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Archive for settembre 2012

LA STORIA DI DESI 2 DI 2

A tratti Agia era spiritoso, a tratti caustico; ma spesso Desi non capiva se stesse scherzando o provocando: forse entrambe le cose. Saint-Tropez era illuminata dal sole di luglio, il mare sembrava splendere: una distesa di acqua azzurra su cui il vento giocava, creando barbagli di luce simili a cristalli scintillanti.
“Brigitte Bardot non era bella.”, affermò Agia. “Affascinante, ma non bella. Con quei denti da cavallo… Anna Tatangelo sì che è un’autentica bellezza.”
Desi non sapeva chi fosse Anna Tatangelo.
Il viaggio da Cannes a Saint-Tropez era stato molto piacevole; Agia guidava con sicurezza, né troppo forte, né troppo piano, affrontava le curve con prudenza per poi accelerare sul rettilineo seguente. Desi era in jeans, una maglia da marinaio e portava allacciato in vita un golf di cotone blu. Calzava scarpe da ginnastica. “Mangiamo qualcosa?”, propose. Agia si guardò attorno e le indicò un ristorantino dall’aspetto accogliente. “Benissimo.”, disse lei. Aveva scoperto altre cose sul conto di Agia. Il suo “vocabolario” era limitato ma sufficiente per parlare di tutto e, chiacchierando con lei, migliorava, dato che apprendeva termini nuovi. Desi era una maestra paziente. Si diressero verso il ristorante. La moto, una MV Brutale 910 S, era parcheggiata lì vicino, negli appositi spazi. Desi aveva notato che Agia era pignolo. “Sono del segno della Vergine.”, le aveva spiegato. “Io Ariete.”, disse la ragazza.
Agia lasciò scegliere a lei. “So leggere in francese, anche se lentamente.”, disse. “Ma spesso i nomi dei cibi sono incomprensibili per uno straniero e ciò naturalmente vale anche per l’Italia: pensa solo alle orecchiette con cime di rapa.”
Desi ordinò loup de mere e insalata mista. Quando finirono di mangiare lo condusse al porto. Vide che si poteva noleggiare una vecchia star. Era uno scafo elegante e slanciato, rigorosamente bianco. Agia la guardò allarmato. “Non sono mai salito su una barca a vela!”
Desi rise. “Fidati di me. Vedrai che ti divertirai.” Isabelle possedeva una “stella” e le due donne spesso andavano in mare assieme, anche se era Isabelle a stare al timone, non perché l’imbarcazione fosse sua ma perché era più brava ed esperta di Desi. Peraltro, anche Desi se la cavava bene. Armò da sola la star, mise Agia al fiocco, gli spiegò le due o tre cose essenziali che doveva fare, e uscì in mare aperto. Il primo tratto fu di bolina. Man mano che si spingevano al largo il Mistral rafforzava e la star si inclinava sempre di più. “Non preoccuparti.”, disse notando che Agia sembrava spaventato. “Questa barca non si può rovesciare. Cazza un po’ quel fiocco.” Agia obbedì prontamente.
Ormai Saint-Tropez era un punticino lontano. Desi virò e passò all’andatura di poppa, cioè con il vento a favore. A un tratto il Mistral calò, sino a trasformarsi in un lieve refolo; poi raggiunsero un punto dove la bonaccia regnava assoluta. Desi si spogliò, rimanendo in costume da bagno, quindi senza dire una parola si tuffò in mare. Agia la osservò ammirato: nuotava con uno stile perfetto, fluido e armonioso; si capiva che si trovava nel suo elemento. La ragazza si allontanò di un centinaio di metri, poi tornò alla barca e si issò a bordo con la forza delle braccia. Aveva gli occhi che brillavano di entusiasmo. Agia la fissò. Era giovane, bella, piena di vitalità. Provò un moto di autocommiserazione, ma fu solo questione di un istante. La star galleggiava pigramente, il sole splendeva alto nel cielo, erano soli in mezzo al mare: all’improvviso si sentì felice, ed era da molto tempo che questo non accadeva. Se ne stupì un poco, poi scrollò le spalle. Sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella giornata: la corsa in moto, il caffè bevuto a Saint-Raphael, il pranzo squisito e la gita in barca… ma soprattutto Desi. Era bella, pulita dentro, affamata di vita, radiosa e solare. Agia aveva colto delle ombre in lei, attribuendole a qualche oscuro fatto che in passato l’aveva segnata, e certamente la vita l’avrebbe colpita ancora, poiché questo è il destino ineluttabile degli uomini; tuttavia Desi era provvista di una grande forza interiore che le avrebbe permesso di superare indenne i momenti tristi. Le ferite si sarebbero rimarginate, le lacrime asciugate e lei avrebbe proseguito il suo cammino, avida di vita, di emozioni, di felicità.
Fu in quel momento che capì che poteva farlo. Le avrebbe regalato un dolore, che però presto si sarebbe trasformato in un ricordo importante, venato di malinconia certo ma anche legato a un giorno per entrambi indimenticabile. Muovendosi goffamente la raggiunse a poppa. Non servirono parole. Desi comprese che ora lui voleva e provò lo stesso desiderio. Per vari versi Agia era un uomo strano, enigmatico, ma in lui c’era qualcosa che la attraeva in modo irresistibile, come non era mai successo con Bernard, né con i ragazzi che aveva frequentato prima.
Fu bello. Molto bello. Quando lo sentì dentro di sé, Desi provò una gioia talmente intensa che quasi si sentì soffocare. Poi rimasero a lungo abbracciati, senza parlare, gli occhi fissi sul mare che scintillava al sole.
Desi ricondusse la star al porto. Agia, tornato al fiocco, spesso si voltava a guardarla e nel suo sguardo c’era un’intensità così forte che la ragazza si sentì commossa. Era certa di amarlo, benché lo conoscesse soltanto da pochi giorni; ed era certa, assolutamente certa, che anche lui l’amava. Quegli occhi non potevano mentire. Desi si rivestì, ormeggiò la barca, la disarmò e saltò agilmente sul molo. Agia la seguì con qualche impaccio.
Quella sera cenarono all’Auberge Provencale, il più antico ristorante di Cannes. Quando arrivarono al dolce, Agia le prese una mano e disse: “E’ stata la più bella giornata della mia vita.” Non sorrideva, mentre parlava. “Forse mi sono comportato da egoista.”, aggiunse dopo un momento. “Però non me ne pento. Perché credo che ti resterà un ricordo di me, e una volta superato il dolore, nel tuo cuore rimarrà qualcosa di importante: un amore fugace ma che avrebbe potuto essere eterno… e la consapevolezza di avermi dato una felicità che non credevo fosse più possibile. Quando penserai a me, non disprezzarmi. Non penso di meritarlo.”
Pagò il conto e la riportò a casa.
Lei si sentiva inquieta, a causa di quelle strane parole.
Ma lui la abbracciò, stringendola forte a sé. “Ti resta la tua amica Isabelle.”, disse. “E un domani un altro amore.” Sorrise, lanciò un’occhiata al mare illuminato dalla luce delle stelle, e aggiunse a voce molto bassa: “Ma tu per me sei l’amore eterno.”
Risalì in moto, la guardò per un’ultima volta, come per imprimersi per sempre il suo viso nella memoria, quindi partì rombando, allontanandosi nella notte.
Desi sapeva che non l’avrebbe più rivisto.
Né si stupì quando un mese dopo ricevette una lettera da un dottore italiano. Lo aveva già capito e non le serviva quella conferma.
Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
E, lentamente, sorse il sole.

