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Archive for ottobre 2012

I LOVE JANINE 3

Fu la luce dell’alba a svegliare Sarah.
A causa della tensione si erano dimenticate di chiudere le imposte e di accostare le tende. Rimase immobile a riflettere, poi si girò per guardare Janine. La fissò a lungo, mentre il chiarore penetrava nella stanza, permettendole di distinguere nitidamente i suoi lineamenti. Come aveva detto lei, era la prima volta che litigavano, e Sarah non lo sopportava. Non aveva cambiato idea riguardo alla svolta che intendeva dare alla sua carriera, però riconosceva a Janine il diritto di esprimere il proprio dissenso, anche perché sapeva che lei desiderava soltanto il suo bene.
Mentre la osservava, si accorse di quanto davvero la amasse: era un sentimento così profondo e intenso da soffocarla e da farle battere forte il cuore. Saltò giù dal letto e si infilò in quello di Janine. Lei si mosse nel sonno. Sarah le sfiorò delicatamente i capelli, la baciò sulla fronte. Janine aprì gli occhi. La guardò, ancora confusa. “Ti amo!”, le sussurrò Sarah. “Ti amo, tesoro mio. Non puoi immaginare quanto.”
“Anch’io ti amo.” Aveva la voce impastata dal sonno; si stirò prigramente. A un tratto ricordò il litigio. “Scusami, Sarie.”, disse contrita. “Avevi ragione tu, e io torto. Non posso influenzare le tue scelte, mi sono comportata molto male, in maniera prepotente… è solo che adoro la tua musica. Ma sono certa che continuerò ad apprezzarla, qualsiasi strada tu intraprenda.”
“Non parliamone più.”, disse Sarah. Il corpo di Janine era tiepido e profumato; si stese su di lei, cercandole la bocca.
Poi un dito si soffermò a lungo sul punto più sensibile della ragazza canadese… quindi, a quel dito se ne aggiunsero altri tre, trascinandola all’orgasmo.
“E la pace fu sancita nel migliore dei modi.”, commentò maliziosamente Janine alla fine.
A Sarah il sesso metteva appetito. “Non mi piacciono le colazioni italiane. Andiamo a cercare un posto che serva un vero breakfast. Prima, però, devo fare un salto in libreria. Aspettami qui, torno subito.”
Più tardi, davanti a un abbondante piatto di uova con il bacon, le porse un pacchetto. Janine le rivolse uno sguardo interrogativo. “E’ un piccolo regalo. Aprilo.”
Janine scartò con cura l’elegante confezione. “Due libri nuovi!”, esclamò tutta contenta. Leggere era una delle sue grandi passioni. “Con quale cominciare?” Osservò le copertine, quindi scorse rapidamente le note. La vicenda è incentrata sulla figura di Alexander Alliston, che da misero orfano assurgerà al rango di lord, e su quella di Carrick, geniale quanto bizzarro investigatore, e abbraccia un arco di tempo assai vasto: dalle sinistre gesta di Jack lo Squartatore, sul finire dell’ottocento, al tremendo secondo conflitto mondiale, fra intrighi, lotte di potere e amori contrastati…
“Alexandra White: non la conosco.”
“E’ il suo primo romanzo e le recensioni sono positive.”
“Grazie, Sarie!” Janine esaminò l’altro libro. “I tre cunicoli di Giampaolo Orso, non conosco neppure lui.”
“Vedrai che ti piacerà. Prima di acquistarlo ho parlato con una commessa che mi sembrava molto competente. Mi ha detto che lo ha divorato.”
Janine le prese una mano. “Sarie, non lasciarmi mai, ti prego: senza di te morirei.”
Sarah la guardò negli occhi. “Mai, Janine. Non ti lascerò mai!”
A Parigi il pubblico era diverso e il concerto andò benissimo, così come a Madrid, dove Sarah Taverner concesse ben quattro bis e firmò un autografo a José Mourinho. Il resto della tournée si svolse in Inghilterra: Manchester, Liverpool, e infine Londra, dove si tenne il trionfale show conclusivo.
Il giorno dopo Sarah e Janine si recarono a Hyde Park. Il tempo era splendido. Il sole splendeva nel cielo perfettamente limpido, le foglie stavano assumendo il caldo colore autunnale, tuttavia l’erba dei prati era ancora verde.
“Settembre è il mio mese preferito.”, dichiarò Janine. “Conserva il sapore dell’estate ma prelude al suggestivo abbraccio dell’autunno.”
“Come siamo poetiche, oggi!”, sorrise Sarah.
“E’ perché sono felice. Ho quasi paura di questa felicità. Non bisogna sbandierarla ai quattro venti: gli dei sono gelosi degli uomini.”
Sarah le passò un braccio attorno alle spalle. “Nemmeno gli dei potranno separarci, tesoro.”

Susan Driver non era il suo vero nome.
Lo aveva scelto perché era breve e incisivo, e facile da ricordare, al contrario di Genevieve Scott-Thomas che le sembrava vagamente ampolloso, oltre che troppo lungo. Inoltre, era evocativo, dato che metà delle sue canzoni parlavano di auto e di moto, amori consumati in fretta, estati baciate dal sole e dal vento, notti piene di sesso e di passione.
Susan aveva incominciato come corista. Era stato il cantante del gruppo a incoraggiarla, suggerendole di provare da sola e non limitandosi a questo: produsse il suo album d’esordio che balzò subito in cima alle classifiche. Susan cantava, suonava la chitarra e componeva; la sua musica era un intrigante blues-rock, con accenni country e soul. Una versione moderna, e femminile, del suono dei Rolling Stones. Susan era cresciuta nel mito di Keith Richards, che sapeva imitare alla perfezione. In giro c’erano chitarristi più bravi di lui: Eric Clapton, Jimmy Page, Jeff Beck, ma nessuno di loro possedeva la sua micidiale forza.
Il secondo album vendette più del primo, e il terzo più del secondo. Susan Driver era una rockstar. Su suggerimento di un comune amico, fu a lei che si rivolse Sarah Taverner. Susan acconsentì a riceverla per tre motivi. La stimava come artista, le piaceva come donna (Susan non faceva differenza fra maschi e femmine) ed era curiosa di scoprire cosa Sarah volesse da lei.
Tuttavia le rise in faccia, quando Sarah le spiegò che intendeva cambiare genere, imparare a suonare la chitarra (lei componeva i brani al piano) e proporsi in modo diverso sul palcoscenico.
Sarah la guardò perplessa e vagamente offesa.
Susan rollò una canna. “I tuoi dischi sono buoni. In particolare, I love Janine. Non capisco perché tu voglia cambiare.” Aspirò una boccata di fumo, le passò lo spinello, quindi aggiunse: “E poi la tua voce non è adatta al rock e nemmeno al funky.”
“Al country sì, però.”, ribatté Sarah. “Il country nasce dal folk britannico. Comunque sono convinta di poter cantare anche il rock, il pop, qualsiasi genere, scusami l’arroganza.”
“Direi sincerità più che arroganza.” Susan rifletté per alcuni istanti. “In ogni caso, non ho tempo da dedicare a te.”
“Lo immaginavo.”, disse Sarah. “Pensavo a un concerto insieme, uno solo.”
Susan fece “no” con il dito.
“A scopo di beneficenza.”
Susan ridacchiò. “Sei una furbastra, cocca!”
Sarah scrollò le spalle. Nessuno l’aveva mai chiamata “cocca”, ma Susan Driver era nata e cresciuta in Texas, sebbene i suoi genitori fossero inglesi, perciò non si scompose. La esaminò con attenzione. Era bionda, attraente, forse meno fine di Janine, ma con un fondo malizioso che colpiva e attirava. Indossava dei pantaloncini corti; involontariamente diede una furtiva sbirciata alle sue gambe lunghe e tornite. “E’ vero, sono una furbastra, bellina.”, ammise imitando l’accento del sud degli Stati Uniti. “Me lo diceva sempre anche mio padre. Ma perché non farlo? I soldi dell’incasso saranno devoluti ai bambini africani, il pienone è garantito, e tu naturalmente sarai l’attrazione principale. Io terrò la prima parte dello spettacolo. Ti chiedo solo una cosa: lasciarmi cantare un pezzo con te.”
Susan alzò un sopracciglio. “E quale?”, domandò sospettosa.
“Questo.”
Sarah intonò una canzone nuova, che aveva composto il giorno prima. Susan la fissò, poi dopo qualche secondo prese la chitarra e la accompagnò con estrema naturalezza, come se l’avesse già ascoltata per dieci volte. Quando la canzone finì, la ripresero dall’inizio. Era come se fosse scoccata una scintilla magica.

