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Archive for the ‘raccolti dal sentiero’ Category

Per questo post vale lo stesso discorso già fatto per Il Pupazzo di Neve, con un’unica differenza: che Aqualung è stato da me riproposto varie volte, dato che lo considero uno dei miei migliori racconti – o uno dei meno peggiori, se preferite. Con molta franchezza aggiungerò solo che, soprattutto sulla piattaforma Splinder, venne anche aspramente criticato, a causa del tema e del contenuto assai scabrosi.
Dunque, eccolo qui di nuovo, esattamente come era stato scritto in origine. Era un pomeriggio soleggiato e ventoso; ma questa è un’altra storia…

Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

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Questo racconto non è nuovo e non gli ho apportato alcuna modifica. Così fu scritto e postato cinque anni fa, ma cinque anni su WP sono un periodo di tempo paragonabile alla distanza tra la Terra e la Luna, quindi per molti sarà una novità. L’ho ritrovato casualmente nella “classifica articoli e pagine” e dopo averlo riletto ho deciso di riproporlo. Il perché è presto detto: al di là del fatto che mi sia piaciuto – tanto o poco non fa differenza – ricordo ancora benissimo che quando lo scrissi avevo chiara in mente una persona. Adesso quella persona ne è uscita alla grande e con gioia glielo dedico.
Vai che il mondo è tuo!

La neve scendeva, ammantando il grande parco di bianco. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava la meraviglia di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un cane si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che peraltro non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Katia. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco, protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi non aveva mai voglia di mangiare, e neppure di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo vasto talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo fantasy su WordPress, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando pigiava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu fatale che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e la sua originalità, quella di unire una vicenda magica all’introspezione dei personaggi, avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Katia firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di tennis, ma rinunciò al campionato societario che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventisette, tuttavia non si presentò più agli esami universitari. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Dario; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di ottobre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Katia ignorò le sue missive.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Katia si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, poiché non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incomparabile suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. Un culmine mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un bar. Non era stato Dario a parlargliene, ma un certo Francesco, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, del tennis. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Katia sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Katia viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva l’unica estasi che avesse mai sperimentato.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano presentati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Katia rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami solo un minuto di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi, con gli occhi delle fate, rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Katia sorrise.
Al resto avrebbe provveduto il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli.

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Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e quindi spedì il manoscritto a sei differenti Case Editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro tra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili era pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca; rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

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Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

