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Archive for gennaio 2014

AleksandrOrmai prossimo alla pensione, Sergej Vadimovic Sokolov aveva una vasta esperienza. Era entrato a far parte del KGB, dopo aver militato nell’Armata Rossa, dove si era distinto in varie occasioni per intelligenza e coraggio; in seguito aveva operato per il Gru. Alla Lubjanka lo avevano tenuto d’occhio. Inizialmente lo mandarono in Arabia, poi aveva lavorato in Francia, quindi in Gran Bretagna. Quattro anni prima era stato nominato rezident.
Era un comunista convinto e parlava correntemente cinque lingue, fra le quali naturalmente l’inglese. E conosceva gli uomini.
Mentre ascoltava e osservava la giovane donna, seduta di fronte a lui, nel frattempo la valutava. Monica indossava un tailleur di stampo classico e calzava scarpe con i tacchi bassi. Si esprimeva in un inglese dal forte accento americano, usando termini che Sokolov avrebbe accuratamente evitato.
Era una donna intelligente, ma era ancora inesperta. Con il tempo, sarebbe maturata e forse sarebbe diventata una “stella” della CIA; quello che tuttavia era certo era che stava mentendo. Gli aveva rivelato il nome di due traditori, che erano già sul punto di venire richiamati in Unione Sovietica per essere processati (un eufemismo) e condannati. Aveva dichiarato di odiare il capitalismo e di essere mossa da profondi ideali; ciò nonostante, aveva offerto i propri servigi in cambio di denaro.
Questo era stato il primo errore. Le persone che cambiavano bandiera si dividevano in tre categorie, e chi – come l’inglese Philby – decideva di tradire il suo Paese, spinto da ragioni morali e da solidi principi, non pretendeva nulla in cambio. Aldrich Ames, invece, era motivato unicamente dall’avidità, ma non si era mai sognato di definirsi comunista. Poi c’erano i millantatori, che fingevano di essere amici dell’Urss, ma che in realtà facevano il doppio gioco. Monica Squire apparteneva a quest’ultima categoria.
Il secondo errore nasceva dal fatto che lei amava gli Stati Uniti, credeva nei loro falsi valori, e non era riuscita a dissimularlo. Probabilmente avrebbe tratto in inganno uno sprovveduto, un uomo superficiale; e non era il caso di Sokolov.
In realtà esisteva anche una quarta categoria, composta da chi è sottoposto a un ricatto, ma il ricatto nasce da una colpa, e lo sguardo della giovane americana era troppo limpido per presumere che fosse incorsa in qualche tipo di malversazione oppure che fosse stata fotografata a letto con un’altra donna o magari con un negro. E poi il rezident ne sarebbe già stato al corrente.
L’avrebbe liquidata dopo dieci minuti di colloquio… però, poi, Squire gli fornì il recapito di un uomo che Sergej Vadimovic Sokolov disprezzava e detestava. Era un’informazione vera? Oppure falsa? Ma, nel tal caso, perché avrebbe dovuto correre il rischio di essere smascherata? Non avrebbe ottenuto nulla, né soldi, né riconoscenza, e soprattutto avrebbe perso la già scarsa credibilità di cui ai suoi occhi disponeva.
Il rezident rifletté. L’operazione era stata studiata e pianificata con estrema attenzione. Dubitava, però, che la CIA volesse sbarazzarsi di Klaus Altmann: era troppo importante per Langley, e comunque avrebbero potuto farlo sparire senza coinvolgere il KGB. Dunque, esisteva un motivo nascosto alla base di quella rivelazione. Una trappola. Una trappola ideata con un preciso scopo. Attirare in Italia un agente della prima direzione centrale, al fine di sopprimerlo. E chi, se non il brillante Aleksandr Stavrogin? Matrioska aveva perso il suo migliore amico e avrebbe insistito per essere lui e non altri a vendicarlo. Sebbene vivesse da anni a Londra, Sergej Vadimovic Sokolov era informato su tutto, anche su ciò che accadeva a Berlino est. Compresa la morte di Klavdij, sicuramente dovuta a un ordine dell’Uomo di Ghiaccio, il miserabile nazista che, invece di giustiziare, gli americani avevano assoldato.
Il rezident si concesse un sorriso e annuì. “Sono davvero lieto di averla conosciuta.” Aprì un cassetto, contò delle banconote e porse a Monica una somma che a lei parve esagerata.
Se avesse potuto leggere nei pensieri di Sergej Vadimovic Sokolov, avrebbe capito che l’anziano rezident voleva quell’incontro e non avrebbe mosso un dito per impedirlo.  Comunque, lo intuì. Ma Squire – come quasi tutti all’interno della CIA – non sapeva chi era veramente Aleksandr Sergeivic Stavrogin. Lei un giorno lo avrebbe scoperto, altri molto prima.

Mezz’ora più tardi, Kris e Monica sedevano a un tavolo appartato, in un locale anonimo, ubicato nei pressi della Waterloo Station. “Non mi ha creduto.”, affermò Monica. Howe finì di bere il suo caffè, invero pessimo, poi depose la tazzina con aria pensierosa. “Ne sei certa?”
“Sì.”, rispose Squire. “Mi ha riempita di soldi, ma non ci è cascato.”
“I soldi sono tuoi.”, replicò Kris. “La CIA può tranquillamente farne a meno… ma, allora, perché te gli ha dati?”
“Per una ragione molto semplice. Adesso sa dove a breve Altmann si trasferirà. A questo ha creduto. L’ho compreso dalla sua espressione. Sembrava annoiato e non lo nascondeva, ma d’un tratto si è fatto estremamente attento. Ha capito che “questo” era vero, e se pure diffidava di me, la notizia gli è piaciuta. E sono convinta che invieranno proprio il “soggetto”. Più che convinta.”
“Perché?”, ripeté Kris.
“Perché lo considerano il migliore. Ma, si sa, i russi sbagliano sempre.”