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Il palazzo della Lubjanka contiene una quantità di uffici, di corridoi, di sale riunioni, centri di ascolto e di elaborazione dati. Dispone di attrezzature sofisticatissime, grazie alle quali il KGB poteva controllare un’immensa mole di documenti.
In quegli uffici, in quelle sale riunioni, erano nati molti piani, fra cui la decisione di informare segretamente l’FBI che Nixon o chi per lui aveva inviato alcuni imbecilli al Watergate hotel di Washington. Ciò che poi accadde soddisfò molto le massime autorità del KGB. Fu insensato, invece, il progetto di eliminare il primo ministro britannico, Margaret Thatcher; l’idea scaturiva dall’errato presupposto che la “signora di ferro” intendeva bombardare l’Urss con un ordigno nuclerare. In realtà non si diede seguito alla cosa. Ma molteplici altre iniziative erano state portate a termine con successo.
Nei piani inferiori c’era un altro tipo di locali. Erano insonorizzati e assai lugubri.
In uno di questi, Ivanna Myskina non riusciva nemmeno più a urlare.
La sofferenza era talmente atroce che si augurava soltanto di morire al più presto. In cuor suo, malediceva il giorno in cui aveva deciso di collaborare con la CIA in cambio di denaro. Ma aveva sempre creduto di farla franca. E poi le piaceva vivere nel lusso che i dollari americani le garantivano. Era una donna di quarant’anni attraente e dotata di molto fascino; amava offrire ai suoi amanti la migliore vodka e il caviale più prelibato.
Nel KGB occupava – o meglio: aveva occupato – una posizione elevata e grazie a ciò aveva appreso quanto Kryuchkov e altre eminenti figure stavano progettando di fare. Aveva trasmesso l’informazione attraverso il solito canale sicuro, però non aveva previsto che anche a Langley esisteva una talpa.
“Pietà!”, invocò per l’ennesima volta.
L’uomo che si stava occupando di lei la guardò in modo gelido. “Non può esserci pietà per i traditori, Ivanna. Avresti dovuto pensarci prima.” L’uomo era basso e tarchiato. Amava far soffrire le donne, soprattutto se belle. Ai suoi superiori non era sfuggito il fatto che era un sadico; ma, dato che lavorava con impegno e passione – e con risultati eccellenti -, e che comunque il suo compito era proprio quello di far soffrire la gente, avevano accettato con indulgenza tale piccola depravazione.
Ivanna aveva già confessato tutto in lacrime, e infatti il suo non era un interrogatorio, bensì una punizione.
Adesso giaceva su un tavolo, legata ai polsi e alle caviglie, con il pube rasato.
L’agente della seconda direzione centrale del KGB aumentò la potenza della scarica elettrica.
Forse qualcuno guardò dall’alto.
Ivanna Myskina smise di respirare.

Mentre nei sotterranei del palazzo della Lubjanka Ivanna moriva, a Langley Patrick Keynes convocò Monica Squire. Era quasi ora di pranzo e il responsabile della sezione che si occupava dell’Unione Sovietica invitò Monica a mangiare un boccone con lui.
Ordinarono hamburger e patatine, dopodiché Keynes entrò subito in argomento. “Ho riflettuto.”, disse. “E ho letto con la massima attenzione il fascicolo che riguarda Boris Eltsin. Forse, la tua non è una cattiva idea. Potremmo seguire due piste, chiamiamole parallele. Però non se ne può occupare Yarbes. Rischieremmo di bruciarlo.”
Monica conosceva la storia personale di Eltsin. Boris apprezzava le riforme che Gorbaciov aveva introdotto in Unione Sovietica, ma allo stesso tempo era critico nei confronti del segretario generale: avrebbe desiderato maggiori aperture in senso democratico. Gorbaciov lo tollerava a malapena e se ne serviva per contrapporlo alla parte reazionaria, cioè comunista ortodossa, del partito. Comunque, lo aveva destituito dalla sua carica, a causa dei suoi interventi che giudicava troppo polemici. Eltsin aveva continuato imperterrito a battersi per uno Stato più democratico ed era tornato in auge grazie al voto dei russi che lo avevano eletto di recente presidente della repubblica.
Monica finì il sandwich e disse: “Io parlo il russo correntemente.”
Per qualche strana ragione, dal giorno in cui aveva ucciso Matrioska aveva studiato a fondo la sua lingua, raggiungendo vertici di eccellenza.
Keynes scosse la testa. “Non sei più un agente operativo.”
Monica ribatté con calma: “Patrick, vuole mettermi alla prova? Sono pronta a sostenere un esame completo: corsa, tiro, lotta.”
Keynes dopo aver riflettuto la prese in parola. Ma per scrupolo le scelse l’avversaria più difficile, Susan Cooper, una graziosa ragazza di Boston più giovane di dieci anni, più forte e più atletica. Susan aveva ereditato dai nonni di parte materna che provenivano dall’Irlanda lo spirito combattivo di quella terra e probabilmente era l’agente femminile più aitante dell’Agenzia. Di irlandese aveva anche i luminosi occhi blu, la carnagione chiara e i folti capelli ramati. Non era soltanto potente ma anche determinata, veloce e aggressiva. Keynes le promise un premio nel caso avesse distrutto Squire, e lei affrontò il suo compito con il massimo zelo. La naturale competività che molto spesso esiste tra donne fece il resto.
Per Monica i primi tre giorni furono un inferno.
Incominciarono con gli esercizi per gli addominali e le flessioni. Quando Monica si fermò esausta, l’altra era ancora fresca come una rosa. “Ti stanchi presto, cara.”, osservò in tono falsamente mieloso. Monica iniziò a detestarla. Poi perse nei cento metri, nei duecento, negli ottocento, e fu schienata a più riprese; solo nella prova di tiro riuscì a cavarsela con un risicatissimo pareggio.
Il peggio doveva ancora venire. Durante la corsa “leggera” di dieci chilometri affrontata con un robusto zaino sulle spalle, dopo aver raggiunto il traguardo costituito dal fiume Potomac, Susan fu costretta a tornare sui suoi passi per cercare Monica. La trovò piegata in due all’incirca all’altezza dell’ottavo chilometro. “Coraggio, cara!”, la esortò con garbo, dopodiché ripartì a tutta birra. Mentre le arrancava dietro, la frustrazione di Squire si accrebbe. Era superiore in grado a Susan Cooper (Monica era GS-15, Susan GS-11); ma questo non le risparmiava le umiliazioni.
Il momento in assoluto più deprimente fu quando si affrontarono nell’acqua bassa di una piscina e Monica pensò di annegare. Mentre soffocava completamente immobilizzata e con la testa sotto, iniziò a pentirsi: non era in grado di reggere il confronto con Susan. Sapeva benissimo che Patrick aveva scelto quella ragazza vigorosa per metterla in difficoltà, il che era quasi un eufemismo. Però non intendeva arrendersi. Ma, nonostante il suo strenuo impegno, le sconfitte si moltiplicavano, tanto che per un momento ritenne di non essere fisicamente più all’altezza.
Tuttavia, al sesto giorno si aggiudicò una gara di velocità su tre, e nell’ultimo incontro di lotta prima di cedere costrinse la sua antagonista a combattere per quasi venti minuti. Alla fine era sconvolta ma notò con soddisfazione che anche Susan sembrava provata.
“Sei in forma!”, commentò allegramente Patrick Keynes dopo aver assistito a quella sessione. Monica gli rivolse uno sguardo torvo.
In realtà Keynes non era affatto convinto di quanto le aveva detto. Squire avrebbe dovuto allenarsi almeno per un mese. Ma il tempo premeva.
Si congratulò con Susan Cooper per l’ottimo lavoro svolto. Se la ragazza avessse conosciuto il russo, sarebbe stata certamente più adatta di Squire. Negli ultimi tempi Monica aveva trascurato la cura del suo fisico e i risultati purtroppo si vedevano. Benché fosse intelligente, esperta e determinata non avrebbe potuto competere con un agente del KGB. Aveva ancora una buona mira ma le mancava tutto il resto: forza, resistenza, prontezza di riflessi. Il fatto che avesse resistito a Susan per venti minuti era ingannevole; nel corso di quella lotta non c’era mai stato un momento in cui avesse dato la sensazione di poter vincere, e forse l’altra si era divertita a prolungare lo scontro a causa dell’esuberanza giovanile. Susan possedeva energia da vendere. Keynes pensava che, se avesse voluto, avrebbe prevalso nello spazio di pochissimi minuti. Inoltre c’era da considerare un ulteriore aspetto: una vittoria troppo facile avrebbe potuto significare che non si era applicata con la necessaria diligenza ad allenare Squire. In parole povere, l’aveva semplicemente arrostita a fuoco lento.
Susan lo aveva informato che, per quanto si impegnasse, Monica non riusciva a a correre per dieci chilometri con il modesto peso di venti chili sulle spalle e che in palestra era già esausta a metà programma. Squire l’aveva pregata di non riferirlo, ma non sarebbe stato corretto. Secondo Susan, l’azione non faceva più per lei. Il suo posto era dietro a una scrivania con telefono e computer a portata di mano.
Keynes aveva sempre avuto a cuore la sicurezza dei suoi agenti e giunse alla conclusione che per Monica quella missione sarebbe stata troppo pericolosa. La immaginava morta in qualche desolato vicolo di Mosca oppure sottoposta a orribili torture alla Lubjanka.
Tuttavia esitava.
Sebbene la ragione gli suggerisse di annullare l’operazione, l’istinto gli suggeriva cose diverse. Nel corso degli anni Keynes aveva imparato a fidarsi del suo fiuto. D’altro canto, nella CIA non si raggiungono certi livelli affidandosi solamente alla fredda logica; trascurare le intuizioni, seppure apparentemente sbagliate, si dimostra spesso un grave errore. Il direttore dell’Agenzia era un maestro in questo.
Infine trovò la soluzione: avrebbe mandato entrambe le donne in Unione Sovietica. Sul volto di Susan comparve un largo sorriso. Keynes notò il disappunto di Monica, ma non cambiò idea.
Due giorni più tardi le due donne partirono per Mosca. I passaporti perfetti che le avevano preparato corrispondevano alla biologa Milly Stewart e alla sua assistente Kelly Wright. Ciò che le accomunava era l’antipatia reciproca.

