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Archive for aprile 2014

LUCIA

LuciaQuando Lucia per la terza volta si rifiutò di andare in ospedale e per la terza volta telefonò in ufficio dichiarando di essere nuovamente indisposta – ma nulla di grave, specificò, malesseri di donna, una forte emicrania o quant’altro: non ricordava più la scusa precedente -, il suo datore di lavoro le comunicò con calma ma in tono fermo che non ci sarebbe stata una quarta volta. Sebbene lei fosse un’impiegata modello, intelligente, coscienziosa e pronta, sarebbe stato costretto a licenziarla.
A dirla tutta, non credeva a quei “malesseri” che si riproponevano ciclicamente e, benché gli occhiali da sole le donassero così come i pantaloni larghi, non pensava proprio che dipendessero da una scelta estetica. “Perché non va alla polizia?”, le domandò. Lucia bofonchiò qualcosa (alla polizia? E per quale ragione?), quindi riagganciò. Come si permetteva quell’uomo a presumere? A darle consigli non richiesti?
Una voce interiore le suggerì che non presumeva, aveva capito, e la cosa la fece infuriare ancor più. Detestava essere un libro aperto. Non sopportava che parlassero di lei, e certamente di lì a breve sarebbe successo: una collega avrebbe scosso il capo (dovrebbe divorziare, sarebbe stato il suo commento), un’altra avrebbe ridacchiato (non c’è molto da ridere, quando hai gli occhi neri e le gambe percorse dai lividi, magari anche il naso rotto), una terza con l’espressione del volto improntata a saggezza si sarebbe limitata a una considerazione vecchia quanto il mondo (fra moglie e marito non mettere il dito), aggiungendo poi che non si poteva conoscere il modo con cui i due coniugi si sarebbero riconciliati (a letto, naturalmente, e dove se no?)
Lucia preparò il terzo caffè della mattinata, terzo come le telefonate in ufficio, terzo come le botte che aveva subito. Le urla, no. Quelle erano state di più, e di esse si vergognava. “Ti prego, basta! Ti supplico!”
Per un certo periodo di tempo aveva pensato di meritarsele – le percosse, le frustate elargite con la cinghia dei pantaloni, le sberle e i pugni. Il motivo per cui si meritasse quel trattamento era oscuro, tuttavia presente. Le suore avrebbero detto che era a causa di ciò che aveva fatto da ragazza. Si era guardata troppe volte allo specchio, aveva flirtato con un numero eccessivo di giovanotti, sia pur non spingendosi oltre a un bacio, si era masturbata!
Sorseggiò la bevanda bollente, alla quale non aveva aggiunto zucchero, né miele. Non le piaceva bere il caffè amaro; forse era una maniera di autopunirsi, anche se ne ignorava il motivo, posto che un motivo esistesse. Non era sufficiente Marco? Non bastavano le sue mani, grandi e forti, particolarmente abili a infliggere dolore? Evidentemente, no.
Lucia aveva smesso di pensare che meritava quelle punizioni; ciò nonostante a un livello più nascosto, dove è difficile far luce, comprendere, pervenire a una conclusione logica, seguitava a dirsi che, a conti fatti, Marco aveva tutti i diritti di strapazzare una moglie che si mostrava freddo a letto, che talvolta osava rispondergli male, e che anni prima si era masturbata, sognando divi del cinema. O forse della canzone. O magari il ragazzo della porta accanto. Oppure un amore vero. Chissà.
Era quella una voce insinuante e sgradevole, che sembrava godere di quanto le suggeriva. In ogni caso, non proveniva da fuori, ma da qualche ripostiglio segreto dell’anima. Le apparteneva. E quasi sempre aveva il sopravvento sulla parte conscia. Siamo o non siamo figli di Freud?
Il fatto che lei avesse un buono stipendio – per quanto ancora? -, mentre lui trascorreva le giornate davanti alle slot, era irrilevante. Marco non lavorava semplicemente perché aspettava un impiego che fosse alla sua altezza, e se la mogliettina si permetteva – come si era permessa la sera precedente – di avanzare qualche obiezione, allora era suo diritto chiarire le cose, ed esisteva un unico metodo per rendere il chiarimento esaustivo. Esplicito. Di certo, almeno per un mese, Lucia avrebbe camminato a testa bassa, si sarebbe rivolta a lui con estrema cortesia, e poco contava che il tutto dipendesse dalla paura. La paura fisica.
Lavò la tazzina, contemplando il prato fuori casa, fradicio di pioggia. La primavera tardava a venire, e con essa i fiori che sarebbero germogliati sul tappeto dell’erba verde. Era la sua stagione preferita. Rammentava le lunghe passeggiate mano nella mano con il suo papà: giungevano fino alla collina, mentre Black scorazzava felice davanti a loro. Ricordi di una vita che era stata radiosa. In quelle occasioni si sentiva la bambina più appagata del mondo. Adesso nel cielo nuvole nere seguivano altre nuvole nere. Distolse lo sguardo dalla finestra e rigovernò a fondo la cucina, rendendola lustra.
Di chi era la colpa se lei possedeva una soglia del dolore molto bassa? Non di Marco; era fuori questione. Lui si limitava a rimetterla in riga, quando lei alzava troppo la cresta. Era un suo diritto. E, se non lo era, vigeva comunque la legge del più forte. Esisteva una sottile ironia in questo, considerato che era alta un metro e settantacinque, frequentava regolarmente una palestra – tranne quando si trovava costretta a girare con gli occhiali e le gambe le facevano troppo male per consentirle qualsiasi esercizio fisico – ed era una donna aitante capace di sollevare pesi che avrebbero sgomentato molti maschi. Ma la forza di Marco nasceva dalla rabbia, scaturiva dal potere dell’alcool.
No, razionalmente (quando era quella parte a prevalere, e accadeva di rado), non pensava più che tutto questo fosse giusto; però non faceva differenza. Non si sarebbe mai umiliata davanti a un poliziotto, non avrebbe sopportato le parole, quali che fossero, di infermiere, medici, psicologi, non si sarebbe mai confidata con una delle colleghe, una scelta a caso, che si sarebbe trincerata dietro a banalità.
Avrebbe continuato a subire, finché un giorno, in preda a una collera bestiale, più bestiale del solito, Marco non l’avrebbe uccisa.
Ora era il momento di rifare il letto.
Salì al piano di sopra.
La pioggia continuava a scendere, monotona, incessante.

