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Archive for gennaio 2016

diario1Dopo aver trascorso alcuni giorni a meditare su quanto potesse necessitare il mio intervento nella vita di Paola, quanto il mio operato potesse o meno influire sul suo futuro e sul suo destino, proprio quando mi sono convinto a scacciare il suo viso dalla mia mente ripetendomi che era assurdo tutto questo mio interesse e che, alla fine, eravamo due perfetti sconosciuti che una casualità aveva portato alla conoscenza e nulla più di questo… rispondo distrattamente al mio telefonino che, come spesso accade, suona nei momenti meno opportuni.
“…Pronto?”
” Sono Paola.”, enuncia timidamente una voce rotta dall’altra parte.
Appoggio il sacchetto della spesa e mi siedo sull’orlo del marciapiede senza curarmi degli occhi curiosi dei passanti.
“Ciao. Ti ascolto!”
A rigore di logica, non mi sarei mai aspettato una sua chiamata; e dato che avevo rinunciato alla mia “missione”, immaginavo che non ci saremmo mai più risentiti.
“Devo parlarti.” La voce risuona incerta, timorosa. “Ma non a casa mia!”
“Dove, allora?”
“C’è un nuovo bar giù al Bennet. Io potrei essere lì fra un’ora…”
“D’accordo. Arrivo.”
La trovo al primo tavolo, ben vestita e truccata, però tesa; sorseggia un bicchiere di vino bianco e mangia qualche patatina; noto che le mani le tremano leggermente. Le sorrido, vado al banco e torno con una birra. Lei mi fa cenno di accomodarmi.
Mi fissa negli occhi, poi abbassa lo sguardo. “Sai”, mi dice, “esistono strane cose al mondo alle quali fino a qualche anno fa non credevo, ma poi…”
Il tremito delle mani aumenta e io provo una strana sensazione, che peraltro escludo dai miei pensieri coscienti. Questa donna ha bisogno di aiuto, non di uno stupido corteggiamento.
“Ma poi?”, la incalzo.
“Stavo andando al lavoro, correvo un po’ troppo forte, e all’improvviso sbuca un camion che mi investe. L’auto sembra prendere il volo, sono terrorizzata – panico è dir poco -, tuttavia all’improvviso odo una voce. Una voce d’uomo, bella, armonica, calda. “Stai tranquilla!”, dice. “Non ti succederà niente di male.”
“Io strinsi con forza il volante, chinai la testa, mentre l’auto andava a sbattere contro un muro. Lottai, capisci, e mi salvai per pochi centimetri; non fosse stato per quella voce, per quella rassicurazione, mi sarei arresa e sarei morta.”
Mi fissa di nuovo. “Mi credi pazza?”
“Assolutamente no, anche se mi sfugge qualcosa.”
Paola mi punta contro un indice smaltato. “Tu!”, afferma. “La voce è diversa e non credo proprio che tu sia un angelo; ciò nonostante la tua presenza mi infonde tranquillità, almeno un poco; so che con te posso parlare sinceramente: hai trovato il diario e, anziché farne un uso, come dire? non appropriato, ti sei presentato per rendermelo. Ti sei interessato a me.”
Bevo un lungo sorso di birra. “Lo ritenevo giusto.”
“Devi sapere la verità, allora, e non solamente quella. Esiste una verità che appartiene al passato, ed è tremenda, ed esiste una verità che riguarda il presente. Della prima, se permetti, ne parlerò in un secondo momento; quanto all’oggi… ho tanta paura!”
Perché, Paola?”
Lei trae un profondo sospiro. Un’esitazione, un altro goccio di vino, quindi: “Ho scoperto il lato oscuro di mio marito. Quando ti racconterò tutta la storia, ne trarrai un’opinione molto diversa.” Scuote la testa. “Non è così. Casualmente ho appreso alcuni particolari della sua giovinezza, figurati da un vecchio amico che non incontravo da secoli. E a parte questo, ultimamente lui manifesta molta violenza… diretta a me. Non è più l’uomo che pensavo di conoscere così bene. E’ diventato un altro. O forse non è mai cambiato. Ho paura di lui!”
Accanto a noi una coppia anziana si dedica al proprio caffè. Chiacchierano dei fatti loro e non ci ascoltano.
Paola mi stringe con forza un braccio.
“Aiutami”
Io annuisco.
E’ sicuro che la aiuterò.

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Era conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere. Da anni, ormai, stava davanti al cinema, avvolto in un sudicio cappotto che non si toglieva mai, neppure in estate. La barba lunga, i capelli arruffati e gli occhi dall’espressione vacua erano tratti caratteristici troppo evidenti, e inquietanti, per non suscitare un senso di repulsione in chi gli passava accanto. A volte, qualche persona di buon cuore lasciava scivolare una moneta nel cappello logoro che egli teneva sempre al suo fianco; ma la maggioranza distoglieva lo sguardo, accelerando il passo per lasciarselo al più presto alle spalle.
Aveva una sola amica, una bambina bionda di nome Sandra. Quando usciva da scuola andava sempre a trovarlo, spesso non aveva soldi da dargli ma non gli faceva mai mancare un sorriso o una parola gentile. Lui ricambiava il sorriso, ma non parlava.
Aveva smesso di parlare molti anni prima, quando la moglie e i due figli erano morti in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Pochi giorni dopo aveva abbandonato lo studio legale in cui lavorava per trasferirsi davanti al cinema. La banca si era presa la sua casa, avidi parenti erano riusciti a mettere le mani sulla liquidazione. E lui non si era più mosso da lì.
Sandra non sapeva se “Barbabianca” (così lo aveva battezzato) era in grado di capire quello che lei gli diceva, se possedeva ancora un barlume di intelletto; tuttavia le piaceva raccontargli piccoli aneddoti della vita scolastica, o spiegargli che in quel particolare giorno si sentiva felice perché c’era il sole e il cielo era azzurro. Barbabianca, comunque, la guardava, e talvolta negli occhi privi di espressione sembrava passare un lampo di interesse, simile a uno spiraglio di luce che tuttavia si spegne quasi subito.
Sandra gli portava delle mele. Aveva scoperto che gli piacevano molto. Lo osservava mangiare e intanto nella sua immaginazione se lo figurava ripulito, messo a nuovo, seduto a tavola con lei e i suoi genitori.
Lo vide per l’ultima volta un giovedì di febbraio. Quel giorno faceva molto freddo, spirava la tramontana, e Barbabianca sedeva tutto intirizzito sfregandosi le mani. Gli porse una sigaretta che aveva sottratto dal pacchetto di suo padre. Lo aveva già visto fumare, e pensava che forse quella sigaretta avrebbe potuto riscaldarlo, almeno un poco. Barbabianca la consumò sino al filtro, quindi le rivolse un sorriso che parve trasformare il suo viso; per qualche istante, forse per uno solo, lei vide il volto di una persona intelligente e consapevole. Ma subito calò il sipario, e l’espressione del vecchio tornò a farsi assente, al punto che la bambina pensò di aver visto male, oppure di aver guardato con gli occhi del cuore. Istintivamente gli tese una mano. Barbabianca la prese fra le sue, che erano gelide ma che per qualche strano motivo le sembrarono calde. Si guardarono in silenzio, poi lei lo salutò, avviandosi verso casa.
Aveva fatto solo due passi quando sentì distintamente il suono di una voce. “Grazie!” Si girò di scatto, sorpresa. Barbabianca le stava sorridendo.
Morì quella notte.

