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Archive for giugno 2014

Klaus AltmannContrariamente a quanto molti ricordano dai libri di storia, spesso sfogliati di malavoglia, Annibale Barca non partì da Cartagine per raggiungere l’Italia, per il semplice fatto che si era trasferito con il padre in Spagna all’età di otto anni. Lì, alla morte del cognato Asdrubale che era succeduto al genitore, fu acclamato comandante in capo dai soldati quando era ancora molto giovane. L’itinerario che seguì e che lo avrebbe condotto fino a Canne, in Puglia, dove sbaragliò le legioni romane, rispondeva all’esigenza di evitare battaglie prima di aver oltrepassato le Alpi.
Matrioska non aveva di questi problemi e il suo tragitto fu più lineare. A bordo di una Volvo compì il percorso che lo portò a destinazione in tredici ore e dieci minuti. Si fermò solo per fare benzina e per mangiare un sandwich. Ivana ne consumò due.
Da Barcellona imboccò la A9, che in molti punti costeggia il litorale, passò per Montpellier, Monaco, Genova e Parma. Da lì raggiunse Belluno e risalì il Cadore, attraversando Borca e San Vito. Alle due frontiere non incontrò alcun tipo di problema. Il doganiere italiano si dimostrò più interessato a Ivana che ai documenti.
Durante il viaggio fu quasi sempre lei a parlare, Stavrogin era immerso nei propri pensieri. La ascoltava distrattamente. Ammirava la sua energia, l’ardore con cui dichiarava di amare l’Unione Sovietica, aveva apprezzato la determinazione e la forza fisica che le avevano permesso di sopraffare l’americana ed era rimasto favorevolmente colpito dalla fredezza dimostrata annegandola: aveva ignorato le disperate suppliche della donna, e questo era positivo; peraltro, la considerava ancora un po’ ingenua e immatura.
Avrebbe imparato: la stoffa c’era. E, forse, gli sarebbe tornata ancora utile.
Sebbene sapesse donare la morte, Ivana era avida di vita. Aveva difeso l’onore dei soldati italiani, una nota certamente positiva. A letto era insaziabile; le piacevano il sesso, il cibo, l’azione. Se si era innamorata di lui, però, avrebbe ricevuto una grande delusione. Matrioska amava soltanto il suo dragone, una barca capace di sfidare qualsiasi tempesta, e l’Urss, lo Stato della giustizia sociale, dove tutti avevano un lavoro, una casa e la sicurezza di pasti caldi, a prezzi ragionevoli.
Cambiò corso a quelle riflessioni e ripensò al messaggio in codice, analizzandolo per l’ennesima volta. Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo: Italia, mi presenterò senza gli amici della CIA e del MI6, l’appuntamento è fissato fra quattro giorni – ma, tutto sommato, se Altmann confidava nel suo intuito, i giorni potevano essere anche due – e la località…
Giunto a Cortina d’Ampezzo, Aleksandr prese una stanza matrimoniale all’hotel Posta. Quella sera cenarono in albergo e andarono a dormire presto.
Se le supposizioni di “Stella Rossa” erano esatte, e quello era veramente il luogo prescelto da Altmann, il modo migliore per farsi vedere era piuttosto semplice: muoversi a piedi per l’incantevole cittadina, finché il tedesco non lo avesse notato. La mossa successiva spettava all’ex Hauptsturmführer della Gestapo.
Cortina è situata in una ridente conca, circondata da alte montagne; essendo frequentata da gente ricca o comunque benestante, offre ai turisti negozi non particolarmente a buon mercato, che espongono prodotti di qualità. Inoltre, è presente ogni genere di svago, naturalmente oltre ai campi da sci. Vi sono un palazzo del ghiaccio che nel corso degli anni ha visto innumerevoli vittorie della squadra locale di hockey, una celebre pista da bob, ristoranti, bar, sale da gioco. Sono presenti anche numerose chiese, edificate attraverso i secoli, che contengono importanti opere d’arte.
Anni più tardi, a Cortina venne girato un film – non l’unico – interpretato da Sylvester Stallone nella cui finzione scenica era ambientato sulle Montagne Rocciose.
L’indomani, dopo una sostanziosa colazione, Stavrogin e Ivana uscirono di buon’ora, accolti dal sole e da un cielo sgombro da nubi, ed esplorarono con calma il centro, soffermandosi ad osservare le varie vetrine e camminando lentamente. Le strade erano pulite, senza neve. Formavano una coppia notevole e attirarono diversi sguardi, a seconda dei casi ammirati o invidiosi. Un’unica persona, nascosta dietro un portone, li guardò con odio.
A pranzo, poterono gustare un’eccellente Gulasch süppe, seguita da un piatto di capriolo e mirtilli rossi e dall’immancabile torta di mele. La telefonata arrivò, mentre Ivana chiedeva entusiasta una nuova fetta di torta. La ragazza era decisamente una buona forchetta.
Altmann fu conciso. Si limitò a indicare un posto e un’ora.

Anche l’Uomo di Ghiaccio era giunto a Hayden la sera precedente. Alloggiava all’hotel Miramonti. Quella mattina aveva interpretato il pensiero di Matrioska, comportandosi esattamente come l’agente del KGB aveva previsto, cioè girando a piedi e tenendo gli occhi bene aperti. Individuati i due, li aveva seguiti fino all’albergo.
Conosceva bene Cortina – appunto Hayden in tedesco – e, ancor prima di lasciare Vienna, aveva già scelto il luogo dove avrebbe ucciso Stavrogin. Si trovava in fondo alla cittadina, sul lato opposto rispetto al Cadore; era una piccola via secondaria, sulla destra della strada principale. Procedendo in quella direzione, le case man mano diminuivano fino a scomparire del tutto per lasciare spazio a campi frequentati dai ragazzi locali che lì d’estate giocavano a calcio e in inverno con le slitte, immaginando di essere Eugenio Monti o Franco Gaspari, nomi mitici nella storia del bob. Alla sera, però, rincasavano e quei luoghi rimanevano deserti fino al giorno successivo.
Altmann era soddisfatto. L’ebrea era stata di suo pieno gradimento e aveva corrisposto in pieno alle sue attese: era morta, strillando come un maiale.
Ma la soddisfazione maggiore sarebbe stata ammazzare il russo.
Mancavano poche ore.

