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Archive for the ‘riflessioni’ Category

DALLA PARTE DEI BLOG

Negli ultimi tempi i giornali hanno spesso affrontato un argomento: la lenta agonia dei blog in contemporanea con l’ascesa dei cosiddetti “social”. In realtà, tale fenomeno non è affatto recente; semplicemente, la forbice si è allargata, con conseguenze, secondo me, disastrose.
Tra blog e – poniamo – la piattaforma Fabeboock esistono due differenze, l’una strutturale, l’altra relativa ai contenuti. Riguardo alla prima differenza, è facilmente identificabile: il blog, in linea di massima, comporta un impegno, quasi del tutto assente per chi sceglie di comunicare tramite FB. La seconda differenza, quella dei contenuti, rappresenta il vero lato negativo, fortemente negativo, di FB e degli altri “social”, vale a dire la totale mancanza di affidabilità. Notizie fasulle, “voci” di dubbia provenienza riportate senza il benché minimo controllo, per arrivare a insulti, minacce, bestemmie, incitamenti alla violenza. E’ questo il motivo che mi ha indotta – mesi fa – a lasciare un mondo che considero diseducativo e portatore di falsi ideali – direi, il nulla elevato a ideale.
In massima parte, le esternazioni più grossolane, volgari e farneticanti sono da ascrivere a coloro i quali rifiutano in toto il concetto di politica, dimenticando che da oltre duemila anni, pur con i suoi difetti, politica significa comunque confronto, dibattito, ricerca del bene comune e, laddove non vige una dittatura, democrazia. Combatterla a suon di slogan o propugnando improbabili assalti a un fantomatico Palazzo d’Inverno porta solo a una semplificazione priva di qualsiasi base culturale e colma, invece, di frustrazioni individuali. A differenza di chi nel ’68 si batteva, magari ingenuamente, per un “sistema” più giusto e umano, costoro mancano di spessore intellettuale. Sono il prodotto di una asocialità astratta che niente si propone al di fuori del concetto di rifiuto.
Lo schieramento è in ogni caso vasto e composito, fra chi si limita a insultare, chi invoca la pena capitale per deputati e senatori – specchio del Paese che li ha votati -, chi reclama a causa di governi non eletti dal popolo sovrano, scordando – o ignorando – che in Italia è il Presidente della Repubblica a nominare il primo ministro (quando furono Spadolini e Craxi a presiedere il governo non avevano certo la maggioranza dei voti).
Ai margini del “partito della negazione” troviamo persone che vivono alimentando in sé l’odio per i diversi, omosessuali, neri, slavi, e invidia per quanti si sono realizzati anteponendo i fatti alle parole (e lavorando, senza aspettare la manna dal cielo). Le cronache di ogni giorno testimoniano la gravità di questi esempi.
Non sono fenomeni circoscritti all’Italia, qui in Francia la situazione è uguale, così come gli atti di violenza.
Il resto è innocuo. Qualche battuta di spirito, rari spunti interessanti, poesie d’amore copiate da Google, polemiche calcistiche, resoconti di cene. Ma la spirale di incitamento all’odio, alla disgregazione, aumenta quotidianamente.
Risulta ovvio che i “social” non costituiscono tutto il male del mondo, né era mio intento sposare tale tesi. Non sono nemmeno, però, una fonte di bene.
Per questo io scelgo i blog.

