più alzato le mani.
L’accendino è andato, risentita Jane va in cucina dove trova dei fiammiferi. Al ritorno nel soggiorno – ampio, spazioso, galattico, sosteneva Mills – la accoglie la visione del sole al tramonto: giallo, rosso, arancione; l’oceano sembra un mare di fiamme, roba da poeti del cazzo, pensa distrattamente lei. Sigaretta e nuovo giro di bourbon. Rimorsi? Se ci sono, sono vaghi, come vago è il tiepido affetto che nutre per Susan. E’ superato dall’irritazione provocata dalla restituzione del bonifico: la sciocca Suzie ha rifiutato un milione di dollari! Ovviamente, non si è degnata di rispondere alla sua lettera, sebbene fosse una lettera perfetta, studiata fin nei minimi particolari.
Ladra di felicità? rimugina aspirando una boccata di fumo. Un’idiozia, nata dalla mente contorta della madre; in quanto a Susan?
Be’ lei si era invaghita di John. Bella è bella, fuori questione, c’era la fila davanti alla porta, doveva soltanto scegliere nel mazzo; ma sposare un tossicodipendente, ubriacone, sarebbe stata una follia, escludendo la questione dei soldi. Money! Spesso tutto si riduce a questo. Obladì-obladà eccomi qua, canticchia ripensando al vero motivo per cui decise di intervenire, alla sua maniera, si intende. La ragione principale non aveva nulla a che vedere con l’amore che una mamma prova per la figlia. Il tossico era ricco, e pure attraente: dato che non lavorava (a che serve lavorare, se hai già una montagna di dollari, e sei privo di ambizioni?) aveva il tempo per portarti ovunque, nei luoghi più esclusivi del mondo, magari anche su Marte. Navicella spaziale Susan. No: navicella spaziale Jane. Lo stabilì nel momento stesso in cui lui fece cilecca a letto. Dopo, le confessò che era la prima volta; ergo con la dolce Suzie aveva funzionato, magari alla grande (questo non poteva saperlo). Inaccettabile. Ci avrebbe pensato lei a dargli la scossa giusta.
“Ce l’hai piccolo baby! Inoltre, non funziona bene. Facciamo un gioco?”
Copiava spudoratamente un vecchio film con Jon Voight, il padre di Angelina Jolie: si rivelò una mossa astuta. “F” come finocchio?”
In risposta, un ringhio.
Dopodiché l’erezione.
Al diavolo la piccola Suzie, aveva pensato soddisfatta.
Adesso l’oceano è una grande macchia di inchiostro nero. Altra roba per poeti cerebrolesi. E’ ora di cena; giusto per abitudine Jane prepara un sandwich a base di burro d’arachidi che lascia a metà.
Poi bourbon.
“Voulez-vous coucher avec moi ce soir?”, aveva canticchiato lui, stonando orribilmente.
“Oui. Je suis Lady Marmalade.”
Il resto? Una naturale conseguenza.
Accende il lettore. Nous sommes du soleil, un vecchio disco degli Yes, scovato per caso in rete. Da ragazza ascoltava molta musica inglese. Mentre le stelle spuntano sull’oceano, accompagnate da una pallida luna, inizia a danzare, sinuosa, felina. Un uomo impazzirebbe a vederla. I ricordi emergono non invitati, e non le piacciono. Ladra di felicità. Chi? Lei o Susan-Suzie? Susan-Suzie venuta al mondo con il preciso scopo di diventare più bella di lei, in maniera da rubarle la scena. Una invecchia, l’altra cresce; una perde colpi, l’altra si trasforma in una regina. E la regina buona sostituisce la regina cattiva.
Si ferma. Bourbon. Birra. Sigaretta.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
Oh, sì, forse avrei dovuto amarti, proteggerti, raccontarti una fiaba per farti addormentare, per farti sognare le fate. Invece, credo che tu sognassi solamente streghe, magari con la mia fisionomia. Rubarti John Mills è stato facile, ma sarebbe morto comunque, anche se avesse sposato te: non è questo il punto.
Il punto è “prima”. Il punto è che i rimorsi in realtà ci sono, affiorano lentamente, vengono su dalle profondità del mare, dagli abissi popolati da spettri ghignanti, e da orribili mostri. Lava e gelo. Lava e gelo. Vulcani sotterranei che vomitano fiumi di sangue, pronti a inghiottirti. Lava e gelo. Il freddo nelle ossa, il sapore dell’alcool, la testa che ondeggia.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
“Oh, sì, piccina!” Come vorrebbe dirlo, adesso! Ma dirlo sul serio. Dirlo col cuore.
Purtroppo, il passato non ritorna, non è possibile cambiarlo. Ciò che è stato è stato, e via con le banalità. Intanto, la testa continua a ondeggiare. I ricordi picchiano duro, squali spietati che divorano brandelli di cuore. E immagini, flash, come in una giostra infernale, dove i diavoli ti aspettano e i dannati urlano veramente di paura; nessun angelo potrà salvarti. Infine, giungono i topi, fanno a pezzi il corpo di una bimba.
“Non mi vuoi bene, mamma!”
La ladra di felicità barcolla, vomita sul pavimento; a quattro zampe raggiunge il mobile, si rialza a fatica, apre il cassetto.
E’ freddo il contatto della pistola in una notte di ghiaccio.

