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Archive for the ‘il fattore b’ Category

IL FATTORE B 13

Alexsandr Alexsandrovic StavroginOre 9.40
Nel corso degli anni, Monica Squire aveva partecipato a numerosi seminari, alcuni dei quali obbligatori, altri come volontaria. Fra questi ultimi, le era rimasto particolarmente impresso nella mente quello di cinesica.
La cinesica è una scienza moderna che, attraverso due precisi passaggi, permette di comprendere se un individuo sta mentendo, oppure glissando su certi particolari. La prima fase ha come scopo la realizzazione del profilo base. Si ottiene mediante l’uso di domande di cui si conoscono già le risposte, domande “innocue” che non implicano alcun coinvolgimento emotivo del soggetto preso in esame. Durante questa fase, si osservano con attenzione la postura del corpo, il tono della voce, i movimenti anche banali – ad esempio, incrociare le braccia davanti al petto o le caviglie sotto al tavolo. Ciò serve per notare, in seguito, le reazioni a seguito di domande insidiose, che potrebbero indurre la persona che si ha di fronte a mentire.
Lo scostamento dal profilo base è indicatore di una menzogna.
Tale disciplina si rivela assai utile quando si ha a che fare con un agente di un servizio segreto straniero che ha deciso di cambiare campo. Quello che interessa non è la motivazione, soldi, scelta ideologica, rancore verso i superiori, ma l’attendibilità del passaggio di campo. Ai tempi del KGB, non pochi membri della prima direzione centrale finsero di tradire l’Unione Sovietica per poi trasmettere informazioni fuorvianti, inframezzate da notizie vere ma di scarsa utilità pratica.
Monica fece ricorso alla cinesica non appena prese posto all’altro lato della scrivania dove sedeva Silvio Berlini. Dietro esplicita richiesta dell’americana erano soli. Niente interprete, niente segretari o funzionari del partito di Berlini. Sorbirono il caffè in silenzio. Subito dopo, nel suo inglese un po’ approssimativo anche se comprensibile, l’uomo politico e imprenditore le raccontò due barzellette, sbirciandole ogni tanto il seno. Per una forma di cortesia, Monica sorrise. In realtà, le aveva trovate agghiaccianti.
Poi toccò a lei. Cominciò affrontando temi irrilevanti. “Il comunismo da sempre è la fonte di ogni male.”, osservò come avrebbe fatto una giornalista che lo stesse intervistando. “E’ d’accordo, presidente?”
Berlini, rilassato e sicuro di sé, si lanciò in un lungo sproloquio, che Monica ascoltò senza particolare attenzione. Conosceva già le idee dell’italiano al riguardo; ciò che le interessava era studiare il suo modo di muovere le mani, la frequenza delle pause, l’espressione degli occhi. Quello che tradisce un mentitore non è quello che dice ma come lo dice.
Lo mise ulteriormente a proprio agio spostando il discorso sulla sua grande passione: la squadra di calcio del Milan. Se Berlini si stava domandando qual era il senso di quei quesiti, non lo diede comunque a vedere. Dopo altre tre o quattro domande, Monica ritenne di avere ottenuto un profilo base piuttosto attendibile.
Passò alla seconda fase.
Berlini percepì il cambiamento d’atmosfera e pensò che Squire avesse esaurito i convenevoli con cui per gentilezza aveva esordito e che ora sarebbe venuta al dunque. Avrebbe preferito flirtare un po’ con lei. Benché gli piacessero le ragazze, non gli sarebbe dispiaciuto portarsela a letto; malgrado non fosse più giovane, la donna possedeva un notevole fascino. E per essere un’americana vestiva con classe.
“Lei si sarà chiesto il motivo che mi ha condotta in Italia per questo nostro incontro.”
Berlini annuì.
Monica lasciò passare alcuni secondi prima di procedere.
“Bene”, poi disse con calma, “la ragione che ha indotto i miei superiori a mandarmi qui è legata ad Angela Merkel.”
Sarebbe stato un grave errore dirgli che l’iniziativa era sua e che non l’aveva “mandata” nessuno.
Berlini si irrigidì.
“Non capisco.”, replicò, fingendosi stupito.
“Desidero essere molto franca, presidente.”, disse Monica ignorando la sua risposta, e prendendo mentalmente nota grazie al linguaggio del corpo che Berlini si stava già scostando dal profilo base, e quindi che mentiva. “Da quando è stata fondata, l’Agenzia per la quale lavoro ha portato a termine diverse operazioni… ehm… particolari. Erano necessarie per la sicurezza degli Stati Uniti e naturalmente dovevano passare inosservate. Pertanto, a Langley i miei capi non si pongono questioni morali – la morale è un concetto molto relativo, e può essere intesa in un modo o nell’altro, a seconda di chi prende in esame un dato fatto -, bensì di convenienza politica. Lei capirà, signor presidente, che il rischio di una pericolosa destabilizzazione a livello internazionale…”
“Mi consenta.”, la interruppe Berlini. “Mi sfugge il senso delle sue parole. Operazioni particolari, Angela Merkel… non comprendo proprio, mi creda.”
Monica notò tutta una serie di piccoli dettagli legati alla sua postura che indicavano chiaramente che Berlini stava mentendo di nuovo. Quel “mi creda” finale era la ciliegina sulla torta. Un chiaro indice di menzogna.
Monica continuò, impassibile. “A Langley la sua posizione viene vista con simpatia. I suoi motivi di risentimento nei confronti della signora tedesca sono comprensibili e il suo desiderio di cambiare le cose, in Europa, è legittimo. Tuttavia non è politicamente consigliabile. Anziché risolvere problemi, ne creerebbe molti altri con grave danno anche dell’Italia. Di conseguenza, a nome dei miei superiori, la prego di rivedere i suoi propositi.
La prego di rinunciare all’operazione.”
Monica si era espressa con garbo, sorridendo, e aveva usato di proposito il verbo “pregare” per due volte. Un’aggressione verbale sarebbe stata controproducente.
Ma Berlini si alterò e scattò in piedi. Puntò l’indice della mano destra sull’americana. “Lei mi sta insultando! Ma non finisce qui. Una nota di protesta…”
Questa volta fu Squire a interromperlo.
“Se l’ho involontariamente offesa, mi scuso. Non era certo nelle mie intenzioni. Le chiedo solo altri dieci minuti. Sono sicura che arriveremo a un accordo.”
Fece un sorriso soave.
Berlini tornò a sedersi, cupo in volto.