Il tenente Stavrogin parlava molto bene quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, dopo il volo che lo aveva condotto da Stoccolma all’ aeroporto di Nizza,  aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese del nord.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio e sotto l’auto; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità in entrambi i posti. E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per mettersi in azione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Il suo pensiero era fisso sulla morte di  Klavdij.
Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

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IL LATO OSCURO: MEG

Il lato oscuro - MegMeg era nata a Boston, dove aveva compiuto studi regolari e trascorso un’infanzia felice. Le cose erano cambiate dopo la morte di suo padre, cui era seguito un matrimonio che lei aveva giudicato intempestivo, poiché erano passati solamente sei mesi dal funerale. Ciò l’aveva indotta a sospettare che mamma tradisse il marito quando egli era ancora in vita. Ma vi era di peggio.
Una notte il patrigno era entrato nella sua camera, allungando avide mani e tentando di baciarla. Meg aveva denunciato il fatto a sua madre, la quale non le aveva creduto. Spesso le ragazze si inventavano le storie più assurde per attirare l’attenzione su di sé, per una forma di perfidia oppure a causa di un’immotivata antipatia.
Il giorno dopo, Meg aveva fatto le valigie e si era trasferita a Los Angeles con la sua piccola parte di eredità. Aveva trovato un lavoro come cameriera che svolgeva con impegno ma scarso entusiasmo. Un mese più tardi, conobbe Catherine. Le due simpatizzarono, e Meg si confidò con lei. Non aveva grandi pretese, cinema, giornalismo, televisione e, dato che non aveva frequentato l’università, non poteva ambire a posti di rilievo. Amava l’avventura e aveva praticato le arti marziali. Catherine era stata schietta: se avesse lavorato con lei, non sarebbe diventata certo ricca. In compenso, l’avventura non sarebbe mancata: questo era garantito.
In una mattina illuminata dal sole, Catherine fece scorrere lo sguardo su Heather, poi su Patricia e infine su Meg. “Oggi tocca a te.”, disse, porgendole un breve rapporto che aveva steso la sera precedente.
Meg annuì e scorse rapidamente quelle poche righe.
Un certo Wang, che possedeva una modesta lavanderia, era stato preso di mira da alcuni teppisti. Non appartenevano al racket organizzato e si occupavano soltanto dei piccoli commercianti, in modo da non irritare organizzazioni di criminali ben più potenti. Da buon cittadino, ligio alle leggi, Wang aveva sporto una denuncia, che nel giro di una settimana era stata archiviata. Che mi importa?, aveva pensato il poliziotto che avrebbe dovuto occuparsi del caso. Non provava la minima simpatia per i musi gialli, cinesi, giapponesi o vietnamiti che fossero. Non era forse vero che tanti bravi ragazzi americani erano morti a causa loro?
Visto che non succedeva niente, i teppisti avevano fatto una seconda incursione nella lavanderia di Wang, picchiandolo e svuotando la cassa. Wang non era uno stupido e aveva capito che la legge non è uguale per tutti. Si era interrogato sul da farsi. E aveva letto un annuncio sul giornale che aveva catturato la sua attenzione. Ciò che lo aveva colpito erano state due brevi frasi: prezzi modici e compenso a lavoro eseguito. Wang sapeva che normalmente venivano richiesti sostanziosi anticipi, e lui non disponeva di molto denaro, specie dopo la seconda visita di quei mascalzoni. Rifletté a lungo. Poi prese il telefono e digitò un numero.
“Il mio compito esattamente in cosa consiste?”, domandò Meg.
Catherine le sorrise. “Vacci piano.”, rispose con un filo di ironia nella voce. Non ignorava che fra loro quattro, Meg era la “dura”. Riprese il fascicolo, lo ripose in un cassetto della scrivania, quindi aggiunse: “Sono tre piccoli bastardi. Gli basterà una lezione.”
“Buona fortuna!”, disse Patricia.
“In bocca al lupo!”, disse Heather.
Meg si appostò nei pressi della lavanderia. Beveva un caffè in un bar all’aperto situato di fronte all’esercizio di Wang, fingeva di leggere una rivista, passeggiava scrutando con aria indifferente le dimesse vetrine di quella strada dove vivevano perlopiù famiglie povere, si dissetava sorseggiando acqua minerale direttamente dalla bottiglia; ma in realtà non le sfuggiva nulla di quanto avveniva dentro o fuori dalla lavanderia.
Furono giorni alquanto noiosi. Ogni sera, prima di rincasare, presentava il suo rapporto a Catherine: niente di nuovo. Forse avevano smesso di tormentare il cinese, forse ora agivano in un altro quartiere.
Catherine scosse la testa. “Torneranno.”, affermò in tono deciso. “E’ una preda troppo facile. Magari lo stanno sorvegliando, in attesa di una giornata che veda entrare più clienti del solito, perciò con un incasso maggiore.”
E Meg continuò a vigilare.
Poi accadde.
Poco prima dell’orario di chiusura, dopo un pomeriggio che effettivamente era stato più movimentato del consueto, i tre balordi fecero irruzione armati di spranghe di ferro. In quel momento, nei paraggi non c’era anima viva; in ogni caso, nessuno si sarebbe sognato di intervenire.
Meg attese per qualche secondo, osservando attraverso la vetrina lo spaventatissimo Wang che apriva la cassa e consegnava il suo guadagno di quel giorno. Uno dei tre arraffò il denaro, un altro spintonò il cinese e lo colpì alle gambe con la spranga. Il capo controllava la porta. Fu lui che vide per primo una giovane attraente, in calzoncini corti, che entrò esibendo un’espressione timida. “Fuori!”, le intimò, mentre lei si toglieva gli occhiali scuri che l’avevano protetta dal riverbero del sole al tramonto.
Ma quelle gambe lo eccitavano e prese in considerazione l’idea di finire la giornata in bellezza. L’avrebbero costretta a salire in macchina, si sarebbero diretti in un luogo appartato e le avrebbero fatto conoscere le delizie del sesso. Lui – decise – l’avrebbe sodomizzata.
Fu il suo ultimo pensiero. Meg gli sferrò un calcio in pieno stomaco, evitò una sprangata e con una ginocchiata all’inguine mise fuori combattimento il secondo. Il terzo fu raggiunto da un micidiale destro alla mascella, subito doppiato da un sinistro. Era il più robusto dei tre e cercò di reagire, ma purtroppo per lui non aveva mai sentito parlare di una tecnica denominata ashi-waza. Finì al tappeto.
Con calma, Meg tirò fuori il cellulare e chiamò Catherine.
“Avvisa la polizia.”, le disse.
“Troveranno tre imbecilli legati come salami.”
Dopodiché gli legò mani e piedi.
Quindi si occupò del signor Wang. “Si sente bene? Comunque, stia tranquillo. Non verranno mai più.”