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Racconti dal lagoTempo addietro sottoposi all’attenzione dei miei amici il talento di Lady Nadia. Sono una brava talent-scout: lei ha sfondato con il suo blog, e non solo: ha vinto un importante concorso con un magnifico racconto, “Sorbole!”. E’ una ragazza in gamba, simpatica, intelligente e vivace, ed è brava anche a tirare con l’arco! Farà molta strada. Sono fiera di essere sua amica! Difetti? Be’ il carattere. Non riesce a contare fino a tre (dieci è fuori questione). Ma questo è sinonimo di sincerità.
Nadia, dilly ding dilly dong:-)Sorbole!nadia

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Zenit e NadirQuesto è il mio primo appuntamento con te, che ormai conosco da anni ma che non ho mai realmente incontrato (forse intendo toccato).
Tutto è nato da un blog, come ce ne sono a milioni. Il tuo “avatar”, soltanto un bel viso, aveva rapito da subito la mia attenzione e poi, pian piano anche il mio cuore con i tuoi interventi sempre appropriati, allegri, intelligenti e tutti quei complimenti che, come sai, talvolta persino detestavo.
Forse in questo periodo della mia vita sono fragile. Forse la tua simpatia e la tua cultura mi hanno disorientata. Probabilmente adesso ho solo bisogno di qualche chiacchiera differente e di un po’ di compagnia.
A volte il quotidiano è così scialbo da fare accapponare la pelle, spesso la gente che incontro è così superficiale…
Noi invece, abbiamo discusso di vita e di morte, di bene e di male, di angeli e di demoni.
Di sogni.
Di sogni che prepotenti, giorno dopo giorno, sono divenuti sempre più reali, scacciando il quotidiano, isolando me dal mondo, dal lavoro e dalla mia vita.
E tu? Ho bisogno di sapere cosa provi, di andare oltre le parole. Mi necessita sapere se sei sincero, e questo potrò deciderlo soltanto vedendoti.
Sono enozionata. Tremo.
Fin’ora non sono mai riuscita a trovare l’uomo giusto, forse in internet è più facile! Nella vita, durante una prima conoscenza, si osservano contemporaneamente un sacco di cose, invece noi ci siamo presi, prima, solo per la testa, poi, inaspettatamente per il cuore.
Quanto ho desiderato toccarti, vederti… E ora devo sapere come sei! Alto, basso, magro, muscoloso, obeso… nulla ha più importanza, almeno credo.
Non dormo più sonni tranquilli, avvolta da dubbi e da sensi di colpa, da mille domande che avrei da farti ancora, e ancora, ma solo con i miei occhi riflessi nei tuoi.
E nei miei sogni, ormai consueti, la forma del tuo corpo è sempre vaga, sfumata, avvolta dalla nebbia.
Soltanto una notte ti ho sognato più nitidamente del solito. Eri su un treno, seduto su un sedile in pelle blu un po’ sgualcito. La tua aria pulita, ordinata, contrastava con quello squallido carrozzone. Indossavi dei jeans e stavi scrivendo, con una penna stilografica, sopra un blocchetto a righe un poco ingiallito che aveva tutta l’aria di essere vecchio e zeppo di appunti. Ogni tanto inclinavi la testa, appoggiavi la tua penna a quelle labbra carnose e rosee che mille volte ho osservato nel tuo “avatar” e, riflessi nel finestrino, potevo osservare di sbieco i tuoi occhi meravigliosi e vispi che, assetati di spunti cercavano di comporre una storia. E sapevo. Sapevo benissimo che quella storia sarebbe stata ancora una volta per me, solo per me.
Sai, potevo addirittura annusarti, ero ormai vicina. Mi stavo chinando per abbracciarti, per farti sussultare, per sussurrarti nell’orecchio che ti volevo bene. E ti avrei dato un bacio sul collo, delicato, per sondare la tua reazione. Invece mi sono svegliata, di soprassalto, in un lago di sudore comunque emozionata, felice.
Poi é giunta la delusione, schietta, rapida, troppo onesta.
E’ sempre così: perché i sogni svaniscono sul più bello?
Nessuno sa che ormai, per noi, non conta più nemmeno il numero di visite dei nostri blog e neanche i commenti che riceviamo. Io scrivo per te e tu scrivi per me. E questo è chiaro. Da anni.
Oggi possiamo comporre una storia insieme, a quattro mani, farci trasportare dalle pause delle parole nella musica del silenzio, dell’ascolto, della voglia.
Mi chiedo se il contatto reale, “fisico”, sarà struggente e non deluderà; se trovandoci finalmente una davanti all’altro avremo una reciproca conferma: che tutto questo è un’opera meravigliosa del destino.
Muoio dalla voglia di sapere se proveremo la stessa attrazione che, come una calamita, ci attirava ogni volta, nei nostri commenti, per iscritto, a dare una risposta dopo l’altra, a raffica, per ore; la stessa che ci spingeva impotenti ed arrendevoli a cercarci, a scherzare, appena potevamo, in ogni attimo libero: tra il lavoro e un ottimo pasto, tra Milano e Palermo, Roma o Firenze.
Talvolta, la stessa calamita, ci faceva anche scontrare, esattamente come magneti opposti, rivoltati quel giorno nel verso sbagliato. A volte eravamo come lo Zenit e il Nadir. tuttavia, per una sorta di equilibrio non potevamo fare a meno uno dell’altro. Non più, da troppo tempo.