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Si allontanarono dalla villa in macchina. Elisa gli aveva tirato un bordo della giacca, invitandolo a seguirla, senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui aveva obbedito. Si erano diretti verso il parcheggio. Per un attimo pensò alle scuse da trovare per aver lasciato la festa troppo discretamente. Sorrise. Forse… sicuramente, anzi, nessuno se ne sarebbe accorto. Avrebbero magari notato la mancanza di quell’efebico essere, quello che gli camminava un passo più avanti. Se avessero visto che se ne andavano assieme, ecco, forse si sarebbero ricordati anche di lui.
Arrivati alle prime macchine, lei si fermò. “Beh? Dove hai parcheggiato?”, gli chiese. Il lago si sfilava al loro fianco come un nastro di feltro scuro. Mauro non sapeva dove andare. Tra la cena e l’albergo, non immaginava cosa fosse la cosa più improbabile. Non che non avesse voglia di sesso, ma non era quello. Non voleva quasi neanche toccarla. Avrebbe voluto piuttosto immergersi nel verde dei suoi occhi e andare in fondo e una volta arrivato là, dove il colore prendeva sostanza, fermarsi a nutrirsi, a banchettare come uno di quei pesci i cui contorni poteva solo abbozzare.
Elisa guardava fuori dal finestrino. Si teneva le braccia al petto come se avesse freddo. Ma non faceva freddo. Le piaceva quella serata. Era sufficientemente opaca. Il paesaggio si confondeva in toni di grigio, una specie di Braque. Sarebbe bastato un filo di rosso, a disegnare una sagoma netta, per rendere impagabile il tutto. Non sapeva ancora che farsene di Mauro. Ma stava per mettersi a piangere alla festa, e questo proprio non poteva permetterselo. Ma non voleva stare tutta la notte a girare come una cretina. Almeno questo, no.
Chi era, poi, Elisa?, si domandò pigramente Mauro. E sono veramente sicuro di anelare a quegli occhi verdi, tanto diversi da altri occhi, del colore delle foglie autunnali?
Dopo le luci di un bar, c’era uno spiazzo non asfaltato che finiva praticamente sulla riva. Mauro rallentò ed accostò. Spense i fari e aprì lo sportello. “Ti va?”, le chiese. Elisa lo guardò per un attimo e scese anche lei, senza dire nulla. A qualche metro da loro c’erano due panchine. Presero possesso della prima e si sedettero accanto. Il lago era così buio, adesso, che avrebbe potuto inghiottirli. Guardavano davanti, oltre il lago, ma la notte aveva cancellato anche il bordo delle montagne. Elisa cominciò a guardargli le scarpe. Nere, con la suola abbastanza alta. Immaginò il corpo di lui, sotto la stoffa del vestito. Doveva essere una carne senza alcuna pretesa, dimenticata, doveva essere ciò che restava di ore di macchina, bugie sul lavoro, discussioni stantie con la moglie. “Ti odio, lo sai?”, gli disse. Passò qualche attimo. “E odio anche me.”. Mauro non le rispose. Non c’erano risposte. Era rimasto fermo, a quelle parole, fermo e immobile come se guardasse il suo cadavere da qualche metro d’altezza. L’unica cosa che riuscì a fare fu di spostarsi accanto a lei, sulla panchina. Non se la sentiva di abbracciarla. Gli bastava sentire il braccio di lei a contatto col suo. La panchina era una zattera, loro erano naufraghi e quella sera e il lago e la loro vita, anche loro, lo erano.
Adesso Elisa stava meglio. Il verde dei suoi occhi s’era riacceso. Aveva un buon profumo, addosso, si tirò le gambe al petto ed annusò il maglione per sentirlo meglio. Magari domani lo avrebbe anche rivisto, Mauro. Chissà. Non aveva fatto neanche caso ai suoi occhi. Magari nascondevano qualcosa, un odore di castagne, una parte di bosco che viveva nascosta da anni, visitata soltanto dalle farfalle e da qualche riccio intimidito. Qualcosa che avesse ancora un po’ di magia.