Ore 11.40 ora locale di Mosca
Il generale Vatutin fissava pensieroso Vitalij Denisov, il suo amico del FSB. Più tardi sarebbero scesi nella mensa per pranzare assieme.
Il colloquio con Putin lo aveva lasciato alquanto perplesso. Che Putin fosse un uomo enigmatico, era un fatto risaputo; ma le sue parole finali gli erano sembrate insensate.
Prima, inviava in gran segreto Stavrogin in Italia per eliminare Berlini. Poi, si congratulava con Vatutin perché il generale aveva deciso di sabotare l’operazione.
Comunque la si volesse mettere, c’era qualcosa che non quadrava. Aveva cambiato idea, a causa della sua amicizia con l’imprenditore italiano? Vatutin tendeva a escluderlo: Putin non cambiava mai idea. E allora?
E adesso aveva la risposta.
“Non ti ho mancato di rispetto, Boris Nikolaevic.”, ripeté Denisov. “Ho semplicemente obbedito agli ordini, com’era mio preciso dovere. Scusami, se ti ho detto quella piccola bugia; così mi era stato chiesto di fare. D’altra parte, ciò che conta è il risultato finale.”
Vatutin guardò fuori della finestra, riflettendo su quel comportamento machiavellico. Poi pensò ai mezzi degli americani, alle intercettazioni. E iniziò a capire.
“Figurati, Vitalij. Non sono in collera con te. Devo ancora mettere bene a fuoco ciò che è successo, anche se comincio ad avere le idee più chiare.
Quindi, è stato Putin a dirti di farmi avere quel rapporto, facendomi credere che agivi a sua insaputa.”
“Esatto.”, confermò Denisov.
“E’ un Maestro.”, mormorò Vatutin. “Promette una cosa alla CIA, di più, si attiva affinché qualcuno vada realmente in Italia… e contemporaneamente dispone che io lo venga a sapere. Conoscendomi, era sicuro che mi sarei opposto con tutti i mezzi possibili alla missione del capitano. Povero Stavrogin!”
Denisov scrollò le spalle. “Un vero Maestro!”, convenne.
“Una Volpe.”

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IL FATTORE B 12

Alexsandr Alexsandrovic StavroginSabato 16 marzo
Ore 5.00
Stavrogin scese dal letto un istante prima che squillasse la sveglia. Dopo una rapida doccia, indossò un paio di jeans, una maglietta di cotone e una camicia molto larga, sopra la quale mise un giaccone che sarebbe stato più indicato in pieno inverno. A piedi raggiunse il box, aprì il baule della Bmw, controllò ancora il fucile, dopodiché si tolse giaccone e camicia per infilarsi un giubbotto antiproiettile di kevlar. Poiché il kevlar non è in grado di proteggere da una pugnalata o da un proiettile perforante, il capitano del SVR aveva aggiunto un leggero pannello metallico costituito da una combinazione di alluminio e rame. Si rimise gli indumenti e lanciò un’occhiata alle flashbang. Sebbene fossero stati gli agenti del SAS britannico a servirsi per primi di tali strumenti – che erroneamente molti chiamano “granate” -, i modelli M84 che Aleksandr aveva con sé erano di fabbricazione americana, a suo giudizio decisamente i migliori.
Quando fu pronto, salì sulla macchina e imboccò la strada che da Lecco conduce a Erba. Si fermò nei pressi di Valmadrera per consumare una colazione a base di cappuccino e doppio toast farcito.

Ore 6.21
Il sole sorse preannunciando una splendida giornata. Maruska aprì la finestra della camera situata al secondo piano dell’albergo in cui aveva alloggiato in quei giorni. Respirò con piacere la fresca aria che sapeva di primavera, riflettendo sul fatto che in Russia invece era ancora inverno, poi si lavò, si vestì e mangiucchiò una briosche al bar dell’hotel che a quell’ora era già aperto. Bevve un caffè e una spremuta d’arancia, saldò il conto e uscì.

Ore 7.30
Luca Scalabrini si lasciò baciare con scarso entusiasmo dalla mamma, ficcò i libri di testo nello zaino che fungeva da cartella e dichiarò che quella mattina avrebbe risposto a tutte le domande dell’insegnante di storia: si era preparato benissimo e aveva imparato a memoria ogni cosa.
Una volta che fu fuori di casa, anziché dirigersi verso la scuola, aspettò l’autobus che lo avrebbe portato a Erba.

Ore 8.10
Monica Yarbes lasciò l’Hilton di Milano e prese posto sul sedile posteriore della Jaguar con autista che Berlini le aveva messo a disposizione. Durante il tragitto attraverso la Brianza ignorò il panorama per concentrarsi su ciò che avrebbe detto all’imprenditore italiano.
Si era preparata con estrema cura per quel colloquio. Aveva studiato l’uomo, analizzando i suoi punti di forza e le sue debolezze. Sapeva che aveva molti problemi con la giustizia e che quasi sicuramente di lì a breve sarebbe stato condannato: questa forse era la ragione che lo aveva spinto a ignorare i rischi che avrebbe corso, qualora il killer da lui assoldato fosse stato catturato dalla polizia tedesca. Sapeva che amava le donne giovani. E sapeva che era immensamente ricco. Forse pensava che con i soldi avrebbe potuto cavarsela, pagando avvocati e corrompendo magistrati. O più probabilmente meditava una grande uscita di scena.
In quest’ultimo caso, il compito di Monica sarebbe stato più difficile.
Comunque, era fiduciosa. Aveva ucciso Pomarev e Matrioska, imprese che a Langley venivano considerate leggendarie. In altre circostanze, era stata meno fortunata. Alti e bassi, ma gli alti erano di gran lunga superiori.
Ripassò mentalmente le note riportate sul dossier che riguardava Berlini. Il suo intercalare preferito era “mi consenta”. Con quelle due parole interrompeva i suoi interlocutori.
Di certo, Monica non gli avrebbe consentito di mentirle.

Ore 9.00
Quando Silvio Berlini scese dall’elicottero, Aleksandr lo inquadrò nel mirino del fucile, però non sparò. L’uomo politico era circondato da quattro guardie del corpo, che lo sovrastavano in altezza e lo coprivano. Infatti, un istante dopo era diventato un bersaglio impossibile da colpire.
Più tardi, sarebbe uscito in tuta da ginnastica per la consueta passeggiata e quello sarebbe stato il momento.
Prima Stavrogin avrebbe lanciato una flashbang. L’ordigno avrebbe generato un rumore insostenibile, creando sconcerto e distraendo i gorilla.
E allora il capitano del SVR lo avrebbe ucciso.

Ore 9.05
Maruska aveva individuato da tempo la Bmw e ora stava osservando la sua preda. Aveva scelto un buona posizione, considerò fra sé: in alto, nascosto dalla vegetazione, tuttavia a distanza di tiro. Forse era un po’ lontano dall’obiettivo, ma evidentemente aveva un’arma in grado di coprire quello spazio.
Maruska impugnò la Wilson e si avvicinò, muovendosi agilmente lungo una pista che correva fra gli alberi.
Aveva notato la flashbang. Dato che non disponeva di un silenziatore, avrebbe aspettato che Stavrogin la scagliasse. Subito dopo, avrebbe fatto fuoco. Era indispensabile ammazzarlo con la prima pallottola: Maruska era più forte di molti uomini, ma non di un capitano del SVR. In uno scontro fisico, a parità di addestramento Spetsnaz, una donna non poteva battere un maschio.
Ma lei non avrebbe sbagliato.
E al suo rientro in patria sarebbe stata promossa. La attendeva una fulgida carriera.

Ore 9.20
Dopo aver bighellonato per le strade di Erba, Luca fece incetta di merendine al bar della stazione. Era una giornata magnifica, il sole splendeva alto nel cielo limpido: sembrava di essere a maggio.
Il ragazzo si avviò verso la sontuosa dimora di Berlini. Si sentiva ansioso ed euforico. La sua fantasia galoppava ed egli si vedeva nei panni di un agente segreto.