Un po’ di paura? Certamente, sì, non posso negarlo. Quella è inevitabile. Però, al di là del timore, di alcuni piccoli dubbi, sento che sarà un momento magico, in grado di dare un senso diverso alla mia vita, di condurmi per qualche sconosciuta via, certamente impervia, sicuramente pericolosa. Ma se oggi sono qui è perché in cuor mio penso che potrei  amarti.
Ti ho scritto, descrivendo come mi sarei vestita. Mi hai risposto in modo enigmatico: “Io avrò in mano un libro, Chi manda le onde.” Nient’altro. Ma che importa?
Ciò che conta è incontrarti.
Il bar della stazione è piccolo ma accogliente. Ci sono pochi avventori. Faccio girare lo sguardo, soffermandomi dapprima sui volti, poi sui tavolini.
Poi vedo il libro.
Resto di ghiaccio.
Ad un tempo sento caldo e freddo, Zenit e Nadir. Uno specchio posto di fronte a me, sull’altro lato della sala, mi rimanda l’immagine di una donna paonazza in viso. Voglio uscire, voglio scappare, prendere il primo treno e andare lontano. Invece, mi dirigo a grandi passi verso la creatura falsa, infida e bugiarda, che mi sta osservando di sottecchi.
“Perché?” I miei occhi sono gelidi, la voce vagamente stridula, sebbene la volessi dura, aspra, tagliente.
“Perché ti amo.”
Accolgo quell’affermazione con un sorriso cattivo. “Se fosse vero, se tu mi amassi, mi avresti risparmiato il tempo ed il costo del viaggio.”
Mi indica la sedia.
Scuoto la testa. “Non se ne parla neanche!”
“Ti prego. Solo un minuto. Ti prego!”
Prendo posto di malavoglia per ragioni che non capisco, forse a causa del tono con cui mi ha supplicato, forse in nome di quanto c’è stato fra noi, forse… forse… non lo so, e in fondo non mi interessa saperlo. A un condannato a morte non si nega l’ultima sigaretta, e gli occhi che mi fissano imploranti ricordano proprio l’espressione di una persona destinata al patibolo.
“Perché?”, domando ancora. Si presenta una cameriera, ordino un caffè e scruto con attenzione il volto di chi ha voluto giocare con i miei sentimenti. E’ bionda, attraente, quasi bella, i capelli a coda di cavallo, gli occhi azzurri. Mi correggo mentalmente: “è” bella, e se fosse meno angosciata lo sarebbe ancora di più. Io sono alta, atletica, bruna; lei – non conosco ancora il nome! – è esile. Zenit e Nadir.
“Mi chiamo Lucia.”, dichiara, come se mi avesse letto nel pensiero. Mi tende la mano; dopo un momento di esitazione, gliela stringo con tutta la forza che ho, ben consapevole di farle male, e infatti sussulta, mentre sulle sue labbra appare una smorfia di dolore. Torna la cameriera e lascio la presa per prendere la tazzina. “Perché?” Sembro un disco rotto, lo so, ma esigo una risposta.
“Mi sono innamorata di te, della tua anima, della tua arguzia, della profondità dei tuoi pensieri; all’inizio mi sembrava impossibile, irreale, non sono una… insomma non amo le donne, però ogni giorno che passava il mio sentimento cresceva, fino a soffocarmi. Ti pensavo al risveglio, ti sognavo la notte. E ora sono qui, con tanta paura.”
“Ma… per quale ragione hai scelto un avatar maschile?”
Lucia annuisce, è una domanda logica. “Nel blog ho messo il mio mondo, lì ci sono il mio cuore, le mie pulsioni. Non volevo che certe persone leggessero ciò che scrivevo, che entrassero nei miei segreti più intimi. E, comunque, alla fine scrivevo solo per te.”
“Anch’io.”, mi lascio sfuggire. Mi morderei la lingua. Finisco di bere il caffè in silenzio.
“Dovevi dirmelo!”
“E’ vero, mi è mancato il coraggio. Ho pensato che fosse meglio farlo faccia a faccia.” Sorride timidamente. “E invece adesso mi tremano le gambe.”
La fisso, cercando un’ombra di malizia, un meschino sotterfugio, un altro inganno. Ma quegli occhi non mentono. E’ molto pallida, le tremano lievemente le mani, e non per via della mia stretta di poco prima. La odio, la detesto, ha creato un magnifico sogno per poi rubarmelo. La disprezzo.
“Te ne andrai, vero?”
“Puoi scommetterci!” Però, non mi alzo.
Mi sento investita da mille emozioni contrastanti: il rancore, la delusione, il desiderio di vederla piangere, ma, come da lontano, da un universo parallelo, mi giunge il ricordo di quello che ci siamo scritte, dei nostri mondi magici, delle ore trascorse con lei, del mio amore che da ruscello si trasformava in fiume, e infine diventava un vasto mare, illuminato da stelle sempre presenti, percorso dal gentile soffio del vento, solcato da barche dalle vele sgargianti, e in una di esse – la più bella – c’eravamo noi, io e… e… Lucia. Strette in un grande abbraccio. “E’ una donna!”, mi dico stizzita. “Non c’è posto per lei nella mia vita.”
E dunque mi alzo.
Le volto le spalle, senza salutarla. Mi avviò all’uscita. Che soffra! Se lo merita.