La talpa di Langley si stava guadagnando i suoi soldi.
Confermò che l’imprenditore canadese era un agente della CIA e annunciò l’arrivo di due donne anch’esse facenti parte dell’Agenzia.
Kryuchkov era perplesso. All’improvviso, Mosca sembrava popolata da spie americane. Decise di consultarsi con Gennadij Janaev, il vicepresidente dell’Unione Sovietica. Era un uomo che temeva anche la propria ombra, però non era uno stupido.
Quando Janaev apprese ciò che stava accadendo, sbiancò in viso. “E’ terribile!”, esclamò.
“No. Stai calmo, Gennadij.”, ribatté pacatamente Kryuchkov. “E’ tutto sotto controllo. Il compagno segretario generale non acconsentirà mai a ricevere un cekista americano, uomo o donna che sia.”
“E allora?”, domandò ansiosamente Janaev. “Perché non li togli di mezzo?”
“Non sarebbe saggio. Questo non è il momento adatto per far infuriare Bush. Al massimo, potrei impacchettarli e rispedirli negli Stati Uniti con tanti ringraziamenti. Ma non credo che sia una buona idea.”
“E allora?”
Kryuchkov si pentì di aver voluto incontrare Janaev. Tempo perso!
“Abbiamo un unico problema.”, dichiarò. “Vladimir Putin.”
Il presidente del KGB non sapeva che quel problema era ormai risolto.
Il pericolo proveniva da tutt’altra direzione.

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I LOVE JANINE 2

Quella sera Sarah Taverner era in forma smagliante.
Durante il giorno lei e Janine avevano avuto appena il tempo di fare un breve giro della città, poi Sarah si era dovuta occupare del soundcheck. Sarebbero uscite a cena più tardi, dopo il concerto.
A differenza di molti altri artisti, Sarah amava la puntualità, e alle dieci come sempre era sul palco. Aveva parlato con Janine di ciò che era successo a Milano, convenendo sebbene a malincuore che forse era il caso di “raffreddare” l’esibizione e di concentrarsi soltanto sulla musica: era quello che la gente voleva da lei.
Tuttavia, giornali, radio e perfino i canali televisivi avevano dato ampio risalto a quanto era accaduto. Nella pagina degli spettacoli di diversi quotidiani, fra i quali quelli romani, era stata pubblicata una foto che la coglieva nell’attimo esatto in cui lanciava la cravatta al pubblico; in alternativa, il momento in cui si liberava delle scarpe. Tutto questo ebbe una conseguenza: in larga maggioranza, gli appassionati di jazz e di folk preferirono restarsene a casa – senza voler fare paragoni indebiti, in piccolo ricordava la reazione del pubblico americano quando negli anni sessanta Bob Dylan aveva abbandonato il country per il rock.
Il teatro, però, era pieno… pieno di giovani che non conoscevano i suoi dischi e che apprezzavano generi totalmente differenti di musica: non si trovavano lì per ascoltarla, ma per vederla, con la speranza che questa volta la cantante non si sarebbe limitata a mimare un amplesso, a togliersi la cravatta o a rimanere scalza. Volevano molto di più. Si erano sparse strane voci. Sarah Taverner avrebbe invitato sul palcoscenico la bella Janine Leblanc e l’avrebbe baciata sulla bocca: non un bacio falso alla Britney Spears, bensì qualcosa di estremamente erotico e passionale. Qualcuno si era spinto oltre. Sarah si sarebbe spogliata. E, considerato che era una donna stupenda, valeva la pena di investire una quantità di euro altrimenti destinata ad altri svaghi.
Ma Sarah cominciò volutamente con le canzoni dei primi due album. Era vestita come a Milano, tuttavia non si levò la cravatta, non restò a piedi nudi e, naturalmente, non si spogliò. In quanto a Janine, la seguiva dalla platea.
Risuonarono i primi fischi, seguiti da cori da stadio che la incitavano a darci dentro. Persa nel suo universo musicale, lei li ignorava. Era consapevole di essere in stato di grazia, cantava come forse non aveva mai cantato, con il cuore, con l’anima e con una tecnica eccezionale. Raggiunse il culmine, quando intonò i versi di un brano del cd d’esordio:
Mille volte ho sentito i tuoi passi dietro me
mille volte ho visto i tuoi occhi nei miei,
e quante volte ho sorriso scoprendomi sola…
Mille volte ho asciugato lacrime di solitudine,
di abbracci vuoti…
Mille volte ho cercato le tue mani nelle mie…
Questa volta no,
questa volta il nostro tempo è qui
questa volta il nostro tempo siamo noi
Questa volta no,
i tuoi pensieri saranno anche i miei
Questa volta no!
Janine Leblanc l’ascoltava con le lacrime agli occhi, conscia di assistere a una di quelle serate miracolose nelle quali un artista supera i suoi limiti, volando altissimo e raggiungendo i vertici delle proprie capacità.
Pieni di birra, di fumo scadente e di speranze frustrate, i presenti si scatenarono, dapprima limitandosi a raddoppiare i fischi e a esortarla a cambiare registro, poi man mano incattivendosi. Il biglietto non costava poco e lei li stava deliberatamente truffando. Il frastuono si fece insostenibile. Invano Janine cercava di zittire quelli che stavano vicini a lei; litigò aspramente con una compagnia più rumorosa delle altre, ma senza ottenere risultati.
La bolgia era infernale: volavano lattine di birre, arrivavano insulti e ululati, le bordate di fischi si moltiplicavano. Sarah Taverner tornò alla realtà, scrutò sgomenta il pubblico, quindi smise di cantare. Per un attimo pensò di passare a Seasons of love e di accennare a qualche movenza sensuale, ma sarebbe stato avvilente; erano cose che doveva decidere lei e non un gruppo di scalmanati. Consapevole che avrebbe dovuto pagare una penale, fece un gesto secco ai musicisti, dopodiché abbandonò il palco.
Sarah non aveva mai avuto paura del pubblico, e infatti aveva interrotto lo spettacolo perché era impossibile proseguire, non certo per timore. Tuttavia, mentre faceva la doccia in albergo, rifletté sulla reazione di quegli energumeni, giungendo alla conclusione che non avevano tutti i torti. Da lei si aspettavano trasgressione ed erotismo, e invece avevano ricevuto un’esibizione pressoché perfetta, ma algida. Ed era stata lei stessa a illuderli, con il concerto di Milano e con i testi dell’ultimo album.