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Il fatto che in genere le donne non siano trattate troppo bene nei romanzi, questo almeno a mio parere, non credo che dipenda solo dalla misoginia più o meno conscia degli autori maschi; il “gentil sesso” ha saputo fare anche di peggio. Però, tale componente esiste ed è inutile negarlo.
Qui di seguito vi propongo una breve carrellata di figure femminili.
E’ difficile trovare un personaggio più antipatico di Fran, protagonista, anzi eroina a detta dell’autore, del romanzo The Stand (L’Ombra dello Scorpione) di Stephen King. Ride senza motivo, piange senza motivo, sviene senza motivo, e con il procedere della storia diventa supponente, arrogante e possessiva nella accezione meno lusinghiera del termine, riuscendo nella difficile impresa di rendere antipatico anche Stuart Redman quando costui si lega a lei; in precedenza, Stu mi piaceva molto. I personaggi più riusciti del libro sono Nick, il ragazzo sordomuto, e Pattume… guarda caso, maschi. Per contro, King ha saputo dar vita a una protagonista formidabile, Annie Wilkes, in Misery (straordinaria è stata l’interpretazione di Kathy Bates nella trasposizione cinematografica del romanzo, e meritatissimo il premio Oscar). Penso che la grande differenza con la quale Stephen King traccia i due ritratti femminili derivi dalla sua incapacità di capire le donne, e infatti l’infermiera pazza rappresenta un caso atipico, fuori dagli schemi e dalla razionalità.
Un altro esempio di caratterizzazioni diversissime fra loro è fornito da Dostoevskij. La Lisa de I Demoni rappresenta tutto quello che in una donna non mi piace; è meschina e vanitosa, nonché oltremodo superficiale. Viceversa, in Sonja di Delitto e Castigo troviamo una rappresentazione splendida di una prostituta (per necessità) che assurge quasi al ruolo di angelo; notevole pure la figura di Katherina, moglie di Marmeladov, malata e infine destinata alla pazzia. Qui mi sfuggono le spiegazioni. Per inciso, il monologo di Marmeladov, nei primissimi capitoli, raggiunge le vette più elevate della narrativa di tutti i tempi.
A proposito di mogli, la consorte del poliziotto Claude Lebel (Il giorno dello Sciacallo di Frederick Forsyth) è notevole in quanto non appare mai; sappiamo soltanto che alla fine del libro redarguirà il marito, a causa delle sue assenze (dovute all’indagine che ha brillantemente condotto).
Anche J.R.R. Tolkien ci riserva due personaggi di differente levatura: scontata e stereotipata risulta Arwen, la principessa elfica (nel film, Liv Tyler); vera eroina, amareggiata e tuttavia fiera, la fanciulla di Rohan, Eowyn. Quando lessi per la prima volta Il Signore degli Anelli pensai esattamente le stesse cose (a Londra, in un eccesso di ottimismo acquistai l’edizione in inglese, ma con scarso successo, per via della mia mediocre conoscenza della lingua di Shakespeare).
Fabio Genovesi in Chi manda le onde ha creato una figura davvero notevole, quella di Serena, anfibi ai piedi e grande carattere. Un’italiana con i fiocchi (esistono, esistono, credetemi).
Di scarsa rilevanza nell’economia della vicenda, però di forte impatto sul piano narrativo risulta “la Ostrakova” (Tutti gli uomini di Smiley di John Le Carre’).
Zero alla N, il libro di Martita Fardin, ci offre personaggi femminili sempre di spessore: Martina, una specie di dea perversa, Baby Boom, il fascino del nulla, Lady Marija, sul crinale che conduce agli abissi della tossicodipendenza. In quello che scrive Fardin si denota un’ampia capacità di analisi psicologica. Merita sentiti elogi.
Pessimo è il trattamento riservato da Flaubert a Emma Bovary, io non riesco proprio a parteggiare per lei; ambigua con tendenza al negativo appare Inge Lohmark (Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky). Sebbene L’Orma del Califfo di Wilbur Smith sia un romanzo abbastanza avvincente, benché non all’altezza della saga dei Courtney, la baronessa Magda Altmann scade nel ridicolo in numerose scene di comicità involontaria. Stendo un velo pietoso sui profili femminili di James Patterson, noto per delegare a giovani scrittori la stesura dei suoi libri. Lui si limita a correggere, della serie: ecco l’imprenditore.
Anna Karenina (Tolstoj) non riesce a convincermi; e la moglie di Jack Ryan (Tom Clancy) è semplicemente detestabile… sì, lo so che metto insieme scrittori di narrativa popolare e autori passati alla storia: lo considero divertente, quantomeno per i miei canoni di (dubbio) umorismo. E poi, tutto sommato, sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano. Quello che conta è la capacità di arrivare al cuore, e passando alla musica i Jefferson Airplane, i Grateful Dead, i Doors mi emozionano più di Verdi o di Bach. Rimanendo nel contesto musicale, Tony Sanchez ha svolto un lavoro egregio nel delineare i caratteri di Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones e Anita Pallenberg (voilà la femme) nel suo Su e giù con i Rolling Stones, un testo importante perché è tutto fuorché un’agiografia: lui ha vissuto con Keith Richards e riporta anche fatti non precisamente educativi.
I miei sono comunque esempi scelti a caso, e scelti tra ciò che mi piace e quanto invece non mi soddisfa. Rimane, sempre a mio modesto giudizio, un quadro che presenta più ombre che luci. Su questo desidero soffermarmi ancora per un momento.
La figura della donna, idealizzata soprattutto nell’ambito della poesia, di una certa poesia, è stata demonizzata in altri campi, credo a partire dal Concilio di Nicea, voluto da un imperatore romano per ragioni politiche, e in misura molto minore per motivi religiosi. Gesù, come appare dalla lettura dei Vangeli, amava e rispettava le donne. Prima di Lui, e del suo Grande messaggio, le donne erano assai importanti nelle culture chiamate pagane, e rientravano nel concetto di culto, a loro dovuto. Nella società celtica rivestivano ruoli importanti quanto quelli degli uomini.
In seguito, le cose sono cambiate sino agli estremi della santa inquisizione con la vergognosa, aberrante caccia alle streghe (un esempio magistrale a questo riguardo è fornito da Ken Follett nel suo miglior libro, Mondo senza fine). Un’interpretazione sicuramente blasfema ma non priva di suggestioni è da rintracciare nella verginità di Maria. Verginità uguale purezza. Sesso uguale peccato. Materiale per gli analisti.
Vi è poi la visione della brava moglie-madre, quella che pulisce, cucina, accudisce figli e marito, magari lavora pure fuori dalle mura domestiche, senza che questo intralci la gestione della famiglia, contrapposta alla depravazione inaccettabile di lesbiche, attiviste politiche (specie se sono di sinistra); per tacere di donne troppo aperte a esperienze sessuali o di chi per ragioni diverse e personali decide di abortire. Altro nutrito materiale per gli analisti. E’ possibile che in un futuro non molto lontano la frequentazione dei cosiddetti strizzacervelli venga prescritta per legge, e forse non sarebbe un male.
In conclusione, il maschilismo è diffuso, e ciò è indipendente dal contesto sociale e spesso anche culturale (vedi Nietzsche), tuttavia il fenomeno, che ho cercato di circoscrivere all’ambito letterario, ha implicazioni ben più vaste, sulle quali non sarebbe certamente sbagliato riflettere.
Anche al giorno d’oggi.