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LA STORIA DI DESI 1 DI 2

Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
Non aveva bisogno di accendere la luce, dato che conosceva la stanza a memoria. D’altra parte c’era ben poco da vedere: il letto, un vecchio comodino e un tappeto consunto. La camera era lunga e stretta. Desi aveva sistemato alcune mensole sulle pareti per poter riporre i suoi libri, un vaso di fiori e la fotografia del padre, che aveva fatto incorniciare spendendo forse più di quanto potesse permettersi.
Desi aveva ventiquattro anni, era assai graziosa, vivace, e molto intelligente. Viveva in quell’appartamento, un piccolo soggiorno con angolo cottura, un bagno, la camera da letto e uno sgabuzzino dove aveva sistemato l’armadio e impilato per terra i libri che non stavano sulle mensole, da quando aveva lasciato i suoi. Il patrigno aveva cercato di sedurla, lei si era ribellata e lo aveva respinto, ma la mamma non le aveva creduto. “Sei una sgualdrina!” Quelle parole le bruciavano ancora.
All’epoca era già maggiorenne, perciò se n’era andata. Lavorava in un negozio di dischi; lo stipendio non era granché, però sufficiente per pagare l’affitto e comprarsi da mangiare. La sua migliore amica si chiamava Isabelle. Possedeva una boutique in Rue d’Antibes e spesso le regalava dei vestiti. Desi protestava, ma Isabelle scrollava le spalle, sostenendo che erano degli scarti. In realtà, non era vero. Ogni tanto Desi sgraffignava qualche cd per sdebitarsi, quantomeno in parte.
Aprì la finestra e guardò fuori. Molto lontano, a oriente, scorse una pallida striscia di luce. Osservò la strada, sotto di lei: i lampioni cominciavano a spegnersi. Spirava una fresca brezza. Ancora nascosta dal buio, a una cinquantina di metri di distanza, c’era una piccola spiaggia. Nei mesi estivi, quando rincasava dal lavoro, Desi attraversava la strada per camminare sulla sabbia. Poi entrava nel mare e nuotava vigorosamente fino a quando la spiaggia scompariva alla vista, quindi si metteva a dorso, lasciandosi trasportare dalla corrente. Quello era il momento più bello della giornata. Nei paraggi c’erano anche un porticciolo di pescatori, un ristorantino gestito da una coppia di anziani coniugi e alcune vecchie abitazioni. La casa di Desi era a est di Cannes; un promontorio la separava dalla città.
Preparò il caffé, forte e senza zucchero, e tornò alla finestra per berlo.  Guardò davanti a sé: il mare era scuro, tuttavia al largo brillavano delle luci. Una nave, pensò Desi. Suo padre, Antonio, era italiano, di Palermo; la madre invece era francese. Antonio l’aveva conosciuta al porto vecchio: era un marinaio. A quanto si diceva, la mamma, Mirelle, in gioventù era stata molto bella, sebbene poi fosse invecchiata precocemente. Desi aveva preso da lei, almeno stando alle foto che aveva visto. Dopo il matrimonio, Antonio si era trasferito a Cannes, la città di Mirelle. Era morto quando Desi aveva cinque anni. Non si era mai saputo con esattezza cos’era successo; secondo la versione ufficiale, era scivolato sul ponte della nave durante una tempesta, picchiando la testa. Ma circolavano anche voci diverse: che fosse deceduto in seguito a una rissa. Ciò nonostante, Desi amava le navi.
A volte sognava a occhi aperti. Le sarebbe piaciuto essere un maschio, imbarcarsi su un peschereggio diretto verso mari esotici, svegliarsi al mattino assaporando l’odore della salsedine, visitare paesi remoti e suggestivi; oppure salire a bordo di una nave da crociera ma non come cameriera, questo non le sarebbe interessato: avrebbe voluto fare il marinaio, iniziando dal livello più basso, mozzo, per poi guadagnarsi il rispetto del comandante.
Si staccò dalla finestra e andò in bagno a lavarsi. Indossò dei pantaloncini corti, un top, scarpe da ginnastica, e scese in cantina. Prese la bicicletta e pedalò fino a Cannes che distava circa quattro chilometri da casa sua. Mangiò un croissant in compagnia di Isabelle, passeggiò per un po’ sulla Croisette, sbirciando le vetrine dei lussuosi negozi e, quando fu l’ora, si recò al lavoro. Il negozio era situato in fondo a Rue d’Antibes, nelle immediate vicinanze del porto vecchio. Da lì, in due minuti, si arrivava alla Croisette; per lei che amava il mare era un’ubicazione perfetta.
Era l’anno di Miley Cyrus e di altre cantanti simili, però Desi preferiva un altro genere di musica. Mise nel lettore uno dei primi cd dei Metallica (dopo l’album “nero”, a suo giudizio, si erano appassiti) e pulì da cima a fondo il locale. Il proprietario non si faceva vedere quasi mai, ma ciò non  le impediva di lavorare coscienziosamente. Le piacevano anche le canzoni francesi, benché spesso fossero troppo tristi. Conosceva pochi artisti italiani: tra questi il suo prediletto era Vasco Rossi. Dopo i Metallica, inserì nel lettore il suo ultimo disco.
Desi si divertiva a cambiare tutti i giorni la vetrina: non era un compito strettamente necessario, ma pensava che in questo modo sarebbe riuscita ad attrarre più clienti, e comunque lei amava le novità e non sopportava la routine. Era il motivo per cui aveva lasciato Bernard, un ragazzo bello ma monotono, che sembrava desiderare che tutte le giornate fossero uguali. Desi lo aveva sopportato per sei mesi e alla fine, seppure dispiaciuta, aveva rotto la relazione. Quando gli aveva spiegato perché aveva preso quella decisione, lui era caduto dalle nuvole; per Bernard era normale andare in discoteca al sabato sera, al cinema la domenica e cenare sempre nello stesso posto. Per Desi, invece, era inconcepibile.
Quel suo modo di intendere la vita probabilmente aveva salvato il negozio. La commessa che l’aveva preceduta si limitava a eseguire gli ordini e, dato che il proprietario latitava e che lei non prendeva iniziative, man mano il catalogo si era assottigliato, riducendosi unicamente ai dischi nuovi e a qualche vecchio classico. La gente entrava e spesso non trovava quello che cercava. Desi aveva convinto il padrone a sborsare una grossa cifra per acquistare le discografie complete di tutti i principali gruppi e cantanti, e non appena gli affari erano migliorati aveva aggiunto alcune preziose rarità fatte venire appositamente dall’America. Non si era limitata solo a quello. Aveva diviso gli artisti per settori, in modo che fossero facilmente rintracciabili. Aveva creato una sezione dedicata al jazz e, ogni settimana, esponeva la classifica dei dieci cd più venduti. Grazie alle sue iniziative adesso era il negozio più rifornito di Cannes e le vendite si erano quadruplicate, anche se lo stipendio era rimasto quello di prima.
