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Archive for giugno 2015

RAGE 49

hammadaSarah imboccò un corridoio scarsamente illuminato da un’unica finestra posta in alto, che lasciava filtrare il tenue chiarore lunare. Gli altri tre la seguirono. Il corridoio era largo circa tre metri; dal punto in cui si trovava, l’israeliana non riusciva a scorgerne la fine: immaginava che più avanti avrebbero trovato una porta che conduceva nel cuore della fortezza. Calcolò che non dovessero esserci ancora molti guerriglieri, forse quattro o cinque.
La fortezza era vetusta, edificata secoli prima, ma evidentemente negli ultimi tempi qualcuno ci aveva lavorato: si sentì un click, un suono metallico, e subito dopo due massicce grate di acciaio calarono come per magia, impedendo ai quattro sia di proseguire, sia di tornare indietro. Erano in trappola.
Lucie Blanchard reagì con prontezza, puntando lo Stinger sulla lastra che aveva di fronte. Un istante più tardi, barcollò portandosi le mani alla bocca. Non riusciva a respirare. Stramazzò al suolo, imitata da Sarah. Questione di un attimo e anche Max e Danny persero i sensi.
“Bene.”, disse il mago che aveva osservato la scena da un monitor. Guardò Ibrahim al-Ja’bari. “Devo continuare con il gas?”
Il fondamentalista scosse la testa. “Voglio le donne. Per i negri basteranno due colpi di fucile.” A un suo cenno, gli ultimi tre guerriglieri rimasti si affrettarono a eseguire l’ordine, scendendo di corsa una scala.
Daigh, il mago, lanciò un’occhiata a Ibrahim. Talvolta rimaneva sconcertato dalla sua complessa personalità e dalla vastità dei piani che ideava. L’arabo – il pazzo, pensava Daigh – gli rivolgeva di rado la parola; era quasi sempre assorto in meditazioni misteriose, oppure dedito alla lettura del Corano. A tratti, gli occhi esprimevano una furia e un odio senza limiti, più spesso non tradivano la benché minima emozione.
In quanto ai piani, erano folli, seppure geniali, e di questo doveva approfittare.
Decise che era giunto il momento di mettere le carte in tavola. “Londra.”, disse. “Indipendentemente da ciò che Squire farà. Questo è il mio prezzo.”
Ibrahim al-Ja’bari ricambiò lo sguardo, quindi annuì. “Certamente.”, rispose in tono pacato. “Lei è un infedele, però non un mercenario. Abbiamo nemici comuni. Merita la sua ricompensa.”

