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Archive for luglio 2014

RAGE 6

hammadaSe le ragazze del centralino le avevano passato la telefonata, questo significava una sola cosa: che chi stava chiamando si era già fatto vivo in precedenza, aveva preso nota delle tre domande e, a differenza dei troppi millantatori fuori di testa, adesso aveva dato le risposte giuste.
Due erano piuttosto semplici. Red Sox e Boston Celtics. Ci si poteva arrivare anche con l’intuito. La terza, però, era molto più difficile. Che un ragazzo tifasse per le squadre di baseball e di basket della città di Boston non era  sorprendente, specie se il ragazzo in questione abitava a Washington e non a Los Angeles. Ma che un giovane americano stravedesse per una tennista italiana, che pur essendo brava non aveva mai vinto uno Slam, era già più singolare.
Margaret sollevò il ricevitore con il cuore che batteva forte. Una voce fredda disse: “Red Sox, Boston Celtics, Flavia Pennetta.”
“Sono contenta di sentirla.”, ribatté Margaret.
“John Yarbes sta bene. Richiamerò.” E lo sconosciuto riagganciò. Non era uno stupido, pensò Collins con un sospiro. Un minuto dopo, due agenti dell’FBI, vestiti con jeans, chiodo e sneakers, raggiunsero la cabina da cui era stata effettuata la chiamata. Non trovarono nessuno. L’uomo si era dileguato.
Tutte le forze di Milton Brubeck si misero immediatamente all’opera. Lo stesso valse per i tecnici della National Security Agency.
Due ore più tardi, Milton Brubeck partecipò alla riunione del “comitato d’emergenza”, nella Situation Room della Casa Bianca.
Monica Squire lo ascoltò con estrema attenzione.
Il direttore dell’FBI si espresse in modo conciso, come d’abitudine. “La voce era quella di un anglofono. Non degli Stati Uniti, però. Quasi certamente un inglese. Ceto basso. Ha telefonato da una cabina che non dista più di tre miglia da qui. Ciò significa che con ogni probabilità suo figlio è tenuto prigioniero a Washington o negli immediati dintorni. E questo è positivo.” Brubeck bevve un sorso d’acqua e proseguì: “Secondo gli analisti e secondo Collins, è un tipo freddo; nella sua voce non si avvertiva tensione. Può essere un elemento negativo, ma non è detto. Le persone emotive possono farsi prendere dal panico e causare disastri, i professionisti no. Il fatto che abbia interrotto la comunicazione dopo pochi secondi dimostra che sa il fatto suo. Comunque, richiamerà.”
“Il problema”, osservò Patrick Fowley della Divisione Indagini sulla Criminalità, “è che è semplice rintracciare il luogo da dove quel mascalzone telefona, ma non è altrettanto facile arrivare lì in tempo. Lui chiama, resta in linea per pochissimi secondi e poi si eclissa.”
“E allora?”, interloquì ansiosamente il ministro del Tesoro.
“E’ vero.”, ammise Milton Brubeck. “Se ci sarà da pagare un riscatto, lo pagheremo. E in seguito metteremo le mani su quei bastardi. Vi spiego come…”
Fu interrotto dal suono del suo cellulare. Ascoltò per alcuni attimi, quindi si rivolse a Monica. “Signora”, disse, “lo abbiamo preso.”