All’una andò a pranzo con Isabelle. Lei indossava una gonna lunga, vagamente gitana, e calzava sandali aperti. Erano molto diverse tra loro. Isabelle era alsaziana, perciò per metà tedesca; il suo aspetto confermava quelle origini: alta, bionda, con gli occhi azzurri. Più che bella era appariscente. Desi era piccola e minuta, anche lei bionda, con lineamenti più fini. Isabelle generalmente non si truccava, Desi riservava particolare cura agli occhi, talvolta eccedendo con il mascara.
Presero moules avec frittes e due birre. Mentre mangiavano chiacchierando allegramente, nel locale entrò un uomo vestito da motociclista. Si tolse il casco e si guardò attorno in cerca di un tavolo libero. L’unico posto disponibile era vicino alle due donne. L’uomo si sedette, prese il menù e gli diede una rapida scorsa. Poi lo depose con un’aria vagamente imbarazzata. Desi pensò che fosse uno straniero e che non sapesse leggere il francese; la sua supposizione fu confermata quando arrivò la cameriera. Infatti l’uomo indicò il loro piatto,  però ordinò il vino in francese, quindi lo parlava, sebbene con un forte accento italiano.
Fu questo ad attrarla.
Desi non era mai stata in Italia, ma ricordava ancora quando suo padre le diceva qualche parola nella sua lingua; una sera le aveva addirittura raccontato una fiaba e Desi per sommi capi era riuscita a capirla. Gli italiani la affascinavano: erano simpatici e cordiali, e poi la lora terra era quella di papà. Lei stessa aveva sangue siciliano nelle vene.
L’uomo si accorse che lo stava osservando e le sorrise timidamente. Dimostrava circa trentacinque anni, non era né bello né brutto; in ogni caso, per qualche ragione aveva un aspetto interessante. Più volte sembrò sul punto di rivolgerle la parola, ma gli mancò il coraggio per farlo, forse a causa di Isabelle, fredda e imperiosa, che non lo degnava di uno sguardo e che anzi pareva infastidita dalla sua presenza.
Desi, però, voleva conoscerlo. Fu quindi lei a rompere il ghiaccio, presentandosi e chiedendogli se era in ferie e da quale regione italiana proveniva. “Mi chiamo Agia.”, disse lui. Desi si domandò se quello fosse il nome o il cognome. Agia era pugliese ed era venuto a Cannes in moto per trascorrere una vacanza di  una quindicina di giorni. Desi visualizzò mentalmente la carta geografica dell’Italia: la Puglia era a sud, come la Sicilia.
Nel giro di pochi minuti avevano fatto amicizia. Una volta superato l’imbarazzo iniziale, Agia in realtà non era affatto timido. Ma, sebbene Desi lo trovasse piacevole e spiritoso, si rese conto che Isabelle era esclusa dalla conversazione e guardava accigliata il mare; perciò chiese il conto, salutò l’italiano e uscì dal ristorante a braccetto con l’amica. Percorsero a piedi tutta la Croisette fino al porto nuovo. Era una magnifica giornata di sole, allietata dal Mistral. Il clima ideale: caldo ma non umido. Mangiarono un gelato, quindi tornarono indietro e Desi andò ad aprire il negozio.
Erano circa le quattro del pomeriggio quando entrò Agia.
Desi lo fissò sorpresa. L’aveva seguita oppure si trattava di una semplice coincidenza? Probabilmente era valida la seconda ipotesi, perché Agia voleva acquistare qualche cd francese. Le spiegò i suoi gusti musicali e Desi lo aiutò a scegliere tre o quattro album.
Poi lui la invitò a cena.
Non c’era niente di male in quella proposta e Desi fu tentata di accettare, poi però si disse che molto probabilmente l’invito non si estendeva solamente alla cena. Aveva sentito dire che gli italiani erano sempre in cerca di avventure e, per quanto fosse una ragazza libera e aperta, non voleva andare a letto con il primo venuto. Agia intuì ciò che le stava passando per la mente. “Un invito a cena.”, disse. “Senza secondi fini. Non conosco nessuno qui e tu mi sei simpatica, ma se non ti va non intendo insistere.”
Desi lo guardò negli occhi e non vi trovò traccia di malizia. “Pourquoi pas?”, acconsentì. “Ci vediamo alle nove davanti all’hotel Carlton.”
Agia annuì. “So dov’è. Il mio albergo è lì vicino.”
Quando chiuse il negozio, Desi inforcò la bicicletta, andò a casa, si fece una doccia, aprì l’armadio e passò in rassegna i vestiti, anche se sapeva già che non avrebbe trovato niente di nuovo. Alla fine scelse una minigonna e scarpe con i tacchi. Infilò le scarpe in una borsa a tracolla, rimontò sulla bici e tornò a Cannes. Alle nove in punto era davanti al Carlton. Agia era già lì. Anche lui si era cambiato: indossava dei jeans, una camicia azzurra e una giacca blu. Quell’insieme gli donava, pensò Desi. Quella sera scoprì che Agia non era soltanto arguto e divertente ma anche colto e profondo. Parlarono di molte cose e al momento del dolce Desi capì che le piaceva. Tuttavia esitava. Si sarebbe fermato a Cannes per due settimane e poi sarebbe tornato in Italia; a lei non interessavano le avventure e non vedeva un futuro con lui: non che sognasse il matrimonio, però nemmeno una relazione di quindici giorni. Cionondimeno, quando uscirono dal ristorante, fu lei a prendere l’iniziativa e a baciarlo. Agia ricambiò il bacio, ma con una certa freddezza. Desi si sentì ferita. “Grazie per la bella serata.”, disse staccandosi da lui. Gli voltò le spalle e si avviò per recuperare la bicicletta. Lui rimase immobile a guardarla andar via.
Trascorsero quattro giorni. Desi aveva smesso di pensare ad Agia. Chiaramente lei aveva equivocato. Lui l’aveva invitata a cena perché era solo in una città che non conosceva, provava della simpatia per lei, ma non altro. Desi aveva dato per scontato ciò che invece non lo era affatto. Forse Agia aveva una ragazza in Puglia che lo aspettava. Ma allora perché era andato in vacanza senza la fidanzata? Probabilmente perché le loro ferie non coincidevano. Comunque fosse, lei non gli piaceva; era inutile girarci troppo intorno.
Quando lo vide entrare nel negozio, lo guardò perplessa. Non era uno stupido e non poteva non aver colto il senso di quello che era accaduto dopo la cena: lei lo aveva baciato, lui non aveva manifestato entusiasmo e lei se n’era andata dopo averlo ringraziato in modo molto formale. Non c’era motivo di  frequentarsi ancora. Se desiderava comprare altri dischi, avrebbe potuto scegliere un altro negozio, pensò acidamente.
“Domani è domenica.”, disse Agia. “Ti andrebbe di fare un giro in moto con me?”
Desi non rispose subito. Sulle labbra le era affiorato immediatamente un “no”, però non era una ragazza impulsiva e si impose di riflettere prima di rifiutare. Non era giusto biasimare Agia se desiderava la sua amicizia. Non era attratto fisicamente da lei, tuttavia questo non escludeva che potessero continuare a vedersi. Era l’esatto opposto di quello che aveva pensato in precedenza, ma nella vita è lecito cambiare idea. Le previsioni davano bel tempo e andare in moto le era sempre piaciuto. “Va bene.”, disse. “Puoi passare a prendermi a casa? Ora ti spiego dove abito.”