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ON WRITING

Questi sono miei spunti di riflessione, che ho voluto condividere con voi. Non intendo assolutamente fare la maestrina!

I DIALOGHI
Nel mio primo romanzo pubblicato, “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, i dialoghi erano praticamente assenti, perché non sapevo scriverli e di conseguenza li vedevo come il fumo negli occhi. Poi, qualcosa si impara o si può imparare o si tenta di imparare, non sta a me dirlo. A meno che non stiate lavorando a un pezzo di teatro, essi non vanno intesi come un continuo scambio di battute: occorre intercalare con pensieri oppure gesti dei protagonisti o altro ancora (descrizioni della natura, eventuali reazioni di terze persone, ricordi del passato, etc.); in questo “fondamentale” ritengo che Stephen King sia un Maestro, e leggendolo con attenzione (i primi libri, direi) è possibile imparare molto.
Solamente a livello di impostazione del dialogo, però: cioè per la giusta scansione e alternanza tra frasi e necessario contorno, ma non per i pistolotti che il Re mette in bocca ai suoi personaggi. Infatti, benché usino un linguaggio aderente al racconto, alla mano e scorrevole, parlano tuttavia come un libro stampato, utilizzando un gergo fantasioso che non trova riscontri nella realtà. Non conosco nessuno al mondo che si esprima in quel modo, e di gente ne conosco tanta.
Tornando ai dialoghi in genere – un punto importante -, qui di seguito ne propongo due.
Il primo:
“Come stai?”, chiese Dario.
“Bene. Grazie.”, rispose Lucia.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna.
A me sembra che non funzioni.
Vediamo il secondo:
“Come stai?”, chiese Dario, accendendosi una sigaretta.
“Bene. Grazie.” Lucia distolse lo sguardo per osservare un punto imprecisato della parete. C’era un quadro su quella parete, che le ricordava momenti più felici.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario, sorridendo.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna. Proprio lì, in riva al mare, aveva amato ed era stata amata, in un tempo così lontano da sembrare un sogno, di quelli che all’alba svaniscono, cancellati dal nuovo giorno.
Credo che vada meglio questo; naturalmente è soltanto un esempio.
Un dialogo efficace concorre a una buona caratterizzazione dei personaggi. Qui sopra abbiamo scoperto che Lucia non è felice e rimpiange un amore perduto (Dario? Un altro uomo?).
Proseguendo, sarebbero venute a galla altre cose.
Attenzione, poi, ai lunghi monologhi, se non si è Dostoevskij.
E’ importante, infine, rispettare una semplice regola: parla come mangi. Un agricoltore del Maine NON si esprimerà mai come un laureato di Harvard.

