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Archive for marzo 2016

TOM CLANCY la moglie di Jack Ryan è odiosa (e il figlio è anche peggio). Inoltre, Ryan è insopportabilmente melenso nei confronti della consorte: “Ti amo”, “Lo sai che ti amo”, etc. etc.
FREDERICK FORSYTH mmm… qui è difficile… Direi il finale di “Dossier Odessa” e troppo sciovinismo. Gli inglesi per lui sono sempre il massimo.
JOHN le CARRE’ talvolta eccessivamente filosofico, al limite dell’ampollosità.
KEN FOLLETT quanti errori! I fagioli in Gran Bretagna “prima” della scoperta dell’America!
WILBUR SMITH purtroppo gli anni passano, e subentra la noia.
DAN BROWN perfetto per un blog: un colpo di scena a ogni pagina. Alla fine ti scordi ciò che hai letto.
JOHN GRISHAM è bulimico? Pagine su pagine dedicate al cibo.
STEPHEN KING verboso, incontinente, prolisso!
PATRICIA CORNWELL finita qui per sbaglio: proprio non la reggo.
CARLOS RUIZ ZAFON dopo “L’Ombra del Vento”?
ROBERT LUDLUM ripetitive le “congiure mondiali”.
J.R.R. TOLKIEN be’, lui è perfetto.
ALESSANDRA BIANCHI due braccia rubate all’agricoltura.

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Tanto per ricordare che il libro è uscito ed è disponibile da Giunti, e da altre parti (non so esattamente quali). A presto con qualcosa di nuovo 🙂

Se Monica Squire avesse assistito al colloquio fra Martin Yarbes e Miloslav Pomarev, non ne sarebbe rimasta certamente entusiasta. Obbedire agli ordini, quali che fossero, calpestare le vite altrui, torturare, ammazzare, inquisire. Forse per Yarbes era normale, non per lei.
Monica era un’agente della CIA e, in quanto tale, non aveva mai disobbedito a un superiore, dimostrandosi sempre ligia al proprio dovere; ciò, tuttavia, non le impediva di mantenere una posizione etica e di essere scettica nei confronti di azioni che, dentro di sé, giudicava riprovevoli.
Per Yarbes provava sentimenti contrastanti. Un tempo lui l’aveva derisa, sostenendo che non era riuscita a resistere al solletico ai piedi che le aveva praticato la spia russa, Aglaja. Non era vero. Baba Yaga, il nome in codice di Aglaja, non era interessata a quelle sciocchezze, aveva una mentalità molto più pratica. Monica non aveva subito il solletico, bensì torture assai peggiori, ripetute scosse elettriche e il terribile waterboarning.
Yarbes si confondeva con Nicole Parker, una ex collega che in Cina aveva patito quel supplizio e che in seguito si era uccisa. (Ma i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa). Yarbes era intransigente con chi tradiva, e Monica, comunque la si volesse mettere, aveva tradito.
Poi, però, Martin l’aveva difesa davanti alla commissione disciplinare della CIA. Era un uomo enigmatico, apparentemente privo di emozioni. Imperscrutabile… come Matrioska.
Monica aveva visto morire John Lodge davanti alla sua casa, e dato che ciò era successo a causa della sua debolezza non si era mai veramente perdonata; aveva ucciso Aglaja e Matrioska: ma nessuno di questi fatti, per vari versi devastanti, era paragonabile alla morte di Nadiya.
John Lodge era stato un valido compagno d’azione e un amore mancato, Aglaja una spietata serpe, Matrioska un uomo insondabile che, in altre circostanze e se lui fosse stato diverso, avrebbe potuto amare.
Nadiya in teoria sarebbe dovuta essere la sua carnefice, in realtà era diventata la sua schiava, e poi, forse, il talismano che avrebbe saputo rendere i suoi giorni felici. Si era sacrificata per lei, e non esiste al mondo una prova più grande dell’amore vero.
Se Yarbes era freddo e cinico, Monica era diversa.
Forse debole, forse troppe volte insicura. Guardò a lungo la donna russa che le aveva donato tutto: il suo cuore, la lealtà per l’Unione Sovietica, i suoi sogni. Sadica? Masochista? Parole sciocche, vuote, prive di significato, a fronte del sentimento che era nato e si era sviluppato fra loro. Più sincera Nadiya, più calcolatrice Monica, e questa consapevolezza rendeva il suo strazio maggiore.