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MATRIOSKA 49

Monica premette il grilletto.
Aleksandr si portò le mani al torace, fissandola incredulo. Cadde all’indietro, sul letto; poi si rialzò, si avventò sulla donna, le strappò l’arma di mano, la afferrò per le braccia e la scaraventò contro la parete.
Monica lo guardò sgomenta. Non riusciva a credere di aver trovato il coraggio per sparargli a bruciapelo. Si rannicchiò per terra. Adesso sarebbe morta; però si era riscattata: e forse questo contava più della sua vita.
Matrioska torreggiò su di lei, pensando di ucciderla; ma la testa gli turbinava, si reggeva a stento sulle gambe. Comprese che gli restavano solo pochi minuti. Uscì dalla stanza e barcollando scese le scale dell’albergo.
Monica vide la porta sbattere, si sollevò a fatica e gettò la pistola sul pavimento. Le tremavano le mani. Avrebbe dimenticato quel terribile giorno soltanto molti anni dopo, quando, malgrado l’età ormai avanzata, concepì il suo primo e unico figlio.
Aleksandr passò davanti al portiere, che lo guardò sbalordito: un uomo seminudo, grondante sangue; era un’apparizione raccapricciante che lo colmò di terrore.

Di lì a breve, quando Elke Shurer varcò la frontiera italiana con Monica Squire a bordo della sua Mercedes, a Langley il direttore della CIA seppe che la carta che aveva gettato sul tavolo si era rivelata un asso. Un asso vincente.
Il capo della CIA si sarebbe concesso un sorriso.
Aveva sconfitto l’FBI, lo SDECE, il Servizio d’azione, il KGB, aveva ingannato il presidente degli Stati Uniti, e finalmente era riuscito a eliminare Matrioska.
Non più di un sorriso, però, perché la pensione era lontana e molto lavoro ancora lo attendeva.
Un giorno, Gorbaciov avrebbe fatto a pezzi il KGB in seguito a un fallito colpo di stato. Ma non sarebbero mancati nuovi nemici.
Tuttavia – ma questo il direttore ancora non poteva saperlo – nessuno di loro sarebbe stato all’altezza del tenente generale Aleksandr Sergeivic Stavrogin.
L’ultima decisione che prese, prima di tornarsene a casa a dormire, fu quella di promuovere Monica Squire.
Ma l’ultimo pensiero fu rivolto alla moglie.
Si augurò che non fosse arrabbiata con lui, a causa della lunga assenza.

Due ore più tardi – in America era notte, a Cannes mattino inoltrato, in Russia quasi mezzogiorno – Vladimir Putin apprese la notizia.
Osservò con aria cupa l’ufficiale che lo aveva informato, scosse la testa e lo congedò. Sebbene non fosse un uomo incline alle emozioni, provava un profondo rammarico.
Aveva perso il suo miglior agente.
“Maledetti cekisti americani!”, proferì a bassa voce.
Quindi, tornò al suo lavoro.

Matrioska attraversò la Croisette, scavalcò la transenna e percorse lentamente tutta la spiaggia, fino alla battigia.
Il motoscafo si stava avvicinando alla riva. Aleksandr non sarebbe mai salito su quel motoscafo.
Il sole si alzò maestoso nel cielo, disegnando arabeschi sulle onde che scintillavano come gioielli. Poco distante dal punto in cui si trovava il russo, qualcuno aveva acceso un fuoco. L’odore del fumo di legna lo riportò indietro nel tempo, quando era ragazzo e andava per boschi con Sonja. Prima di lasciarsi cadere in ginocchio, scrutò l’orizzonte. Quel mare era bello ma non era il suo mare.
Fu colto da un’angoscia indicibile al pensiero che non avrebbe mai più rivisto il suo dragone.
Con uno sforzo possente della mente lo ricreò nell’immaginazione.
E lo vide, come fosse davanti ai suoi occhi:
La barca virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia.
Fu allora che Matrioska sorrise.
Poi finì nell’acqua, a faccia in giù.
E lì giacque, cullato dal suono gentile del Mistral.