Ore 9.30
Monica aveva scelto un abbigliamento classico: tailleur color grigio tortora e scarpe senza tacco di Ferragamo, anche perché era più alta del Cavaliere e intendeva metterlo a suo agio. D’altronde, poteva permettersele per via delle sue gambe slanciate. Trucco leggero. Ma, con una punta di malizia, aveva optato per una camicetta che poneva in evidenza il seno. Non era più una teen-ager, e pertanto a rigor di logica non rientrava nei parametri preferiti di Silvio Berlini; ciò nonostante era consapevole di essere ancora attraente. Non era una “culona inchiavabile”, pensò con un sogghigno.
Quando scese dalla Jaguar, fu accolta da una graziosa ragazza di circa vent’anni che la invitò a seguirla all’interno della grande villa.

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IL FATTORE B 11

Alexsandr Alexsandrovic StavroginMentre Monica Yarbes sbrigava le formalità alla dogana e pochi minuti dopo saliva su un taxi, molto lontano da lì, in un grande ufficio due uomini si stavano fissando negli occhi. Lo sguardo di entrambi era imperscrutabile. Se il generale Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, temeva per la propria sorte, non lo dava a vedere.
Davanti a lui, seduto a un’ampia scrivania, con le spalle rivolte alla finestra, Vladimir Putin alzò un indice e glielo puntò contro. Però, parlò con calma.
“Così, Boris Nikolaevic, lei ha deciso di sabotare una missione da me personalmente ideata e messa in atto.” Non era una domanda, bensì un’affermazione.
Vatutin si limitò ad annuire con il capo. Nel frattempo, si domandava quasi oziosamente quale sarebbe stato il suo destino. A parte le inevitabili dimissioni, per usare un eufemismo, le possibilità erano due: Siberia oppure condanna a morte. Non vedeva altre strade. Si augurò che non ci fossero ripercussioni per la sua famiglia. Poi si chiese chi lo aveva tradito, ma era una domanda inutile. Di chiunque si trattasse, non faceva differenza.
Putin si alzò per andare alla finestra. La neve aveva cessato di cadere e un sole timido era apparso nel cielo di Mosca. La primavera era ancora lontana, ma l’inverno si stava lentamente allontanando.
Putin rimase in quella posizione per diversi minuti, quindi si voltò e tornò a sedersi. Fra numerosi fascicoli, impilati con cura, sulla scrivania c’era un bicchiere colmo d’acqua. Il capo della Russia tirò fuori da una tasca una moneta, la scrutò pensieroso, dopodiché la immerse nell’acqua. Un istante dopo la recuperò con i denti, tenendo le braccia dietro alla schiena.
Non era la prima volta che Vatutin assisteva a quella scena. Da tempo pensava che fosse come una specie di mantra o un modo, alquanto singolare, per fare luce sui propri pensieri. Comunque fosse, non batté ciglio.
Putin depose la moneta e fissò nuovamente lo sguardo sul direttore delle Operazioni. “E’ possibile, pressoché certo direi, che la sua iniziativa la priverà di uno dei suoi migliori agenti. Potrebbe perdere Stavrogin – ed è l’ipotesi più probabile, dato che egli si trova all’oscuro di tutto -, oppure Maruska Filippovna Baraskova. Ambedue le prospettive sono deprimenti.”
“Ritengo sia più deprimente lavorare per quel branco di assassini della CIA.”, ribatté Vatutin. Perso per perso, non vedeva perché non esporre con chiarezza la sua opinione. Non per giustificarsi, ma per spiegare la ragione del suo comportamento. Due cose diverse, considerò fra sé.
Poiché era abituato ad analizzare e a soppesare ogni particolare, anche il meno rilevante, colse nelle ultime parole di Putin una nota strana. Non aveva detto: “uno dei migliori agenti del SVR.” Aveva detto: “uno dei suoi migliori agenti”. E aveva usato il futuro. Ne fu decisamente meravigliato. Lo stupore aumentò in seguito a ciò che Putin aggiunse.
Guardando un punto imprecisato della parete, disse: “Silvio Berlini è un mio amico.” Poi ci fu un lungo silenzio. Forse, il presidente della Russia ripensava alle serate in cui l’imprenditore italiano aveva cantato per lui le canzoni napoletane o forse ricordava le barzellette, i moti di spirito, l’allegria che caratterizzava l’uomo. O forse, nella sua mente emergeva dalle nebbie del passato il ricordo di quando i carri armati tedeschi avevano invaso l’allora Unione Sovietica, portando morte e distruzione. O, infine, forse focalizzava il pensiero sui danni che la CIA aveva causato alla sua patria. Magari, tutte e quattro le cose.
Gli occhi celesti si fissarono nuovamente sul direttore delle Operazioni del SVR. “Non sono in grado di richiamare Stavrogin. A questo punto, nessuno lo è. Gli americani pagheranno comunque il prezzo pattuito, anche se la sua missione dovesse fallire: non sanno di Baraskova. Qualora il capitano  Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin dovesse perire, non sarebbe morto invano, perché il prezzo pattuito è alto.” Qualche secondo più tardi, soggiunse: “Ho cercato di agire per il meglio. Certe scelte sono dolorose, ma talvolta inevitabili. A noi serve l’amicizia degli Stati Uniti. Non possiamo farne a meno, e non sarò certo io a mettere a repentaglio le nostre relazioni con loro.”
Trasse un profondo respiro e, con grande sorpresa di Vatutin, lo congedò con una stretta di mano.
“Ben fatto, generale.”, disse.

Dopo i due giorni trascorsi a Milano, Aleksandr si concesse un sonno più lungo del solito. Si svegliò alle nove del mattino, si rase, fece la doccia e indossò indumenti puliti. A quell’ora non servivano più la prima colazione.
Uscì dall’albergo, si fermò in un bar vicino, dove ordinò cappuccino e una fetta di torta, poi raggiunse a piedi il box.
Spirava un vento freddo che proveniva dalle montagne che sovrastano Lecco, però il cielo era sereno e sgombro da nubi. Il capitano lanciò un’occhiata alle acque increspate del lago. Immaginava che fossero gelide, comunque era una visione affascinante.
Una volta che fu all’interno del box, prese il fucile, lo smontò e lo rimontò con attenzione, controllando che tutti i meccanismi funzionassero perfettamente.
L’arma pesava circa quattro chili, aveva una portata di ottocento metri ed era dotata di un caricatore da dieci colpi. La canna, piuttosto sottile, terminava con un soppressore di fiamma ed era internamente cromata in modo da aumentare la resistenza alla corrosione.
Oltre a quella era munito della pistola con cui aveva ucciso il sicario spagnolo; inoltre disponeva di altri due strumenti che avrebbero potuto dimostrarsi molto utili.
Quando ebbe terminato, il capitano andò a cercare un buon ristorante.
Durante il pranzo – uno squisito bollito misto con contorno di patate lessate, e senape e mostarda in abbondanza – meditò sul fatto che, come gli aveva detto Putin, era davvero fortunato ad agire in Italia: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia il suo compito sarebbe stato alquanto più complicato.
Suo padre, Matrioska, era andato in America, passando dal Messico, si era sobbarcato un viaggio interminabile ed era giunto in Virginia. Lì aveva eliminato il cekista numero uno della CIA, John Lodge, per fare poi ritorno in Europa. Era stata la sua impresa più grande. Il giovane ufficiale rivolse lo sguardo al lago, rimpiangendo di non averlo mai conosciuto.