Si inginocchiò accanto alla salma e continuò a piangere.
Per qualche motivo, si soffermò ancora a riflettere su Martin. Forse perché dopo Lodge, dopo Nadiya, rappresentava il suo ultimo appiglio. Era più ciò che li divideva di ciò che li accomunava; però entrambi amavano la natura (Yarbes le aveva svelato il suo sogno giovanile di diventare guardiacaccia), servivano la loro patria e avevano sempre considerato il comunismo come il principale nemico da sconfiggere. E, forse, Martin Yarbes conservava un fondo di umanità, sconosciuto a Matrioska, del quale in ogni caso lei si era invaghita.
Di Yarbes ammirava la forza, la mancanza di paura, il senso di protezione che a volte le infondeva. Se esisteva dell’altro, non lo sapeva. Non ancora, almeno.
Quando si rialzò, raccolse la Tokarev di uno degli assassini e si avviò verso la Duma, camminando come una sonnambula, gli occhi rigati di lacrime e il cuore a pezzi.
A un tratto scorse il maggiore del Gruppo Alpha che puntava una pistola su Yarbes.
Si sentì cattiva, cattiva e spietata, oltre ogni limite.
Pomarev era il responsabile della morte di Nadiya.
Nella piazza la confusione era indescrivibile. Scorreva vodka a fiumi e gli sguardi di tutti erano rivolti allo starets Zosima, che inneggiava al trionfo del popolo e alla sconfitta dei malvagi. Nessuno badò a lei.
Un istante prima che Pomarev premesse il grilletto, Monica appoggiò la canna della Tokarev sulla sua nuca.
Pomarev lasciò cadere a terra l’arma.
“Brava, Squire!”, esclamò Yarbes. “Ora lascia fare a me.”
Tese una mano, ma Monica scosse la testa.
“No.”, disse. “Questa è una faccenda solo mia.”
Martin avrebbe voluto obiettare, ma qualcosa nell’espressione della donna lo dissuase dal farlo.
Monica si rivolse al russo. “Mi segua, maggiore.”
La mente di Yarbes corse a Cannes: anche in Francia Squire gli aveva soffiato il bersaglio, qui però gli aveva salvato la vita. In America era stato lui a salvarla, quando aveva fatto irruzione nel cottage vicino al lago; quindi, ora erano pari. Ma c’era dell’altro. Se sulla Costa Azzurra Monica aveva già ripagato ampiamente il suo debito nei confronti della CIA, a Mosca era andata oltre. Era come se, in una partita di basket, avesse segnato un canestro da tre punti tirando dalla propria area, o realizzato un fuoricampo, in un incontro di baseball. Era una vincente.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Monica e il suo prigioniero si allontanarono.
A circa dieci metri di distanza, due soldati li stavano osservando. Uno era alto e biondo, dai tratti nordici, l’altro, scuro di pelle, sembrava di origini tartare. Il biondo si mosse per tentare di seguirli, ma inciampò. Era completamente ubriaco. “Lascia perdere!”, bofonchiò l’orientale. Anche lui si reggeva a stento in piedi. Dalle mani gli cadde una bottiglia di pessima vodka. Fortunatamente era vuota.
Squire e Pomarev attraversarono la piazza e imboccarono una strada laterale.
“Fermiamoci qui.”, disse Monica.
Pomarev le rivolse uno sguardo beffardo.
“D’accordo. E adesso cosa pensa di fare?”
“Non lo indovina, maggiore?”
Lui rise. “Le manca il coraggio, americana! Mi consegni la pistola, e sarò clemente con lei.”
Monica ricordò il suo ultimo confronto con Matrioska. Pomarev gli assomigliava: non manifestava il minimo timore, era arrogante e sicuro di sé.
Ma con lui non c’era stata alcuna relazione sessuale.
Poi accadde.