Sarah e Janine cenarono all’ Hostaria dell’Orso, in via dei soldati, entrambe elegantissime. Janine era indignata e scura in volto. “Mi prudevano le mani.”, disse, sorseggiando l’aperitivo della casa. “Se non fossi stata sola contro venti, probabilmente avrei fatto a botte!”
“Mmm… una barbara canadese.”, rise Sarah.
“Non scherzare, per favore!”, esclamò risentita Janine. “Questa sera cantavi come una dea e quegli idioti hanno rovinato tutto! Italiani incivili, ecco cosa sono.”
Sarah la guardò. “Forse avevano ragione. E forse mi hanno letta dentro.”
Janine la osservò perplessa. “Non ti seguo.”
“E’ semplice.”, disse Sarah. “Finché ho potuto cantare, credo di aver dato il meglio di me. Però, lo capisco adesso, il mio era il classico canto del cigno.”
Janine la fissava in silenzio, sconcertata.
“Vedi”, continuò Sarah, “ho esaurito una parentesi. Bella, appagante, emozionante, tutto quello che vuoi: ma adesso è arrivato il momento di voltare pagina. L’avevo già intuito a Milano e stasera ne ho avuto la conferma. Janine, sono stanca di cantare per la gloria, di avere il conto in banca in rosso e di farmi mantenere da te.”
Janine cercò di intervenire, ma lei la zittò con un cenno della mano. “L’altra sera, scherzando, hai parlato di Shakira, ricordi?”
“Si trattava appunto di uno scherzo.”, ribatté acida Janine.
“Beh, a questo punto, per me non lo è. Non lo è più. Voglio andare prima in classifica, e con il jazz non ci riuscirò mai. Ma non è solo quello: voglio ballare, scatenarmi, sentire sulla pelle il desiderio fisico del pubblico.”
“Fra due giorni ti esibirai a Parigi. Pensi di poter cambiare repertorio in quarantotto ore?”
“Per gradi. Sarà un processo graduale, ma inarrestabile.”
Janine era alterata. “Sarie, non abbiamo mai litigato seriamente, io e te.”
“Io non desidero litigare.”
Janine allontanò il piatto da sé. Era rossa in viso a causa della collera. “Tu non puoi gettare al vento il tuo talento! Ridicolo! Vorresti dimenarti, sculettando su un palco e sciorinando frasi volgari? Magari mezza nuda! E chi ti dice che ne saresti capace?”
Sarah le lanciò un’occhiata gelida. “Sei l’unica persona al mondo che può parlarmi in questo modo, però a tutto c’è un limite. Con quale diritto pensi di potermi imporre la tua volontà? Siamo nel 2011, e tu comunque non sei mio marito!”
Janine distolse lo sguardo. “Hai ragione.”, disse dopo un lungo silenzio. “Non posso importi proprio nulla. E chi sono io, poi, per farlo?” Sembrava un’offerta di pace, peraltro smentita dal tono della voce. Si alzò di scatto. “Pago il conto.”, disse. “Tanto nessuna delle due ha fame.”
In albergo, l’atmosfera si mantenne ostile e, come per un tacito accordo, non ci furono altre parole.
La camera aveva due letti. Parve naturale che dormissero separate.

Marcus trafficò con il computer finché non rintracciò le notizie che cercava: i resoconti delle prime due date del tour di Sarah Taverner. Poi cliccò su “Immagini”. Apparvero numerose foto. Erano quasi tutte della cantante, ma in un paio di esse compariva anche Janine Leblanc. Era una coppia magnifica. Se Marcus avesse dovuto scegliere fra l’una e l’altra, si sarebbe trovato in grande imbarazzo. Entrambe sprigionavano energia, una sensualità prorompente, avvenenza.
Al pub c’era chi considerava disgustose le lesbiche, altri erano indifferenti, ma lui sognava a occhi aperti un rapporto a tre. Intanto si poneva delle domande. Quale delle due era la più capace a letto? Mentalmente, votò per Sarah. E la più emotiva? Janine, si disse. Era lei che si scaldava per prima e che raggiungeva più rapidamente l’orgasmo. Erano solo supposizioni, ma Marcus si divertiva ad azzardare ipotesi. Adoperavano unicamente le mani e la lingua oppure in qualche cassetto nascosto celavano un dildo? E, in caso affermativo, si trattava di uno strap-on? Compiaciuto, si disse che era assai probabile.
Marcus aveva conosciuto Sarah Taverner. Quando l’aveva incontrata, si era comportata in modo freddo e altezzoso, però Marcus sospettava che fosse tutta apparenza; era possibile che si sentisse a disagio perché era la prima volta che si rivolgeva a lui. O forse, meditò, quella era la sua maniera naturale di porsi. In ogni caso, se fosse riuscito a possederla, avrebbe cambiato atteggiamento. La immaginava contorcersi sotto di lui, madida di sudore e fremente di passione. In quanto a Janine, era pronto a scommettere che si sarebbe dimostrata più cordiale.
Ciò che comunque contava era il suo sogno. Un sogno che si era trasformato in una vera e propria ossessione. Naturalmente era a conoscenza di altre famose coppie lesbiche: in passato, Anne Heche e Ellen DeGeneres, e forse Madonna e Alanis Morissette; in tempi più recenti, si vociferava a proposito di una relazione tra un’attrice italiana e una sua amica. Però erano figure lontane e irraggiungibili, mentre invece Sarah e Janine erano reali e presenti, e presto sarebbero tornate a Londra.
Se avesse saputo che a Roma avevano dormito in letti separati, sarebbe rimasto profondamente deluso. Ma, se fosse dipeso da lui, avrebbe escogitato certamente un rimedio.

Il testo della canzone è di Mari.

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Nadiya Nicolajevna Drosdova era cintura nera di judo, praticava con successo ginnastica e scherma ed era un’ottima tiratrice. Era entrata a far parte del KGB perché credeva fermamente negli ideali del comunismo. Dopo un duro tirocinio aveva raggiunto un buon livello: malgrado fosse giovane era già diventata tenente, ma aspirava a traguardi ancora più ambiziosi. Apparteneva alla prima direzione centrale, perciò il suo campo d’azione era fuori dai confini dell’Unione Sovietica. In quel mese del luglio 1991 si trovava a Mosca per un corso d’addestramento, poi sarebbe ripartita per la Germania.
Era lì che aveva conosciuto Putin.
Benché non fosse propriamente bella, Nadiya era graziosa e aveva un sorriso garbato che conquistava tutti. Stando ai test attitudinali, la sua intelligenza era largamente superiore alla media; e di questo lei sapeva trarre un ampio profitto. Putin la apprezzò fin dal primo incontro.
Nel corso di una cena Nadiya gli aveva fatto capire che non era insensibile al suo fascino e che si sarebbe lasciata sedurre volentieri; ma Putin non era il tipo d’uomo che ama mischiare il lavoro con il piacere. Per di più, sebbene la stimasse, non era particolarmente attratto da lei. Comunque, gradì le sue attenzioni.
Nadiya era la quarta figlia di un colonnello dell’Armata Rossa, decorato dopo la battaglia di Kursk, l’epico scontro tra carri armati che aveva segnato l’inizio della disfatta tedesca. Avrebbe voluto avere un figlio maschio, e in quel senso Nadiya rappresentava la sua unica soddisfazione, dato che le altre tre figlie conducevano esistenze tipicamente femminili. L’ultimogenita, invece, in parte aveva seguito le orme paterne. Il suo orgoglio di genitore si era notevolmente accresciuto quando aveva appreso dall’istruttore di scherma che, qualora avesse abbracciato tale attività sportiva a tempo pieno, Nadiya avrebbe potuto partecipare ai giochi olimpici con concrete possibilità di vincere una medaglia.
Nadiya raggiunse il tavolo di Putin e di Yarbes. A un cenno di Vladimir prese posto accanto a loro. Putin fece le presentazioni, poi invitò Yarbes a parlare liberamente. A differenza del KGB, gli agenti della CIA non hanno gradi militari, bensì qualifiche interne relative allo stato di servizio, e di conseguenza al rango e allo stipendio; pertanto Martin era semplicemente il signor Yarbes.
Martin raccontò nuovamente tutto ciò che sapeva. La donna lo ascoltò attentamente. Era stupita da quelle notizie, e se non fosse stato per la presenza di Putin non avrebbe creduto a una sola parola. Gli lanciò uno sguardo interrogativo. Lui si rivolse a Yarbes. “Prepari un documento, qualcosa di scritto.”, disse. “Il tenente Drosdova troverà un modo per farlo arrivare sulla scrivania di Gorbaciov.”
Yarbes tirò fuori da una tasca della giacca un foglio dattiloscritto e lo porse a Putin. Era un breve riassunto di quanto gli americani avevano scoperto, ed era anche uno dei memorandum più importanti degli ultimi cinquant’anni. Putin si rifiutò di prenderlo in mano. Chiamò la cameriera per farle portare un altro bicchiere e versò da bere a Nadiya. “Non voglio vederlo.”, dichiarò. “Lo dia al tenente.” Nadiya prese il foglio e si chinò per infilarlo nelle mutande. Poi i due russi sembrarono dimenticare la presenza di Yarbes.
Putin sfidò la donna a braccio di ferro. Se perse di proposito, questo non è dato saperlo.
Martin Yarbes si domandò se era finito in una gabbia di matti.

