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Posts Tagged ‘vendetta’

Dieter HallerIl piano di Dieter Haller era semplice.
Per la verità, non era nemmeno un piano. Avrebbe suonato il campanello e, se Hans Schweinsteiger si fosse trovato in casa, gli avrebbe aperto; in caso contrario, lo avrebbe aspettato davanti alla porta.
Aveva rintracciato il suo indirizzo già da alcuni giorni, ma aveva preferito attendere prima di agire. Erano trascorsi due anni da quando aveva appreso che Hans, o Marcus come adesso si faceva chiamare, si trovava a Londra, perciò una settimana in più non cambiava le cose.
Non c’era un motivo preciso alla base di quella decisione: piuttosto, molti motivi, alcuni dei quali erano probabilmente inconsci, dato che gli sfuggivano. Il sottile piacere che prova il cacciatore durante l’attesa. Il desiderio di conoscerlo, osservandolo da lontano, in modo da inquadrare la sua personalità. Scoprire come viveva, che gusti aveva. Gli piacevano le donne, i cibi sofisticati, lo champagne. Indossava capi eleganti e calzava scarpe italiane. Era di bell’aspetto, in perfetta forma fisica, sicuro di sé, e affascinante come può esserlo un serpente velenoso.
Disponeva di svariate maschere, che utilizzava a seconda delle circostanze. Nel pub che frequentava si poneva come uno sciocco, con le donne era crudele e nelle trattative con i clienti inflessibile. Era intelligente e privo di scrupoli; ma questo Dieter lo sapeva già dalla sera dell’incidente, quando un camionista ubriaco lo aveva investito. Lo aveva preso dal lato del passeggero, però nell’urto un tubo della benzina si era rotto e staccandosi aveva inondato il collettore di scarico surriscaldato. La Bmw aveva preso fuoco. Dieter era sceso dall’auto in tempo, frastornato tuttavia incolume.
Quella sera Elke Wolff era morta a causa di un’overdose. Dieter sarebbe stato pronto a scommettere la sua vita sul fatto che Elke aveva smesso di drogarsi. Purtroppo, quando aveva individuato in Marcus il colpevole, questi aveva già lasciato la Germania. Ma Dieter era molto paziente.
A Londra aveva scoperto che in qualche maniera strana frequentava una famosa cantante e la ragazza con cui la cantante era legata. Le aveva seguite, ma alla fine si era detto che non contavano nulla per Marcus. Egli amava soltanto se stesso.
Si tolse il cappotto e suonò il campanello per la seconda volta.
Marcus non si trovava in casa.
Comunque, prima o poi, sarebbe arrivato.
A un tratto, la sua mente fu attraversata dal pensiero di Elke Wolff. Rivide il suo viso grazioso, rammentò il suo sorriso, la sua dolcezza ma anche la fermezza di cui era provvista. Riassaporò i baci che si erano scambiati nel piccolo monolocale.
Provò una grande pena.
Poi, come una macchina, cancellò Elke dal cervello.
Per scrupolo, suonò ancora una volta, anche se era improbabile che lui fosse in casa.
La porta si aprì.
Marcus lo scrutò, perplesso. Non lo aveva mai visto prima di allora.
Dieter si rivolse a lui in tedesco. Era meglio non fingere di essere un inglese, perché il suo accento lo avrebbe tradito. “Buona sera.”, disse. “Mi chiamo Dieter Haller e un “amico” comune mi ha indirizzato da lei.”
Marcus socchiuse le palpebre. Quell’uomo alto, dalle spalle ampie e dal volto inespressivo, non poteva essere un tossico. “Quale amico comune?”, gli domandò in tono brusco.
“Il signor Peter Lodge.” Lodge era un avvocato, da anni dedito al vizio, e Dieter lo aveva rintracciato grazie al suo contatto di Scotland Yard.
“Bene.”, disse Marcus, senza invitarlo a entrare. “Cosa posso fare per lei?”
“Lodge mi ha garantito che lei è il migliore, forse caro ma assolutamente affidabile. Ho bisogno di una grossa partita di eroina.”
Marcus lo fissò. Quello sconosciuto non era un drogato, si ripeté… piuttosto, un poliziotto? Ma un poliziotto tedesco non poteva fare niente contro di lui. E allora a cosa era dovuta la sua presenza?
“Una grossa partita. Si può fare.”, dichiarò. “Ma perché le serve? Non mi dica per uso personale, perché non le crederei.”
“La venderò a Berlino.”, rispose Dieter. “Naturalmente a prezzo maggiorato. Ultimamente è diventato quasi impossibile mettere le mani su roba buona, di qualità.”
Questo poteva essere vero, pensò Marcus. Ma non era diventato ricco credendo al primo sconosciuto che incontrava. Inoltre il suo intuito raramente lo aveva ingannato, e più passavano i minuti più cresceva in lui la convinzione che Haller fosse un poliziotto.
Rifletté per qualche secondo, quindi prese una decisione. “Vediamoci qui.”, disse. “Fra una settimana a partire da oggi.” Avrebbe interrogato Lodge e svolto altre ricerche: se si fosse sbagliato sul conto di Haller, gli avrebbe venduto la droga; altrimenti… ci avrebbe pensato al momento.
Fece per chiudere la porta, ma Dieter allungò un piede impedendoglielo.
Marcus fu colto di sorpresa, però si riebbe subito. Dunque, aveva ragione: quello era un maledetto poliziotto! Lo guardò, fingendosi stupito.
“Devo parlarle.”, disse Dieter con calma.
“Mi ha già detto tutto, mi sembra, e io le ho risposto. Non si sta comportando in maniera educata.”
“No.”, disse Dieter e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Marcus barcollò, e Dieter lo sospinse nell’appartamento.
Quando furono dentro, si chiuse la porta alle spalle e lo colpì allo stomaco. Marcus si chinò per il dolore, ma un attimo dopo tirò fuori la pistola. Dieter notò che ansimava, però aveva la mano del tutto salda; non tremava minimamente. Anche Dieter era armato, e avrebbe potuto sparargli prima che lo facesse lui, ma non era questo che voleva.
Con un balzo gli fu addosso, lo afferrò per il polso esercitando una forte pressione.
Marcus lasciò cadere l’arma.
Dieter la allontanò con un calcio.
Marcus si scagliò su di lui. Sebbene fosse più basso di statura, era altrettando vigoroso, più giovane e abituato a battersi. A Cannes aveva eliminato quattro persone senza problemi. Prese Dieter per le spalle e lo spinse contro il muro, poi cozzò la sua testa contro quella di Haller. Dieter provò un male atroce. Per un momento gli si offuscò la vista. Marcus gli rifilò una ginocchiata all’inguine. Dieter si piegò in due. Non vide partire il colpo successivo: capì soltanto che gli aveva rotto il naso.
Marcus lo lasciò per andare a recuperare la pistola.
La prese e si girò verso di lui.
Premette il grilletto.
Dieter si scansò con un guizzo disperato. La pallottola lo sfiorò.
Marcus sparò ancora, ma questa volta mancò in pieno il bersaglio.
Dieter si rese conto che non avrebbe sbagliato una terza volta. Si tuffò come un giocatore di rugby e lo trascinò con sé per terra.
La pistola rotolò lontano.
Dieter era tutto indolenzito, respirava a fatica, solamente con la bocca, e aveva la testa in fiamme. Gli passò per la mente il pensiero fugace che era fuori allenamento; da tempo non partecipava più a risse e ormai lavorava praticamente soltanto in ufficio.
Marcus aveva una forza impressionante.
Ebbe rapidamente la meglio nel corpo a corpo e si sistemò a cavalcioni sopra a Dieter, bloccandogli le braccia con le ginocchia. Poi incominciò a strangolarlo.
Intanto, lo fissava con i suoi freddi occhi gialli.
Dieter scorse in quello sguardo il piacere di uccidere.
Marcus si era divertito anche quando aveva costretto Elke a subire l’iniezione; forse si era addirittura eccitato, sebbene non fossero state rinvenute tracce di sperma. Dieter non escludeva che, una volta al sicuro, dopo si fosse masturbato.
Aveva la vista annebbiata e non era più in grado di reagire. Il pensiero di Elke gli diede rabbia, tuttavia non riuscì a trasferire quella rabbia al corpo. Stava per morire. Ciò gli era indifferente.
Però, doveva punire Marcus per quello che aveva fatto a Elke. Diede uno scossone e con uno sforzo inaudito liberò le braccia. Marcus continuava a stringere. Dieter non commise l’errore di cercare di impedirglielo: gli infilò due dita negli occhi. Marcus urlò e allentò la presa.
Dieter lo rovesciò, gli prese la testa e la sbatté contro il pavimento.
Una, due, tre, quattro volte.
Si alzò barcollando.
Provava l’impulso di vomitare, ma prima aveva un compito da svolgere.
Cercò il bagno, lo trovò e si lavò la faccia. Ispezionò i vari armadietti. C’erano spazzolino da denti, tubetto del dentifricio, rasoio, crema da barba, lozioni e profumi assortiti. Forbici, un pettine, lamette di riserva. Dieter si guardò intorno. Era un bagno lussuoso, dotato di ogni comodità. Vasca, box doccia, idromassaggio. In un angolo c’era un ampio armadio. Dieter lo aprì: era vuoto. Corrugò la fronte. Perché un armadio vuoto? Lo esaminò attentamente. Notò che un ripiano era leggermente diverso dagli altri, non perfettamente parallelo ma lievemente obliquo. Tastò con le mani il punto della parete su cui poggiava la parte terminale del ripiano, quindi spinse. C’era un ripostiglio. Conteneva, ordinatamente riposte, siringhe e buste di vario genere e forma. Prese una siringa, controllò il contenuto di alcune buste, che scartò, e infine trovò ciò che cercava. Eroina.
Preparò una dose da cavallo e tornò in soggiorno.
Marcus si stava riprendendo.
“Bene.”, disse Dieter sedendosi vicino a lui. “Adesso ti farò sognare.”
Gli srotolò una manica della camicia e gli iniettò la dose mortale.
Lo fissò e in quegli occhi gialli colse un terrore senza nome.
Bastardo, pensò. Ora sai cos’è la paura. Non si pose il problema di avere infranto la legge: individui come Marcus non meritavano alcuna pietà, e se la giustizia non riusciva a raggiungerli, ebbene esisteva un altro genere di giustizia. Lui, semplicemente, l’aveva applicata.
Poi sentì uno strano rumore, come un mugolio. Proveniva da un’altra stanza. Dieter andò a vedere. Per terra c’era una frusta. Una donna era stesa sul letto con la schiena martoriata; un’altra giaceva al suolo, legata e imbavagliata. Dieter le riconobbe. Non faticò a immaginare quanto era successo.
Liberò Sarah Taverner, quindi indicò Janine Leblanc. “Deve andare subito in ospedale! Anzi, forse sarebbe meglio una clinica privata, opportunamente discreta. Ne conosce qualcuna?”
Sarah lo fissò, perplessa. “Sì, ma perché? E lei chi è? E Marcus?”
“Per l’appunto.”, rispose Dieter. “Sarebbe meglio che nessuno venga a sapere quello che è accaduto qui. Io appartengo alla polizia tedesca. Coraggio: mi aiuti a trasportare quella poveretta. Necessita di cure urgenti.”