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a  Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

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Gesù“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che però non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda tristezza lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Ciò nonostante, non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Comunque, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, però sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Ma Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita e sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, era comunque riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

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La strega sapeva assumere varie forme, a seconda delle circostanze. Poteva trasformarsi in un’aquila predatrice e volare alto nel cielo, diventare un serpente sinuoso che avviluppava le sue vittime in una stretta mortale, apparire con le sembianze di un’innocente fanciulla, oppure prendere l’aspetto di una stupenda donna, alta, con lunghi capelli ramati e un corpo perfetto.
La fata era stata momentaneamente privata della sua magia, a causa di un incantesimo di Lord Ascher. Immobilizzata e senza forze, vide arrivare una creatura da sogno. La fata non aveva mai provato pulsioni erotiche, dato che non appartenevano alla sua natura: non aveva mai desiderato né maschi, né femmine; traeva il proprio piacere dalla consapevolezza di operare per il bene. Era come un nutrimento dell’anima, simile a ciò che sente un pittore quando cattura un tramonto per fissarlo sulla tela o all’emozione di un poeta che celebra l’amore dando vita a versi indimenticabili.
Ma in quel momento ella avvertì un desiderio irresistibile che, benché le fosse sconosciuto, la colmava di eccitazione. Voleva che quella donna la baciasse. La strega si chinò su di lei e le sfiorò il seno con la lingua.
Jack Sparrows leggeva attentamente.
Alexandra lo scrutava ansiosa, cercando di decifrare la sua espressione. Aveva scritto quelle righe di getto, come sempre a mano, e le considerava buone; ma ciò che contava era il giudizio di Sparrows.
Lui scosse la testa con espressione sdegnosa. “Troppo lirismo!”, commentò. “Devi essere più cruda. Niente voli pindarici. Niente espressioni abusate. E soprattutto niente similitudini! Appesantiscono il racconto. Riscrivilo. E sbrigati!”
Uscì dalla camera, chiudendola a chiave.
Alexandra osservò sconsolata quell’incipit che le era parso buono, quindi con rabbia stracciò il foglio, sino a ridurlo in minuti pezzettini di carta, che gettò nel cestino. Guardò fuori della finestra. Era una mattina luminosa e serena, che contrastava con il suo stato d’animo. Era piena di risentimento, di odio e di paura. Se a Sparrows non fosse piaciuto il suo secondo tentativo, cosa sarebbe accaduto? Le avrebbe concesso una terza opportunità o l’avrebbe mutilata? Rabbrividì.
Con un sospiro si rimise al lavoro, sforzandosi di tenere la mente sgombra in modo da concentrarsi unicamente sulla scrittura. Mordicchiò la matita, riflettendo su come cambiare impostazione. Era meno semplice di quanto avesse previsto. Di norma, uno scrittore esprimeva quello che sentiva dentro di sé; in seguito, una volta che il libro fosse stato pubblicato, il lettore avrebbe approvato o meno, si sarebbe lasciato trasportare in mondi lontani e fantastici, oppure avrebbe riposto il volume sullo scaffale, sbadigliando annoiato… ma non avrebbe tagliato le mani all’autore. Si sarebbe limitato a non comprare il suo prossimo romanzo.
Per lei quella era una situazione nuova e tremendamente difficile.
Fissò a lungo la pagina bianca, inseguendo idee che non arrivavano. Il sole era già alto nel cielo, quando finalmente tracciò la prima parola, poi la seconda, e infine una frase, cui ne seguirono molte altre. I fogli si accumulavano e all’imbrunire si stupì di quanto aveva scritto. Si accorse anche di avere fame: non mangiava da quel mattino.
La fata urlava, stravolta dal dolore. Meredith, la strega, aveva infilato tutta la mano dentro di lei. Le torceva un capezzolo con violenza inaudita, e nel frattempo la osservava con uno sguardo trionfante. Poi cominciò a deriderla: “Hai perso i tuoi poteri, patetica donnetta? Eri abituata a vincere, vero? Ma ora dov’è la tua arroganza? Quando avrò finito con te, non sarai più una femmina, ma un tremante relitto umano. Diventerai la mia schiava e trascorrerai i prossimi anni a soffrire e a subire umiliazioni; mi supplicherai, implorerai pietà: però sarà tutto inutile. Sei finita. Per sempre!”
