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Archive for marzo 2013

IL SEME DELL’AMORE

Gesù« Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca. »

“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che tuttavia non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda mestizia lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Tuttavia non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Ciò nonostante, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, tuttavia sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Però Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita ma sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, tuttavia era riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

Credo che il nuovo pontefice rispecchi  il messaggio di Gesù.

Buona Pasqua, amici cari 🙂

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la ragazza che amava i delfiniMio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffé e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

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MagdalinaMonica camminò per quasi un’ora, poi le forze la abbandonarono. Si lasciò cadere per terra, ma sapeva benissimo che era questione di minuti, dopodiché l’avrebbero rintracciata. Si trascinò stancamente fino a un bosco che in quel punto costeggiava la strada. Si inoltrò fra gli alberi e, quando pensò di non essere visibile da chi la stava seguendo, si raggomitolò sul terreno e cadde in un sonno profondo.
In realtà, a causa della sofferenza patita, aveva perso la cognizione del tempo. Un’automobile, un mezzo blindato, una motocicletta o un elicottero, l’avrebbero già raggiunta da un pezzo. Quello che non sapeva era che il capitano Anatolii Vasilyev adesso si trovava in compagnia della diletta moglie Cheslava, posto che esistesse veramente un luogo dove potessero ricongiungersi. Né che, prima di spararsi, aveva ucciso il suo aguzzino, e tramortito medico e infermiera. Naturalmente la stanza delle torture era insonorizzata.

Quel pomeriggio ci fu una telefonata. Partì da una linea sicura della Germania, attraversò l’oceano e raggiunse la Virginia.
Come un baro di professione, il quale, dopo aver perso somme ingenti per tutta la sera, proprio all’ultima mano, quando è di mazzo, riesce a servire un poker e un full, riservandosi una scala reale e in tal modo portando alla rovina gli avversari allibiti, Vladimir Putin prese il ricevitore e compose personalmente un numero.
Aspettò con calma, finché non gli giunse all’apparecchio la voce del capo della divisione sovietica di Langley, Patrick Keynes. I due uomini si erano già parlati e, benché Keynes non riuscisse a capire il comportamento del russo, lo ascoltò con estrema attenzione.
“Siamo arrivati al dunque.”, disse Putin. “Entro due giorni il mondo cambierà, con conseguenze gravissime per l’occidente.” Prima di riagganciare, ricordò per la seconda volta al suo interlocutore che aveva salvato la vita all’agente Martin Yarbes; non solo: gli aveva fornito i mezzi necessari per raggiungere la dacia del segretario generale del PCUS, Michail Sergeevic Gorbaciov, a Foros, in Crimea. Purtroppo, nonostante l’intervento del SIS, questo non si era dimostrato possibile.
Dopo aver chiuso la comunicazione, Putin si concesse un sorriso soddisfatto. Più di questo non avrebbe potuto fare. Dato che desiderava la caduta di Gorbaciov, ufficialmente – ma in forma defilata – stava dalla parte dei congiurati; ma, poiché per i suoi piani futuri voleva l’amicizia degli Stati Uniti, dopo aver aiutato Yarbes, tuttavia impedendogli di incontrare il segretario del PCUS, aveva avvisato gli americani… però a tempo ormai scaduto.
Un’unica cosa lo rendeva perplesso. Quando era stato rovesciato il regime zarista, il popolo compatto aveva approvato quella giusta rivoluzione. Non avrebbe potuto affermare lo stesso concetto per quanto riguardava la situazione attuale. E, se era vero che per lui il popolo non contava nulla, era però altrettanto vero che non sarebbe stato facile spodestare Gorbaciov senza il consenso delle masse. Per Putin il concetto di “popolo”, di “masse popolari” era ampio e comprendeva, fra gli altri, anche i soldati e gli ufficiali di grado inferiore dell’Armata Rossa. Questa era la ragione per cui manteneva un profilo defilato.

Un’ora più tardi – negli USA erano le dieci del mattino – il segretario di Stato James Baker ebbe un lungo colloquio con il presidente Bush.
Fu un colloquio alquanto deprimente.
“Questi dannati russi!”, esclamò a un tratto George Bush. “Cosa credono di fare?”
Baker rimase in silenzio.
“Molto bene. Se Gorbaciov dovesse cadere, allora noi bombarderemo Mosca. La raderemo al suolo.”
Il segretario di Stato tossì. “E’ un fatto interno, signor presidente…”
Bush si alzò e andò alla finestra a prova di proiettili, rosso in volto per la collera e la frustrazione. Lui aveva fatto la guerra (era stato il più giovane aviatore dell’aeronautica americana) e sapeva cos’era. “Già.”, ammise. “E allora?”
James Baker parlò con calma. “Mi assicurano che Martin Yarbes è il miglior agente della CIA. E non è solo.”

Mentre il presidente degli Stati Uniti conferiva con il segretario di Stato, Boris Eltsin fissava cupamente un bicchiere vuoto. Lo riempì nuovamente di vodka e tornò con il pensiero al giorno in cui aveva ricevuto la visita del giornalista inglese e della giovane donna americana.
In quell’occasione, aveva rilasciato di buon grado un’intervista, ma si era rifiutato di credere alle parole della spia. Farneticazioni!, aveva pensato. Oppure qualche subdolo tranello messo in atto dai nemici dell’Urss. A quale scopo, lo ignorava; ma, in ogni caso, aveva dimenticato presto la faccenda.
Adesso capiva che si era sbagliato, e quello poteva diventare il più grave errore della sua vita.
Da tempo osteggiava Gorbaciov, a causa della lentezza con cui procedevano le riforme – comunque inadeguate -, ma vedeva Kryuchkov come il fumo negli occhi.
Dalla padella alla brace, si disse.
Poi diede disposizioni affinché la sua macchina fosse pronta per portarlo a Mosca.