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Klaus AltmannAlla Century House la proposta di Kris Howe fu accolta con qualche perplessità.
Non era tanto il Paese scelto per organizzare l’operazione  che suscitava i dubbi (su questo tutti si dichiararono d’accordo, e John Baker del MI5 insisté sul fatto che nel caso quella nazione non andava assolutamente avvertita).
Il problema era legato al modo con cui Kris intendeva procedere. Inviare Monica Squire all’ambasciata sovietica di Londra, munita di alcune informazioni riservatissime (ma sostanzialmente di dubbia utilità), chiedere una cifra sostanziosa e affermare di essere comunista. Se la cosa fosse andata in porto, Monica avrebbe fatto un ultimo “regalo” ai russi, svelando dove si trovava il rifugio di Klaus Altmann.
“Tre considerazioni.”, ribatté Forbes. “La prima: da quanto ci ha detto, Squire è giovane e relativamente inesperta. Ne consegue che potrebbe commettere degli errori; di conseguenza non verrebbe creduta. La seconda: se un’informazione è segretissima, per sua stessa natura non può essere di dubbia utilità; e se invece fosse fasulla, il KGB non abboccherebbe all’amo. Infine, la terza considerazione: chi ci garantisce che manderebbero proprio il “soggetto” e non un altro agente?”
Prima che Howe potesse replicare, intervenne Altmann. “Signori, in quanto al terzo interrogativo, vi posso tranquillamente rassicurare. Io so come muovermi. Ieri abbiamo eliminato un certo Klavdij. In base a certe ricerche, avevo appreso che era il solo e unico amico del “soggetto”, e lui sa chi è stato l’artefice della sua morte. Insisterà per occuparsene di persona, e considerati i brillanti successi che ha ottenuto in pochi giorni, verrà sicuramente accontentato. Quando ero Hauptsturmführer della Gestapo, ho spesso usato metodi simili. Si chiama psicologia.”
A quelle ultime parole, gli altri distolsero lo sguardo. Martin Forbes fissò il soffitto, John Baker consultò alcuni appunti che conosceva già a memoria e che non aveva alcuna necessità di leggere, Kris avvampò in viso furiosa e colma d’odio per il criminale nazista.
Ma fu lei ad annuire. “Sono d’accordo.”, disse, cercando di mitigare il tono della voce: se avesse potuto, gli avrebbe cavato gli occhi. Quindi si rivolse a Forbes. “Io qui rappresento la CIA, e a Langley mi hanno concesso i massimi poteri. Le informazioni “segretissime” riguardano due uomini della prima direzione centrale del KGB che si sono venduti a noi. Rispettivamente a New York e a Città del Messico… però sono già bruciati, perché i russi lo hanno scoperto, e presto saranno richiamati in patria. Dato che sono pesci piccoli, i miei superiori non muoveranno un dito per salvarli, anche perché in realtà sono soltanto due avidi doppiogiochisti. Ma il KGB non sa che noi sappiamo. E su Monica Squire garantisco io. E’ giovane, è vero, ma abile e competente; saprà recitare la parte. A questo punto, però, mi chiedo il motivo di questi vostri nuovi dubbi… mi sembrava che fossimo tutti concordi.”
Martin Forbes alzò nuovamente gli occhi al soffitto. “I piani alti.”, rispose. “Hanno mosso molte obiezioni.”
Kris Howe gli rivolse un sorriso suadente. “Capisco. Tuttavia, in questa operazione, sono io che rappresento il piano più alto. Ricordatelo a chi di dovere, telefonate a Langley, fate ciò che volete. Ma esigo una risposta per domani. In caso contrario, prenderò il primo volo per gli Stati Uniti.”