Poi mi fermo. Mi giro verso di lei.
Sì, è una donna. E quanti uomini stupidi ho incontrato? Quanti maschi ottusi, vanagloriosi, egoisti?
Lei..
Scuoto di nuovo la testa. Cerco di comprendere, benché sia molto difficile.
Impossibile.
Forse.
Torno indietro.
Mi siedo.
Lucia ha le mani appoggiate sul tavolo.
Le copro con le mie.

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diario1Decidiamo di ritrovarci l’indomani allo stesso posto e alla stessa ora.
E’ stata una giornata di sole, molto più calda del consueto; e io ho trascorso gran parte del tempo a scrutare il cielo azzurro e a riflettere.
A furia di pensare, ponderare, sollevare dubbi per poi cancellarli, a un tratto sono stato colto da una nuova intuizione, alquanto diversa dalla precedente. Ma non posso di dire di esserne sicuro: cos’è un’intuizione, alla fine? Su quali basi si regge? La matematica, la fisica, si basano su intuizioni? No. Sì.
Paola appare decisamente diversa dai nostri precedenti incontri. Più serena, rilassata. Indossa jeans molto stretti, scarpe da ginnastica, una maglia che le allarga le spalle; sembra un’altra donna.

Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.

E in quel diario c’era una cartolina. Una pura dimenticanza… o qualcosa di profondamente diverso. Prendo la mia birra e per un istante colgo nei suoi occhi un lampo di malizia. Solo un istante, solamente un attimo, però appare…

“Accetto il tuo aiuto!” Mi sorprende senza troppi giri di parole.
Incredulo la osservo sorseggiare la sua birra mentre appoggia le sue belle labbra ancora indecise sull’orlo del bicchiere e socchiude un po’ gli occhi. Oggi mi appare davvero diversa. La vedo forte quella strana luce provenire da lei ed espandersi fino a coinvolgermi in un quasi abbraccio, e in me si consolida l’ipotesi che Paola, per quanto mi riguarda, può davvero essere una creatura magica. Un diario ritrovato nella corteccia di un albero nel bosco, il mio morboso interesse verso questa vicenda proprio ora che l’apatia aveva fortemente intaccato ogni mia giornata privandola di qualsiasi speranza, di entusiasmo e di voglia di fare. Questa forse non si può chiamare magia?
E se invece mi fossi solo fatto suggestionare da ciò che ho letto, desiderando qualche stimolo, qualcosa di nuovo che potesse ridare del dinamismo alla mia vita; se soltanto fosse stato questo il risultato?
Per qualsiasi sconosciuta causa mi sento trascinato a mulinello verso abissi sconosciuti, ma anche assolutamente desideroso di scoprirne ogni minimo dettaglio, ogni particolare nascosto, a me golosamente offerto.
Lei aspetta, è tesa. Ci tiene molto, ha bisogno di me. Il suo piede batte veloce e senza tregua sotto il tavolo, facendo vibrare tutto ciò che vi è appoggiato.
Mi sento improvvisamente spinto dalla gratificazione e rispondo: “Dimmi tutto, cosa posso fare per te?” Anche se mi rendo conto di avere le mani sudate e la fronte umida. Forse sono eccitato all’idea di poter essere parte integrante di questa assurda storia e di poter in qualche modo aiutare la donna di fronte a me a risolvere un grosso problema. Per la prima volta, e non mi capitava da svariati anni, mi sento finalmente utile.
Lei pare sollevata ma solo per poco, subito ripone lo sguardo nel suo bicchiere, noto che ha le mani tremanti. Mentre con l’altra mano si carezza la nuca e i capelli castani, la sua voce roca prosegue ipnotica: “Ti devo confidare che… mio marito…” e ora cerca con lo sguardo il mio appoggio. Io invece, dal canto mio, sono già più che certo che non la pianterò mai in asso. Le devo molto, si è fidata di me. Infatti dopo aver letto nei miei occhi pieno interesse prosegue: “Tra noi non va molto bene… E’ pericoloso. Credimi! Ho paura di lui, tanta paura! Negli ultimi anni, senza un motivo, è diventato sempre più violento. E mia madre, non la soffriva proprio. Non si sopportavano e dopo tutto quello che ha fatto, ed è stata davvero pessima in ogni cosa e verso di me, la odiava con tutto se stesso. Non che avesse torto nel considerarla una buona a nulla ma ha esagerato.”
Paola si guarda attorno, appoggiando sul tavolo il bicchiere, quasi a voler misurare la distanza che ci separa dagli altri tavoli e dalle altre persone e poi, bisbigliando appena, sporgendosi in avanti verso di me aggiunge: “L’ha uccisa! E’ brutto da dire ma io, inizialmente, mi ero sentita sollevata. Ma non è facile convivere con un tale segreto, con questo rimorso e per quanto io odiassi quella donna… non avrei mai commesso un gesto così efferato. In verità ci avevo pensato anch’io, più volte. Ma se non avesse agito lui, beh, io non l’avrei fatto veramente. Mai. Comunque, il problema è anche un altro: in quest’ultimo periodo mio marito è eccessivamente nervoso e si mostra assai insofferente anche con me, temo molto per la mia vita, ho visto di cosa è capace e ti assicuro che non riesco più a vivere tranquilla, ho l’ansia e sto male. Sto male!”