L’apprensione di Bush era condivisa a Downing Street. Il premier britannico ascoltava attentamente Sir Colin McColl. Nel frattempo, su suo preciso ordine, il ministero degli Esteri rilasciava dichiarazioni evasive agli ambasciatori di vari Stati che caldeggiavano informazioni. Gli spifferi si erano diffusi e la fila si allungava, ansiosa ma delusa.
“C” non aveva notizie particolarmente incoraggianti. D’altro canto, sostenne, la Gran Bretagna si trovava con le mani legate, esattamente come gli alleati americani. Era impossibile agire in modo diretto, intervenendo negli affari interni di un’altra nazione. O meglio: ciò sarebbe stato possibile se la nazione in questione fosse stata africana, dell’est asiatico oppure dell’America del Sud, naturalmente con la dovuta cautela. Ma L’Unione Sovietica!
Sir Colin cercò, peraltro, di rassicurare John Major. William Weber era un elemento di prim’ordine. Avrebbe fatto tutto il possibile per evitare la catastrofe.
Major si chiese come avrebbe reagito Margaret Tatcher. La tentazione di telefonare alla lady di ferro dagli occhi azzurri era fortissima.
Ringraziò il direttore del SIS e rimase solo con i suoi pensieri.

Se per Martin Yarbes collaborare con Weber era naturale, non lo era affatto per il colonnello Lebedev.
I due erano l’uno un agente della CIA, l’altro un membro del SIS: in parole povere due cekisti al servizio dell’imperialismo. Ciò, naturalmente, valeva anche per il superiore di Yarbes, Patrick Keynes. Eppure Keynes si era dimostrato estremamente sincero, e ora Lebedev ne aveva le prove. Scrutò per un attimo i suoi compagni di viaggio. Entrambi erano taciturni. Piotr Ivanovic Lebedev non sarebbe mai diventato colonnello, né tanto meno il rezident del KGB a Londra se non fosse stato in grado di valutare gli uomini. E quei due uomini erano speciali, indipendentemente dalla loro nazionalità, dal credo politico e dagli eventuali pregiudizi sull’Unione Sovietica.
Lebedev sapeva perfettamente che la maggior parte degli agenti della prima direzione centrale adesso si trovava all’estero; soltanto pochi fedelissimi a Gorbaciov erano attualmente a Mosca. Il colonnello guardò fuori del finestrino. L’inglese e l’americano valevano almeno dieci uomini della seconda direzione centrale. E avrebbero lottato al suo fianco.
Ruppe il silenzio per rivolgere una domanda a Yarbes. “Lei è l’uomo che cercò di uccidere il tenente generale Aleksandr Sergeivic Stavrogin, vero?”
Martin rifletté, prima di rispondere. “Due volte.”, infine ammise. “La prima fu in America, dove egli si era recato per eliminare un mio collega, John Lodge. La seconda in Francia, a Cannes. E lì ci andai molto vicino. Ma Stavrogin, Matrioska, era un demonio.” Dopo un istante, soggiunse: “Devo ammettere che in un momento come questo la sua presenza sarebbe indiscutibilmente importante. Ho studiato a lungo il suo dossier: non si sarebbe mai schierato con i traditori. E aveva mille risorse.” Si perse per un istante nel ricordo di quei giorni.
Lebedev disse: “Conosce le circostanze esatte della sua morte?”
Yarbes annuì. “Fu una mia collega a sopprimerlo. Gli sparò in una stanza d’albergo.”
“Una donna eccezionale.”, commentò Lebedev.
Martin Yarbes si lasciò sfuggire una risata assolutamente priva di allegria. “Già. E sa dove si trova adesso, colonnello?” Non aspettò la risposta. “Alla Lubjanka. Sempre che sia ancora viva.”
“Allora pensi anche a lei, quando affronteremo gli uomini di Vladimir Alexandrovich Kryuchkov.”

Monica Squire fu svegliata da una ragazza che dimostrava circa ventiquattro anni e che l’apostrofò in russo. “Non va bene dormire qui.”, disse scuotendo la testa. Monica la guardò, ancora confusa. Di statura media, aveva i capelli castani e il viso dai lineamenti marcati. Le braccia, nude, erano muscolose per via del lavoro nei campi. Sorrise gentilmente. Gli occhi scuri esprimevano simpatia e curiosità. Era insolito, per usare un eufemismo, trovare una donna addormentata in quel bosco; in passato, aveva visto degli ubriachi, dei mendicanti, dei vagabondi: mai una donna, però. Si stava chiedendo quale fosse il motivo di quel comportamento bizzarro.
“Devo andare a Mosca.”, disse Monica senza una ragione precisa.
“Tu non sei russa.”, dichiarò la ragazza.
“No. Sono americana.”
La giovane la fissò con stupore. “Americana.”, ripeté. “Beh, io mi chiamo Magdalina. Parli bene la mia lingua.”
“Non abbastanza bene, evidentemente. Comunque, mi chiamo Monica.”
Sebbene sapesse che era rischioso, uno strano impulso la spinse a confidarsi con Magdalina. “Mi stanno cercando.”, disse. “Sono scappata perché volevano uccidermi. Non ho con me soldi, documenti, niente. Puoi aiutarmi?”
Magdalina non rispose subito. La osservò, pensando che quasi certamente era il KGB a cercarla. Ed era molto pericoloso mettersi contro di loro. Solo un pazzo lo avrebbe fatto.