PROSSIMAMENTE SU QUESTI SCHERMI:
Due anni dopo essere stata nominata direttore della CIA, Monica Squire decise di partecipare alle elezioni presidenziali. Fu convinta dal marito, Martin Yarbes, e dai funzionari di grado più elevato. All’epoca, Monica aveva sessant’anni, che portava splendidamente, ed era considerata un caso da Guinness dei primati: mai, prima di allora, una donna era assurta ai massimi vertici di Langley.
Vinse le primarie del partito democratico e si trovò a sfidare il candidato repubblicano, che in base ai sondaggi era considerato nettamente favorito. Si chiamava John Craven.

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Il lato oscuro CatherineLa stanza è immersa nella semioscurità. Finestre e imposte sono chiuse, così come la porta, a doppia mandata. E’ impossibile stabilire se sia giorno o notte. L’unica debole luce filtra dal bagno, un locale piccolo e squallido in sintonia con la camera, male arredata e bisognosa di pulizie.
Tutto ciò non interessa a Danny.
Quello che conta è il battito del suo cuore. A momenti potrebbe esplodergli nel petto, pensa il bambino. Benché abbia solo sei anni non è ingenuo, né tanto meno stupido: sa che nessuno lo potrà salvare, nemmeno la mamma.

“Quella donna mi aveva portato via il marito.”, dichiarò l’elegante signora Julie Carpenter. Era bianca come uno straccio e le mani le tremavano, ma si sforzava di parlare con calma. La voce non era isterica. “Poi lui, diciamo, è rinsavito… e io l’ho perdonato. Lei, la strega, ha aspettato che William non ci fosse – è un manager e adesso si trova in Giappone – ed è andata a prendere Danny a scuola. William è un uomo intelligente, specialmente nel lavoro, un po’ meno in altre cose, e aveva fatto conoscere Danny alla strega.”
Negli occhi di Julie comparvero delle lacrime. Catherine si alzò per prenderle un bicchiere d’acqua. Aveva già intuito dove sarebbe andata a parare e ammirava la sua compostezza. Julie bevve un piccolo sorso con garbo, quindi proseguì: “Per farla breve, lo ha rapito. Ieri sera mi ha telefonato. Dopo avermi insultata con parole irripetibili, mi ha avvisata. Se avessi chiamato la polizia, avrebbe ucciso Danny, non le interessavano le conseguenze poiché io le avevo rubato William, e senza di lui la sua vita non aveva più alcun senso; se, invece “mi fossi comportata bene”, me lo avrebbe restituito sano e salvo, a parte un occhio e le gambe, che si sarebbe presa perché le spettavano. E’ pazza!”
“Si  è messa in contatto con la polizia?”, le domandò Catherine in tono pacato.
“Assolutamente no!” Julie scosse il capo.
“Ero… sono disperata. Non sapevo cosa fare. Mi sono confidata con un vecchio parente, un tipo strano che però mi vuole bene. E lui mi ha suggerito di venire qui.”
“Chi è questo signore?”, chiese Catherine.
“Si chiama Daniel Penn. Daniel come Danny. Gli ha sempre fatto dei bei regali. Stravagante sì, ma buono d’animo. Si diverte con un suo amico, Yosseph Weber.”
Adolf Hitler!”, esclamò Catherine.
“Già. Mi ha messo a disposizione tutti i soldi di cui avrei potuto aver bisogno, sebbene mio marito guadagni bene, e ha insistito perché io parlassi con lei.”
Catherine la fissò pensierosa. “Non è questione di denaro.”, affermò. “Il problema è trovarli. Innanzi tutto, diamo un nome a questa squilibrata.”
“Kate. Kate Miller.”
“Lei sa dove lavora?”
“Lavorava in un’agenzia di viaggi. Fu lì che William la conobbe. Ho telefonato, spacciandomi per una cliente e chiedendo espressamente di lei. Me ne hanno parlato così bene, e via dicendo. Risultato: si è licenziata. E, prima di venire qui, mi sono recata al suo indirizzo, che figura regolarmente sull’elenco. Il portinaio mi ha detto che era partita.”
“Suo marito forse conosce i posti che frequentava.”
“Sì. Me ne ha indicati un paio. E’ in procinto di tornare dal Giappone, ma non arriverà mai in tempo.” A questo punto, Julie Carpenter perse la compostezza e scoppiò in un pianto a dirotto.
Gli occhi di Catherine si ridussero a due fessure.

“E’ bello giocare a basket, vero Danny?”
Il bambino annuisce, terrorizzato.
“Mi dispiace, mi dispiace veramente. Ma tu non potrai più farlo. Senza le gambe è impossibile. Mi rimarranno, un ricordo. Dovresti ringraziare quella troia di tua madre. Ora, aspettami, caro. Devo andare a prendere alcune cose. Poi procederemo. Forse soffrirai. Nel caso, pensa al buon Gesù.”
Danny rimane solo, legato al letto.
Nella sua mente fantastica di segnare un canestro da tre punti.

Il primo dei due locali citati dalla signora Carpenter non produsse alcun risultato. Nessuno si ricordava di Kate Miller, e a nulla valse descriverla. Bruna, alta, con gli occhi scuri; alquanto diversa da Julie, che era bionda e di media statura.  Meg uscì scontenta.
Maggiore fortuna ebbe Heather. Un uomo nerboruto dall’espressione cattiva le rivolse uno sguardo astuto. “Quanto sei disposta a pagare, piccola? E… me la daresti?”
“Alla seconda domanda, la risposta è no. Sa, ho gusti diversi. In quanto alla prima: diecimila dollari.”
Lo sguardo dell’energumeno divenne avido.
“Per diecimila dollari venderei mia sorella!”
“Quindi?”
“Viene spesso in questo bar. Una tipa altezzosa, che crede di essere superiore a noialtri. Un po’ come te.”
“Devo rintracciarla al più presto, signor…”
“Max. Max Powell.”
“Dunque, signor Powell?”
“La ricompensa?”, si informò sospettoso l’altro.
Heather abbassò lo sguardo sulla borsetta. “Diecimila dollari.”, ripeté. “Naturalmente, a patto che lei mi sia da aiuto.”
Powell si guardò intorno, come ad accertarsi che nessuno lo stesse a sentire.
“Non lo so dov’è adesso.”, confessò infine. “Però, certe voci circolano. E in cambio di cinquemila verdoni, sarei in grado di indirizzarti dalla persona giusta.”
“Affare fatto. Chi è?”
Max Powell allungò il collo e annuì, mentre gli occhi porcini si soffermavano su un individuo seduto all’altro lato della sala. Era alto, magro, dall’espressione inquieta. “Sidney.”, sussurrò.
Heather tirò fuori le banconote, le contò e posò la cifra richiesta sul tavolo, poi si alzò e si diresse verso Sidney.