Io rimango di stucco, col mio bicchiere a mezz’aria, con la sensazione di dover rispondere ma senza sapere proprio cosa dire. Non immaginavo nemmeno lontanamente un intrigo del genere.
Per fortuna riprende lei la parola:” Mia madre mi odiava, beveva, era un’alcolizzata. Mi picchiava, mi trattava male, era assente e soprattutto, sin da piccola, ha trascurato la mia malattia: l’artrite reumatoide. Ed ora mi ritrovo qui, con un sacco di dolori, con le ossa di cristallo e non si torna più indietro, si può solo peggiorare. Non ci sono cure, solo palliativi. E inoltre mi ha reso sterile. Sterile capisci? Questa malattia a causa delle medicine che devo assumere mi ha impedito di avere una vita felice, di avere figli, una normale famiglia.”
Noto delusione e i suoi occhi si fanno lucidi. Anche i miei, forse.
Certo, i suoi guai sono più grandi di quello che pensavo, mi sento catapultato in un film giallo, ma non ci sto bene sulla scena. Sono impacciato, inesperto, impaurito. Cerco di nasconderlo come meglio posso.
Mi morsico le labbra, ne stacco qualche pezzetto di pelle secca e, senza farmi notare la ingoio con l’amaro di queste rivelazioni.
“Allora mi aiuterai o ti tiri indietro?” Mi domanda sgranando gli occhi e inclinando la testa.
E io non so né come né perché mi ritrovo a rispondere un “Si!” Solo un po’ strozzato col meglio della voce che riesco a trovare. Nemmeno io ho famiglia, non ho nulla da perdere e sono ormai succube di lei.
Mi stupisco delle mie parole:”Dovremo parlare, tanto e poi studiare un piano per riuscire ad allontanare da te tuo marito. Un piano intelligente. Vorrei pensarci qualche giorno. Ci ritroveremo presto e cercheremo una soluzione, agiremo con calma, con furbizia a meno che i fatti si rendano rischiosi. In quel caso mi chiamerai subito e ti porterò al sicuro. Ma niente passi falsi, ok?”
Paola accenna un sorriso nervoso, termina la sua birra, si alza e mi stringe la mano, e, sempre a bassa voce, conclude:” Ti ringrazio tanto, di cuore. Non so cosa avrei potuto fare senza di te. Ora vado prima che rientri mio marito. La prossima volta ci incontreremo più a lungo, in un altro posto più sicuro. Ti chiamo. Grazie. Grazie infinite!”
Esce dal bar, voltandosi almeno un paio di volte ad osservarmi. Dalle vetrate la vedo sfilare titubante sul marciapiede finché, confondendosi con i passanti, diventa una qualunque che, se non fosse stato per quel diario, non avrei mai conosciuto.
Ordino un’altra birra nel tentativo di riordinare le mie idee ma la testa mi frulla di varie emozioni, nemmeno tutte positive, e sono lento di riflessi, perciò mi abbandono senza cognizione di tempo al non pensare; a volte, ne sono convinto, questo stato genera le idee migliori. Mi auguro che questo mi possa accadere oggi.

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diario1Dopo aver trascorso alcuni giorni a meditare su quanto potesse necessitare il mio intervento nella vita di Paola, quanto il mio operato potesse o meno influire sul suo futuro e sul suo destino, proprio quando mi sono convinto a scacciare il suo viso dalla mia mente ripetendomi che era assurdo tutto questo mio interesse e che, alla fine, eravamo due perfetti sconosciuti che una casualità aveva portato alla conoscenza e nulla più di questo… rispondo distrattamente al mio telefonino che, come spesso accade, suona nei momenti meno opportuni.
“…Pronto?”
” Sono Paola.”, enuncia timidamente una voce rotta dall’altra parte.
Appoggio il sacchetto della spesa e mi siedo sull’orlo del marciapiede senza curarmi degli occhi curiosi dei passanti.
“Ciao. Ti ascolto!”
A rigore di logica, non mi sarei mai aspettato una sua chiamata; e dato che avevo rinunciato alla mia “missione”, immaginavo che non ci saremmo mai più risentiti.
“Devo parlarti.” La voce risuona incerta, timorosa. “Ma non a casa mia!”
“Dove, allora?”
“C’è un nuovo bar giù al Bennet. Io potrei essere lì fra un’ora…”
“D’accordo. Arrivo.”
La trovo al primo tavolo, ben vestita e truccata, però tesa; sorseggia un bicchiere di vino bianco e mangia qualche patatina; noto che le mani le tremano leggermente. Le sorrido, vado al banco e torno con una birra. Lei mi fa cenno di accomodarmi.
Mi fissa negli occhi, poi abbassa lo sguardo. “Sai”, mi dice, “esistono strane cose al mondo alle quali fino a qualche anno fa non credevo, ma poi…”
Il tremito delle mani aumenta e io provo una strana sensazione, che peraltro escludo dai miei pensieri coscienti. Questa donna ha bisogno di aiuto, non di uno stupido corteggiamento.
“Ma poi?”, la incalzo.
“Stavo andando al lavoro, correvo un po’ troppo forte, e all’improvviso sbuca un camion che mi investe. L’auto sembra prendere il volo, sono terrorizzata – panico è dir poco -, tuttavia all’improvviso odo una voce. Una voce d’uomo, bella, armonica, calda. “Stai tranquilla!”, dice. “Non ti succederà niente di male.”