Il teatro è stracolmo, il pubblico entusiasta.
Il nuovo cd di Sarah Taverner ha raggiunto il primo posto in tutte le classifiche; è un disco stupendo, e lo merita. Vincerà sicuramente un Grammy Award, e forse più d’uno. Sarah è in forma smagliante: durante il concerto ha dato tutta se stessa, è riuscita a commuovere, a incantare, a sedurre.
Seduta in platea, Janine Leblanc la osserva rapita. Sarah è diventata ancora più brava, ha raggiunto vertici assoluti.
Dopo aver eseguito I love Janine, annuncia un ultimo brano. E’ la canzone che apre il nuovo disco. Sarah non ha mai composto nulla di così straordinario, si dice Janine, pensando a quanto sia bello amarla ed essere da lei riamata. Ormai ha dimenticato le frustate: davvero poca cosa rispetto a ciò che era successo a Berlino. Il suo rapporto con Sarah è tornato quello di un tempo, come quella giornata magica di Bellagio. Sarah si sta rivolgendo al pubblico. Janine la ascolta con attenzione.
“Questa è la storia di una ragazza buona e coraggiosa.” La voce di Sarah si incrina per un attimo. Poi il momento passa. “Si chiamava Elke. A lei è dedicato questo album.”

I LOVE JANINE
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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I love Janine 20“Tu sei pazzo!”, esclamò Sarah.
“E’ possibile.”, ammise Marcus con un sorriso divertito. “Ma questo non modifica affatto la situazione. I casi sono due: o farai strillare per bene Leblanc oppure lei morirà. E non sto scherzando, te lo assicuro. Ho già ammazzato molte persone e una in più non farà alcuna differenza.”
Sarah lo fissò attonita. Quell’uomo era veramente un malato di mente. Forse lei e Janine avrebbero potuto aggredirlo. In due contro uno avevano delle possibilità: entrambe erano giovani e in superba condizione fisica. A frenarla furono gli inquietanti occhi gialli… gli occhi di una belva feroce, pensò con un brivido. Comunque, non avrebbe mai frustato Janine: era fuori questione. Esitò per un attimo, quindi gli assestò una forte spinta. Non lo spostò di un centimetro.
“Ti spedirò in galera!”, gridò, poi si rivolse a Janine: “Andiamocene, tesoro.”
Marcus tirò fuori una pistola da una tasca della giacca e la puntò su Janine. “La ucciderò. Puoi scommetterci tutto quello che vuoi. Ma, se eseguirai i miei ordini, potrà uscire da questa casa illesa.” Rise. “Beh, non precisamente illesa, però viva. E’ questo che conta, no?”
A Sarah Marcus era parso un uomo infido, però intelligente. Possibile che non si rendesse conto che, non appena fossero uscite da lì, lo avrebbero denunciato? Evidentemente era afflitto da mania di onnipotenza o magari contava sul fatto che lei avrebbe lasciato perdere, a causa dei suoi trascorsi. Nel suo album trattava esplicitamente temi legati alla droga, ma un conto era il testo di una canzone, altro ammettere davanti a un poliziotto di averla assunta. Però, se questo era il suo ragionamento, era sbagliato.
Janine tremava. “Forse sarebbe meglio fare come dice.”
Sarah la guardò, incredula. D’altro canto, quali alternative avevano? Rimpianse di aver accettato l’invito di quel folle, ma come avrebbe potuto immaginare un simile delirio? Mitigò il tono della voce. “Sii ragionevole, ti prego.”
Marcus aggrottò la fronte. “Sto per perdere la pazienza.”
Dal soggiorno, assolutamente incongrue, provenivano le note di I love Janine. Sarah fece un sorriso amaro al pensiero che quel disco parlava d’amore.
A malincuore, disse: “E se la frustassi, dopo ci lasceresti andare?”
“Lo giuro.”
Sarah non era ancora convinta.
Poi vide che Marcus incominciava a premere il grilletto.
“D’accordo! D’accordo. Ma metti via quell’arma, per favore.”
Marcus fissò i suoi occhi gialli su di lei. “Stai molto attenta. Ora rimetto in tasca la pistola, ma mi bastano tre secondi per estrarla di nuovo e spararle.”
“Ma perché? Cosa ti ho fatto?” Janine era terrorizzata.
Lui la ignorò e guardò invece Sarah. “Sei una donna vigorosa.”, affermò esaminandola con attenzione. “Perciò da te mi aspetto delle scudisciate altrettanto vigorose. Non provare nemmeno a pensare di fare la furba, me ne accorgerei subito e le conseguenze sarebbero tragiche. Bene, signore: adesso seguitemi.”
Le guidò in una camera da letto arredata in modo moderno, in linea con il soggiorno. Marcus guardò Janine. “Spogliati.”, disse. “Puoi tenere reggiseno e slip. Tutto il resto via.”
Janine era pallida come uno straccio. Obbedì meccanicamente. Nonostante i suoi trascorsi sportivi il dolore fisico la spaventava; inoltre temeva che Marcus non mantenesse i patti. Mentre si toglieva gli indumenti, ripeté a se stessa la domanda che gli aveva posto inutilmente: cosa aveva fatto di male? Niente! E allora perché avrebbe dovuto subire quel supplizio? Non trovò una risposta.
Quando si fu svestita, Marcus le indicò il letto. Era a due piazze, posto in fondo alla stanza, di fronte a un armadio a muro. Le lenzuola dovevano essere state cambiate di recente: emanavano un profumo gradevole ed erano stirate perfettamente. “Stenditi.” Janine obbedì, mettendosi a pancia in giù. Marcus le legò i polsi alla testiera, quindi consegnò la frusta a Sarah. “Procedi.”
Sarah fissò lo scudiscio, angosciata. Sebbene sapesse di non avere scelta, tutto il suo essere si ribellava all’idea di fare del male a Janine. Era un corpo che amava, che in lei evocava piacere, passione, dolcezza: come avrebbe potuto straziarlo? E in seguito questo non avrebbe forse influito sui loro rapporti? Sarebbe stata come un’ombra cupa destinata ad aleggiare per sempre fra loro. Un ricordo disgustoso, impossibile da cancellare.
Marcus si portò vicino al letto. “Cinquanta frustate.”, specificò. “Le prime trenta sulla schiena, le altre sulle gambe.”
“Ma così morirà!”, protestò Sarah esterrefatta.
“Non credo.”, ribatté lui. “E una donna atletica. E comunque se le merita tutte! Ad ogni modo, l’alternativa è una morte certa. Forza, comincia!”
Sarah scosse la testa, stolidamente. “Non posso. Non ci riesco.” Lasciò cadere la frusta.
“Raccoglila immediatamente!”, sibilò Marcus.
“Ti prego, Sarie, fai quello che ti dice.” Janine capiva il suo conflitto interiore, ma non esistevano alternative: doveva frustarla.
Sarah si chinò e riprese lo scudiscio. Lo saggiò, flettendolo nell’aria, poi vibrò la prima frustata. Fu talmente debole che Janine non emise il minimo gemito.
Marcus parlò con voce gelida. “Ascoltami bene, Taverner: se la seconda frustata sarà simile a questa, interromperò il nostro gioco. A quel punto, sai bene cosa succederà.”
Sarah lo fissò con odio. “Sei una schifosa carogna!”.
L’uomo non si degnò di ribattere.
Sarah calò con forza la frusta.
Janine urlò.