“Sei pronto, caro?”
Danny scruta la donna, imponendosi di non piangere. Quanto a supplicare, mai! Gli eroi dei fumetti non supplicano: lottano. Purtroppo, non è nelle condizioni di reagire, legato com’è. E, comunque, la donna è più forte di lui, se n’è già reso conto. Se ci fosse mio padre!, pensa.
Kate Miller accende quattro candele. Quattro è il suo numero preferito, e le candele danno un tocco di magia alla cerimonia. Alla fine, andrà di persona dalla svenevole Julie Carpenter per godersi il suo trionfo.
Si muove con calma, a piedi nudi. Si muove leggiadra, come una ballerina. Volteggia per la stanza. Infine, afferra l’ascia e si avvicina al letto. Ha delle belle gambe, il piccolo. Sarebbe potuto diventare un buon atleta.
“Ricordati il buon Gesù.”
Poi solleva l’ascia.
Vibra il colpo con vigore, mirando al ginocchio destro. E’ solo l’inizio.

“Sono un’investigatrice privata.”, disse Heather, sedendosi di fronte a Sidney.
Gli mostrò il tesserino e disse: “Kate Miller.”
“Non so di chi stia parlando. Io possiedo un piccolo motel. Cosa vuole da me?”
“Semplicemente evitare che le sia revocata la licenza o, nell’eventualità di certi guai, che l’FBI venga a farle visita. Reati federali, sa cosa significa questo termine?”
Sidney tacque a lungo. Bevve un sorso di birra, scrollò la testa e ribatté: “FBI? E per quale motivo? Io sono una persona onesta!”
“Benissimo.” Heather fece per andarsene.
“Aspetti. Non so niente di niente, lo giuro. Però, è vero: le ho affittato una camera. In genere, cerco di salvaguardare la privacy dei miei clienti; ma se lei parla di FBI…”
“L’ubicazione del suo motel?”

Il dolore è troppo intenso. Danny perde i sensi. Furibonda, Kate si aggira per la stanza. Lui deve soffrire. Troppo comodo così. Vuole sentirlo urlare, perché è come se gridasse Julie, anzi è ancora meglio, altrimenti su quel letto ci sarebbe la sgualdrina che le ha rubato William. Avrebbe potuto sequestrare lei, ma ritiene che il dolore di un figlio sia un peso maggiore da sopportare. E pregusta l’espressione del suo viso, quando vedrà come è stato ridotto l’amato figliolo. Questo la calma.
Riprende a danzare, euforica. Va in bagno, riempie una catinella d’acqua e la rovescia sulla faccia del bambino. Lui apre gli occhi.
Kate riprende l’ascia. Prima regola: infierire sul punto già colpito. In seguito, occuparsi del resto.
Con un movimento elastico, abbassa nuovamente la scure.
E, finalmente, il piccolo Danny urla!
Kate Miller è al settimo cielo.
E’ attraversata da un turbine di emozioni. Da bambina, suo padre la sculacciava, e aveva mani pesanti. Con la cintura dei pantaloni, spesso frustava mamma, e lei provava sensazioni contrastanti: da un lato era dispiaciuta, ma al contempo la scena la eccitava. William! Come aveva potuto preferire una sciacquetta come Julie a lei? Sicuramente, quella falsa frigida lo aveva ricattato; però, dopo aver scoperto quanto era successo, avrebbe ripudiato la moglie e sarebbe tornato fra le sue braccia. Danny boy era lo strumento del destino.

Catherine ricevette la chiamata di Heather, la invitò a tornarsene a casa e lo stesso fece con Meg.
Se ne sarebbe occupata di persona.
Salì in macchina e, guidando veloce, raggiunse il motel.

L’altro ginocchio. Maledizione! Il ragazzino era svenuto di nuovo. Ma aveva tutta la notte davanti a sé. Il mattino dopo, si sarebbe recata da Julie.
A un tratto, però, provò come un senso d’urgenza. Voleva completare l’opera. Subito. Alzò ancora l’ascia per un colpo definitivo.
La porta all’improvviso sembrò scardinarsi.
La luce si accese.
Una giovane donna apparve sulla soglia.
Impugnava una pistola.
Kate la guardò, sgomenta.
Era sua madre? Veniva a rimproverarla perché si era eccitata vedendola strisciare sul pavimento, mentre il papà la frustava?
Si inginocchiò, alzando entrambe le mani. La scure scivolò al suolo.
“Pietà!”, invocò.
Catherine sparò. Per tre volte.
Poi, prima di occuparsi del bambino, pensò al suo lato oscuro.
Non era sicura che le piacesse.

