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Archive for agosto 2015

RAGE 56

Margaret CollinsIl presidente degli Stati Uniti ha il compito di difendere la Costituzione e di operare per il bene del Paese, dichiarando guerra se necessario, anche se nei limiti del possibile la sua funzione è quella di preservare la pace. Deve avere a cuore gli interessi dei cittadini, lavorare per il loro benessere; soprattutto deve essere sempre rintracciabile, perché rappresenta il punto di riferimento di un’intera nazione. Partendo da questi fondamentali presupposti, si poteva arrivare a un’unica conclusione: Monica Squire si era rivelata un fallimento.
Così ragionava Margaret Collins davanti allo specchio del bagno. Inizialmente, l’aveva considerata un modello da seguire, una maestra; sapeva molto bene inoltre che, senza di lei, senza la sua fiducia, non sarebbe mai salita così in alto. Monica aveva dovuto combattere per imporla al partito, e ciò aveva fatto nascere un sentimento di amicizia. La stima era fuori questione, ma adesso quella stima si era persa a causa di troppe decisioni sbagliate. Al di là delle apparenze, Squire in realtà era una donna debole, che si era lasciata travolgere dagli eventi; Margaret era più forte di lei e sarebbe stata un presidente migliore.
Sebbene fosse assolutamente convinta di essere dalla parte della ragione, si pose tuttavia una domanda: quanto contava l’ambizione personale? Il desiderio di diventare la numero uno, la persona più potente del mondo? Negli ultimi tempi si era resa conto che l’esercizio del potere è più inebriante del sesso. Servire il popolo, sicuro, però con in mano il bottone dei comandi.
Liquidò con un’alzata di spalle quell’inutile interrogativo. Non erano questi motivi a indirizzarla. In ogni caso, entro tre anni (non certo sette), ne avrebbe preso comunque il posto, si trattava soltanto di aspettare, e la pazienza rientrava fra le sue doti, come la volontà, la determinazione e l’intelligenza. No. Esisteva solo un rimedio ai danni provocati da Monica: sostituirla. E al più presto!
Una vocina sgradevole insinuò che forse non era tutto vero, che sotto la virtuosa indignazione si celava una componente di rivalità. Ma se esisteva tale rivalità, essa nasceva proprio dal postulato iniziale! Se lei era superiore a Monica, perché allora doveva essere una subalterna? Il problema di fondo era sempre lo stesso, da qualsiasi parte si considerasse la questione. Squire non era in grado di espletare i suoi compiti, quindi andava sostituita. L’Ufficio Ovale meritava un’inquilina più capace e più responsabile. Al posto di “Diana”, sarebbe subentrata “Minerva”. Che fatalmente la loro amicizia si sarebbe trasformata in spazzatura era spiacevole però accettabile.
Soddisfatta, tacitò la vocina e finì di truccarsi.

Yarbes scrutò i quattro uomini. Due di essi provenivano dai reparti speciali, gli altri due dal corpo dei Marines. Tutti e quattro si erano messi in proprio per trarre profitto dalle esperienze acquisite sul campo, ma da Martin non volevano un dollaro. Erano americani e il fanatico dispensatore di morte, uccidendo John, aveva colpito al cuore gli Stati Uniti. Inoltre avevano assistito al barbaro spettacolo delle decapitazioni. Yarbes li aveva scelti perché li conosceva di persona, e loro provavano il violento desiderio di ammazzare l’arabo, e nel modo più cruento possibile. Erano uomini duri, poco inclini alle emozioni; avevano visto perire colleghi e amici, avevano rischiato la vita e restituito i colpi ricevuti. Dato che erano ancora vivi, ciò significava che la bilancia era largamente in attivo. Questa missione, però, era diversa da tutte le altre e la collera che provavano esulava dal concetto di compiere semplicemente il proprio dovere. Era un fatto personale.
Riguardo a Yarbes, naturalmente non sapevano quello che in passato aveva fatto, ma sapevano che aveva fatto. Essendo conoscitori di uomini, non si lasciavano ingannare dalla sua calma e dalla maniera pacata, quasi asettica, di parlare: bastava guardare quegli occhi gelidi per capire l’intensità dell’odio che provava e la capacità di tradurlo in pratica. Riconoscevano da lunga data il valore, nonché la necessaria spietatezza che a esso si accompagna. La compassione era una parola che non gli apparteneva. Sebbene fosse meno in forma di loro, per via dell’età, ritenevano che fosse imprudente sfidarlo; non che l’idea li sfiorasse.
Martin li invitò a sedersi. Si trovavano in una piccola sala insonorizzata messa a disposizione, nel più assoluto segreto, da Brian Stevens. “Fumate pure, se volete.” Un gesto gentile, benché inutile: nessuno dei quattro aveva mai fumato in vita sua; in quanto al bere, al massimo si concedevano un paio di birre, e non quando dovevano lavorare.
“No, grazie, capo.”, disse infatti Knowles, un nero di novanta chili con due spalle che ricordavano un armadio.
Yarbes annuì. “Chiariamo subito una cosa. La nostra non è un’operazione “nera”, anzi è un’operazione che proprio non esiste, almeno per adesso. Nessuna copertura, niente appoggio da parte della CIA o da altre agenzie governative. Domande?”
Nessuno batté ciglio.
“Bene. Allora proseguiamo”. Spiegò sulla scrivania una carta topografica, estraendola da un portacarte impermeabile. Indicò un punto evidenziato da un lapis rosso. “La località è questa. La buona notizia è che lì la polizia è assolutamente inefficiente. Il territorio è impervio, e pure questo va bene.”
I quattro osservarono con attenzione. Non ci furono commenti.
“Ciascuno di voi disporrà di un kit.” Tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio e lesse lentamente quanto vi era scritto. “Comprenderà un’imbracatura portatutto, una mimetica, corda, binocolo, due borracce, medicinali per pronto soccorso, razioni MRE – non andremo al ristorante -, fondotinta mimetico, flashbang, AK-47, una versione leggermente modificata, pistole dotate di silenziatore con canna filettata.”
“Uhm, capo…cioè signore.”, lo interruppe De Beers. A causa del suo cognome, aveva dovuto sopportare innumerevoli prese in giro; quando erano troppo cattive, il biondo di origine olandese risolveva la faccenda a suon di cazzotti: era meno alto di Knowles, ma poco meno forte di lui. Tre turni di servizio attivo da volontario nei Marines non sono uno scherzo.
Yarbes lo guardò. Preferiva “capo”.
“Portiamo questa roba in aereo? Voglio dire, i Kalashnikov e tutto il resto?”
“Certamente no. La troveremo in loco. Io sono sicuro che quel bastardo non si presenterà da solo; perciò è bene essere attrezzati. Comunque, voi ne sapete più di me. Cosa manca?”
“Una torcia elettrica.”, suggerì Scottfield. Un altro cognome destinato a suscitare ironia. Peraltro, Scottfield, a differenza del collega, possedeva un forte senso dell’umorismo.
“E un pugnale.”, aggiunse Knowles. “Di quelli giusti. Conosco un tale che potrebbe procurarci anche degli Shuriken, con o senza veleno aggiunto.”
“Pastiglie per purificare l’acqua.”, disse Wilkins. “Non mi fido dell’acqua che si trova in Italia”. Del gruppo, era il più freddo e caustico.
Yarbes prese nota. “Bene, direi che per oggi è tutto.”