“Io strinsi con forza il volante, chinai la testa, mentre l’auto andava a sbattere contro un muro. Lottai, capisci, e mi salvai per pochi centimetri; non fosse stato per quella voce, per quella rassicurazione, mi sarei arresa e sarei morta.”
Mi fissa di nuovo. “Mi credi pazza?”
“Assolutamente no, anche se mi sfugge qualcosa.”
Paola mi punta contro un indice smaltato. “Tu!”, afferma. “La voce è diversa e non credo proprio che tu sia un angelo; ciò nonostante la tua presenza mi infonde tranquillità, almeno un poco; so che con te posso parlare sinceramente: hai trovato il diario e, anziché farne un uso, come dire? non appropriato, ti sei presentato per rendermelo. Ti sei interessato a me.”
Bevo un lungo sorso di birra. “Lo ritenevo giusto.”
“Devi sapere la verità, allora, e non solamente quella. Esiste una verità che appartiene al passato, ed è tremenda, ed esiste una verità che riguarda il presente. Della prima, se permetti, ne parlerò in un secondo momento; quanto all’oggi… ho tanta paura!”
Perché, Paola?”
Lei trae un profondo sospiro. Un’esitazione, un altro goccio di vino, quindi: “Ho scoperto il lato oscuro di mio marito. Quando ti racconterò tutta la storia, ne trarrai un’opinione molto diversa.” Scuote la testa. “Non è così. Casualmente ho appreso alcuni particolari della sua giovinezza, figurati da un vecchio amico che non incontravo da secoli. E a parte questo, ultimamente lui manifesta molta violenza… diretta a me. Non è più l’uomo che pensavo di conoscere così bene. E’ diventato un altro. O forse non è mai cambiato. Ho paura di lui!”
Accanto a noi una coppia anziana si dedica al proprio caffè. Chiacchierano dei fatti loro e non ci ascoltano.
Paola mi stringe con forza un braccio.
“Aiutami”
Io annuisco.
E’ sicuro che la aiuterò.

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E l’aria era blu. E c’erano luci ovunque. Era come un presepe, un presepe del futuro, tutto artificiale e pagano, ma con la stessa ansia, che qualcosa arrivasse, la redenzione, la salvezza. “Per qualcosa prenotiamo, se no ci tocca fare un fila del cazzo”. Va bene. Tanto, per quel che mi importava. Era uno di quei momenti che duravano giorni, sperando che non diventassero mesi, quei giorni dove lasciarsi portare era quello che volevo, scivolare appena sulla superficie, quanto più superficie, che la corrente mi portasse altrove, possibilmente altrove. Guardavamo distratti l’incrocio di geometrie innaturali, vivaci, non c’era spigolo che fosse cresciuto da sé, l’unica cosa che il tempo accumulava era lo sporco, lattine, fazzoletti, cartacce unte da fastfood. Roby non era male, era buono. Era lì per divertirsi, domani sarebbe andato ancora a sopravvivere nella plastica, ma come un santo, con la missione di andare avanti e di sorridere. Un santo, davvero. Io invece che m’ero scontrato con lei, ancora non potevo rialzarmi. Non avevo ancora pensieri sufficienti. Ero solo un bruciare.
Il Luna Park era molto grande. Una ventina di chilometri fuori città. Accanto c’era un altro parco a tema, immagino sul cinema, non so. Roby propose di mangiare qualcosa, per tre o quattro attrazioni avevamo già prenotato, potevamo rilassarci un attimo, manco fossimo andati là per lavorare. Provammo a mangiare un trancio di pizza, ma faceva schifo. Così, per rifarci la bocca, entrammo in un bar poco lontano. Qui invece il caffè era buono, era buono il profumo e il rumore delle tazzine, il rumore dei piatti e persino il vociare. Fuori faceva freddo e anche un po’ di caldo poteva bastare, a rendere le cose migliori, più gentili. Quando uscimmo facemmo due passi senza meta. Accano a noi c’era un piccolo canale d’acqua, poi una striscia d’erba e, ancora oltre, un ottovolante. Non ci feci caso, subito, era abbastanza discreto, quasi non volesse farsi notare. Nel nervoso graffiare delle luci se ne stava quieto, disteso. Però. Qualcosa mi prese. Quella curva che faceva la pista mentre scendeva dall’alto e s’affondava sinuosa e armonica, mi prese. Mi prese lo stomaco e il resto.
Quella curva erano i suoi capelli. I suoi capelli di miele. Lei era miele, lei era quella curva che prendeva e portava via, veloce, come affondare. M’aveva portato su, piano, faticosamente, quasi sembrasse non dovessimo arrivare, salire, salire, c’era solo salire, c’era solo pensare che quella fatica dovesse portare a qualche frutto coscienzioso, ad una soddisfatta fermata. Ma il plateau, cos’era durato? Lo spazio di qualche secondo, forse meno. Il tempo di vederla muovere in quel modo, di sentirla parlare in quel modo: il tempo di chiudere gli occhi e trovarsela ancora, incredibilmente intatta, ancora lì davanti. E poi. E poi era stato come precipitare, qualcosa chiamava, non c’era più da lottare per stare in piedi. Ogni cosa aiutava, ad andare giù, più giù: più che mai le sue mani graziose, in quelle pose strane, e i suoi occhi, e il suo fare indaffarato per il mondo, e come mi teneva quando ci stringevamo, e ballare tutta la sera, e fare l’amore, e il suo sapore nella mia bocca, nella mia testa. Mi portava nella sua vita, così. Non aveva curva e discesa che non fossero delizia. La salita arrivava solo per preparare la caduta, cui non riuscivo ad abituarmi, per quanto lo volessi, per quanto ci sperassi. Ricordo come non fossimo riusciti a trovare un nomignolo con cui chiamarci, quei nomi che si danno gli innamorati, non c’era uno che ci sembrasse adatto. “Ottovolante”, pensai, “Ottovolante, amore mio, ti sarebbe stato bene.” E sorridevo, mentre, dentro, stringevo perché la mia anima non si rovesciasse per strada.