Un’ora più tardi Kryuchkov fu informato dai due uomini della seconda direzione centrale che Putin si era incontrato con un imprenditore canadese – quasi sicuramente un agente della CIA – e con una ragazza della prima divisione centrale. Poiché non erano entrati nel ristorante, non avevano visto che Yarbes aveva consegnato un foglio a Nadiya.
Era la seconda volta che Putin si vedeva con il sedicente uomo d’affari e il motivo poteva essere solo uno.
Kryuchkov valutò la situazione.
Aveva quattro strade davanti a sé.
Poteva far eliminare l’imprenditore, interrogare la donna, chiedere chiarimenti a Putin oppure aspettare, raddoppiando la sorveglianza su tutti e tre. Vladimir Putin era una sfinge, tuttavia la sua fede nel comunismo era indiscussa e, sebbene non ne avessero mai parlato apertamente, Kryuchkov riteneva che non fosse entusiasta delle riforme del compagno segretario generale. E certamente non approvava il nuovo patto federativo che rischiava di dissolvere il potere dell’Unione Sovietica. Il patto conferiva una vasta autonomia a tutti i Paesi non russi che facevano parte dell’impero.
Se avesse fatto prelevare la donna, Putin si sarebbe irritato e, benché fosse un sottoposto, godeva di amicizie influenti e deteneva un potere nascosto che – sospettava il presidente del KGB – gli derivava dall’appoggio della mafia russa. Inimicarselo sarebbe stato un errore. La mafia era micidiale. Perfino Stalin non era riuscito a debellarla.
Sopprimere un agente della CIA non gli sembrava una buona idea, soprattutto in quel momento. Quando la “cosa” fosse successa, sarebbe stato auspicabile non trovarsi di fronte a una dura reazione degli Stati Uniti. Erano fatti interni dell’Urss, certo, ma limitare l’ostilità di Gran Bretagna e America, per quanto fosse possibile, avrebbe consentito di dare vita al nuovo corso con minori problemi.
Alla fine, stabilì di attendere.
Ordinò, comunque, categoricamente che in nessun caso Nadiya Nicolajevna Drosdova potesse incontrare Michail Gorbaciov.
In cuor suo, deprecava di dover prendere da solo ogni decisione.

Quando rincasò, Nadiya esaminò il documento che le aveva dato l’americano.
Nadiya abitava in un monolocale accogliente, provvisto di molte comodità “decadenti”: box doccia, impianto hi-fi, televisore a colori, lavastoviglie. Era uno degli aspetti gratificanti del suo lavoro. Il letto, ampio e confortevole, quando non si trovava all’estero, ospitava  incontri alquanto eccitanti con due amanti, rispettivamente un giovane aitante dai capelli scuri e ricci, nativo di Omsk, e una biondina di Smolenks. Nadiya sceglieva l’uno o l’altra a seconda dell’umore. Con l’uomo si comportava in modo docile e apparentemente sottomesso, con la donna rivestiva panni maschili: in realtà li dominava entrambi.
Ciò che lesse non si discostava di molto da quanto Yarbes le aveva già detto al ristorante. Era alquanto perplessa. Non capiva perché Gorbaciov dovesse venire a sapere quello che alcuni bravi patrioti stavano preparando in gran segreto. Erano motivati dall’esigenza di salvare la Russia. Il segretario generale era un comunista convinto – questo era assolutamente certo -, però aveva preso una serie di provvedimenti che lei non condivideva. Il popolo russo apprezzava i suoi intenti, ma il popolo non conta nulla. Ciò che conta è l’ideale. La patria. La grandezza della nazione. E Gorbaciov era sul punto di trascinare alla rovina il più grande Paese del mondo. Se quel documento riportava il vero, lei approvava il piano di Kryuchkov e degli altri. 
Si soffermò a riflettere sul comportamento di Putin.
Lo trovava sconcertante. E non solo perché si prestava al gioco degli americani.
Se riteneva suo dovere informare il segretario generale, perché non farlo di persona? E per quale motivo aveva affidato quell’incarico proprio a lei?
Era un uomo di intelligenza eccezionale e c’era sempre una ragione precisa alla base delle sue decisioni.
In questo caso, Nadiya ignorava quale fosse questa ragione.
Ed era combattuta: non sapeva se obbedirgli o riferire tutto a Vladimir Kryuchkov.

Patrick Keynes ascoltò Monica Squire senza mai interromperla.
In teoria, Monica non avrebbe dovuto essere a conoscenza della missione di Yarbes… ma soltanto in teoria, visto che lavorando con l’Ufficio della strategia di raccolta e di analisi per forza di cose aveva letto l’incartamento relativo all’attuale situazione russa. Monica sostenne che Vladimir Putin era l’uomo sbagliato.
Yarbes non avrebbe dovuto rivolgersi a lui.
“E a chi altri?”, le domandò Keynes sollevando un sopracciglio.
Patrick Keynes lavorava per l’Agenzia da più di trent’anni e aveva competenza da vendere: in caso contrario, non sarebbe stato il responsabile del settore addetto all’Unione Sovietica. Fra le sue doti, rientrava anche il fatto che prima di prendere una decisione amava confrontarsi con i collaboratori più stretti; e se comprendeva di aver commesso un errore non esitava a cambiare rotta. In genere, però, non commetteva errori.
Sebbene fosse sicuro di aver compiuto la scelta più giusta, il parere di Squire lo interessava.
“Io credo”, affermò Monica, “che il nostro uomo sia un altro. Boris Eltsin.”

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I LOVE JANINE 1

Qualcuno la approvava, ma i più le erano contrari.
Se fosse stata una cantante amata e seguita da un pubblico giovane, come Avril Lavigne, Ashlee Simpson o Miley Cyrus, probabilmente avrebbe incrementato la sua popolarità. Ma Sarah Taverner si rivolgeva a un genere diverso di ascoltatori. La musica che proponeva era un singolare quanto affascinante cocktail di jazz, canzoni francesi e reminiscenze del folk inglese, dunque adatta a persone non più giovanissime. Perciò la maggior parte dei suoi estimatori le aveva voltato le spalle, e il suo terzo album, I love Janine, aveva venduto meno della metà dei due precedenti.
Il titolo del disco non era stato scelto a caso. Le dieci canzoni di cui si componeva erano tutte dedicate alla donna bionda che figurava in copertina. E i testi risultavano molto diversi da quelli degli esordi: erano espliciti e diretti, come quelli di Alanis Morissette, anche se non rivolti a un uomo, bensì alla sua amante.
Quando il cd era uscito, in molti avevano pensato a un’operazione di marketing, arditamente studiata dalla casa discografica; avevano storto il naso, dimostrando comunque una certa indulgenza, malgrado il dubbio gusto di tale operazione.
Poi, però, Sarah Taverner aveva fatto outing.
In un’intervista rilasciata a un settimanale aveva dichiarato senza mezzi termini che lei e Janine si amavano, e che presto avrebbero vissuto insieme nella grande casa di Mayfair, che Sarah aveva ereditato dal padre. Inoltre, nella stessa intervista, si era spinta oltre, spiegando con dovizia di particolari il significato del primo brano del cd. “In amore tutto è lecito.”, aveva affermato. “E vi posso assicurare che assumere cocaina non nei modi canonici ma direttamente dal pube della propria donna è quanto di più eccitante esista in natura.”
A seguito di quelle parole avventate, il disco era stato stroncato dalla critica e le vendite erano crollate. Il lato ironico della situazione stava nel fatto che I love Janine era indubbiamente il miglior album che lei avesse inciso. Sarah cantava in modo superbo e la musica raggiungeva una purezza e un’intensità tali da toccare l’animo di chiunque vi si fosse accostato senza pregiudizi.
Sarah finì di leggere l’ennesima stroncatura, piegò accuratamente il giornale e lo ripose sulla scrivania.
“Non avresti dovuto farlo.”, osservò pacatamente Janine Leblanc. Sarah la guardò, pensando a quanto fosse bella. Di origine francese – i nonni paterni erano di Parigi e la nonna materna di Lione – Janine era tuttavia canadese. Era molto alta, sul metro e ottanta, con grandi occhi espressivi e un corpo stupendo. Sarah non ricordava di aver mai visto delle gambe così belle. Janine aveva lavorato nel mondo del cinema. I registi ricorrevano a lei quando era previsto un primo piano delle gambe della protagonista di un film, soprattutto se l’attrice in questione compariva in pantaloncini corti, minigonna o costume da bagno. Janine era stata la controfigura di Julia Roberts, Demi Moore e Catherine Zeta Jones, fra le altre.
Sarah Taverner gareggiava con lei in avvenenza. Di pochi centimetri più bassa, aveva folti capelli castani e occhi del colore delle foglie autunnali che, a seconda degli stati d’animo, potevano virare al verde. Da ragazza aveva praticato varie discipline sportive, eccellendo in tutte: se non si fosse dedicata alla musica sarebbe diventata un’ottima atleta. Aveva le spalle larghe e le gambe muscolose, ma era estremamente femminile, con un seno invidiabile. Janine era pacata e riflessiva, Sarah vivace e impulsiva. Forse per quello formavano una coppia perfetta.
“E’ sciocco nascondere il proprio amore.”, replicò Sarah dopo un momento.
“Sono d’accordo. Ma perché sbandierarlo ai quattro venti?”
“Ho composto questo disco pensando a te. Pertanto era giusto che comparisse il tuo nome… il resto è venuto di conseguenza.”
Janine scosse il capo. “Potevi evitare la storia della cocaina.”
Sarah ridacchiò. “Mi sono limitata a rispondere a una domanda.”
“Calcando forte la mano!”
“Beh, è sufficiente ascoltare con attenzione la canzone. Ho solo precisato alcuni dettagli. La verità è che sono degli ipocriti e dei falsi moralisti.”
Benché fosse seriamente preoccupata per il futuro di Sarah, Janine rise. “Taverner, sei incorreggibile!”
“Certo.”, ribatté prontamente l’altra. Le porse la mano. “E ora te lo dimostrerò.”
La condusse in camera da letto. Il loro era un rapporto assolutamente paritario, sotto tutti gli aspetti; a differenza di altre coppie omosessuali, non c’erano un “maschio” e una “femmina”: ciascuna delle due donava e riceveva piacere in egual misura. La loro intesa sessuale era magica. Ogni volta che facevano l’amore Janine pensava che avessero raggiunto il culmine, ma la volta successiva lo superavano, lasciandola sbalordita.
Per principio, Janine era contraria all’assunzione di droghe: ciò nonostante, quando Sarah riuscì a convincerla a mettere in atto quello che poi sarebbe diventato il tema dominante di una canzone del nuovo album, provò sensazioni talmente intense da risultare quasi insostenibili. Era come trovarsi su una incredibile giostra incantata che girava sempre più vorticosamente. Adesso si sarebbe finalmente fermata, pensava lei; ma, anziché esaurire gradatamente la sua spinta, aumentava continuamente la velocità, finché, stravolta, Janine si abbandonò sul letto, pregando Sarah di arrestarsi.
In certi casi erano calme e rilassate, e il tutto si svolgeva languidamente; in altre circostanze erano avide di passione, a tratti addirittura selvagge. Entrambe erano giovani, forti e vigorose: ciò permetteva loro di sperimentare acrobazie audaci che per molti sarebbero state impensabili. Era una scoperta continua.
Raggiunsero l’orgasmo insieme. Poi rimasero a lungo abbracciate, guardandosi negli occhi e scambiandosi carezze.