Megan esitò, quindi apportò un’aggiunta: Sei finita, stronza. Era pessima, ma forse Sparrows avrebbe apprezzato.
Riesaminò quello che era già un consistente manoscritto. Aveva descritto vari tipi di tortura, aveva calcato la mano sugli aspetti più ripugnanti, aveva abbandonato completamente la ricerca di uno stile poetico: il tutto era semplicemente disgustoso, ma forse aveva centrato il bersaglio.
Attese impaziente che Sparrows tornasse.
Quando lui rientrò nella camera, recava con sé un vassoio che conteneva la cena: roast-beef e patate, più un bicchiere di vino. Mentre White mangiava avidamente, lesse e rilesse ciò lei che aveva scritto.
Alexandra gli lanciò un’occhiata indagatrice.
“Perfetto!”, dichiarò Jack, compiaciuto. “Così va bene. Veramente bene!”
Lei trasse un sospiro di sollievo. Dopo aver finito di cenare, tuttavia, provò un profondo senso di insoddisfazione. Non era contenta di sé, e la ragione era molto chiara: quello che aveva fatto, scrivere cioè una storia in cui non credeva e per di più adottando uno stile che non le si addiceva, equivaleva a prostituirsi. Non fisicamente, certo, ma a livello morale, il che era forse anche peggio. Era stato costretta, questo era indubbio; inoltre, quella sordida storia non sarebbe mai stata pubblicata. Era un segreto condiviso soltanto da due persone, una delle quali era malata: ciò, però, costituiva un’attenuante che lei giudicava insufficiente.
Dio l’aveva provvista di un talento, grande o piccolo che fosse, e in questo modo era come se lei avesse sporcato quel dono.
Durante il giorno, Sparrows la lasciava libera; quando giungeva il momento di coricarsi, la legava invece al letto. Alexandra si sottopose docilmente a quella umiliante procedura, aspettò che la luce venisse spenta e la porta chiusa a chiave, dopodiché si immerse nuovamente nei suoi pensieri. Oltre al disagio che le arrecava raccontare fatti che non le piacevano, esisteva anche un altro aspetto che cercava di ignorare ma che in una parte del suo cervello era sempre presente, simile a un ospite sgradito.
E se, terminato il libro, Sparrows, pur soddisfatto del risultato, l’avesse uccisa? Non poteva non immaginare che, una volta fuori di lì, lei lo avrebbe denunciato. O la sua pazzia gli faceva credere che era invulnerabile e che comunque lei gli sarebbe stata riconoscente per il semplice fatto di non averle tagliato le mani? Era un’ipotesi poco plausibile, anche se era difficile entrare nella mente di quell’uomo. In ogni caso, era molto più probabile che egli preferisse non rischiare. Quindi, l’avrebbe eliminata e Alexandra avrebbe tradito se stessa in cambio di qualche giorno di vita.
Non era accettabile.
Prese in considerazione l’idea di scappare.
Lo aveva già fatto, senza trovare il coraggio per metterla in pratica; ma ora capiva che quella era la sua unica speranza di salvezza.
La camera si trovava al secondo piano della casa. Se si fosse buttata giù dalla finestra, con ogni probabilità si sarebbe rotta una gamba o magari la spina dorsale. Non sarebbe stata un’iniziativa sensata. Per fuggire avrebbe dovuto affrontare Sparrows. Lui era più forte di lei, però se fosse ricorsa all’astuzia, forse avrebbe avuto una possibilità.
Sparrows non era attratto dal suo fisico.
Ma dal libro sì.

NADIA GREENE: L’EREDE DI ALEXANDRA WHITE SUPERERA’ LA MAESTRA?
La casa editrice di Alexander Alliston ha annunciato l’uscita di “Mille anni dopo”, l’opera prima della giovane scrittrice Nadia Greene. Da indiscrezioni raccolte, questa nuova saga fantasy sembrerebbe destinata a eclissare la stella di Alexandra White. “Il mondo poetico di Nadia Greene è straordinario.”, avrebbe dichiarato Nancy Alliston, figlia del proprietario della casa editrice. “Come nei libri della White, il tema dominante è il trionfo del bene sulle forze oscure della notte; ma l’immaginazione e il talento di Nadia risultano largamente superiori.”
