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Archive for aprile 2016

Gli occhi di Carrick erano pallidi, celesti, privi di espressione. Ciò non costituiva un particolare motivo di attrazione. Lo stesso si poteva dire per la strana configurazione del suo viso, nonché per il modo stravagante con cui si vestiva, proponendo accostamenti alquanto singolari.
Ma ad alcune donne era piaciuto e, sebbene non si fosse mai sposato, principalmente a causa del suo lavoro, non gli erano mancate avventure e brevi relazioni.
Patricia Thompson lo amava.
Adesso ne era sicura. Sapeva che presto sarebbe tornato in Francia; questo significava che non aveva molto tempo a disposizione per sedurlo. Benché fosse in ansia per la sorte di Alexandra, era fermamente decisa a conquistarlo e aveva scelto quella sera per sferrare il suo attacco. Si presentò vestita in maniera audace, ai limiti della convenienza; si era truccata con cura, ed era linda e profumata come una giovane vestale. Non ignorava di essere molto avvenente, ma grazie al misterioso intuito di cui sono provviste le donne sentiva che per l’investigatore ciò non era sufficiente.
Peraltro, nel corso dei loro incontri, gli aveva dimostrato di essere anche intelligente e perspicace. Era simpatica e di indole solare, l’opposto di Alexandra che infatti spesso si appoggiava a lei, dato che la scrittrice tendeva a scivolare nella depressione e nella malinconia. Patricia non era soltanto un validissimo braccio destro, ma quasi una sorella, capace di farla ridere e di rasserenarla nei momenti di tristezza che la assalivano Si incontrarono in quello che ormai Patricia considerava il “loro” ristorante. Carrick le riferì gli ultimi sviluppi delle indagini. Aveva fallito con l’esca, per via di circostanze avverse, ma era riuscito a rimediare avvalendosi della formidabile rete di informatori di cui disponeva. All’inizio non erano giunte notizie che in qualche modo potessero essere utili: solo voci di scarsa attendibilità, simili a uno spiffero di vento troppo debole per sgombrare il cielo dalle nubi. Qualche informazione era palesemente falsa. Aveva ascoltato improbabili resoconti di avventure galanti o accenni alla posizione patrimoniale di Sparrows. Nessuno pareva sapere dove abitasse attualmente, né chi frequentasse. Una prostituta che asseriva di conoscerlo lo aveva intravisto attraversare in fretta una piazza; però era un’ora tarda e lui era scomparso subito, come inghiottito dalla notte.
Poi, finalmente, Carrick era venuto a conoscenza di un fatto più importante. Alcuni mesi prima, Sparrows aveva picchiato brutalmente una donna. La cosa era stata messa a tacere: sembrava che Jack godesse di amicizie influenti. Non erano state sufficienti per far pubblicare il suo libro – un’opera perversa che aveva suscitato lo sdegno degli editori -, ma bastanti per indurre la polizia a chiudere entrambi gli occhi. Il caso era stato archiviato; più precisamente non era mai stato aperto: non esisteva alcun fascicolo che riguardasse Jack Sparrows.
Ma l’investigatore sarebbe partito da lì.
“La donna è stata rintracciata.”, comunicò a Patricia. “Non è stato semplice ottenere un appuntamento con lei, ma Carrick riesce sempre a convincere la gente.”
“Quando la vedrete?”, gli domandò Patricia.
“Fra due ore. Il tempo di mangiare con calma, e voi accompagnerete Carrick. In casi simili, una presenza femminile può essere di grande aiuto.”
“Volentieri!”, acconsentì Patricia. “Voglio che Alexandra sia liberata al più presto, e anche la povera Nadia. Farò tutto quello che mi chiederete.”
“Bene.”, commentò Carrick. “Per cominciare pagherete la cena.”
Patricia nascose un sorriso. L’investigatore era avido di denaro e incredibilmente avaro, ma forse si trattava di una posa, pensò la giovane. Carrick si era costruito una corazza, per ragioni che lei non conosceva. Era supponente, arrogante e cinico; ma c’era dell’altro, ne era certa.
Intraprendente e disinvolta, si era fatta ricevere da Alexander Alliston, il datore di lavoro di Nadia Greene, e da lui aveva appreso molte cose interessanti. Alliston si era divertito a raccontarle le imprese più mirabolanti dell’investigatore; quindi, rispondendo a una domanda diretta, le aveva confermato che sotto a quella scorza gelida e impenetrabile… molto sotto, Carrick aveva anche sentimenti quasi umani. Alliston aveva sghignazzato, calcando l’accento sul termine “quasi”. Poi, tornato serio, l’aveva pregata di tenerlo al corrente: stimava Nadia e si augurava che non le accadesse nulla di male. Ciò naturalmente valeva anche per Alexandra, e non solo perché costituiva una notevole fonte di guadagno.
A Patricia Alliston era piaciuto molto.
Si rivolse a Carrick, sfoderando il suo sorriso più irresistibile. “Non ho mai conosciuto una persona come voi.”
L’investigatore si stava dedicando al riso pilaf e non alzò la testa dal piatto. Forse lo dava per assodato, si disse lei.
Cambiò discorso. Era meglio non essere troppo diretta, ma arrivare invece per gradi al momento in cui gli avrebbe dichiarato il suo amore. Comunque, sarebbe successo quella sera: non intendeva rimandare oltre.
“Come si chiama la donna che Sparrows ha picchiato?”
“Kara Prem. Carrick non sa altro di lei, ma immagina che sia giovane.”
Patricia bevve un sorso di Guinness. “Sono preoccupata soprattutto per Alexandra.”, disse inseguendo un nuovo pensiero. Conosceva bene la scrittrice. Se Jack Sparrows l’aveva maltrattata, se l’aveva fatta soffrire infliggendole dolore fisico o comunque tormentandola, adesso la sua amica era sicuramente sprofondata in un buio abisso dal quale molto difficilmente sarebbe potuta riemergere. Nadia possedeva un carattere diverso, e Patricia pensava che disponesse di maggiori risorse di coraggio e di ottimismo.
Carrick la fissò. “E’ naturale.”, osservò. “Perché, al contrario di Greene, White è una donna fragile.”
Patricia lo guardò, sorpresa.
Carrick non aveva mai incontrato Alexandra, e anche di Nadia sapeva ben poco. E tuttavia sembrava che le due donne non avessero segreti per lui. Era come se stesse leggendo le loro storie sulle pagine di un libro.