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AeroflotPoche ore più tardi, a Yazenevo Ivan Ivanovic Volkov ricevette dalle mani di un addetto alla decrittazione della prima direzione centrale il messaggio di Altmann debitamente decifrato.
Lo osservò per alcuni istanti, quindi lo porse al suo assistente. “Chi dobbiamo mandare?”, domandò quest’ultimo, dopo averlo scorso.
“Nessuno.”, rispose Volkov. Se l’altro rimase stupito, non lo diede comunque a vedere. Contrariamente alle sue abitudini, il responsabile della quarta sezione si sentì in dovere di spiegare. “Quel criminale nazista è un osso duro, un uomo freddo e spietato, nonché estremamente capace. Bene, Stavrogin è chiamato alla prova: a seconda del risultato che riuscirà a ottenere, sapremo veramente quanto vale.” Volkov tirò fuori da un cassetto della scrivania un fascicolo dalla copertina rossa, sulla quale spiccavano falce e martello. “Legga questo dossier, compagno. Ritengo che sia molto istruttivo.”
Il dirigente si alzò e andò alla finestra. “A Berlino, Matrioska ha svolto un ottimo lavoro; ma ciò che è maggiormente interessante riguarda le circostanze che lo portarono a entrare nel KGB.”
Mentre il sottoposto leggeva con attenzione il documento, Volkov pensava a quanto vi era scritto. Avrebbe potuto ripetere intere frasi a memoria. Aleksandr Stavrogin era stato arrestato dalla Milizia e pestato a sangue, dato che aveva aggredito un poliziotto che, a quanto si diceva, – ma non esistevano prove certe – stava molestando sua sorella. Matrioska aveva subito una serie interminabile di percosse senza mai battere ciglio. Fissava gli aguzzini con occhi privi di espressione. Un ufficiale, incuriosito, aveva partecipato di persona alla punizione del prigioniero, rimanendo alla fine sconvolto. “Quello non è un essere umano! E’ una macchina.”, era stato il suo commento. E poiché era in procinto di entrare a far parte del KGB aveva proposto ai superiori di arruolare anche Stavrogin. In quanto a Matrioska, che era un fervente comunista, aveva accettato di buon grado. Successivamente, era risultato sempre il primo in ogni fase dell’addestramento. Sembrava non conoscere la fatica, l’ansia, il dolore. E ora, Volkov ne era sicuro, avrebbe ucciso Klaus Altmann.
Però, voleva una conferma definitiva. Era un rischio calcolato, e nel corso degli anni ne aveva già affrontati molti. D’altro canto, in ultima analisi, era anche il modo migliore per valutare con assoluta certezza il valore di un agente. Il lavoro di Volkov non consisteva nel vendere Bibbie.
“E se dovesse morire?”, chiese l’aiutante, che nel frattempo aveva terminato di leggere.
Volkov si voltò. Rispose lentamente. “Non accadrà.”, disse. “Ma se dovesse succedere, significherebbe che abbiamo contato un pulcino prima che uscisse dall’uovo.”

A Langley era mattino inoltrato. Monica Squire, rossa in viso per la collera e la frustrazione, si era appena sentita dire dal direttore della CIA che non sarebbe partita con John Lodge. Al suo posto sarebbe andato Crotalus, al secolo Daniel Clark.
“Ho riflettuto a lungo.”, disse Paul Harrison. “Se ho preso questa decisione è a causa di quanto è avvenuto a Cipro. Mi rimorde la coscienza, dato che sono stato io a inviare laggiù la povera Kris, e quello non era il genere di missione adatto a lei.”
“Io non sono Kris Howe.”, ribatté Monica, cercando di mantenere la calma. “Non possiedo l’intelligenza che aveva lei, però i miei test erano migliori, ricorda?”
Harrison aveva il fascicolo sulla scrivania. Inforcò gli occhiali e scandì le parole nel tono di un giudice che pronunciasse una sentenza. “Agente Squire, qui c’è scritto, riporto testualmente: Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico.”
“Ebbene?” lo interruppe Monica.
Harrison alzò una mano per intimarle di tacere.
Monica serrò le labbra.
“Poi, però, viene aggiunto: Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione. Per quanto riguarda la promozione non ci sono problemi. Ma io non vivo isolato in una torre d’avorio e non considero gli uomini e le donne che ho l’onore di dirigere delle pedine da muovere e spostare a mio piacimento. La mia non è stata una nomina politica; prima di arrivare in questo ufficio, ho rischiato più volte la vita… e ho ucciso. Ora, in considerazione dei nemici che Lodge dovrà affrontare, gente feroce, abituata ad ammazzare e a seviziare, i suoi risultati non sono sufficienti.” Picchiò un dito sul dossier. “Quando leggerò prima classificata in almeno due delle discipline di cui sopra, e in seguito a ciò parteciperà a competizioni in cui saranno presenti anche maschi, allora vorrà dire che lei sarà pronta. Ma non lo è adesso. Kris ha perso la vita perché non si è dimostrata in grado di sconfiggere un’italiana. Un’italiana, badi bene! Non una donna del KGB! Non desidero altre vittime sulla coscienza. E questo è tutto, agente Squire. Buona giornata.”
Monica uscì dallo studio furibonda.

Altmann si trovava a Vienna. Non aveva scelto un hotel di lusso ma una modesta pensioncina situata in periferia dove il personale aveva la buona abitudine di chiudere entrambi gli occhi in cambio di una mancia generosa.
Guardava la neve scendere copiosa e aspettava che un uomo di sua fiducia, un vecchio camerata, mantenesse fede ai patti e gli portasse una piccola, lurida, ebrea, con la quale avrebbe trascorso in maniera soddisfacente il resto della giornata.
Nella camera si diffondevano le sublimi note del Requiem di Mozart. Più tardi, il tedesco avrebbe alzato il volume.
Non si sarebbe trattenuto a lungo nella capitale austriaca. Lo attendevano una Mercedes e un viaggio piacevole. Mancava poco ormai. Poi il russo sarebbe morto.

A Berlino, Matrioska e Ivana stavano ultimando i preparativi per la partenza. Si sarebbero imbarcati quella stessa sera su un mezzo dell’Aeroflot che li avrebbe condotti in Spagna; da lì avrebbero proseguito in macchina. Disponevano di documenti perfetti, che li indicavano come cittadini della Germania Occidentale, e avevano apportato alcune modifiche al loro aspetto. Pochi ritocchi effettuati da esperti, che Stavrogin giudicava più che sufficienti. Le foto sui passaporti e sulle patenti di guida corrispondevano alle nuove fisionomie.
Aleksandr all’inizio era parso scettico, poi aveva finito per dare ragione a Ivana. Il Paese era l’Italia e, se questo presupposto corrispondeva al vero, era accettabile l’interpretazione della giovane. Secondo la mentalità contorta di Altmann, chi aveva tradito il Patto era da considerarsi responsabile della cortina di ferro. Ciò indicava un luogo. Il luogo dove il tedesco li avrebbe aspettati quattro giorni dopo.