PAURA DELLA PAGINA BIANCA
Chi più, chi meno, penso che sia successo a tutti, tranne qualche esemplare robotico. Come combattere questo timore? Non serve (e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe risultare addirittura controproducente) sforzarsi, costringersi a scrivere. Un rimedio efficace è quello di deporre penna, matita, macchina per scrivere (o spegnere il pc) e fare una bella passeggiata, oppure un giro in macchina, o dedicarsi alla lettura, agli svaghi preferiti, alla musica, senza tornare con il pensiero a ciò che nel frattempo si è provvisoriamente lasciato.
Un mio personale metodo consiste nello scrivere la prima frase del capitolo o del racconto in questione, lasciandola poi in sospeso. Da lì parto il giorno successivo, e non è detto che alla fine tale incipit non sparisca, oppure venga sostanzialmente modificato; d’altro canto, ha già svolto la sua funzione. Sempre riguardo al “blocco dello scrittore” (anche se nel mio specifico caso preferisco il termine “autrice”), vanno bene, a seconda del momento, sia il silenzio, sia Bruce Springsteen.
Anche il luogo scelto per scrivere appartiene alla sfera soggettiva. Esistono mille opzioni. In casa, davanti al computer o chini su un quaderno, seduti al tavolino di un bar, in macchina, nel verde di un parco (il mio preferito. Mi piace pure la spiaggia, benché abbia ancora vivido il ricordo di quando – l’estate scorsa – le mie natiche divennero il bersaglio di una carabina ad aria compressa, di quelle che sparano pallini, forse non pericolosi ma certamente dolorosi).
Ho letto opinioni in merito che non condivido affatto, tipo: appartatevi, chiudete le finestre, lasciando il mondo fuori, concentratevi, senza lasciarvi distrarre da alcunché. Quanta presunzione in queste parole! Ogni persona è diversa dalle altre, e naturalmente ciò vale anche per gli stimoli. Io mi distraggo in continuazione e, per citare degli esempi più illustri, J.R.R. Tolkien disegnava rune, invece di scrivere; Georges Simenon scriveva – benissimo – nei caffè, in mezzo alla gente; qualcuno – adesso non rammento chi – produceva il meglio sulla metropolitana di Londra. Gli autori che lavorano da ubriachi meriterebbero un capitolo a parte. Non è davvero questo il punto.
Concludendo il discorso, i risultati ottenuti indicheranno la soluzione migliore.

ALTERNARE PERIODI BREVI E LUNGHI E IL PRIMO COMANDAMENTO
Secondo me, il miglior modo di procedere è questo.
Troppe frasi brevi, una dopo l’altra, danno a ciò a cui si sta lavorando un sapore, come dire, telegrafico, inutilmente ansiogeno. L’estremo opposto – periodi lunghi in successione – appesantisce la struttura del testo, e non invoglia alla lettura. Lo schema che mi sento di suggerire ricorda i giardini inglesi a coltivazione alternata: uno spettacolo superbo.
Leggere è il Primo Comandamento. Leggendo si acquisisce quella padronanza del linguaggio (e del ritmo) atta ad applicare ai propri testi i concetti sopra esposti.
La stessa formula, anche se in realtà la definizione suona impropria, può essere adoperata per confezionare la trama di un racconto, soprattutto in merito alla ricerca della suspense. Il cosiddetto climax generalmente viene raggiunto non prima di un periodo di attesa, propedeutico a quanto accadrà successivamente. Il colpo di scena, se e quando arriva, deve essere quasi inaspettato, come un lampo in una notte estiva. Sono, però, necessari i “segni premonitori”. Queste non sono regole matematiche, piuttosto una base di partenza: la sensibilità, un istinto “musicale” rappresentano i venti favorevoli che condurranno la nave in porto. Leggere molto rafforza tali venti. In certi casi, li fa nascere.
E’ un comandamento scolpito nella roccia.