In realtà, lui aveva un pensiero fisso. Più che un pensiero, un ricordo. Più che un ricordo, un’ossessione. Un’immagine danzava sempre davanti ai suoi occhi, si celava in qualche angolo buio della stanza, quando a tarda ora si decideva a riporre il libro che stava leggendo senza capirlo, e si abbandonava a un dormiveglia composto da brevi momenti di sonno e bruschi risvegli. Questo fino alle prime luci del mattino.
Se poi c’era il sole, poteva ancora andare; se pioveva e il cielo era grigio e intristito, si abbandonava a pensieri foschi, al desiderio inconfessato di non vivere. Non così, almeno. Sole o pioggia, comunque l’immagine non lo abbandonava. Per quanto possa sembrare strano, essa conteneva anche un profumo, più precisamente diversi profumi. Quello di lei, inebriante, l’alito del mare condotto dal Mistral, perfino l’odore dei campi bagnati, e quello del fuoco di legna.
Perché tutto ciò che è bello, che è vivo, che è palpitante di emozioni, perché deve finire? Per quale ragione la magia deve essere sottratta, come per il sortilegio di un negromante malvagio?
Osservò Elisa, e trovò in se stesso un minimo di buon gusto per evitare raffronti, paragoni, che l’avrebbero vista perdente. Ristorante oppure sesso… alla fine il risultato non cambiava. Momenti effimeri, così diversi dall’assoluto. E l’assoluto aveva un nome, un viso, un rimpianto.
Si era interrogato spesso sui motivi che avevano indotto Cristiana a lasciarlo. Poi, aveva preferito lasciar perdere. Se una ragione c’era, egli la ignorava.
Guardò di nuovo Elisa. Conosciuta a una festa stupida, che fino all’ultimo aveva meditato di disertare.
Come aveva conosciuto, invece, Cristiana?
Lo rammentava bene: il ghiaccio della pista di pattinaggio riluceva ai raggi del sole; presto si sarebbe sciolto, ma non ancora. Era rimasto immobile a fissare la ragazza – all’epoca di dieci anni più giovane – che con la sua sola presenza oscurava tutte le altre. Era splendente, come i profili delle montagne innevate, come l’azzurro cupo dell’oceano al tramonto, come una notte scintillante di stelle cadenti.
Poi c’era stato il mare. La campagna fertile e verde, cosparsa di fiori sbocciati all’improvviso. Le città che avevano visitato, musei che racchiudevano impagabili capolavori, stradine sconosciute, imponenti palazzi edificati in tempi lontani, bistrot e pub, grande rouge e birre alla spina, giardini, percorsi da sentieri misteriosi, creati appositamente per loro. Così aveva creduto.
Assaporò il profumo di Elisa. Lo portava con sé la brezza del presente. Una donna indecifrabile, pensò. Ma poi, in fondo, che gliene importava? Non poteva scacciare la sua ossessione; questa si chiamava matematica, fisica, logica. E lui altro non desiderava che crogiolarsi in una teoria di ricordi che lentamente appassivano; ma quando questo accadeva, quando “sentiva” che era sul punto di avvenire, interveniva a colpi d’ascia mentali per impedire che succedesse.
Elisa… ristorante, sesso, solamente un momento fugace, destinato a sommarsi a tutti gli attimi inutili dell’esistenza, quantomeno della sua.
Eppure, quegli occhi verdi. Così differenti dai tappeti di foglie bruciate, dalle suggestioni dei boschi in autunno, dal passato che non tornava. O che, quando tornava, era solo a causa di un sogno che mai si sarebbe realizzato. La figura esile, il modo di muoversi, uno strano senso di contagio. Una malinconia trattenuta, che con il passare dei minuti era parsa svanire, sostituita forse da vaghe aspettative. Ma erano le stesse? Forse non era una donna felice, però poteva diventarlo; e magari, chissà, il destino gli offriva quell’opportunità. Se le sue spalle non erano sufficientemente ampie per scacciare i propri fantasmi, era tuttavia possibile che insieme ci sarebbero riusciti, vicendevolmente, ciascuno a modo suo, senza regole prestabilite. Non per consolarsi a vicenda – sarebbe stato ambiguo, un’illusione, un ingannare se stessi e nient’altro -, ma per intraprendere un cammino nuovo, posto che fosse ciò che il fato prevedeva.
Spostò lo sguardo sullo specchio d’acqua, ora illuminato dalla luna. Da ragazzo, la chiamava la Signora degli Incantesimi. In seguito, aveva cambiato opinione su questa e su molte altre cose.
Esistono magie che si ripetono? Indugiò, in cerca di un responso sensato a un quesito che non avrebbe mai immaginato di porsi. Dopo un attimo, convenne che era meglio non pensare, analizzare, razionalizzare, e via dicendo… seguire l’istinto, ecco!
“Tua moglie?”, gli domandò a un tratto Elisa, rompendo un silenzio che si era protratto troppo a lungo.
Lui si sfilò la vera e scosse la testa.
“Anch’io ti odio, sai?”
Lei lo scrutò, incuriosita.
“Perché?”
Non ci fu risposta.
Soltanto un bacio.
E un anello gettato nel lago.
Provocò un’unica piccola increspatura.
Poi l’acqua tornò tranquilla.

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Da oggi voglio introdurre una modifica nella programmazione del blog. In realtà, torno ai tempi di Splinder. Nei limiti del possibile, alla domenica posterò i nuovi capitoli di “Come Randall Flagg”, mentre durante la settimana pubblicherò racconti “singoli”. Ciò per permettere ad eventuali nuovi amici di leggere qualcosa che non sia legato a una lunga storia (dubito fortemente che una persona anche dotata della massima buona volontà possa o desideri leggere venti o trenta capitoli arretrati di una storia di cui non sa nulla).
Per cominciare, però, ripropongo un brano già rieditato circa un anno fa: questo perché me lo ha chiesto un’amica che poi vorrebbe discutere l’argomento con il moroso.