Quello stesso giorno, alcune ore più tardi, due persone osservavano interessate l’ingresso, che mediante un lungo viale porta alla villa di Berlini, a Erba.
A parte le macchine dei carabinieri, non c’era niente di rilevante da guardare. Ma entrambe le persone, benché per motivi diversi, sapevano che prima di sabato non sarebbe accaduto nulla.
La donna bionda, alta e attraente, cercava di stabilire dove Stavrogin avrebbe posteggiato la Bmw e che posizione avrebbe scelto per sparare.
Il ragazzino, smilzo e infreddolito, aveva preso la corriera da Pusiano, un paese distante pochi chilometri, spinto dalla curiosità. Il messaggio che aveva decifrato parlava chiaro. Sembrava tratto da uno di quei romanzi di spionaggio che suo fratello, maggiore di due anni, leggeva avidamente, mentre fingeva di svolgere i suoi compiti.
Il messaggio indicava chiaramente che in quel luogo sarebbe stato consumato l’omicidio del bersaglio, che il killer assoldato dal suddetto bersaglio era morto e che tutto procedeva a dovere. Tuttavia, nel caso che sabato il bersaglio non si fosse mostrato, l’azione sarebbe stata trasferita in un non ben precisato stadio di calcio. Luca Scalabrini aveva fatto due più due, pervenendo alla logica conclusione che in quel caso – per lui deludente – il teatro dell’assassinio sarebbe stato il Giuseppe Meazza di Milano.
La donna e il ragazzino si allontanarono più o meno nello stesso momento.

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IL FATTORE B 10

Alexsandr Alexsandrovic StavroginStavrogin trascorse a Milano i due giorni successivi, mercoledì e giovedì. Si alzava all’alba e tornava a Lecco a notte inoltrata. Gli piaceva guidare con il buio su strade poco trafficate; mentre procedeva a velocità moderata, ripassava mentalmente i suoi piani. A quell’ora l’aria era gelida, ma il riscaldamento della Bmw funzionava alla perfezione, e le luci arancioni del cruscotto davano un’ulteriore sensazione di calore; inoltre, così, poteva posteggiare l’auto nel suo box privato, al riparo da occhi indiscreti.
Per un russo che non parlava bene l’italiano era difficile mettersi in contatto con gli esponenti del tifo organizzato o con gli addetti alla sorveglianza dello stadio, ma il capitano del SVR disponeva di molti soldi e aveva svolto accurate ricerche. Aveva appreso che alcuni dei cosiddetti ultras erano fondamentalmente dei delinquenti. Il gioco del calcio per loro non era una passione, bensì un modo per sfogare la collera nei confronti della società, il risentimento causato dal fatto che non erano ricchi e la violenza innata.
In Russia sarebbero finiti al muro.
Trovò chi cercava la sera del secondo giorno.
Si recò in un locale malfamato, situato nei pressi della stazione centrale, che gli era stato indicato da una prostituta, una donna non particolarmente attraente che attirava la clientela grazie agli alti stivali neri e alla minigonna di proporzioni assai ridotte. Non era la prima persona con cui aveva parlato. In precedenza, aveva girato per bar dall’aspetto equivoco e interrogato diverse “colleghe” della meretrice.
L’uomo che cercava aveva circa trent’anni, il collo taurino, le spalle massicce e numerosi tatuaggi. L’aria non era quella di una persona intelligente, ma questo non stupì Aleksandr. Si sarebbe sorpreso del contrario.
Gli offrì da bere e Alberto, quello era il nome dell’energumeno, accettò volentieri, ordinando un grande boccale di birra. Mentre trangugiava la birra, Stavrogin venne subito al dunque. Era inutile perdere tempo. “Ho un problema.”, disse con calma. “E’ probabile che domenica sera io debba entrare nello stadio armato. Ho certi conti da regolare, che peraltro non ti riguardano. Sapresti indicarmi come fare?”
L’osteria era piena di gente, ma nessuno badava a loro.
Alberto lo scrutò, perplesso. “E io cosa ci guadagno? E’ rischioso quello che chiedi. E poi di che arma si tratta? Perché se fosse un coltello…”
“Non è un coltello.”, lo interruppe Stavrogin. “Qualcosa di più ingombrante. In quanto a te, ti darò mille euro. Cinquecento adesso”, e gli porse un rotolo di banconote, “e cinquecento a lavoro finito.”
Lo sguardo di Alberto era avido. Tese una mano e afferrò le banconote, che poi sparirono in una tasca del giubbotto. “Si può fare.”, disse.
“Sì… ma…”, interloquì freddamente il russo, “se qualcosa dovesse andare storto, qualsiasi cosa, come ad esempio che tu non ti facessi vedere all’ora prestabilita oppure che io venissi perquisito all’ingresso, ebbene in questo caso, tu moriresti.”
Alberto lo fissò, sgomento. Non aveva paura dei poliziotti, delle bande rivali, degli ultras delle altre squadre; ma la calma glaciale con cui lo straniero aveva pronunciato le ultime parole lo aveva raggelato.
Abbassò gli occhi sul boccale di birra, riflettendo. Per lui cinquecento euro erano una somma enorme. Ma mille! Beh, un centinaio avrebbe dovuto devolverli, però ne restavano sempre novecento. Dopo un istante, annuì. “Non andrà storto niente. Ora ti spiego.”

Sulla soglia dei sessant’anni Monica Yarbes, Squire da nubile, era ancora una bella donna e dimostrava quasi dieci anni di meno. La sua carriera nella CIA era stata decisamente particolare. Quando ne parlava con il marito, sosteneva ridendo (ma non troppo) che poteva essere paragonata alle montagne russe e probabilmente non aveva torto.
Era stata in missione in Afghanistan, assieme a un collega, John Lodge, durante la guerra contro l’Unione Sovietica, rischiando più volte la vita ma comportandosi in maniera egregia: fra l’altro, aveva abbattuto un Hind russo. Le cose erano cambiate al suo ritorno in America: un’agente del KGB l’aveva sequestrata e torturata. Monica non era riuscita a resistere e aveva parlato, svelando alla russa dove abitava Lodge. Il padre di Stavrogin, nome in codice Matrioska, lo aveva ucciso, e Lodge era il miglior elemento della CIA, assieme a Martin Yarbes.
Monica era caduta in disgrazia: rischiava la condanna a morte o l’ergastolo, ma per motivi “politici” l’allora capo di Langley l’aveva fatta assolvere. Tuttavia era diventata una reietta.
Aveva saputo riscattarsi seguendo di sua iniziativa il futuro marito a Cannes, in Francia, dove aveva ammazzato il famigerato Matrioska. Il trionfo definitivo l’aveva ottenuto in Russia, nei giorni del fallito colpo di Stato. Dopo aver rischiato ancora una volta di morire, era riuscita a eliminare lo spietato Pomarev, un ufficiale del Gruppo Alpha, l’unità d’élite delle forze speciali sovietiche. In seguito, si era occupata di questioni amministrative, e più tardi era andata in pensione.
A questo stava pensando, vestita con un elegante tailleur di taglio classico, mentre sorseggiava una coppa di champagne e l’aereo sorvolava l’Oceano Atlantico.
Sebbene all’epoca si fosse difesa e avesse accolto con rabbia le accuse di vigliaccheria, in realtà non si era mai perdonata del tutto. Lodge era un buon collega, un amico e un mancato amante; se era morto, era stato a causa sua. Le torture cui l’aveva sottoposta la spia russa erano state atroci; ciò nonostante non avrebbe dovuto cedere e, a distanza di anni, capiva il risentimento che l’aveva accompagnata, gli sguardi ostili o sarcastici che le rivolgevano gli altri nei corridoi di Langley.
La vita era strana, meditò, scorrendo quelle immagini del passato. Forse, benché ciò apparisse paradossale, Matrioska era stato il suo unico, vero, amore. Un amore impossibile, purtroppo. Ricordava bene quello che gli aveva detto prima di sparargli: “In un altro tempo e in un altro mondo, forse avrei potuto amarti: ma tu sei un nemico!”
Abbandonò quei pensieri per concentrarsi sull’incontro con Silvio Berlini. Si sentiva ottimista. Aveva letto con estrema attenzione il dossier che lo riguardava: anche se non condivideva la sua posizione politica, sapeva che non era un imbecille, e contava di farlo ragionare. Il suo odio nei confronti di Angela Merkel poteva essere comprensibile, dato che egli la considerava responsabile della difficile situazione economica dell’Italia; però da qui ad assoldare un killer per farla uccidere correva il mare.