Dieter Haller si era procurato una pistola a Soho. Era una vecchia Browning nove millimetri e l’aveva pagata il doppio di quanto valeva. In ogni caso, andava più che bene.
Raggiunse lo stabile a piedi. Imbruniva e si stavano accendendo le prime luci. Dieter si strinse nel cappotto; spirava un forte vento di tramontana.
Fece per aprire la porta, ma era chiusa.
Per entrare occorreva possedere la chiave oppure suonare al citofono.
Esaminò i nomi degli inquilini e provò con una certa signora Thompson. Nessuno rispose. Passò a Valance con lo stesso esito. Al terzo tentativo, il signor Graeves gli domandò cosa voleva. L’inglese di Dieter era buono, tuttavia l’accento era inconfondibilmente tedesco.
Graeves non aveva un buon carattere. Lo mandò al diavolo.
Dieter perse la pazienza.
Si guardò attorno e vide che in quel momento non c’era nessuno.
Forzò la serratura ed entrò.
Salì a piedi, fermandosi a ogni piano per controllare le targhette. Sapeva che non doveva cercare Hans Schweinsteiger, bensì Marcus Thomas. Sapeva molte altre cose. Quando Hans Schweinsteiger aveva lasciato la Germania, si era inizialmente recato in Austria, quindi in Italia e infine in Francia. Poi era sembrato svanire nel nulla, come un fantasma.
Se Dieter avesse potuto occuparsene a tempo pieno e in via uficiale non avrebbe avuto problemi a trovarlo. Ma era costretto a indagare durante le ore libere dal lavoro, che con il progredire della carriera erano sempre meno, e senza alcun aiuto da parte dei colleghi. Era una faccenda privata che riguardava lui solo. Per questo aveva perso le sue tracce a Cannes, dove Hans probabilmente aveva ucciso quattro balordi.
Due anni dopo, però, un vecchio amico che apparteneva a Scotland Yard lo aveva informato che Hans si era trasferito a Londra e che prosperava negli affari.
Dieter aveva atteso altri due anni, poi si era preso una vacanza.
E adesso era soltanto questione di minuti.

Alla quinta scudisciata Janine desiderò ardentemente di perdere i sensi. Si morse la lingua per non implorare pietà. Era una situazione grottesca e paradossale. Sarah la stava frustando contro la sua volontà e lei non poteva supplicarla di smettere perché, se ciò fosse avvenuto, sarebbe morta. Le due sferzate successive furono meno forti, ma Marcus se ne avvide e dichiarò che quello era il suo ultimo avvertimento.
L’ottava le sembrò di una violenza inaudita. Janine incominciò a pensare che, in un caso o nell’altro, non sarebbe sopravvissuta. Cinquanta frustate assestate con forza potevano uccidere una persona, e lei stava già impazzendo per il dolore.
Cercò invano di estraniarsi, di portare la mente altrove, lontana dal corpo. Stando a quanto affermava uno scrittore di cui non ricordava il nome, era un buon metodo per ignorare la sofferenza: peccato che funzionasse soltanto nei romanzi d’avventura. A ogni nuova frustata il dolore diventava sempre più devastante. Si sentì soffocare dal panico.
Alla dodicesima, non riuscì più a trattenersi. “Sarie, ti prego, basta! Non ce la faccio più. Preferisco morire.”
Sarah si fermò. La tentazione di gettare la frusta era fortissima, ma sarebbe stato un grave errore. Lanciò un’occhiata a Marcus e quello che vide la disgustò. Era visibilmente eccitato. Aveva una mano nei pantaloni, probabilmente si stava masturbando. Distolse lo sguardo e sfogò la sua rabbia imprimendo tutta la potenza fisica che aveva nella nuova scudisciata. Era come se in quel momento non ragionasse più.
L’urlo disperato di Janine le straziò il cuore.
Si accasciò sui talloni, incapace di proseguire.

Elke era uscita dal negozio ansiosa di incontrare Dieter. Da un lato, era ancora spaventata perché sapeva che l’uomo dagli occhi gialli era spietato, e lei aveva osato sfidarlo; da quell’altro, desiderava essere baciata, accarezzata, amata. Si sarebbero visti dopo cena. Aveva preparato una torta per lui. L’avrebbero mangiata, avrebbero chiacchierato allegramente, tenendosi per mano, e poi sarebbero andati a letto assieme. Non vedeva l’ora.
Mentre camminava, diretta a casa, decise di non parlargli dell’incontro di quella mattina. In fondo, era una sciocca a preoccuparsi. Dieter aveva già molti problemi, infiniti casi da risolvere, era inutile angustiarlo. Hans Schweinsteiger non le aveva forse detto che stava per lasciare la Germania? Sicuramente aveva già venduto quella partita di droga, perciò non avrebbe più pensato a lei.
Scacciò dalla mente Hans per riportare la sua attenzione su Dieter. Elke non aveva mai amato prima di allora e, malgrado fosse di indole fredda, anche lui la amava. Le piaceva fantasticare, immaginando stupendi scenari che contemplavano una graziosa casetta provvista di un bel giardino, lei, Dieter e due bambini, un maschietto e una femminuccia. E poco importava se sarebbero rimasti solo sogni; ciò che contava era il presente che la vedeva felice. E poi perché porre limiti ai propri desideri? Una sera Dieter aveva fatto vaghi accenni al loro futuro, pertanto era possibile che le sue aspettative si avverassero.
Non nevicava più e anche la pioggia aveva smesso di cadere, però le strade erano tutte bagnate. Elke camminava in fretta, dato che faceva molto freddo.
Arrivò davanti al portone e frugò nella borsetta per cercare la chiave.
La infilò nella serratura.
Entrò nell’atrio.
Una mano si posò sulle sue spalle.
Il viso di Elke si illuminò di gioia. Dieter le aveva fatto una sorpresa ed era arrivato in anticipo. Non c’era granché in frigorifero, si disse preoccupata. Beh, se la sarebbe cavata con un buon piatto di salsicce e patate. Senza contare la torta.
“Buona sera, fraulein.”
Ma quella voce non apparteneva a Dieter.