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Nadia Greene percepiva l’ostilità di Alexandra White, anche se non riusciva a spiegarsela. In apparenza, la scrittrice si dimostrava cortese, sebbene fredda; tuttavia dal suo sguardo traspariva come un odio nascosto, specie quando pensava di non essere osservata. Nei suoi occhi c’erano ombre, simili a squali che nuotassero sotto la superficie del mare. Un lampo di luce, accompagnato da una raffica di vento che disperdeva le onde, consentiva di distinguerli per brevi istanti; poi l’acqua tornava a nasconderli.
Alexandra White si rifiutava di collaborare con lei, sostenendo che il suo piano non aveva alcuna possibilità di riuscita. Jack Sparrows era più forte di loro; se pure lo avessero aggredito di sorpresa, egli le avrebbe facilmente sopraffatte. Era meglio continuare la gara.
Alexandra scriveva con furia, quasi con rabbia. Nadia capiva che si sentiva in piena competizione e che non intendeva assolutamente perdere. In un primo momento, le era sembrata smarrita, forse rassegnata; però poi era cambiata. Lavorava dal mattino alla sera con feroce determinazione: scriveva, rileggeva, correggeva, e non le mostrava mai ciò che aveva prodotto. Al contrario, Greene le permetteva di visionare le sue pagine. Immancabilmente, lo sguardo di Alexandra si faceva duro, le labbra si stringevano in una linea sottile, e subito dopo si rimetteva all’opera, stracciando gran parte di quello che aveva scritto durante la giornata e ricominciando da capo.
Alla sera, Sparrows elogiava Nadia, mentre, beffardo, annunciava a White che il suo svantaggio aumentava. La mattina dopo, Alexandra rinnovava i suoi sforzi con una concentrazione quasi spasmodica, Nadia, invece, scriveva con gioia, di getto. Tutto le veniva facile. Non pensava alla sfida, ma solo a proseguire la sua storia nel migliore dei modi. Non pensava nemmeno di vincere (non sarebbe servito comunque a nulla), ma di guadagnare tempo, in attesa che Alexandra si convincesse ad aiutarla. Quando, malgrado tutto il suo impegno, si fosse resa conto di non poter competere con lei, allora forse finalmente avrebbe ceduto.
Risultava chiaro, infatti, che il romanzo di Nadia era il migliore dei due, benché la giovane stentasse ancora a crederlo. Alla fine ne aveva preso atto, senza per questo inorgoglirsi. A differenza di molte, non provava nessun senso di rivalità nei confronti delle altre donne, e ciò valeva anche nel caso di Alexandra. Senza contare che, appunto, quel braccio di ferro era inutile, dato che Sparrows le avrebbe in ogni caso uccise, a meno che non si fossero coalizzate per combatterlo. Inoltre, c’era la possibilità che Carrick le rintracciasse; guadagnare tempo era dunque doppiamente importante.
Nadia non era una ragazza stupida, tutt’altro, e aveva cominciato a capire i sentimenti di White. Era una scrittrice ricca e famosa, abituata a primeggiare.
Per quello non ammetteva la sconfitta.
Un tardo pomeriggio, Alexandra rilesse per l’ennesima volta ciò che aveva scritto nelle ultime ore, quindi la guardò con aria trionfante. Le porse il plico di fogli con una luce di sfida negli occhi. “Vediamo se sai fare meglio.”, disse in un tono mellifluo che a Nadia non piacque affatto.
Greene lesse e giudicò molto buono il suo operato, però con fredda obiettività lo valutò inferiore a quanto lei aveva scritto. Era buona d’animo e avrebbe preferito che Alexandra non esaminasse il suo lavoro, ma la scrittrice pretese di leggere a sua volta i nuovi capitoli dell’altra.
Quando finì, scattò in piedi e iniziò a percorrere la stanza a lunghi passi. Era rossa in viso per la collera e la frustrazione. Probabilmente si sentiva umiliata, pensò Nadia, e provò un moto di sincera pena per lei.

Alexandra era consapevole di comportarsi in modo totalmente estraneo alla sua natura. Non era mai stata né competitiva né invidiosa; si era sempre rapportata con tutti in maniera garbata, ed era di indole sensibile e generosa.
Quella situazione l’aveva cambiata.
Istintivamente Nadia le era simpatica, però ora ravvisava il lei l’Antagonista, con la “a” maiuscola. Che Jack Sparrows facesse quello che voleva: a lei interessava soltanto vincere, dimostrare, soprattutto a se stessa, di essere la migliore.
Ma ciò sembrava impossibile.
Greene scriveva meglio e, per quanto lei si sforzasse di dare il massimo, l’altra restava sempre un gradino sopra. Volendo fare un paragone con il tennis, sport che amava (seguiva regolarmente il torneo di Wimbledon, e non solo per le deliziose fragole che venivano offerte a una ristretta cerchia di privilegiati, fra cui Alexandra stessa), era come se ogni suo colpo fosse ribattuto da un muro. Lei effettuava uno splendido diritto per scoprire incredula che non bastava, perché l’altra rispondeva con un perfetto rovescio indirizzando la pallina dove non sarebbe mai riuscita a raggiungerla. Il caldo soffocante non la aiutava. Nadia si svegliava fresca e arzilla, lei avvolta in un bagno di sudore. Essere costretta ad aspettare fino a sera per potersi lavare rappresentava un vero supplizio. Non le piaceva nemmeno dover dividire il letto: era abituata ad avere i suoi spazi.
Ciò nonostante, continuava a scrivere con tenacia e quel pomeriggio aveva dato vita a un capitolo mirabile; era certa di aver superato Greene. Ma quando aveva letto il suo brano le erano cascate le braccia. Tornando al paragone con il tennis, Nadia aveva innalzato l’intensità del suo gioco a livelli insostenibili.
Al suo posto, un’altra si sarebbe arresa. E per un momento Alexandra pensò effettivamente di dichiararsi vinta; era esausta fisicamente e spossata psicologicamente, mangiava poco ed era dimagrita, si sentiva priva di energie. Ma fu solo un breve attimo di sconforto che passò subito. Si ripromise di riprendere la battaglia l’indomani. Esisteva un altro aspetto da considerare: inizialmente aveva detestato quella storia, che considerava volgare e non consona al suo stile, ma adesso per qualche strana ragione le piaceva.
Si disse che dalla sua aveva più esperienza e una preparazione indubbiamente superiore. Nadia non aveva mai pubblicato un libro, non conosceva le insidie nascoste che accompagnano il lavoro di uno scrittore di professione, e neppure le ansie che si celano nelle zone più oscure dell’animo, ogni volta che ci si trova ad affrontare la famigerata pagina bianca, la quale attende di essere riempita, ma che nel contempo può inibire l’immaginazione, a causa dei misteriosi meccanismi che regolano l’attività umana.
Presto o tardi Nadia si sarebbe bloccata o forse avrebbe peccato di ingenuità. Non si poteva giudicare un romanzo prima che fosse finito. Era una strada lunga da percorrere; Alexandra lo aveva fatto infinite volte con successo. Ma Nadia avrebbe potuto smarrirsi durante quel lungo tragitto. O forse un giorno la pagina sarebbe rimasta desolatamente bianca.
In tal caso, lei avrebbe vinto.