A Londra, la pioggia non infastidiva Ivan Vladimirovic Todorov. Aveva ricevuto due notizie. La prima riguardava la data esatta in cui avrebbe dovuto far deflagare l’ordigno nucleare. La seconda, assai appagante, confermava il buon esito di un bonifico, il secondo dei tre previsti; l’ultimo sarebbe giunto a lavoro ultimato. Aveva già scelto il luogo dell’esplosione, in pieno centro; ora si trattava solamente di attendere l’ora X. In lui mancava la benché minima parvenza di rimorso; sapeva che la bomba avrebbe ucciso donne, vecchi, bambini, oltre agli uomini adulti, ma non era abituato a porsi problemi etici. Era “business”, come dicevano gli americani, e il “business” procurava denaro, in quantità variabile, a seconda del rischio e delle difficoltà; nel suo caso, una cifra enorme.
Alla fine, pensò, grazie a Ibrahim al-Ja’bari, sarebbe andato in pensione. Forse, nei Caraibi.
Una prospettiva molto piacevole.

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hammadaMonica Squire, un’agente operativa con brillanti trascorsi in Afghanistan e nell’ex Unione Sovietica ai tempi del fallito golpe, viene nominata direttore della CIA e poco più tardi si presenta alle elezioni presidenziali come candidata del partito democratico. Dopo un acceso confronto televisivo con il senatore repubblicano, suo antagonista, durante il quale non mancano – come da tradizione – i colpi bassi, viene eletta, sia pur d’un soffio.
Nel mese di febbraio dell’anno successivo, suo figlio, il quattordicenne John, viene rapito, e la scorta che lo proteggeva sterminata. Ciò che i sequestratori chiedono è la liberazione di sei terroristi condannati a morte. Monica, sebbene sia disperata, rifiuta. Milton Brubeck, il direttore dell’FBI, promette che riuscirà a scovarli e a liberare il ragazzo. Ma, nonostante i mezzi più sofisticati, i federali non riescono nell’intento.
Dietro a tutto questo c’è un uomo, un fanatico che aveva abbandonato Hamas in quanto troppo tollerante nei confronti di Israele e che adesso agisce in proprio, Ibrahim al-Ja’bari.
Per volere di Putin, il servizio segreto russo interviene, ma un dirigente della CIA, a causa di risentimenti personali, insabbia il documento che gli è stato trasmesso da Mosca.
Allora, l’SVR (ex KGB) invia negli Stati Uniti il capitano Danil Volkov, uno dei migliori elementi di quella che un tempo era stata la prima direzione centrale, smantellata per volere di Gorbaciov.
All’insaputa di Monica, e contro il suo volere, viene organizzata un’operazione congiunta cui partecipano la CIA e Volkov, con il beneplacito dell’FBI: scopo di tale operazione è liberare i fondamentalisti islamici, non prima che Volkov, fintosi un medico, gli pratichi un’iniezione il cui contenuto è un veleno mortale a effetto ritardato. Il piano riesce grazie alla collaborazione forzata del direttore del carcere, scoperto a letto con un ragazzo e quindi ricattato.
Secondo i patti, John viene lasciato libero dai quattro irlandesi dell’IRA, che lo avevano sequestrato dietro compenso; ma una donna, la spietata Danielle Williams, elimina sia i rapitori sia il figlio di Monica. Questi sono gli ordini che ha ricevuto da Ibrahim al-Ja’bari, il quale in seguito rivendica su internet quanto è successo, promettendo in nome di Allah la distruzione di Israele (egli possiede un ordigno nucleare) e del Grande Satana americano.
Quando Monica Squire apprende la tragica notizia, subisce un crollo psicologico e pensa di dimettersi. Margaret Collins, la sua vice, sembra pronta a subentrarle, benché sia a lei devota, perché disapprova l’intransigenza di cui Monica ha dato prova. (Margaret stravedeva per John). Sarà l’arrivo di Putin, in visita ufficiale, a ridare alla madre sconvolta forza e determinazione.
A questo punto, si sviluppano tre piste parallele.
La prima vede in azione Sarah Gabai, una formidabile agente del Mossad isreaeliano: il suo compito è quello di rintracciare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari. Poiché il fanatico le sfugge, la giovane torna a Tel Aviv, dove viene allestita una nuova missione. Il kidom di dodici elementi comprende anche Martin Yarbes, il padre di John, ormai in rotta con la moglie di cui non condivideva – come quasi tutti gli americani – la cosiddetta “linea della fermezza”. Sebbene egli sia un gentile, e perciò avversato da Zeev, il comandante del kidom (ma non da Sarah che lo prende in simpatia), il capo del Mossad, Aaron Ben-David, impone la sua presenza in considerazione del profondo dolore di un genitore. A parte questo, Ben-David conosce bene il passato di Yarbes, che per molti anni era stato il numero uno della CIA. La loro meta è Al Bukamal.