A migliaia di chilometri di distanza, la sera era calata rapidamente sull’ hammada. Il cielo era fulgido di stelle, il vento che aveva soffiato per l’intero pomeriggio sull’altopiano era cessato e ora regnava il silenzio.
Ibrahim al-Ja’bari era immerso in profondi pensieri.
Anni prima, aveva fatto parte di Hamas. Se n’era andato perché, invece di combattere Israele, Hamas si occupava di previdenza sociale: quella poteva anche andare bene, però “dopo”. Prese la decisione quando, nel 2004, Abd al-Aziz al-Rantissi offrì una tregua di dieci anni agli ebrei. Ciò lo disgustò.
Ibrahim al-Ja’bari era arabo, ma sua madre era palestinese, e lui si considerava un figlio del deserto. Disprezzava gli sceicchi avidi di denaro, che reputava corrotti e servi del Satana americano; biasimava la scarsa efficienza delle nazioni che in passato avevano affrontato Israele in guerre già perse in partenza; e diffidava dei russi: a loro non importava nulla del destino dei palestinesi, miravano solo ai propri interessi.
Dopo aver lasciato Hamas, lavorò in proprio, creando un’organizzazione piccola ma agguerrita; aveva chiaro in mente chi fossero i nemici: Stati Uniti e Israele. E non avrebbe smesso di combattere finché non avesse messo in ginocchio gli americani e distrutto Israele. Non gli mancavano i fondi e, sebbene alcune “donazioni” provenissero dagli infedeli, le accettava senza riserve. Quello che contava era portare a termine la sua missione. Non aveva dubbi in proposito: l’undici settembre del 2001, Osama bin Laden aveva fornito una splendida dimostrazione di come l’America non fosse invulnerabile. Il rapimento di John Yarbes costituiva un passo importante, il primo in attesa del trionfo finale.
Allah era con lui, e questo gli bastava.

La telefonata era giunta dieci minuti prima. Il sequestratore aveva risposto alle tre domande ed era stato messo subito in comunicazione con Margaret Collins. La voce era diversa, sembrava molto più giovane. E l’accento era inequivocabilmente americano. Evidentemente si alternavano, ragionò fra sé Margaret. Colse un’altra differenza: avvertiva tensione, paura; ciò che il primo bandito non aveva manifestato.
Margaret confermò le sue doti, riuscendo con grande bravura a prolungare la conversazione per oltre un minuto. La richiesta era relativamente modesta: due milioni di dollari in banconote di piccolo taglio in cambio della vita di John Yarbes. “Nessun problema.”, dichiarò Collins. “L’importante è che non torciate un capello al ragazzo.” L’altro l’aveva rassicurata: se avessero pagato, senza tentare trucchi, John sarebbe stato restituito alla famiglia sano e salvo.
In realtà, secondo tutte le consuetudini, era pericoloso accettare la prima richiesta; sarebbe stato meglio contrattare, ad esempio proponendo di ridurre la cifra a un milione di dollari. Si sarebbe negoziato, arrivando a un compromesso finale: un milione e mezzo. Questo insegnavano i testi sacri. Il motivo era semplice. Vedendo esaudite subito le sue pretese, il sequestratore, o uno dei suoi complici, sarebbe stato portato a pensare che avrebbe potuto chiedere di più; in tal caso, il ragazzo avrebbe rischiato di incorrere nell’ira di chi lo teneva prigioniero. Esisteva anche una seconda implicazione: indugiando, procrastinando, si poteva sperare in un errore dei banditi che avrebbe favorito la polizia; inoltre, più telefonate c’erano, maggiori diventavano le possibilità di raggiungere in tempo l’uomo che chiamava.
Ma Margaret non se la sentiva di mercanteggiare. Non ignorava la tremenda angoscia che provava Monica e desiderava che potesse riabbracciare il figlio senza ulteriori sofferenze.
“Bene.”, disse. “Non ci sarà alcun trucco.” Entro due giorni, la somma sarebbe stata pagata. Tempi tecnici, spiegò.
“Richiamerò domani.”, disse l’altro e riagganciò.
La cabina telefonica era stata individuata – anche questa si trovava a Washington – e due veterani dell’FBI avevano atteso pazientemente che la telefonata finisse. Il farabutto era uscito e un istante dopo si era trovato in manette.
Adesso arrivava il difficile, pensò Brubeck. Bisognava costringerlo a parlare al più presto, poiché era probabile che, se non avessero ricevuto sue notizie entro breve, i suoi complici avrebbero potuto decidere di uccidere John. Oh, ma conosciamo molti metodi per sciogliere le lingue, si disse, e li useremo tutti!
Accompagnato da Patrick Fowley, uscì dalla sala e si diresse verso la locale stazione dell’FBI, dove il delinquente avrebbe rimpianto di essere nato.
“Al diavolo i diritti civili!”, esclamò durante il tragitto.
Fowley annuì cupamente.