MATRIOSKA
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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MATRIOSKA 48

Quando bussarono alla porta, Aleksandr si svegliò immediatamente, come un soldato. Represse un sorriso. Elke era proprio insaziabile! Ma adesso non aveva più tempo. A minuti sarebbe arrivato il motoscafo. Con i soli boxer addosso andò ad aprire. La sveglia squillò in quel momento.
“Monica!”, esclamò, stupito. “Sei qui per seguirmi in Russia?”
“Non sarebbe possibile, e questo tu lo sai bene.”, replicò la donna in un tono meno convinto di quanto avesse voluto.
“Sciocchezze! Mi hanno promosso ai più alti vertici del KGB. Da domani io avrò la facoltà di impartire ordini a chiunque, a parte un ristretto numero di persone. Anche il segretario del partito ha paura del KGB. Tu non conosci bene la situazione dell’Unione Sovietica. Allo stato attuale, la struttura alla quale ho l’onore di appartenere detiene il potere assoluto. Gli altri… non contano più nulla.”
Monica lo fissò. “Lo desideri veramente, Aleksandr?”
“Ho una casa che è in capo al mondo. Lì nessuno potrebbe mai raggiungerci, nessuno potrebbe mai trovarti e, anche se accadesse, nessuno potrebbe mai toccarti.”
“Lo desideri veramente, Aleksandr?” Monica ripeté la domanda, guardandolo negli occhi. Ma quegli occhi erano gelidi, privi di espressione, di sentimento, del benché minimo calore umano.
Capì che una parte di lui lo voleva, tuttavia era la parte meno importante, succube del manto di gelo di cui Matrioska si era corazzato molti anni prima: e quella parte non sarebbe mai più riemersa veramente.
Lui intuì il corso dei suoi pensieri e distolse lo sguardo.
Sembrò riflettere, ma, secondo Monica, la decisione era già stata presa, subitanea come tutte le azioni di Matrioska.
“D’accordo.”, disse Aleksandr. “Sei libera di scegliere il tuo cammino. Ora io devo andare, con o senza di te.”
Prese i vestiti dall’armadio e li appoggiò sul letto, poi si chinò sul comodino per recuperare alcuni oggetti.
Monica estrasse la pistola.
Lui sorrise. Un sorriso vagamente sprezzante.
“Tu sei americana. Voi avete delle regole. Non potresti mai uccidere una persona a sangue freddo, altrimenti passeresti il resto della tua esistenza a struggerti, straziata dal rimorso.”
Non sai quanto è vero!, pensò Monica.
Quando parlò, la voce le tremava. “In un altro tempo e in un altro mondo, forse avrei potuto amarti: ma tu sei un nemico!”
Aleksandr la fissò per un istante in silenzio.
“Dovresti essermi riconoscente.”, affermò in modo pacato. “Il cottage? Ricordi? Se ti avessi lasciata nelle mani di Aglaja, lei ti avrebbe seviziata. Avresti sofferto in maniera indicibile.”
Questo era vero, e Monica lo sapeva già. Si sentì incerta, ma ritrovò subito la prontezza. “Lo so.”, ammise. “Però, mi avresti uccisa. Dicesti che ti dispiaceva, e ti credo, comunque lo avresti fatto.”
“Gli ordini.”, ribatté lui.
“Esatto: gli ordini. Anch’io ho i miei e anch’io, come te, devo eseguirli.”
“Sono situazioni diverse.”
“No, Aleksandr: sono situazioni uguali.”
Poi, all’improvviso, lei capì.
Matrioska non era affatto interessato a quel dialogo. Serviva solo a distrarla. Mentre parlavano, si era già avvicinato di due passi.
Monica arretrò, ristabilendo una distanza di sicurezza.
Lui sorrise nuovamente; questa volta era un sorriso ammirato.
Ma quando lei lo guardò negli occhi, vide che nel suo sguardo non c’era traccia di sorriso. La fissava con una luce implacabile, completamente priva di simpatia o di affetto. In quello sguardo, Monica vide la sua morte.
Cominciò a pensare che il suo piano era molto ingenuo. Da qualche parte Matrioska poteva avere un’arma e, a parte questo, le era sufficiente osservare il suo corpo, le spalle ampie, le braccia poderose, per rendersi conto che aveva agito come una sciocca.
Aleksandr allungò una mano.
“Dammi la pistola.”, disse.
Monica scosse la testa.
Lui avanzò di un altro passo.
Monica comprese che stava per balzarle addosso.
L’avrebbe disarmata e l’avrebbe uccisa a mani nude.
Aleksandr si fece ancora più vicino.
Monica indietreggiò e scopri con orrore di trovarsi con le spalle al muro. Ansimava, come dopo una lunga corsa o un allenamento in palestra.
Matrioska scattò per colpire di taglio il polso sottile della donna.

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MATRIOSKA 47

Monica Squire uscì dall’appartamento e a piedi si diresse verso l’hotel Martinez.
Non è un tratto di strada particolarmente lungo e può essere percorso in pochi minuti; molte persone sono solite recarsi da un’estremità all’altra della Croisette anche varie volte al giorno. Il fascino del panorama rende estremamente piacevole questo percorso.
Ma a Monica tremavano le gambe.
Le tremavano per due ragioni: perché aveva paura e perché era angosciata.
La paura nasceva dal fatto che conosceva bene Matrioska. Quando era ancora in vita, anche John Lodge aveva temuto di affrontarlo. Matrioska era il miglior agente segreto del mondo, il più freddo, il più spietato, il più astuto, il più forte. Con quali speranze poteva confrontarsi con lui? Era riuscita a uccidere Aglaja, grazie al diversivo causato da Yarbes; altrimenti sarebbe stata sopraffatta. E Matrioska valeva dieci volte Aglaja.
L’angoscia derivava dalla consapevolezza che, qualora fosse riuscita a sorprenderlo (e quello era l’unico modo per avere la meglio su di lui), poi avrebbe dovuto sparargli a sangue freddo.
Monica aveva già ucciso. Per un’agente della CIA ciò era naturale. Gli uomini che formavano l’equipaggio dell’Hind, in Afghanistan, e Aglaja, nel cottage vicino al lago. Ma, in entrambi i casi, lo aveva fatto per salvarsi la vita. Inoltre, se i russi dell’Hind erano dei perfetti sconosciuti, dei quali non sapeva assolutamente nulla, per Aglaja nutriva una profonda avversione o, più precisamente, odio allo stato puro.
Con Aleksandr era diverso.
Era un uomo glaciale e i suoi occhi sembravano un abisso scavato nel nulla. Da essi non trapelavano emozioni, paura, sentimenti. Eppure quell’uomo glaciale l’aveva fatta fremere di passione e, quando avevano fatto l’amore, lei lo aveva sentito vicino, ed è raro che una donna si sbagli su certe cose.
A causa della sua etica contorta, Matrioska non avrebbe mai esitato a ucciderla; tuttavia, in America, aveva rimandato il più possibile e le aveva promesso che non sarebbe stata Aglaja a sopprimerla.
Monica conosceva le intenzioni della russa, dato che Aglaja era stata esplicita al riguardo.
Avrebbe riempito la vasca da bagno e l’avrebbe costretta a immergersi nell’acqua. Sarebbe entrata con lei nella vasca. Presumibilmente, si sarebbe sistemata dietro con la schiena appoggiata al bordo e le gambe allacciate alle sue. La stretta sarebbe stata simile a quella di una tenaglia. Con una mano le avrebbe imprigionato i polsi, sollevandole le braccia fino all’altezza delle scapole. Con l’altra le avrebbe tenuto la testa sotto per un minuto. L’avrebbe lasciata respirare brevemente, quindi avrebbe ripetuto l’operazione. Questa volta per due minuti. Una nuova boccata di ossigeno e i minuti sarebbero diventati tre. Difficilmente ci sarebbe stata una quarta immersione.
Una morte atroce.
Aleksandr invece le avrebbe sparato. E quasi certamente in un momento in cui lei non se lo sarebbe aspettato: le avrebbe risparmiato l’agonia dell’attesa.
Un colpo di pistola e tutto sarebbe finito.
Con che coraggio avrebbe potuto ammazzarlo, mentre lui la guardava?
La tentazione di rinunciare era fortissima.
Aveva un appuntamento con Elke Shurer davanti al porto nuovo.
Poteva andarci subito e aspettarla.
La tedesca non le avrebbe rivolto domande. Era stata pagata per consegnarle una pistola e il suo compito si esauriva lì. Che Monica usasse o meno quella pistola non la riguardava.
Chiaramente, se si fosse tirata indietro, con la CIA avrebbe chiuso.
Scrollò le spalle. Grazie alla sua preparazione avrebbe potuto trovare mille altri lavori.
Però, esisteva anche un terzo aspetto.
Voleva dimostrare a se stessa, prima che agli altri, di non essere una codarda. Quanto era successo con Aglaja era stato solo un episodio, un incidente di percorso.
E c’era un quarto aspetto.
John Lodge era morto sulla porta di casa, mentre aspettava sua moglie e sua figlia. Non era armato: era indifeso.
Ed era stato Matrioska a ucciderlo.
Raggiunse l’hotel Martinez, esitò per un attimo, quindi tirò dritto. Il bar del Carlton era chiuso. Tagliò per una via interna e sboccò in Rue d’Antibes. In fondo, fra un cinema e una farmacia, vide un bar aperto. Entrò e ordinò un caffè, poi cambiò idea e chiese un cognac. Bevve lentamente, a piccoli sorsi, pagò la consumazione, domandandosi se era l’ultima cliente della notte o la prima del mattino, e uscì.
Si fermò a riflettere.
Un ragazzo le passò accanto e le rivolse un complimento in italiano.
Monica tornò sui suoi passi.