William Hunt varcò la soglia del prestigioso club situato in St.James, nel centro di Londra. Per l’occasione si era rasato con cura e aveva indossato il suo completo migliore, un abito grigio scuro, accompagnato dalla camicia bianca fresca di bucato e da una cravatta blu. Sebbene fosse un veterano e avesse parlato più volte con il direttore dell’MI5, non era stato mai invitato a pranzo da lui. Una cameriera piuttosto graziosa lo accompagnò a un tavolo d’angolo, lontano da eventuali orecchi indiscreti, anche se la possibilità che qualcuno cercasse di ascoltare quello che si sarebbero detto era alquanto remota: il club era frequentato solamente da gentiluomini.
Hunt era puntuale, ma Sir Edward era già lì. Portava una comoda giacca di tweed e stava sorseggiando uno sherry. Al polso spiccava un Rolex d’oro: non era frutto di vanità, della quale egli era esente, bensì il regalo di Jane – la moglie – in occasione della nomina a capo del servizio di controspionaggio. Dono che aveva accettato con riluttanza. Tuttavia la scritta sul retro lo aveva commosso: da Jimmy e Jane con amore. Jimmy, il loro unico figlio, era morto durante la guerra delle Falkland.
Sir Edward salutò Hunt con un sorriso e lo invitò ad accomodarsi. William si sedette di fronte al superiore. Ordinarono costatine di agnello con contorno di carote al burro.
Sir Edward Malgraeve era ormai prossimo alla pensione, peraltro la sua mente era ancora acuta e la capacità di analisi intatta. Come quasi tutti i suoi predecessori, proveniva “dal campo”: era stato un brillante agente operativo, specializzato nello sventare gli attentati dell’IRA e nell’individuare le spie russe. Aveva conoscenze in tutto il mondo, fra le quali rientrava Monica Squire, che stimava e apprezzava. Si erano conosciuti quando lui era andato a Langley. Era il Sis (MI6) a mantenere i contatti con la CIA e a collaborare con gli americani; ma era l’MI5 a scovare i “cattivi” che agivano nel Regno Unito, e spesso questi soggetti risultavano di interesse comune: da qui la visita a Langley. In seguito, si era recato a Quantico, dove aveva incontrato l’energico Milton Brubeck. Il numero uno dell’FBI gli aveva offerto una squisita bistecca alla brace, dimostrandosi, nel corso della cena, una persona assai gradevole. “Mi chiami pure Milton.”, aveva detto.
Sir Edward aveva annuito, senza ricambiare l’invito. Persone piacevoli, tutto sommato. Certo, erano pur sempre yankee…
Malgraeve e Hunt cominciarono a mangiare, scambiandosi informazioni meteorologiche che stranamente annunciavano bello stabile, poi Sir Edward affrontò l’argomento per il quale aveva invitato Hunt. “Ho letto il suo rapporto. Nulla di nuovo, purtroppo.”
William scrollò il capo con aria cupa. “Ha presente l’ago nel pagliaio?”
Il direttore dell’MI5 si pulì la bocca con il tovagliolo. “Gli aghi si possono trovare.”, affermò. Hunt lo fissò in silenzio. Sapeva che Malgraeve non parlava mai a vanvera.
Sir Edward ordinò il dolce per entrambi. “Un ordigno nuclerare…”, osservò pensoso. “Non credo proprio che possa essere introdotto clandestinamente in Gran Bretagna. Credo, invece, che un esperto potrebbe assemblarlo in loco. Ma… quanti esperti sarebbero disposti a provocare una simile strage? Venendo a Londra in treno e camminando verso il mio ufficio, ho passato in rassegna alcuni nomi e le loro fisionomie.”
A differenza di quanto accade in molti altri Paesi, in Inghilterra funzionari di alto livello, pezzi grossi governativi e perfino ministri si recano al lavoro a piedi o con la metropolitana. Se abitano fuori Londra, la raggiungono in treno. Niente auto blu. Perciò Hunt non batté ciglio: conosceva le abitudini di Sir Edward.
Dopo una breve pausa, questi riprese: “Caro amico, dovrebbe concentrarsi su questi tre personaggi, sempre che io non stia prendendo un abbaglio.” Gli porse una cartelletta. All’interno c’erano tre fascicoli.
“Sarà fatto.”, disse Hunt. Esitò per un momento, quindi incrociando le dita sotto il tavolo, aggiunse: “Naturalmente, noi tutti speriamo che la signora Squire obbedisca all’ultimatum.”
“Oh, lo farà.”, replicò Sir Edward. “Sicuro che lo farà. Però… vede, io non mi fido nel modo più assoluto di quel dannato assassino arabo.”

Ibrahim al-Ja’bari scrutò a lungo Sarah Gabai. Spostò lo sguardo su Lucie e si rivolse a Daigh. “L’immagine deve essere diffusa in tutto il mondo.”
Le due donne erano in ginocchio, le braccia legate dietro la schiena.
Un bavaglio sulla bocca.
Il mago si mise all’opera.