Quello che Baker, Forbes e Howe ignoravano era che Klaus Altmann, l’Uomo di Ghiaccio, non lavorava per loro unicamente in cambio di denaro o per il piacere di uccidere. Vi era un terzo motivo. Ne era a conoscenza un ristrettissimo gruppo di persone – non più di cinque – ai vertici assoluti della CIA e del servizio segreto britannico.
Se i due funzionari del MI5 e del SIS avessero appreso tale motivo, e se la loro richiesta di immediato trasferimento a un altro incarico non fosse stata accolta, con ogni probabilità avrebbero dato le dimissioni. E Kris non avrebbe aspettato un minuto per tornare in America.
In linea di principio, il senso morale dovrebbe avere sempre il sopravvento su qualsiasi altra considerazione di ordine pratico, malgrado i vantaggi che essa potrebbe assicurare.
D’altro canto, l’ex Hauptsturmführer della Gestapo era responsabile di 1.424 omicidi. Se si chiudono gli occhi su questo – come erano stati chiusi -, si possono chiudere pure su qualche altro peccatuccio. Ciò che Altmann aveva compiuto a Berlino est era di importanza inestimabile e valeva qualche ulteriore piccolo sacrificio in termini di etica.
Quella sera, mentre un sicario al soldo di Langley, sorvegliava la porta della stanza dell‘Uomo di Ghiaccio, con l’ordine di non permettere intrusioni, la piccola Sarah di quattordici anni sperimentava quanto, molti anni prima, era toccato in sorte alle precedenti vittime di Altmann.
Seviziarla era delizioso.
All’alba, si trovò un modo per far scomparire ogni traccia di quello che era accaduto.

Otto ore più tardi, Monica Squire varcava la soglia dell’ambasciata sovietica.
Fu accolta senza stupore.
Erano troppi i casi, che si erano verificati in passato o che sarebbero avvenuti in un prossimo futuro, perché ci fosse una ragione per sorprendersi della sua libertà di movimento. Aldrich Ames, in America, stava incassando somme ingentissime senza che la CIA si accorgesse della misteriosa scomparsa di un numero assai rilevante di agenti del KGB o del Gru che lavoravano per gli Stati Uniti (e chi se ne rendeva conto la attribuiva alla fortuna dei dannati russi). Kim Philby, in Gran Bretagna, aveva fatto forse anche di peggio, sebbene fosse spinto dall’ideologia e non dal desiderio di ricchezza. E molti altri avevano seguito quegli esempi, sotto gli occhi indifferenti del MI5.
A Langley ciò era dovuto alla presunzione di innocenza di qualsiasi elemento della CIA per il semplice fatto che apparteneva alla CIA; a Londra, a causa del tipico concetto inglese di privacy. E se negli Stati Uniti poi ci aveva pensato l’FBI; in Gran Bretagna, i traditori si erano trasferiti in Unione Sovietica senza incontrare problemi.
Con grande sorpresa di Monica, il rezident del KGB acconsentì a riceverla immediatamente.