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Martin YarbesGiugno 2017
Martin Yarbes non aveva la televisione e accendeva molto raramente la radio, perciò era all’oscuro di quanto era successo pochi giorni prima. Non che facesse differenza: aveva scelto di estraniarsi dal mondo. A meno che… un’ipotesi talmente assurda che la sua mente razionale non avrebbe mai potuto prenderla in considerazione; sarebbe equivalso a credere che il Mago di Oz esistesse veramente oppure che gli asini volassero.
Le sue giornate si susseguivano serene, camminava a lungo nel grande bosco che si estendeva a sud-est dalla dacia, come ironicamente la chiamava; nelle stagioni calde lavorava nell’orto, in autunno spaccava la legna per l’inverno, e due volte al mese scendeva giù al paese per fare provviste. Prima di rincasare, beveva un paio di birre con un vecchio signore con cui aveva fatto amicizia. Parlavano del più e del meno, di animali, di caccia e di bracconieri che entrambi detestavano.
La caccia era ammessa, ma secondo precise regole, le quali in nessun caso dovevano essere infrante. Contravvenire a tali regole era un crimine e come tale andava punito. Grazie ai cacciatori, le foreste erano sopravvissute; non fosse stato per loro, i contadini avrebbero abbattuto gli alberi per arare la terra, e questo avrebbe comportato la scomparsa degli animali. Diverse specie si sarebbero estinte. Ma le norme non potevano essere ignorate. Esauriti i punti fermi della chiacchierata, che li vedeva ambedue concordi su tutto, talvolta passavano a una terza birra.
Quel mattino caldo e soleggiato era il primo giorno di una nuova estate. Mentre sorseggiava un caffè, Yarbes stava meditando di recarsi al torrente per inaugurare la nuova stagione con un bagno, anche se sapeva che l’acqua era ancora gelida. Indossava short e canotta, ed era scalzo. A un tratto udì un suono strano. Era un rumore che in passato gli era stato familiare, ma che da tempo aveva scordato. Alzò gli occhi al cielo terso per individuare l’oggetto che lo produceva e vide un elicottero. Fra la “dacia” e l’avanposto del bosco c’era uno spiazzo, però era piccolo, troppo piccolo, si disse. Ed era reso più angusto dalla tettoia che aveva costruito per proteggere dalle intemperie il suo pick-up. E’ un pazzo, pensò. Sbagliava. Con una manovra perfetta il pilota riuscì in un’impresa apparentemente impossibile, almeno a giudizio di un profano, il che Yarbes non era: ciò nonostante rimase impressionato. Poi si chiese chi veniva a disturbarlo.
Lo seppe subito, quando riconobbe l’uomo che sistemandosi i capelli balzò dal velivolo e si incamminò verso di lui. Vestiva di grigio, come da consuetudine.
“Oh, ci sarebbe un buon caffè anche per me?”, disse Brian Stevens porgendogli la mano. Martin restituì la stretta, scrutando il direttore della CIA – posto che ancora lo fosse, e questo non lo sapeva. Annuì, entrò in casa e tornò con una tazza colma di caffè solubile e con un bricco di latte. Niente zucchero, ricordava che Stevens non ne faceva uso. Gli indicò una sedia e lanciò un’occhiata al pilota dell’elicottero che si teneva a debita distanza. “Lui non è autorizzato ad ascoltare.”, chiarì Stevens rispondendo alla domanda implicita. “Mi dispiace. Davvero, Martin!”
Yarbes ignorò l’affermazione, di cui non afferrò il significato, e ribatté alla frase precedente. “Ascoltare cosa?”
“Quello che ho da dirti.”
Martin depose la tazzina, scuotendo la testa. “Di qualsiasi cosa si tratti non sono interessato. Sei sempre a Langley?” Ovvio, pensò in ritardo, considerando l’elicottero.
Stevens assentì con un lieve cenno della testa. “Il presidente mi ha confermato per i prossimi tre anni, poi andrò in pensione.”
“Una ragione in più per non ascoltarti. Ho chiuso, dopo l’elezione della mia ex consorte, e ho chiuso una seconda volta, a seguito di… quanto accadde. Sbaglio o mi intimasti di sparire?”
“Non sbagli.”, confermò l’uomo che dirigeva la Central Intelligece Agency.
“E allora perché sei qui?”
Stevens aggiunse il latte al caffè e sorseggiò con calma la bevanda. “Un’emergenza.”
Yarbes rise. “Io sono fuori dal giro e non intendo rientrarci. Aggiungerei che sono vecchio.”
“Non sembrerebbe a giudicare dall’aspetto. Ti trovo in gran forma.”
“Be’, la vita all’aria aperta aiuta. Comunque, qualsiasi sia la proposta, la mia risposta è no. Hai fatto un viaggio inutile, anche se non mi dispiace vederti. Ti considero sempre un amico, però un amico da cui stare alla larga.”
Brian lo fissò negli occhi. “Non sei mai stato un esempio di sensibilità, tuttavia ero convinto di trovarti se non sconvolto quantomeno ferito, angosciato. In ogni caso, sono venuto per esplicito ordine del presidente. Ti chiedo solo di ascoltarmi, poi se lo vorrai me ne tornerò in Virginia, telefonerò al nuovo boss e gli riferirò che non sei della partita.” Si protese verso Yarbes. “Avrai visto le immagini!”
“Quali immagini?”
“Tutti i canali televisivi…”
“Niente tv.”, lo interruppe Yarbes. “Niente giornali e pochissima radio. L’ultimo notiziario che ricordo risale a un mese fa. O forse due.”
“Capisco. Sei diventato un eremita.”
“Quasi.”
“Bene allora ti racconterò ciò che è successo e ti lascerò il tempo di riflettere.”
“Fatica sprecata, Brian.”
“Lo vedremo, Martin. Cinquecento persone uccise, donne, bambini, vecchi. Altre duecento ferite, molte in modo grave. Una ragazza ha perso le gambe, un uomo le braccia, e via dicendo. Una cosa spaventosa.”
Martin Yarbes spostò lo sguardo sul bosco. Poi trasse un sospiro. “Dove?”, chiese, sapendo che non era importante conoscere il “come”.
Stevens glielo disse.
“Mi dispiace.”, dichiarò Martin. “E’ un mondo di merda, lo sappiamo. Ma io sono fuori dai giochi, mi capisci?”
Aspettò una replica che non venne.
“E comunque tu hai un apparato da far paura. Elementi di prim’ordine, preparati, addestrati, pronti a marciare dentro all’inferno. Perché proprio io? E come diavolo fa a conoscermi il presidente?”
“Perché sei il migliore.”, disse Brian Stevens. “E lui lo sa.”
“Lo ero, forse.”
“Se si impara ad andare in bicicletta…”
Yarbes lo fermò con un gesto della mano. “Amico, la risposta è no.”
Si alzò, lasciando intendere che la conversazione era finita. Stevens lo imitò. “Grazie per il caffè.”, disse in tono freddo. Si allontanò, diretto all’elicottero.
“A proposito”, aggiunse voltandosi, “ho scordato di comunicarti una notizia importante. Immaginavo, be’, che tu avessi seguito i notiziari.”
“Quale notizia?”
Quando Stevens rispose, gli occhi di Yarbes si ridussero a due fessure.
Tutto quello che aveva pensato fino a un minuto prima non aveva più senso.