Marcus stava ascoltando per la decima volta consecutiva I love Janine. Nel frattempo, si era già masturbato e ora era pronto per una nuova sessione. Riprese a toccarsi con lo sguardo fisso sulla copertina del cd.
Ciò che rendeva eccitante quella foto era la voluta mancanza di qualsiasi forma di erotismo con cui la donna si era posta davanti all’obiettivo. Questo contrastava con le sfrontate dichiarazioni di intenti dei testi delle canzoni.
La donna non era in bikini, né vestiva in maniera succinta. Indossava dei pantaloni verdi di fustagno, un maglione da pescatore e calzava alti stivali neri. Era seduta su uno scoglio e guardava il mare. I capelli biondi le cadevano morbidamente sulle spalle, teneva le lunghe mani sulle ginocchia.
Non poteva esistere un’immagine più intrigante, perché lasciava spazio alla sua fantasia, e infatti Marcus immaginava la cantante – sul retro del cd c’era anche una sua foto, una semplice inquadratura del viso – mentre la spogliava lentamente. Dapprima le avrebbe tolto gli stivali, poi i pantaloni, quindi il maglione, lasciandole infine soltanto i ridottissimi slip. Si sarebbero baciate e, come nella canzone, anche gli slip sarebbero finiti nel mucchio con gli altri indumenti. A quel punto, l’avrebbe cosparsa di cocaina e l’avrebbe leccata.
Marcus venne con un grugnito quasi animalesco. Avrebbe dato la vita per farsele tutte e due, sullo stesso letto e nel medesimo tempo.
Gli amici al pub lo deridevano per quelle fantasticherie; ma erano solo degli idioti.

Contrariamente a quanto si potesse pensare, era Janine a mantenere Sarah.
Nel cinema si guadagnava bene e, a parte quello, Janine Leblanc aveva giocato per otto anni in una lega professionistica di basket (come play-maker, dato che per la pallacanestro era “piccola”). Aveva smesso quando era stata notata da un produttore: chiaramente non avrebbe potuto presentarsi sul set con le gambe piene di lividi. Successivamente aveva saputo far fruttare i suoi soldi, investendoli con notevole fiuto nelle azioni di alcune società destinate a prosperare. Quando si era trasferita a Londra per seguire Sarah, aveva comprato un negozio di vestiti, affidandolo a una commessa esperta e capace.
Sarah Taverner non era mai entrata nelle top-ten; la casa dove abitava, benché fosse di proprietà, costava parecchio: era vecchia e necessitava di continue manutenzioni; e infine I love Janine si era rivelato un fiasco, con l’aggravante che diverse date della imminente tournée erano state cancellate dagli impresari più conservatori e bigotti.
Sarah era praticamente al verde e si vergognava moltissimo di dover dipendere dalla donna che amava. Ma Janine l’aveva rassicurata. “Sei la mia compagna. E ogni cosa deve essere in comune.” Al contrario di Sarah, Janine in precedenza non aveva avuto esperienze lesbiche, respingendo le avanche di Jodie Foster e di Anne Heche: ma quando aveva conosciuto la cantante in un locale di Los Angeles aveva perso la testa per lei.
“Pensa a Kate Moss.”, le disse quella sera, stuzzicandole un capezzolo. “Dopo la faccenda della droga sembrava finita e invece… E poi con il prossimo album andrai dritta prima in classifica!” Sebbene la considerasse un’artista straordinaria, cionondimeno nutriva molti dubbi in proposito, però si sforzò di risultare convincente. Poi, scherzando, aggiunse: “Oppure potresti incidere un disco con Shakira.”
Sarah le mostrò la lingua. “E perché non con Lady Gaga?”
Tre sere dopo Janine Leblanc sedeva in prima fila in un teatro di Milano, dove era stata programmato il primo dei dodici concerti della tournée di Sarah Taverner. Gli italiani erano smaliziati e amanti della buona musica, perciò la sala era gremita di gente. Alle dieci in punto, Sarah fece il suo ingresso sul palco, illuminata dai riflettori. Si produsse in un grazioso inchino e voltò le spalle alla platea, curvandosi leggermente in avanti, mentre il pianista introduceva le note di Seasons of love, il brano incriminato del nuovo album. Sarah dapprima sussurrò le parole iniziali della canzone, quindi la sua voce si levò alta e chiara, limpida e potente. Si girò verso il pubblico, mimando quello che stava cantando.
Era un gesto osceno, più che trasgressivo, e Janine sobbalzò sulla sedia. Non era nello stile di Sarah. Lei si era sempre posta in modo elegante e raffinato, da autentica signora della canzone qual era: adesso sembrava una punk, ma la musica, una cascata di melodia scintillante, e la sua voce, un’affilata lama di ghiaccio, stonavano incongruamente con quella stravagante pantomima. La gonna lunga che le arrivava ai piedi, la camicia bianca, la cravatta nera e le scarpe senza tacco accentuavano quella discrepanza. Come se le avesse letto nel pensiero, Sarah si liberò con un calcio delle ballerine, si tolse la cravatta e la fece volteggiare in aria per poi lanciarla verso le prime file, dove avide mani si protesero per afferrarla.
Risuonarono fischi ed esclamazioni indignate, e qualche coppia anziana abbandonò precipitosamente la sala. Altri, tuttavia, applaudivano entusiasti, ma, sospettava Janine, non per la bellezza di ciò che ascoltavano, bensì a causa dell’eccitazione suscitata dalle movenze sensuali e provocanti di Sarah.
Janine aggrottò la fronte. Se Sarah intendeva atteggiarsi così, allora avrebbe dovuto cambiare completamente genere. Il fisico non le mancava, pensò, però sarebbe stato un vero peccato se avesse sciupato il suo talento per trasformarsi in una Britney Spears.
Sarah attaccò il secondo brano, avvicinandosi al bordo del palco. Suo malgrado, Janine dovette convenire che era dotata di una sensualità magnetica. Chi era venuto per sentire del buon jazz e rifuggiva dalle stravaganze tipiche del pop aveva abbandonato il teatro o assisteva accigliato a quell’esibizione indecorosa; ma il resto del pubblico era letteralmente stregato. Mentre la osservava attentamente, Janine per un attimo notò che Sarah aveva le pupille dilatate; anche l’espressione del viso era strana. Provò un moto d’ira: Sarah Taverner le aveva tenuto nascosto un aspetto della sua vita. Non che fosse obbligata a dirle tutto, però in questo caso le aveva mentito, e ne era amareggiata. Quando l’aveva persuasa a prestarsi a quel giochetto, infatti, le aveva garantito che sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Rammentava ancora le esatte parole: “Preferisco una buona birra. Con la droga sai come cominci, ma non sai come finisci.”
Tuttavia, quando tornarono in albergo, Sarah rispose alle sue rimostranze negando con decisione. Janine insistette con il risultato di farla scoppiare in lacrime. Si pentì subito e pensò di essersi ingannata.
Il secondo concerto, che si tenne a Roma, fu un disastro.