Penserò a Squire ma non soltanto a lei, si disse Yarbes. Pronunciando mentalmente quelle parole il suo pensiero corse alla giovane ragazza dai capelli ramati che lui aveva amato. Condividevano la passione per la natura, le foreste, gli animali. All’epoca Yarbes era convinto che sarebbe diventato un guardacaccia e, se gli avessero detto che invece nel suo futuro c’era lo spionaggio, sarebbe scoppiato a ridere.
Leila era stata stuprata in un bosco. Un mese dopo si era tolta la vita.
In seguito, quando ormai era entrato a far parte della CIA, Martin aveva ucciso i quattro delinquenti che l’avevano violentata. Li aveva sorpresi all’uscita di una discoteca, mentre stavano molestando una nera.
Per alcuni versi, la personalità di Yarbes era lineare, e i suoi comportamenti conseguenti. Svolgeva il suo lavoro nel migliore dei modi, obbediva agli ordini… qualsiasi ordine. Non aveva esitato a sparare a un agente dell’FBI; aveva promesso a un traditore che, se avesse confessato, sarebbe finito in un carcere federale, tranne poi ammazzarlo. Era stato il capo di Langley in persona a impartirgli tali comandi, e lui non si era tirato indietro.
Per altri versi, talvolta si chiedeva se tutto questo avesse un senso.
Soprattutto, non aveva mai dimenticato quel bosco, e la vergognosa vigliaccheria di cui in quell’occasione aveva dato prova, non impedendo lo stupro. Non sapeva – e non lo avrebbe mai saputo – che in circostanze analoghe Matrioska si era trasformato in una belva feroce. Tuttavia sapeva che poi aveva trovato il coraggio per punire quei bastardi. Quando, però, era troppo tardi.
Da allora la sua vita era cambiata.
E in quel preciso momento aveva un solo obiettivo: far fallire il golpe.
Le lancette dell’orologio si stavano avvicinando all’ora X.

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eBook2ALEX
L’ufficio del signor Trachtenberg era vecchio e polveroso.
Sul tavolo ingombro di incartamenti c’era una bottiglia di Chivas. Trachtenberg si alzò e andò a prendere due bicchieri, versò due dosi generose e allungò un bicchiere ad Alex. Alliston declinò l’offerta. Alle nove del mattino non gli sembrava il caso di mettersi a bere whisky. Trachtenberg si concesse un abbondante sorso, quindi sorrise soddisfatto. “Dunque volete comprare la mia casa editrice?”
“Dicono che è in vendita.”
“Già. Cosa ne sapete di editoria?”
“Assolutamente niente.”
“Bene.” Trachtenberg finì il bicchiere e si versò subito una seconda dose. “Il miglior modo per iniziare una giornata.”, osservò, indicando la bottiglia. “Sicuramente meglio del porridge.” Era un uomo vicino ai sessant’anni, con i capelli ancora sorprendentemente biondi e baffi rigogliosi del medesimo colore. Gli occhi erano di un celeste pallido. Per essere un classico inglese dalla carnagione chiara, aveva il viso troppo rubizzo; ciò dipendeva dall’alcool, pensò Alex. Indossava una giacca di tweed e la cravatta di Oxford.
“Signor Alliston”, disse, “siete stato voi a far pubblicare dal vecchio Carter un libro di poesie intitolato “Dreams” e scritto da un certo John Valance?”
Alex annuì. “Un pessimo affare.”, ammise. “E’ stato per accontentare mia figlia. Purtroppo quelle poesie sono…”
“Splendide!”, lo interruppe Trachtenberg. “Il problema è che Carter non sa vendere. Non ne è mai stato capace e non si può certo sperare che incominci a imparare adesso.” Fece un gesto sprezzante con la mano, come a liquidare l’argomento. “Voglio darvi solo quattro consigli, poi intascherò il vostro assegno e questa baracca sarà vostra.”
“Ve ne sono grato.”, replicò Alex.
“Primo: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor. Quando un autore sconosciuto vi porterà il suo manoscritto, nella convinzione di essere il nuovo Christopher Marlowe, leggete le prime venti pagine. Se vi piacciono, passate il testo agli editor; in caso contrario, cestinatelo. Non scordate mai che i soldi sono vostri e pertanto la decisione spetta a voi solo. Secondo consiglio: non ascoltate mai il parere di un critico, anche se fosse un nuovo Belinskij. Per la maggior parte, i critici sono degli scrittori falliti che si lasciano guidare dal risentimento e dalla frustrazione. Terzo: un romanzo è buono quando vi suscita delle reazioni: commozione, rabbia, odio viscerale per un protagonista, trepidazione per l’eroina. Se, quando incominciate a leggerlo, perdete la nozione del tempo, e all’improvviso scoprite che si è fatta sera… e ancora non volete smettere di andare avanti… allora, siate sicuro, e pubblicate. Negli altri casi, invece, andate molto cauto. Infine, non imitate l’esempio di Carter: un libro va promosso, fatto conoscere, altrimenti non uscirà mai dai negozi. Studiatevi un po’ i metodi di quegli yankee: per essere ignoranti, sono ignoranti; però sanno “vendere”. Credo che vi basti sapere questo.” Trachtenberg si rilasciò sulla poltrona, tornando a dedicarsi al Chivas.
Ci fu un silenzio. Alex sapeva che Trachtenberg era stanco del suo lavoro. Ultimamente la casa editrice era in crisi, dato che lui la trascurava. “Un’occasione perfetta per rilanciarla.”, gli aveva detto Joan. Quando Alex le aveva chiesto come facesse a conoscerlo, la ragazza lo aveva guardato con aria di sfida. “Lui vuole soltanto morire in pace, pagare i debiti e andare a finire i suoi giorni ad Amalfi. Io lo accompagnerò.” Alex non le aveva rivolto altre domande.
“Bene, signor Alliston, per diecimila sterline la mia casa editrice è vostra.”
“Cinquemila.”, ribatté Alex.
“Voi volete offendermi.”
“Non oserei mai.”
“Novemila.”
Alex scosse il capo. “Cinquemila”.
“Questo è tradimento!”, esclamò Trachtenberg.
“Seimila”, concesse Alex.
“Buon Dio, non avete alcuna comprensione; siete un uomo intrattabile. Non merito un simile insulto. Ottomila.”
“Settemila e non ne parliamo più.”, disse Alex.
Trachtenberg gli porse il bicchiere. “Affare fatto!”
Alex trasse un profondo sospiro e suo malgrado sorseggiò il Chivas.