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LA LETTRICE DI SOGNI

Al termine di una giornata incredibilmente calda e, come sempre, decisamente avara di soddisfazioni, Romana uscì dal palazzo di uffici – quello dove lavorava lei era al sesto piano – e si diresse verso la stazione.
A quell’ora il treno era affollato di pendolari; riuscì a malapena a trovare un posto e fissò lo sguardo davanti a sé. Le sarebbe piaciuto leggere, ma da tempo aveva rinunciato, a causa del movimento irregolare del treno. Cercò di astrarsi, di divagare con la mente, sebbene fosse difficile: il senso della sua vita la opprimeva ogni giorno di più, simile a un macigno che le pesasse sul cuore. Un fidanzato che l’aveva lasciata per una ragazza stupida, però attraente. La salute cagionevole che la conduceva settimanalmente dal medico (che nel vederla entrare nello studio non si preoccupava più di mascherare la noia) e poi in farmacia; lì almeno poteva scambiare quattro chiacchiere con una vecchia compagna di scuola. La solitudine, dato che frequentava poca gente non esattamente per sua scelta ma per via del fatto che la sua compagnia era considerata dai più deprimente. Aveva scoperto che quando veniva organizzata una cena o una serata in pizzeria la persona incaricata di avvisarla se ne dimenticava con sollievo generale.
Giunta al suo paese, scese e si incamminò diretta a casa. Venne accolta dal gatto, gli versò una ciotola di latte, preparò uno spuntino che mangiò in piedi, poi, ignorando la televisione, prese posto sull’unica poltrona del soggiorno e incominciò a leggere. In quel preciso istante la sua esistenza, così arida e vuota, mutò come d’incanto, trasformandosi in un arcobaleno di sogni, nei quali si immerse, come ogni sera, dimenticando finalmente tutto il resto, relegando in soffitta amarezza e pensieri cupi, mentre si apprestava a viaggiare in luoghi esotici e bellissimi o, in altri casi, ad affrontare avventure mozzafiato al fianco del protagonista del libro.
Era arrivata a metà di un romanzo che giudicava sorprendente e che la avvinceva, simile a una sinfonia celestiale capace di impossessarsi del suo cuore. Di condurla lontano, in un luogo colmo di felicità. Quella sera finì il libro e, quando lo depose sul tavolino e guardò l’orologio, con relativa sorpresa appurò che erano le due di notte.
La sveglia avrebbe suonato alle sei. Quattro ore di sonno. Ma che importava?
Ciò che contava era il sentiero incantato che aveva percorso. Quello che contava erano le emozioni che aveva provato, tanto più forti se paragonate alla realtà che la circondava, soffocandola. Leggere era la sua ragione di vita e, grazie al cielo, là fuori, in biblioteca o nel suo negozio preferito, la attendevano decine, centinaia, migliaia di libri. Spendeva poco per i vestiti, il minimo per il cibo, non aveva altri hobby e poteva destinare gran parte dello stipendio ai fantastici sogni che avrebbero accompagnato le sue serate, una dopo l’altra, mentre il mondo le passava accanto indifferente.
Sapeva di non essere brutta, ma sapeva anche che era trascurata, che non si valorizzava; e sospettava, pur non avendone la certezza, di non possedere quel quid misterioso che si chiama fascino.
Sarebbe rimasta sola. Avrebbe continuato a svolgere un lavoro che detestava (era comunque una fortuna averne uno), a svegliarsi alle sei per andare alla stazione, salire sul treno, recarsi in ufficio, sopportare il pessimo carattere del capo, tornare alla stazione, risalire sul treno, affrontando uno scomodo tragitto, ma poi… finalmente, nella quiete della sua casetta, ricominciare a sognare.
Quando una mattina non si svegliò, nessuno se ne accorse.
Trascorsero tre giorni prima che una vicina chiamasse la polizia.
La trovarono sulla poltrona, ormai rigida.
Fra le mani teneva un libro.

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All’imbrunire Sparrows tornò per esaminare il lavoro delle due donne. Portava con sé la cena. La prima colazione era assai sostanziosa, pertanto reputava che non avessero bisogno di pranzare. In quella casa non c’era personale, e toccava a loro rigovernare la camera; in compenso Jack cucinava bene. Nella stanza c’era un vaso da notte, ma più tardi le avrebbe concesso di recarsi in bagno, una alla volta e debitamente sorvegliate. Nadia era sudata, a causa del gran caldo di quel giorno, e non vedeva l’ora di lavarsi.
Jack lesse ciò che aveva scritto White e arricciò il naso: erano due paginette incolori da cui non emergeva minimamente il suo talento. Ma, anziché adirarsi, sorrise cinicamente. Si trattava di un classico esempio di ansia da prestazione; era evidente che Alexandra temeva il confronto con l’altra. E, infatti, l’operato di Nadia era eccellente: vivide descrizioni di combattimenti fra orribili mostri e forti ma sfortunati guerrieri, una principessa catturata e resa schiava, un paio di torbide scene di sesso. Quel romanzo prometteva di diventare un capolavoro. “Molto bene!”, si congratulò con lei. Quindi, si rivolse a White. “Sei in svantaggio. Vedi di riguadagnare il terreno perso.”
Alexandra impallidì e allontanò da sé il piatto.
Non occorreva aggiungere altro, si disse Sparrows.