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A Mosca gli inverni sono estremamente rigidi, ma l’estate può essere torrida.
Il 10 luglio era stato un giorno molto caldo. Verso sera, però, mentre Martin Yarbes si recava al luogo dell’appuntamento, una fresca brezza mitigò il clima afoso. Yarbes aveva preso in considerazioni varie ipotesi, pervenendo alla conclusione che, in un caso o nell’altro, poteva affidarsi soltanto alla fortuna.
Ogni precauzione sarebbe stata inutile. Se si fosse nascosto nei pressi del ristorante, avrebbe forse visto la Milizia arrivare; ma nulla escludeva che potessero piombargli addosso nel corso della cena, o magari dopo, all’uscita del locale. A parte questo, un vago intuito gli suggeriva che quel russo impenetrabile pensava e agiva unicamente in base a criteri razionali: farlo arrestare non sarebbe servito a niente.
Quando entrò, il sovietico era già seduto al tavolo d’angolo di due sere prima. Sebbene Yarbes non fosse in ritardo, con un gesto impaziente gli indicò l’orologio. Martin prese posto e salutò con educazione; in risposta, ebbe un cenno del capo. Ordinarono un pasticcio ripieno di carne e cavoli e, come secondo, un’eccellente anatra farcita. Il pasto fu accompagnato da una bottiglia di vino della Crimea.
Cominciarono a mangiare in silenzio.
Poi il russo gli rivolse uno sguardo freddo e disse: “Ho preso le mie informazioni. A causa sua, signor Yarbes, il KGB ha perso il suo miglior agente.”
Martin lo fissò, perplesso.
“Cannes! Aleksandr Stavrogin! Nome in codice Matrioska.”
Yarbes sospirò. Era accaduto molti anni prima, e in ogni caso non era stato lui a uccidere quel terribile killer, gelido e disumano, bensì una sua collega, Monica Squire.
“E’ in errore, signore.”, replicò gentilmente. “Quel giorno io fui preso in consegna da due energumeni del Servizio d’azione francese. Fu una donna a eliminare Matrioska, la stessa donna che ammazzò Baba Yaga… Aglaja, se non vado errato. E, comunque, Matrioska era venuto in America e aveva assassinato il nostro numero uno, John Lodge. Ma direi che ormai è acqua passata. Eravamo in guerra, ma da allora sono cambiate molte cose, comprese le relazioni fra i nostri due Paesi.”
Il russo lo guardò negli occhi, come per accertarsi che avesse detto la verità, anche se Yarbes sospettava che sapesse benissimo come si erano svolti i fatti. Aveva solo voluto provocarlo.
Finirono di cenare in silenzio. Quando la cameriera sbarazzò, il sovietico venne finalmente al dunque. “La mia presenza, qui, significa che dopo un’attenta riflessione ho deciso di crederle, seppure con qualche riserva.”

Mentre Yarbes e il suo commensale terminavano di cenare, George Bush incontrò James Baker allo Studio Ovale della Casa Bianca. A Washington era ora di pranzo. Nella capitale degli Stati Uniti il caldo era soffocante, il cielo grigio, e non spirava un alito di vento. Il presidente pensò che quel clima rispecchiava il suo stato d’animo. Ciò che sarebbe potuto succedere avrebbe riportato indietro il mondo con conseguenze gravissime. Da giorni si domandava se l’idea di mandare un uomo della CIA a Mosca fosse stata una mossa intelligente.
“Ci sono notizie?”
“Sì, signor presidente.”, rispose il Segretario di Stato. Baker consultò l’orologio. “Proprio adesso Yarbes dovrebbe essere in compagnia del nostro uomo.”
“Dovrebbe…”, commentò, asciutto, Bush.
“Lo ritengo molto probabile, signor presidente.”
George Bush si affacciò a una delle tre grandi finestre orientate verso sud, quindi si voltò e indicò uno dei telefoni posti sulla Resolute desk, la scrivania donata dalla regina Vittoria a Rutherford B. Hayes. “E se prendessi in mano quel dannato apparecchio e chiamassi personalmente?”
Baker scosse la testa. “E’ sconsigliabile, signor presidente.”
“E se lei salisse su un aereo e andasse a Mosca?”
“E’ sconsigliabile, signor presidente.”
Bush lo sapeva già. E conosceva i motivi che rendevano poco praticabili quelle due strade. D’altronde, ne avevano già discusso.
In primo luogo, avrebbero dovuto ammettere di avere una talpa ai massimi vertici del KGB: e questo non sarebbe piaciuto. In secondo luogo, sarebbero stati costretti a rivelare che erano riusciti a intercettare numerose telefonate su linee in apparenza ultrasicure; e questo sarebbe piaciuto ancor meno. Esistevano due alternative: affermare che la notizia proveniva dal Mossad oppure da un esule russo, ma entrambe sarebbero risultate poco credibili.
Ma vi era un terza ragione, forse la più importante. Se, nonostante i loro avvertimenti, il fatto fosse comunque accaduto, si sarebbero trovati di fronte a un regime fortemente ostile, decisamente più ostile di quanto già si potesse presumere. Bush non era uno stupido. Aveva distrutto l’aviazione e l’esercito iracheni, lasciando tuttavia al potere Saddam Hussein, perché in caso contrario l’Irak sarebbe diventato una polveriera. Sapeva quando era il momento di fermarsi. Dodici anni più tardi, suo figlio si sarebbe comportato in maniera diversa, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Annuì e strinse la mano a James Baker, congedandolo.
Yarbes rimaneva la sua unica speranza.
Il presidente degli Stati Uniti varcò la porta che immetteva nel giardino, immerso in pensieri profondi e poco gradevoli.

Nel frattempo, Martin Yarbes osservava sconcertato la scena che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi.
Come nell’occasione precedente, il russo aveva estratto una moneta da una tasca e l’aveva messa in un bicchiere pieno d’acqua. Poi l’aveva recuperata con la bocca, tenendo le mani dietro alla schiena. Il fatto che fosse vestito in modo elegante, con un blazer blu e la camicia bianca, rendeva più inverosimile quella pantomima. Yarbes considerava curioso che una persona dall’aspetto deciso e vagamente tetro si divertisse così, soprattutto a fronte di quanto gli aveva rivelato.
“Posso fare molte cose.”, dichiarò l’altro soddisfatto, prima di ripetere l’esperimento. “Ma non sfidare Vladimir Aleksandrovic Kryuchkov… almeno, non adesso.” Forse avrebbe potuto aggiungere che in realtà non lo voleva.
Squadrò l’americano con i suoi freddi occhi chiari. “Posto che mi convenga.”
“Quindi?”
“Quindi, anche se le credo, sia pur con riserva, non penso di poterle essere di grande aiuto.”
Yarbes rifletté per un attimo. “Se lei fosse veramente convinto di ciò che afferma, non ci saremmo incontrati di nuovo. A meno che non intenda spedirmi in Siberia.”
“Niet!”, ribatté Vladimir Putin. “Niente Siberia. Lei è un americano ed è cresciuto con troppe idee sbagliate per la testa. Favole, leggende, racconti per bambini. Se c’è un cekista qui, quello è lei, signor Yarbes. Se cominciassi a fare il resoconto di tutte le nefandezze con le quali vi siete sporcati le mani in ogni parte del mondo, staremmo qui fino a domani.”
Yarbes restò in silenzio.
Putin spostò lo sguardo in direzione della porta.
“Ho fatto venire una persona che forse potrà aiutarla.”, disse prima di riprendere la moneta e di riporla nella tasca.