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M Squire giovaneQuando, e se, Aleksandr Stavrogin fosse sceso dall’aereo, sarebbe stato invitato da due cortesi funzionari del SIS ad accomodarsi in una saletta privata; di lì a breve, ammanettato e strettamente sorvegliato, avrebbe preso il primo volo per Londra.
Una volta in Gran Bretagna, lo avrebbero interrogato. Naturalmente, Stavrogin si sarebbe rifiutato di parlare, ma esistevano vari metodi per indurre un prigioniero a collaborare. Considerata la sua fama, non avrebbero fatto ricorso alla tortura, né gli avrebbero offerto denaro. C’erano altri modi, sostanze chimiche cui era impossibile resistere.
Nell’eventualità che fosse sbarcato da una nave, la procedura sarebbe stata la stessa.
Chiaramente, avrebbe usato documenti falsi, ma la sua foto avrebbe permesso di identificarlo, senza alcuna ombra di dubbio, anche nel caso di un travestimento. Grazie all’aiuto di un computer erano stati approntate dieci immagini alternative: diverso taglio di capelli, barba, baffi, spessi occhiali da vista, andatura claudicante, persino la mancanza di un braccio o di una gamba (cosa realisticamente ottenibile, e senza amputazioni). Da ognuna di esse emergevano i suoi tratti caratteristici, fra cui le orecchie che non sono modificabili, a meno di eliminarle, e questo era inverosimile.
Esisteva, tuttavia, la possibilità che la spia russa arrivasse a Cipro con altri mezzi, riuscendo così a sfuggire alla trappola; in questo deprecabile caso, non appena si fosse avvicinato all’albergo dove alloggiava Altmann sarebbe stato ucciso: meglio non correre rischi inutili.
Tutto era stato predisposto con estrema cura. Al comando delle operazioni erano Kris Howe della CIA e Bob Sheridan del MI6.
Sheridan si era guadagnato i galloni sul campo. Era un vincente, abituato a ottenere il massimo, e le imprese compiute in Irlanda rappresentavano il suo biglietto da visita. Suo padre apparteneva alla Special Branch. Da lui aveva ricevuto un’educazione inflessibile e apparente scarso affetto. Se un tempo lo aveva detestato, in una gelida serata autunnale, a Belfast, aveva cambiato idea. Erano stati gli insegnamenti del genitore a salvargli la vita.