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Il lato oscuroMeg uscì dalla palestra e si incamminò verso la stazione della metropolitana. Indossava una felpa con il cappuccio tirato sulla testa per coprire i capelli ancora bagnati dopo la doccia, leggins e anfibi.
Stava ripensando divertita all’ultimo caso, quello del signor Hitler, quando vide la ragazza. Era sera tarda e in giro c’era pochissima gente: un paio di ubriachi dall’aspetto peraltro inoffensivo e quattro o cinque giovani di colore che si dedicavano alla loro musica, dondolandosi sulle gambe al ritmo di qualche rap che proveniva dalle cuffie.
La ragazza in teoria sarebbe potuta apparire graziosa, ma aveva l’aria emaciata. Per quanto Meg riuscì a notare, era bianca in viso e tremava. Un istante prima che il treno arrivasse, la giovane si lanciò sui binari. Meg spiccò un balzo disperato e la afferrò per la vita, trascinandola indietro. Finirono per terra. La ragazza lottò e scalciò, ma Meg la tenne ferma.
“Sei pazza?”, le chiese.
“Lasciami stare!”, gridò l’aspirante suicida, dimenandosi. “Non hai il diritto di intrometterti nella mia vita.”
“Forse vorrai dire nella tua morte.”, osservò pacata Meg. “Comunque me lo prendo. Come ti chiami?”
“Melanie.”, sibilò l’altra, sconvolta e furibonda. “E ora voglio andarmene!”
“Calmati. Se intendi cercare un ponte da dove gettarti, non ti tratterrò. Mi è concesso un solo salvataggio al giorno.”, interloquì l’investigatrice con un sorriso. “Sono indubbiamente fatti tuoi. Ma… perché?”
Si alzò, lasciando Melanie libera, e le tese una mano, che fu ignorata.
La ragazza si tirò su da sola, guardandola in cagnesco. “Avevo trovato il dannato coraggio e tu, stronza, hai rovinato tutto!”
“Coraggio o follia?”, domandò Meg sempre in tono calmo. “Non vuoi parlarne?”

L’edificio era ubicato in fondo a una piccola via, in un quartiere degradato, dove la polizia passava raramente e di malavoglia. Visto dall’esterno aveva un aspetto alquanto dimesso. Le finestre erano chiuse e non trapelava alcuna luce. Il portone, tuttavia, era massiccio e dotato di una serratura moderna a prova di scasso. Meg girò l’angolo e imboccò una strettoia, delimitata sulla destra da un deposito di legnami e poi da un vecchio garage che aveva conosciuto tempi migliori; sulla sinistra, c’era la casa a due piani dall’aria malandata; in fondo allo stretto vicolo si ergeva un muro alto circa due metri.
Prima del muro, però, un sentiero sterrato conduceva sul retro della costruzione che stava ispezionando. A causa del buio non era possibile individuare un secondo, eventuale, ingresso. Meg accese la torcia elettrica e scorse una porticina, seminascosta da alcuni vecchi mobili e da un ammasso di ferraglia. Oltre, non era possibile proseguire perché il muro pochi metri più avanti curvava, come riavvolgendosi su se stesso. In alto, brillava un lumicino, attraverso una tendina troppo corta per coprire tutta la finestra. Tale finestra era situata sopra il secondo piano – una mansarda, evidentemente -, che non risultava visibile dall’entrata principale.
Meg si impresse nella memoria ogni particolare, quindi tornò a casa a dormire.

Melanie Griffith era una brava ragazza. Apparteneva a una famiglia che la adorava. Suo padre lavorava in un cantiere navale, aveva un discreto stipendio ma anche un mutuo da pagare, dato che tre anni prima aveva acquistato una bella casetta con un piccolo giardino annesso. Melanie era un’artista di talento. Sognava di aprire una galleria tutta sua; però naturalmente non disponeva dei soldi necessari. Si era fidata di un “amico” ed era andata in una bisca clandestina. Oltre ad aver perso tutti i risparmi che faticosamente era riuscita a mettere da parte, vendendo i suoi quadri e sbrigando mille lavoretti, aveva accumulato un debito di cinquantamila dollari.
La sera precedente, l’avevano avvisata: se non avesse pagato entro tre giorni, le avrebbero spezzato le gambe.
Meg l’aveva ascoltata in silenzio, poi l’aveva portata in un bar e aveva ordinato due grossi boccali di birra.

Due sere più tardi, Patricia entrò nella casa, grazie alla collaborazione di un agente corrotto che tempo prima lei non aveva denunciato proprio in considerazione di possibili benefici futuri.
L’interno era assolutamente diverso dalla parte esteriore. Vi era una lussuosa sala da pranzo, che serviva cene eccellenti e un servizio di prim’ordine con camerieri solleciti e cortesi. C’era un bar estremamente ben fornito: liquori, prelibati stuzzichini, bibite di ogni genere. Nessuno faceva caso ai prezzi esorbitanti. C’erano due bagni ampi e spaziosi, nonché perfettamente puliti. E c’era la sala da gioco, discretamente illuminata e le cui finestre che davano sulla strada erano protette da pesanti tendaggi di velluto scuro.
Patricia acquistò le fiches alla cassa, pagando in denaro contante; quindi si recò a una delle roulette, incominciando a giocare e a perdere cifre modiche. Al croupier non sfuggì il fatto che puntava sempre sul diciassette, con pervicace ossessione. Qualche tempo dopo, il suo occhio esperto notò che la sprovveduta andava nuovamente alla cassa – aveva perso la modesta somma che aveva investito -, e che adesso giocava cifre consistenti, sempre sullo stesso numero e naturalmente sempre perdendo.
Non riuscì, però, a sentire la vibrazione del cellulare, che regolato a volume zero annunciava una chiamata alla quale Patricia si guardò bene dal rispondere.
Nel frattempo, il croupier annunciava impassibile: “Place your bets”. E in seguito: “Finish betting”, per poi finire con: “No more bets”. Negli Stati Uniti, queste tre frasi sono l’equivalente delle più conosciute (in Europa) Faites vos jeux, Les jeux sont faits e Rien ne va plus.
Patricia gettò sul tavolo fiches per un valore di mille dollari.