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IL LATO OSCURO

Il lato oscuroSe John Milton avesse potuto leggere nel proprio futuro, certamente avrebbe compiuto scelte differenti; ma, sebbene alcuni dichiarino il contrario, tale facoltà non appartiene agli esseri umani.
Nato a Los Angeles, cresciuto nei bassifondi, Milton era riuscito a evitare di essere arruolato nell’esercito, grazie a una rete di conoscenze basate sul ricatto o su promesse di denaro, rete che includeva un discreto numero di politici, che lui aveva corrotto e plagiato, spacciando vari tipi di droga, registrando le loro comunicazioni e, mediante alcuni complici assoldati nell’ambiente della malavita, fotografando e filmando i momenti in cui avvenivano gli scambi.
Più tardi estese il suo potere, eliminò i delinquenti che lavoravano alle sue dipendenze, e si dedicò principalmente a due attività, entrambe assai redditizie. Ancora droga e prostituzione di alto livello. Aveva creato una fantomatica casa cinematografica, il cui scopo non era quello di produrre film bensì di attirare ragazze che avessero in comune due caratteristiche: dovevano essere belle, o almeno attraenti, e tanto sprovvedute da vedersi nei panni di Cameron Diaz oppure in quelli di Gwyneth Paltrow.
Funzionò. E il suo impero si ingrandì, mentre egli diventava milionario. A quarantadue anni era già ricchissimo; ciò nonostante, se doveva regolare un conto, punire un cliente in arretrato con i pagamenti o lanciare un ammonimento alle giovani che avevano manifestato l’intenzione di lasciarlo, dato che avevano compreso che non avrebbero mai girato un film, se ne occupava personalmente.
Aveva nuovi dipendenti, alcuni dei quali ignari della sua vera attività (si occupavano degli affari leciti), altri invece al corrente degli atti criminosi che venivano commessi; ma Milton amava uccidere e amava sfregiare le donne. E soprattutto amava farlo da solo.
In quanto alle bande rivali, da loro era temuto, a causa delle alte protezioni di cui godeva. Aveva complici nella polizia, nell’FBI, nei governanti e, tramite un micidiale computer che aveva affidato a un genio dell’informatica, come lui privo di scrupoli, passava importanti informazioni alla CIA. Ciò lo rendeva invulnerabile.
Il passo successivo fu quello di entrare in un nuovo settore: vendeva armi. A chiunque. Terroristi, fondamentalisti islamici, serbi, croati, membri di stravaganti organizzazioni americane, i quali, benché nutrissero progetti farneticanti, spesso godevano dell’appoggio di Langley.
A quarantotto anni era diventato il re assoluto di Los Angeles, la sua ricchezza, accuratamente diversificata (conti nelle banche più sicure del mondo, fondi di investimento, partecipazioni societarie nei più disparati settori) si era quadruplicata.
Ma quello che amava di più era sempre uccidere o straziare le ingenue ragazze che inizialmente gli avevano creduto. L’emozione, la gioia, l’eccitazione che provava ammazzando a mani nude un uomo o rovinando per sempre il viso di una donna, superavano di gran lunga il piacere di possedere una villa immensa, circondata da un grande parco e protetta da alti muri di recinzione, nonché da guardie armate e da sofisticati sistemi di sicurezza, in funzione ventiquattro ore su ventiquattro. Era provvista di ogni confort: una piscina che sembrava un piccolo lago, ampi saloni le cui pareti erano adornate da quadri preziosi, una camera da letto vasta quasi come una piazza d’armi. Oltre ai possedimenti all’estero. E al flusso di denaro che continuava a crescere.
Alto un metro e ottantacinque per novanta chili di muscoli, esperto nelle arti marziali, in superba condizione fisica – non beveva alcolici, non fumava, non si era mai drogato -, amava ancora regolare i suoi conti di persona. Dopodiché altri avrebbero provveduto a cancellare ogni traccia. Disponeva sempre di alibi in apparenza inattaccabili. Se esistevano – come esistevano – sospetti, gli investigatori più zelanti venivano trasferiti in tempi brevi o destinati ad altri incarichi.
Il suo errore si chiamò Laura.
Fu probabilmente il primo che commise, e anche l’ultimo.
Una sera, Laura gli chiese un colloquio.
Milton la ricevette in un salottino privato, debitamente insonorizzato, ascoltò con un sorriso benevolo la sua intenzione di abbandonare il lavoro di escort, annuì varie volte con indulgenza.
Sollevata, la giovane donna lo ringraziò e si alzò per uscire. Uscire da una vita infame, dimenticare le umiliazioni, dare un nuovo senso a un’esistenza bruciata. Forse, pensava, era ancora possibile, se fosse andata lontano, a New York o magari in Messico. E, in effetti, sarebbe stato possibile.
John Milton la accompagnò alla porta e le strinse la mano, mentre il suo sorriso si faceva più caloroso. Poi le sferrò un pugno in pieno volto.
Quando la ragazza rinvenne, era strettamente legata a un letto, in preda a un terrore e a un dolore insostenibili. Milton troneggiava su di lei.
Le porse uno specchio e l’urlo disperato della donna gli procurò una potente erezione. Sarebbe morta più tardi: prima doveva soffrire in maniera indicibile. E lui l’avrebbe guardata impazzire.
Per una ragione che forse nemmeno lei avrebbe saputo spiegarsi, il giorno precedente Laura aveva scritto una lettera. E l’aveva spedita a Catherine, che in un passato ormai lontano era stata la sua migliore amica.
Catherine lesse la missiva, attanagliata dall’ansia. Laura le descriveva con dovizia di particolari ciò che era stata costretta a fare ed esprimeva la speranza di poterne venire fuori. Le aveva fissato un appuntamento, in un bar che entrambe conoscevano.
Catherine si recò nel locale all’ora convenuta. Sapeva già che l’amica non sarebbe arrivata. Dirigeva una piccola agenzia investigativa e sapeva molto bene chi era John Milton. In cuor suo, biasimò Laura; però non pianse. Tornò in ufficio e convocò le sue tre collaboratrici: Heather, Patricia e Meg. Espose i fatti, consegnò loro la lettera, affinché la leggessero, ed espresse la sua precisa convinzione: Laura era morta, ed era morta male, posto che si possa morir bene.
Quindi, espose il suo piano.
Mediante un conoscente che apparteneva alla malavita, fu fissato un incontro. Catherine gli affidò un plico che conteneva quattro foto.
John Milton si presentò puntuale. Le fotografie gli erano piaciute e quelle quattro stupide andavano bene. Le invitò nel suo ufficio per discutere i dettagli. Uscirono dal ristorante, ubicato in una zona isolata e scarsamente illuminata, dove avevano consumato una buona cena, e, accompagnati da due guardie del corpo, si avviarono verso la lussuosa limousine di Milton.
Catherine non ignorava che i due gorilla erano muniti di giubbotti antiproiettili, perciò gli sparò alla testa. La pistola era dotata di silenziatore.
Quello che, invece, Milton ignorava era che Catherine, Heather, Patricia e Meg non erano precisamente delle donne normali. Talvolta, il destino è beffardo. Scrittori fantasiosi accennano spesso ai presentimenti, ma Milton era troppo sicuro di sé per cogliere un eventuale campanello d’allarme.
Fu tramortito da un violento colpo al cranio, sferrato con uno sfollagente da Patricia e trascinato in una piccola macchina. Venne rinchiuso nel baule. Il tragitto fu breve.
Quando Milton riprese i sensi, perse il controllo e cominciò a urlare.
Catherine lo evirò, fissandolo negli occhi, mentre le altre tre lo immobilizzavano.
Di lui non si seppe più nulla.
La sera dopo, mentre Catherine rimuginava cupamente sulla sorte di Laura, le sue colleghe festeggiarono ubriacandosi.
Era stato divertente!
“A quando la prossima?”, domandò Meg.

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aqualung di Quou e AlessandraALESSANDRA:
Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