Alexandra lesse attentamente lo scritto di Nadia. Quando le restituì i fogli, commentò: “Sei più brava di me. Vincerai tu.”
Sapeva che con ogni probabilità questo significava che lei sarebbe morta; ne prese atto con rassegnato fatalismo.
Ma la giovane scosse vigorosamente la testa. “Questa non è una gara sportiva!” Parlava a bassa voce, dato che temeva che Sparrows fosse fuori dalla porta, intento a origliare. “A parte il fatto che tu sei una scrittrice famosa e io una semplice impiegata, poniamo pure, a livello di ipotesi, che tu abbia ragione. Cosa credi che succederà? Pensi davvero che quell’uomo manterrà i patti? No, Alexandra: non ci saranno vincitrici e perdenti, non è previsto nessun premio per chi scriverà il libro migliore. Sparrows ci ucciderà entrambe; non può permettersi di liberare una di noi due, perché sa che verrebbe denunciato.”
Alexandra la fissò in silenzio. “Avevo pensato a una soluzione.”, disse dopo qualche minuto. “Il tuo arrivo, però, ha scombinato i miei piani.”
“Che genere di soluzione?”, volle sapere Nadia.
“Era legata al romanzo.”, spiegò Alexandra. “Non era ancora un piano preciso. Diciamo che contavo di ricattarlo, minacciandolo di stracciare quello che avevo scritto.” Fece un sorriso mesto. “Ma forse non era granché come idea.”
“Infatti.”, convenne Nadia. “C’è un unico modo per uscire di qui.”
Tacque per alcuni istanti, mentre Alexandra attendeva pazientemente che continuasse. Era una mattina triste e piovosa, il cielo grigio era percorso dalle nuvole. Un clima che si adattava allo stato d’animo della scrittrice; aveva perso la volontà di combattere, si sentiva vinta e infelice, una profonda malinconia la avvolgeva, simile alla nebbia di una fredda serata autunnale.
“Dobbiamo affrontarlo fisicamente.”, riprese Greene in tono vivace. “Siamo in due e lui è solo. Se riuscissimo a coglierlo di sorpresa, potremmo avere la meglio. Una volta tramortito, scapperemmo via da qui.”
Alexandra non sembrava convinta. Sfiorò il mucchio ordinato di pagine che teneva sulla destra della scrivania. Le pagine che raccontavano la storia della fata, di Meredith la strega, di Lord Ascher; era avvilente constatare che il suo lavoro valeva ben poco se rapportato a quello di Nadia Greene. In un certo senso, ciò la deprimeva allo stesso modo della sua situazione reale, che lei vedeva priva di vie di uscita. Una ragazza che fino a pochi giorni prima non aveva mai scritto una riga l’aveva surclassata: i paesaggi erano descritti meglio, apparivano più vividi al punto che, leggendo, sembrava di vederli; i personaggi risultavano più credibili, al confronto, i suoi erano stereotipati. Inoltre, la suspense era decisamente maggiore. Comunque la si volesse mettere, Greene l’aveva superata. Ammesso e non concesso che fossero riuscite a fuggire, lei non sarebbe stata più la regina della letteratura fantastica; avrebbe dovuto accontentarsi di essere una delle tante, mentre Nadia avrebbe preso il suo posto. E presto lei sarebbe stata dimenticata.
“Non so battermi.”, disse infine, tornando al presente.
“Nemmeno io!”, ribatté prontamente Nadia. “Però siamo in due, e poi queste cose non si imparano comunque a scuola: fanno parte della natura dell’uomo. Al momento opportuno, troveremmo sicuramente un modo per metterlo fuori combattimento. Anzi, perché non usare i nostri libri?”
Alexandra le rivolse uno sguardo interrogativo.
“Bene. I nostri protagonisti lottano, no? Certo, si avvalgono naturalmente della magia, però entrambe abbiamo descritto anche numerose scene di lotta: prendiamo spunto da esse. Studiamo una strategia.”
“E’ molto pericoloso.”, replicò Alexandra. La risolutezza e l’ottimismo di Nadia la irritavano vagamente, benché non ne afferrasse appieno il motivo. Forse perché invidiava la sua vitalità. Quella giovane pareva esserle superiore in tutto: era più coraggiosa, più energica… e scriveva meglio di lei!
“Meno pericoloso che aspettare passivamente la morte.”, affermò con decisione Nadia. “Proviamo a ragionare assieme. Qual è il momento migliore per sorprenderlo? Secondo me, quando esamina i nostri scritti.” Si guardò attorno. “Se avessimo un’arma!”, mormorò.
“D’accordo.”, disse Alexandra. “Studiamo qualcosa.”
Ma in realtà stava pensando ad altro. Nadia Greene sarebbe diventata la nuova regina… a questo punto, che senso aveva combattere?
Ultimamente la sua esistenza era scandita dalle sconfitte. Aveva creduto di aver incontrato il grande amore, ma invece si era trattato di un inganno. Sparrows l’aveva semplicemente usata. Era un depravato, un folle; ma questo non mutava la sostanza delle cose. Si sentiva sola come non le era mai accaduto in passato. Si trovava in grave pericolo, molto probabilmente sarebbe morta. E anche se si fosse salvata, eventualità che considerava assai improbabile, una sconosciuta impiegata l’avrebbe sostituita ai vertici della narrativa britannica. Alexandra sapeva riconoscere il talento e Greene ne aveva da vendere. Se fosse stata una donna anziana, avrebbe potuto accettarlo; era un fatto che rientrava nell’ordine naturale della vita. Presto o tardi, in tutti i campi, arriva sempre un erede, e al momento stabilito dal destino è giusto trarsi in disparte.
Ma lei era giovane!
E tuttavia destinata a soccombere.
Sebbene fossero solo proiezioni fantastiche, dato che escludeva di potersi salvare, quella semplice ipotesi la colmava di amarezza. Si rendeva conto di non avere altro a cui aggrapparsi all’infuori della scrittura. Né amore, né serenità, né la speranza di un futuro felice. Perché dunque ostinarsi a lottare? Detestava autocommiserarsi, ciò nonostante a questo lo avevano portata la prigionia e la consapevolezza che un’altra donna era più brava di lei.
Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Non voleva che Greene si accorgesse che stava piangendo. Erano lacrime dovute alla frustrazione più che alla paura.