Gli avevano regalato il primo computer a sei anni, e ora che ne aveva quattordici Luca Scalabrini era un hacker – o forse addirittura un cracker – fatto e finito.
Da tempo aveva abbandonato Facebook e Twitter per dedicarsi a ogni sorta di gioco, gratuito o a pagamento (nel secondo caso, trovava il modo per intrufolarsi senza spendere un euro). Quando rincasava da scuola, pranzava, svolgeva i compiti in un paio d’ore, dopodiché si immergeva nel suo mondo personale, lo sguardo fisso al pc. Non frequentava i compagni di classe, non aveva una ragazza, né gli interessava averla: fino a mezzanotte, quando la madre interveniva urlando, non aveva occhi che per il computer.
Di tanto in tanto, dava un’occhiata ad alcuni blog, accuratamente selezionati. Non gli piaceva leggere racconti, poesie o romanzi, però era attratto dai siti che trattavano argomenti scientifici. Di quelli, scorreva anche i commenti. E da qualche giorno era perplesso.
C’era un intervento che gli sembrava privo di senso.
Non che fosse una novità. In molti lasciavano contributi sconclusionati, farneticanti o semplicemente stupidi, però non in quel dato blog. Per una strana forma di curiosità – o forse perché al momento non aveva di meglio da fare – tornò a rileggerlo. Era anonimo. E non aveva nulla a che vedere con il post. Meditabondo, rifletté su quelle parole, cercando invano di scovare un nesso che collegasse il commento all’argomento trattato.
Poi, per gioco, immaginò che fosse un messaggio segreto.
L’idea lo divertì e provò a decrittarlo.
Ci riuscì in meno di tre ore.

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IL FATTORE B 9

Il fattore BLungo la strada che da Como porta a Cantù, poco prima del sobborgo di Albate, sulla destra c’è un’armeria. Una scritta su un cartello informa la potenziale clientela che si effettuano riparazioni e che è disponibile una vasta gamma di armi nuove e usate. Non ci sono altri negozi nelle vicinanze. Più avanti, dopo un semaforo, c’è un bar, Il Circolo dei Lavoratori, sempre affollato, perlopiù da anziani, visti i prezzi modici.
La strada è trafficata, ma i pedoni sono rari e comunque il marciapiede si trova sul lato opposto.
Maruska posteggiò l’auto in un parcheggio situato in una via interna a circa duecento metri dall’armeria, scese e percorse a piedi quella breve distanza. Era una mattina serena e limpida, e il sole brillava nel cielo di un blu intenso; in lontananza si scorgevano i profili delle montagne.
La donna varcò la soglia del negozio e si guardò attorno. Vide un notevole assortimento di tute mimetiche, uno scaffale che conteneva vari modelli di fucili e su un pianerottolo posto di fronte all’ingresso un banco dove erano ordinatamente riposte le pistole, protette da un vetro. Salì i quattro gradini e in quel momento da un locale adiacente comparve il proprietario, un uomo alto e massiccio con radi capelli grigi e dall’aria scorbutica.
La fissò, senza salutarla. In un italiano incerto, Maruska disse che voleva acquistare una Wilson calibro 45. Lui le chiese il porto d’armi e la carta d’identità. Maruska tirò fuori da una tasca i due documenti, perfettamente contraffatti, dai quali risultava che aveva la cittadinanza italiana e che era in possesso di un regolare porto d’armi. L’uomo li esaminò attentamente, quindi annuì e aprì il ripiano con una chiave che portava appesa al collo. Depose sul vetro l’arma richiesta e alcune munizioni. Era il modello C.Q.B. a otto colpi, una pistola di grande precisione in dotazione a diversi reparti speciali americani. Non disponeva di un silenziatore, poiché la legge italiana lo vieta, ma questo Maruska lo sapeva già.
“Vorrei provarla.”, disse.
L’altro assentì e la guidò in un cortile, passando per l’ufficio dove teneva le sue carte. Maruska osservò le tre sagome poste contro un alto muro, poi mirò a quella centrale, sparando in rapida successione tre colpi. L’uomo alzò un sopracciglio: aveva centrato tre volte il bersaglio con precisione millimetrica. All’inizio aveva avuto il sospetto che quella giovane straniera volesse solo fargli perdere del tempo; adesso si domandò che genere di lavoro svolgeva. Sulla carta d’identità era riportato un vago “professionista” che poteva significare qualsiasi cosa. Tese la mano per farsi restituire la pistola e accennò al prezzo, comprensivo di otto pallottole. Le tre che aveva già usato erano un omaggio della ditta.
All’improvviso scosse la testa. “No! Questo non si fa.”, disse in tono brusco.
Maruska aveva puntato la pistola su di lui.
“Oh, sì, invece.”, ribatté soavemente la donna. Poi gli sparò alla testa.
Tornò nel negozio, raccolse una manciata di pallottole, si infilò la Wilson in una tasca del giubbotto e uscì tranquillamente dall’armeria. Camminando con calma, tornò alla macchina. Cinque minuti più tardi, raggiunse Olmeda, svoltò a sinistra e si diresse verso Montorfano, dove si fermò a pranzare.