Vorrei dire una cosa. Potete abbassare quelle luci, per favore? Da ragazzino andai a fare un corso di vela, credo che avevo quattordici anni, mi divertivo molto, mi ero anche preso una cotta per una ragazza. Come si chiamava? Daniela? Simona? Non mi ricordo, ma comunque mica è importante. Dunque, io in barca andavo bene, mi piaceva, ho sempre amato il mare, il vento, le onde, insomma tutte quelle cose lì, anche se poi non sono più andato al mare. Vita di merda, senza soldi, ho potuto permettermi solo vacanze sul lago, in campeggio, e la notte c’erano certi spifferi gelati che ti entravano nelle ossa e così poi mi veniva anche il mal di schiena.
Posso avere una sigaretta? Grazie. Ecco, io non sapevo fare i nodi. I nodi da marinaio sono maledetti, la gassa o cosa diavolo; non era colpa mia, proprio non ero capace, non mi entravano in testa, anche se ci provavo, eccome se ci provavo. Beh non sempre, a volte preferivo guardare le gambe nude di Cristiana. O Daniela? Sì sì credo proprio che si chiamava Daniela, occhi neri, capelli neri, un corpo bellissimo anche se aveva solo due anni più di me. Arrivo al sodo. Un giorno l’istruttore mi dice: vieni nel mio bungalow che ti insegno a fare i nodi. Va bene, rispondo io, così è la volta buona che finalmente imparo, non puoi andare in barca se non sai fare i nodi. Il bungalow, sapete quelle costruzioni in legno… ma certo che lo sapete, è un mio difetto, mi capita di pensare che la gente non sa quello che so io, quando invece è l’incontrario, perché io non so quasi niente, e quel poco che so lo so anche male. Insomma il bungalow era buio, no, non troppo buio, diciamo che era avvolto nella penombra, questa è una frase che ho letto su un libro, bella vero? Ho letto tre libri in vita mia, ma dieci volte l’uno e adesso li conosco a memoria, potrei recitarli come il prete recita la Bibbia o il Vangelo, come quando parla durante la Messa. Ci sediamo sul lettino, io e l’istruttore, era un uomo non molto giovane, molto abbronzato ma è ovvio perché stava tutto il giorno fuori, in barca, al sole. Incomincio a fare i nodi, e naturalmente sbaglio. Mica sbagliavo apposta, non ero capace, non mi entrava proprio nella zucca, anche se poi invece con il timone ero bravo. Ricordo che avevo dei calzoncini corti e una maglietta gialla, i pantaloncini corti invece non mi ricordo di che colore erano. A un tratto lui mi infila una mano dentro, dentro ai calzoncini, e poi dentro alle mutande e si mette a toccarmi il pisello. Ansimava, questo me lo ricordo bene, come se fosse oggi, ansimava e con l’altra mano mi stringeva i capezzoli. Fai i nodi, su fai i nodi. E intanto tocca, tocca. Mica ero eccitato io, mi faceva schifo, ma avevo paura, sapete come quando si hanno le gambe molli molli, come di gelatina, e il cuore batte così forte che hai paura che da un momento all’altro scoppi? Ecco, io ero proprio così e lui insisteva, non smetteva, ma il pisello non diventava duro, era floscio, come faceva a diventare duro se provavo schifo?
Posso avere un’altra sigaretta, per favore? Grazie. Poi, ho preso tutto il mio coraggio e sono scappato. Ho corso, corso come un pazzo, e mi sono fermato davanti al mare. Pensavo di uccidermi, e forse era meglio se lo facevo, ma poi invece ho cambiato idea. Lui non mi ha più molestato, ma la cosa brutta, quella veramente brutta, deve ancora arrivare. Quando sono tornato a casa, ho raccontato tutto al papà e alla mamma, con calma, senza esagerare i toni. O si dice: enfatizzare i toni? Ho letto anche questo su un libro, però non mi ricordo quale dei tre era. Va beh, ho raccontato ogni maledetta cosa. E loro?
Loro non mi hanno creduto. Non mi hanno mai creduto, e questo è stato il dolore più grande della mia vita; non è mai passato, ce l’ho ancora oggi. E’ qui, dentro di me che mi strazia. Mio padre pensava che io fossi un frocio, un pervertito e che calunniassi una persona innocente. Che poi cosa c’entrano queste due cose? Potevo essere un frocio, e non lo ero, ma perché avrei dovuto inventarmi quella palla assurda? Oppure potevo inventarmi la palla, ma non essere frocio.
No, non mi hanno mai creduto, e io sono cresciuto sapendolo, giorno dopo giorno. E’ brutto, che i tuoi genitori non ti credono? E’ come se ti dicessero che fai schifo, che sei una merda, e poi tu ti convinci di essere una merda per davvero, e vedi una ragazzina, non una bambina, cazzo!, una ragazzina con già le tette e tutto il resto. E ti piace, e te la sogni la notte, e te la porti su quel maledetto prato, e te la scopi. Ma poi, quando scopri che a lei piace, che invece di ribellarsi geme e gode e si dimena e chiede ancora!, quando vedi che ci sta, che è sporca esattamente come te, né più né meno, allora le metti le mani intorno al collo, e poi stringi, stringi. Per cancellare il peccato, per lavare per sempre l’anima. Non so se sono stato chiaro, ma adesso è come se sto meglio. Adesso, se fossero ancora vivi, papà e mamma potrebbero finalmente dire che sono una merda.
Potete abbassare quelle luci, per favore?