Nancy Alliston ha smentito categoricamente questa affermazione, che andrebbe a discapito di quella che fino a oggi è l’autrice inglese di maggior successo nel campo della letteratura fantastica. “Greene è bravissima.”, ha detto al nostro cronista. “Ma è insensato fare paragoni.” Tuttavia, alcuni testimoni ci assicurano che, trascinata dall’entusiasmo, Nancy Alliston avrebbe effettivamente pronunciato quelle parole. A questo punto, si attende con ansia la pubblicazione…
Jack Sparrows piegò il giornale e si versò ancora del caffè. La giornata era incominciata bene: il lavoro di Alexandra procedeva speditamente e, ciò che più contava, con risultati del tutto soddisfacenti. Meredith era un personaggio impagabile. La fata si contorceva sul letto in preda a un dolore insostenibile, chiedendo invano pietà; e presto avrebbe fatto la sua comparsa Lord Ascher. White gli aveva anticipato che la fata avrebbe rinunciato al bene per diventare un’adepta del male. E questa, secondo Sparrows, era una svolta eccezionale.
Ma, dopo aver letto l’articolo che parlava di Nadia Greene, il suo umore era cambiato.
Si alzò dalla sedia e, meditabondo, si accostò alla finestra.
Era riuscito a piegare Alexandra e ora saltava fuori una scrittrice che era ancora più brava di lei, che l’avrebbe eclissata, come scriveva il quotidiano, e che apparteneva alla stolta categoria dei fautori del bene, dei personaggi buoni e sciocchi che, contrariamente a ogni logica, riuscivano a vincere sempre. Ciò allontanava il momento del trionfo di “The Black Land”. Si aggirò furibondo per la stanza, prendendo in considerazione varie ipotesi. Un primo impulso lo avrebbe portato a uccidere subito Alexandra: in tal modo forse avrebbe placato la sua ira. Però si rese conto che così non avrebbe risolto nulla. In cambio di un piacere effimero, avrebbe perso il suo nuovo straordinario libro, Meredith e Lord Ascher non avrebbero più tormentato la fata e intanto sarebbe uscito l’insulso romanzo di questa Greene.
No. Doveva agire su due fronti. White avrebbe portato a termine il suo compito e, nel frattempo, lui si sarebbe occupato di Nadia Greene.
L’avrebbe catturata e avrebbe messo in competizione le due scrittrici.
Era un’idea brillante, e si rallegrò con se stesso.

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Spirava un’improvvisa aria fredda che trascinava con sé nubi cariche di pioggia.
Durante il giorno il clima era stato tipicamente estivo, ma verso sera era sopraggiunto un cambiamento; non si trattava della classica pioggerellina inglese: era in arrivo un vero e proprio fortunale.
Alexandra White sentiva il vento fischiare attraverso i vetri e, benché non potesse vedere ciò che accadeva fuori della casa, avvertiva il mutare del tempo e udiva i primi tuoni che preannunciavano la tempesta imminente.
Una tempesta simile squassava il suo animo.
Continuava a rivivere quegli istanti terribili. Jack Sparrows aveva sollevato l’accetta con un movimento rapido ed elastico, quasi provvisto di grazia, simile al gesto di un atleta. L’accetta poi era calata con forza sul suo polso e Alexandra aveva urlato di nuovo.
“La fata morirà!”
Jack aveva fermato l’accetta a un pollice dalla sua pelle. L’aveva guardata con un’espressione di sorpresa negli occhi. Se non fosse stata terrorizzata, forse la scrittrice avrebbe riso: Sparrows aveva uno sguardo talmente stupefatto da sembrare ottuso.
Però, si ricompose subito.
La scrutò, sospettoso. “Cosa diavolo intendi dire?”
“Quello che ho detto.”, rispose Alexandra, cercando di controllare il tremito della voce. Odiava sentirsi così indifesa e spaventata. Ma avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non subire quell’atroce mutilazione, e un lampo di intuizione le era venuto in soccorso. “Scriverò un nuovo libro.”, dichiarò con una sicurezza che era lungi dal provare. “Secondo i tuoi canoni.”, si affrettò ad aggiungere, prima che lui si innervosisse e sollevasse ancora l’accetta.