Nel sentiero rischiarato da poche lontane stelle, Meg posizionò la scala snodabile che aveva portato con sé, in modo da ridurre le distanze, la salì agilmente, lanciò il rampino a tre punte, si assicurò che avesse fatto presa e cominciò ad arrampicarsi. Calzava scarpe con suole di gomma, aveva il volto coperto da un passamontagna e indossava una tuta nera. Aprire la finestra della mansarda fu un gioco da ragazzi.
La giovane saltò dentro, puntò la pistola su un uomo dall’aria esterrefatta e gli fece segno di tacere. Gli si avvicinò, esaminò l’ambiente concentrandosi sul marchingegno posto sul tavolo, e premendogli l’arma alla tempia gli impartì alcuni ordini. Non ci fu bisogno di insistere.

La pallina di teflon ruotò fino a fermarsi sul numero diciassette.
Ciò significava una vincita di trentacinquemila dollari.
Impassibile, Patricia puntò ancora sul suo numero preferito; ma questa volta spinse davanti a sé fiches corrispondenti a tremila dollari.
Il croupier, palesemente a disagio, premette un pulsante nascosto. Arrivò il direttore di sala, osservò la scena e annuì. Se anche quella non fosse stata una bisca clandestina, le probabilità che uscisse ancora il diciassette erano largamente inferiori al 2,63158 per cento. Ma, dato che quella era una bisca clandestina, Tom, lassù, avrebbe in ogni caso provveduto.
Il croupier premette un secondo pulsante.
Tom, terrorizzato dalla figura nera che lo minacciava con una pistola, interpretò quell’ordine all’inverso.
Quando la pallina si arrestò di nuovo sul diciassette, procurando una vincita di centocinquemila dollari, la gente che gremiva la sala esplose in un grido collettivo. Una cosa mai vista!
Patricia incassò i suoi centoquarantamila dollari, sorrise soavemente all’allibita cassiera e uscì dal locale.

Il giorno dopo, Catherine divise il denaro in tre parti: tolte le perdite iniziali, restavano centoventimila dollari. Cinquantamila erano destinati a saldare il debito di Melanie, altri cinquantamila erano per lei, e, modestamente, ventimila dollari spettavano alle ragazze terribili.

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AleksandrLa telefonata arrivò alle dieci del mattino di un giorno freddo e piovoso. Sebbene l’ufficio dove fu immediatamente trasmessa fosse angusto e piuttosto tetro, la linea era assolutamente sicura. Chi stava chiamando, da Londra, non era altrettanto certo dell’efficacia dei metodi di controllo posti in essere all’ambasciata sovietica; perciò si era recato in una cabina. Le possibilità che fosse intercettata erano molto vicine allo zero, anche perché non si sarebbe dilungato. “Sono stato contattato da un certo Barbie.”, disse il rezident del KGB, Sergej Vadimovic Sokolov. “Questa volta niente buffonate, nessuna donna della CIA che finge di voler passare dalla nostra parte. Solo un messaggio, da trasmettere urgentemente: Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Non avrei dato peso alla cosa, ma Barbie mi ha dimostrato senza ombra di dubbio di essere Altmann, e ha insistito sull’urgenza. E’ tutto, compagno Stavrogin.”
Sokolov riagganciò e tornò al suo lavoro. A Berlino, Matrioska ascoltò la registrazione della telefonata, trascrisse quelle parole apparentemente incomprensibili e le rilesse varie volte.
Dunque Altmann si era fatto vivo di persona. Ma qual era il senso di quel messaggio? Il motivo per cui fosse così oscuro era evidente: il tedesco riteneva che Aleksandr lo avrebbe decifrato; gli altri no. Un attestato di stima, pensò ironicamente Matrioska; poi fece un cenno a Ivana e le porse il foglio di carta sul quale aveva annotato quella comunicazione in codice. Intanto si chiedeva se il rezident avesse provato a decrittarla con i computer e se a Mosca ne fossero al corrente. Tutto sommato, erano domande inutili.
Ivana alzò lo sguardo e fece un primo tentativo. “Chi tradì il Patto? L’Italia, quando si arrese agli americani. Credo che Altmann si riferisca al famigerato Patto d’Acciaio.”
Stavrogin la fissò, pensoso. La ragazza non sarebbe potuta restare a Cipro, né tornare in patria. In attesa di andare in Unione Sovietica, gliel’avevano affidata per qualche tempo.
Il tenente del KGB scosse la testa. “Un nuovo rendez vous a Bellagio? Non credo proprio.”
“Non necessariamente lì.”, replicò Ivana. “Quello che mi sfugge è il significato della seconda frase.”
“Vediamo.”, disse Aleksandr. “Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Concentriamoci sul resto. Due considerazioni: la prima, che il testo è in codice non perché Altmann non voleva che a Yazenevo lo comprendessero, bensì per la ragione opposta, vale a dire con lo scopo di tenere all’oscuro delle sue iniziative CIA e SIS. Ha deciso di agire da solo. In questo senso, va interpretata la terza frase, nessuna compagnia. E immagina che, a causa del mio amico Klavdij, anch’io mi presenterei privo di scorta; però, forse, si sbaglia. Forse, porterò con me una ragazza capace di uccidere a mani nude una cekista addestrata a Langley.”
Ivana Barzaghi avvampò in viso, soddisfatta e lusingata.
“La seconda considerazione è che non si è avvalso di regole classiche; in pratica, non intendeva farmi ammattire e riteneva che avrei capito le sue parole, e in tempi rapidi.”
Ivana lo ascoltava con attenzione.
“Ora”, proseguì Matrioska, “Altmann desidera incontrarmi, non si fida più dei suoi attuali padroni e mi invita in Italia – sono d’accordo con te -, specificando che non avrà alle costole agenti del MI6 e della CIA. Sedici è il multiplo: l’appuntamento è fissato fra quattro giorni, due rappresenterebbero un lasso di tempo troppo breve. Ma esattamente dove, in Italia?”
“I nostri capi avrebbero potuto darci una mano.”, disse in tono stizzito Ivana.
“Forse a Yazenevo hanno altre cose a cui pensare, e questo è ragionevole, anche se sottovalutare il problema che rappresenta il tedesco sarebbe un grave errore. E’ lui l’uomo che dirige la rete dei traditori, lui il principale referente degli americani. A meno che… a meno che non ripongano tutta la loro fiducia in me. In tal caso cercherò, anzi cercheremo, di ripagare quella fiducia, compagna.”
Ivana gli sorrise. Dopo ciò che Aleksandr le aveva detto in modo alquanto brutale a Cipro, fra loro era tornato il sereno e avevano fatto ancora l’amore.
Tornarono a esaminare il messaggio dell’ex Hauptsturmführer della Gestapo. La pioggia si era fatta incessante: sospinta da violente raffiche di vento si scagliava sui vetri dell’unica finestra, mentre in lontananza si udiva il rombo dei primi tuoni.
A mezzogiorno, un sergente bussò alla porta, entrò nell’ufficio e depose sulla scrivania un vassoio contenente tè, salsicce, pane nero, insalata di cavoli e cetrioli. Matrioska mangiò con appetito, l’italiana si limitò a sorseggiare la bevanda, guardando un po’ disgustata il pranzo di Stavrogin. Trasse un sospiro: una volta a Mosca, avrebbe dovuto abituarsi.
Aleksandr notò il suo scarso entusiamo. “Preferisci un sandwich?”, le chiese, comprensivo.
“Grazie, compagno! Ma senza cavoli, per favore!”, rispose lei ridendo.
Dieci minuti più tardi, dopo aver spiluccato un panino che giudicava francamente pessimo, Ivana si versò un’altra tazza di tè ed esclamò: “Ci sono, ho capito!”