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I LOVE JANINE 16

Elke6I due uomini comparvero quando cominciò a piovere.
Erano ubriachi.
Come tutte le prostitute dotate di buon senso, Elke avrebbe dovuto avere nella borsetta una bomboletta antiaggressione, un coltello o almeno un paio di forbici affilate, ma non aveva mai ritenuto di averne bisogno.
Non aveva paura degli ubriachi. Benché fosse piccola e minuta, sapeva come trattarli: se proprio era indispensabile, non esitava a prenderli a calci nei testicoli oppure a mirare agli occhi con le unghie; ma in genere non era necessario. Per metterli in riga spesso bastava una battuta scherzosa o un rimprovero. Male che andasse, era costretta a concedersi gratuitamente, però le era successo di rado, anche perché l’alcool di norma inibisce la risposta sessuale. Le incutevano maggior timore donne come Erna e Monica, dato che erano insensibili al suo fascino e comunque più crudeli della maggioranza dei maschi.
L’uomo più grosso la spintonò rudemente.
Elke disse: “Fate i bravi, ragazzi! Andate a nanna: è tardi e avete bevuto troppo.”
Il secondo ubriaco era basso e smilzo, ma aveva la faccia cattiva.
Tirò fuori un coltello.
Elke indietreggiò fino a trovarsi con le spalle rivolte al muro che delimitava un deposito di legname. Capì che entrambi avevano superato lo stadio della sbornia allegra. Non erano lì per scherzare, magari in maniera volgare, né per per una sveltina, posto che fossero in grado di avere un’erezione.
“Schlampe!”, biascicò l’uomo grosso.
“Dacci i soldi!”, le intimò lo smilzo.
Elke lo fissò in silenzio.
“I soldi!”, ripeté lui. “Altrimenti ti sfregio quel bel visino, così nessuno ti vorrà più.”
Elke iniziò a preoccuparsi seriamente. Si rendeva conto che non aveva a che fare con degli ubriaconi litigiosi: quelli erano due malviventi. Si guardò attorno nella speranza che ci fosse qualcuno nei paraggi: Dolf, il suo protettore, che tuttavia si faceva vedere soltanto una volta alla settimana, o preferibilmente un poliziotto, oppure un passante. Ma non scorse anima viva.
Lo smilzo appoggiò la lama del coltello sul suo volto, a pochi centimetri di distanza dagli occhi.
Elke trasalì.
Non c’era la luna, e ampi tratti della strada erano avvolti nell’oscurità. Tese le orecchie ma non sentì rumore di passi, voci di uomini, il rombo del motore di una macchina: si udiva solo il suono monotono della pioggia che cadeva. Rimpianse che Louise non fosse lì con lei. Si era ammalata un mese prima e da allora non l’aveva più rivista. Avrebbe voluto andare a trovarla, ma non sapeva dove abitava; Louise era una donna taciturna e riservata, però di buon cuore. Soprattutto era alta un metro e ottanta e non aveva paura nemmeno del diavolo.
Prese in considerazione l’idea di cedere. Quella sera non aveva incassato molto, ma non si fidava a lasciare a casa ingenti somme di denaro, perciò aveva con sé parecchi soldi: i guadagni delle ultime cinque notti. Dolf probabilmente non le avrebbe creduto e l’avrebbe picchiata. Sempre meglio, comunque, di essere sfregiata.
Tuttavia non era convinta. Una parte di lei si ribellava alla prospettiva di venire derubata. Avrebbe potuto scappare, era agile e veloce. A causa dell’alcool ingurgitato, i due sicuramente non avevano i riflessi pronti e ciò le avrebbe permesso di sfuggirgli. E se l’uomo con il coltello l’avesse sfregiata prima che potesse allontanarsi? Si sarebbe chinata di scatto, pensò, mettendosi fuori dalla portata dell’arma. Poi sarebbe corsa via. Un ricordo la frenò. Era esattamente quello che aveva tentato di fare un giorno in prigione, durante l’ora d’aria. Ma Erna aveva infilato un piede fra i suoi, e lei era ruzzolata al suolo. Malgrado i riflessi appannati, anche lo smilzo avrebbe potuto farle lo sgambetto. Inoltre, in carcere non aveva avuto alternative: o fuggire o prenderle. Adesso, invece, se avesse obbedito, non le avrebbero fatto del male.
La lama si avvicinò agli occhi.
Elke rabbrividì. Perdere la vista era quanto di peggio potesse immaginare. Se l’avessero sfigurata si sarebbe disperata, ma se fosse rimasta cieca forse si sarebbe uccisa.
“Forza, sbrigati!”, sbraitò lo smilzo.
“D’accordo.”, si arrese lei a malincuore. I soldi naturalmente non erano nella borsetta, e questo lo smilzo doveva averlo intuito, altrimenti gliela avrebbe già strappata di mano. Elke li nascondeva nella fodera del cappotto e negli stivali. Si accinse a toglierli, augurandosi che Dolf si limitasse a picchiarla con le mani e che non usasse il frustino che portava sempre con sé. Sebbene non fosse un uomo completamente malvagio, quando pensava che volessero imbrogliarlo Dolf perdeva il lume della ragione. La povera Ingrid era finita in ospedale perché aveva cercato di ingannarlo, dichiarando di aver guadagnato la metà di quanto invece aveva incassato. Le cinghiate erano terribilmente dolorose – anche Elke le aveva sperimentate in un’occasione -, ma al momento era il coltello dello smilzo che la terrorizzava.
Trasse un profondo respiro e si sfilò gli stivali. Forse si sarebbero accontentati di una parte del denaro. In questo modo, Dolf si sarebbe infuriato di meno. Però c’era la possibilità che la perquisissero. Che reazione avrebbero avuto, se avessero trovato anche gli altri soldi? Decise che era meglio non rischiare. Avrebbe consegnato l’intera somma.
Lo smilzo si abbassò per frugare negli stivali.
Poi tutto si svolse così rapidamente che Elke non comprese cosa stava accadendo.
Un’ombra emerse dall’oscurità. Un istante dopo, lo smilzo finì a terra con un grido di dolore; fu quindi la volta dell’uomo grosso.
Il nuovo venuto torreggiò su di loro.
I due si alzarono e fuggirono.
Lui li lasciò andare e si rivolse a Elke.
“Come stai?”, le domandò.
Era Dieter.