La seconda riguarda il lungo inseguimento di Danielle Williams a opera di Volkov; il russo se la fa sfuggire in Gran Bretagna ma non in Australia. Quando la donna si inginocchia e gli chiede pietà, Volkov la risparmia. A seguito di ciò, tornato a Mosca, viene convocato da Putin che anziché mandarlo in Siberia o condannarlo a morte lo congeda promuovendolo maggiore.
Nel frattempo, a causa del rimorso, Danielle si uccide.
La terza pista, infine, riguarda gli Stati Uniti: la Delta Force è pronta a mettersi in movimento. Ibrahim al-Ja’bari sarà trovato grazie ai Global Hawk, che tutto vedono, in ogni angolo del mondo.
In realtà tutte e tre le piste vanno incontro a un fallimento: il kidom cade in un’imboscata, causata da un traditore del Mossad, e dieci israeliani vengono decapitati; si salvano soltanto Yarbes e Sarah, grazie al micidiale intervento di Volkov e di Miloslav Pomarev, un ex maggiore del Gruppo Alpha, riabilitato da Putin, sebbene fosse stato uno dei principali esecutori del golpe del 1991. Ferito a entrambe le gambe da Monica Squire, era stato poi condannato e deportato in Siberia. Ma ora è tornato. Ciò nonostante, Ibrahim al-Ja’bari riesce a fuggire, a bordo di un Hind.
I Global Hawk falliscono nel loro compito, a differenza dei russi che sono riusciti a individuare il rifugio di Ibrahim al-Ja’bari.
Anche lui, comunque, conosce uno smacco, dato che l’uomo che doveva far esplodere una bomba atomica a Tel Aviv viene fermato e ucciso, grazie all’intervento di un membro dell’Yehidat Misthara Meyuhedet.
Dopo essersi incontrato con Federica Mogherini, Putin ordina a Danil Volkov e a Miloslav Pomarev di scovare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari.
Ma Ibrahim al-Ja’bari ha un altro obiettivo, ancora più ambizioso: eliminare Monica Squire. A tale scopo invia negli Stati Uniti un infallibile killer, che lavora per denaro e perché è un sadico: Henry.
L’assassino si mette in contatto con Monica, che nel frattempo ha annunciato a Yarbes la sua intenzione di divorziare, e la convince a incontrarlo. Sostiene di avere informazioni utili per catturare il mandante del rapimento e dell’uccisione di suo figlio; ciò che induce Monica ad accettare la proposta è il fatto che lui conosce le parole che, nel corso delle trattative, i sequestratori avevano dovuto dire come prova che il ragazzo fosse vivo.
Nonostante il disappunto degli agenti di sicurezza, Monica si reca da sola all’appuntamento.
Una pessima idea, perché Henry la sodomizza in attesa di ucciderla – cosa c’è di più inebriante che umiliare il presidente degli Stati Uniti? La sorte, però, spesso è strana: nello stesso parco dove Squire sta per morire, c’è anche José López, braccio destro di un grosso spacciatore di droga. Sebbene sia un uomo amorale, López tuttavia rispetta le donne; dopo aver visto ciò che sta accadendo, spara al killer, ammazzandolo.
Seguono diversi tentativi – tutti vani – di uccidere o catturare Ibrahim al-Ja’bari, nel corso dei quali Sarah Gabai viene catturata e decapitata. Daigh, il Mago irlandese al servizio di Ibrahim al-Ja’bari, uno dei migliori hacker del mondo, trasmette le orribili immagini su internet. Nonostante sia un infedele, egli è stimato dal fondamentalista perché non lavora per denaro ma a causa dell’odio verso gli inglesi, e i loro alleati americani. Pomarev viene gravemente mutilato. Volkov muore. Il fondamentalista sembra scomparire nel nulla.
Ma la National Security Council riesce a individuare il suo nuovo rifugio, situato in Egitto al confine con il Sudan. Però, quando Jim Patterson della Delta Force annuncia quello che avrebbe fatto: escludere cattura e processo pubblico, in quanto troppo pericolosi, e agire come con bin Laden, Monica si oppone. Preferisce che il fondamentalista sia catturato e sottoposto negli States a regolare processo.
Questo non risulterà possibile.
Infine, Ibrahim al-Ja’bari annuncia che distruggerà Londra con una bomba atomica, a meno che Monica Squire non accetti di incontrarlo da sola. Mentre in Gran Bretagna William Hunt dell’MI5 si accinge a scongiurare la catastrofe, compito disperato, in quanto l’artefice, Ivan Vladimirovic Todorov, è un grande esperto, a un tempo scienziato e venditore di morte, Squire annuncia agli americani con un memorabile discorso che andrà all’appuntamento, sola ma con la corazza della bandiera stelle e strisce. Avvertita da Langley che, a seguito di questa decisione considerata folle, Margaret Collins è pronta a ricorrere all’impechmeant, Monica si eclissa.
Una sola persona conosce il luogo dell’appuntamento: Brian Stevens, il direttore della CIA.
E per complesse ragioni lo svela a due uomini: Aaron Ben-David, il capo del Mossad, che vuole vendicare Sarah Gabai, e Martin Yarbes, che – divorzio o meno – non accetta l’idea di perdere Monica.
L’uomo che ha ucciso John conoscerà la Rage degli americani…