“Quali canoni?”, le chiese Jack in tono inquisitorio.
“Il male trionferà.”, spiegò lei. “Lord Ascher ucciderà la fata.” Il suo cervello lavorava freneticamente. “Naturalmente le cose non saranno così semplici. La fata morirà fra indicibili tormenti e a nulla sarà valso il suo estremo tentativo di salvarsi.”
Vide che Sparrows la stava ascoltando con interesse e provò un moto di trionfo. “Lei glielo succhierà.”, affermò con decisione. “Farà questo e altro, tuttavia Lord Ascher si dimostrerà inflessibile.”
Jack pareva sempre più interessato. Alexandra continuò: “Devo lavorarci sopra, ovviamente. Potrebbe esserci una strega che bacia il seno alla fata… o che glielo morde. Sì, forse è meglio. Le morde il seno e con la mano intanto la sevizia… più sotto. Infine, interviene Lord Ascher.”
Sparrows la fissava entusiasta. “Questo sarebbe un vero libro!”, esclamò euforico. Ma un momento dopo si insospettì nuovamente. “E perché scriveresti ciò?”
Alexandra rifletté, prima di rispondere. Jack era intelligente, sebbene fosse anche profondamente disturbato: ingannarlo sarebbe stato pericoloso. Aveva già tentato di farlo, e aveva fallito. Decise di essere sincera. “Perché se io scriverò questa nuova storia, tu non mi taglierai le mani.”
Lui annuì lentamente, e Alexandra comprese di aver colto nel segno. Jack meditò per alcuni istanti, soppesando le parole della scrittrice. “Bene.”, disse infine. “Però il libro lo scriverai qui, sotto il mio costante controllo. Non mi fido di te. Se il romanzo mi piacerà, ti lascerò andare; in caso contrario, non mi limiterò a tagliarti le mani.”
A distanza di ore, Alexandra rabbrividì, ripensando a quella frase orribile e minacciosa.
Fino a quel giorno, non aveva mai badato al proprio aspetto fisico, ma adesso rimpiangeva di non essere alta e prosperosa come Patricia: in tal caso, avrebbe potuto sedurlo, lui si sarebbe distratto e con un po’ di fortuna lei sarebbe riuscita a fuggire. Ma, benché molti uomini la considerassero attraente, a Jack non piaceva; perciò non sarebbe mai riuscita a infiammargli i sensi.
Mille interrogativi le attraversavano la mente. Gli sarebbe piaciuto il libro? Lei sarebbe riuscita a scrivere quella serie di nefandezze? Di ciò, in realtà, non dubitava, malgrado l’argomento le ripugnasse. In fondo, si trattava di un esercizio di tecnica narrativa e avrebbe preso a prestito le idee dal romanzo di Sparrows. Probabilmente lui ne sarebbe stato lusingato. Quanti giorni avrebbe dovuto trascorrere in quella dimora abbandonata? Dipendeva da lei e dalla velocità con cui avrebbe scritto. Sparrows avrebbe mantenuto i patti? Questa era la domanda fondamentale.
Purtroppo Alexandra non aveva una risposta.

Carrick indossava una giacca che stonava con la camicia. Patricia pensò che fosse tipico di lui. Era un uomo stravagante, che sembrava sogghignare di continuo; ma la giovane non aveva tardato a capire che quella era la configurazione del suo viso. Immaginò di baciarlo, poi scacciò quel pensiero.
Aveva scelto un ristorante italiano e l’investigatore era parso soddisfatto. Ordinarono pasta al pomodoro e pollo al curry. Patricia aveva la sensazione che non fosse un piatto italiano e in effetti tutto il personale era indiano, forse anche il cuoco, pensò lei; però la pasta era buona, cotta al punto giusto.
Il pollo fu servito accompagnato da uno squisito riso pilaf, piccante e ricco di zenzero. Entrambi divorarono il cibo, anche se Patricia si sentiva vagamente in colpa al pensiero che, mentre loro mangiavano, Alexandra era tenuta prigioniera da un losco individuo, deviato e sicuramente malvagio. Tacitò la coscienza, dicendosi che quella era una cena di lavoro, in cui avrebbero discusso proprio della situazione della scrittrice.