Sebbene fosse moderna, spaziosa e confortevole, nei limiti dell’accettazione psicologica di chi era costretto ad aspettare notizie, a Yarbes la sala d’attesa del John Hopkins sembrava l’anticamera dell’inferno, se non peggio.
Fissava cupamente una parete, mentre la mente lo riportava a momenti felici del suo passato. Malgrado non avesse mai capito fino in fondo le ragioni che avevano indotto Monica a lasciarlo, per lui lei restava sempre la sua unica moglie, la sola donna che aveva amato, la donna che gli aveva dato un figlio. Un figlio ucciso in nome del fanatismo. E adesso quello stesso fanatismo malato e abbietto aveva colpito ancora, stroncando vite innocenti, ferendo al cuore gli Stati Uniti, in barba all’FBI e alle altre organizzazioni di nuovo incapaci di prevedere, di fermare i pazzi, di proteggere i cittadini. E Monica era stesa su un letto a combattere una battaglia disperata, della quale egli non conosceva l’esito.
Erano trascorsi minuti, ore, giorni, anni, quando finalmente un medico lo avvicinò, presentandosi e dichiarando con un sorriso stanco – la stanchezza di un soldato, pensò Martin – che la signora Squire era fuori pericolo. Yarbes trasse un profondo sospiro. Gli fu concesso di vederla anche se solamente per pochi attimi.
Era mortalmente pallida in viso, dormiva con i tubi delle flebo infilati in entrambe le braccia. Ma era viva! Molti uomini avrebbero pianto a causa del sollievo e nello stesso tempo per la sofferenza procurata da quel volto bianco, da quel corpo fragile che – se ne rendeva conto – la migliore equipe medica del Paese aveva saputo strappare alla morte, con impegno, dedizione e una professionalità di altissimo livello. Yarbes non pianse. Le accarezzò una mano senza poter assaporare il contatto fisico, uscì dalla stanza e restituì mascherina, camice e guanti.
Due ore dopo era al cospetto del Presidente.
“Si accomodi, signor Yarbes.”, lo invitò l’uomo che aveva sostituito Margaret Collins, un repubblicano di ferro; a quanto si diceva, integro e moralmente inattaccabile, ma anche duro e inflessibile.
Indicò Brian Stevens. “Il direttore le ha già presentato il quadro della situazione. Quello che voglio aggiungere io è che non possiamo accettare tale quadro. I russi hanno raso al suolo intere città, noi a nostra volta abbiamo bombardato, catturato, imprigionato e condannato, ma ci troviamo di fronte a un’idra. Più ne fai fuori, più si moltiplicano. Tutti gli sforzi fatti sono risultati vani. Prima c’è stata Parigi, in seguito Madrid, poi Roma… e siamo al punto di prima.” Bernard Stowe si accese una sigaretta – nessuno avrebbe osato protestare – e ne offì una a Martin che scosse la testa.
“Perché io, signore?”, chiese.
“Giusta domanda. E le risposte sono due. Ho appreso da Brian certe cose… oh, non si preoccupi! Al suo posto, mi sarei comportato nello stesso modo. Ciò che mi interessa riguarda la sua capacità di agire, di indagare e infine di decapitare.” Accennò un vago sorriso. “Naturalmente, parlo in senso lato. Il secondo motivo è di ordine strategico. Potrei mandare altri mille aerei, centinaia di migliaia di Marines, di truppe scelte, e non servirebbe a niente, le cose non cambierebbero. Essi sono ovunque, in Europa, qui, in Africa, forse si salva soltanto la Russia, perché con Putin non si può scherzare. Fra l’altro, so che vi conoscete bene. Io l’ho incontrato. Per me quell’uomo è un’enigma, benché abbia compreso in pieno la sua profonda intelligenza e la durezza di cui è capace. Tuttavia, egli fondamentalmente non vede la Russia come parte integrante di un’alleanza globale, non si sente europeo. Con ciò è nato a San Pietroburgo. Ma non divaghiamo. Ritengo che esista un solo modo per arginare l’infame marea che ammorba il mondo intero.”
Spostò lo sguardo sulla finestra. Fuori il sole splendeva alto nel cielo, poche nuvole si rincorrevano, l’estate trionfava… e lontano da lì, o forse molto vicino, un altro genere di nubi si stava addensando con il suo carico di terrore.
Yarbes interruppe il corso di quei pensieri. “Quale modo, signore?”
Bernard Stowe, Presidente degli Stati Uniti, spense la sigaretta e tornò a guardare Yarbes. “Tagliare la testa all’idra.”
“Sono nove.”, obiettò Martin. “E ricrescono, esattamente come nella mitologia greca.”
“E’ vero.”, assentì Stowe. “Però Ercole ci riusci. Perché, vede, la testa centrale non può ricrescere. Noi sappiamo chi è. Ma non sappiamo dove si trova.”
“E io?”
“E lei, signor Yarbes, lo scoverà. Io la autorizzo fin d’ora a decapitare quella mostruosa testa. Ibrahim al-Ja’bari le ha tolto un figlio, era un individuo malvagio e pericoloso, però agiva in proprio. Il Califfo, invece, ha una moltitudine di seguaci. Ed è di una cattiveria, di una ferocia, di una spietatezza pari a quelle di un Hitler. La sua ex consorte ha rischiato di morire e tante, troppe persone sono morte. L’America ha bisogno di lei, signor Yarbes. Qual è la sua risposta?”

Avere “carta bianca” significa fare ciò che si vuole senza dover interpellare nessuno, a parte le persone con le quali si desidera confrontarsi. Di conseguenza, Martin Yarbes non si prese la briga di informare Brian Stevens circa un viaggio che intraprese quattro giorni più tardi, dopo essere tornato all’ospedale e aver parlato finalmente con Monica, grata per la visita sebbene alquanto distaccata.
L’uomo che adesso sedeva di fronte a lui aveva una lunga storia alle spalle. Date le basi di partenza era stato protagonista di un percorso sorprendente, assolutamente non pronosticabile da chi lo aveva frequentato quando era un giovane teppista dal carattere chiuso, ma capace di grandi slanci come quando aveva aspettato al varco un bullo più grande e grosso di lui, e maggiore d’età, per metterlo al tappeto in modo da vendicare un amico, preso a botte quella mattina stessa. A causa del suo temperamento, dell’aggressività più volte palesata (in apparente contrasto con l’indole fredda) era stato escluso dai Giovani pionieri, l’equivalente sovietico dei Balilla fascisti, della Hitler-Jugend nazista e di altre organizzazioni simili presenti in diversi Stati del mondo. Una pessima partenza, soprattutto considerando la realtà rigida e paranoica dell’Urss di quei tempi, dove si rischiava di finire in Siberia, se non peggio, anche per via di semplici sospetti. Ne accennò molti anni dopo in un’intervista. “Certo.”, disse. “Non ero affatto un pioniere, ero un farabutto.”
Poi il giovane Volodja era cambiato, diventando il primo della classe. In seguito era riuscito a entrare nel KGB – prima direzione centrale – suscitando approvazione dai superiori per l’intelligenza, la determinazione e la volontà. Era ancora chiuso e spesso taciturno, ma questo veniva accettato.
Yarbes lo conosceva dall’estate del 1991. Fra i due c’era empatia, nonostante certi “trucchi” di cui Vladimir Vladimirovic Putin si era avvalso per aiutarlo a metà, salvandogli la vita, però impedendogli di andare in Crimea a parlare con Michail Gorbaciov.
Acqua passata. E ne era passata tanta sotto i ponti.
Lo “zar” stava bevendo acqua minerale, Yarbes sorseggiava una squisita vodka.
Negli ultimi giorni Martin aveva trascorso quasi tutto il tempo a leggere – rapporti dei servizi segreti, giornali, riviste -, ricostruendo la successione degli avvenimenti e pervenendo a una chiara conclusione: soltanto Putin si era mosso bene, a differenza dei francesi e dei suoi connazionali. Tuttavia ciò non era stato sufficiente. Aveva tagliato teste su teste, ma all’idra esse erano ricresciute.
“Cosa ne pensa del vostro nuovo presidente?”, gli domandò Vladimir.
Yarbes assaggiò una tartina al caviale. “Ci siamo parlati una sola volta.”, rispose. “Troppo poco per esprimere un giudizio; la mia sensazione comunque è che sia un politico determinato.”
Putin annuì. “E’ anche intelligente. Credo che Bernard Stowe sia il migliore. I suoi predecessori – Monica a parte – erano degli imbecilli. Margaret Collins appoggiava la Turchia contro di noi! Stowe mi ha garantito che cambierà strada.” In realtà gli americani erano spesso incomprensibili e anticipare le loro mosse aveva costituito l’incubo del KGB e dei servizi segreti che lo avevano sostituito. Già, credere o meno a Stowe?
Putin riportò l’attenzione sul vecchio amico, posto che si potesse definirlo tale. “Ma… lei, mister Yarbes?”
Martin sorrise. “Cosa ci faccio qui? Mi hanno tirato fuori dalla naftalina. Ho un compito da svolgere, e lo porterò a termine. Sono venuto a Mosca per avere alcuni chiarimenti. Poi cercherò l’assassino.”