“Tutto bene? … che hai?” Roby non poteva capire. Né avevo voglia di spiegare. M’ero perso in quel crogiuolo, mi dannava, ma mi piaceva, perché c’era ancora lei, così viva, da pensare che mi fosse ancora vicina. E invece no. Chissà dov’era. Con chi. Che storia antica. Anche la vita, che era la vita, se non questo continuo rivoltarsi di inferno e paradiso? Come s’accendesse un interruttore, il suono di un campanello, e il giorno si faceva notte. Ding! Ehi! Ti è nato un figlio. E’ uno splendore. Ding! Hai un cancro. Diciamo un anno di vita, ma molte indicibili sofferenze. Ding! Stasera hai vinto tutto, piatto e anche lei è tua. Ding! Ehi. Sei nato nelle macerie di una guerra. Tra poco vedrai tua madre stuprata e tuo padre mutilato. E, più abitualmente, tutto in una vita. Al mattino passeggi con Diana, al pomeriggio sei cieco e maledetto, alla sera sei raccolto da un vecchio pietoso, di notte uccidi, e poi, di nuovo, prima sei un tronco verde e prepotente, e poco dopo le tue ferite schiumano di sale. Ding! Ding! Ding! E lei, come la vita. Inferno e paradiso. Senza che volessi altro.

Quell’ottovolante era ancora lì.
Roby consumava le sue attrazioni e io la mia delusione.
Ecco ora la ruota panoramica! Tutta la mia vita girava: solo qualche sosta ogni tanto e poi ripartiva. Cambiavano le facce, qualcuna serena, altre pallide, qualcuna impaurita, altre beffarde. Il pomeriggio sarebbe mutato in notte e poi tutto sarebbe ripartito così, l’indomani mattina, identico e chissà per quanti giorni ancora in quello zoo di plastica, esattamente come dentro di me.
Roby rideva eccitato mentre io ero un fantoccio sballottato al suo fianco. Un rigido, bianco, lucido manichino che, con tutti quei contraccolpi della giostra, rischiava di rompersi. E non sarebbe importato a nessuno. Gambe, braccia, busto, testa. Qualcuno subito dopo la chiusura avrebbe buttato tutto in un sacco della differenziata insieme a tutto il resto dell’immondizia.
Basta! L’avrei rivista. Dovevo. Stasera. Non potevo continuare ancora in quell’incubo che ogni tanto mi svegliava, mi faceva sussultare e poi, appena chiudevo gli occhi, riprendeva da capo.
In auto lungo il ritorno, in autostrada, fu come se fossimo noi immobili e a sfrecciare fossero le luci e le altre vetture, ma nell’altra direzione. Ero stanco di restare così passivo ad osservare la vita esattamente come uno spettatore, ero stufo di lasciarla scivolare e percepirne solo, talvolta, una brezza fredda.
Mentre Roby parlava del niente, io pensavo a quanto la desideravo. Pensavo ai suoi capelli che mi spolveravano il viso mentre lei sopra di me facevamo l’amore.
E anche se quella plastica avvolgeva ogni cosa, sterile, noi in quei momenti potevamo scivolarne fuori. Eravamo lì, vulnerabili, nudi e caldi. Vivi.
Non potevo restare in quel bozzolo artificiale, mi stavo soffocando. Dovevo riaverla, prenderla per i vestiti, trascinarla a me e possederla di nuovo, a tutti i costi. Fosse stata di nuovo mia oppure no.
Lasciai Roby a casa sua, notai gli alberi ormai quasi spogli davanti al suo cancello. Dalla portiera spirò dell’aria fredda. Rimisi in moto e presto fui da lei.
Parcheggiai al solito posto e mi rividi come un fantasma in tutte le attese di quel luogo ove solevo eccitato accendermi una sigaretta aspettando che varcasse quella soglia per osservarne la sua inconfondibile camminata elegante e sicura, per guardarla sorridere e venire a me. Ed io così sopraffatto e pronto a prenderla… esattamente come si può prendere un acquazzone senza ombrello, e ogni volta desideroso di essere dentro di lei.
Sento il sangue pulsare, sono un drogato in piena crisi di astinenza. Chiudo la portiera e mi dirigo al suo uscio. Dei cani latrano poco lontano.

Quando lei sopra di me facevamo l’amore.
Le stelle sono gelide, spettrali.
Il rumore dei cani. Gli ossimori. Lei mi amava, non amandomi. Come diceva Francesco De Gregori? Ti perdono per averti tradita. Qualcosa di simile. Sento caldo. Il caldo del sangue che scorre nelle vene. Il caldo del desiderio. Sento freddo: il freddo della paura.