Patricia era vestita in modo elegante con un abito provvisto di una profonda scollatura e la gonna lunga e aderente. Calzava stivaletti in vernice chiusi da lacci. La giovane non era ricca di famiglia, ma lo stipendio che le passava White era molto generoso.
Fu lei a introdurre l’argomento. “Avete riflettuto sul nostro caso?”
Carrick ignorò la domanda e per alcuni minuti rimase in silenzio. Aveva l’aria distratta, e Patricia provò un vago senso di irritazione; tuttavia non insistette. Pensava di aver capito il carattere dell’investigatore: tempestarlo di domande era controproducente. Carrick aveva i suoi tempi.
Infine lui la guardò e disse: “La casa confinante con un bosco non ci porterà lontano; certo, Carrick potrebbe trovarla, però avrebbe bisogno almeno di un paio di settimane e invece presto si imbarcherà.”
Tacque e Patricia lo fissò delusa. Nadia Greene le aveva assicurato che era il migliore di tutti e che aveva sempre portato a termine con successo gli incarichi che gli erano stati affidati. Forse lo aveva sopravvalutato.
Ma Carrick non aveva finito. “Ci occorre un’esca.”, disse.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Sapete cos’è un’esca?”, le chiese spazientito. “Il miele per un orso, l’agnello per un lupo, un babbuino per il leone… una bella donna che scrive romanzi di genere fantastico per il signor Sparrows.”
“Avete in mente un nome?”
“No.”, disse Carrick. “Lo inventeremo.”

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Per una serie di ragioni che andavano dall’impegno riservato al lavoro a una probabile anaffettività, Carrick non si era mai sposato. Naturalmente ciò non significava che non avesse avuto le sue avventure, che peraltro si potevano contare sulle dita di una mano.
Quando si voltò infastidito, a causa dell’insistenza di Patricia Thompson, l’investigatore si rese conto per la prima volta di quanto lei fosse bella. Alta e prosperosa, era la classica donna in grado di far perdere la testa a un uomo. Indossava un abito che pareva studiato appositamente per far risaltare le forme del suo corpo. Carrick pensò che, se avesse avuto vent’anni di meno, probabilmente l’avrebbe corteggiata. A parte questo, decise che valeva la pena dedicarle qualche minuto del suo tempo.
Patricia lo fissava ansiosa.
Carrick fece un gesto vago. “Vada per il tè.”, disse.
Patricia gli sorrise, riconoscente.
Entrarono in un piccolo locale e presero posto a un tavolino d’angolo.
“Carrick vi ascolta.”, disse l’investigatore. “Però non abusate della sua pazienza.”
Patricia scosse il capo. “Sarò breve.”, gli assicurò. La giovane possedeva il dono della sintesi, assai utile quando preparava una relazione per Alexandra. Si espresse in maniera chiara e concisa, senza lasciare che l’emozione prendesse il sopravvento, portandola a divagazioni superflue.
Carrick la seguì attentamente. Bevve con calma il tè, quindi osservò: “Sembrerebbe che Jack Sparrows sia afflitto da una qualche forma di patologia.”
“E’ quello che credo anch’io.”, disse Patricia.
“Sapete dove abita?”
“A Londra. Ma la sua casa è vuota da diversi mesi.” Patricia aveva svolto delle indagini per conto suo, scoprendo dove si trovava l’appartamento di Sparrows; ma il portinaio le aveva detto che era scomparso alla fine dell’inverno. Conservava la posta indirizzata a lui, però non sapeva come recapitargliela.
Carrick annuì. “Si sarà scelto un posto tranquillo, ubicato in una località isolata. Alexandra White non vi ha mai confidato dove lo incontrava?”
Patricia corrugò la fronte, cercando di ricordare. Le sovvenne che una volta Alexandra aveva accennato a un bosco, con gli occhi che le scintillavano di eccitazione. “In effetti, sì.”, affermò. “Me n’ero scordata. Mi parlò di una casa che confinava con un bosco, fuori città.”