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A causa della mia salute (spero di riprendermi) devo rimandare la nuova puntata di “Come Randall Flagg”. Vi propongo un racconto già editato qualche anno fa. Buona lettura.

Appena entrato in casa, “Maggie”, forse era un pensiero sussurrato, o forse erano le labbra che s’erano mosse. Le stanze erano in penombra, con le tende tirate a metà. Era un bella giornata di sole. Gli stivali erano sporchi di terriccio e nella destra stringeva la pianta che aveva strappato. L’avrebbe messa a dimora più tardi. Era stato fortunato, quel pomeriggio, a trovarla. Ma prima di interrarne le radici, due o tre rose, le più fresche, sarebbero andate sul camino.
Margaret Swanson era la quinta di sette figli. A parte i capelli ramati e la tinta degli occhi, non aveva granché in comune con gli altri fratelli. Era nata nel Cheshire e si era trasferita lì, col resto della famiglia, quando aveva dodici anni. Era diventata amica di Anne, con cui condivideva aspettative irrequiete e lo stesso modo di guardare le cose. Anne era la cugina di George e così si erano conosciuti. Era come un serpente, ciò che li aveva uniti. Una stretta difficile da districare, specie quando la loro carne era diventata quell’abbraccio.
Si sedette a guardare le rose. Le osservava inebetito, come fossero qualcosa di più che un’erba. Maggie non c’era nella sala. No, non c’era. Dov’era? Forse stava facendo la toeletta, di sopra. O magari era fuori. Qualcosa di triste s’era infilato sotto la sua pelle, dalle mani fino alla testa e lì era diventata una piena. Non poteva reggerla. Si alzò, cominciò a girare nelle stanze a piano terra, mentre i suoi pensieri giravano ancor di più e infine uscì, sconfitto. Il sole era calato, l’aria era buia e fredda e sperava che gli facesse male.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. Teneva le gambe aperte, la schiena puntata in avanti e le braccia, poggiate sulle ginocchia, che si riunivano ai polsi. Poi si ciondolava e guardava il mondo dall’alto in basso. E quegli occhi sembravano così lontani, così lontani che la gente forse non pensava nemmeno di esserci, dove guardava lei. Lui invece sì. Maggie aveva fili di rame, gli stessi dei capelli, che s’affacciavano sottili nel grigio dell’iride, come se fossero stati acconciati proprio per quello. Si spegnevano solo quando aveva goduto. George era pazzo di lei.
Rientrò in casa che per le vie non girava più nessuno. Potevano essere le tre. S’avanzò nel pallore che permetteva la luna, riuscì a distinguere le tre rose bianche sul cornicione di legno. No, non era successo in questa stanza. “Maggie.” Ebbe l’impressione che lei gli fosse dietro, eccola. La gonna verde scuro, le pieghe che fasciavano le gambe, il petto che premeva sulle falde grigie della camicia. Le avrebbe stretto la vita. Sentiva il profumo del fiato di lei formarsi appena sopra le sue labbra.
Margaret non aveva chiesto nulla. Aveva preso come si prende una cosa che ci appartiene, senza riserve, senza particolari preoccupazioni. Sapeva, Maggie, sapeva tutto di lui. Sapeva dove abitavano i suoi sogni, ad esempio. Dove cercare i segreti, sapeva, e conosceva gli angoli dei cassetti e le pietre del giardino da rivoltare. E quando arrivava in fondo a quella strada che ancora non avevano percorso, George scopriva stupito quanto avesse desiderato essere proprio lì. Sapeva quasi tutto, maledizione.