SECONDA STESURA
Durante la seconda stesura, o correzione che dir si voglia, è bene interpretare all’incontrario il famoso detto latino “melius est abundare quam deficere”. “Tagliare” risulta doloroso (si rinuncia consapevolmente a una parte di se stessi), ne sono pienamente consapevole, mentre “aggiungere” è un esercizio gratificante; ma sono i necessari “tagli”, il lavoro di forbici, a migliorare la qualità di quanto si è scritto.
Un’analisi oggettiva, che esuli da considerazioni narcisistiche, dimostrerà infatti che molti aggettivi, per non parlare di interi brani, risultavano inutili, a volte persino dannosi. In questi casi, la ragione deve prevalere sull’istinto. E’ consigliabile, a tale fine, prendere in mano i libri di Hemingway e di Bukowski. Non quelli di Stephen King: ridotti di una buona metà, i suoi romanzi acquisterebbero moltissimo. (Con lui da sempre ho un rapporto di amore e odio; cerco peraltro di essere onesta).
Viceversa, “Arrivarono al fiume; il fiume era lì” di Ernest Hemingway è un illuminante esempio di scrittura scorrevole (nonché evocativa).

ATTENDIBILITA’ E DUE PAROLE SUL GENERE HORROR
E’ importante (fondamentale) conoscere la “materia del contendere”. E, anche se si è ferrati su un dato argomento, non vanno comunque tralasciate le opportune ricerche, selezionando bene le fonti. Così si eviterà di incorrere nelle sviste di Ken Follett (sotto altri aspetti, lungi da me l’idea di criticarlo). In uno dei suoi romanzi ambientati nel Medioevo, egli descrive un campo di fagioli… prima della scoperta dell’America.
Quando, invece, mi capita di leggere un libro di Forsyth, di Tom Clancy, di Wilbur Smith, vado sul sicuro; tutto ciò di cui parlano è vero, a parte la storia, ovvio.
Personalmente, ho scritto vari romanzi di spionaggio e posso assicurarvi che ho dedicato alle ricerche un tempo assai maggiore di quello riservato alla scrittura. Non mi sognerei mai, però, di dar vita a un legal-thriller: se sei a zero, non sai nemmeno dove incominciare a svolgere ricerche, per quanto impegno tu ci metta.
Il “fantasy-horror” è un altro campo da gioco; lì non occorrono conoscenze specifiche, e questo è il motivo per cui sto postando “Come Randall Flagg”… stress da ricerca… eh eh eh 🙂
Riguardo all’horror: qualora non si riesca a spaventare il lettore (fidatevi, è facile accorgersene), alimentando le sue paure inconsce, l’alternativa consiste nel suscitare repulsione, o almeno un senso di disagio. A tale scopo è consentito il gioco duro; i falli sono ammessi: l’arbitro interromperà la partita soltanto nel caso di un deliberato tentativo di ingannare il lettore (e questo vale per ogni genere letterario). Lasciamo gli inganni alla NASA. L’unico libro di Dan Brown che mi è piaciuto, “La verità del ghiaccio”, affronta proprio questo tema, della serie: “Inventiamo qualcosa, poi si vedrà.”

CONCLUSIONE
Ci sarebbe molto altro da dire, ma non voglio annoiarvi, posto che non ci sia già riuscita.
Potrei suggerire di non eccedere in subordinate, avverbi e quelle brutte cose lì. Potrei anche sottolineare il fatto che in una buona narrazione è superfluo specificare uno stato d’animo, quando esso risulta già chiaro. Se Joe scaglia il telefono contro una parete significa che è furibondo. Perché, dunque, aggiungere il termine “irato”? Scagliò irato il telefono: via irato!
Una rapida annotazione relativa ai cambi di tempo (dall’imperfetto al passato remoto). Vanno utilizzati con doverosa cautela. E’ un mare insidioso a causa degli scogli che affiorano dall’acqua; per superarne le insidie, rafforzate dalla foschia che impedisce una chiara visuale, è necessaria una certa dose di esperienza. Centomila parole già scritte e corrette dovrebbero bastare. Al di sotto di questa soglia, si rischia il naufragio. Io, comunque, li adoro.
Mi fermo, quindi, qui.
The game is over.
Esprimerò solo un ultimo pensiero, forse banale, ma non per questo meno vero: per chi ama farlo, scrivere è vivere. Ed è una gran bella vita, ci potete contare.