QUOU:
FLASHBACK 3
“Tu ci credi?”
“Eh?”
“Tu ci credi?”
“A cosa?”
Un sorriso.
“Domani può aspettare, non credi, amore mio?”
Amore mio. Come lo ha detto. Non l’ho mai sentito detto così. Come quando poi puoi morire. Poi s’era rigirata verso il mobile della cucina. Poi sono passati almeno duecento anni, forse qualcuno in più, eh già. Ora che non serve ad un cazzo, capisco un po’ meglio. Ogni fotogramma che mi brucia nel petto, la pellicola si scioglie, ora che sono sommerso dall’eco, ti ho capita, amore mio. Certo che domani può aspettare. Aspetterà. Come sono piene le onde solo io lo so e tu lo sapevi, prima di me.
Oh grande Dio. Oh Dio delle praterie, Dio del vento. Dio della vita e della morte. Dio, Dio mio.
Perché non mi parli? Mi lasci qui con queste troie, lo sai che non posso farci niente. E perché dovrei, poi? Te ne stai lì nel tuo cazzo di buio, per te è facile, vero? E io che faccio?
Oggi m’è sembrato quasi normale. E’ venuta una famiglia, si sarà sbagliata. O forse sono scesi dalle mie parti per caso, magari per tenere contenti i bambini. Passeggiavano e mi sono nascosto nelle loro parole. Le ho succhiate talmente che non sapevo più se ero io a vampirizzare loro o loro ad aver ipnotizzato me. Solo sembrava normale, come quando guardavo il telegiornale ed era come se non ci fossi più, come se le notizie fossero i miei pensieri, le mie parole, i muri della mia casa, della mia anima. Sono stato un po’ il padre, poi sono stato la madre, poi sono stato il figlio. E lì m’è venuto da piangere. Che strano. M’è venuto da piangere mentre stavo per uscire dal mio… dal mio odore. Credo che sarà un po’ troppo da pensarci. E poi devo sbrigarmi se no non trovo da bere. E che si fottesse pure lui. E magari mi fotto pure io e amen.
Vado nel bosco. Sto lasciando il mondo. Chi è che mi guida? E dove sei, perché te ne sei andata? I sentieri del bosco sono bui, ma mi assomigliano e non possono che coprirmi. Io sono ombra ed il bosco è ombra e i miei pensieri sono ombra e non ne posso più di questi spazi all’aperto. Le spade. Mille spade d’argento per la mia testa. Nel bosco a riposare, a confondermi. Magari ero così, sai, magari ero così anche quando ero con te, sai? Forse dovevo conoscerti, sì, ma solo per finire qui. Perché non dovrei finire?
Queste belle troiette. Venite con me. Sarò il signore del buio e voi le mie regine. E avrò da darvi più di quanto voi darete a me.
Aqualung. Non voglio finire così. Devo farmi la barba ed un bagno. Sono un porco. Aqualung. Dio delle praterie. Dimmi solo perché e io pagherò ogni cosa, anche la mia solitudine, anche lei che non c’è più. Non ne posso più. Devo mangiare qualcosa di sano, sentire la pelle pulita. Ma non riesco, non riesco a farci entrare tutte due le cose, tu che non ci sei e io che mi devo tenere. Non sento più niente nelle braccia, Aqualung, non ho più la vita dentro, e se ogni tanto guardo quelle ragazzine è per avere ancora un po’ di gusto, non ho diritto anche io di avere un po’ di gusto? Sentire qualcosa, capisci? Qualcosa di buono, mi capisci, amico mio?
Quando Elena mi guardava non aveva mai un altro fine. Mi guardava come una che abbia sete e beva. Era la vita. E invece la vita era più grande e si nascondeva. Ma tanto non importa.
Fa freddo. Si sta facendo buio. Fra un po’ è notte. Domani.

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Kris HoweHenning Frenzel fu prelevato nel tardo pomeriggio del giorno seguente, mentre preparava in fretta e furia una piccola borsa da viaggio.
A differenza di Glowatzky, si rivelò un osso assai più duro, e questo per una ragione molto semplice: Glowatzky agiva per denaro, Frenzel mosso dall’odio per il comunismo e dal desiderio di contribuire alla ricostruzione di una Germania unita, libera e indipendente. Quando il medico che controllava l’interrogatorio informò Stavrogin che il prigioniero stava per morire, e un agente della Stasi gli comunicò che, a parte gli insulti, non aveva pronunciato una sola parola, il tenente del KGB ordinò che le torture cessassero.
Entrato nella stanza dove si era svolto l’interrogatorio, pretese che tutti uscissero. L’ambiente era pervaso dal lezzo dell’urina, del sudore e della paura. Rimasto solo con Frenzel, Matrioska prese una sedia e l’avvicinò al tavolo dove, strettamente legato, giaceva il tedesco. La girò in modo che la spalliera fosse rivolta verso il traditore, si sedette e lo fissò. “Sei un uomo coraggioso.”, dichiarò, augurandosi che l’altro fosse ancora in grado di sentirlo e che soprattutto capisse quello che gli diceva.
“Mischling!”, mormorò Frenzel con la voce soffocata dal dolore.
Stavrogin gli rispose con un sorriso. “Presto o tardi, tutti parlano.”, affermò in un tono amichevole. “Ma tu no. Hai resistito alle torture più atroci, e in questo senso morirai con onore, malgrado le tue colpe. Se ormai non fosse inutile, ti condurrei con me alla Lubjanka; prima o poi ti convincerei a collaborare con noi. Purtroppo, la mia è un’idea tardiva.”
Henning non replicò, limitandosi a guardarlo con disprezzo.
“Già. E’ anche possibile che io mi sbagli.”, disse Stavrogin con aria pensierosa. “In ogni caso, sono discorsi inutili. Posso prometterti soltanto due cose.”, aggiunse sempre pacatamente.
Sebbene Frenzel fosse allo stremo delle forze e stesse viaggiando in un mondo dove esisteva unicamente la più inaudita sofferenza, non poté evitare di cogliere la differenza fra le urla con le quali gli avevano posto le domande gli uomini della Stasi e il modo garbato con cui il russo gli si rivolgeva. Ciò, naturalmente, non cambiava nulla.
“Due cose.”, riprese Matrioska, dopo una breve pausa. “Un’iniezione di morfina che porterà a termine il tuo calvario… e poi la mia personale promessa che Elke non seguirà la tua sorte.”
Frenzel ebbe un sussulto. Cosa ne sapeva quel russo di Elke? La immaginò nuda, imprigionata su quello stesso tavolo, in preda alla disperazione e al terrore. Lei ignorava ciò che egli faceva, non avrebbe potuto svelare alcun segreto, né indicare nomi, luoghi, contatti; ma per quei bastardi non avrebbe fatto nessuna differenza.
“La dolce, bella, fragile, Elke. Si contorcerà, implorando pietà, tuttavia non servirà a niente.” La voce di Matrioska era sempre suadente, gentile, quasi rassicurante. Non ottenendo una reazione, si alzò, dirigendosi verso la porta. Elke era l’amante di Frenzel.
“Un triste dono d’addio da parte tua.”, osservò posando una mano sulla maniglia.
“Aspetta!”, lo fermò Henning Frenzel.
Stavrogin si voltò.
E, negli ultimi istanti della sua vita, Frenzel parlò.