Mentre Maruska mangiava, nella sua camera di Lecco Aleksandr studiava una nuova serie di fotografie, questa volta tratte da Internet. Raffiguravano lo stadio Meazza di Milano, ripreso da varie angolature. In particolare, egli era interessato alla tribuna d’onore. Silvio Berlini sedeva accanto a un uomo calvo e alla graziosa figlia minore. Quella partita, svoltasi l’anno precedente, vedeva opposte le formazioni del Milan e della Juventus. Stavrogin passò a un’altra foto, relativa al derby, e notò che la disposizione dei posti era identica. Una terza immagine, che si riferiva a un confronto con la Roma, gli confermò che Berlini e il pelato occupavano sempre le stesse posizioni. Lì la figlia non c’era.
Il problema era entrare nello stadio armato, trovare un settore che gli permettesse il miglior angolo di tiro e sparare in mezzo alla folla. Di questi tre punti, il secondo e il terzo non lo preoccupavano eccessivamente: vedendolo armato, la gente si sarebbe spaventata e nessuno sarebbe intervenuto. Lui avrebbe potuto guadagnare l’uscita con relativa tranquillità e quindi svanire nella notte. Anche individuare una buona postazione di tiro non era un ostacolo insormontabile, specie se si fosse recato allo stadio con un paio d’ore d’anticipo.
Molto più complicato era passare indenne attraverso i controlli, che sapeva piuttosto minuziosi. Non così minuziosi, però, da impedire a un gruppo di teppisti di portare una motocicletta in curva. Lo aveva letto su Google e aveva pensato che con ogni probabilità si era trattata di una qualche forma di connivenza. Perciò, esistevano due possibili soluzioni: corrompere uno o due addetti alla sicurezza oppure rintracciare degli ultras e, in cambio di denaro, convincerli ad aiutarlo. Agire fuori dal Giuseppe Meazza era impensabile. La macchina di Berlini aveva sicuramente i vetri blindati e davanti e dietro ci sarebbero state le automobili delle guardie del corpo, oltre alle motociclette della polizia.
Sistemò le fotografie in un cassetto, che chiuse a chiave, e scese nella hall. Poi andò in cerca di un buon ristorante. A Erba tutto sarebbe stato più semplice, pensò, ma non aveva la sicurezza assoluta che quel sabato Berlini arrivasse.
Dopo aver consumato un pasto a base di pesce di lago, che non gli sembrò particolarmente saporito, tornò in albergo e disse al portiere che non si fidava di lasciare la sua Bmw incustodita per un’altra notte. L’hotel non disponeva di posti auto, come la maggior parte degli alberghi della zona. L’uomo gli suggerì il nome di due garage, ma Stavrogin dichiarò che preferiva un box privato. Una rapida consultazione del giornale locale permise di appurare che nei dintorni in effetti affittavano un box. Il portiere telefonò e si accordò per un mese di affitto, pagamento anticipato. Il capitano del SVR lo ringraziò, si recò all’indirizzo convenuto, saldò il conto e si fece consegnare le chiavi. Aspettò che aprissero i negozi e acquistò una tuta da meccanico, guanti da lavoro e una serie di attrezzi. Dieci minuti più tardi, dopo aver azionato il cric, era sdraiato sotto la macchina, intento a recuperare l’arma con la quale avrebbe ucciso Berlini.

A quella stessa ora, l’imprenditore oggetto di tali intenzioni con grande sorpresa ricevette una telefonata dagli Stati Uniti nel suo lussuoso ufficio di Roma. Langley? Per qualche istante meditò di negarsi all’apparecchio, però la curiosità prevalse. Inoltre, conoscendo gli americani, non dubitava che lo avrebbero richiamato in maniera ossessiva.
Dietro insistenza del direttore della CIA la conversazione ebbe luogo senza una segretaria che traducesse.
L’inglese di Silvio Berlini era approssimativo, tuttavia sufficiente per farsi capire e per comprendere ciò che gli veniva detto, a patto che l’interlocutore si esprimesse lentamente.
E Yarbes parlò con calma, scandendo bene le parole. Si mantenne sul vago, limitandosi ad accennare a una situazione molto grave, che comportava un serio pericolo. Un incontro privato avrebbe permesso di esaminare la questione e di trovare il modo migliore per risolverla. Era inutile rilevare la necessità della massima segretezza.
Sebbene fosse perplesso, Berlini acconsentì a ricevere la signora Monica Yarbes nella sua villa di Erba, alle quattro del pomeriggio – ora italiana – di sabato.
Quando depose il telefono si chiese a cosa era dovuto quello strano interessamento da parte della CIA. Che fossero venuti a conoscenza della sua intenzione di far eliminare Angela Merkel? Troppo tardi! Lopez gli aveva garantito che avrebbe portato a termine la sua missione nel giro di pochi giorni. Aveva studiato un piano perfetto ed era sicuro di non fallire.
Quello che Berlini non poteva sapere era che l’assassino giaceva privo di vita in una vecchia carrozzeria abbandonata.

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IL FATTORE B 8

Alexsandr Alexsandrovic StavroginDa quando era entrato a far parte del SVR, Stavrogin aveva trascorso i rari momenti liberi leggendo pubblicazioni americane dedicate alle armi e svolgendo ricerche su suo padre.
Non aveva appreso molto.
Matrioska era una figura leggendaria, ma avvolta nel mistero. Sapeva che era morto in Francia, a Cannes. Nonostante fosse in fin di vita, era riuscito a trascinarsi dall’hotel in cui alloggiava fino alla spiaggia. Amava il mare e volle morire nell’acqua.
Sapeva che era stata una donna a ucciderlo, una cekista che apparteneva alla CIA. Quello che non sapeva, e che non avrebbe mai saputo, era che era stata sua madre a procurare la pistola e a consegnarla all’americana. E neppure che sua madre era perfettamente consapevole dell’uso che sarebbe stato fatto di quell’arma. Elke gli aveva accennato vagamente che in passato aveva lavorato per alcuni servizi segreti, ma temeva che, se il figlio fosse venuto a conoscenza di ciò che era realmente successo in quella lontana alba di Cannes, non l’avrebbe mai perdonata. E probabilmente aveva ragione.
Aleksandr era consapevole di valere molto – erano i risultati che parlavano-, tuttavia si chiedeva se nel corso degli anni a venire sarebbe mai riuscito, non a eguagliare le imprese del padre, ma almeno ad avvicinarsi a lui. Data la sua grandezza, ne dubitava.
In quanto alla vendetta, era esclusa. Questo lo comprendeva benissimo. Nell’ambito in cui operava, si agiva in base agli ordini e per ragioni politiche, strategiche, militari: non certo per coltivare sogni individuali di rivalsa personale. Perciò non aveva mai preso in considerazione l’idea di recarsi negli Stati Uniti per cercare l’assassina di suo padre. Se lo avesse fatto, l’avrebbe trovata e l’avrebbe ammazzata. Ma era fuori questione.
Quando era ragazzo si era posto ulteriori domande. Al di fuori del KGB, che tipo d’uomo era Matrioska? Come si sarebbe rapportato con lui? Alla sera lo avrebbe abbracciato, prima che si coricasse, o avrebbe mantenuto un atteggiamento distaccato? Sarebbe stato orgoglioso del figlio? Poi aveva aveva smesso di interrogarsi. Non esistevano risposte.
Distolse il pensiero dal padre e riprese a esaminare le fotografie e gli ingrandimenti.
In base a quelle, alla ricognizione effettuata con l’elicottero e a lunghe escursioni a piedi intorno al parco della grande villa, aveva tracciato una mappa. La guardò con attenzione. Sebbene ormai si fosse fatto un quadro piuttosto preciso di come avrebbe portato a termine la sua missione, era bene riconsiderare ogni aspetto, prendere in esame eventuali difficoltà al momento non previste e non lasciare nulla al caso.
Ma tutto questo non era ancora sufficiente. Se possibile, doveva studiare anche un piano di riserva. Aveva deciso di agire quello stesso sabato, ma c’era la possibilità che Berlini non venisse a Erba e in tal caso era necessario cercare di scoprire dove avrebbe potuto trovarlo. Osservò a lungo la mappa, considerando le possibili alternative.
Alla fine, ripose ordinatamente tutto il materiale in una borsa, uscì dalla camera, scese nella hall dell’albergo e salì sulla Bmw, posando la borsa sul sedile del passeggero.
Si trovava a Lecco, a circa quindici chilometri da Erba. Ricordava in maniera vaga che un certo Alessandro Manzoni aveva ambientato in quella città il suo romanzo più famoso. Niente di speciale, se paragonato alla letteratura russa.
Trovò facilmente un internet-point, dove trascorse quattro ore, consultando vari motori di ricerca. Passò al setaccio ogni informazione che riguardava Berlini, lesse le sue dichiarazioni, ricostruì le sue vicende giudiziarie e le sue avventure galanti, ritornando diverse volte su un determinato argomento.
Più tardi mangiò un panino, fissando pensieroso il lago increspato dal vento, attraverso la vetrata del bar. In cielo, il sole era pallido e le nubi si rincorrevano. Dopo aver bevuto un caffè, si fece indicare dal cameriere l’ubicazione della biblioteca comunale che raggiunse a piedi in pochi minuti. Lì, con l’aiuto di una simpatica impiegata, sfogliò quotidiani e riviste.
Quando rientrò in albergo era quasi ora di cena, ma la giornata era stata spesa bene. Se Berlini fosse arrivato sabato, lo avrebbe ucciso a Erba. In caso contrario, sarebbe andato a Milano.
Domenica, il Milan affrontava l’Inter. Era una delle partite più importanti dell’anno.
E Silvio Berlini era il presidente, nonché il primo tifoso, del Milan.