Nel corso di decenni di lavoro, Carrick aveva sviluppato una fitta rete di informatori. Non tutti erano sempre attendibili, ma l’investigatore aveva imparato da tempo a scremare le notizie veramente importanti da quelle di dubbia utilità. In questo era aiutato dal suo impareggiabile fiuto.
La rete era assai variegata: era composta da poliziotti corrotti, funzionari di banca, magistrati, giornalisti, osti, cameriere, mendicanti, prostitute e ladri. Vivendo a Nizza, aveva perso molti contatti, ma in quei giorni si adoperò per riannodare i fili di tale vasto ingranaggio. Si recò nei locali più malfamati, parlò con meretrici e ricettatori, andò a visitare vecchi furfanti che avevano abbandonato l’attività, ma che possedevano ancora vista acuta e orecchie attente. Elargì banconote e minacce, dispensò sorrisi e ricordò antichi favori. Si dedicò a quel compito con la costanza e lo scrupolo che lo avevano sempre contraddistinto.
Lentamente, la macchina si mise in moto.

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In macchina si era comportato in modo gentile e amabile, ma quando entrarono in casa Sparrows cambiò immediatamente atteggiamento. Si versò da bere, ignorando Nadia, bevve un sorso di cognac, quindi la scrutò con uno sguardo gelido. “Bene.”, disse. “Non ho alcuna intenzione di intervistarti. Il mio compito è diverso: salvare il mondo della letteratura fantastica da autrici pateticamente ancorate a idee stupide e lontane dalla realtà. Ciò che voglio da te è che tu scriva un nuovo libro, in cui le cose funzionino così come devono funzionare. Uno specchio della vita vera, composto da pulsioni autentiche: sesso, tormenti, pensieri scabrosi. Al bando le fate sbiadite e gli inutili folletti! Devi descrivere la malvagità, e farla trionfare.”
Benché Nadia fosse stata messa in guardia, la sua reazione fu comunque di stupore. Non provava paura, sebbene Carrick non fosse lì con lei, bensì curiosità. Jack Sparrows le era parso un uomo affascinante, e si era accorta che aveva letteralmente stregato Pippa; adesso, però, aveva assunto un’espressione quasi allucinata e dava la sensazione di essere un pazzo. Si chiese dove fosse l’investigatore, ma Sparrows non le lasciò il tempo di pensare: la sospinse a forza verso le scale. Salirono fino al secondo piano. Jack aprì una porta e la costrinse a entrare in una camera.
Nadia vide Alexandra White. Era seduta davanti a una scrivania, intenta a scrivere alla fioca luce di una candela. Alexandra si voltò e la guardò stupita. Jack Sparrows si rivolse nuovamente a Nadia. “Il letto è sufficientemente ampio, dormirete insieme. Domattina porterò qui un altro scrittoio. Lavorerete fianco a fianco, ciascuna di voi due scriverà il suo romanzo e alla fine io giudicherò le vostre opere. Ci saranno un premio e un castigo.” Sorrise cupamente. “Vita e morte.”

Nadia dormì un sonno agitato e confuso. In realtà, il letto non era particolarmente spazioso, e sicuramente non era un letto matrimoniale; durante la notte spesso le due donne si urtarono e in un caso Nadia si ritrovò sopra a White. La scrittrice farfugliò qualcosa e la giovane si scusò. Poi non riuscì più a riaddormentarsi. Era tesa e ansiosa. Dal sedile della macchina non si era accorta di quello che stava accadendo fuori, perciò non capiva perché Carrick non avesse fermato Sparrows. Eppure l’investigatore le aveva garantito che se lei avesse seguito le sue istruzioni non avrebbe corso alcun rischio. Sparrows era salito sulla Talbot con una certa fretta, che però lei aveva attribuito a un temperamento impulsivo.
Adesso era prigioniera in una casa isolata, di cui Carrick ignorava l’ubicazione, e sarebbe stata costretta a scrivere. Ma non sapeva scrivere! L’inganno sarebbe presto venuto alla luce. Come avrebbe reagito Jack Sparrows? Quando aveva annunciato la competizione fra lei e Alexandra, aveva parlato di premio e castigo… vita e morte. Era pazzo, fuori da ogni dubbio, e questo portava alla conclusione che, una volta scoperto che lei non era una scrittrice, non avrebbe esitato a ucciderla.
Nadia, però, era una ragazza coraggiosa e combattiva e non aveva nessuna intenzione di rassegnarsi. Avrebbe potuto tentare di scrivere o magari le sarebbe venuta in mente un’idea migliore; purtroppo come piano era alquanto nebuloso, ma per il momento doveva accontentarsi.
Prima di andare a letto, Alexandra le aveva raccontato quello che era successo da quando si trovava lì. Era una vicenda allucinante. Tuttavia, benché Nadia provasse simpatia per lei, aveva avuto il sospetto che in fondo la scrittrice non fosse particolarmente dispiaciuta della sua presenza e di ciò che essa significava: era chiaro che era sicura di stravincere quella sfida stravagante. In questo modo, sarebbe tornata libera. Forse per il momento non era ancora un pensiero del tutto cosciente, ma presto Alexandra avrebbe capito che lei rappresentava la sua salvezza. Era una reazione umana e Nadia non la biasimava per questo: si conoscevano soltanto di vista, ed era normale che la scrittrice pensasse prima a se stessa.
Jack Sparrows si presentò poco dopo l’alba. Su un grande vassoio c’era la colazione per entrambe. Mentre mangiavano, trascinò nella stanza una vecchia scrivania che posizionò accanto a quella di Alexandra White.
Le osservò finché non ebbero finito, quindi dichiarò allegramente: “E ora al lavoro!”
Uscì dalla camera, che naturalmente chiuse a chiave.
Le due donne indugiarono, sebbene Alexandra avesse avvertito Nadia che lui alla sera controllava quanto era stato scritto durante il giorno. Le spiegò che pretendeva quantità oltre alla qualità, e che se veniva contrariato diventava irascibile e pericoloso.
Loro, però, erano in due, si disse Nadia. Alexandra da sola era impotente contro di lui, ma se lei e la scrittrice avessero unito le forze e agito con astuzia avrebbero potuto sopraffarlo. Cominciò a riflettere, e man mano un piano iniziò a delinearsi nella sua mente.
Per qualche ragione non ne parlò con Alexandra, forse perché era prematuro farlo. Si mise, invece, all’opera con grande concentrazione, scoprendo incredula che le molte letture del passato le avevano giovato, in quanto l’avevano provvista di una discreta infarinatura: le prime righe scorrevano fluide.
Scoprì di non aver bisogno di soffermarsi a meditare su ogni singola parola; le frasi nascevano spontaneamente e formavano paragrafi, i quali a loro volta si trasformavano in capitoli: pagine e pagine di fitta scrittura, dove i fatti narrati davano vita a una storia avvincente e piena di emozioni.
Tratteggiava in maniera superba paesaggi di incommensurabile bellezza oppure luoghi cupi come la più tetra fra le notti, facendo ricorso unicamente all’immaginazione, come un pittore che realizzasse un quadro affidandosi soltanto a un misterioso istinto che gli permetteva di riportare su tela ciò che non aveva mai visto di persona, un mare esotico o l’incanto di un tramonto africano.
Scoprì che era bello lasciar correre la fantasia, lasciarla libera di creare situazioni che lei stessa non riusciva a visualizzare, prima che prendessero forma. Ciò valeva soprattutto per i personaggi che descriveva, dato che essi agivano a sua insaputa, compiendo azioni e formulando pensieri che andavano solo riportati su carta.
Si disse che scrivere era un procedimento quasi mistico, e rimase ammaliata dalla sua stessa bravura.
Non aveva mai immaginato di possedere tali doti.
In quei momenti non pensava alla sfida né alle sue sinistre implicazioni. Semplicemente, viveva attimi di una felicità talmente intensa da farle scordare la realtà che la circondava.
Mentre scriveva, Alexandra White la scrutava con uno sguardo indecifrabile.