Matrioska possedeva una mentalità pratica, perciò quando apprese la notizia che il tedesco era vivo non perse tempo a lambiccarsi il cervello (un pizzico di curiosità, ma nient’altro). Altri, al posto suo, avrebbero insistito nel dire che non era possibile, che lui personalmente aveva appurato la sua morte. Tempo sprecato. In qualche modo l’ex Hauptsturmführer della Gestapo era riuscito a ingannarlo. Ma non ci sarebbe stata una seconda volta.
Malgrado fosse ancora inverno, la notte non era fredda.
Aleksandr contemplava il cielo punteggiato di stelle, assaporando la brezza calda che proveniva da sud. Benché non partecipasse al lavoro sul vecchio peschereccio che procedeva un po’ ansimante, come gli altri era vestito da marinaio. Qualora fossero stati avvistati e fermati da una motovedetta, avrebbe cominciato a darsi da fare: per una persona abituata a governare da sola un dragone nel gelido mare del nord sarebbe stato un gioco da ragazzi fingersi un normale membro dell’equipaggio.
In lontananza, scorse la costa. Si concentrò allora sul compito che lo attendeva: porre termine alla ignominiosa carriera di Klaus Altmann.
Al pari del rezident di Londra, non credeva al “tradimento” di una cekista americana, della quale ignorava il nome – era un pesce piccolo, sebbene, a detta di Sergej Vadimovic Sokolov, assai promettente -; di conseguenza si aspettava che Altmann fosse ben protetto.
Pensare come pensano i nemici; non come vorresti che pensassero: ma come pensano veramente.
Avevano predisposto un “cordon sanitarie”, che aveva due scopi, il secondo dei quali era intrappolare lui per ammazzarlo o sequestrarlo. Matrioska scrollò le spalle. Aveva affrontato situazioni peggiori.
Ormai la riva era vicinissima. Il russo vide una piccola insenatura e una spiaggia lambita dalle onde, che la luna illuminava.

Mentre sorvolava l’oceano Atlantico, diretta a New York, Monica Squire rifletteva sulla vanità degli esseri umani. Aveva la coscienza a posto, si era ingegnata per cercare di dare un contributo che gli inglesi avevano mostrato di apprezzare; non così Kris Howe che aveva trovato un pretesto per rispedirla in patria.
Fino a quel giorno l’aveva stimata, considerandola una Maestra; ora si domandava se l’indubbbia bravura della collega non era inficiata dall’egocentrismo, e la risposta era positiva. Questo era grave. Una delle prime cose che Monica aveva imparato a Langley era l’importanza della solidarietà, la capacità di far fronte comune contro il nemico. Ricordava ancora bene le parole di Dick “Smile” Devearaux. “Può succedere che in un dato momento l’agente che è con te rischi la vita; in tal caso, devi gettare al vento prudenza, spirito di sopravvivenza, il fondo di viltà che alberga in ciascuno di noi… e gettarti allo sbaraglio. Senza calcoli, utilizzando tutte le tue risorse, frutto dell’addestramento che qui riceverai. In caso contrario, ciò significherebbe che non sei all’altezza del tuo compito, che la CIA non fa per te.”
Se “il crollo di un mito” suonava forse esagerato, certo era che Howe l’aveva profondamente delusa. L’aveva accusata di creare un clima di instabilità, di fomentare polemiche inutili, di spingersi troppo oltre, arrogandosi poteri che non le appartenevano. Si era appigliata a pretesti, che Monica giudicava risibili. La verità era una sola: non voleva che lei le facesse ombra.
Forbes e Baker avevano protestato tiepidamente; anche se la apprezzavano e reputavano utili le sue intuizioni, quella era un questione interna dell’Agenzia che non li riguardava.
Non era piacevole essere scaricata in quel modo. Ci sarebbero state ripercussioni che avrebbero rallentato la sua cariera. Ma, sebbene non la considerasse più un’amica, in cuor suo augurava a Kris di trionfare. Quello era lo spirito di corpo!