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BUONE VACANZE, ALE

djerbaCi rivediamo qui il 21 giugno, care amiche e cari amici 🙂

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RAGE 48

hammadaNegli immediati dintorni di King Charles Street, sotto una leggera pioggerella, due uomini erano entrambi immersi nei loro pensieri. Quelli di William Hunt riguardavano l’altro, sebbene non lo conoscesse, ed erano cupi.
L’oggetto di tali riflessioni si chiamava Ivan Vladimirovic Todorov. Nato a Minsk, figlio di un importante funzionario dell’ottavo Direttorato Centrale (Comunicazioni riservate e crittografia) della seconda direzione centrale del KGB, si era distinto fin da piccolo per l’intelligenza eccezionale. Il giovane Vanja era sempre risultato il primo della classe con parecchie lunghezze di vantaggio sugli altri compagni, compresi i più bravi. Eccelleva nelle materie scientifiche e apprendeva per conto proprio le lingue straniere.
Todorov entrò in un bar, si sedette a un tavolino d’angolo accanto alla vetrata che dava sulla strada, e ordinò un tè. Il suo umore rispecchiava il cielo grigio di Londra, a causa dell’inefficienza dell’italiano che lavorava all’ambasciata: era già la terza volta che lo incontrava, e ancora non aveva ricevuto tutto il materiale. Sorseggiò la bevanda calda, augurandosi che l’indomani finalmente anche l’ultima componente fosse trasferita nel vecchio magazzino che aveva preso in affitto in una viuzza dell’East End londinese. Trovava assurdo pagare lautamente simili incapaci.
Viste le sue eccezionali doti, non era sembrato sorprendente che ancora giovanissimo, Todorov, dopo un intenso corso di studi preparatori, venisse ammesso al prestigioso Istituto unito per la ricerca nucleare, situato a Dubna, nell’oblast di Mosca. Il fatto che suo padre appartenesse al KGB non lo aveva comunque di certo danneggiato.
Dopo aver lavorato con risultati assolutamente brillanti nella sezione che si occupa della fisica degli ioni pesanti e delle reazioni nucleari, era stato distaccato a un’altra sezione, di cui in pochi erano a conoscenza, che collaborava attivamente con la prima direzione centrale del KGB. In pratica, si trasformò in un incrocio tra uno scienziato, quale egli era, e una spia, quale sarebbe diventato, nonché un venditore di armi. Durante il conflitto fra l’Iraq e l’Iran, rifornì di strumenti bellici entrambi i Paesi, collaborando per creare strumenti di distruzione all’avanguardia. Gli Stati Uniti fecero lo stesso, ma la CIA fu quasi travolta dallo scandalo Iran-Contra; in Unione Sovietica, invece, ogni cosa passò inosservata.
Il direttore Dmitry Blokhintsev lo apprezzava moltissimo, così come il suo successore, Nikolay Bogolyubov. Meno buoni furono i rapporti con Dezso Kiss, a causa dei quali e della caduta dell’impero sovietico, alla fine Ivan Vladimirovic Todorov lasciò la Russia e scomparve. In altri tempi lo avrebbero cercato, catturato e spedito in Siberia, però a Mosca regnava la confusione, il KGB si era dissolto, e presto Todorov fu dimenticato.
Successivamente prestò la sua opera per il Sud Africa, Israele, di nuovo l’Irak, dove iniziò a progettare un grande ordigno nucleare. La natura non concede tutti i suoi doni a un uomo solo: quanto Todorov possedeva in termini di intelligenza era controbilanciato da un’estrema arroganza e da una notevole megalomania. Poiché disprezzava i tecnici iracheni, piantò baracca e burattini e si trasferì in Africa. Lì c’erano continue guerre, dittatori pazzi e consistenti occasioni di guadagno. Un giorno venne contattato da un individuo ancora più pazzo, che però gli offrì una cifra esorbitante, in cambio della sua consulenza.
Todorov accettò e si mise all’opera. A suo giudizio, i collaboratori del suo nuovo datore di lavoro erano una massa di idioti, tranne uno, che poteva rivaleggiare con lui, benché in campi diversi: il Mago, Daigh.
Se qualcuno gli avesse chiesto da che parte stava – ma nessuno lo fece – avrebbe risposto che era un semplice tecnico. Le questioni politiche non lo riguardavano. Questo non gli aveva evitato due spedizioni punitive del Mossad. Che irriconoscenti! In ogni caso, ne era uscito indenne. Dal padre, il semplice tecnico aveva imparato svariati trucchi.
Per uno strano caso della sorte, William Hunt dell’MI5, il servizio di controspionaggio britannico, entrò nello stesso bar. Si sistemò al banco, ordinò un panino e meditò sconsolato sulla missione impossibile che gli era stata affidata. Individuare l’uomo che avrebbe potuto fare esplodere una bomba atomica nel pieno centro di Londra.
Facile come bere un bicchier d’acqua, si disse.
Da quanto gli avevano detto, era più incoraggiante sperare che Monica Squire mantenesse la sua promessa, consegnandosi ai fondamentalisti.
Hunt, però, era un agente esperto… e di conseguenza scettico.
Mangiucchiò il sandwich, ignorando la figura seduta presso la vetrata.