Carrick si incontrò con Patricia in un pub. “Nulla di rotto.”, la rassicurò, prima di portarsi alla bocca un grosso boccale di birra. “Solo qualche contusione.”, aggiunse dopo aver bevuto. “Adesso, però, dobbiamo pensare alle nostre amiche.”
Patricia annuì. Si sentiva tremendamente in colpa per aver coinvolto Nadia Greene. “Cosa faremo?”, gli domandò.
Carrick non si degnò di rispondere. Stava riflettendo. Se voleva una cosa, egli la otteneva, pronto ad annientare chiunque tentasse di ostacolarlo: a questo si doveva la sua fama. Ciò nonostante, era combattuto. In quel momento si sentiva vecchio e stanco, era tutto indolenzito, e provava il forte desiderio di tornare a Nizza. Chiuse gli occhi e per un istante rivide il meraviglioso mare della Costa Azzurra, riassaporò il profumo di quella terra magnifica e meditò sulla differenza che intercorreva tra un buon piatto di pesce cucinato alla brace e le solite uova con salsicce. Però aveva preso un impegno e mai, nella sua vita, aveva mancato di mantenere una promessa. Osservò il viso ansioso di Patricia. Poi parlò, scandendo lentamente le parole. “State tranquilla! Carrick resterà a Londra fino a quando non avrà liberato Alexandra White e Nadia Greene.”
Patricia ricambiò lo sguardo. Dai suoi occhi trapelava l’amore che provava per lui. Fu tentata di aprirgli il cuore, ma l’innato intuito femminile le suggerì di aspettare. Non era ancora giunto il momento, posto che fosse mai arrivato.