Suono il citofono. L’attesa è interminabile. Però le luci sono accese. Infine si scosta una tendina. Clic. Il portone si apre. I gradini del paradiso oppure dell’inferno? Mi accoglie sul pianerottolo, lo sguardo duro, le braccia incrociate sul petto, un piede più avanti dell’altro. Indossa un abito color fucsia, appena sotto al ginocchio, scarpe con i tacchi, come se stesse per uscire, come se fosse attesa da qualcuno.
“Ciao, Ottovolante!” Detesto il suono della mia voce che tradisce insicurezza. Sorrido senza sapere quello che ne esce, forse uno stupido ghigno.
“Avevamo detto…”
“Cento volte, lo so.”, la interrompo.
“Mille volte!”
“Mille volte, d’accordo. Posso entrare un attimo?”
Lei si scosta e mi fa cenno di accomodarmi; non è mai stata maleducata, non è da lei. Come sempre, il soggiorno è pulito come uno specchio. D’istinto mi dirigo verso la “mia” poltrona, poi però mi fermo.
“Come stai?” Domanda formulata in tono impersonale, un piccolo atto di cortesia, credo privo di reale interesse. Mi indica il mobile bar. “Serviti da bere.” Prendo un bicchiere e verso una doppia dose di bourbon. Mando giù il liquore di un fiato, magari mi desse coraggio. “Come sto? Ti voglio, Ottovolante. Ti desidero. Non ce la faccio più.”
Lei sbatte le ciglia. “E’ un capitolo chiuso. Mille volte, ricordi?”
Annuisco. “Mille volte! Diecimila volte! Ma questo non cambia ciò che provo per te. E tu… tu non puoi avermi dimenticato, avere scordato tutto, ogni cosa, il nostro amore, il Luna Park, il mare, le gare di nuoto che vincevi sempre tu.”
Le gare di nuoto: poi lei mi aspettava, slanciava le gambe, intrecciandole dietro la mia schiena, io le sorreggevo la testa, non mi occorrevano le mani per penetrarla, era troppo forte la passione, simile a un fiume in piena, a una cascata scrosciante, a un viaggio nel mondo delle fate, lassù fra le stelle. In quei momenti ero vivo. Niente plastica, nessun giorno fatto di cartone, nessun risveglio faticoso, con la mente svagata, lo spirito abulico, punti interrogativi che non ricevono risposte.
Mi verso ancora da bere. Lei mi fissa, ma cosa c’è dietro quello sguardo gelido, quali pensieri attraversano la sua mente? A volte si chiudeva in se stessa, si estraniava, però gli occhi avevano una dolcezza diversa e, sebbene io non riuscissi a entrare in quel suo mondo privato, ero comunque sicuro del suo amore.
Mi avvicino a lei e cerco di abbracciarla.
Diana si ritrae.
E’ come assistere alla scena di un film, osservo da fuori, dicendomi che è un orribile film, di quelli cui manca il lieto fine, perché un regista o un soggettista o il libro da cui è tratto, non lo prevedono, a causa di pura paranoia; e osservo da dentro, mentre qualcosa si lacera in me.
Eppure, lo immaginavo. Mi amava, forse, ma, quale possa essere la verità, il tempo è passato, frantumandosi simile a un bicchiere di cristallo, come quello che riprendo per bere di nuovo. In bocca, un sapore di fiele. Nel cervello, un vortice di sensazioni. Non voglio tornare nella plastica.
Da bambino mi tolsero un giocattolo perché avevo fatto certi capricci, quel ricordo riemerge nitido dalla memoria e con esso il senso di frustrazione che provai. Allora reagii con violenza, rintanandomi nella mia cameretta e spaccando altri giochi. Adesso è lo stesso: guardo Ottovolante, mentre la rabbia e l’acool mi vanno alla testa, togliendo ogni freno inibitore. Se ci fosse Roby, mi aiuterebbe, mi fermerebbe, ma lui non c’è.
Mi avvento su Diana, mulinando le braccia. Devo punirla. Una punizione dura. Ridurla a uno straccio e dopo possederla contro la sua volontà. Non accetto il suo rifiuto. Non tollero quegli occhi di ghiaccio, presto saranno umidi di lacrime. Una donna bella e sicura di sé ridotta a supplicare, invano.
E l’aria era blu. E c’erano luci ovunque.
L’entropia dell’universo. Nasceranno universi paralleli. Per quel che mi importa.
Eppure, eppure mi sembra di udire la voce di Roby.
Diana si ritrae di un passo, ma non manifesta alcuna paura. “Vai a casa, sei ubriaco!”
A casa? Questa notte? Non ci penso nemmeno. Però esco dal suo appartamento, risalgo in macchina, trovo un bar aperto, l’ideale per bere quattro caffè. E poi via, via verso il mondo di plastica che mi aspetta.
Nel Luna Park ancora lattine, fazzoletti, cartacce unte da fastfood, i residui di un’ennesima occasione perduta. Mi siedo per terra e fisso lo sguardo verso il cielo.
La luna mi ignora.
La mia vita è un giro di giostra che porta all’inferno.
Se potessi cambiare il passato, trasformarlo, renderlo bello in modo che anche il futuro lo sia.
Ma questo è solamente un sogno inutile.
Fine delle trasmissioni.

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