Mentre il capitano Stavrogin dormiva tranquillamente, Yarbes rincasò con l’aria turbata. Monica gli offrì un bourbon, poi portò la cena in tavola. “Ci sono problemi, vero?”, domandò la donna, notando l’espressione accigliata del marito. Yarbes mangiucchiava di malavoglia, perso nei suoi pensieri. Alzò lo sguardo verso di lei e annuì. “Il problema si chiama Maruska Filippovna Baraskova. E’ un elemento di prim’ordine del SVR. A quanto pare, Stavrogin non la conosce. Lo sai che i russi sono sempre stati paranoici in fatto di segretezza e molti loro agenti non si sono mai visti. La necessità di non sapere. Era uno dei dogmi del KGB. Baraskova, però, è in grado di individuarlo e, come conseguenza, di coglierlo di sorpresa. E adesso si trova in Italia.”
Monica rifletté su quelle parole. “Hai un’ottima talpa a Mosca.”, osservò dopo qualche minuto. “Sì.”, disse Yarbes. “So anche chi ha mandato quella donna in Italia: il capo del SVR. Poteva mandare chiunque. Se ha scelto proprio lei, significa che è veramente una fuoriclasse.”
Monica finì la sua bistecca, si pulì la bocca con il tovagliolo e disse: “Tu sei il direttore della CIA”.
Yarbes la guardò, perplesso.
“E in quanto tale, hai la facoltà di intervenire, inviando a tua volta un agente in Italia.”
Yarbes la scrutò in silenzio. Sapeva molto bene che sua moglie non parlava mai a vanvera. Aspettò che proseguisse.
“Io sono contraria al vostro progetto.”, dichiarò con calma Monica.
Yarbes sorrise. “Lo immaginavo.”
“Esiste un altro modo per fermare Berlini.”, disse lei. “Un modo che non contempli la sua morte. A quel punto, Baraskova cesserebbe di rappresentare un problema, poiché Stavrogin non sarebbe più indispensabile.”
Yarbes la fissò a lungo.
“Tu sei il direttore della CIA”, ripeté Monica, “e puoi mandare in Europa chi vuoi.”
Yarbes notò negli occhi della moglie una luce che ben conosceva. Scosse la testa. “No.”, disse con decisione.
“Pensaci.”, ribatté Monica.
Poi si alzò per sparecchiare.

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IL FATTORE B 7

Alexsandr Alexsandrovic StavroginBenché in Italia alla domenica i negozi siano chiusi, con l’eccezione di qualche grande città, è anche vero che è un giorno adatto agli sposalizi, e questo significa lavoro per i fotografi.
Se possibile, Stavrogin non intendeva perdere tempo.
Si alzò presto, fece una doccia e lasciò la carrozzeria.
Un bar era già aperto. Ordinò un cappuccino e una briosche, poi a bordo della Bmw esplorò i dintorni. Pensava che, prima di recarsi a un matrimonio, un fotografo passasse a prendere le sue cose e a organizzarsi. Infatti, nella via centrale di Erba, vide un negozio aperto. Ma non andava bene. Era una bella mattina di sole, l’aria era già tiepida e in molti ne avevano approfittato per andare a comprare il giornale, per concedersi una colazione più ricca del solito o per assistere alla prima messa. Inoltre, il negozio era troppo grande e questo presumeva che ci fossero diversi dipendenti.
Stavrogin lo osservò per qualche secondo, quindi imboccò la vecchia strada in salita che da Erba conduce a Como, una parallela alla provinciale. Il primo paese che incontrò fu Albavilla, ma proseguì fino a quello successivo, Albese con Cassano, che è più piccolo e si estende ai lati della carrozzabile.
E qui trovò quello che faceva al caso suo. Un negozio modesto, che probabilmente contava al massimo un dipendente. Nei paraggi c’erano solo serrande chiuse, la piazza era situata circa un centinaio di metri più avanti. Dalla vetrina scorse due persone: un giovane che stava preparando il materiale e un uomo più anziano che gli impartiva alcune istruzioni. Ciò significava che poi il padrone se ne sarebbe tornato a casa, lasciando all’altro l’incombenza del matrimonio.
Stavrogin aspettò che il giovane uscisse e caricasse un furgoncino, dopodiché entrò. Sorridendo ed esprimendosi in un italiano accettabile, sebbene dal forte accento francese, spiegò che aveva dei rullini di foto da sviluppare e da ingrandire e che sarebbe tornato prima di sera per ritirare il tutto. Il proprietario scosse la testa, ma Aleksandr gli porse un numero esagerato di euro. Una luce avida comparve negli occhi dell’uomo che si affrettò ad acconsentire. L’appuntamento venne fissato per le sei del pomeriggio. Scambiarono quattro chiacchiere – ora l’uomo si dimostrava estremamente cordiale – e il capitano del SVR pilotò la conversazione: apprese così che lo sposalizio sarebbe finito intorno alle cinque e che quel giorno il fotografo poi non sarebbe tornato al negozio. Perciò, il padrone sarebbe stato solo.
Stavrogin risalì in macchina e arrivò a Como. Notò un internet-point quasi subito; era vicino al lago, nei pressi della stazione nord. Posteggiò ed entrò nel locale che, a dispetto della legge che vietava il fumo, aveva un’aria già irrespirabile. Si sedette alla prima postazione libera e si collegò a un blog che consentiva commenti anonimi. Scelse l’ultimo post che trattava di argomenti pseudo-scientifici e digitò poche parole, che al servizio segreto italiano – posto che si occupasse di queste cose – sarebbero sfuggite.
Non sarebbero, però, sfuggite agli addetti della Fapsi, a Mosca, i quali non le avrebbero comprese, ma le avrebbero trasmesse immediatamente a chi di dovere.