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RAGE 5

Margaret CollinsNei giorni immediatamente successivi al sequestro di John Yarbes, accaddero molte cose.
Come aveva giurato a se stesso, Milton Brubeck scatenò l’inferno in Terra. La scientifica aveva appurato che erano state usate due armi: un M4 munito di un lanciagranate M203 e un comune kalashnikov AK-47, il fucile d’assalto più utilizzato dai terroristi di tutto il mondo. Questo non portava a nulla. Di testimoni neanche a parlarne, a parte l’anziano signore che aveva telefonato alla polizia ma che ricordava ben poco. D’altro canto, se anche avesse visto il numero di targa del furgoncino era pressoché certo che tale targa sarebbe stata sostituita nel giro di dieci minuti. Brubeck era irritato perché reputava che una scorta di sei uomini fosse inadeguata, ma non era abituato a piangere sul latte versato.
Il direttore dell’FBI mise in moto ogni possibile mezzo a sua disposizione. Controlli a tutte le frontiere, agli aeroporti, a ogni nave in partenza. Si rivolse agli informatori della malavita, agli spacciatori di droga, alla mafia, che contrariamente a quanto aveva affermato il procuratore generale Johnson non solo esisteva ancora ma era più attiva e prospera che mai, agli agenti infiltrati in varie organizzazioni terroristiche. Mise sul piatto un milione di dollari; ciò, però, ebbe la conseguenza di ricevere una quantità di informazioni assolutamente inattendibili.
Brubeck escludeva categoricamente che ci fosse di mezzo la Russia ed era sempre più convinto che bisognasse guardare al mondo dei fondamentalisti islamici. Suggerì al capo della CIA di mettersi in contatto con il Mossad israeliano; da Tel Aviv risposero che avrebbero fatto tutto il possibile.
Senza farne cenno a nessuno, contattò personalmente il vecchio rezident  del SVR di Washington, che aveva sorvegliato discretamente per anni: ottenne l’identica promessa.
Alberghi, pensioni, ostelli, ristoranti, bar venivano setacciati e le agenzie immobiliari ricevevano la visita degli agenti federali, che compitamente o meno consultavano i registri, con un occhio di riguardo per tutte le case prese in affitto in tempi recenti e preferibilmente situate in luoghi isolati.
Le polizie locali istituirono ovunque posti di blocco, riservando la loro attenzione soprattutto a roulotte, furgoni, camper e camion, che venivano sottoposti a meticolose perquisizioni. Lo stesso valeva per i mezzi delle pompe funebri. Nelle stazioni ferroviarie erano controllati i passeggeri che accompagnavano parenti su sedie a rotelle. Brubeck si era fermamente raccomandato che i novellini venissero esclusi dalle operazioni; voleva soltanto veterani.
Era la più grande caccia all’uomo che l’America avesse mai visto.
Ma esisteva un problema: non bisognava mettere a rischio la vita del ragazzo, perciò Brubeck aveva dato un ordine categorico. Prudenza, prudenza e ancora prudenza. Evitare gli scontri a fuoco e limitarsi a trattenere con qualche scusa quei bastardi. Al resto avrebbe provveduto l’FBI.
Nel frattempo, Bruce Paltrow, il portavoce della Casa Bianca, meditava di dimettersi: un’orda di giornalisti lo tormentava dal mattino alla sera, e talvolta perfino di notte.
In ogni caso, venne diffuso un numero di telefono; l’apparecchio era ubicato in un ufficio dove ventiquattro ore su ventiquattro, Martin Yarbes e Margaret Collins si davano il cambio, in attesa di una chiamata. I migliori specialisti erano a loro volta collegati a quel numero: sarebbero stati in grado di individuare la provenienza di una telefonata in un tempo variabile fra gli otto e i dodici secondi; altri avrebbero analizzato la voce o le voci per cogliere accenti, inflessioni dialettali, errori di pronuncia oppure di sintassi. Altri ancora avrebbero riversato quei suoni in un computer della National Security Agency, la cui sede, vasta quasi il doppio di Langley, si trova a Fort Meade nel Maryland, dove dispone di strumenti fantascientifici e di una banca dati senza uguali al mondo. La voce di un essere umano è unica, esattamente come le impronte digitali, e c’era la speranza, piuttosto relativa secondo Brubeck, che in  passato quelle dei rapitori fossero state “schedate”.
Infine, i pazzi e i mitomani sarebbero stati dirottati su una linea secondaria (e successivamente arrestati). Le centraliniste dell’FBI avevano il compito di porre tre domande e, a parte un colpo di fortuna (molto relativo, viste le conseguenze che attendevano l’eventuale sciacallo), solamente chi aveva rapito John era in grado di dare le risposte esatte.
Dopo quattro giorni nessuno di attendibile si era ancora fatto vivo. Le telefonate erano state più di duecento.
Monica Squire riceveva regolari rapporti e ogni pomeriggio presiedeva il “comitato d’emergenza”. Brubeck, Yarbes e Collins erano esentati dal partecipare: per loro sarebbe stata un’inutile perdita di tempo. Monica era straziata dall’angoscia, viveva momenti terribili; però si imponeva di essere forte e la sera del quarto giorno, nell’orario di massimo ascolto, apparve in televisione, a reti unificate. Lanciò un appello agli uomini che avevano sequestrato suo figlio, esprimendosi con calma e dignità, sebbene dai suoi occhi trapelasse chiaramente il dolore che provava. Ripeté per tre volte il numero al quale avrebbero potuto collegarsi.
Le telefonò Vladimir Vladimirovich Putin, annunciando che sarebbe venuto lui in America, e garantendo il massimo appoggio da parte del SVR e del FSB, i servizi segreti che avevano sostituito prima e seconda direzione centrale del KGB, dopo il fallito golpe del 1991. Come sempre, ricordò Monica, si sarebbe portato appresso asciugamani e lenzuola – tenuti sotto vuoto. Martin, che lo conosceva bene, le aveva parlato a lungo di lui. Chiamarono i leader di mezzo mondo, esternando comprensione e profondo dispiacere.
La pioggia scrosciante e i fulmini e i tuoni che imperversavano nel cielo non contribuivano a migliorare il suo stato d’animo. Peraltro gradì quelle attenzioni. La maggior parte di esse erano sincere e, laddove ravvisava ipocrisia, la attribuiva alla falsità di troppa parte del genere umano. La sconcertò solo un politico italiano che pensò bene di rallegrarla raccontandole una barzelletta sui comunisti. Monica riagganciò con un sospiro.
L’ultimo a chiamarla fu il senatore John Craven, che le parve sinceramente addolorato.