Appuntamento all’ultima domenica di agosto con il nuovo capitolo 🙂

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CarisWCARIS Questa volta mi piacerebbe parlare con te dei romanzi che hai scritto, ma sotto una particolare ottica: quella dell’ispirazione. Mi spiego meglio. Come è nata la tale opera e se, in qualche modo, è stata influenzata da libri o film da cui sei rimasta particolarmente colpita. O anche da fatti reali. Va bene?
AB D’accordo.
CARIS Seguiamo l’ordine cronologico. Lesbo è un’isola del Mar Egeo.
AB E’ un libro che ho scritto su commissione. Erano i miei primi tempi di Splinder e scribacchiavo storie erotiche. L’editore mi contattò e mi invitò a provare. Dopo quattro o cinque post, mi disse: ok, procedi, ma non scrivere più sul blog. Firmai il contratto e mi misi all’opera. L’ho riletto di recente. Le parti che non mi piacciono sono proprio quelle erotiche; d’altro canto, dovevo metterne un tot al chilo. Preferisco il finale, che è più introspettivo. Comunque fu una bella emozione quando ricevetti a casa le prime dieci copie fresche di stampa. Lesbo è stato ben distribuito. Si trovava da Feltrinelli, Mondadori, Ubik. Ha venduto bene, anche se non ha ricevuto una grande promozione. Ma ci pensarono vari social network, prevalentemente di orientamento lesbico, che lo recensirono positivamente. Ricordo che telefonai alla libreria Babilonia di Milano, non so se esiste ancora. Erano strabiliati perché avevano già esaurito, in due mesi, l’invio iniziale di trenta copie.
CARIS E’ autobiografico?
AB Al dieci per cento. No droga, no sadomaso, no altre cose. Quando parlo del mio lavoro o di certi miei stati d’animo, quello invece è tutto vero; e a riguardo del secondo punto suona un po’ strano perché, a differenza dello spirito del libro, in quei giorni a livello personale ero veramente felice.
CARIS Alex Alliston.
AB E’ nato per caso. Inizialmente prevedevo tre o quattro post. Qualche lettore protestò e sono venute fuori 567 pagine! Qui, in effetti, esiste un influsso esterno. Un giorno curiosavo in una vecchia libreria di Varese e vidi in un angolo dodici o quattordici romanzi della serie di Rocambole tutti coperti di polvere. Ricordavo che mio padre si divertiva con quelle vicende rocambolesche (l’aggettivo deriva proprio dal nome del protagonista). Acquistai l’intero stock per dieci euro e lo lessi in brevissimo tempo. Lo stile è molto scorrevole, gli episodi talvolta deliranti a causa delle trame intricatissime ordite dai “cattivi” che alla fine poi perdono sempre. Carrick non ha nulla a che vedere con i romanzi di Pierre Alexis Ponson du Terrail, però altri personaggi sì: Silvia-Armine, Van der Vaart, Celeste, Anne White, la stessa Bellatrix. Tessono piani malvagi, anzi nel caso di Silvia crudeli fino all’inverosimile. Voglio comunque sperare che lo spessore di Alex Alliston non sia quello di una telenovela. Non ha venduto granché, ma ho ricevuto commenti favorevoli da chi lo ha comprato. Come sempre, ho scritto all’impronta: per esempio, ero convinta che Alex, Sir Alexander, avrebbe concluso la sua vita con Helen… e invece a causa di Silvia ciò non si è verificato. Mi è piaciuto molto scriverlo (stranamente, diversi capitoli a mano) e, modestia a parte, lo considero un buon romanzo.
CARIS Matrioska.
AB Che non è ancora uscito. Qui, l’ispirazione proviene da lontano. Avevo in mente un uomo gelido, russo, un agente del KGB praticamente imbattibile, che amava solo il suo dragone. Era soltanto un’idea, che non pensavo di prendere in considerazione. Ma un giorno cominciai a scrivere, di getto. Avevo divorato diversi romanzi di spionaggio, in più feci infinite ricerche. Sono pignola e detesto scrivere cose inesatte, anche se può capitare. Non mi limito a cercare su Google. Ho telefonato all’ambasciata russa (questo per Rage), sono stata da un armaiolo, in tre farmacie, mi sono confrontata con un “vero” agente segreto, simpatico sebbene imprudente, ho chiamato l’ospedale di Niguarda, mi sono consultata con un colonnello dei carabinieri, sezione elicotteri, ho fermato due agenti della stradale 🙂 Erano un po’ allibiti per il tenore delle mie domande, ma alla fine direi che si sono divertiti.
Con Matrioska sono nati due personaggi che amo: Monica Squire e Martin Yarbes.
CARIS Il Crepuscolo della Lubjanka.
AB Avevo quindici anni quando ci fu il tentato golpe. Conosco persone che non sanno nemmeno che c’è stato, forse perché era estate; io, invece, seguii tutti i programmi tv con grande trepidazione. Ho pensato di raccontarlo in modo serio, anche se ovviamente, al di là del fatto storico, la vicenda è di fantasia. Compaiono ancora Monica e Yarbes, e appare uno dei miei “cattivi” preferiti, Miloslav Pomarev. Posso fare l’immodesta? Secondo me, è un buon libro.
CARIS Rage.
AB Prima di scoprire che Jack Ryan (Tom Clancy) era diventato presidente degli Stati Uniti, ho pensato a Monica Squire e le ho fatto vincere le elezioni. Questa è una storia molto dura, senza sconti, e purtroppo aderente alla realtà di oggi. Un fanatico, Ibrahim al-Ja’bari, che disprezza Hamas in quanto troppo tollerante con Israele, vuole colpire al cuore l’America: fa uccidere il figlio di Monica, e progetta altre azioni infami.
Ci sono decapitazioni, la minaccia di una bomba atomica, e un finale che mi è venuto in mente proprio ieri. Spero che piaccia.
CARIS Un uccellino mi ha sussurrato all’orecchio che potrebbe esserci un nuovo “parto”, La vera storia del sommergibile Kursk.
AB Calma! Per adesso è solamente un’idea. Che ne so io di sommergibili? Mi manca una base di partenza. Vedremo.
CARIS Grazie e buon Ferragosto a te e ai tuoi amici lettori.
AB Ricambio. E chiedo scusa se mi sono troppo autoelogiata. Non è nel mio carattere ma il daiquiri non va bene con il caldo 🙂