Dieter le cinse le spalle con un braccio e l’accompagnò a casa.
Mentre Elke si riprendeva dallo spavento, fu lui a stappare due lattine di birra e a tagliare ciò che rimaneva della torta.
“Mi dispiace per ieri sera.”, dichiarò. “Non avrei dovuto andarmene senza salutare, e infatti è stato un comportamento strano: generalmente sono calmo e razionale. Solo che… solo che con quelle parole mi hai colto alla sprovvista.”
Era una spiegazione poco convincente, si disse Elke: Dieter non era il tipo d’uomo che si faceva cogliere alla sprovvista; le ragioni erano diverse. Lui era pur sempre un poliziotto e aveva reagito così perché aveva reputato sfacciata la sua proposta.
“Probabilmente non ti piaccio.”, replicò lei, pur sapendo che non era vero. Non era difficile interpretare gli sguardi degli uomini e, a parte questo, per quale altro motivo sarebbe tornato? Cionondimeno si rendeva conto che erano separati da un muro assai più alto di quello che un tempo aveva diviso Berlino. Senza contare che Dieter poteva nutrire dubbi più che giustificati sul suo stato di salute, e che non esisteva una maniera elegante per rassicurarlo, anche se era certa di essere perfettamente sana, grazie ai controlli periodici cui si sottoponeva.
Si alzò dal divano e si sedette a tavola, al suo fianco. Dieter taceva, assorto. “In ogni caso, adesso siamo uno a uno.” Elke sorrise. Rivederlo le dava un grande sollievo. “Anche se a dire il vero io mi sono limitata a medicarti, tu invece mi hai salvata da quei due farabutti. Se mi avessero derubata, avrei visto le stelle!”
Dieter le lanciò un’occhiata perplessa.
“Dolf.”, spiegò lei. “Mi avrebbe picchiata o forse frustata.”
Gli occhi di Dieter assunsero una luce fredda. “Ora basta!”, disse in tono pacato ma fermo. “Non voglio più sentir parlare di queste cose: Erna e Monica che ti seviziano, Dolf che ti picchia… ma che vita è? C’è un unico modo per evitare che tali fatti si ripetano. Domani lascerai questo monolocale; ne ho trovato un altro, quasi in centro, provvisto del bagno. E dopodomani incomincerai a lavorare come commessa: ho garantito io per te.”
Elke lo fissò. Provava la stessa sensazione di calore della notte precedente, però molto più forte. Dieter stava per cambiare la sua esistenza. Un’abitazione più confortevole, un impiego onesto; ma naturalmente c’era dell’altro.
Lo desiderava.
Cercò di rintracciare nelle pieghe della memoria quando era stata l’ultima volta che aveva desiderato un uomo, e non si sorprese, scoprendo che non lo ricordava. In carcere aveva avuto dei rapporti sessuali con altre detenute, ma quasi tutti imposti, e di essi le rimaneva solo una sensazione di disgusto. Con i clienti si trattava soltanto di lavoro, e certo non piacevole. Rammentò fugacemente un ragazzo italiano. Aveva profondi occhi neri e un’innata allegria, sebbene avesse dovuto abbandonare il sole della sua terra, la famiglia e gli amici. Però, era un ricordo molto lontano.
“Inoltre”, proseguì Dieter dopo un momento, “non è assolutamente vero che non mi piaci. Intravedo in te un grande potenziale, e poi sei veramente graziosa. Il problema è un altro ed è dovuto alla mia professione. Io non ho orari, ho pochissimo tempo da dedicare alla vita privata. Per questo non mi sono mai legato a una donna. Potrei invitarla a cena e cinque minuti prima disdire l’invito, prometterle una vacanza e non mantenere l’impegno. E da un giorno con l’altro potrei anche semplicemente scomparire per sempre. Ho molti nemici.”
Esitò per un istante, quindi aggiunse: “In realtà, una donna c’è stata. E’ da tanto che non ne parlo. Comunque, Sonngard è mancata.”
Si interruppe e Elke rispettò quel silenzio; ogni domanda sarebbe stata inopportuna. Tuttavia quelle parole confermarono ciò che aveva intuito forse fin dal primo momento: Dieter era sì freddo, duro e intransigente, ma anche capace d’amare. Si chiese com’era Sonngard. Bionda o mora? Alta o piccola? Dolce e tenera oppure determinata e caparbia? E perché era morta? Ma erano pensieri inutili.
Disse: “Io non so esprimermi bene. In caso contrario, avresti capito con esattezza cosa intendevo dire ieri notte. Peraltro, non vado in cerca di certezze. Quelle le avevo da bambina, quando c’era ancora mio padre. Vivevamo in una bella casetta, alla domenica la mamma preparava polpette e currywurst con una montagna di patate, e poi un delizioso apfelstrudel. Io ero molto felice. Tutto è andato storto da quando lui si è ammalato. Eppure era un uomo così vigoroso!”
Scosse la testa come per allontanare quel triste ricordo, e inaspettatamente sorrise.
Dieter la trovò incredibilmente attraente. Quando sorrideva non era soltanto graziosa: diventatava bella, di una bellezza speciale.
Elke si alzò per prendere altre due birre. Le versò nei boccali, quindi lo guardò negli occhi. “Non mi bucherò mai più e non ti farò pentire di aver convinto il tuo amico ad assumermi. Mi credi?”
Dieter annuì.
Lei si protese verso di lui.
Dopo un attimo di esitazione, Dieter la baciò.
Inizialmente fu un bacio solo di labbra.
Poi lei dischiuse la bocca e le lingue si incontrarono. Elke provò un fremito di passione talmente intenso che i suoi occhi si colmarono di lacrime. Dieter se ne avvide. “Perché piangi?”, le domandò con un’espressione allarmata che la riempì di gioia.
“Perché sono felice!”
Lui cercò nuovamente la sua bocca.
Ma Elke non poteva aspettare; anche un minuto di più sarebbe stato troppo. Lo trascinò sul divano. Con gesti febbrili si spogliarono. Quando lo sentì dentro di sé, Elke ebbe quasi paura: nonostante la sua vastissima – e purtoppo sgradevole – esperienza in materia, non avrebbe mai immaginato che potesse essere così grosso e così duro. Dieter si comportava con estrema dolcezza; ma quella sarebbe andata bene dopo, pensò lei: si avvinghiò a lui e fece in modo che che l’intensità diventasse quasi insostenibile.
Vennero insieme.
Elke si girò per nascondere il viso, tuttavia Dieter si accorse che piangeva ancora. Non riusciva a comprenderne la ragione. Era piaciuto moltissimo a entrambi e allora…
“Perché?”, le chiese di nuovo.
Elke si asciugò le lacrime con una mano e gli accarezzò il volto.
“Perché non hai messo… non hai messo niente!”