Trachtenberg si era sempre avvalso di una tipografia esterna. Alex meditò di acquistare l’occorrente per poter stampare i libri in proprio. In questo Joan aveva avuto ragione, convenne fra sé: la sua mentalità pratica, e l’esperienza maturata alla Pilgrim’s, gli permettevano di capire rapidamente il modo migliore per ridurre le spese e aumentare i profitti. Ma prima c’erano molte altre cose da fare. I dipendenti erano apatici e svogliati, i muri dell’edificio presentavano crepe preoccupanti, il suo ufficio andava imbiancato, la vecchia segretaria sostituita, visto che aveva dato il preavviso.
“Un passo alla volta”, pensò. La priorità principale riguardava il denaro. Doveva incominciare a guadagnare al più presto; aveva calcolato di avere riserve sufficienti solo per quattro mesi. Trascorso quel termine, si sarebbe trovato in gravi difficoltà. Avrebbe potuto chiedere un prestito a una banca, ma se possibile preferiva evitare di indebitarsi ulteriormente. Il contratto con Trachtenberg prevedeva infatti che l’anziano editore si impegnasse a pagare gli stipendi arretrati e a saldare i conti dei fornitori; Alex, dal canto suo, si accollava le esposizioni bancarie, fideussioni che ammontavano a circa cinquemila sterline.
L’aspetto più drammatico riguardava i manoscritti. Sembrava che tutti gli aspiranti scrittori di Londra non si fidassero più della Trachtenberg Books. Aveva cercato invano un romanzo, una raccolta di poesie, un saggio storico: gli scaffali erano desolatamente vuoti. Non poteva certo mettersi a scrivere lui, e per il momento teneva John Valance a debita distanza.
Alex si affacciò alla finestra. La Trachtenberg Books era situata in un vecchio stabile di Mayfair. Dall’altra parte della strada sorgeva un’elegante palazzina. Alle spalle dell’edificio, c’era Regent Street. Era una zona tranquilla, non troppo distante dal centro. Il signor Trachtenberg aveva scelto bene; peccato solo che negli ultimi tempi si fosse lasciato andare.
Quando si girò, Alex notò un plico dimenticato in un angolo dell’ufficio. Era un pacco che proveniva dalla Germania, e che il vecchio non si era nemmeno preso la briga di aprire.
Conteneva un voluminoso manoscritto, però era in tedesco.
Nancy conosceva perfettamente quella lingua.
Alex ricordò il primo dei quattro consigli di Trachtenberg: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor.
Si mise sottobraccio il manoscritto e lo portò a casa.
Era di un autore sconosciuto, tale Thomas Mann.
Si intitolava “Buddenbrooks – Verfall einer Familie”.

SILVIA (ARMINE)
Lo zenana era circondato da un rigoglioso giardino, delimitato da un alto muro di recinzione. Alle donne era proibito uscire da lì; e Silvia non avrebbe saputo dire dove si trovava esattamente. In qualche punto dell’Arabia, non troppo distante dal mare, supponeva: ma era tutto quello che riusciva a immaginare. Aveva subito pensato a come scappare, ma si era resa conto con amarezza che era un’impresa impossibile. All’interno dello zenana la sorveglianza era affidata agli eunuchi, che erano sospettosi e infidi; al di fuori, vigilavano guardie armate. Il cibo era squisito, i vestiti che indossava profumavano di pulito e dormiva fra soffici lenzuola; rispetto all’orribile stiva della nave, era come essere in paradiso, tuttavia quel paradiso in realtà era un inferno. A rigor di logica, avrebbe trascorso tutta la sua esistenza in quella prigione dorata e sarebbe stata sepolta nel cimitero situato in fondo al giardino, quando ormai vecchia e rassegnata sarebbe passata dal sonno alla morte, a meno che una malattia non l’avesse portata via prima.
Eppure, dentro di sé, sentiva che un giorno sarebbe tornata a Londra. Avrebbe rintracciato la dama bionda e l’avrebbe fatta morire tra indicibili tormenti.
Inizialmente, era stata impiegata come schiava: doveva occuparsi del giardino. Non era un lavoro particolarmente faticoso, specie per una donna energica; comunque presto era stata sollevata da quell’incarico. Era troppo bella per essere destinata a quel compito, sebbene il rawda rappresentasse il paradiso in terra. Non a caso, la sua struttura era studiata in base a precise regole matematiche: rappresentava un’anticipazione del premio di Allah. Il capo degli eunuchi, Abdel Hafez, l’aveva introdotta nell’harem. “Una piccola perla per allietare il nostro signore”, aveva commentato. Il fatto che Silvia non fosse cristiana, bensì musulmana, aveva facilitato le cose.
Nell’hanm vigeva una complessa organizzazione sociale.
In genere, l’atmosfera che vi regnava era di solidarietà e tavolta d’affetto; ma non mancavano invidie, intrighi e gelosie. Le donne dividevano spazi comuni, mangiavano insieme e trascorrevano la maggior parte delle ore a chiacchierare tra loro; in ogni caso, era consuetudine che le quattro mogli comandassero le concubine e venissero da loro riverite. Le ultime arrivate, di norma, erano trattate alla stregua di schiave, e dovevano mostrarsi umili e sottomesse.
Armine – così si faceva chiamare ora Silvia – non aveva alcuna intenzione di servire un’altra donna, né di essere relegata all’ultimo gradino della scala gerarchica: si sentiva superiore a tutte. Mise in chiaro le cose fin dal primo giorno. Qualche notte dopo, Samira, la favorita del momento, organizzò una spedizione punitiva. Mentre Armine dormiva un sonno inquieto, tre ragazze si avvicinarono al suo giaciglio. Armine condivideva un’unica grande stanza con sei donne, tutte giovani.
Samira era stata chiara: dovevano picchiarla fino a farle perdere i sensi; in questo modo, la nuova venuta avrebbe appreso le leggi non scritte che regolavano la vita all’interno dell’hanm. Naturalmente, gli eunuchi avrebbero capito cosa era successo, ma non ne avrebbero fatto parola con Ayman. Anche loro avevano paura della favorita. Samira non si sarebbe limitata a questo: avrebbe usato tutta la sua influenza per evitare che Ayman la vedesse e la frequentasse. Sarebbe passato almeno un anno prima che Armine godesse della sua compagnia. Sempre che nel frattempo si fosse comportata bene, dimostrandosi rispettosa e docile. Samira pensava proprio che la lezione che le sarebbe stata impartita quella sera le avrebbe fatto calare le arie. Armine era superba e altezzosa: si sarebbe trasformata in un pulcino spaurito.
Maisa la svegliò. Era la più fedele seguace di Samira.
Gli eunuchi stavano dormendo tranquilli e non sarebbero intervenuti. Maisa mise un bavaglio sulla bocca di Armine per impedirle di strillare, poi sferzò l’aria con uno scudiscio. Le altre due si chinarono per immobilizzarla. Scostarono il lenzuolo; una la afferrò per le caviglie, l’altra cercò di bloccarle i polsi.
Maisa si preparò a frustarla.
Poi tutto si svolse molto rapidamente.
Armine liberò le caviglie con un calcio e balzò in piedi.
Sulla nave, aveva rubato un pugnale a un marinaio, durante l’ora d’aria che veniva concessa quando facevano la doccia. Si era lasciata toccare il seno in modo da distrarlo e aveva fatto scomparire l’arma in mezzo al mucchio di cenci che rappresentava i suoi sudici vestiti. Ma allorché le era stato comunicato che era destinata a un hanm, aveva immaginato che sarebbe stata spogliata e perquisita dagli eunuchi, perciò a malincuore aveva gettato il pugnale in mare. Adesso era disarmata e doveva combattere contro tre avversarie, tuttavia sapeva che era in grado di ucciderle tutte e tre. Però sarebbe stato un grave errore. A causa di quel crimine, l’avrebbero imprigionata e torturata; forse sarebbe stata condannata a morte. Pertanto si limitò a strappare la frusta dalle mani di Maisa e a colpirla in pieno volto. Poi fronteggiò le altre due.
Parlava l’arabo meglio dell’inglese. Disse: “Statemi lontane o vi ammazzo!”
La fissarono impaurite. Armine era alta e vigorosa, e ora cingeva nelle mani lo scudiscio. Era una figura temibile, simile a una guerriera delle antiche leggende. Le tre giovani fuggirono, terrorizzate.
“Riferite alla vostra padrona che se lo desidera ce ne sarà anche per lei.”, le schernì Armine in tono beffardo.
Il giorno dopo, quando Ayman entrò nell’hanm, Armine si fece largo a gomitate. Voleva che Ayman la notasse. Sapeva di essere una delle donne più belle dell’hanm, e di certo la più affascinante, ed era sicura che lui l’avrebbe scelta per quella notte.
Se doveva rimanere lì, intendeva godere di tutti i privilegi possibili.