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RAGE 55

Martin YarbesPiù che una baita o una dacia russa sembrava un capanno, costruito con scarsa grazia però estremamente solido. Era ubicato in cima a una collina sopra un bosco; uscendo dalla porta della cucina, posta sul retro, al di là di uno spiazzo, delimitato ai due lati da una catasta di legname e da una piccola stalla attualmente vuota, appariva una strada sterrata che scendeva in lieve pendenza, circondata da campi non coltivati e da qualche albero. Quella era l’unica via d’accesso per una macchina e conduceva a un paese distante circa cinque miglia.
All’interno, il rudimentale capanno cambiava decisamente aspetto. Vi erano una spaziosa camera da letto resa luminosa da una grande finestra, un bagno dotato di ogni confort, il salotto, arredato con gusto, un ampio ripostiglio, e appunto la cucina, provvista di tutti gli elettrodomestici necessari. L’ingresso principale dava su un sentiero che si inoltrava serpeggiando nel bosco. Silenzio e tranquillità erano garantiti.
Quel rifugio, in origine proprietà di un cacciatore (la selvaggina abbondava), apparteneva a un amico di Martin Yarbes, che era stato ben contento di affidargli le chiavi per un soggiorno di tempo indefinito.
E lì Yarbes cercava di decifrare le emozioni e i pensieri che da quando era tornato in America si accavallavano nella mente e nel cuore come lampi in una notte di tempesta.
Il sentimento predominante era la rabbia. Sebbene fosse un uomo freddo, a giudizio di molti glaciale, faticava a controllarla. L’ira divampava, simile a un fuoco, se pensava alla morte di suo figlio e al fatto che non fosse riuscito a uccidere l’assassino che aveva ideato quella terribile strage. La collera si estendeva a Monica, che lo aveva liquidato a causa di un’azione che ancora adesso lui giudicava giusta e sensata. Poi si riversava sulla CIA, sui federali, una massa di incapaci. Per combatterla spaccava legna fino a sentire la schiena rotta. Oppure correva nel bosco, scansando rami e rocce, aumentando sempre più la velocità finché non crollava al suolo esausto.
Alle sette di una mattina soleggiata e serena, dopo aver fatto la doccia e bevuto due caffè, salì sul suo pick-up e scese in paese. Aveva dormito male, sognando un John ormai adulto che eludeva la ruvida marcatura avversaria e andava in meta, consapevole che si trattava solamente di un sogno. Aspettò che l’unico emporio aprisse, acquistò qualche bistecca, una dozzina di uova e del bacon, poi comprò un paio di giornali e tornò al capanno.
Mentre sorseggiava un terzo caffè, diede un’occhiata alla prima pagina del Washington Post.
Restò allibito.
Il titolo dell’articolo di fondo recitava: Impeachment per Monica Squire?
Yarbes depose bruscamente la tazzina e lesse l’editoriale.