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I LOVE JANINE 15

Dieter HallerUna settimana dopo, all’incirca alla stessa ora, Dieter parcheggiò la sua Bmw sulla strada dove era stato aggredito, prima di incontrare Elke. Non era sicuro di trovarla e, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo dire perché era tornato lì. Questo contrastava con la sua mentalità razionale, ma non era interessato a indagare oltre.
Con sé aveva una torta e due grosse salsicce.
Scese dalla macchina e si guardò attorno. La via pareva deserta, però c’erano molti punti non illuminati, perciò non avrebbe potuto escludere che lei ci fosse. O forse, pensò, in quel momento si era appartata con un cliente. Storse la bocca: disapprovava quel genere di vita, lo considerava indegno e avvilente.
Indugiò per alcuni minuti, mosse qualche passo, poi si riavvicinò alla macchina. Era una notte limpida e stellata, ma faceva molto freddo. Spirava un forte vento. Probabilmente Elke era già andata a dormire. Dieter stava per risalire sull’auto, quando all’improvviso la vide.
Sbucò dal buio, come la volta precedente
Elke non sembrò sorpresa di rivederlo. Gli rivolse un sorriso e si avviò verso casa. Dieter la seguì. Quando entrarono nel monolocale le consegnò la torta e le salsicce, e lei rise. Apparecchiò la tavola, tagliò la torta e mise a cuocere le salsicce. Prese due lattine di birra e le versò in due grandi boccali, poi affettò il pane. Dieter la osservava in silenzio.
Dieter era un uomo strano, pensò lei: era cupo, tetro, privo di umorismo, tuttavia anche premuroso, sebbene a modo suo. Dava una sensazione di forza: una donna con lui si sarebbe sentita protetta. Si vestiva in maniera elegante, ma non ricercata, e aveva una bella macchina; però non portava fiori o champagne bensì salsicce. Avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma sapeva che non avevano un futuro; era meglio non indulgere a sogni inutili.
“Ti piace la musica?” gli domandò.
“Amo molto Wagner.”, rispose lui.
Elke lanciò un’occhiata sconsolata ai quindici o sedici cd che possedeva (il suo preferito era Jagged Little Pill), passandoli mentalmente in rassegna; alla fine stabilì che era meglio lasciar perdere: dubitava che li apprezzasse.
Mangiarono senza parlare. Dieter la scrutava in modo strano. A un tratto disse: “Mostrami le braccia.”
Elke lo guardò sorpresa, quindi scosse la testa. “Non occorre.”, ribatté. Trasse un sospiro. “Avevo smesso. Avevo smesso grazie alla forza di volontà, e ti posso assicurare che non è stato facile. Eppure ci ero riuscita, ed ero fiera di me stessa. Poi in prigione…”
In carcere aveva commesso un errore, gli raccontò, confidandosi con un’altra detenuta. Erna fingeva di esserle amica, ma in realtà la odiava. Un giorno, mentre faceva la doccia, Elke era stata circondata da Erna e da altre tre donne; l’avevano immobilizzata e Erna le aveva iniettato una dose nelle vene. Una guardia aveva assistito indifferente alla scena. La vita di Elke era diventata un inferno, si era indebitata per procurarsi l’eroina e, dato che non era in grado di restituire i soldi, l’avevano picchiata selvaggiamente. Quando era uscita di prigione, avevano continuato a perseguitarla, perché nel frattempo anche Erna e Monica avevano finito di scontare la pena; ma adesso finalmente aveva saldato il debito. Voleva smettere, smettere definitivamente, ma forse non aveva più la forza per farlo.
“Io sono convinto di sì.”, disse Dieter. “Se ci sei riuscita una volta, puoi riuscirci ancora. Inoltre…” Si interruppe come per riordinare le idee. “Inoltre”, proseguì dopo un attimo, “devi trovarti un lavoro onesto. Non voglio vederti gettare al vento la tua vita. Sei giovane, intelligente: puoi costruirti un futuro migliore.”
Lei aprì la bocca per obiettare, per ripetergli che nessuno era disposto ad assumerla, visti i suoi precedenti; ma Dieter la bloccò con un cenno della mano. “Ci penserò io.”, affermò. “Un mio amico è il proprietario di una boutique e ha bisogno di una commessa.”
Non sapeva nemmeno lui perché aveva pronunciato quelle parole. Elke era una prostituta, una tossica, un’anima persa, e Dieter non aveva mai provato compassione per donne di quel tipo. Certo: erano più pericolosi gli assassini, i ladri, gli spacciatori; cionondimeno le sgualdrine e le drogate rappresentavano la feccia della società, e meritavano soltanto disprezzo e biasimo. Ma in Elke c’era qualcosa di diverso: la luce che traspariva dal suo sguardo, il sorriso allegro con cui lo aveva accolto, la risata divertita quando aveva visto le salsicce… e la malinconia che aleggiava nei suoi occhi. Non erano chiari, come gli erano parsi all’inizio, ma castani con delle pagliuzze dorate, ed erano dolci, profondi. Rivelavano sincerità, coraggio, sensibilità. Elke aveva il diritto, anzi il dovere, di cambiare corso alla sua esistenza.
Elke gli sfiorò una mano. Provava una sensazione di calore. Erano anni che nessuno si preoccupava per lei. “Per te è gratis, se vuoi.”, disse impulsivamente.
Fu un errore, e lei lo capì subito.
Dieter ritrasse bruscamente la mano, si alzò e uscì dal monolocale senza salutarla.
Elke si sarebbe presa a schiaffi. Non era quello che avrebbe voluto dirgli, aveva parlato a vanvera, a causa dell’emozione. Un lavoro onesto, basta droga, una nuova vita: le era sembrato un sogno.
Ma ora sapeva di averlo offeso ed era certa che non l’avrebbe più rivisto.

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I LOVE JANINE 14

ElkMarcus consultò l’orologio e prese atto che Janine non sarebbe andata da lui. Si alzò dal divano per versarsi da bere. Era un fatto strano, ma non del tutto sorprendente. Strano, se pensava al trasporto con cui lei aveva fatto l’amore, alla passione, alla sensualità quasi selvaggia che aveva rivelato, agli sguardi adoranti che gli aveva rivolto. Non del tutto sorprendente, perché sospettava che ci fosse di mezzo Sarah Taverner.
Sarah l’aveva vista nuda in casa sua, come lui aveva fatto in modo che accadesse, e rosa dalla gelosia si era successivamente recata da lei. Quella mattina o quel pomeriggio, non faceva differenza. Evidentemente era riuscita a convincerla a riprendere la loro storia, e questo Marcus non l’aveva previsto: perciò era contrariato.
Secondo i suoi piani, le cose sarebbero dovute andare diversamente. Aveva immaginato la reazione di Sarah, tuttavia non l’arrendevolezza di Janine, non così immediata almeno. Sebbene fosse un ottimo psicologo, l’aveva sopravvalutata considerandola più forte e risoluta di quello che era. Questo lo rendeva perplesso, dato che generalmente non sbagliava mai. Si figurò l’incontro fra le due donne, chiedendosi a quali mezzi fosse ricorsa la cantante: aveva pianto, l’aveva implorata? Lo escludeva. Non era quel tipo di persona. Probabilmente aveva fatto leva sui molti ricordi condivisi, l’aveva avvolta in una tela impalpabile fatta di miele e di tenerezza o forse l’aveva sedotta, trascinandola a letto. Comunque fosse, la debole Janine aveva ceduto, e ora Marcus avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Andare a letto con Janine Leblanc era stata un’esperienza impagabile, ma egli voleva di più, molto di più. Le voleva entrambe e assieme. Solo allora sarebbe stato soddisfatto.
Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla fantasia. Sarah avrebbe succhiato i capezzoli di Janine, Janine l’avrebbe leccata in mezzo alle gambe; una delle due – non importa quale – avrebbe posseduto l’altra con il dildo che si era procurato. E poi… le avrebbe amate ambedue.
Però, Janine l’aveva tradito: doveva essere castigata. Con un fremito di eccitazione la immaginò mentre si contorceva per il dolore. Questo sarebbe accaduto dopo, naturalmente, e a infliggerle una sofferenza atroce non sarebbe stato lui, bensì Sarah. Marcus “sentiva” che Sarah Taverner non sarebbe più ricorsa alla droga. Non c’erano elementi certi per prevederlo, soltanto il suo intuito, che gli suggeriva che avrebbe dovuto ricorrere ad altri metodi per indurla a seviziare Janine. D’altro canto, anche se Sarah avesse avuto un disperato bisogno di eroina, non l’avrebbe mai torturata allo scopo di ottenerla. Ma questo era ininfluente.
Inserì I love Janine nel lettore e trasse un profondo sospiro.
Si sbottonò i pantaloni con la fronte imperlata di sudore.
Iniziò ad accarezzarsi.
Sapeva che esisteva un modo infallibile per costringere la cantante a eseguire i suoi ordini, per obbligarla a martoriare il corpo dell’altra, facendola urlare e invocare pietà.
Tale consapevolezza lo portò in breve tempo all’orgasmo.

Janine giaceva sul letto in preda all’ansia.
Accanto a lei, Sarah dormiva serenamente.
Malgrado avesse ricevuto, e dato, piacere, Janine si sentiva ancora confusa. Aveva fatto la scelta giusta? Non avrebbe rimpianto Marcus? Fino a quella sera la sua esistenza in fondo era stata semplice. Non si era mai trovata davanti a un bivio; quando aveva deciso di legarsi a una donna, si era sentita intrepida e coraggiosa, dato che in molti l’avrebbero disapprovata: ma l’unica persona che avrebbe potuto fermarla – suo padre – ormai non c’era più, e il parere degli altri non contava nulla per lei.
Amava ancora Sarah? La amava veramente? O aveva ceduto alla libidine? Nonostante avesse fatto da poco l’amore con lei, provava ancora del risentimento nei suoi confronti. Non poteva scordare la mattina in cui l’aveva lasciata, e la maniera sprezzante con cui si era comportata. Ma anche se avesse voluto vendicarsi, non ci sarebbe riuscita: se avesse detto a Sarah che non voleva più stare con lei, questo non l’avrebbe distrutta. Sarah avrebbe lottato, non si sarebbe arresa e, quando avesse infine capito che la sua era una battaglia persa, non si sarebbe disperata; avrebbe cercato conforto in qualche paradiso artificiale o magari avrebbe riprovato con Susan Driver, e forse questa volta sarebbe andata bene.
Si rigirò nel letto. Il basket era così semplice! Certo: esistevano mille schemi, mille tipi di difesa, comunque alla fine vinceva chi aveva segnato un canestro di più. La vita era molto più complicata.
Si rese conto che quelli erano pensieri meschini. Non desiderava vendicarsi, voleva che Sarah fosse felice.
Però aveva paura.
Alla fine si assopì, ma era un sonno inquieto popolato da sogni sgradevoli. Poi avvertì che qualcuno le stava accarezzando dolcemente i capelli; dopo un momento capì che era Sarah e nel dormiveglia sorrise.