Più o meno all’ora in cui il presidente degli Stati Uniti passeggiava per il giardino, dopo aver consumato un sandwich in ufficio, Monica Squire si tolse le scarpe, appoggiò i piedi sulla scrivania e rilesse per la terza volta il dossier che riguardava Vladimir Putin. Non condivideva l’ottimismo del suo capo né quello del Segretario di Stato. Putin era noto per essere gelido ed enigmatico. Inoltre, da sempre era un uomo del KGB, e questo fatto aveva la sua rilevanza. Era figlio di un comunista convinto, sebbene la madre fosse cristiana – come più tardi divenne egli stesso (attualmente porta al collo la croce battesimale della mamma). Per cinque anni aveva lavorato nella Germania dell’Est, dimostrando grandi capacità organizzative e guadagnandosi un’ottima reputazione. Si era laureato in Diritto Internazionale a Leningrado, oggi San Pietroburgo, la sua città natale. Godeva di appoggi influenti ed era temuto e rispettato. Secondo l’opinione di alcuni analisti, sarebbe salito molto, molto in alto. Ciò che la colpiva maggiormente era la sua freddezza. Non era un sadico, non coltivava alcun tipo di perversione, non amava infliggere dolore, però non esitava a fare a pezzi i suoi nemici.
Monica sorseggiò il caffè, riflettendo. Se le notizie pervenute dall’Unione Sovietica rispondevano al vero, la situazione era decisamente grave. Temeva per la sorte di Yarbes, ma non solo: le implicazioni erano assai più estese. Se fosse dipeso da lei, avrebbe preso decisioni diverse, anche se non aveva un’opinione precisa in merito: c’era qualcosa che le sfuggiva.
La storia di Monica Squire era alquanto singolare. Anni prima, tutti la consideravano un astro in ascesa; e benché in una struttura come quella della CIA ciò possa apparire poco verosimile, il suo aspetto fisico – era snella e attraente – l’aveva aiutata a conquistare la simpatia dei superiori, compreso il direttore dell’Agenzia. Ancora adesso, malgrado non fosse più giovanissima, quando camminava per strada era capace di far girare molte teste.
Naturalmente era anche una donna risoluta e intelligente. Aveva svolto una brillante azione in Afghanistan, che le era valsa riconoscimenti e attestati di stima.
In seguito, però, le cose erano cambiate.
Aveva rischiato l’ergastolo perché, a causa sua, l’agente John Lodge era stato ucciso da un uomo del KGB, Matrioska, lo stesso che i due avevano fronteggiato con successo durante la guerra russo-afghana.
Quando ripensava a quello che era successo, Monica provava sensazioni contrastanti. Da un lato si sarebbe sempre sentita colpevole. Si era dimostrata debole: non era riuscita a resistere alle torture che aveva subito da un’agente del KGB, Aglaja, nome in codice Baba Yaga; aveva perso il controllo e le aveva svelato dove abitava Lodge.
Da un altro lato, tuttavia, si chiedeva quante persone sarebbero riuscite a sopportare i tormenti cui l’aveva sottoposta la russa, senza invocare pietà e soprattutto senza rispondere alle sue domande; e non poteva trattenere il risentimento per chi l’aveva giudicata e condannata. Non aveva mai sofferto tanto in vita sua.
Ma, a un tratto, tutto era cambiato. Monica aveva seguito, senza esserne autorizzata, Martin Yarbes a Cannes ed era stata lei a uccidere Matrioska, nonostante fosse fortemente attratta da quel russo… una strana passione, a ripensarci. Dopo quel giorno, era tornata a essere una stella in ascesa, e adesso ricopriva un ruolo di prestigio: era la numero quattro del settore addetto alla divisione sovietica. Sebbene fosse meno importante di un tempo – prima dell’avvento di Michail Gorbaciov – rimaneva comunque uno dei dipartimenti principali, assieme alla struttura che si occupava del terrorismo internazionale.
Monica collaborava con l’Ufficio della strategia di raccolta e di analisi. Tale ufficio ha il compito di reperire il maggior numero di informazioni possibili sulle principali questioni estere e, dopo averle verificate, di studiarle approfonditamente. Se vengono considerate rilevanti, passano ai “piani alti”.
Monica lesse per la quarta volta l’incartamento, poi, colta da un’idea improvvisa, si rimise le scarpe, ripose il fascicolo nella cassaforte e uscì dall’ufficio.
Avevano scelto l’uomo sbagliato.

A bordo della Chaika, parcheggiata di fronte al ristorante, i due uomini videro la giovane donna entrare nel locale. Vladimir Putin era intoccabile – perfino per Kryuchkov, il quale segretamente lo temeva -; ma per il resto erano liberi di agire, anche se con le dovute precauzioni. Conoscevano Nadiya. Si chiesero se la sua presenza, lì, fosse legata a quella dell’americano.
Ma la risposta era ovvia.

NOTA DELL’AUTRICE: l’episodio della moneta appartiene alla realtà, e non è un frutto di fantasia. Vladimir Putin ama dilettarsi in questo e altri modi.

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IL POSTINO DI CIMAGROTTA

Qualche anno fa in un paesino della Toscana c’era un postino. Si chiamava Giacomo Fabbri ed era molto brutto. Oltre a non essere bello di natura, a causa dei lineamenti del viso sgraziati, era anche tutto storto. Ogni cosa nel suo corpo era fuori posto, quasi fosse stato creato da uno scultore pazzo. Di normale aveva soltanto le gambe, che erano muscolose e ben fatte; il resto induceva a pensare a un incubo, oppure al protagonista di un film dell’orrore. Giacomo Fabbri consegnava sempre la posta in bicicletta e, sebbene pedalasse con vigore, rappresentava uno spettacolo grottesco, la caricatura di un uomo con quella postura assurda da personaggio dei cartoni animati: nessuno andava in bicicletta in modo tanto ridicolo.
Ci furono pressioni perché venisse licenziato, dato che disonorava il paese con la sua sola presenza; ma naturalmente non era possibile. Inviperiti, gli abitanti di Cimagrotta, questo è il nome dello sperduto villaggio immerso nel verde della campagna toscana, lo aspettavano sull’uscio di casa per insultarlo e schernirlo. I bambini lo inseguivano lungo le vie del paese, deridendolo e prendendolo a sassate. Indifferente a tutto ciò, ogni mattina Giacomo inforcava regolarmente la sua vecchia bici e incominciava il giro delle consegne. E ogni giorno, puntualmente, veniva bersagliato dal sarcasmo feroce e senza cuore di grandi e piccini. Persino le ragazze lo prendevano in giro, e solo una di esse, una timida biondina di nome Silvia, gli aveva parlato gentilmente, consigliandogli di abbandonare la bicicletta, e di consegnare la posta a piedi o con un motorino. In questo modo, forse le molestie sarebbero cessate. Ma Giacomo l’aveva ringraziata scrollando le spalle ricurve, e aveva continuato imperterrito a svolgere il suo lavoro in bici. Con il sole e con la pioggia, d’inverno e d’estate. Sempre accompagnato, giorno dopo giorno, da lazzi e da insulti.
Poi ci furono i campionati mondiali di ciclismo. Vinse un italiano, Mario Cipollini, che i tifosi chiamavano  affettuosamente “Re Leone”. Quando si trovò sul palco della premiazione, Cipollini alzò una mano per salutare la moltitudine di fans che lo acclamava, quindi parlò brevemente al microfono dell’operatore della Rai. Disse che desiderava dedicare quel grandissimo successo a un ragazzo che aveva incominciato con lui, e che era tre volte più bravo di lui. Purtroppo era stato investito da un camion, e la sua carriera era finita prima di nascere; inoltre aveva riportato lesioni gravissime che lo avevano rovinato per sempre. “Sei nel mio cuore, Giacomo Fabbri!”, concluse prima di portarsi alla bocca la rituale bottiglia di champagne.
Il mattino dopo, il postino incominciò il giro delle consegne. Era una giornata fresca, allietata dal cielo azzurro e da un sole garbato; una brezza leggera accarezzava gli alberi allineati lungo la strada principale di Cimagrotta. Gli abitanti del paese lo attendevano fuori di casa, così come avevano fatto per mesi e mesi. Giacomo si incurvò ancor più del solito e continuò a pedalare, aspettando il consueto coro di schiamazzi, offese e volgarità. Ma attorno a lui c’era un grande silenzio. Quando arrivò a metà via si udì un timido applauso. Era stato un vecchio, noto per la sua crudele ironia, generalmente fra i primi a deriderlo. Dopo qualche secondo fu imitato da una donna. Poi da un ragazzino. E infine si levò un unico immenso applauso che lo accompagnò mentre procedeva ingobbito.
Un applauso interminabile. Infinito.
Giacomo Fabbri continuò a pedalare. Se possibile, più curvo che mai.

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