Secondo fonti attendibili, la Camera dei Rappresentanti è in procinto di richiedere l’impeachment del presidente degli Stati Uniti. Secondo la legge la proposta poi passerà al Senato che sarà presieduto dal presidente della Corte Suprema Federale, il quale sostituirà durante il dibattito il vice presidente federale e presidente del Senato, Margaret Collins.
L’accusa a carico della signora Squire è di aver rifiutato di partecipare a una riunione convocata allo scopo di discutere l’opinabile decisione presa dalla signora di incontrare un noto terrorista da sola, andando così incontro a morte pressoché certa. La colpa più grave è comunque un’altra: la signora Squire è scomparsa, dileguandosi nella notte, e abbandonando la sua precisa responsabilità di difendere la Costituzione e di provvedere al bene del nostro Paese. Si configura quindi il reato di tradimento.
Tale comportamento, definito irresponsabile da un alto membro del governo, ha avuto probabilmente origine dalla tragica morte del suo unico figliolo. Lo stesso membro del governo avrebbe dichiarato che la signora Squire non è più capace di intendere e volere.

Seguivano varie frasi fatte: il giornale avrebbe seguito con la massima attenzione il grave caso, riportandone doverosamente ogni sviluppo; in uno slancio autocelebrativo di dubbio gusto venivano citati Nixon e i reporter Bob Woodward e Carl Bernstein.
Yarbes scagliò il giornale per terra. Una maledetta talpa! E se la notizia era vera tutto nasceva proprio dalla talpa. Rifletté per alcuni istanti, passando in rassegna volti e nomi. E’ quella piccola bastarda della Collins!
Afferrò il cellulare, ma non c’era campo.
Si precipitò fuori, balzò sul pick-up e, quando vide che poteva telefonare, chiamò Langley. “Brian Stevens!”, abbaiò.
“Chi…”
“Sono Martin Yarbes. Alza quel fottuto culo e passamelo immediatamente!”
La centralinista, una nuova venuta, mise in attesa e domandò: “Chi diavolo è Martin Yarbes?”
La ragazza al suo fianco la fulminò con un’occhiata. “Era la stella, qui, Susan! E adesso è la first lady… cioè il marito di…”
Susan diventò rossa come un peperone. “Oh, merda!”
Aveva letto troppi libri e visto troppi film. “Roger!”, esclamò con entusiasmo esagerato.
Venti secondi dopo, il direttore della Central Intelligence Agency era in linea.
“Che cazzo succede, Brian?”
“Non ne ho idea, Martin. Ho parlato poco fa con Brubeck, sta indagando. Pare, comunque, che sia vero.”
“E’ stata Margaret Collins, giusto?”
“La telefonata non è protetta…”
“E allora provvedi.”
Un minuto più tardi, Yarbes risentì la voce di Stevens. “Sì, lei.”, disse. “Insieme ad altri.”
Seguì un breve silenzio.
“Io sto con Monica.”, dichiarò con voce ferma Stevens. “D’altro canto, “Diana” è sparita, e questo non si era mai verificato. Non è una faccenda semplice, mi capisci?”
“Brubeck l’ha cercata?”
“Affermativo. Spacciandola per un’operazione di routine, voluta dalla stessa Squire. Risultati, zero.”
“Dove è andata?”
Il telefono rimase muto.
“Ascoltami bene, Brian! Io ti ho insegnato a cambiarti i pannolini e a bere dal biberon. Dove cazzo è andata? Tu lo sai.”
Nessuno, in America, avrebbe osato parlare così al capo della CIA; ma Yarbes poteva, e lo sapeva, e anche Stevens lo sapeva.
Brian trasse un profondo respiro. Annuì e disse: “D’accordo, Martin.”
Yarbes considerò l’informazione. “Le hai fornito un passaporto falso?”
Stevens sospirò e guardò la finestra. La vegetazione, sempre più rigogliosa, aveva cominciato a coprire il Potomac.
“Bene.”, disse Yarbes, prima di interrompere la comunicazione. “Dell’impeachment mi importa poco, amico mio, perché il Senato non lo voterà; ma la vita di mia moglie per me è sacra. Finalmente, quel cammellaro apprenderà ciò che Martin Yarbes è in grado di fare. Ibrahim al-Ja’bari conosce il Corano, ma non gli americani.”
Brian Stevens riagganciò, posando lo sguardo sulla foto di Squire, esposta sulla parete di fronte, accanto alla bandiera stelle e strisce, e all’immagine di James Angleton (un’iniziativa personale, che non aveva riscosso particolare successo, perché da icona dell’Agenzia Angleton era in seguito diventato paranoico, scatenando una caccia alle streghe che aveva messo in ginocchio Langley. A giudizio di Stevens il “prima” superava il “dopo”, sempre che James Angleton avesse avuto veramente torto, della qual cosa non era affatto sicuro: i traditori abbondavano, eccome! E doveva ancora presentarsi Aldrich Ames… L’unica consolazione era che gli amici inglesi storicamente erano messi peggio).
Poi Brian si soffermò a riflettere sulle parole di Martin; intanto rammentava quanto Aaron Ben-David gli aveva detto: “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
E Yarbes era una macchina.
A partire da adesso iniziava l’operazione Rage.
Era ora!

Il prossimo capitolo (o un riassunto) verrà editato domenica 23 agosto. Nel frattempo, pubblicherò altro. Spero che non ci siano obiezioni. Il 16 è il giorno dopo Ferragosto.