Tutto era cominciato molti anni prima.
Era cominciato nel segno dell’odio. Era cominciato guardando con disgusto le donne occidentali, prive della benché minima pudicizia. Era cominciato osservando con disprezzo i Paesi che in nome di falsi ideali perseguitavano i fratelli di fede. Era cominciato con la consapevolezza che tali Paesi erano deboli e corrotti. Andavano colpiti, nel modo più feroce possibile, per la gloria di Allah.
Fin da subito aveva preso le distanze da Ibrahim al-Ja’bari e da Osama bin Laden, che pure stimava. Avevano compiuto imprese notevoli – la perfetta programmazione ed esecuzione del raid dell’undici settembre era stata un capolavoro – però non avevano compreso una cosa importante: la guerra andava combattuta su un fronte più vasto, e per ottenere questo risultato occorreva radunare e forgiare un grande esercito. Non soltanto nei territori amici, ma anche nel cuore dell’Occidente, plasmando giovani al momento irresoluti che cercavano una Causa per esprimere in maniera fattiva quello che era solamente un vago sentimento di ribellione. Laddove gli insegnamenti morali non si dimostravano sufficienti, era più che plausibile ricorrere all’hashish, come era già accaduto in secoli ormai lontani. Infine, c’era il premio: la benedizione di Allah il Misericordioso.
E ora stava vincendo.
Aveva attaccato a Parigi, a Madrid, a Roma, a Washington – sempre con successo, dato che le perdite erano intevitabili e quindi secondo il suo metro di giudizio non dolorose, non tali da offuscare il significato delle vittorie. Aveva messo gli uni contro gli altri. I russi avevano bombardato, eccome! Però il risultato non era stato quello voluto, perché ogni vittima aveva trovato un sostituto, e la marea non finiva di crescere.
Quando passava in rassegna la “libera” stampa dei miscredenti, veniva colto da una profonda soddisfazione. Ogni opinione era diversa, la stessa valutazione dei fatti era soggetta a interpretazioni che divergevano, le critiche ai loro pessimi governi aumentavano di pari passo con le affermazioni del movimento da lui diretto.
Non “creato”, poiché era arrivato dopo. Era arrivato nel tempo stabilito da Allah.
Ed era stato per il Suo volere che chi lo aveva preceduto al comando aveva raggiunto il paradiso, a causa di una delle tante bombe.
Avrebbero pagato a caro prezzo per quegli ordigni che nella maggior parte dei casi non sapevano discernere l’obiettivo voluto! Avrebbero pagato. Oh, sì!
La partita era appena cominciata. Sarebbe proseguita con la morte di bambini, donne e uomini. Nessuna pietà. Non la meritavano.