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TRUMP?

donald-trump21A meno di clamorose sorprese nelle ultime primarie, sarà Hillary Clinton a sfidare Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre. La Clinton potrà contare sul voto degli ispanici, dei neri, dei repubblicani moderati e di una parte non si sa quanto consistente dei democratici. Trump pescherà un po’ ovunque: repubblicani (non tutti perché il partito lo detesta cordialmente), democratici di destra, e la marea degli insoddisfatti, degli emerginati (bianchi), di coloro i quali sono “contro” il sistema, per ragioni a volte vaghe, in altri casi motivate.
In America non funziona come da noi. I due partiti sono raccoglitori di voti, ma rappresentano una minoranza; la maggioranza non si riconosce in uno schieramento, e di volta in volta si schiera con l’uno o con l’altro, più spesso ancora si limita a ignorare le urne.
Donald Trump a me fa pensare a un Berlusconi più pericoloso. Questo per due motivi. Il primo, che gli Stati Uniti sono la più grande potenza mondiale, mentre l’Italia ha e aveva un peso specifico modesto; la seconda ragione, che Berlusconi era molto più moderato nel linguaggio e meno virulento nel modo di porsi. Per il resto, entrambi hanno reati di vario genere alle spalle, amano le ragazzine, sono egocentrici, megalomani e perseguono (per Silvio sarebbe meglio dire “perseguiva”) il loro personale fine senza curarsi minimamente dei mezzi adottati.
Se dovesse vincere Trump si aprirebbe uno scenario inquietante. A differenza dell’ottimo marito, Hillary non è esattamente una pacifista e lo ha dimostrato in qualità di Segretario di Stato, però garantirebbe continuità e un percorso politico stabile, più o meno valido a seconda delle scelte che man mano prenderebbe.
Trump cavalca l’onda della protesta. Sia pur in modi diversi e con modalità differenti, è un fenomeno che riguarda anche la Francia, l’Austria e l’Italia: il rifiuto della politica, intesa come un male, e quindi da sostituire non si sa bene con cosa. Una forte spruzzata di razzismo e il qualunquismo portato a modello di sviluppo sono gli altri elementi su cui si basa tale “rifiuto della politica”. Spesso essa sarà anche fonte di corruzione e di malaffare, ma rimane un elemento essenziale della nostra civiltà del quale non si può fare a meno. L’alternativa sarebbe un ritorno ai tempi dei barbari.
Gandhi diceva: “In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica.”
Fra le esternazioni di Donald Trump cito:
– Una nazione senza confini non è una nazione. Ci deve essere un muro per segnare il confine meridionale.
– Il global warming è solo una ‘bufala’, punta alle fonti fossili per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese. (Tra le promesse fatte vi è quella di smantellare l’EPA – Environmental Protection Agency – l’agenzia governativa ambientale che molto ha fatto in questi anni per la tutela dell’ambiente).
– Va eliminato il diritto di cittadinanza per nascita per collocare gli americani ai posti di comando.
– Il diritto a possedere e portare armi non deve essere scalfito. (Inutile dire che gode dell’appoggio delle lobby delle armi e di moltissimi bianchi del sud).
Parole di un demagogo populista.
Trump ha mosso false accuse a Hillary Clinton, sostenendo che vuole abolire il Secondo Emendamento (che garantisce la facoltà di avere armi), cosa assolutamente non vera: la Clinton chiede solo maggiori restrizioni. Fra l’altro, nelle tenute di mr. Donald, è vietato portare con sé qualsiasi tipo di arma. Nella realtà, sembra che lui non le ami affatto. Ma è a caccia di voti…
Quando Trump annunciò la sua decisione di candidarsi dichiarò di aspirare a essere il più grande presidente mai creato da Dio. (E anche in questo ricorda un po’ Berlusconi, solo che Silvio probabilmente lo avrebbe pensato con sincerità).
Infine, nel suo programma, c’è una presa di posizione durissima contro la Cina, considerata un nemico.
Hillary Clinton è tutto tranne che uno stinco di santo, però garantirebbe quattro o otto anni nel segno della stabilità e di un moderato progresso. Niente di eccezionale, per carità, ma una via senza sorprese.
Con Trump sarebbe un salto nel buio.
Se io fossi americana, voterei non già per Hillary Clinton ma CONTRO Trump.
Il mio pensiero è condiviso dal Washington Post che in un duro editoriale afferma: Trump è un uomo il cui principale talento politico è quello di riflettere i peggiori istinti della società americana.