Mentre consumavano una cena eccellente, a spese della CIA, Kris Howe non riusciva a nascondere il suo disappunto. Monica Squire aveva avuto una buona intuizione, che era stata accolta con favore dal MI5, dal SIS e da Altmann; però non era riuscita a trasformarla in un progetto preciso.
Kris rammentava molto bene le parole di Baker: “La proposta è sua… adesso aspettiamo qualcosa di più concreto.” A Langley, attendevano notizie; e Kris era pienamente consapevole che, se avesse portato a termine con successo quella missione, si sarebbe assicurata una nuova promozione. Di contro, temeva che, in caso di fallimento, avrebbero potuto invitarla a tornare in America, sostituendola con un altro agente, John Lodge, Martin Yarbes o chi per loro.
Al momento del dessert, fu lei a essere raggiunta da un’illuminazione. Si confrontò con Monica.
“Partiamo da due presupposti.”, disse, allontanando il piatto da sé.
Monica si protese, attenta.
“Stasi e KGB farebbero carte false per mettere le mani sull’uomo che ha pianificato e diretto un gran numero delle nostre operazioni a Berlino est. Ora, non sanno dove adesso egli si trovi e, anche se stanno smantellando una considerevole parte della nostra rete, sotto questo profilo, non perverranno a niente di concreto.”
Kris ordinò due coppe di champagne, quindi proseguì: “La seconda considerazione nasce da un presupposto. Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo, è uno dei più abbietti criminali degli ultimi cinquant’anni. Lavora per noi, è vero, ma, se dovesse morire, questo non sarebbe altro che un atto di giustizia. Qualcun altro potrebbe sostituirlo, forse in tempi non brevi; ma la pazienza è la virtù dei forti. Ovviamente, il nostro obiettivo è il sovietico… però, non mi dispiacerebbe un pareggio. E credo che in Virginia il nostro capo rimarrebbe soddisfatto. Anche lui disprezza Altmann, a dispetto delle alte sfere. In quanto a loro, accetteranno il fatto compiuto.”
Monica Squire la fissò con aperta ammirazione. “Quindi?”, domandò.
Howe rifletté per alcuni secondi. “Se noi trovassimo il modo per informare gli “amici” russi che Altmann attualmente si rifugia in un dato luogo… ”
“Giusto! Londra.”, esclamò Monica.
Kris scosse la testa. “In un secondo momento, qualora la prima operazione non portasse a un esito soddisfacente. Alla Lubjanka sanno essere molto cauti. Organizzare la cattura o l’uccisione di Altmann in Gran Bretagna non è la cosa più facile del mondo. Sanno fin troppo bene quanto l’MI5 sia efficiente.” Bevve un sorso di champagne. “In un secondo momento.”, ripeté.
“Incominciamo, invece, con una nazione, dove è più semplice muoversi liberamente. Una nazione, che non dispone del MI5, del SIS e dello Special Branch”.

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CHICCA

ChiccaDopo aver bevuto il consueto terzo caffè della mattinata nel suo bar preferito (i primi due li aveva preparati a casa), Max tornò con calma nel piazzale dove aveva posteggiato l’auto. Era come diviso in due parti: la prima confinava con il camposanto, la seconda, più ampia, si arrestava davanti all’avamposto di un bosco che si estendeva verso occidente. Rimase sorpreso vedendo la quantità di macchine e di persone che erano sopraggiunte nel breve tempo che aveva trascorso a leggere il giornale. Era un funerale, e ciò mitigò la sua irritazione dovuta al fatto che avevano parcheggiato in tutti i modi possibili, bloccandogli ogni via d’uscita.
Si accese una sigaretta e attese pazientemente che la cerimonia finisse e che la gente se ne andasse. Guardò l’orologio: erano le dieci e il suo appuntamento di lavoro era fissato per le undici in un paese poco distante; perciò il tempo non gli mancava.
Lei fu la prima a uscire dal cimitero. Max aveva cinquantotto anni, la donna ne dimostrava circa cinquanta. Si diresse proprio verso la Punto che gli ostruiva il passaggio. Lo guardò, comprese la situazione e si scusò con un sorriso. Max annuì e le voltò le spalle per salire in macchina.
Ma, all’improvviso, si fermò, girandosi di nuovo. “Chicca?”
Lei stava estraendo le chiavi dalla borsetta; lo scrutò, sorpresa, scavando nella memoria per dare un nome al volto di quell’uomo alto, dai capelli grigio ferro e dagli occhi stanchi. Per un lungo momento non lo riconobbbe. Chiunque fosse, gli anni lo avevano sicuramente cambiato. Poteva essere un conoscente occasionale, incontrato chissà dove e chissà quando. La vita è piena di incontri fugaci, magari durati pochi minuti, un drink in compagnia, un acquisto nel negozio dove lei lavorava, un pranzo o una cena che li aveva visti seduti ai lati opposti del tavolo.
Poi il viso le si illuminò, mentre dal passato emergeva, sempre più nitido, il ricordo. Se prima il suo sorriso era stato di circostanza, adesso divenne sincero e convinto. Mosse un passo nella sua direzione. “Dovrei ucciderti!”, esclamò ridendo. Notando che era perplesso, si affrettò ad aggiungere: “Una notte al freddo, con la tua Mehari senza portiere!”
Max restituì il sorriso, che tuttavia si estese solo in parte agli occhi. C’era come un velo in quegli occhi, notò lei… malinconia, tristezza, rimpianti, non avrebbe saputo dare un senso più preciso a quello sguardo, poiché nulla sapeva della sua vita, di ciò che aveva fatto in tutti quegli anni. Non portava la fede al dito, ma questo non significava molto: lei era reduce da due divorzi.