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LETTERA DI UN PADRE

Cara Federica
Mentre mi accingo a scriverti questa lettera fisso per un momento lo sguardo sulla foto della mia amatissima Giulia e le rivolgo un sorriso al pensiero di quando voi due – moglie e figlia: vi chiamavo i miei fiori, ricordi? – vi coalizzavate per prendermi in giro a causa del mio nome. Nome di cui, invece, io vado fiero, perché fu babbo a sceglierlo in onore di quello che lui considerava il più grande giocatore del mondo. Con gli occhi che gli brillavano mi raccontava che Valentino era in grado di salvare un gol sulla linea della porta per poi giocare la palla a centrocampo e infine pronto a segnare la rete della vittoria. Ma non è di calcio, né del mitico Torino, che voglio parlarti.
Se quanto scriverò ti dovesse offendere o irritare accetta le mie scuse, te ne prego. E’ vero: a settantadue anni potrò sembrarti un vecchio impiccione, però non mi permetterei mai di intromettermi nella tua vita, di sentenziare sul modo con cui gestisci la tua bella famiglia, insomma di ficcare il naso in questioni che non mi appartengono.
E allora “perché”?, ti domanderai.
Già, perché?
Forse la ragione sta nel fatto che, giunti a una certa età, ci si guarda spesso indietro, in un certo qual modo si rivive il passato, visto che di futuro non ne avanza molto.
Da bambino ero molto legato a mia madre, tra di noi c’era un rapporto speciale, unico, e, sebbene provassi un profondo affetto per babbo, era lei che amavo. Preferivo trascorrere le ore con lei, anziché giocare a pallone o agli indiani con i miei amichetti. Sicuro, qualche volta prendevo parte a battaglie (io sceglievo sempre il campo dei confederati, e non ne rammento il motivo: è possibile che dipendesse dalle divise), in altre occasioni partecipavo a guardie e ladri, però erano momenti rari. La felicità era tornare da scuola ed essere accolto da un abbraccio, la felicità era parlare con lei, ascoltarla, guardarla, aspettare un suo bacio.
Poi… mamma incominciò a staccarsi da me. Me ne resi conto a poco a poco, non ne compresi il motivo e, inizialmente, soffrii molto. Lei insisteva affinché passassi il mio tempo con gli altri ragazzi, mi spingeva a praticare uno sport – non importa quale -, voleva che andassi a correre sul prato vicino a casa nostra e che facessi lunghe gite in bicicletta. Verso i quattordici-quindici anni mi disse che era ora che mi trovassi una morosetta. Io continuavo a non capire. Non mi amava più? Al contrario, cara Chicca: se non avesse agito in quel modo, sarei cresciuto con il complesso di Edipo stampato sulla fronte, e impresso nel cuore. Ciò avrebbe potuto rovinare la mia vita. Non ti ho mai parlato di questo, mi confidai soltanto con Giulia, che riposi in pace, dilettissima mia compagna.
E adesso – lo so – penserai davvero che sono un vecchio impiccione; sei troppo intelligente per non cogliere il senso delle mie parole.
Ma qui io mi fermo, non vado oltre e non affronterò mai più un simile argomento.
Il ragazzo è in gamba, sono io che non valgo granché come nonno, e nemmeno come padre: ciò è dovuto al mio carattere, vi amo molto entrambi, ma mi risulta difficile esternare le mie emozioni, i miei sentimenti. L’ultima volta che siamo usciti insieme l’ho portato a Olmeda, nel bosco. Prima di inoltrarci nel folto, siamo entrati nella graziosa chiesetta situata sul lato sinistro dello sterrato che conduce alla sbarra: tale sbarra nelle ottimistiche intenzioni di chi l’ha messa dovrebbe precludere il passaggio agli estranei; in realtà, basta girarci intorno. Davanti all’altare gli ho lanciato un’occhiata, notando un’indifferenza impassibile, da cui non trapelavano né noia, né devozione. Buon segno!
Poi abbiamo camminato lungo il sentiero che, serpeggiando, conduce a nord. I boschi in autunno sono splendidi, e quello di Olmeda, non fa eccezione. L’incredibile suggestione dei colori dalle calde tonalità, la natura che si appresta a ricevere il lungo abbraccio dell’inverno, i tappeti di foglie brunite che ricoprono il terreno, gli alberi, gli uccellini e gli scoiattoli, appartengono alla bellezza del mondo nello stesso modo del mare o dei limpidi ruscelli di montagna.
Ci siamo parlati. Forse più io di lui.
Però il ragazzo ascoltava attentamente.
Appresi con soddisfazione che non passava troppo tempo con quei gingilli imperanti che, secondo me, hanno il potere di trasformare una persona in un perfetto idiota, indifferente a quanto di bello vi è sulla Terra.
Ma, come dicevo, fui soprattutto io a parlare. “Vedi”, gli dissi,”avrai tutto il tempo per decidere se credere in Dio o meno: quella sarà una scelta solamente tua, e nessuno potrà importela. Non si accettano suggerimenti.” Ridacchiai. “Ciò in cui devi credere è in te stesso, e nella bellezza che ti circonda. I monti dalle cime innevate, i fiori che sbocciano a primavera, le delicate farfalle, il profumo delle foreste, uno specchio d’acqua illuminato dal sole, un nido – da non prendere a sassate! – la nebbia che circonda la casa infondendo un senso di pace interiore, il camino scoppiettante d’inverno, le mattine colme di nuove aspettative. E devi credere negli amici.”
“Ho già un’amica.”, fu la risposta. “La mamma.”
Annuii e lo condussi al bar Gran Varietà, poco distante, dove mangiammo due enormi gelati.
E’ stata quella risposta a spingermi a scrivere questa lettera.
Stracciala, se vuoi.
Sappi solo che queste righe sono dovute all’amore che provo per il mio nipotino. Ma, forse, sono soltanto un vecchio scemo.
Con affetto!
Tuo padre.

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Quando Patricia le aveva spiegato il piano di Carrick, Nadia Greene non aveva esitato ad accettare. Era una ragazza coraggiosa, d’animo buono e di indole generosa, e ammirava molto Alexandra White. Alliston le aveva dato il permesso di assentarsi dal lavoro per tutto il tempo necessario. “Poi, questo libro lo dovrai scrivere veramente!”, aveva commentato divertito. O forse lo avrebbe scritto Alexandra; dopotutto, era il minimo che poteva fare.
Carrick l’aveva messa in guardia: se avesse seguito scrupolosamente le sue istruzioni, non avrebbe corso rischi; però Sparrows non andava assolutamente sottovalutato e lei non avrebbe dovuto prendere iniziative personali di alcun genere.
Nadia era una biondina solare, ottimista di natura, e non aveva paura. Patricia, invece, era preoccupata, dato che era stata lei a suggerire all’investigatore il nome dell’amica. Poi Carrick aveva fatto il resto, persuadendo Alliston a organizzare quella messinscena e convincendo il direttore del “Times” a darle ampio risalto. Nessuno dei due avrebbe potuto rifiutargli un favore. Naturalmente Patricia voleva che Alexandra si salvasse, però temeva per la sorte di Nadia.
Provava anche un senso di colpa nei confronti di Carrick, poiché a causa sua era stato costretto a rinviare di qualche giorno il viaggio di ritorno. Allo stesso tempo, tuttavia, ne era segretamente felice. Si era confidata con Nadia, che non l’aveva affatto derisa. Lei era innamorata di un collega ma, benché fosse graziosa e intelligente, egli la ignorava. Era una cosa che le accomunava, anche se forse Carrick aveva scacciato dal cuore di Patricia il suo “amore impossibile”, sebbene con le stesse scarse speranze.
Quella sera Nadia uscì a cena con Pippa Morris, un’amica di entrambe che lavorava in un grande magazzino. Era una ragazza alta con lunghi capelli neri e atteggiamenti spesso sfrontati; non propriamente bella, aveva comunque gambe slanciate e occhi molto espressivi da cui trapelava un fondo malizioso che catturava l’attenzione degli uomini.
Fu lei a notarlo per prima. Nadia le sfiorò un ginocchio per avvertirla: le aveva parlato di Jack Sparrows. Ciò nonostante, Pippa gli rivolse un sorriso civettuolo. Sparrows era assai attraente. Indossava una giacca nera e una camicia bianca con il colletto rigido. Si avvicinò al tavolo e si presentò, compito. “Sono un giornalista.”, dichiarò, rivolgendosi a Nadia. “Ho letto sul “Times” che sta per essere pubblicato il vostro romanzo d’esordio, di cui si dice un gran bene. Mi chiedevo se fosse possibile scambiare quattro chiacchiere con voi.”
Greene esitò appositamente per alcuni istanti, quindi annuì e lo invitò a sedersi. “Come avete fatto a rintracciarmi qui?”, gli domandò fingendosi incuriosita. In realtà, la voce di quella cena era stata fatta circolare all’interno della casa editrice, e qualche banconota era in grado di aprire molte bocche.
“Ho le mie fonti.”, rispose Jack con aria misteriosa. Poi sfoderò un gran sorriso.
Malgrado l’amica l’avesse informata della situazione, Pippa era assolutamente affascinata da lui. Era un uomo sicuro di sé, spiritoso ed educato, vestiva elegantemente ed era così bello che se lo sarebbe mangiato; restò molto delusa perciò quando Nadia accettò di concedergli un’intervista in un posto più tranquillo, nella fattispecie la casa di Sparrows, e l’invito non fu esteso a lei. Sapeva che era un individuo pericoloso, o almeno questo era ciò che sosteneva l’amica; ma forse Nadia aveva esagerato, pensò. Non esistevano prove in merito, e in ogni caso lei amava il rischio, le emozioni forti, i maschi capaci di dominare una donna. Gli strinse la mano, trattenendo la sua per alcuni secondi di troppo e, con un sospiro rassegnato, li guardò uscire dal locale.
Jack Sparrows condusse Nadia verso la sua Talbot e le aprì la portiera. Girò intorno all’automobile per raggiungere la postazione di guida.
In quel momento accaddero due fatti strani. Un uomo comparve alle sue spalle, prendendolo per un braccio. Sparrows cercò di divincolarsi, però la presa era ferrea. “Chi diavolo siete?”, esclamò.
“Carrick”. disse lo sconosciuto, che un secondo dopo stramazzò al suolo.
Un secondo uomo, sgusciato fuori da un portone, lo aveva colpito alla testa con quello che sembrava essere un manganello.
Jack saltò in macchina e partì a tutta velocità.