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TOM CLANCY la moglie di Jack Ryan è odiosa (e il figlio è anche peggio). Inoltre, Ryan è insopportabilmente melenso nei confronti della consorte: “Ti amo”, “Lo sai che ti amo”, etc. etc.
FREDERICK FORSYTH mmm… qui è difficile… Direi il finale di “Dossier Odessa” e troppo sciovinismo. Gli inglesi per lui sono sempre il massimo.
JOHN le CARRE’ talvolta eccessivamente filosofico, al limite dell’ampollosità.
KEN FOLLETT quanti errori! I fagioli in Gran Bretagna “prima” della scoperta dell’America!
WILBUR SMITH purtroppo gli anni passano, e subentra la noia.
DAN BROWN perfetto per un blog: un colpo di scena a ogni pagina. Alla fine ti scordi ciò che hai letto.
JOHN GRISHAM è bulimico? Pagine su pagine dedicate al cibo.
STEPHEN KING verboso, incontinente, prolisso!
PATRICIA CORNWELL finita qui per sbaglio: proprio non la reggo.
CARLOS RUIZ ZAFON dopo “L’Ombra del Vento”?
ROBERT LUDLUM ripetitive le “congiure mondiali”.
J.R.R. TOLKIEN be’, lui è perfetto.
ALESSANDRA BIANCHI due braccia rubate all’agricoltura.

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DIECI ANNI

L’otto marzo di dieci anni fa per ragioni che non ricordo assolutamente decisi di aprire un blog.
Qualcuno mi suggerì la piattaforma Splinder, sostenendo che era pratica, funzionale e quindi facile da usare. Era vero. A quei tempi, inoltre, funzionava anche molto bene, poiché ogni sabato veniva eseguita la manutenzione. In seguito, a livello tecnico le cose peggiorarono; comunque rimaneva un bel luogo dove era semplice conoscere amici nuovi e scoprire siti di grande spessore.
I miei primi post furono abominevoli, ciò nonostante riuscii a ottenere i primi commenti (Univers81, Martita e Brumbru, poi altri). Sebbene da ragazza avessi partorito tre romanzi horror alla macchina per scrivere, tutti lunghissimi e molto noiosi (però, almeno, avevano un contenuto), su Splinder buttavo giù quattro righe insulse; di meglio non mi riusciva.
Un giorno incominciai a scrivere racconti erotici, e il motivo ancora oggi mi sfugge, dato che è un genere che sostanzialmente detesto… ma un editore mi notò e mi propose la stesura di un libro. Da qui nacque “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, cinquecento copie vendute e per me una grandissima soddisfazione. Mentre lavoravo a quel progetto, sul blog passai a post più impegnativi e, modestia a parte, alla fine, quando Splinder purtroppo chiuse, avevo superato le 420.000 visite, con un mare di link e una valanga di commenti, anche più di cento a post. All’epoca rispondevo a sei o sette lettori alla volta: niente di paragonabile, quindi, con WordPress.
“Sognate con me”, una raccolta di racconti nessuno dei quali inedito, venne acquistato da sessanta persone. Rappresentò un momento di autentica gioia.
La mia soddisfazione più grande, però, fu un’altra: l’ideazione e la creazione di Caffè Letterario (bistrot a Pigalle, adesso è su WP). Esistevano già diversi siti “collettivi”, peraltro secondo me organizzati male nel senso che ciascuno postava quando voleva con il risultato di generare una notevole confusione, anche nuovi dieci scritti al giorno. Prima regola, dunque, un calendario mensile con due appuntamenti settimanali. Seconda regola, la massima qualità possibile. Riuscii a ottenerla grazie ad alcuni scrittori che io reputavo fra i migliori. Primo post, Pappina (oggi Quou), secondo post, Briciolanellatte; per chi li conosce non c’è altro da aggiungere. Dal canto mio avrei preferito restare “dietro le quinte”, ma mi convinsero a scrivere. Ricordo ancora il batticuore che provai quando proposi “Il sorriso di Marta”. Non mi sentivo all’altezza dei colleghi. Invece, funzionò.
Nel corso di questi dieci anni ho conosciuto e perso tantissimi amici, altri sono arrivati, dopo il passaggio obbligato a WordPress. Li rammento con grande affetto, hanno rappresentato una parte della mia vita. Una parte importante.
Non voglio annoiarvi ulteriormente. Aggiungo solo che con “Alex Alliston” è iniziata l’era dei romanzi, frammisti ai racconti, e dopo “Matrioska”, “Il crepuscolo della Lubjanka”, “Rage”, sono crollata. Fisicamente e mentalmente. Per questo in diverse occasioni ho annunciato che oggi avrei chiuso. Per questo, con un po’ di immodestia, mi sono scelta un’erede, Lady Nadia; ciò che mi procurò più di una critica. Ma poi… lei ha cominciato a volare, è diventata una blog-star, mi ha superata in tutti i sensi. Benché io sia competitiva (soprattutto con me stessa), sono veramente felice per lei. E’ una mia amica nella “vita reale” (e ci sarebbe da discutere su tale definizione) e le voglio molto bene.
E allora? Smetto? No. Andrò avanti, anche se mi rendo conto che è iniziato il tramonto, che arranco, che non sono più quella di un tempo. “Barbabianca”, “Aqualung”, “Vita segreta del salice piangente”, “Danzerò per te”, “Oh, se tu sapessi”… non credo proprio di essere in grado di ripetermi (e scusate ancora l’immodestia, se potete).
Farò quello che posso.
Un grande abbraccio a chi, nonostante tutto, continuerà a leggermi 🙂
Non entrerà in un palazzo scintillante di luci, bensì in una piccola casa. Non troverà preziosi gioielli, né quadri di valore; piuttosto, vedrà fiori ovunque, le mie emozioni.
Buon compliblog, Ale.