Fece le scale. Perché non c’era, Maggie? Il profumo era un’illusione, come le pieghe della gonna. Una tremenda illusione, come quella dell’amputato che crede di avere ancora l’arto. Il resto del corpo proteso a disegnare armonie oramai impossibili, la mano fantasma a danzare nell’aria. Un taglio che non ha tagliato, ecco cos’era. La mano era rimasta, ecco cos’era, sinistra, intoccabile, vuota, eppure ancora piena. Sì, era stato proprio qui. Qui l’aveva uccisa.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. In verità, erano due. Il primo con le gambe aperte. Il secondo la vedeva con un piede sulla sedia e l’altro che dondolava. Calze bianche e stringhe slacciate, le belle gambe nude in evidenza. E talvolta lo scrutava. Margaret capiva tutto. Penetrava nei suoi pensieri più reconditi, udiva le voci oscure che gli appartenevano e quelle che parlavano di sesso. Fiori, piante recise, l’orizzonte lontano che si tingeva di rosa, mentre soffiava il vento di ponente e il sole si inabissava dietro alle montagne. C’era un senso in tutto questo. Esistevano abitudini, ad entrambi note, e soffi di vita che li accomunavano o li allontavano, a seconda dei casi, del momento, del giorno.
Maggie era speciale. Lui infine aveva sospettato che fosse andata a letto con Anne, ma questo se mai lo eccitava. Strani voli della fantasia.
E adesso come un rimpianto. Forse non un rimpianto vero – e nemmeno un rimorso -, piuttosto una sensazione di stupore. Aveva trovato il coraggio, e aveva fatto ciò che andava fatto. Altrimenti, Margaret avrebbe posseduto il suo corpo, il suo cuore, la sua anima. Altrimenti Margaret si sarebbe presa tutto, magari guardando lontano, come indifferente. Era la sua natura.
Poi lui sedette. Invano, cercò ancora il suo profumo. Si guardò attorno, smarrito. George era pazzo di lei. La desiderava: voleva fare l’amore, assaporare baci, carezze, orgasmi infiniti, vasti quanto la notte può esserlo. Dio del cielo, dov’è andata Maggie?
Si alzò e uscì in giardino. Rammentò all’improvviso la forte stretta delle sue mani. Lei si era dibattuta, aveva lottato selvaggiamente, con la furia di chi anela alla vita. Ma lui era più forte. E aveva un sasso nella sinistra.
Tornò in casa, vagando attraverso le stanze in cerca di una risposta. Però, non esisteva. Esistevano indecifrabili zone d’ombra, ricordi e vaghi pensieri. Trattenne il respiro, mentre si poneva domande, mentre riviveva quel lungo momento, lungo come un fiume, lungo quanto un’intera esistenza. Che lui aveva reciso, come un fiore.
Da bambino, amava le mentine; in seguito, aveva amato altre cose, che ora gli sfuggivano. Quello di cui era proprio sicuro era che aveva amato Margaret. Immensamente.
Sapeva dove andare, sapeva cosa fare.
Ed era certo che fosse giusto.
Avrebbe ritrovato Maggie. Insieme, avrebbero esplorato boschi e giardini, si sarebbero sdraiati sulla sabbia, in attesa del mare.
Aveva l’impressione che lei gli fosse dietro.
“Cercami, Maggie! Trovami, Maggie!”
Poi aprì un cassetto e puntò la pistola alla tempia.

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