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L’ANIMA DI MARTINA

MartinaIl mare era solcato da una quantità di barche dalle vele sgargianti, il sole si rispecchiava sull’acqua di un blu intenso che il vento increspava creando scintillanti giochi di luce. Sopra di noi, il cielo era limpidissimo.
L’erba del prato che portava dalla cima della collina alla spiaggia era di un verde da fiaba, un sogno per gli occhi e per il cuore: quei sogni talmente belli che inevitabilmente sono destinati a svanire all’alba, perché la realtà è diversa, cruda e dura come può esserlo un macigno. Più su, sulle imponenti montagne si scorgevano gli ultimi residui di neve. Ancora più in alto, c’erano i ghiacciai.
Non ti ascoltavo più. Non tanto per la proposta in sé. Giacere con Lucia forse sarebbe potuto essere intrigante. Quello che mi aveva indignata era stato il modo: l’offerta di soldi, lo sguardo ammiccante, l’espressione lasciva. Se anche ci fosse stata una benché minima possibilità di poesia, di esperienza giocosa, l’avevi trasformata in un’offerta oscena, tanto più oscena dal momento che Lucia, la fredda e algida Lucia, era ancora tua moglie, sebbene da mesi tu giurassi e spergiurassi che l’avresti lasciata. “Sei tu la donna della mia vita, Martina!” Quante volte lo avevi detto, sino a convincermi, malgrado il tempo passasse senza che le tue frasi d’amore conducessero a un cambiamento concreto. Ti chiesi come potevi essere sicuro che sarei riuscita a sedurla. “Sei abile.”, fu la risposta. “E lei è una narcisista all’ennesima potenza: nella vita di tutti i giorni è molto controllata, ma l’idea di essere desiderata la fa impazzire. Comunque, prima le farei bere due o tre drink, magari con una pastiglietta dentro.”
Ammetto di non essere del tutto innocente. Fare l’amore con Lucia per me avrebbe avuto un duplice significato: ti ho portato via l’uomo e ora mi prendo anche te. Pensieri brutti. Pensieri nati dalla continua attesa di una tua decisione che non arrivava mai, e che – lo compresi quel giorno – non sarebbe mai arrivata. E’ stupido detestare la rivale, specialmente quando la vuoi spodestare, dato che fino a prova contraria è lei la moglie, tu invece solo l’amante.
Eppure lo avrei fatto, ignorando i sensi di colpa, forse eccitandomi avvertendo la sua disperazione o, se non quella, almeno la sua frustrazione.  La regina scalzata dal reame. Se non altro, ne sarebbe uscita stressata.
In tutti noi, e perciò anche in me, esiste un lato perverso, piccolo o grande che sia. Inoltre, confesso che la invidio, poiché è più bella. Un pettirosso non raggiungerà mai le vette di un’aquila, ne sono pienamente consapevole. Ecco, questi sono i miei peccati, quanto gravi lo ignoro.
Però, esistono anche altri valori, fra i quali rientrano la finezza, la classe, il garbo.
Nulla di tutto questo ti appartiene. Mi hai cercata, inseguita, infine conquistata, con parole al miele, con quegli occhi scuri che ancora mi piacciono ma che nascondono un’indole rozza, volgare, forgiata dai soldi e dal successo professionale, allo stesso modo del tuo corpo, plasmato da ore di palestra, di nuoto, di maledetti succhi di frutta.
Il sole adesso è abbagliante. Le barche giungono alla boa e virano, mentre il vento si rafforza. I motoscafi girano al largo per non intralciare le manovre dei timonieri. Sulla linea dell’orizzonte si intravede il profilo di una nave.
Piccole gocce di sudore, come cristalli sulla pelle. Una sensazione di rimpianto. Soprattutto un senso di tristezza. Per me, per la mia vita, per una scelta che non fu dovuta a un ragionamento. Non dipese dalla matematica, dalla logica, dalla filosofia. Un impulso. Un desiderio folle, tuttavia irresistibile. Dentro di me, sapevo – lo sapevo bene – che avrei trovato poco amore. Poi arrivasti tu. Il cielo si capovolse. Apparve l’arcobaleno, e pensai di averlo raggiunto, di essere io stessa colore, uno sfavillante colore rosso.
“Ci sei abituata, no?”
Non avresti dovuto dirlo. Forse è vero, ma ugualmente non avresti dovuto dirlo. Ho anch’io un’anima.
Non la persi, quando Martino diventò Martina.