Dieter Haller consumò una cena leggera nel ristorante dell’albergo. Pioveva ancora, pertanto rinunciò a fare quattro passi e tornò in camera. Si sedette sul letto e tirò fuori dal portafoglio la foto di Elke.

Quando aveva ripreso i sensi per un lungo momento non aveva ricordato dove si trovava, né perché fosse stato aggredito. Aveva un male atroce alla testa e una profonda ferita all’orgoglio: prima di quella notte nessuno lo aveva mai sorpreso alle spalle e non avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere. Era una situazione umiliante. Si tirò su a fatica, poi barcollò.
“Hai bisogno di una bevanda calda e di due aspirine.”
La donna era emersa dal buio, come un fantasma. La luce di un lampione gli permise di scorgere il suo viso. Era graziosa, non bella. Bionda. Gli occhi forse erano chiari; era piccola e minuta.
“Come ti chiami?”, le domandò.
“Elke.”, rispose lei. “Seguimi. Abito qui vicino.”
Faceva molto freddo; era una classica notte invernale berlinese. Dieter guardò l’orologio. Le quattro del mattino.
“Ho finito di lavorare.”, disse Elke, senza un motivo preciso. Si incamminò e Dieter le andò dietro. “Hai visto chi mi ha colpito?”
Lei si voltò. “Certo.”, disse. “E’ stato un poliziotto. Lo conosco: è un bastardo, si chiama Karl.”
Dieter annuì. Karl era un agente corrotto. La disciplinare non era riuscita a raccogliere prove sufficienti per incriminarlo, e Dieter aveva deciso di occuparsene di persona. Karl era scaltro, però quella notte aveva commesso un grave errore: avrebbe dovuto ucciderlo. Probabilmente era stata questa la sua intenzione, ma la presenza di Elke glielo aveva impedito. Adesso avrebbe cercato di espatriare, ma Dieter non gliene avrebbe dato il tempo.
Percorsero una stradina buia. Dieter si accorse che stava sanguinando. Elke sembrò avergli letto nel pensiero.
“Siamo arrivati.”, disse. “Ora ti medicherò.”
Elke abitava in un modesto monolocale, situato al secondo piano di un vecchio stabile. C’era un angolo cottura ma non il bagno, che era fuori sul ballatoio. I mobili erano dozzinali, tuttavia l’ambiente era caldo e confortevole, oltre che assolutamente lindo. Fece sedere Dieter, esaminò la ferita e disse: “Niente di grave.” Prese dell’ovatta e una boccetta di alcool. Aveva le mani molto delicate. Lo medicò, poi gli porse le aspirine.
“Grazie.”, disse Dieter. La guardò. Elke gli stava sorridendo, ma nei suoi occhi c’era una luce triste. “Perché non ti cerchi un lavoro normale?”, le chiese.
“Quando potrò andarmene da qui lo farò.”, rispose lei. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Sono stata dentro, perciò nessuno mi vuole assumere.”
“Perché?” Il tono di Dieter fu più brusco di quanto volesse.
“Ho rubato in un supermercato e mi hanno presa. Avevo fame.” Il sorrise si spense. “Se avessi saputo quello che mi attendeva in prigione, mi sarei tenuta la fame.”
Dieter poteva immaginare cosa le era successo in carcere. In linea di principio, lo trovava giusto: era come una punizione aggiuntiva, e i criminali la meritavano. Ma Elke non aveva l’aspetto di una criminale. Distolse lo sguardo. Sicuramente era stata violentata, picchiata, umiliata; eppure non gli sembrava indurita: piuttosto, era rassegnata, amareggiata, e certamente mentiva a se stessa pensando che un giorno le cose sarebbero cambiate. Ma forse quell’illusione la aiutava a vivere.
Dieter si alzò. Doveva tornare immediatamente alla centrale e predisporre l’arresto di Karl.
Ma, per qualche strana ragione, era riluttante a lasciare quel monolocale.

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I LOVE JANINE 12

I love JanineSarah la guardò con disprezzo.
Janine le aveva fatto una scenata di gelosia perché lei aveva dato un senso erotico alla sua esibizione con Susan Driver: però quella era solo finzione scenica. Poi, dopo averla pesantemente offesa, l’aveva implorata di non lasciarla. Sembrava che non potesse vivere senza di lei. Ma invece si era consolata molto in fretta. Ciò significava soltanto una cosa: che non l’aveva mai amata veramente.
Non meritava comprensione, né alcuna compassione; il termine “sgualdrina” si adattava perfettamente a lei, e bene aveva fatto Sarah a trattarla con durezza.
Tuttavia vederla nuda, palesemente soddisfatta, con quel lampo di sfida negli occhi, la ferì profondamente. A livello razionale non avrebbe dovuto importarle, ma la vita non si basa solamente sulla razionalità: esistono degli aspetti emotivi, che si sovrappongono alla fredda logica, contrastandola e talvolta (o spesso) avendo la meglio, anche in casi in cui ciò si dimostra palesemente assurdo. Mogli picchiate che non riescono a lasciare il marito, uomini apparentemente decisi e risoluti che soggiacciono ai capricci di un’amante scaltra, genitori che chiudono entrambi gli occhi davanti alle malefatte di un figlio, rifiutandosi di accettare la realtà e polemizzando con gli insegnanti che denunciano i loro misfatti.
Sarah Taverner si rese conto di essere rosa dalla gelosia.
Era una reazione stupida, si disse; però, non poteva farci niente. Janine Leblanc le apparteneva; nessuno aveva il diritto di baciarla, di accarezzarla, di procurarle piacere. Sebbene fossero pensieri insensati, non riusciva a eliminarli.
Janine si alzò dal divano e si rivestì con calcolata lentezza. Anziché tenere gli occhi bassi, la sfidava apertamente fissandola. Sarah colse derisione nel suo sguardo. O forse era un’espressione vendicativa?
Marcus entrò nel soggiorno con un’aria odiosamente compiaciuta, che indusse Sarah a una nuova riflessione. Lui sapeva che lei sarebbe arrivata esattamente a quell’ora. Il citofono guasto? Era pronta a scommettere che si trattava di una messinscena e che invece funzionava perfettamente. Marcus voleva che lei vedesse Janine nuda. Ma perché? Qual era lo scopo che si prefiggeva? Le sembrava un comportamento stravagante. Però, non si trovava nelle condizioni migliori per pensare lucidamente, era scossa e turbata, e desiderava solo uscire subito da quella casa. Gli porse i soldi, prese la busta senza controllarne il contenuto e si diresse verso la porta. Era consapevole di apparire sconvolta, e non voleva che Janine la vedesse in quello stato. Si sentiva umiliata come mai prima in vita sua.
Si impose di reagire.
Raddrizzò le spalle e, prima di aprire la porta, si voltò assumendo un’espressione fredda e distaccata. “Bene.”, disse. “Ora potete proseguire tranquillamente. Buon divertimento!”
Vide che Janine arrossiva e ne fu intimamente soddisfatta.
Poi uscì.