UN ALTRO GIORNO
A Max non mancavano i soldi per prendere una camera in albergo, ma, sebbene Chicca non fosse la sua prima ragazza (era stata preceduta da Lisa e da Antonella) e, benché avesse già fatto l’amore, si sentiva intimidito o forse semplicemente incerto. Temeva che lei accogliesse la proposta con freddezza, dato che fra loro fino a quella sera c’era stato solamente qualche bacio. Questo non toglieva che la desiderasse, ciò nonostante preferì guidare fino a tarda notte, mentre le stelle di una primavera ancora fredda brillavano remote simili a pallidi gioielli e il lago di Garda era avvolto dall’oscurità e il vento del nord calava dalle montagne.
Andarono a letto insieme una settimana più tardi. Il corpo di lei era caldo e accogliente, e per Max fu molto bello.
“Ricordi”, disse, “che al ritorno mangiammo pollo arrosto e patatine?”
Chicca non rammentava quel particolare, che al momento trovava insignificante.
Però, ricordava molto altro.

“Non mi sembri felice.”, osservò con la sua solita franchezza.
Max lasciò passare alcuni secondi, quasi stesse raccogliendo le idee o forse perché cercava una risposta adatta, quindi annuì. Cercò di cambiare argomento. “E’ morto un tuo caro?”, le domandò. Chicca scosse la testa. “Un amico di mia cugina.”, rispose.
Man mano, le automobili abbandonavano il piazzale; il prete lasciò per ultimo il cimitero. In alto, il sole splendeva e il cielo era limpido, blu come il mare, una leggera brezza accarezzava le fronde degli alberi.
Max li indicò. “Sono i miei amici.”, disse. “Io vengo spesso qui.”
I tuoi amici? Lei preferì non commentare.
“Sei felice?”, insisté.
“Mia moglie mi ha lasciato.” Max non aggiunse altro. La sensazione che le dava era che ci fosse anche un qualcosa di più, ma che in ogni caso la separazione o divorzio che fosse, lo avesse reso un uomo vuoto, perso in un mondo di solitudine e di amarezza.

UN ALTRO GIORNO
La Mehari era rossa, di un bel rosso acceso. Dopo aver sistemato le portiere, Max la portò in montagna. Lei non sciava, si crogiolava al sole sulla terrazza del ristorante, dove avevano consumato un pasto eccellente. Dopo un’ultima discesa, Max si tolse sci e scarponi e ordinò due cioccolate. Era allegro e spiritoso – talvolta un po’ matto, pensava lei (e il fatto delle portiere mancanti lo confermava). Comunque, era buono d’animo e sempre disponibile; non litigavano praticamente mai. Né ci furono tradimenti, da ambo le parti, nei due anni che li videro assieme. Stavano bene da soli e stavano bene con gli amici. Chicca lavorava già in un negozio di vestiti, Max cominciava a costruirsi un futuro, che all’epoca era sembrato solido a entrambi. Gli piaceva lavorare e aveva molte idee.
E fare l’amore era sempre più bello, soprattutto per lui.

Tornarono al bar. Il quarto caffè per Max, il primo per Chicca. Lei non intendeva essere invadente, ma la rattristava vederlo dimagrito, la rattristavano i suoi occhi, quegli occhi che in un lontano passato esprimevano entusiasmo e voglia di vivere. Ora apparivano spenti, offuscati da ombre che celavano un’infelicità che le pareva evidente.
Le parole vennero fuori lentamente, alternate a lunghe pause, a tratti chiare, talvolta evasive. Ma il quadro si delineò, e Chicca seppe che Max aveva perso un buon lavoro, che adesso guadagnava pochissimo, che per lui il futuro non esisteva. Non più.

UN ALTRO GIORNO
Nessuno dei due rammentava il motivo per cui si erano lasciati. Questo era strano, ma è l’esistenza a essere strana. Chicca ricordava una particolare notte. Lei era in Liguria, in casa di un’amica. Max l’aveva raggiunta, per una volta fuori di sé, gridando e minacciando. Non era da lui. Forse tutto era finito in quell’occasione o forse lui l’aveva seguita perché non accettava di perderla. Era stata lei a troncare il loro rapporto? O lui?
Non importava. Rimaneva il ricordo di due bellissimi anni, magari pochi in rapporto a un’intera esistenza; ma la felicità non si misura in termini di tempo, non è geometria, non è matematica, è poesia. E una breve poesia può superare le barriere del tempo e rimanere impressa per sempre in un angolo del cuore.

Quella sera uscirono a cena.
Max scoprì che la biondina vivace, allegra e spensierata di allora si era trasformata in una donna profonda e colta. Era bello parlare con Chicca. E parlarono di tutto.
Pagò lei il conto. Quando uscirono dal locale, Max guardò in alto. “Amo le stelle.”, disse.
Non aggiunse altro e si incamminò verso la macchina.
Lei restò ferma a guardarlo.
Poi disse: “Portami sul lago di Garda.”
Max si voltò.
“Ma a una condizione.”, precisò Chicca.
“Fai in modo di togliere due portiere.”

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