Da anni Carrick si era fatto la convinzione che in uno scontro fisico agilità e destrezza valessero quanto la forza fisica, se non di più. Anche la freddezza era molto importante. La norma principale era che chi colpiva per primo partiva avvantaggiato.
Non perse tempo a domandarsi chi e perché lo avesse aggredito. Sapeva che presto sarebbe stato assalito di nuovo e che se non fosse riuscito a rialzarsi in fretta l’altro lo avrebbe ucciso. Gli faceva male la testa, aveva i riflessi appannati e soprattutto cominciava ad avvertire il peso degli anni: non era più rapido e vigoroso come una volta. Ciò nonostante era fiducioso. Il suo misterioso nemico era un dilettante; se fosse stato un professionista, lo avrebbe ammazzato al primo tentativo; invece, sebbene lo avesse preso alle spalle con il favore della sorpresa, gli aveva inferto un colpo violento ma anche maldestro.
Carrick rotolò per terra e, come aveva previsto, evitò d’un soffio il nuovo attacco. Il manganello calò con forza sul suo capo, ma lo mancò.
L’investigatore balzò in piedi. Aveva la vista un po’ offuscata e le gambe gli tremavano; per un momento pensò di cadere, ma trasse un profondo respiro, scrollò la testa e quando vide che l’uomo stava per vibrare una terza bastonata lo afferrò per un polso, torcendolo con forza. Il manganello finì a terra e Carrick sferrò un diretto destro centrando il mento dell’avversario. Poi lo prese allo stomaco con il sinistro. Era convinto di vederlo scivolare inerte sulla strada, invece l’uomo grugnì di rabbia e di dolore, incassò la testa fra le spalle e caricò come un toro furioso. Si batteva male, però era forte e grosso. Carrick cercò di evitare l’impatto, ma si mosse con un attimo di ritardo: l’energumeno lo avvolse in un abbraccio soffocante. Carrick capì che gli avrebbe spezzato la spina dorsale. Tentò di liberarsi senza riuscirci, perché aveva entrambe le braccia bloccate; e, per quanto potesse sembrare impossibile, la stretta aumentava. Era come trovarsi imprigionato tra le spire di un serpente. Carrick anfanò. Udiva il respiro rauco dell’altro, mentre la morsa diventava ancora più forte. L’investigatore aveva come un velo davanti agli occhi; se fosse stato più giovane forse avrebbe trovato un modo per sottrarsi a quella stretta mortale, ma era da molto che non si batteva, aveva perso elasticità e resistenza, e a parte questo aveva sempre preferito usare il cervello e non le mani. L’investigatore sentiva che le ultime forze lo stavano abbandonando. Comprese che stava per morire.
Tuttavia non si rassegnò. Reagì d’istinto: assecondò il movimento dell’uomo, anziché opporvisi, si piegò all’indietro, quindi con uno scatto improvviso gli diede una violenta testata sul viso. Lo prese sulla bocca, spaccandogli labbra e denti.
Si ritrovò libero.
Non perse un solo istante: se la lotta fosse ricominciata, non avrebbe avuto speranze. Estrasse lo stiletto dalla manica e vibrò una coltellata volutamente non mortale. Gli tagliò un polso, poi, mentre il bestione si accasciava gemendo, gli fu sopra, inchiodandolo al suolo. Gli puntò lo stiletto alla gola.
“Mi arrendo!”, urlò l’uomo. Biascicava come un ubriaco, a causa dei denti persi. “Non uccidermi, per pietà!”
Carrick lo fissò, riconoscendolo. Era Tom Anderson, un delinquente che anni prima egli aveva catturato e consegnato alla polizia.
“Sei un idiota!”, gli disse furibondo. Per colpa sua, Jack Sparrows aveva evitato la trappola. Il caso beffardo aveva voluto che proprio quella sera Anderson lo avesse riconosciuto e seguito con l’intento di vendicarsi; ma l’unico risultato che aveva conseguito era stato mettere in grave pericolo Nadia Greene.
Carrick si rialzò, massaggiandosi la schiena. “Sparisci!”, gli intimò.
Tom Anderson corse via, lamentandosi e piagnucolando. A dispetto della mole, era un codardo.

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