I due neri tornarono portando con sé tre Kalashnikov. “Funzionano benissimo.”, dichiarò Max. Sarah annuì. Recuperò una bisaccia, dalla quale estrasse una serie di cavetti, polvere da sparo contenuta in un apposito contenitore, una scatola di cartucce. Altre gliele porse Danny, dietro sua richiesta. Lucie Blanchard la fissava incuriosita. L’agente del Mossad poi tirò fuori dalla sacca una grossa scatola di esplosivi e assemblò le varie componenti. Infine, prese quattro paia di occhiali provvisti di visore notturno e li distribuì a quello che ormai considerava il suo commando personale.
Pochi minuti più tardi, il sole tramontò.
Muovendosi come un felino, Sarah si avvicinò alla fortezza; la notte era buia, rischiarata da poche stelle: era ciò che desiderava. Al calore soffocante del giorno era subentrata l’aria fredda, che con il trascorrere dei minuti divenne gelida. Sostenuta dall’adrenalina, l’isreaeliana compì il giro completo dell’edificio, sistemando man mano quello che aveva preparato. Non era destinato a compiere gravi danni, ma a indurre i nemici a pensare che fossero attaccati da forze soverchianti.
Noi siamo in quaranta.
Se avessero tentato una sortita, sarebbero stati eliminati; in caso, contrario avevano armi più che sufficienti per espugnare il rifugio di Ibrahim, soprattutto grazie allo Stinger. Se Lucie non si fosse dimostrata all’altezza, allora ci avrebbe pensato lei.
In quanto a Blanchard, viveva emozioni contrastanti. In passato aveva già rischiato la vita, tuttavia non in quel modo: perciò provava paura. Allo stesso tempo, sentiva il bisogno di battersi; detestava l’ingiustizia, la prevaricazione, l’odio fine a se stesso che produce soltanto vittime innocenti, e Ibrahim ne rappresentava l’incarnazione, un demone emerso dall’inferno che aveva assunto sembianze umane. Lo detestava, e l’ira che sentiva crescere dentro di sé era più forte del timore di perdere la vita. Cercò di rilassarsi e attese.
Un’ora dopo, l’israeliana rifece l’identico tragitto. Cominciarono le esplosioni, da ogni lato della costruzione. Sarah udì voci alterate, il crepitio prodotto da pallottole sparate a casaccio, passi affrettati. Alcuni guerriglieri vennero fuori, allo scoperto. Grazie ai visori notturni, venivano inquadrati e immediatamente dopo falciati. Max e Danny se la cavavano egregiamente con i Kalashnikov, e Blanchard si dimostrò fenomenale. Lo Stinger fece letteralmente a pezzi il principale portone di accesso. Sarah provocò l’ultima esplosione, quindi tornò indietro di corsa e varcò per prima la soglia della fortezza.
Un uomo alto e barbuto si parò dinnanzi a lei.
Imbracciava un Kalashnikov. Prima che potesse premere il grilletto, la donna con una movenza fulminea lo trafisse con il pugnale. Comparve un secondo guerrigliero: Lucie Blanchard prese la mira e sparò.
Danny scosse la testa, ammirato. Sarah Gabai le sorrise. “Brava, la mia archeologa.”, disse.
Adesso toccava a Ibrahim al-Ja’bari, il figlio del deserto, il Nemico di Israele.

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