“Un po’ vago come riferimento.”, commentò l’investigatore. “Non importa. Bene: oggi è il vostro giorno fortunato. Si dà infatti il caso che Carrick sia da sempre interessato alle personalità deviate, di gran lunga più stimolanti dei criminali comuni, che generalmente sono esseri banali e insignificanti, mossi unicamente dall’avidità. Non c’è granché da imparare da loro; al contrario, Carrick ha molto appreso indagando su personaggi singolari: malati di mente, aristocratici eccentrici oltre ogni limite, megalomani provvisti di un ego smisurato. Le loro azioni non erano quasi mai motivate dal denaro. E’ possibile che Carrick vi dedichi due o tre giorni. Poi, però, si imbarcherà per Lisbona.”
“Grazie!”, esclamò Patricia, enormemente sollevata. L’investigatore le aveva fatto una grossa impressione, malgrado fosse burbero e scostante. Con il suo aiuto forse avrebbe potuto trovare Alexandra.
Ma c’era dell’altro.
Mentre lui parlava, lei si sorprese a pensare che era un uomo affascinante. Non giovane, non attraente, non aitante… ma sicuramente affascinante. Patricia non si fermava mai alle apparenze e non considerava fondamentale l’aspetto fisico. Non guardava nemmeno all’età: spesso i giovani erano superficiali e immaturi.
Lei mirava all’intelligenza, e Carrick era intelligente.
Stando alla sua amica Nadia Greene, era addirittura un genio.
“Come procediamo?”, gli domandò, cambiando corso ai suoi pensieri.
“Cominciamo da ciò che è più importante.”
“Sarebbe?”, chiese lei.
“Per favore, evitate le domande stupide.”, la gelò Carrick.
Di norma, l’investigatore non si sarebbe degnato di risponderle, pertanto si stupì avvertendo l’esigenza di spiegarsi. “Il primo punto da stabilire è il seguente: perché Sparrows non vuole che White continui a scrivere? Alla base di ogni azione esiste sempre un motivo preciso, non conta se sensato o meno. Da quel motivo si può risalire alle vere intenzioni del soggetto in questione; e – con un po’ di fortuna – metterlo in condizione di non nuocere.”
Patricia esitò. Voleva rivolgergli un’altra domanda, ma temeva la risposta. Infine, si decise vedendo che l’investigatore stava per alzarsi. “Voi pensate che Alexandra sia in pericolo? Che Sparrows possa farle del male?”
Lui le rivolse un’occhiata sprezzante, poi però addolcì lo sguardo. “E’ più che probabile.”, dichiarò. “Per questo dobbiamo muoverci in fretta.”
La giovane lo guardò in silenzio. Era la risposta che si aspettava. Povera Alexandra! Si augurò che fosse ancora viva e che non avesse sofferto fisicamente. Purtroppo la sofferenza psicologica era inevitabile. Odiava Sparrows con tutta se stessa.
Carrick si alzò. “Vediamoci questa sera. Mangeremo insieme, e voi avrete la buona grazia di offrire la cena.”
“D’accordo.”, disse Patricia. “Nel frattempo voi cosa farete?”
“Carrick passeggerà.”, rispose l’investigatore. “Ci sono dei parchi magnifici a Londra.” Si diresse verso la porta, ma prima di uscire si voltò e aggiunse: “Anche se il mare è decisamente meglio. Magari un giorno verrete a Nizza.”
Patricia lo osservò andar via perplessa.
Il comportamento di Carrick era strano, e lei non sapeva come interpretarlo. Aveva parlato di muoversi in fretta e si recava in un parco! Era un modo per riflettere meglio o semplicemente provava il desiderio di camminare in mezzo alla natura? E quell’ultima frase… aveva parlato seriamente oppure erano parole prive di significato, che lui aveva buttato lì giusto per dire qualcosa?
Ma Patricia doveva concentrarsi su Alexandra e si biasimò per aver pensato ad altro. Carrick presto sarebbe ripartito, non l’avrebbe invitata a Nizza, e lei non lo avrebbe più rivisto. Inoltre, amava già un uomo… che però non la ricambiava.
Attese con impazienza l’ora dell’appuntamento, ripetendosi che ciò che contava veramente era salvare la sua amica.
Per quello fu felice di rivederlo, quando calò la tiepida serata estiva.
Ma ne era proprio sicura?

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Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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