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Danzerò per teE’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana primavera. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde. Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti. Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito. Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

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Il crepuscolo della Lubjanka 24Mentre Weber, Yarbes e Lebedev facevano colazione, le due donne si trovavano in posti diversi e, soprattutto, affrontavano situazioni assai differenti. Nadiya dormiva in una linda stanzetta situata al secondo piano della Lubjanka. Un terzo del piano era adibito a reparto ospedaliero, suddiviso in pronto soccorso, medicina interna, ortopedia e psichiatria; quest’ultimo era il settore più all’avanguardia in virtù degli esperimenti di condizionamento che venivano svolti con estrema solerzia.
Un medico capace e competente le aveva estratto le pallottole dalle gambe e l’aveva curata. Gli ordini erano precisi: il tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova doveva tornare in perfetta forma fisica nel più breve tempo possibile. Quando fosse stata riposata, ben nutrita e avesse riacquistato tutto il suo vigore, sarebbe stata accompagnata in un locale molto meno accogliente. E lì avrebbe subito il castigo.
Nel frattempo, in una costruzione distante una decina di chilometri da Mosca, sul lato occidentale rivolto verso l’Europa, Monica Squire non riusciva più a urlare.
Anni prima, era già stata torturata: quattro afghani l’avevano bastonata dopo averla sorpresa svestita mentre nuotava in un piccolo lago. L’arrivo dei mostruosi Hind sovietici paradossalmente le aveva salvato la vita. In seguito, un’agente del KGB, Aglaja Ivanovna Myskina – nome in codice “Baba Yaga” – si era occupata di lei per scoprire dove abitava un suo collega, John Lodge. Suo malgrado, Monica aveva parlato. Infine, aveva trascorso una notte assai sgradevole in compagnia della stessa Aglaja, pagando a caro prezzo il tentativo di inviare un’e-mail a Lodge.
Ma questi, ormai, erano ricordi lontani.
L’uomo che la stava seviziando era un esperto. Sapeva infliggere il dolore più insostenibile senza ledere alcun organo vitale. Comunque, erano presenti anche un dottore e un’infermiera, pronti a intervenire se fosse stato necessario. Pomarev non c’era. Aveva incombenze ben più importanti, ma una telecamera riprendeva la scena. Il maggiore del Gruppo Alpha nutriva un interesse scientifico: lo incuriosiva conoscere la capacità di resistenza di una cekista americana.
Monica era già svenuta due volte. Le avevano fatto riprendere i sensi e la tortura era proseguita. Nuda, con l’inguine rasato, strettamente legata sopra a un grande tavolo, Squire si augurava di morire al più presto. La sofferenza, inaudita e continua, superava ogni immaginazione, e avrebbe portato alla follia anche persone dotate di una soglia del dolore più alta della sua. Purtroppo per lei, il delirio tardava ad arrivare: era ancora lucida e cosciente.
I minuti passavano scandendo le tappe di quell’infernale tormento. Monica si contorceva per quanto le consentiva la sua posizione, il viso alterato e gli occhi pieni di lacrime; però non chiedeva pietà.
Il medico la osservava. Capì che era giunta al limite della sopportazione umana e fece un cenno con la mano. “E’ necessaria una pausa.”, affermò con calma. “Altrimenti questa donna morirà e se ciò dovesse accadere il maggiore Pomarev si infurierebbe. E’ stato esplicito al riguardo: prima vuole interrogarla, poi succeda quello che deve succedere.”
“Una pausa?”
“Già. Almeno di venti minuti.”
Il dottore le somministrò un farmaco per via endovenosa, quindi lui, l’infermiera e l’aguzzino uscirono dalla stanza per andare a bere un tè.
Rimasta sola, Monica cercò di astrarsi, di raggiungere uno stato di concentrazione talmente elevato da permetterle di ignorare, nei limiti del possibile, la sofferenza. A tale scopo andò con il pensiero all’infanzia, ricostruendo nella mente uno dei giorni più belli che ricordava di aver vissuto. Era insieme alla mamma e al papà. Il sole splendeva alto nel cielo, spirava una piacevole brezza e, nel parco circondato dagli alberi, la ballerina danzava sulla punta dei piedi. Monica rammentava di aver pensato che da grande anche lei avrebbe praticato danza classica.
Incominciò a ballare con l’immaginazione, e quello diventò il suo scudo. Aveva appreso quel procedimento da un brooker di Los Angeles, che si chiamava Phil Weir.