Margaret Collins non era affatto stupita dal comportamento degli uomini che avevano rapito il ragazzo. Avendo già lavorato con Quantico, ed essendo in possesso delle nozioni apprese studiando Scienza del Comportamento, sapeva che sarebbero trascorsi altri giorni prima di ricevere eventuali notizie. Era una tattica classica. Indebolire l’avversario. Logorare il nemico.
La sorprendeva di più la freddezza glaciale di Martin Yarbes. Ma, alla fine, comprese anche quello: Yarbes aveva passato gran parte della sua vita nella CIA, simulando, dissimulando, uccidendo… era logico che avesse nervi d’acciaio. Inoltre, a giudizio di Margaret, grazie alla forza di volontà, Martin riusciva a estraniarsi, a dimenticare di essere il padre di John, poiché era l’unico modo per non commettere errori, che sarebbero potuti risultare fatali.
Margaret era nata il quattordici maggio del 1973. Come molte persone che appartengono al segno zodiacale del Toro, era forte, paziente e tenace. Aveva sempre vinto quel fondo di pigrizia tipico del Toro; non altrettanto si poteva dire a proposito dell’amore per il sesso e alla passione per il cibo. Ciò nonostante, era in perfetta forma fisica, grazie agli sport che praticava, principalmente il nuoto. Da ragazza aveva vinto quattro gare di stile libero ai giochi studenteschi, classificandosi seconda nelle prove a rana, risultati replicati all’università.
Era anche ostinata. Suo padre era un senatore repubblicano, che stravedeva per lei e non le aveva mai lesinato alcunché, garantendole un’infanzia e una giovinezza serene e appaganti; questo non gli aveva impedito di inorridire quando lei si era iscritta al partito democratico. Originario della Virginia, Frank Collins si era poi trasferito a Boston e in seguito a Washington. Apparteneva all’ala più moderata del partito, e spesso si era battuto a favore dei diritti civili, soprattutto a riguardo della sanità. Benché disapprovasse la scelta della figlia, dopo un conflitto iniziale durante il quale aveva cercato invano di farle cambiare idea, non l’aveva ostacolata. Anzi, a sua insaputa, le aveva aperto le porte giuste.
In un primo momento, Margaret aveva pensato di entrare nell’FBI. Non la spaventava la fatica e detestava i delinquenti. Però aveva visioni e aspirazioni più ampie. Collaborò con loro, tuttavia soltanto come consulente esterna. Poi in circostanze del tutto casuali – all’epoca era una vivace esponente della Camera dei Rappresentanti – conobbe Monica Squire, che la prese in simpatia. Qualche anno più tardi, venne scelta come candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti… e ora era quasi arrivata. Certamente Monica sarebbe stata rieletta; ma Margaret sapeva aspettare e, scaduto il secondo mandato della sua amica, nulla le avrebbe vietato di succederle, coronando così il suo grande sogno. E anche suo padre ne sarebbe stato felice. Forse avrebbe dovuto sposarsi; comunque per adesso preferiva i flirt, molto discreti e molto focosi.
Questa era la donna che aspettava una particolare telefonata; e l’apparecchio a un tratto squillò, interrompendo i suoi pensieri.
Erano le dodici in punto del sesto giorno.