Tre ore dopo quel breve scritto in apparenza sconclusionato arrivò anche sulla scrivania del generale Vatutin, nel suo studio che si affacciava sul lato nord della dacia che possedeva a Peredelkino, dove trascorreva tutte le domeniche. Non sarebbe dovuto accadere, ma il direttore delle Operazioni del SVR contava su solidi agganci ai piani alti della Fapsi.
Vatutin lesse e rilesse, sforzandosi di trovare un codice che gli permettesse di decifrare il messaggio che sapeva essere indirizzato a Putin. Cambiò l’ordine delle parole, le sostituì con quella precedente o quella successiva; riprovò andando avanti di due, di tre e di quattro vocaboli e poi ripetendo l’operazione in senso inverso. Riscrisse il testo completamente al contrario. Eliminò le consonanti. Quindi, le vocali. Ma senza venire a capo di nulla. Era chiaro che il linguaggio era stato concordato in precedenza e che soltanto Vladimir Putin sarebbe stato in grado di comprendere ciò che il capitano Stavrogin gli aveva comunicato tramite un anonimo blog.
D’altro canto, se il capitano avesse utilizzato un computer personale, usando un one-time-pad, il risultato non sarebbe cambiato.
Comunque, l’istinto gli suggeriva che si trattava di un annuncio positivo. Non quello definitivo, altrimenti lo avrebbe già appreso dalla radio: probabilmente la conferma di un primo passo effettuato con successo.
A parte la decifrazione di quel messaggio, Vatutin aveva anche altri due problemi.
Osservò il fuoco che ardeva nel caminetto, poi spostò gli occhi sulla finestra e guardò la bianca distesa innevata che si estendeva tutto attorno.
Il secondo problema era legato al fatto che non capiva la mentalità americana. Era stato rezident a Londra e comprendeva il modo di ragionare degli inglesi. I britannici seguivano la logica, gli americani gli impulsi del momento. La CIA operava spesso in maniera strana; talvolta a Langley davano la sensazione di muovere le proprie pedine quasi a casaccio. Esattamente come nell’attuale situazione, che Vatutin considerava insensata.
Come si sarebbe comportato lui, Boris Nikolaevic, se fosse stato nei panni di Yarbes? Per prima cosa, avrebbe avvisato il governo tedesco, affinché fossero prese tutte le misure di sicurezza necessarie. E forse questo lo avevano fatto, anche se non ne era del tutto sicuro. In secondo luogo, il segretario di Stato avrebbe preso un aereo, sarebbe atterrato a Milano e avrebbe chiesto un colloquio con Berlini. Procedendo per allusioni, lo avrebbe indotto a riconsiderare il suo folle proposito. Se questo non fosse bastato, sarebbe andato a Roma a conferire con il capo del governo.
Yarbes, invece, aveva offerto mari e monti a Putin, perché inviasse in Italia uno dei migliori agenti del SVR con lo scopo di eliminare l’ex premier. La ragione per cui gli americani non se ne erano occupati di persona era l’unico elemento chiaro: anche ai tempi del KGB le operazioni più losche, come l’attentato al pontefice, venivano affidate ai bulgari. Furono loro a dare il via libera a Ali Agca.
Prima che tramontasse il sole, Vatutin uscì per fare una passeggiata. Mentre camminava sul sentiero cosparso di neve, riandò con il pensiero al più clamoroso esempio di inefficienza, supponenza e arrogante fiducia nelle proprie strutture di cui la CIA, nella sua lunga storia, aveva dato prova. Si trattava del “caso” Aldrich Ames.
Per quasi dieci anni quell’uomo alcolizzato e avido di denaro aveva trasmesso informazioni preziosissime all’Unione Sovietica, aveva svelato i nomi di più di dodici traditori (che ovviamente furono quasi tutti giustiziati; fra di essi vi era anche il predecessore di Vatutin a Londra, che però fu salvato dal SIS), aveva mandato a monte operazioni su operazioni. Ma ai vertici di Langley non avevano accettato l’idea che al loro interno esistesse una “talpa” e le indagini erano state sommarie. In nome di una concezione errata dei cosiddetti diritti civili, non si erano nemmeno premurati di controllare il suo conto in banca.
Alla fine, Ames era stato acciuffato dall’FBI. Nell’Urss di un tempo o anche nella Russia di oggi, la seconda direzione centrale del KGB o l’attuale FSB lo avrebbero smascherato nel giro di tre mesi. Anche la Gran Bretagna, come del resto ogni Paese, aveva avuto i suoi traditori, però le famose “Cinque Stelle” avevano agito perché credevano nel comunismo, Ames invece per soldi. Appunto, un americano.
Il generale scosse la testa e tornò verso la dacia.
Pensò nuovamente al capitano. Stavrogin, come tutti i predestinati, era fortunato.
Tenuto conto dell’inettitudine della polizia e dei servizi segreti italiani, con ogni probabilità non sarebbe mai stato catturato, che portasse a termine la sua missione o meno. Ma se fosse successo? Per la Russia sarebbe stata una catastrofe. Il suo compito era quello di evitarla.
Rientrò in casa e si versò una vodka.
Il terzo problema di Vatutin – il principale – era che doveva agire all’insaputa di Putin.
Quindi, a suo rischio e pericolo.
Ma era necessario farlo.

Aleksandr lasciò l’internet-point e si diresse con calma verso la Bmw.
Una donna bionda che dimostrava ventotto o trent’anni stava sorseggiando una cioccolata con panna in un piccolo bar all’aperto. Appoggiò la tazza sul tavolino e lo fissò, sorpresa. Non avrebbe mai immaginato di avere un simile colpo di fortuna. Conosceva quel viso a memoria, dopo aver visionato un’intera collezione di sue foto. Lo avrebbe riconosciuto fra mille. Non solo: sapeva come camminava, come si muoveva, quali corsi aveva frequentato e che risultati aveva conseguito. Dal suo punto di vista, non ne emergeva un quadro rassicurante; ma questo lo sapeva già prima di partire da Mosca.
Non aveva ancora preso un’auto a noleggio e nei dintorni non c’erano taxi, ma vide la macchina su cui saliva e memorizzò il numero di targa. Con un sorriso compiaciuto, Maruska Filippovna Baraskova finì la sua ciocccolata.
Stavrogin pranzò a Como e attese le sei percorrendo le vie di Erba.
All’ora convenuta si presentò al negozio. Il proprietario gli porse soddisfatto una voluminosa busta. Il capitano del SVR esaminò attentamente le fotografie, annuì, si voltò per guardare la strada, notò che non stava passando nessuno e si girò ancora, di scatto.
Allungò una mano al fotografo, come per ringraziarlo. Mentre l’altro faceva altrettanto, gli sparò a bruciapelo. Aprì la cassa, prese tutti i soldi che conteneva – in pratica, erano i suoi -, gettò per terra qualche oggetto, poi tornò tranquillamente alla Bmw, posteggiata davanti al negozio.

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