Nella lussuosa camera dell’hotel, Klaus Altmann coltivava pensieri, che ai più sarebbero apparsi strani. Stava sorseggiando un bicchiere di Pouilly Fumé freddo al punto giusto. Non più di uno, in ogni caso. L’Uomo di Ghiaccio si augurava che l’agente del KGB eludesse la sorveglianza, prospettiva comunque credibile, poiché era consapevole del fatto che Stavrogin valeva quanto dieci uomini del SIS e certamente più di una donna della CIA.
Altmann disprezzava gli ebrei e odiava i russi, in particolare “quel” russo. Pertanto, sperava di trovarsi faccia a faccia con lui e di provvedere personalmente alla sua eliminazione. Prima, però, lo avrebbe torturato a lungo.
Matrioska avrebbe scoperto il lato più terribile della vita. La  Gestapo era stata sempre infallibile nel procurare il dolore più atroce.
Altmann sapeva che Aleksandr Stavrogin non lo avrebbe implorato, mai. Ma sapeva anche un’altra cosa: che sarebbe impazzito.
Per morire c’era tempo.
L’Uomo di Ghiaccio uscì sul terrazzo e guardò il mare rischiarato dalle stelle.
Non da un aereo, il sovietico sarebbe giunto da lì: e non avrebbe scelto una nave.