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“All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K. Sulle scale riuscì a evitare l’incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un’alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio.” Dostoevskij – Delitto e Castigo

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera.” Camus – Lo Straniero

“L’Africa stava accucciata sull’orizzonte, quasi un leone pronto all’agguato, color fulvo e oro nel primo sole, gelata dal freddo della Corrente del Benguela. Robyn Ballantine stava in piedi accanto al parapetto della nave e la guardava.” Smith – Quando vola il falco

“Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur.” Cesare – De bello gallico

“Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa. Era snello eppure ben piantato, indossava un vestito nero attillato che, come gli abiti da viaggio, era dotato di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una chiusura e che di conseguenza, benché non fosse chiaro a cosa dovesse servire, sembrava particolarmente pratico.” Kafka – Il Processo

“Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli  avevano detto che il  vecchio ormai  era decisamente e definitivamente salao,  che  è  la  peggior  forma  di  sfortuna,  e  il  ragazzo  gli  aveva  ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.” Hemingway – Il Vecchio e il Mare

“Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano le prime giornate dell’estate del 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla de Santa Monica.
«Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.»
«Neanche alla mamma?» domandai sottovoce.
Mio padre sospirò, offrendomi il sorriso dolente che lo seguiva sempre come un’ombra.
«Ma certo» rispose mesto. «Per lei non abbiamo segreti.» Zafon – L’Ombra del Vento