Martin Yarbes non raggiunse mai la Crimea e il gruppo di uomini assoldato da Putin per fermarlo lo aspettò invano.
Questo a causa di una telefonata.
Il colonnello della prima direzione centrale del KGB Piotr Ivanovic Lebedev insisté per fermarsi in un locale pubblico, da cui effettuò una chiamata. Quando risalì sul fuoristrada dell’agente del SIS, appariva teso e turbato. “Dobbiamo tornare a Mosca.”, disse in tono deciso.
Weber alzò le spalle. Yarbes lo guardò, stupito. “Perché?”
“Per due buoni motivi.”, rispose Lebedev. “Il primo, che la mia presenza è richiesta urgentemente da chi è ancora fedele al segretario del PCUS. Sembra che sia questione di ore. Il Gruppo Alpha è in movimento. La seconda ragione è che siamo attesi da un comitato di benvenuto, il cui scopo preciso è quello di impedirci di parlare con Gorbaciov.”
“Ne è certo?”, domandò Yarbes.
Lebedev annuì. “Al cento per cento. Ho i miei informatori. E so anche chi c’è dietro a tutto questo. Però, preferisco tenermelo per me.”
“Avranno intercettato la telefonata.”, osservò Weber.
“Quasi sicuramente. Ma conosco molte strade alternative che ci faranno arrivare a destinazione senza problemi. In ogni caso, siamo in guerra e quindi dobbiamo rischiare.”

Per entrare nella stanza c’erano due porte.
Dalla prima erano usciti i suoi seviziatori. La seconda, quasi nascosta dietro a un armadio, dava su un corridoio che conduceva ad alcuni alloggi, oltre ai quali una scala portava al magazzino riservato ad armi e munizioni. Da lì entrò un uomo. Dimostrava circa cinquant’anni, era basso di statura ma molto robusto. Aveva le spalle ampie e braccia muscolose. Indossava la divisa del Gruppo Alpha con lo stemma blu e giallo e la grande “A” in lettere rosse. Si avvicinò al tavolo e con gesti rapidi ed efficienti sciolse i nodi che legavano Monica.
Lei lo fissò, sconcertata.
“Sono il capitano Anatolii Vasilyev”, dichiarò l’uomo in un inglese incerto. “Domani l’altro mi rifiuterò di eseguire gli ordini del compagno maggiore generale Viktor Karpuchin e di quel verme di Miloslav Pomarev. Perciò raggiungerò mia moglie, la mia adorata Cheslava. Voglio andarmene con la coscienza pulita. Riesce a camminare?”
“Non lo so.”, rispose Monica in russo.
“Provi.”
Squire obbedì prontamente. Scese dal tavolo e mosse due passi, poi barcollò. Vasilyev la sostenne. “Coraggio! Lei è un’agente della CIA: deve farcela!” Monica si impose di riuscirci. Sebbene a fatica, lo seguì fino al magazzino. Il capitano le diede una manciata di pillole antidolorifiche e una tavoletta energetica, poi le porse alcuni indumenti. Lei si rivestì e Vasilyev la guidò verso l’uscita. “Adesso deve cavarsela da sola.”, disse. “Torni a Mosca e cerchi l’ambasciata americana. Sono dieci chilometri. Due ore in condizioni normali, forse cinque nel suo caso.” Le consegnò una pistola. “Se fosse costretta a usarla, conservi l’ultima pallottola… capisce cosa intendo. Ora vada.”
“Spasibo.”, mormorò Monica.
Una recinzione di rete metallica sormontata da filo spinato correva attorno al caseggiato. C’era un varco che la donna oltrepassò. Non la fermò nessuno.
Il caldo torrido le tolse per un momento il respiro.
Era sconvolta ma si sentiva ferocemente viva.