Il portiere notturno del Martinez era convinto che l’affascinante signorina Shurer e monsieur Delpech fossero amanti. Ma quando Monica Squire dichiarò che la tedesca l’aveva autorizzata ad attenderla in camera sua, fu colto da un sospetto che lo intristì.
Che spreco!, pensò.
Sebbene non fosse all’altezza di Elke, anche la nuova venuta era attraente, benché fosse molto pallida e avesse i lineamenti tesi.
D’altro canto, esisteva un solo motivo plausibile che giustificasse quell’appuntamento a un’ora così insolita. Memore della lauta mancia ricevuta, le consegnò la chiave della stanza della signorina Shurer.
Monica si diresse verso l’ascensore, e il portiere sospirò.

Lontano da lì, sull’aereo che lo riportava in patria, Yarbes rifletteva.
Era stato il suo capo a suggerirgli di ricorrere allo SDECE, e questo si era rivelato un errore. L’errore, comunque, era anche suo, dato che non aveva mosso obiezioni. C’era però un secondo errore, forse più grave del primo. Yarbes aveva pensato che, visto che si comportava da innocuo turista, gli sbirri francesi ormai lo avessero lasciato perdere, per tornare a incombenze più importanti. Non aveva immaginato che invece avrebbero continuato a seguirlo.
Sorseggiò il bourbon senza ghiaccio che aveva ordinato alla graziosa hostess. Mentre lo serviva, la donna aveva sporto il seno in fuori. Ma a Yarbes le avventure di una notte non interessavano.
Tornò a riconsiderare ciò che era successo. Accadeva molto di rado che il direttore della CIA si sbagliasse e nei rari casi in cui questo si verificava generalmente reagiva con prontezza: aveva sempre un piano di riserva, e talvolta più d’uno. Ciò significava che presto Yarbes avrebbe avuto un’altra occasione, e alla prossima non avrebbe fallito. Era molto capace, e sapeva di esserlo. Quello che non sapeva era che il piano di riserva era già scattato, e che non sarebbe stato lui a portarlo a termine.

Le camere di Elke e di Aleksandr erano sullo stesso piano.
Monica entrò nella stanza della tedesca e appese fuori dalla porta il cartellino “non disturbare.” Richiuse la porta e si avvicinò alla camera del russo. Erano soltanto pochi metri, ma le sembrarono infiniti. Quando fu davanti trattenne il respiro. Era ancora in tempo per cambiare idea. Sarebbe potuta scendere, fingersi indignata per il ritardo di Elke, e lasciare quel maledetto albergo. Oppure far passare qualche minuto per rendere più credibile la scena. Aveva in bocca un sapore cattivo, forse dovuto al cognac: non era abituata a bere alcolici e certo non all’alba. Ma il caffè l’avrebbe resa ancora più nervosa.
Un giorno, a Los Angeles, aveva conosciuto casualmente un giovane brooker. Era un tipo simpatico e aveva accettato di bere qualcosa con lui. Phil Weir – questo era il nome del brooker – le aveva insegnato un metodo, secondo lui infallibile, per estraniarsi da ogni emozione negativa. Weir sosteneva che era in grado di congiungersi con il cosmo, di entrarne a far parte: in quei momenti viveva sensazioni talmente fulgide da fargli dimenticare tutto il male che esisteva sulla Terra. Diventava potente, puro spirito, un’entità in grado di indirizzare il proprio futuro. Ovviamente, lui era molto esperto, ma Monica avrebbe potuto apprendere i primi rudimenti della meditazione trascendentale. Monica sospettava che in realtà lui si fosse fumato il cervello, però qualche volta aveva tentato di applicare quelle tecniche. Visti i risultati, aveva deciso di lasciar perdere.
Ora, forse, le sarebbe servito rallentare il respiro… astrarsi… pensare alle stelle…
Tutte sciocchezze!, si disse.
Ciò che le serviva veramente era una cosa sola: il coraggio. E quello non poteva regalarglielo nessuno.
Trasse un profondo respiro e bussò alla porta di Matrioska.