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IL DISCENDENTE

IL DISCENDENTEL’anziano studioso si sentiva sempre vagamente a disagio, quando l’imprenditore si recava da lui. Eppure era un uomo cordiale e alla mano, nonostante fosse uno degli individui più potenti d’Italia, anche se ultimamente era caduto in disgrazia. Disgrazia relativa, pensò il ricercatore, poiché deteneva ancora intatte ricchezza, influenza politica e capacità di stregare le masse.
“Ha delle notizie per me, dottor Squillaci?”
Lo studioso annuì e gli fece segno di seguirlo. L’uomo politico si era presentato da solo, senza guardie del corpo. Lo seguì attraverso un cucinino, una camera alquanto disordinata che assomigliava piuttosto a un ripostiglio e dopo un breve corridoio, con tracce di muffa sulle pareti, in uno studio ingombro di libri, documenti, scartoffie di ogni genere. In fondo, davanti a una finestra che dava sulla strada, c’era una scrivania. Sulla scrivania un computer. “Si accomodi.”, disse il ricercatore, indicando una sedia al suo ospite e prendendo posto dietro alla scrivania. L’altro gli lanciò uno sguardo ansioso. “Allora, dottor Squillaci?”
Lo studioso congiunse le mani sul tavolo, trasse un breve respiro ed estrasse da un cassetto alcuni fogli battuti a macchina. “Come lei sa”, esordì con un tono di voce sicuro – questo era il suo elemento, e nessuno poteva impartigli lezioni in quel campo – “ho trascorso vent’anni a studiare tali fatti. Ho svolto le indagini più meticolose, ho consultato eminenti scienziati di tutto il mondo, ho trovato libri antichi e preziosi, sono persino andato a Gerusalemme.”
“Tutto questo lo so.”, replicò l’imprenditore in modo bonario, ma allo stesso tempo con una sfumatura di impazienza; la voce di chi era abituato a impartire ordini e a vederli eseguire sollecitamente. “Vorrei conoscere le sue conclusioni.”
“Certo.” Lo studioso indicò il pc e sospirò. “Senza questi arnesi che peraltro detesto, senza il DNA, senza tutte le recenti scoperte in materia, malgrado i miei sforzi, non sarei approdato a nulla. E, invece, nelle pagine che lei si trova davanti è racchiusa una verità sorprendente.” Tacque per un momento, quindi aggiunse: “E se parlo di verità è perché ne sono sicuro.”
L’uomo che fino a poco tempo prima era stato Cavaliere lo scrutò attentamente. “Quindi?”, chiese, resistendo alla tentazione di leggere gli incartamenti. Preferiva ascoltare quello che Squillaci aveva da dirgli.
“E’ assodato”, proferì lentamente il ricercatore, come se scegliesse le parole, “che Gesù ebbe fratelli e sorelle; preferisco non spingermi oltre… a proposito di Maddalena, sebbene…” Scosse il capo e continuò: “Questi fratelli, queste sorelle, procrearono, come è ovvio. La discendenza da loro, intendo dagli ebrei, è costituita dal ramo femminile della famiglia; per questo motivo mi sono concentrato soprattutto sulle sorelle. Ebbene, la figlia di una di esse, dunque una nipote di Gesù, affrontò mari e burrasche per giungere infine in Francia, assieme a due anziane zie. Approdarono sulla costa di Saintes Maries de la Mere, dove Sarah, la regina degli zingari, si convertì e fu battezzata. Ancora oggi, tale evento viene ricordato e festeggiato da tutti i gitani d’Europa. E’ una festa splendida e vale la pena di assistervi; comunque questo esula dalla mia ricerca e da ciò che lei desidera sapere. Quello che ci interessa è che, mediante la datazione al carbonio-14, si stabilì che l’ossatura di tre corpi, rinvenuti dal re Renato il Buono, apparteneva a donne orientali del primo secolo dopo Cristo. La provenienza era chiara: l’odierno Stato d’Israele.”
L’imprenditore non si perdeva una parola; raramente aveva ascoltato qualcosa di più interessante.
“La figlia della nipote di Gesù, per qualche ragione, abbandonò la Francia e si trasferì in Italia, precisamente nell’attuale Toscana. Duecento anni più tardi, una sua diretta discendente andò ad abitare a Firenze.”
Lo studioso cambiò posizione sulla poltroncina e si immerse nei suoi pensieri per qualche istante, poi riprese a parlare. “Trascorsero secoli.”, affermò. “E per chiunque sarebbe stato estremamente difficile trovare le tracce, ricostruire alberi genealogici, insomma pervenire a quanto io sono riuscito a scoprire. Difficile, ma non impossibile. Le mie conclusioni sono inoppugnabili. Ho appurato che una sua pronipote sposò un certo Renzi, nativo di quella città. E, naturalmente, anche loro misero al mondo figli, da cui derivarono nipoti.”
L’imprenditore impallidì leggermente. “Quindi, quel suo articolo apparso su “Repubblica” conteneva un fondo di verità?”
“Oh, no, Cavaliere… ah, mi scusi! Volevo dire: nessun fondo di verità, togliamo quel fondo, e avremo la vera verità. Per riguardo a lei, dopo la sua precedente visita, ho fatto ulteriori controlli, benché non fosse necessario. In ogni caso, li ho effettuati con il massimo scrupolo. Era doveroso da parte mia, considerata la sua generosità.”
“Perciò lui è?”
“Discendente di Gesù.”, confermò lo studioso. “Mi creda, senza alcun dubbio.”
Se l’imprenditore era sgomento, non lo diede comunque a vedere. Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Come sempre, a Roma il traffico era caotico. Tornò a sedersi e fissò lo studioso. “Mi consenta.”, disse. “Se così fosse, se così è, per lui, per Matteo, sarebbe possibile mentire? Simulare, dissimulare?”
Il dottor Squillaci scosse la testa. “Non credo proprio. Certamente l’uomo non è esente da difetti, come ogni altro essere umano del resto, ma data la sua discendenza ritengo che sia da escludere ogni ipotesi di menzogna. Lui è cristallino.”
“Capisco.”
“Ne sono lieto.” Lo studioso sorrise.
“Veda”, disse l’imprenditore, “ho sempre pensato che quel ragazzo fosse mio figlio”.

Read Full Post »