Quando rincasò, esaminò il suo comportamento. Tutto sommato, aveva reagito bene. Inizialmente aveva ceduto all’emotività, però era riuscita a riprendere il controllo: niente scenate, nessun insulto, nessuna aggressione verbale o fisica, benché per un breve momento fosse stata tentata di prendere Janine per i capelli. Si era accomiatata in modo dignitoso e l’aveva costretta ad arrossire.
Tuttavia era un trionfo ben misero.
Quello che contava era come si era sentita dentro, e come stava attualmente. Male, pensò. Decisamente male. Si svestì e si infilò sotto la doccia. Si lavò energicamente, come se questo potesse aiutarla a scrollarsi di dosso tutte le emozioni, le perplessità e i dubbi che si affacciavano alla sua mente. Marcus era uno spacciatore di droga. Se avesse visto Janine nuda nella casa di un ingegnere, di un avvocato o di un operaio, la sua reazione sarebbe stata la stessa? Sì. Marcus non c’entrava niente. Lo escluse dai suoi pensieri. Tutto ruotava solo intorno a Janine.
Quindi era davvero gelosa?
Sì, ammise a denti stretti.
Si asciugò vigorosamente, indossò una tuta da ginnastica e andò in soggiorno. Com’era gelida quella casa senza Janine! Le mancava? Era questo il motivo per cui era tornata da Marcus, pur sapendo nel profondo di se stessa che non le stava più vendendo della semplice coca ma qualcosa di molto più pericoloso?
Sì.
Però, non poteva perdonarla. Lei era a conoscenza di quanto era accaduto fra suo padre e sua madre, lei sapeva che la mamma era morta a causa di una gelosia immotivata. Perciò non avrebbe mai dovuto accusarla ingiustamente, arrivando a insultarla. E adesso l’aveva tradita. Beh, “tradita” non era la parola esatta, visto che non stavano più insieme; cionondimeno non riusciva a dare un significato diverso a quanto era accaduto. E quello sguardo sfrontato, poi! Rappresentava una rivalsa, era chiaro. E se fosse stato dovuto all’amore che ancora provava per lei? Se si fosse concessa a Marcus per tentare di vincere la disperazione, perché si sentiva sola e infelice? E lei, Sarah, non era forse andata a letto con Susan?
Aprì la busta e dispose una grossa striscia su uno specchietto.
Fissò quella polvere bianca, sapendo che fra breve avrebbe scordato ogni cosa, tutto avrebbe assunto un’altra luce e lei sarebbe scivolata nell’oblio.
Il disco con Meaghan O’Reilly, la sua carriera… Janine. Semplicemente, sarebbero svanite dal suo cervello, come fastidiose nubi scacciate da un vento gagliardo.
Arrotolò una banconota e si chinò sul tavolo.

Da ragazza, Sarah si era qualificata per la finale dei giochi studenteschi che quell’anno si svolgeva a Manchester. Era una tiepida giornata primaverile, il cielo era limpido e luminoso. Splendeva un sole quasi estivo.
Quella mattina si era svegliata quando era ancora buio. Si era alzata dal letto e a piedi nudi era andata a guardare fuori della finestra; non aveva visto granché, tranne una pallida striscia di luce che dall’East End preannunciava l’alba. Aveva fame. Si era preparata un’abbondante porzione di porridge, aveva spalmato marmellata di arancie Wilkin & Sons su una grossa fetta di pane tostato e aveva bevuto un bicchiere di latte. Era eccitata e ansiosa: voleva vincere. Durante il tragitto in macchina, circa quattro ore per coprire la distanza che separa Londra da Manchester, non era riuscita a pensare ad altro.
In base ai tempi ottenuti nelle qualificazioni Sarah era la favorita nei quattrocento metri piani. Sarah era brava anche nei cento e nei duecento, ma eccelleva soprattutto nei quattrocento, dato che abbinava potenza a resistenza.
A causa della tensione partì male e una certa Reese Black schizzò davanti a tutte, con una falcata armoniosa che sembrava consentirle di correre quasi senza fatica. Reese era accreditata del secondo miglior tempo e si era già imposta nella gara precedente, gli ottocento metri; non possedeva l’esplosività di Sarah ma in compenso, essendo abituata alle lunghe distanze, era in grado di mantenere lo stesso ritmo fino al traguardo. Per vincere Sarah aveva calcolato di prendere un buon vantaggio iniziale e poi di stringere i denti resistendo alla rimonta di Reese. Contava anche sul fatto che l’avversaria si sarebbe demoralizzata vedendola irrimediabilmente lontana. Ma le parti si erano invertite.
Sarah si lanciò con decisione all’inseguimento, guadagnando terreno e staccando le altre, tuttavia lo sforzo per rimontare fu eccessivo e quando affiancò Reese si rese conto di non avere più energie. Reese invece, benché paonazza in viso, era ancora fresca e non aveva perso la scioltezza iniziale.
Sarah capì che era stata più intelligente di lei: non si era fatta prendere dall’ansia, non si era disunita cercando di resistere a tutti i costi e aveva continuato a correre secondo le sue possibilità come se stesse allenandosi da sola.
Sarah odiava perdere.
In tribuna c’era suo padre, che lei non detestava ancora, e non voleva deluderlo: gli aveva promesso che avrebbe vinto e una sconfitta sarebbe stata intollerabile. Si impose di non cedere. Ma non ce la faceva più. Lanciò un rapido sguardo a Reese e ciò che vide la spronò a dare tutto: malgrado lo sforzo, Reese sorrideva. Restò affiancata a lei ancora per qualche metro, poi cominciò a perdere terreno. Le passò per il cervello che arrivare seconda sarebbe stato comunque un buon risultato – per molte ottimo -, ma quello era il classico atteggiamento mentale dei perdenti.
Lei era una vincente nata. Era sempre stata abituata a primeggiare.
Le sembrava che da un momento all’altro il cuore dovesse scoppiarle, ciononostante riuscì a produrre un ultimo sforzo disperato e affiancò di nuovo Reese; però fu solo questione di un attimo, poi l’altra la staccò ancora. Era finita. Sarah meditò di buttarsi sul prato che fiancheggiava la pista di atletica. Quell’erba di un verde brillante pareva aspettare proprio lei. Si sarebbe stesa a riprendere fiato. Non era più in grado di continuare: aveva chiesto troppo a se stessa, le gambe non rispondevano più. Non le interessava il secondo posto: seconda o ultima non faceva differenza.
Poi ripensò all’odioso sorriso di Reese Black. Le gettò un altro sguardo fugace. Reese era alta, bionda, con la coda di cavallo; se non fosse stato per i denti, vagamente equini, l’avrebbe definita una bella ragazza, di quelle che fanno girare la testa a tutti i maschi della classe. Aveva gli occhi azzurri, gambe lunghe e slanciate, era snella ma con un seno già perfettamente sviluppato. Soltanto i denti stonavano.
Reese non le aveva fatto niente, però in quel momento la odiava.
Si rassegnò. Ma poi scosse la testa con rabbia e, pensando di morire, richiamò anche l’ultima stilla di energia.
La raggiunse a cinque metri dal traguardo.
Si scagliarono simultaneamente in avanti, ma fu Sarah a prevalere, di un centimetro forse.
Poi si accasciò completamente esausta.
Reese Blake non sorrideva più. Era piegata in due spossata e delusa. Tuttavia trovò il coraggio per avvicinarsi a lei e tenderle la mano, aiutandola a rialzarsi. Si abbracciarono, mentre il pubblico di studenti, genitori e insegnanti applaudiva entusiasta.
In seguito il suo allenatore, il professore di educazione fisica, le avrebbe detto che, visto come si erano messe le cose, nessun’altra avrebbe potuto farcela.
Se Sarah non avesse incontrato la musica, sicuramente sarebbe diventata un’atleta olimpionica. Non soltanto per il talento, ma per la feroce determinazione di cui quel giorno aveva dato prova.
Sarah Taverner si stupì per quel ricordo. Era da molto che non pensava più a Reese Black e alla sua fantastica vittoria e trovava strano che le fosse tornata alla mente proprio adesso, mentre si apprestava a viaggiare, a dimenticare, a cercare l’oblio che Marcus le aveva venduto. Rimase ferma a lungo, la banconota in una mano, gli occhi fissi sulla striscia bianca. La attirava nello stesso identico modo con cui l’aveva attratta il prato verde di Manchester.
La attendeva una sconfitta, comunque volesse metterla. Ed era una sconfitta molto più grave, perché non sarebbe stata Reese Black a batterla… ma lei stessa.
Ignorò quel pensiero: la tentazione era troppo forte.
Tornò a chinarsi, assaporando già ciò che avrebbe provato.
Si bloccò all’ultimo istante.
Con la medesima forza che le aveva permesso di tagliare il traguardo per prima si alzò, rimise la polverina nella busta, andò in bagno e gettò nel water quella che sarebbe stata la sua disfatta definitiva.
Non si sentiva per niente bene e nel giro di pochi secondi rimpianse ciò che aveva fatto.
Decise che sarebbe tornata da Marcus.
Poi rivide il sorriso trionfante di Reese Black.
Era già in tuta.
Si infilò le scarpe da ginnastica.
E uscì a correre per Londra.

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