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MATRIOSKA 46

Matrioska tornò in camera e preparò la valigia. Il passaporto di Delpech non gli serviva più. All’alba sarebbe salito su un potente motoscafo che lo avrebbe condotto in Liguria. Per gli italiani il documento “quasi perfetto” che Delpech gli aveva portato in America era più che sufficiente.
Si spogliò e si concesse un lungo sonnellino.
Si svegliò a tardo pomeriggio. Si rasò e fece una doccia. Eliminò la tintura grigia dai capelli, si passò una crema speciale sul viso e sulle mani, e gettò le lenti a contatto. Indossò una giacca nuova e una camicia pulita. Era elegante, anche se un inglese avrebbe storto il naso vedendo il colletto della camicia spuntare dalla giacca, alla russa.
Quella sarebbe stata la sera del commiato, e quella notte avrebbe fatto l’amore per l’ultima volta con Elke Shurer.
Decise che l’Auberge Provencale valeva una seconda visita.
Il vento era cambiato: il Mistral aveva sostituito lo scirocco, ma l’aria era ancora tiepida, e il cielo punteggiato di stelle.
Consumarono una cena deliziosa, accompagnata dall’eccellente Beaujolais (sempre un solo bicchiere per Aleksandr).
Dopo essere tornati al Martinez, Matrioska procurò quattro orgasmi all’appassionata Elke, quindi si assopì.
Lei si alzò dal letto e lo baciò in punta di piedi. “Buona fortuna, tenente generale Aleksandr Sergeivic Stavrogin.”, gli sussurrò; quindi scalza raggiunse la sua camera. Non era il tipo di donna da addii patetici.

Mentre Matrioska dormiva e Monica avvilita preparava la valigia (da molte ore ormai aveva capito che le cose erano andate storte, e una breve visita al Martinez le era valsa da conferma), Yarbes aspettava cupamente che tutte le formalità venissero espletate e che lo imbarcassero sul primo volo diretto negli Stati Uniti.
Nelle ultime ore si erano susseguite diverse telefonate.
Hanault con il suo cipiglio più severo aveva informato gli americani che avrebbe trattenuto il prigioniero per “un tempo adeguato”.
Alla fine, lo aveva chiamato il direttore della CIA in persona. L’uomo di Langley era troppo esperto e acuto per lasciarsi andare in escandescenze. Aveva messo le cose su un piano amichevole, ricordando allo scorbutico interlocutore gli stretti legami che da sempre univano le due grandi nazioni (in realtà non sopportava i francesi), ed era ricorso anche a velate minacce, tanto velate che un funzionario meno accorto di Hanault con ogni probabilità non le avrebbe nemmeno colte. Aveva accennato a una possibile telefonata personale del presidente degli Stati Uniti. Qui bluffava, ma l’altro non poteva saperlo, sebbene lo intuisse.
Nauseato, Hanault decise di finire quella farsa. Yarbes sarebbe stato rispedito subito in America.
Ma c’era un altro problema. “E la donna?”
“Quale donna?”
“Quella che lo ha accompagnato: tale Monica Squire.”
Seguì un attimo di silenzio.
“Ah. Non è una dei nostri. E’… uhm… l’amante di Yarbes.”
“La mando a prendere.”
“Sarebbe meglio di no. Soffre di cuore, potrebbe spaventarsi. Senta, ci penseremo noi. Domani sarà fuori dalla Francia.”
Il disgusto di Hanault crebbe. Ma, in fondo, che differenza faceva?
“D’accordo.”, disse.
Il direttore della CIA ringraziò e riappese.
Ordinò una caraffa di caffè nero e forte. Malgrado in America fosse notte fonda, non era solo: oltre alle guardie, si erano trattenuti la segretaria e l’assistente personale.
Dunque Yarbes non era stato avvertito in tempo e aveva fallito. Era chiaro che il piano era stato studiato male. L’errore principale, da cui dipendeva tutto il resto, stava a monte: Yarbes non avrebbe dovuto mettersi in contatto con lo SDECE. Matrioska poteva essere rintracciato in altri modi.  Monica Squire era a Cannes, probabilmente in procinto di tornare negli Stati Uniti. Il direttore della CIA considerò la questione. Monica non aveva un’arma con sé. Tuttavia, a Cannes c’era anche un’altra persona.
Valeva la pena di rischiare?
Il direttore si alzò e andò alla finestra. Il buio regnava assoluto. La notte era fredda e silenziosa. Mise sui due piatti della bilancia la vita di Squire e la morte del russo. Una donna debole che aveva tradito Lodge per viltà e il più micidiale killer che avesse mai conosciuto. La bilancia si inclinò da un lato.
Il capo di Langley fissò il telefono, poi premette il pulsante dell’interfono e ordinò alla segretaria di comporre un certo numero.

Quando squillò il telefono, Elke Shurer era già a letto.
La donna sollevò il ricevitore, ascoltò in silenzio, disse qualcosa e riagganciò. Sebbene fosse sorpresa, non perse tempo in riflessioni inutili. Si alzò, indossò un paio di jeans che le lasciavano scoperti i polpacci e un morbido maglione di lana che l’avrebbe riparata dal freddo, calzò scarpe nere da ginnastica, quindi uscì dalla stanza. Anche vestita così faceva colpo: il portiere di notte se la mangiò con gli occhi. Elke gli chiese di chiamare un taxi. Aspettava una visita, disse. Forse avrebbe tardato a rientrare; in tal caso, l’uomo era pregato di lasciar salire in camera sua l’ospite che attendeva. Il portiere stava per obiettare, ma si affrettò ad annuire non appena vide le banconote. Sparirono in una tasca della giacca. Elke gli rivolse un sorriso smagliante.
Era una notte limpida.
Elke aspettò la macchina fuori dall’albergo, fumando una sigaretta. Quando arrivò il taxi prese posto sul sedile posteriore e indicò la sua destinazione. Una volta arrivati, pagò la corsa: non sarebbe tornata al Martinez. Il garage faceva servizio notturno, avrebbe saldato il conto e sarebbe partita per l’Italia.
Suonò a un citofono. Non fu semplice convincere la donna ad aprirle; ma Elke era paziente e sapeva spiegarsi molto bene. Parlava un inglese perfetto, oltre al russo, all’arabo, al francese e ad altre quattro o cinque lingue. Per la sua professione era un fattore indispensabile.
L’americana non le fece una grossa impressione. Elke era una bellezza statuaria: rispetto a lei, l’altra sembrava una ragazzina fragile. Era molto pallida e visibilmente tesa. Si era messa dei calzoncini corti e una canotta. La invitò a sedersi su un divano, accanto al quale era pronta una valigia. Elke la studiò per un momento. Non le dava una possibilità su cento, ma non era pagata per fare valutazioni. Ripeté ciò che aveva già detto al citofono, poi le porse una pistola, la informò che sarebbe ripartita entro due ore e uscì dal Palais des Dunes.
Elke Shurer lavorava per la Stasi, per il KGB, per il Mossad, per la CIA e per alcune organizzazioni private. Era rischioso: esistevano due precedenti. Riguardavano un russo e una francese. L’uomo era precipitato da un elicottero, la donna aveva finito i suoi giorni nella stanza di uno squallido albergo algerino. Però, era anche un lavoro molto remunerativo. Il suo patrimonio personale, equamente depositato in varie banche sicure, ammontava a cinque milioni di dollari. Questo senza aver mai ucciso una persona. Elke detestava la violenza. Quando le veniva assegnato un incarico, poneva un’unica condizione: che non le chiedessero di sporcarsi le mani. La pistola era solamente uno strumento di difesa.
In realtà con la CIA aveva chiuso da tempo, perché non si fidavano di lei; dopo una sola missione, l’avevano liquidata. Tuttavia non avevano preso provvedimenti, in considerazione del fatto che almeno fino a quel giorno non aveva mai cospirato apertamente contro gli Stati Uniti e che comunque aveva portato a termine con successo quella sola missione. Si limitavano a controllarla, ormai sapevano che faceva il triplo (o quadruplo) gioco e che era mossa soltanto dall’avidità. Con discrezione seguivano i suoi movimenti, specialmente quando all’orizzonte si profilava una crisi.
Ad alcuni funzionari sfuggiva il motivo di questo interesse. Un’opinione diffusa lo attribuiva alla paranoia del capo. Da tempo, ai vertici dell’Agenzia, circolava una battuta: se il “vecchio” avesse potuto, avrebbe indagato anche su se stesso, e non era escluso che ci avesse provato, magari con successo.
Ma non l’avrebbero più cercata. In nessun caso. E per nessuna ragione.
O quasi.
Non sapevano più a chi rivolgersi, pensò cinicamente la tedesca.
Lo stesso cinismo di cui avevano dato prova in innumerevoli occasioni gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, considerò fra sé. Mentre infuriava la guerra tra Iran e Irak, tanto per fare un esempio recente, gli Stati Uniti appoggiavano indirettamente l’Iran, e direttamente l’Iraq; l’Unione Sovietica, dal canto suo, si comportava esattamente nello stesso modo, aiutando direttamente l’Irak e indirettamente l’Iran per tramite della Siria. In confronto a loro, Elke si considerava una dilettante.