Quella tiepida sera di giugno il Restaurant Russkie Sezony ospitava solo due commensali. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quel locale, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo. Due macchine con otto uomini armati stazionavano fuori, altri quattro uomini del servizio segreto erano divisi in due coppie: la prima controllava l’ingresso, la seconda aveva scelto una posizione da cui poteva vedere sia l’interno della cucina, sia la sala da pranzo. Naturalmente avevano tutti la giacca sbottonata.
Putin mangiò poco, limitandosi a un po’ di caviale. La scorta aveva portato dal Cremlino piatti, posate e tovagliolo, come da consuetudine. Yarbes, invece, aveva appetito. Dopo la tartina, si dedicò all’insalata Olivier (quella che in Italia viene chiamata insalata russa) per poi proseguire gustando una squisita Borsht, una minestra a base di barbabietole, e infine dandoci dentro con un tipico piatto russo di pezzi di manzo saltati, serviti in una salsa con smetana. Chi aveva detto che negli States la cucina era di gran lunga migliore?
Il quadro geo-politico che Martin aveva ricavato dalle numerose letture era complesso come la realtà del medioriente. La religione (intesa anche come forma di potere) dominava su tutto e a questo riguardo gli americani avevano commesso un grave errore attaccando per la seconda volta l’Iraq, uno Stato fondamentalmente laico che fungeva da cuscinetto fra il Paese più popolato, l’Iran (che arabo non è), e le nazioni arabe. Era stato come scoperchiare il vaso di Pandora. Per quanto folle e crudele fosse, Saddam Hussein governava con pugno di ferro, eliminando ogni forma di dissidenza e impedendo ai fondamentalisti di attecchire sul territorio. La sua caduta era assimilabile alla morte di Tito, che aveva portato alla dissoluzione della Yugoslavia, con conseguenze ancora peggiori poiché non circoscritte ai Balcani (dove il petrolio non c’è e pertanto l’interesse della comunità internazionale è minimo).
Non a caso, Abu Bakr al-Baghdadi era iracheno. E lo stesso valeva per il nuovo Califfo.
Il cuore dell’Islam è comunque l’Arabia Saudita, dove si trovano le città sante, La Mecca e Medina. E sebbene in date circostanze avesse appoggiato gli Usa (o chiesto l’appoggio come ai tempi dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, a causa del pericolo concreto di perdere pozzi petroliferi) manteneva tuttavia un atteggiamento ambiguo.
Vi era poi la disputa fra sunniti e sciiti. E infine l’odio generalizzato nei confronti di Israele.
Un bel ginepraio, rifletté Yarbes.
Putin interruppe il corso dei suoi pensieri. Benché di malavoglia, ammise: “Forse anche noi abbiamo sbagliato, anche se al momento ci ritenevamo soddisfatti. Eliminando Abu Bakr pensavamo di aver risolto il problema, ma chi lo ha sostituito si è dimostrato più intelligente e perfido. Se lei lo ammazzerà, avrà reso un gran servigio al mondo intero.”
Yarbes inghiottì l’ultimo pezzo di carne. “Prima devo trovarlo.”
“Non sarà semplice.”, disse Putin. “Noi ci stiamo provando da tempo. Però abbiamo qualche elemento, dati non sicuri, certo, più che altro spifferi che possono corrispondere al vero o risultare del tutto fasulli. A tale proposito, ho il piacere di presentarle una persona che da sei mesi sta lavorando a questo caso. Non sarà Matrioska o il suo vecchio “amico” Pomarev, ma è in gamba. Le interessa avvalersi di un aiuto?”
Yarbes esitò. In realtà, preferiva lavorare in proprio; peraltro sei mesi, specie se intensi, superavano i suoi pochi giorni. Annuì, quindi rivolse uno sguardo interrogativo allo “zar”. Putin fece un cenno del capo all’uomo che stava vigilando accanto alla porta della cucina. Questi si affrettò a uscire. Un minuto più tardi rientrò nel ristorante, accompagnato da una bionda. Dimostrava circa trentacinque anni, era alta e aveva lo sguardo freddo. Si avvicinò al tavolo e chinò la testa in segno di saluto. Putin la invitò ad accomodarsi. “Il capitano Nadyenka Andreevna Sokolova.”, la presentò. “Non Nadiya.”, precisò con un sorriso. Poi si rivolse alla donna. “Questo signore è… ehm… il generale Martin Yarbes.”
“Credo che Yarbes sia sufficiente.”, replicò divertito l’americano. Aveva colto l’allusione a Nadiya Nicolajevna Drosdova della quale da Monica aveva appreso vita, morte e qualche miracolo. Ignorava che la sua ex moglie fosse andata a letto con lei; sapeva, però, che da carceriera si era in seguito trasformata in angelo custode sacrificando la propria vita per salvarla, il tutto ai tempi del fallito golpe del 1991. Poi si concentrò sulla nuova venuta, valutandola. Era un buon conoscitore di maschi e femmine e la prima impressione che ne ricavò fu che era sveglia, dura e determinata; il resto lo avrebbe appreso a tempo debito.
“Io ho il compito di uccidere il Califfo.”, disse con calma. “Lei ha individuato il suo rifugio?”
Si era espresso in russo. La risposta venne data in un buon inglese, non perfetto come quello di Vladimir Putin, ma più che accettabile. “No. Ho dei contatti, tramite i quali ho potuto farmi delle idee. E sono in procinto di incontrare altri contatti. L’idea è quella di sganciare una bomba sul suo tetto… con al-Baghdadi ha funzionato.”
“Già.”, convenne Yarbes. “Il mio piano è leggermente diverso. Lei saprà certamente ciò che è successo da noi. Una strage. Una strage insensata e infame. Mia… la mia ex moglie è viva per miracolo, pertanto questa è anche una questione personale. Io voglio eliminare il Califfo con le mia mani, e penso di essere in grado di farlo. Lei cosa dice?”
Nadyenka lo guardò negli occhi, a sua volta valutandolo. Quello che vi lesse le piacque. Scorse come immagini di un passato che lo aveva visto agire in modo implacabile, a volte al di fuori degli schemi, delle leggi vigenti, dell’umana comprensione. C’era in lui un fondo di glaciale durezza e, sebbene non fosse più giovane, c’era pure la capacità di tradurla in pratica. D’altro canto, Putin le aveva parlato di quel cekista. CIA! I nemici per antonomasia del suo popolo. Però i tempi cambiano, così come le prospettive. E adesso il traguardo era uno soltanto. L’avversario, almeno l’avversario principale, non risiedeva più a Washington, ma in una sperduta località della Siria o dell’Iraq. Se l’uomo della Central Intelligence Agency poteva essere d’aiuto per togliere di mezzo il porco musulmano, allora era il benvenuto.
Nadyenka per la prima volta sorrise.

Monica non si sentiva esattamente male, certo non bene. Di quanto era accaduto non ricordava niente, né le interessava assolutamente indagare. Sdraiata sul letto, stava pensando a Martin. Al modo in cui l’aveva guardata, alla tenerezza che aveva colto nella sua espressione. Lo aveva lasciato, incolpandolo per la morte di John. Era stata una decisione giusta? Non si trovava nelle condizioni migliori per esplorare a fondo la vastità dei sentimenti che provava. Erano così diversi l’uno dall’altro! Da un lato, la ragionevole sicurezza di avere agito secondo coscienza; da un altro lato, il dubbio, ora crescente, che esisteva una morale superiore ai risentimenti, per quanto motivati essi potessero essere.
La morale che nasceva dalla condivisione degli affetti. E forse Martin non aveva amato John quanto lei, sia pure in forma differente?
E se aveva sbagliato, non esisteva la parola “perdono”?
Dubbi che non l’avevano sfiorata prima dell’incidente, non avrebbe saputo descriverlo in altra maniera; nessuno le aveva fatto il conto dei morti, e lei era troppo debole per chiedere chiarimenti.
“Perdono”?
Non lo sapeva.
Non lo sapeva ancora.

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WORDPRESS?

Io non ho intenzione di scucire un euro, i blog sono gratis!
Però, da giorni, le cose funzionano male. Spariscono elementi del sito, e ciò che è più grave, scompaiono commenti. Cito Mari e Lady Nadia, e chissà quanti altri.
Da dieci anni scrivo sui blog e credo di avere voce in capitolo, visti i riscontri (prima su Splinder, poi qui).
Non accetto questi atteggiamenti. A pensar male si fa peccato, però ci si azzecca.
Esigo una regolata, altrimenti chiudo.
E’ chiaro? E’ chiaro????
Ci vuole rispetto per chi si dedica anima e cuore alla scrittura.
Rispetto!