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Dieter HallerIl piano di Dieter Haller era semplice.
Per la verità, non era nemmeno un piano. Avrebbe suonato il campanello e, se Hans Schweinsteiger si fosse trovato in casa, gli avrebbe aperto; in caso contrario, lo avrebbe aspettato davanti alla porta.
Aveva rintracciato il suo indirizzo già da alcuni giorni, ma aveva preferito attendere prima di agire. Erano trascorsi due anni da quando aveva appreso che Hans, o Marcus come adesso si faceva chiamare, si trovava a Londra, perciò una settimana in più non cambiava le cose.
Non c’era un motivo preciso alla base di quella decisione: piuttosto, molti motivi, alcuni dei quali erano probabilmente inconsci, dato che gli sfuggivano. Il sottile piacere che prova il cacciatore durante l’attesa. Il desiderio di conoscerlo, osservandolo da lontano, in modo da inquadrare la sua personalità. Scoprire come viveva, che gusti aveva. Gli piacevano le donne, i cibi sofisticati, lo champagne. Indossava capi eleganti e calzava scarpe italiane. Era di bell’aspetto, in perfetta forma fisica, sicuro di sé, e affascinante come può esserlo un serpente velenoso.
Disponeva di svariate maschere, che utilizzava a seconda delle circostanze. Nel pub che frequentava si poneva come uno sciocco, con le donne era crudele e nelle trattative con i clienti inflessibile. Era intelligente e privo di scrupoli; ma questo Dieter lo sapeva già dalla sera dell’incidente, quando un camionista ubriaco lo aveva investito. Lo aveva preso dal lato del passeggero, però nell’urto un tubo della benzina si era rotto e staccandosi aveva inondato il collettore di scarico surriscaldato. La Bmw aveva preso fuoco. Dieter era sceso dall’auto in tempo, frastornato tuttavia incolume.
Quella sera Elke Wolff era morta a causa di un’overdose. Dieter sarebbe stato pronto a scommettere la sua vita sul fatto che Elke aveva smesso di drogarsi. Purtroppo, quando aveva individuato in Marcus il colpevole, questi aveva già lasciato la Germania. Ma Dieter era molto paziente.
A Londra aveva scoperto che in qualche maniera strana frequentava una famosa cantante e la ragazza con cui la cantante era legata. Le aveva seguite, ma alla fine si era detto che non contavano nulla per Marcus. Egli amava soltanto se stesso.
Si tolse il cappotto e suonò il campanello per la seconda volta.
Marcus non si trovava in casa.
Comunque, prima o poi, sarebbe arrivato.
A un tratto, la sua mente fu attraversata dal pensiero di Elke Wolff. Rivide il suo viso grazioso, rammentò il suo sorriso, la sua dolcezza ma anche la fermezza di cui era provvista. Riassaporò i baci che si erano scambiati nel piccolo monolocale.
Provò una grande pena.
Poi, come una macchina, cancellò Elke dal cervello.
Per scrupolo, suonò ancora una volta, anche se era improbabile che lui fosse in casa.
La porta si aprì.
Marcus lo scrutò, perplesso. Non lo aveva mai visto prima di allora.
Dieter si rivolse a lui in tedesco. Era meglio non fingere di essere un inglese, perché il suo accento lo avrebbe tradito. “Buona sera.”, disse. “Mi chiamo Dieter Haller e un “amico” comune mi ha indirizzato da lei.”
Marcus socchiuse le palpebre. Quell’uomo alto, dalle spalle ampie e dal volto inespressivo, non poteva essere un tossico. “Quale amico comune?”, gli domandò in tono brusco.
“Il signor Peter Lodge.” Lodge era un avvocato, da anni dedito al vizio, e Dieter lo aveva rintracciato grazie al suo contatto di Scotland Yard.
“Bene.”, disse Marcus, senza invitarlo a entrare. “Cosa posso fare per lei?”
“Lodge mi ha garantito che lei è il migliore, forse caro ma assolutamente affidabile. Ho bisogno di una grossa partita di eroina.”
Marcus lo fissò. Quello sconosciuto non era un drogato, si ripeté… piuttosto, un poliziotto? Ma un poliziotto tedesco non poteva fare niente contro di lui. E allora a cosa era dovuta la sua presenza?
“Una grossa partita. Si può fare.”, dichiarò. “Ma perché le serve? Non mi dica per uso personale, perché non le crederei.”
“La venderò a Berlino.”, rispose Dieter. “Naturalmente a prezzo maggiorato. Ultimamente è diventato quasi impossibile mettere le mani su roba buona, di qualità.”
Questo poteva essere vero, pensò Marcus. Ma non era diventato ricco credendo al primo sconosciuto che incontrava. Inoltre il suo intuito raramente lo aveva ingannato, e più passavano i minuti più cresceva in lui la convinzione che Haller fosse un poliziotto.
Rifletté per qualche secondo, quindi prese una decisione. “Vediamoci qui.”, disse. “Fra una settimana a partire da oggi.” Avrebbe interrogato Lodge e svolto altre ricerche: se si fosse sbagliato sul conto di Haller, gli avrebbe venduto la droga; altrimenti… ci avrebbe pensato al momento.
Fece per chiudere la porta, ma Dieter allungò un piede impedendoglielo.
Marcus fu colto di sorpresa, però si riebbe subito. Dunque, aveva ragione: quello era un maledetto poliziotto! Lo guardò, fingendosi stupito.
“Devo parlarle.”, disse Dieter con calma.
“Mi ha già detto tutto, mi sembra, e io le ho risposto. Non si sta comportando in maniera educata.”
“No.”, disse Dieter e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Marcus barcollò, e Dieter lo sospinse nell’appartamento.
Quando furono dentro, si chiuse la porta alle spalle e lo colpì allo stomaco. Marcus si chinò per il dolore, ma un attimo dopo tirò fuori la pistola. Dieter notò che ansimava, però aveva la mano del tutto salda; non tremava minimamente. Anche Dieter era armato, e avrebbe potuto sparargli prima che lo facesse lui, ma non era questo che voleva.
Con un balzo gli fu addosso, lo afferrò per il polso esercitando una forte pressione.
Marcus lasciò cadere l’arma.
Dieter la allontanò con un calcio.
Marcus si scagliò su di lui. Sebbene fosse più basso di statura, era altrettando vigoroso, più giovane e abituato a battersi. A Cannes aveva eliminato quattro persone senza problemi. Prese Dieter per le spalle e lo spinse contro il muro, poi cozzò la sua testa contro quella di Haller. Dieter provò un male atroce. Per un momento gli si offuscò la vista. Marcus gli rifilò una ginocchiata all’inguine. Dieter si piegò in due. Non vide partire il colpo successivo: capì soltanto che gli aveva rotto il naso.
Marcus lo lasciò per andare a recuperare la pistola.
La prese e si girò verso di lui.
Premette il grilletto.
Dieter si scansò con un guizzo disperato. La pallottola lo sfiorò.
Marcus sparò ancora, ma questa volta mancò in pieno il bersaglio.
Dieter si rese conto che non avrebbe sbagliato una terza volta. Si tuffò come un giocatore di rugby e lo trascinò con sé per terra.
La pistola rotolò lontano.
Dieter era tutto indolenzito, respirava a fatica, solamente con la bocca, e aveva la testa in fiamme. Gli passò per la mente il pensiero fugace che era fuori allenamento; da tempo non partecipava più a risse e ormai lavorava praticamente soltanto in ufficio.
Marcus aveva una forza impressionante.
Ebbe rapidamente la meglio nel corpo a corpo e si sistemò a cavalcioni sopra a Dieter, bloccandogli le braccia con le ginocchia. Poi incominciò a strangolarlo.
Intanto, lo fissava con i suoi freddi occhi gialli.
Dieter scorse in quello sguardo il piacere di uccidere.
Marcus si era divertito anche quando aveva costretto Elke a subire l’iniezione; forse si era addirittura eccitato, sebbene non fossero state rinvenute tracce di sperma. Dieter non escludeva che, una volta al sicuro, dopo si fosse masturbato.
Aveva la vista annebbiata e non era più in grado di reagire. Il pensiero di Elke gli diede rabbia, tuttavia non riuscì a trasferire quella rabbia al corpo. Stava per morire. Ciò gli era indifferente.
Però, doveva punire Marcus per quello che aveva fatto a Elke. Diede uno scossone e con uno sforzo inaudito liberò le braccia. Marcus continuava a stringere. Dieter non commise l’errore di cercare di impedirglielo: gli infilò due dita negli occhi. Marcus urlò e allentò la presa.
Dieter lo rovesciò, gli prese la testa e la sbatté contro il pavimento.
Una, due, tre, quattro volte.
Si alzò barcollando.
Provava l’impulso di vomitare, ma prima aveva un compito da svolgere.
Cercò il bagno, lo trovò e si lavò la faccia. Ispezionò i vari armadietti. C’erano spazzolino da denti, tubetto del dentifricio, rasoio, crema da barba, lozioni e profumi assortiti. Forbici, un pettine, lamette di riserva. Dieter si guardò intorno. Era un bagno lussuoso, dotato di ogni comodità. Vasca, box doccia, idromassaggio. In un angolo c’era un ampio armadio. Dieter lo aprì: era vuoto. Corrugò la fronte. Perché un armadio vuoto? Lo esaminò attentamente. Notò che un ripiano era leggermente diverso dagli altri, non perfettamente parallelo ma lievemente obliquo. Tastò con le mani il punto della parete su cui poggiava la parte terminale del ripiano, quindi spinse. C’era un ripostiglio. Conteneva, ordinatamente riposte, siringhe e buste di vario genere e forma. Prese una siringa, controllò il contenuto di alcune buste, che scartò, e infine trovò ciò che cercava. Eroina.
Preparò una dose da cavallo e tornò in soggiorno.
Marcus si stava riprendendo.
“Bene.”, disse Dieter sedendosi vicino a lui. “Adesso ti farò sognare.”
Gli srotolò una manica della camicia e gli iniettò la dose mortale.
Lo fissò e in quegli occhi gialli colse un terrore senza nome.
Bastardo, pensò. Ora sai cos’è la paura. Non si pose il problema di avere infranto la legge: individui come Marcus non meritavano alcuna pietà, e se la giustizia non riusciva a raggiungerli, ebbene esisteva un altro genere di giustizia. Lui, semplicemente, l’aveva applicata.
Poi sentì uno strano rumore, come un mugolio. Proveniva da un’altra stanza. Dieter andò a vedere. Per terra c’era una frusta. Una donna era stesa sul letto con la schiena martoriata; un’altra giaceva al suolo, legata e imbavagliata. Dieter le riconobbe. Non faticò a immaginare quanto era successo.
Liberò Sarah Taverner, quindi indicò Janine Leblanc. “Deve andare subito in ospedale! Anzi, forse sarebbe meglio una clinica privata, opportunamente discreta. Ne conosce qualcuna?”
Sarah lo fissò, perplessa. “Sì, ma perché? E lei chi è? E Marcus?”
“Per l’appunto.”, rispose Dieter. “Sarebbe meglio che nessuno venga a sapere quello che è accaduto qui. Io appartengo alla polizia tedesca. Coraggio: mi aiuti a trasportare quella poveretta. Necessita di cure urgenti.”