Klaus Altmann“Un secondo! Un solo dannato secondo e lo avrei ucciso!”
Klaus Altmann osservò Kris Howe con i suoi occhi inespressivi senza trattenere un sorrisetto di scherno. “Non ci sareste mai riuscita, comunque. E, ad ogni modo, mi sorprende che un’agente della CIA si sia lasciata prendere alle spalle. Credo che dovrebbe ringraziare il suo Dio visto che è ancora viva.”
Kris gli lanciò uno sguardo di fuoco. “Non mi sembra che i suoi risultati siano stati migliori dei mei.”, replicò piccata.
Nella stanza insonorizzata della Century House, a Londra, l’atmosfera era tesa. Fuori, la pioggia cadeva monotona e il cielo era grigio.
“D’accordo.”, intervenne Martin Forbes del SIS. “Recriminare non serve a molto. Concentriamoci, invece, su ciò che dobbiamo fare.”
Altmann annuì. “Il problema è che il “soggetto” mi crede morto. E’ vero, anch’io ho fallito, ma a differenza della signora Howe mi sono salvato grazie alle mie doti e non per un gesto di benevolenza o di noncuranza.”
Per la prima volta, Monica Squire era stata autorizzata a partecipare alla riunione. Fu lei a parlare. “Se posso…”, disse. John Baker, il funzionario del MI5, la invitò a procedere. Kris era nervosa e fu sul punto di ribattere che Squire si trovava lì per ascoltare, e apprendere, non già per avanzare proposte; poi preferì mordersi la lingua. Il senso della sua sconfitta le pesava come un macigno.
“Penso che la soluzione sia semplice.”, affermò Monica in tono pacato. “Bisogna far sapere al “soggetto” che il signor Altmann è vivo e vegeto. E predisporre una seconda trappola.”
“E come lo informiamo? Con un annunciò sul giornale?”, ribatté sarcastica Kris.
Monica scrollò la testa. “Naturalmente, no. Però potrei recarmi di nuovo all’ambasciata sovietica. Se è vero che Sergej Vadimovic Sokolov non ha creduto al mio “tradimento”, è tuttavia altrettanto vero che davanti a prove chiare non potrebbe che prenderne atto.”
“I casi sono due.”, assentì Baker. “O si convince che lei vuole veramente cambiare bandiera, e perciò le crede; oppure sospetta che sia un tranello, e le crede ugualmente.”
Intervene Forbes. “Nella seconda ipotesi, forse la più probabile, ritengo che il “soggetto” accetterebbe la sfida. A quanto risulta, è molto orgoglioso; inoltre, detesta il signor Altmann.”
E’ in buona compagnia, pensò acidamente Kris Howe.
“Sono d’accordo.”, affermò l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. “E’ un’ottima idea. Occorrono prove, però.”
“Una fotografia.”, disse Monica. “Scattata a sua insaputa, mentre sta leggendo il “Times” di oggi.”
Kris si rese conto che Squire le stava rubando la scena. Provava un misto di irritazione e di ammirazione, e non sapeva quale fosse il sentimento prevalente. Quel giorno, non poteva immaginare che Monica sarebbe salita molto più in alto di lei, fino a diventare quasi un’icona della CIA, al pari di un certo Yarbes che non aveva ancora avuto modo di conoscere.
“Bene.”, disse Forbes, rivolgendosi a Klaus Altmann. “E dove sarà il luogo dell’agguato? E’ giusto che lo scelga lei.”
L’Uomo di Ghiaccio rifletté per alcuni istanti, quindi propose una località.
La riunione era finita e tutti si alzarono.
Adesso toccava a Monica Squire.

Sergej Vadimovic Sokolov, rezident del KGB a Londra, accolse nel suo ufficio la giovane spia americana con un sorriso divertito. Non aveva creduto nella sua fede nel comunismo durante il primo incontro, e non lo credeva nemmeno ora; comunque si sarebbe prestato al gioco, l’avrebbe lautamente ricompensata e sommersa di elogi. Era un Maestro.
Monica venne subito al dunque. Frugò nella borsetta e tirò fuori un’istantanea. La porse all’uomo del KGB. Sokolov scrutò la foto, perplesso. Stavrogin aveva sostenuto di aver eliminato Altmann, e Matrioska non sbagliava mai: che si trattasse di un trucco? Ma a quale scopo? Mentre meditava assorto, Monica si protese verso di lui. “Non sono una stupida.”, dichiarò con calma. “Sono convinta che lei sia estremamente dubbioso sul mio conto… un giorno si ricrederà. Ciò che conta è che quell’orribile nazista non è stato ammazzato. Presto, tornerà a Berlino, e ricomincerà a tessere la sua tela. Questo vi procurerà danni ingentissimi, ma è inutile che io glielo dica. Se  desiderate sopprimerlo…” fece una pausa.
Sokolov la fissò in silenzio. Piccola, impudente, cekista americana! Non gli sarebbe dispiaciuto “arruolarla” veramente. Quando si erano incontrati per la prima volta, aveva pensato che fosse intelligente, anche se inesperta; grazie alla sua conoscenza degli esseri umani, aveva previsto un grande futuro per lei. Corresse in parte quel giudizio. Non sarebbe diventata una “stella” della CIA, per vari versi lo era già. Le restituì la fotografia, ordinò del tè che entrambi sorbirono in silenzio, poi la scrutò attentamente. “Ignoro dove pensa di poter arrivare, ed è vero: non mi fido del tutto di lei; ciò nonostante, in questo momento le credo. Voi siete i campioni dell’inganno e della disinformazione, e quella foto” – la indicò con un dito – “potrebbe essere un’abile falsificazione; ma io ho sempre seguito il mio istinto, pertanto lo seguirò una volta di più. Dove andrà adesso Altmann? A Berlino?”
Monica Squire scosse il capo. “In seguito.”, rispose, deponendo la tazzina. “Prima si concederà una vacanza. Langley si dimostra particolarmente generosa con lui.”
Dove?”, le domandò il rezident.