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E l’aria era blu. E c’erano luci ovunque. Era come un presepe, un presepe del futuro, tutto artificiale e pagano, ma con la stessa ansia, che qualcosa arrivasse, la redenzione, la salvezza. “Per qualcosa prenotiamo, se no ci tocca fare un fila del cazzo”. Va bene. Tanto, per quel che mi importava. Era uno di quei momenti che duravano giorni, sperando che non diventassero mesi, quei giorni dove lasciarsi portare era quello che volevo, scivolare appena sulla superficie, quanto più superficie, che la corrente mi portasse altrove, possibilmente altrove. Guardavamo distratti l’incrocio di geometrie innaturali, vivaci, non c’era spigolo che fosse cresciuto da sé, l’unica cosa che il tempo accumulava era lo sporco, lattine, fazzoletti, cartacce unte da fastfood. Roby non era male, era buono. Era lì per divertirsi, domani sarebbe andato ancora a sopravvivere nella plastica, ma come un santo, con la missione di andare avanti e di sorridere. Un santo, davvero. Io invece che m’ero scontrato con lei, ancora non potevo rialzarmi. Non avevo ancora pensieri sufficienti. Ero solo un bruciare.
Il Luna Park era molto grande. Una ventina di chilometri fuori città. Accanto c’era un altro parco a tema, immagino sul cinema, non so. Roby propose di mangiare qualcosa, per tre o quattro attrazioni avevamo già prenotato, potevamo rilassarci un attimo, manco fossimo andati là per lavorare. Provammo a mangiare un trancio di pizza, ma faceva schifo. Così, per rifarci la bocca, entrammo in un bar poco lontano. Qui invece il caffè era buono, era buono il profumo e il rumore delle tazzine, il rumore dei piatti e persino il vociare. Fuori faceva freddo e anche un po’ di caldo poteva bastare, a rendere le cose migliori, più gentili. Quando uscimmo facemmo due passi senza meta. Accano a noi c’era un piccolo canale d’acqua, poi una striscia d’erba e, ancora oltre, un ottovolante. Non ci feci caso, subito, era abbastanza discreto, quasi non volesse farsi notare. Nel nervoso graffiare delle luci se ne stava quieto, disteso. Però. Qualcosa mi prese. Quella curva che faceva la pista mentre scendeva dall’alto e s’affondava sinuosa e armonica, mi prese. Mi prese lo stomaco e il resto.
Quella curva erano i suoi capelli. I suoi capelli di miele. Lei era miele, lei era quella curva che prendeva e portava via, veloce, come affondare. M’aveva portato su, piano, faticosamente, quasi sembrasse non dovessimo arrivare, salire, salire, c’era solo salire, c’era solo pensare che quella fatica dovesse portare a qualche frutto coscienzioso, ad una soddisfatta fermata. Ma il plateau, cos’era durato? Lo spazio di qualche secondo, forse meno. Il tempo di vederla muovere in quel modo, di sentirla parlare in quel modo: il tempo di chiudere gli occhi e trovarsela ancora, incredibilmente intatta, ancora lì davanti. E poi. E poi era stato come precipitare, qualcosa chiamava, non c’era più da lottare per stare in piedi. Ogni cosa aiutava, ad andare giù, più giù: più che mai le sue mani graziose, in quelle pose strane, e i suoi occhi, e il suo fare indaffarato per il mondo, e come mi teneva quando ci stringevamo, e ballare tutta la sera, e fare l’amore, e il suo sapore nella mia bocca, nella mia testa. Mi portava nella sua vita, così. Non aveva curva e discesa che non fossero delizia. La salita arrivava solo per preparare la caduta, cui non riuscivo ad abituarmi, per quanto lo volessi, per quanto ci sperassi. Ricordo come non fossimo riusciti a trovare un nomignolo con cui chiamarci, quei nomi che si danno gli innamorati, non c’era uno che ci sembrasse adatto. “Ottovolante”, pensai, “Ottovolante, amore mio, ti sarebbe stato bene.” E sorridevo, mentre, dentro, stringevo perché la mia anima non si rovesciasse per strada.
“Tutto bene? … che hai?” Roby non poteva capire. Né avevo voglia di spiegare. M’ero perso in quel crogiuolo, mi dannava, ma mi piaceva, perché c’era ancora lei, così viva, da pensare che mi fosse ancora vicina. E invece no. Chissà dov’era. Con chi. Che storia antica. Anche la vita, che era la vita, se non questo continuo rivoltarsi di inferno e paradiso? Come s’accendesse un interruttore, il suono di un campanello, e il giorno si faceva notte. Ding! Ehi! Ti è nato un figlio. E’ uno splendore. Ding! Hai un cancro. Diciamo un anno di vita, ma molte indicibili sofferenze. Ding! Stasera hai vinto tutto, piatto e anche lei è tua. Ding! Ehi. Sei nato nelle macerie di una guerra. Tra poco vedrai tua madre stuprata e tuo padre mutilato. E, più abitualmente, tutto in una vita. Al mattino passeggi con Diana, al pomeriggio sei cieco e maledetto, alla sera sei raccolto da un vecchio pietoso, di notte uccidi, e poi, di nuovo, prima sei un tronco verde e prepotente, e poco dopo le tue ferite schiumano di sale. Ding! Ding! Ding! E lei, come la vita. Inferno e paradiso. Senza che volessi altro.

Quell’ottovolante era ancora lì.
Roby consumava le sue attrazioni e io la mia delusione.
Ecco ora la ruota panoramica! Tutta la mia vita girava: solo qualche sosta ogni tanto e poi ripartiva. Cambiavano le facce, qualcuna serena, altre pallide, qualcuna impaurita, altre beffarde. Il pomeriggio sarebbe mutato in notte e poi tutto sarebbe ripartito così, l’indomani mattina, identico e chissà per quanti giorni ancora in quello zoo di plastica, esattamente come dentro di me.
Roby rideva eccitato mentre io ero un fantoccio sballottato al suo fianco. Un rigido, bianco, lucido manichino che, con tutti quei contraccolpi della giostra, rischiava di rompersi. E non sarebbe importato a nessuno. Gambe, braccia, busto, testa. Qualcuno subito dopo la chiusura avrebbe buttato tutto in un sacco della differenziata insieme a tutto il resto dell’immondizia.
Basta! L’avrei rivista. Dovevo. Stasera. Non potevo continuare ancora in quell’incubo che ogni tanto mi svegliava, mi faceva sussultare e poi, appena chiudevo gli occhi, riprendeva da capo.
In auto lungo il ritorno, in autostrada, fu come se fossimo noi immobili e a sfrecciare fossero le luci e le altre vetture, ma nell’altra direzione. Ero stanco di restare così passivo ad osservare la vita esattamente come uno spettatore, ero stufo di lasciarla scivolare e percepirne solo, talvolta, una brezza fredda.
Mentre Roby parlava del niente, io pensavo a quanto la desideravo. Pensavo ai suoi capelli che mi spolveravano il viso mentre lei sopra di me facevamo l’amore.
E anche se quella plastica avvolgeva ogni cosa, sterile, noi in quei momenti potevamo scivolarne fuori. Eravamo lì, vulnerabili, nudi e caldi. Vivi.
Non potevo restare in quel bozzolo artificiale, mi stavo soffocando. Dovevo riaverla, prenderla per i vestiti, trascinarla a me e possederla di nuovo, a tutti i costi. Fosse stata di nuovo mia oppure no.
Lasciai Roby a casa sua, notai gli alberi ormai quasi spogli davanti al suo cancello. Dalla portiera spirò dell’aria fredda. Rimisi in moto e presto fui da lei.
Parcheggiai al solito posto e mi rividi come un fantasma in tutte le attese di quel luogo ove solevo eccitato accendermi una sigaretta aspettando che varcasse quella soglia per osservarne la sua inconfondibile camminata elegante e sicura, per guardarla sorridere e venire a me. Ed io così sopraffatto e pronto a prenderla… esattamente come si può prendere un acquazzone senza ombrello, e ogni volta desideroso di essere dentro di lei.
Sento il sangue pulsare, sono un drogato in piena crisi di astinenza. Chiudo la portiera e mi dirigo al suo uscio. Dei cani latrano poco lontano.