Il teatro è stracolmo, il pubblico entusiasta.
Il nuovo cd di Sarah Taverner ha raggiunto il primo posto in tutte le classifiche; è un disco stupendo, e lo merita. Vincerà sicuramente un Grammy Award, e forse più d’uno. Sarah è in forma smagliante: durante il concerto ha dato tutta se stessa, è riuscita a commuovere, a incantare, a sedurre.
Seduta in platea, Janine Leblanc la osserva rapita. Sarah è diventata ancora più brava, ha raggiunto vertici assoluti.
Dopo aver eseguito I love Janine, annuncia un ultimo brano. E’ la canzone che apre il nuovo disco. Sarah non ha mai composto nulla di così straordinario, si dice Janine, pensando a quanto sia bello amarla ed essere da lei riamata. Ormai ha dimenticato le frustate: davvero poca cosa rispetto a ciò che era successo a Berlino. Il suo rapporto con Sarah è tornato quello di un tempo, come quella giornata magica di Bellagio. Sarah si sta rivolgendo al pubblico. Janine la ascolta con attenzione.
“Questa è la storia di una ragazza buona e coraggiosa.” La voce di Sarah si incrina per un attimo. Poi il momento passa. “Si chiamava Elke. A lei è dedicato questo album.”

I LOVE JANINE
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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