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GesùBuona Pasqua, amici cari!

“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che tuttavia non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda mestizia lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Tuttavia non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Ciò nonostante, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, tuttavia sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Però Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita ma sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, tuttavia era riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

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Mari libroMarina scrive poesie con un linguaggio immediato e moderno, che colpisce immancabilmente al cuore il lettore. La semplicità con cui sa descrivere i sentimenti, scevra da compiacimenti pseudo-intellettuali, purtroppo spesso troppo presenti in opere di altri autori, permette di cogliere sfumature, stati d’animo, amore, rabbia, gelosia e rimpianti, e in qualche modo di farli propri. Perché nel suo universo sono racchiusi i palpiti e le emozioni che noi tutti viviamo. Marina li sa rendere in modo perfetto, e ogni suo componimento lascia un segno, una traccia visibile nell’animo, simile a un’onda che lambisce uno scoglio o che si riversa su una spiaggia assolata. Poesie da leggere e rileggere per immedesimarsi: gioire con lei, soffrire con lei, sognare con lei. Talvolta, il termine “talento” viene usato a sproposito, ma non certo in questo caso. Marina descrive la vita, così come essa è. E sa trasferire sulle sua pagine incanto e delusione, a seconda dello stato d’animo, che in quel momento l’accompagna. Ecco allora una giornata serena oppure del colore dell’ardesia, uno stupefacente arcobaleno o una gelida notte d’inverno. È un dono raro, che l’autrice possiede. Un dono che renderà più consapevole chi acquisterà questo stupendo libro.

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Kris HoweOcchi sporgenti, espressione da squilibrato, il cranio privo di capelli e deforme, la bocca spalancata in un urlo silenzioso, un braccio scheletrico proteso verso l’alto e mignolo e indice – un mignolo assurdamente lungo – alzati. Freak. Di fianco, una testa rossa, disegnata in un modo che poteva ricordare le sembianze di un animale dei fumetti, un occhio grande e verde, due triangoli sopra e sotto ai quali spiccava un numero ripetuto tre volte: 6, 6, 6.
Kris Howe distolse lo sguardo da quegli ingenui graffiti, che forse nelle intenzioni dell’autore avrebbero dovuto trasmettere un messaggio sinistro ma che invece risultavano divertenti, e scrutò in direzione della porta della Basilica. Si era nascosta dietro a un albero spoglio, sull’altro lato della piazza, la pistola munita di silenziatore a portata di mano.
Vide il russo uscire dalla chiesa e prese la mira.
Il vento si era rafforzato, come quasi sempre a quell’ora, e Kris non udì i passi leggeri che si avvicinavano da dietro. Come evocato dalla breva, il sole si liberò dalle nubi illuminando le alte montagne che circondano il lago.