Quando lei sopra di me facevamo l’amore.
Le stelle sono gelide, spettrali.
Il rumore dei cani. Gli ossimori. Lei mi amava, non amandomi. Come diceva Francesco De Gregori? Ti perdono per averti tradita. Qualcosa di simile. Sento caldo. Il caldo del sangue che scorre nelle vene. Il caldo del desiderio. Sento freddo: il freddo della paura.
Suono il citofono. L’attesa è interminabile. Però le luci sono accese. Infine si scosta una tendina. Clic. Il portone si apre. I gradini del paradiso oppure dell’inferno? Mi accoglie sul pianerottolo, lo sguardo duro, le braccia incrociate sul petto, un piede più avanti dell’altro. Indossa un abito color fucsia, appena sotto al ginocchio, scarpe con i tacchi, come se stesse per uscire, come se fosse attesa da qualcuno.
“Ciao, Ottovolante!” Detesto il suono della mia voce che tradisce insicurezza. Sorrido senza sapere quello che ne esce, forse uno stupido ghigno.
“Avevamo detto…”
“Cento volte, lo so.”, la interrompo.
“Mille volte!”
“Mille volte, d’accordo. Posso entrare un attimo?”
Lei si scosta e mi fa cenno di accomodarmi; non è mai stata maleducata, non è da lei. Come sempre, il soggiorno è pulito come uno specchio. D’istinto mi dirigo verso la “mia” poltrona, poi però mi fermo.
“Come stai?” Domanda formulata in tono impersonale, un piccolo atto di cortesia, credo privo di reale interesse. Mi indica il mobile bar. “Serviti da bere.” Prendo un bicchiere e verso una doppia dose di bourbon. Mando giù il liquore di un fiato, magari mi desse coraggio. “Come sto? Ti voglio, Ottovolante. Ti desidero. Non ce la faccio più.”
Lei sbatte le ciglia. “E’ un capitolo chiuso. Mille volte, ricordi?”
Annuisco. “Mille volte! Diecimila volte! Ma questo non cambia ciò che provo per te. E tu… tu non puoi avermi dimenticato, avere scordato tutto, ogni cosa, il nostro amore, il Luna Park, il mare, le gare di nuoto che vincevi sempre tu.”
Le gare di nuoto: poi lei mi aspettava, slanciava le gambe, intrecciandole dietro la mia schiena, io le sorreggevo la testa, non mi occorrevano le mani per penetrarla, era troppo forte la passione, simile a un fiume in piena, a una cascata scrosciante, a un viaggio nel mondo delle fate, lassù fra le stelle. In quei momenti ero vivo. Niente plastica, nessun giorno fatto di cartone, nessun risveglio faticoso, con la mente svagata, lo spirito abulico, punti interrogativi che non ricevono risposte.
Mi verso ancora da bere. Lei mi fissa, ma cosa c’è dietro quello sguardo gelido, quali pensieri attraversano la sua mente? A volte si chiudeva in se stessa, si estraniava, però gli occhi avevano una dolcezza diversa e, sebbene io non riuscissi a entrare in quel suo mondo privato, ero comunque sicuro del suo amore.
Mi avvicino a lei e cerco di abbracciarla.
Diana si ritrae.
E’ come assistere alla scena di un film, osservo da fuori, dicendomi che è un orribile film, di quelli cui manca il lieto fine, perché un regista o un soggettista o il libro da cui è tratto, non lo prevedono, a causa di pura paranoia; e osservo da dentro, mentre qualcosa si lacera in me.
Eppure, lo immaginavo. Mi amava, forse, ma, quale possa essere la verità, il tempo è passato, frantumandosi simile a un bicchiere di cristallo, come quello che riprendo per bere di nuovo. In bocca, un sapore di fiele. Nel cervello, un vortice di sensazioni. Non voglio tornare nella plastica.
Da bambino mi tolsero un giocattolo perché avevo fatto certi capricci, quel ricordo riemerge nitido dalla memoria e con esso il senso di frustrazione che provai. Allora reagii con violenza, rintanandomi nella mia cameretta e spaccando altri giochi. Adesso è lo stesso: guardo Ottovolante, mentre la rabbia e l’acool mi vanno alla testa, togliendo ogni freno inibitore. Se ci fosse Roby, mi aiuterebbe, mi fermerebbe, ma lui non c’è.
Mi avvento su Diana, mulinando le braccia. Devo punirla. Una punizione dura. Ridurla a uno straccio e dopo possederla contro la sua volontà. Non accetto il suo rifiuto. Non tollero quegli occhi di ghiaccio, presto saranno umidi di lacrime. Una donna bella e sicura di sé ridotta a supplicare, invano.
E l’aria era blu. E c’erano luci ovunque.
L’entropia dell’universo. Nasceranno universi paralleli. Per quel che mi importa.
Eppure, eppure mi sembra di udire la voce di Roby.
Diana si ritrae di un passo, ma non manifesta alcuna paura. “Vai a casa, sei ubriaco!”
A casa? Questa notte? Non ci penso nemmeno. Però esco dal suo appartamento, risalgo in macchina, trovo un bar aperto, l’ideale per bere quattro caffè. E poi via, via verso il mondo di plastica che mi aspetta.
Nel Luna Park ancora lattine, fazzoletti, cartacce unte da fastfood, i residui di un’ennesima occasione perduta. Mi siedo per terra e fisso lo sguardo verso il cielo.
La luna mi ignora.
La mia vita è un giro di giostra che porta all’inferno.
Se potessi cambiare il passato, trasformarlo, renderlo bello in modo che anche il futuro lo sia.
Ma questo è solamente un sogno inutile.
Fine delle trasmissioni.