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UN CAPOLAVORO

Potere EsecutivoCome i miei amici lettori sanno, di rado scrivo recensioni perché non è il mio lavoro. Ma quando un libro mi colpisce al cuore, quando mi “fulmina” e mi rapisce, sento il bisogno di condividere il mio entusiasmo.
Il libro in questione, fenomenale, si chiama Potere Esecutivo (“Executive Orders”) di Tom Clancy.
E’ un romanzo di quasi mille pagine, con una trama molto intricata, perciò risulta praticamente impossibile riassumerla. Quello che conta è che è un romanzo impareggiabile, tanto impareggiabile da avermi fatto pensare di appendere la “penna” al classico chiodo. Per carità, non intendo qui fare la falsa modesta. Ritengo che i miei romanzi di spionaggio siano buoni, almeno a livello italico; lasciamo quindi stare – come è corretto e doveroso – Forsyth e Le Carre’ – però, però, esiste un limite, una soglia di demarcazione: leggendo Potere Esecutivo, mi sono resa pienamente conto di cosa significhi essere un vero top-writer.
Il principale protagonista della vicenda è Jack Ryan, ex agente della CIA divenuto presidente degli Usa (come Monica Squire: ma giuro che non lo sapevo) in seguito a un attentato terroristico che ha praticamente annientato i principali quadri esecutivi degli Stati Uniti.
Conoscevo Ryan, dato che anni fa avevo letto La grande fuga dell’Ottobre Rosso; qui si dimostra umano, sensibile, onesto, però anche (giustamente) duro; fantastica è la descrizione del suo colloquio con il primo ministro-a indiano. Non invieremo note di protesta, non chiederemo una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu a New York, faremo la guerra, primo ministro. Faremo la guerra con tutta la potenza e la rabbia che questo Paese e i suoi cittadini saranno in grado di mettere in campo.
Aggiungerei che per i miei gusti Jack Ryan forse è un po’ troppo di destra. In ogni caso, risulta un personaggio formidabile, come altri, presenti nel libro. Personalmente ho amato soprattutto Price, la responsabile del servizio di sicurezza della Casa Bianca, O’Day, un agente dell’FBI che stravede per la sua bambina, e la moglie di Jack, brillante medico. Senza contare i mitici John Clark e Chavez.
All’inizio, la lettura non è facile, considerati i cambiamenti di scena e la complessità dell’argomento; poi, però, ti prende, ti cattura, ti trascina. Lo stile è scorrevole e non mancano i momenti di umorismo, né quelli di forte impatto o di grande tenerezza. Straordinari sono il climax, la costruzione meticolosa dei fatti, l’analisi dei rapporti diplomatici, i giochi di potere, spesso, anzi quasi sempre, sordidi.
La scacchiera su cui si gioca la partita è ampia: Stati Uniti, Cina, India, Russia, Iraq e Iran, e il gioco si rivelerà spietato.
Clancy – questo lo sapevo – era un grande esperto di armi, eserciti, aerei, bombe e quant’altro: di conseguenza ciò che scrisse è reale e verificabile, a parte la fantasia, ovviamente. Quale differenza con i mestieranti, con chi si improvvisa, senza alcuna cognizione di causa! E per una volta lasciamo perdere Licia Troisi 🙂
E’ un libro che mi sento di consigliare a tutti gli amanti delle spy-story, anche se il termine è riduttivo: fantapolitica, guerra, probabilmente un cocktail di questi tre generi. Non credo proprio che resterete delusi. Forse, è un po’ lunga la battaglia finale, peraltro viene descritta con grandissima perizia. Il mio voto, comunque, è dieci.
E a proposito di libri ho ricevuto recentemente una proposta di pubblicazione per un romanzo erotico. Le royalty sono assai elevate, e la richiesta nasce da Lesbo è un’isola del Mar Egeo, che ai tempi riscosse un certo successo.
Ma… i tempi cambiano e, sebbene i quattrini non mi diano certo fastidio, confesso che detesto scrivere di erotismo. Cosa farò? Ancora non lo so.
Perché non mi chiedono un libro di spionaggio?
Ah, sì. Perché non sono Tom Clancy 🙂