Il rivelatore di posizione della Bmw aveva funzionato, pensò con soddisfazione la persona venuta da Milano.
Quando un agente segreto agisce all’estero senza copertura diplomatica, a seconda dello Stato in cui si trova, in caso di cattura rischia un processo, la tortura o la morte. E, nella fattispecie, il KGB non può aiutarlo in alcun modo. Tuttavia, esistono agenti e agenti, e per i più dotati il generale Ivan Blochin, responsabile dellla quinta sezione della prima direzione centrale (tra gli Stati di cui si occupava rientrava anche l’Italia), aveva escogitato un metodo rudimentale ma efficace che prevedeva l’intervento di un altro “illegale” residente in quella data nazione. Non c’erano garanzie di successo, ma almeno una piccola speranza di salvezza oppure, in mancanza di meglio, una provvidenziale pallottola che gli impedisse di parlare.
Stavrogin aveva applicato il localizzatore alla macchina, mentre recuperava le armi nel garage di Lecco; in seguito, aveva spedito per corriere a un indirizzo sicuro di Milano il marchingegno atto a captare i segnali trasmessi.
L’emissaria si guardò attorno e scorse una giovane donna che si accingeva a sparare.
Come un’ombra, le scivolò alle spalle.

Esistono varie tipologie di addestramento ed è chiaro che per i corpi speciali e per le agenzie di spionaggio esse risultano estremamente impegnative. Questo vale per il SAS britannico, per la Delta Force americana, per lo SDECE francese, per il Gruppo Alpha sovietico, per il KGB e per altre organizzazioni analoghe.
Stavrogin aveva ricevuto un addestramento Spetsnaz. Ed erano pochi, anche fra i migliori agenti della prima direzione centrale, in grado di portarlo a termine con successo.
Un addestramento Spetsnaz non prevede soltanto marce interminabili con pesanti carichi sulle spalle, tecniche di combattimento, nuoto subacqueo, uso di esplosivi e di IM, acquisizione della resistenza a qualsiasi clima e temperatura, sopportazione di fame, sete e mancanza di riposo.
Questo è solo il primo gradino.
Successivamente, è previsto lo studio del comportamento animale.
In pratica, si assimila l’innata predisposizione, per esempio di un lupo, ad avvertire la presenza di un elemento ostile, in mancanza di un contatto visivo o di un particolare rumore. Ciò accade grazie alla capacità di cogliere la presenza di feromoni. Non è un frutto di magia, bensì di allenamenti ripetuti fino allo sfinimento fisico e psicologico.
Nel contempo, si acquisisce il metodo per ridurre il battito cardiaco, allo scopo di evitare che un agente del SAS o della Delta Force riesca ad applicare le stesse tecniche. In molti romanzi di spionaggio, ai protagonisti vengono attribuite doti straordinarie, però di pura fantasia. La realtà è ancora più sorprendente.
Tutto ciò porta a sviluppare una specie di sesto senso.
Quando Matrioska uscì dalla chiesa “sapeva” che la giovane stava per sparargli. Le concesse tre secondi per prendere la mira e premere il grilletto, poi si abbassò, la pistola saldamente in pugno.
Con sua grande sorpresa, non risuonò alcun colpo d’arma da fuoco.
Esplorò con lo sguardo la piccola piazza. Un uomo vestito con eleganza che stava entrando in un bar mentre scorreva i titoli di un giornale non si era accorto di nulla. A qualche metro di distanza due ragazzini ridacchiavano per quanto avevano appena visto. Una scena divertente!
“Ganza!”, esclamò uno dei due, indicando la silhouette in piedi. “Come nei fumetti.”, convenne l’altro. Lungi da loro il pensiero di soccorrere la bella donna svenuta.
L’americana giaceva al suolo. Una ragazza che dimostrava all’incirca la stessa età l’aveva stesa con un perfetto shime wada, una mossa di judo. Stavrogin la raggiunse. “Mi chiamo Maruska.”, disse lei in russo. Aleksandr non rispose.
“La sopprimiamo?”, domandò Maruska. Era alta e slanciata con folti capelli ramati e occhi di un sorprendente verde. Indossava dei jeans e una felpa sportiva, calzava ballerine nere.
Stavrogin scosse la testa. “L’ordine che ho ricevuto era di uccidere un tedesco. Ho compiuto la mia missione. Non mi interessa eliminare un’agente della CIA. Io torno a Berlino. Comunque il tuo viaggio è stato inutile.”
“Sono in elicottero.”, ribatté lei.
“Bene. Allora non del tutto inutile. Mi porterai a Milano.”
Guardò la donna distesa a terra e fece un sorriso sprezzante. “In ogni caso, se un giorno dovessi morire, non sarà certo a causa di una cekista americana.”

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