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l'uomo di ghiaccioAleksandr annuì per la seconda volta. Ma i suoi occhi erano gelidi. “Già.”, disse. “Era una prova, però per me non è sufficiente. Perché hai lottato con l’americana?”
“Voleva ucciderti!”
“No. Prima avrebbe eliminato Altmann; questo era il suo scopo.”
“Ma…”
“Tu parlavi di prove, vero? Una sicuramente c’è: sei un killer. Ma, da quanto ne so io, potresti essere anche una doppiogiochista. Forse lavori per il SIS, e i loro piani erano diversi da quelli della donna della CIA.”
Ivana lo fissò, incredula.
“Parliamoci chiaro: il SISDE vale meno di zero. Se tu fossi israeliana o francese, avresti certamente potuto stenderla. Al Mossad e allo SDECE sanno fare bene il proprio mestiere. Appartieni al KGB – sostieni -, però non sei mai stata a Yazenevo; ne consegue che ti hanno addestrata altrove, altrimenti non sapresti batterti, soprattutto non con un’agente che veniva da Langley. Dove hai imparato, Stella Rossa? O, magari, preferisci essere chiamata Red Star?”
Ivana spostò lo sguardo sul mare, un’immensa distesa nera. Solo di tanto in tanto un raggio di luna o il flebile barlume di una stella penetravano quell’oscurità. Poi si voltò verso Matrioska e con calma disse: “Avevo la tua pistola… potevo ammazzarti.”
Stavrogin scosse la testa. “Come ultima soluzione. All’MI6 farebbero i salti di gioia all’idea di catturarmi e portarmi a Londra. Esistono sostanze chimiche che inducono a parlare, a svelare ogni segreto; io ne sono immune, però questo non lo sanno. Tu non sei in grado di catturarmi, ma intanto mi hai impedito di uccidere Altmann. L’americana gridava perché era in preda al panico e alla frustrazione: aveva capito che eri più forte di lei. Tu, invece, gridavi senza motivo; una persona che sa lottare e che sta vincendo, un’esperta, non grida. Ma in realtà, una ragione c’era: distrarmi, e ci sei riuscita perfettamente!”
Ivana fece un sorriso amaro. Indicò il cadavere di Kris Howe. “Se ci fossimo battute dieci volte, l’avrei sconfitta dieci volte, e che tu ci creda o no queste cose le ho imparate in Italia. Due miei zii hanno combattuto in Russia e, se tu avessi letto “Centomila gavette di ghiaccio”, sapresti quanto vale un italiano. E non erano neppure fascisti! Se ho urlato è stato perché lei, disperata, mi aveva messo una mano in un posto… ehm, intimo, e per un attimo ho provato un dolore atroce. E poi, chi mi ha rapita al ristorante?”
“Ti eri seduta vicino al mio tavolo.”
“Certo!”, sbottò Ivana. “A causa di un ordine ricevuto dal KGB!” Le argomentazioni del russo erano assurde e cominciava a stancarsi di quel fuoco di fila di domande e di obiezioni, degno di quanto succedeva alla Lubjanka. Il tutto era reso più ossessivo dal tono di voce freddo e monotono, da cui non trapelava alcuna emozione. Eppure avevano giaciuto assieme…
“Delle due l’una.”, concluse risentita, “Se appartenessi al SIS non avrei sparato al tedesco, sia pur non centrandolo come volevo, per via del buio; e se fossi della CIA, non avrei ammazzato una collega. Ti basta questo?”
“Allontaniamoci da qui.”, disse Matrioska, passandole un braccio sulle spalle. “Ora sono soddisfatto.”
Io no, pensò la ragazza, scostandosi.

La notizia della morte di Kris Howe giunse a Langley come un fulmine a ciel sereno, precedendo di ventiquattro ore la salma. Prima di tributarle un funerale da eroina, le analisi dimostrarono che non era stato un uomo a ucciderla e ciò lasciò alquanto perplesso Paul Harrison.
Monica Squire partecipò alle esequie con il volto rigato di lacrime. Se qualcosa si era rotto fra di loro, forse era dipeso da lei. Era possibile che Kris avesse ragione. Una principiante che cerca di superare la Maestra. A livello inconscio, poteva essere vero. Il pensiero che l’angosciava maggiormente era che, se fosse stata al suo fianco su quella maledetta isola, magari sarebbe riuscita a salvarle la vita. Avrebbe voluto vendicarla, con tutto il cuore; purtroppo il dovere la portava lontano: era attesa da un volo che l’avrebbe condotta in Africa, dove avrebbe combattuto un’altra guerra. Dentro di sé, non ignorava che la morte, per tutti loro, era sempre in agguato, simile a una belva feroce che nella notte aspetta di spiccare il balzo. Questione di scelte. A lei non sarebbe piaciuto lavorare in banca.
Successive indagini stabilirono che con ogni probabilità l’assassina era un’agente del SISDE, Ivana Barzaghi. Seguirono note di protesta e reazioni allarmate da parte delle autorità italiane, che promisero l’immediato arresto della donna.
“Nuts!”, si disse il direttore della CIA.
Ad aggravare il suo mal di testa, fu l’annuncio che Klaus Altmann desiderava conferire con lui.
“Geliebte Führer”, esordì L’Uomo di Ghiaccio, esprimendosi apposta in tedesco, “se vogliamo venirne a una, desidero che mi si lasci lavorare da solo. Comprendo le vostre buone intenzioni, ja, ma finora abbiamo ottenuto soltanto fallimenti. Perciò, la pregherei di bloccare le iniziative del servizio che lei ottimamente dirige e soprattutto quelle del SIS. Insisto fermamente. Questa è una faccenda che riguarda me e il russo. E la sistemerò a modo mio.”
Harrison lo fissò con evidente antipatia.
Quindi, annuì.
“Come preferisce, Hauptsturmführer.”

Vi ricordo il mio nuovo romanzo, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, reperibile da Mondadori, Hoepli, Ibs, Libreria Universitaria, etc.
IBS – http://www.ibs.it/code/9788891134929/bianchi-alessandra/crepuscolo-della-lubjanka.html MONDADORI – http://www.inmondadori.it/search/?tpr=10&g=il+crepuscolo+della+lubjanka&swe=N&search-input=active HOEPLI – http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?query=il+crepuscolo+della+lubjanka&arg=&x=39&y=15 LIBRERIA UNIVERSITARIA – http://www.libreriauniversitaria.it/crepuscolo-lubjanka-bianchi-alessandra-youcanprint/libro/9788891134929

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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