Mentre Elke Shurer a bordo della sua Mercedes percorreva rombando la Croisette per un ultimo saluto a Cannes, Monica Squire finiva di vestirsi e Michelle Anglade ripartiva per Parigi dopo aver trascorso buona parte della giornata dormendo nella camera di Yarbes, a Langley il direttore della CIA si predisponeva all’attesa.
Aveva gettato sul tavolo la sua ultima carta.

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A PROPOSITO DEI BLOG

Il post suscitò una forte impressione.
Non ricordo più che titolo avesse ma ne ricordo benissimo il contenuto. Il post era stato scritto dal compianto Maria Strofa sulla piattaforma Splinder. Maria Strofa non era una donna, bensì un uomo dotato di vasta cultura e di uno spiccato senso dell’ironia.
Sebbene il suo fosse un blog per certi versi “difficile”, in pochi mesi aveva raggiunto un numero assai elevato di visite; forse era il più seguito di Splinder. Ciò contribuì ad alimentare discussioni e polemiche.
Di cosa parlava quel post?
Partiva dal presupposto che il mondo dei blog fosse un mondo illusorio, tendenzialmente falso, basato sulla logica del “do ut des”. Siti di alto livello ricevevano pochi commenti, dato che il titolare del sito in questione a sua volta commentava poco; blog stupidi e banali erano sommersi dai commenti, perché i blogger che li gestivano passavano ore intere a spammare (e ciò è vero). E’ comunque sorprendente che tali blogger non si rendessero conto di quanto fosse mediocre il prodotto da loro offerto e che propagandavano con così tanto impegno.
Maria Strofa si chiedeva: uno scrittore deve acquistare i libri di tutti i suoi lettori per poter vendere i propri? Naturalmente era una domanda retorica, vale a dire che la risposta era implicita.
Poi raccontava di aver fatto un esperimento. Una mattina aveva lasciato “cinquanta pisciatine”, cioè commenti più o meno insensati, in altrettanti blog. Nel giro di dieci ore aveva ricevuto trenta commenti.
Il post poi proseguiva su questo tono.
In seguito a questa denuncia, il sito di Maria Strofa non perse lettori, ma ne acquisì di nuovi; di lì a breve purtroppo egli mancò. (Permettetemi di dedicare un pensiero commosso al Barone Rosso, anch’egli prematuramente scomparso).
I miei due blog (anneheche blog e il blog di Sandra) erano stati entrambi linkati da Maria Strofa. Per me era un motivo di soddisfazione, poiché lo stimavo molto. Restai quindi estremamente colpita dal suo post, al punto di scriverne uno a mia volta (e in seguito anche un secondo) su quello che lui affermava. Mi ponevo domande inquietanti. Era proprio vero ciò che aveva detto? E, in tal caso, aveva un senso scrivere racconti, poesie o pagine di diario che venivano letti e commentati solo a condizione di fare altrettanto?
A distanza di anni, e dopo molte riflessioni, credo di aver trovato una risposta. (Forse ho scoperto l’acqua calda).
E’ vero a metà.
Ho sempre pensato che il mondo non è né bianco né nero: è grigio. Il fenomeno denunciato da Maria Strofa indubbiamente esiste, benché in forma minore su WordPress; ma è bilanciato da un congruo numero di persone che invece leggono e commentano per il piacere di farlo. E’ chiaro che una visita di ricambio fa sempre piacere, però non è la condizione “sine qua non” (condizione senza la quale non si può verificare un evento).
Io seguo da anni un blog dal quale non ricevo commenti. E dov’è il problema? Certo, sarei contenta se Briciola ogni tanto passasse da me; ma se a lui non interessa quello che scrivo io, a me invece interessa quello che scrive lui. Quando leggo un suo post trascorro cinque minuti piacevoli, e di questo gli sarò sempre grata. Dovrei privarmi di quel piacere a causa di una logica assurda? Certamente no.
Tuttavia l’idea che sia sufficiente scrivere bene per ottenere un buon numero di contatti è assai diffusa ma infondata.
Infatti, non va tralasciato un altro aspetto. I blog sono molti. Il tempo a disposizione non è infinito, perciò ricevere un commento permette di ricordare un dato blog oppure induce a pensare che su quel dato blog c’è un post nuovo, e se quel blog piace è conseguenziale ricambiare la visita.
Va da sé che se una persona non si fa mai vedere da nessuna parte, sarà molto difficile che il suo blog venga seguito. In certi casi, tale decisione è voluta.
Sarebbe interessante conoscere le vostre opinioni in merito.

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