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RAGE 54

hammadaL’agente speciale Priest si appartò e chiamò Quantico. “Devo parlare urgentemente con il direttore.” Cinque minuti più tardi, era in linea con Milton Brubeck. “Diana si è eclissata.”, annunciò con voce cupa. “Diana” era il nome in codice di Squire (tutti i presidenti degli Stati Uniti avevano avuto un nome in codice e la tradizione proseguiva).
“Non l’avete fermata?” La domanda era così idiota che non meritò una risposta, e Brubeck era il primo a rendersene conto. “E’ stata almeno seguita?”
“Negativo. La signora proviene dalla CIA, agente sul campo prima di tutto il resto… Sa individuare una “scatola” e riconoscere un pedinatore solitario.” La “scatola” è una formazione composta da quattro elementi: uno precede il soggetto, uno lo segue, gli altri due si pongono ai lati. “E qui tutti abbiamo una famiglia.”
Brubeck borbottò qualcosa, mentre spegneva il pc. Aveva visto e rivisto fino alla nausea l’ultimo intervento dell’arabo pazzo. In un impeto di megalomania Daigh aveva inserito la sua firma, il Mago, quasi si trattasse di un film.
“Sono vivo.”, aveva dichiarato un sereno e sorridente Ibrahim al-Ja’bari. “Questo per volere di Allah, il Misericordioso. Ho un compito da svolgere e non mi fermerò finché non lo avrò portato a termine. La mia sacra missione è quella di annientare il grande Satana e, in seguito, il piccolo Satana.” (Usa e Israele). “E in nome del profeta, che riposi in pace, ci riuscirò. La collera di Allah si abbatterà sui miscredenti, ma attenzione: non solo su di loro, anche sui fratelli di fede che l’hanno tradita, commerciando con i venditori di morte, trasgredendo le leggi dell’Islam, bevendo alcolici e mangiando carne di maiale. Questo è il sacro Corano” – lo mostrò – “e io agirò in base ai suoi precetti.”
Ibrahim al-Ja’bari era un hafiz; ciò significava che aveva imparato a memoria tutti i 6236 versetti del libro. Quello che però Brubeck ignorava era il fatto che come altri prima di lui aveva distorto il senso del messaggio trasmesso dal profeta. Non che a Brubeck importasse.
Riagganciò e telefonò a Quantico. Spaccciandola per un’esercitazione, ordinò che ogni aeroporto venisse strettamente sorvegliato. Se avessero riconosciuto Monica Squire, dovevano avvisarlo immediatamente. Lei si sarebbe congratulata e ci sarebbe scappata qualche promozione. Forse disponeva di documenti falsi, aggiunse (l’intuito non gli mancava); d’altro canto era eccentrica, dato che aveva lavorato a Langley. E li conosciamo, vero?
Poi rifletté. Lui stava dalla parte di Monica ed era certo che, se lei si fosse presentata alla riunione, la sciocca proposta di Margaret Collins sarebbe stata bocciata. Avrebbero raggiunto un compromesso ragionevole e in qualche modo avrebbero sistemato le cose. A Londra c’erano dei federali e, in congiunta con l’MI5, l’MI6, la Special Branch, la stessa CIA, sarebbero riusciti a sventare il pericolo.
Punto secondo: la fortezza di Ibrahim al-Ja’bari era stata protetta in maniera esemplare e le fonti di informazioni di cui il pazzo disponeva erano sicuramente degne di nota, però… però, l’incontro non si sarebbe svolto lì, visto che tale fortezza non esisteva più. Bravi russi, concesse a malincuore. Ma avremmo dovuto farlo noi, e subito! Comunque, il fatto rilevante era un altro. Ovunque Squire e l’arabo si fossero incontrati, a costui sarebbero mancate le misure difensive; quindi era più che possibile prenderlo in trappola.
Chi conosceva tale luogo?
Non ci voleva molto per arrivarci. Brian Stevens. Sebbene non amasse la Central Intelligence Agency (il che era reciproco), come uomo lo stimava. Era serio, onesto, capace.
Esitò per un momento, la mano sul telefono, poi scosse la testa.
Stevens non gli avrebbe mai rivelato alcunché.
Perché Monica Squire si comportava ancora da agente? Era il presidente degli Stati Uniti!
Che donna dannatamente formidabile, fu il suo successivo, riluttante, pensiero.

Computer e bombe atomiche hanno una cosa in comune: inizialmente erano molto costosi, di dimensioni enormi, ed era complicato costruirli; con il passare del tempo hanno seguito lo stesso percorso, e oggi esistono pc piccoli (anche piccolissimi) e i prezzi variano con dei minimi pressoché alla portata di tutti.
L’identico concetto si applica a un ordigno nucleare. La bomba trasportata dall’Enola Gay – era il nome della madre del colonnello Paul Tibbets, scelta alquanto discutibile considerando il carico di morte che portava – pesava 4.400 kg, era lunga 304,8 cm, per un diametro di 71,12 cm. Non esattamente un Little Boy…
Ai nostri giorni è possibile costruire un ordigno nucleare nel giro di qualche ora, avvalendosi di un normale banco da officina e, come per i computer, è piuttosto agevole da trasportare viste le dimensioni ridotte.
Naturalmente occorre essere esperti e Ivan Vladimirovic Todorov lo era.
Quando finalmente ricevette l’ultimo componente si mise all’opera nel magazzino che aveva preso in affitto nell’East End londinese. Il materiale proveniva dall’Ucraina e da un’altra repubblica che un tempo faceva parte dell’Unione Sovietica. Era stato introdotto in Gran Bretagna attraverso comodi canali diplomatici. Bustarelle ampiamente ripagate.
Ciò che gli serviva erano due dischi, uno di polonio e uno di litio, esplosivo plastico, uranio, un timer e poco altro. La combinazione di polonio e litio, che separati sono innocui, avrebbe fatto esplodere la bomba.
Vladimirovic Todorov lavorò con estrema attenzione, ottenne il risultato voluto, poi si lavò con l’acqua fredda del bagno e andò a bere una birra in attesa di ordini.
A differenza di Daigh, non gli interessavano gli ideali, bensì i quattrini. E li avrebbe ricevuti. Oh, sì. In abbondanza.
Il giocattolo era pronto.

Dovrei chiamarmi Hunter, si disse soddisfatto William Hunt dopo aver parlato con un informatore. L’uomo non era del tutto affidabile, ma in questo caso l’agente dell’MI5 era propenso a credergli.
La mossa successiva sarebbe stata quella di recarsi all’ambasciata italiana di Londra per fare quattro chiacchiere con un funzionario corrotto. Hunt non amava la violenza e, se possibile, non vi ricorreva. Esistevano, però, delle eccezioni. Qualora il traditore si fosse mostrato reticente, gli avrebbe spaccato le gambe. Era un lurido individuo e non meritava compassione.
A causa sua sarebbero potute morire decine di migliaia di persone.
Hunt telefonò a Sir Edward, il quale si congratulò con lui.
“Ha trovato l’ago nel pagliaio.”
“Me lo auguro proprio, signore.”
Sebbene compiaciuto, Hunt si disse che gli elogi potevano aspettare. Non era detto che, mentre otteneva una confessione completa, ci sarebbe stato ugualmente un bang.
Ma no! Dopo tutto, era un Hunter.

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