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Il mondo era cambiato cinquant’anni prima. Le società più evolute erano riuscite ad attrezzarsi per sopravvivere, popoli meno fortunati si erano completamente estinti. La Terra era diventata un luogo grigio e malato, dominato dalle esalazioni scaturite dall’esplosione di tremendi ordigni nucleari. Una cappa permanente impediva di vedere il sole di giorno o le stelle di notte. Ma questo non era un problema, dato che gli uomini ora vivevano in grandi città costruite cento metri sotto il suolo. La luce era artificiale, tutto era freddo e meccanico, uno scenario che ricordava i più terrificanti romanzi di fantascienza.
Ma le generazioni che erano nate dopo quello spaventoso evento, non avevano nulla da ricordare o da rimpiangere. Semplicemente, questa era la loro vita, e l’avevano conosciuta fin dal momento della nascita. Solo qualche vecchio rammentava ancora il profumo dei fiori, l’incanto del mare, l’azzurro del cielo oppure la fiabesca magia di un bosco.
Susy amava molto ascoltare le vecchie storie di suo nonno. Molti lo prendevano per pazzo, ma la bambina sapeva che quello che raccontava era vero, che in un lontano passato la vita era stata incomparabilmente più bella, che i bimbi potevano giocare a pallone sui prati o inventarsi strane avventure lungo i crinali di una collina. Era possibile fare il bagno nei ruscelli, osservare i lunghi tramonti estivi, uscire di casa al mattino accolti dal tepore della primavera oppure dal freddo pungente dell’inverno. L’autunno era un grande pittore, l’estate la stagione della vita.
Susy avrebbe tanto voluto vivere in quel periodo. Attraverso le parole del nonno era riuscita a costruirsi un quadro completo: quando lo stava ad ascoltare, o dopo, mentre rifletteva su ciò che aveva appreso, le sembrava proprio di vedere quel mondo tanto diverso, luminoso e pulsante di vita. Aveva imparato che esistevano animali straordinari, cani affettuosi, gatti eleganti, uccellini che portavano l’allegria con il loro canto. Non capiva perché avessero proibito i libri. Non esistevano infatti volumi che parlassero del passato o illustrazioni che lo raffigurassero. Gli unici testi consentiti trattavano del presente, o di un futuro che le appariva triste e monotono. C’erano mille macchine che potevano aiutare a risolvere qualsiasi tipo di problema; c’erano leggi precise e severe che escludevano la delinquenza; la sicurezza economica di tutti era garantita dalle strutture sociali.
Ma Susy non era contenta.
Avrebbe voluto uscire all’aperto per scoprire di persona il mondo superiore. Tuttavia non era permesso. Inoltre, non c’era nulla di bello da vedere, almeno a sentire i discorsi di quei pochi che un tempo avevano vissuto lassù, fuori da quell’ambiente opprimente e claustrofobico, percorso da luci glaciali, dove anche la temperatura era stabilita in base a una precisa regolamentazione.
Solo suo nonno confidava che, in tutti quegli anni, qualcosa potesse essere cambiato. “Alla fine la natura riprenderà il soppravvento.”, amava dire. “E forse tu, piccola, avrai la grande fortuna di rivedere le stelle.”
Quando lui morì, e venne bruciato secondo le disposizioni vigenti, Susy si chiuse per tre giorni in camera. Ignorò i programmi computerizzati che avrebbero potuto permetterle di vedere cartoni creati a suo piacimento, dove lei stessa avrebbe interagito con il soggettista che altri non era se non un organismo cibernetico capace di assecondare i suoi desideri, sino a realizzare l’epilogo che lei preferiva.
Pianse a lungo, nascosta sotto alle lenzuola, poiché sapeva che in quella società le lacrime erano proibite. Così come le malattie, che erano state debellate. Si moriva solo di vecchiaia. Era un mondo perfetto, decisamente migliore di quel “prima” che tanti danni aveva arrecato all’uomo.
Alla fine, Susy si decise. Un giorno, il nonno le aveva mostrato la via proibita, l’unico modo per evadere dalla città sotterranea e per guadagnare la superficie della Terra, laddove esistevano solo contaminazione e macerie, oltre al ricordo di un mondo sbagliato. I programmi computerizzati che avevano sostituito la scuola ribadivano in continuazione che questo era il mondo perfetto. L’altro non esisteva più, e se fosse rimasto qualcosa, si sarebbe trattato unicamente dell’ultimo ricordo ignominioso.
Nell’ora in cui tutti dormivano, un sonno pesante e privo dell’illusorietà dei sogni, indotto da speciali pillole che era obbligatorio assumere, Susy intraprese quel pericoloso cammino. Se fosse stata scoperta, sarebbe stata annullata. Cancellata dagli annali, in quanto gli errori non erano ammessi e, in tutta evenienza, lei sarebbe stata la prova di un palese errore.
Con il cuore che le batteva forte, affrontò il tragitto che l’avrebbe condotta fuori dal mondo perfetto. Grazie ai suggerimenti del nonno era in grado di passare inosservata, di ingannare i pulsori e tutte le forme di controllo che avrebbero dovuto impedire a chiunque di infrangere la “prima legge”.
E alla fine uscì allo scoperto.
Il primo impatto non fu positivo.
Susy si aspettava di vedere foreste verdi, laghi dalle acque fresche e trasparenti, fiori dai mille colori, teneri ciuffi d’erba. Invece la terra appariva bruciata, qua e là si distinguevano profondi crateri; in lontananza, il panorama si stagliava spoglio: un susseguirsi di burroni e di rocce annerite simili a denti aguzzi protesi verso un cielo soffocato dalla foschia stagnante.
Ma poi la bambina si rese conto che qualcosa stava cambiando. Volgendo lo sguardo a occidente scorse un piccolo bosco. Si incamminò in quella direzione e, man mano che procedeva, percepì distintamente una fragranza nuova nell’aria. Il vento soffiava allontanando la coltre di nubi. Susy comprese che quello era un inizio, che la natura non si sarebbe fermata, e che a poco a poco avrebbe sconfitto l’inferno provocato dall’uomo. Ci sarebbe voluto molto tempo, certo, ma lei ne aveva in abbondanza.
Poi vide un cagnolino. Lo riconobbe immediatamente, dalle descrizioni del nonno. Non aveva paura di lei, si lasciò accarezzare, le leccò una mano. Susy rise di gioia.
Dopo aver giocato a lungo con lui, riprese la via che l’avrebbe portata a ovest.
Il cagnolino la seguì.

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NADIA Il fatto che scriviamo insieme non significa che in altri contesti, per esempio FB, tu possa citare il mio nome assiduamente anche in situazioni di dubbio gusto e in commenti che nulla hanno a che vedere con l’attività della scrittura.
Inoltre gli interventi sul mio blog in mia difesa sono spesso eccessivi e talvolta fastidiosi.
Anche se comprendo e ricambio la tua stima e il tuo affetto credo che essendo maggiorenne posso cavarmela da sola. Tu ti imponi in ogni ambito: tale atteggiamento può comportare una reazione opposta a quella desiderata.
Io ho accettato la tua proposta di approdare su WordPress per rendere pubblici i miei racconti e non per divenire il fulcro di allusioni e attenzioni diverse da quelle puramente letterarie.

ALESSANDRA Con quei boccoli d’oro, con quegli occhi affascinanti e con le tue risposte carine e garbate, sei sicuramente in grado di rigirarti mezzo mondo. Non me, però, dato che ti conosco di persona e ho avuto modo di sperimentare la tua violenza (fortunatamente solo verbale). Eppure non appartieni al segno dei Pesci! Da sempre io vedo un blog come un luogo d’incontro, non necessariamente riservato a un botta e risposta fra blogger e lettore; se trovo un commento che non mi garba, lo faccio notare. Ti dà fastidio? Ok. Da oggi in avanti mi asterrò. Sappi solamente che in un paio di occasioni un tizio, che qui non intendo citare, venne ad attaccarmi a causa di ciò che avevo scritto. Io risposi pacatamente, ma furono i miei lettori a metterlo in fuga. Questo si chiama anche senso di appartenenza, e alla sottoscritta piace. Poi voglio ridere: affermare su FB che sono più forte di te a calcetto sarebbe di “dubbio gusto”?

NADIA Amica mia, tutto ti è concesso e dovuto, ma fino a un certo punto! Non quando i tuoi commenti contrastano con il mio modo di pensare, con la mia etica, il mio senso della critica. I tuoi post su FB che poi cancelli o alcuni dei tuoi interventi possono creare malintesi sulla mia persona o suscitare idee sbagliate in un pubblico ignaro della tua “fantasiosa personalità”. Il fatto che tu sia egocentrica ed estroversa senza limite alcuno non significa che anch’io lo sia in egual misura.
Per quanto mi reputi di mentalità aperta e disponibile allo scherzo fatico a comprendere certe situazioni (e mi riferisco ai commenti degeneranti del post su FB con il racconto della libraia) e già che ci siamo il fatto che mi abbia conosciuta nella vita reale non ti autorizza a rendere pubbliche location e frammenti della mia vita senza il mio permesso!

ALESSANDRA Dopo la tua telefonata – e risparmio agli amici lettori gli epiteti e gli insulti che mi hai rivolto – ho cancellato subito il post. Secondo me, era bello (e visto che sono “egocentrica senza limite alcuno”) mi permetto di dirlo. Certo, ricordava vagamente “Cose Preziose” di Stephen King, però l’idea dell’adorabile libraia che vende strani libri esoterici, plagiando così un intero paese per me era intrigante. Essendo su FB, sono poi intervenuti altri suggerimenti, che invero non c’entravano per niente con lo spunto da cui ero partita.
Ciò detto, amica mia, hai mai pensato al Tavor?

NADIA Anche se è esistito davvero qualche motivo di incomprensione, in realtà non c’è stato nessun litigio. Mi faccio carico di dichiarare che avete assistito a una puntata letteraria di “Scherzi a parte”, e che entrambe abbiamo pensato a uno “sketch” che potesse farvi incuriosire ma soprattutto divertire.

ALESSANDRA Boccoli d’oro, quando vieni a Cannes? Ostriche, moules avec frites, e offro io!  I dolci li paghi tu, però 😀

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