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IL MIO BLOG

Sebbene sia indiscutibilmente vero che Lady Nadia e la sottoscritta non siano due persone che vivono in simbiosi, il suo post di oggi “DEL PERCHE’ E DEL COME TENERE UN BLOG. (Dell’amore e di altri demoni)” mi ha fortemente colpita, spingendomi a riflettere e da tale riflessione in me è nato l’impulso di scrivere del mio blog.
A differenza della mia amica Nadia, io i miei romanzi (belli o brutti che siano) li ho sempre scritti qui, nel mio spazio virtuale, sia ai tempi di Splinder, sia su WordPress. Infatti non ho mai nutrito speranze di pubblicazioni “serie”, con l’unica eccezione di “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, che peraltro risale ai tempi della fondazione di Roma.
Il mio problema è un altro e non mi riferisco ai “like”, al numero dei commenti e ad altre amenità simili, di cui in realtà non mi è mai importato molto. Però, negli ultimi mesi, ho perso molti amici, e poiché non li considero numeri ma appunto amici, presenze costanti, la loro scomparsa mi ha amareggiata molto. E’ un po’ come invitare a cena qualcuno e sentirsi rispondere “sai questa sera avrei un altro impegno”. Se ne prende atto, però non si può gioirne, ca va sans dire.
Allora cosa non funziona più in me? Molte cose, forse.
Quindi ho deciso di portare a termine “Caro Diario”, mi auguro nel migliore dei modi (e grazie a Nadia nutro valide speranze); dopodiché aspetterò l’otto marzo, il mio decimo compliblog, e anche il giorno del Venerdì Santo per il consueto “pippone” ( a mio modesto giudizio, la cosa migliore che io abbia mai scritto), che lo scorso anno non ho potuto editare, a causa di problemi tecnici: leggi pc in avaria.
E nel frattempo? “Guerra Totale”? Non credo. Chi mi paga per un impegno così immenso? Quella fu una scelta dettata dall’entusiasmo, una decisione frettolosa e incauta, impulsiva e compulsiva. Scriverò racconti, se l’ispirazione mi darà ancora una mano.
Sul blog di Lady Nadia ho ricevuto qualche insulto, ma credo di essermeli meritati; a volte trascendo, lo so bene, e se può servire me ne pento e chiedo scusa.
Poi chi verrà ancora a trovarmi mi arrecherà un gran gioia, agli altri riservo comunque un sorriso. Sono stati compagni di un lungo tratto di via. Dato che per varie ragioni non “giro” molto, non penso che arriveranno nuovi amici.
Se dovessero arrivare, a loro va il mio più caloroso benvenuto.

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