“La signora Cozzolina assaggiò la minestra.” Robbins – Mai amare uno straniero

“Fa freddo a Parigi, alle sei e quaranta di mattina in una giornata di marzo, e il freddo sembra ancora più intenso quando sta per essere giustiziato un uomo. L’11 marzo 1963, a quell’ora nel cortile principale di Fort d’Ivry, un colonnello dell’aviazione francese…” Forsyth – Il Giorno dello Sciacallo

“Alle cinque di mattina, come ogni mattina, fu suonata la sveglia: a colpi di martello contro un pezzo di rotaia, accanto alla baracca del comando.” Solženicyn – Un Giorno nella vita di Ivan Denisovic

“I bambini erano cattivi. Sebbene fossero orfani come Alex, capivano che lui era diverso da loro, e si comportavano di conseguenza. Gli facevano gli scherzi più crudeli: un giorno lo avevano costretto a mettere la testa in un cesso sporco, e poi lo avevano deriso. “Testa di merda!” Da allora questo era diventato il suo nome.” Sconosciuta – Alex Alliston

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RAGE 4

Margaret CollinsIn seguito, John Yarbes ricordò assai poco di quanto era successo. Un uomo era balzato giù dal furgoncino, lo aveva afferrato per le spalle e gli aveva premuto sul viso un fazzoletto. Un istante più tardi, il ragazzo aveva perso i sensi. Perciò non vide altri tre uomini mascherati che aprivano il fuoco, né la macchina che lo seguiva esplodere e neppure le due guardie del corpo che procedevano a piedi cadere a terra crivellate di colpi. Il tutto si svolse in meno di cinquanta secondi.
E, naturalmente, non seppe nulla di quanto accadde nei febbrili minuti successivi, dopo che un anziano signore molto spaventato che aveva assistito alla scena dal balcone di casa sua rientrò nell’abitazione e con mani tremanti compose un numero di telefono.
Nel giro di mezz’ora sul luogo giunsero FBI, CIA e polizia. Cominciò l’estenuante lavoro della scientifica, mentre veniva suonato ogni campanello in cerca di indizi. Fu avvertita Quantico e lo sconvolto Milton Brubeck, bestemmiando, gettò il sandwich nel cestino e chiamò immediatamente la Casa Bianca. Avrebbe dato due anni di stipendio per evitare di farlo. Usò la linea diretta, che soltanto cinque persone al mondo conoscevano.
Monica Squire rispose al secondo squillo. Ascoltò in silenzio, ringraziò il direttore dell’FBI e riagganciò. Poi, terrea in volto, fissò a lungo il telefono. E’ difficile descrivere l’angoscia che una madre prova nel ricevere una notizia simile. Ma il pensiero di Monica andò anche ai sei uomini che avevano perso la vita. Restò immobile, come impietrita, senza sapere cosa fare. Reagire? E come?
Poi, però, si scosse. Con un grande sforzo di volontà, convocò personalmente il Segretario di Stato, il ministro del Tesoro (da cui negli Stati Uniti dipende il Servizio Segreto), il responsabile del Dipartimento della Sicurezza Interna, che in America svolge le funzioni che in altri Paesi sono di competenza del ministro degli Interni, il capo della CIA e il vice direttore delle Operazioni. Gli altri erano il procuratore generale, Paul Johnson, Brubeck (che già se lo immaginava), assieme al suo braccio destro, Patrick Fowley della Divisione Indagini sulla Criminalità, che come lui proveniva dalla gavetta, e il vicepresidente, a sua volta una donna, Margaret Collins. Per ultimo, avvisò suo marito, che pretese di essere presente, benché ufficialmente, essendosi dimesso, fosse solo un privato cittadino. Monica acconsentì.
Due ore dopo, le dieci personalità, prontamente convenute, ascoltavano con aria cupa ciò che Monica Squire aveva da dire.
“Per prima cosa”, dichiarò, “desidero esprimere il mio cordoglio per la morte di sei uomini coraggiosi. Telefonerò di persona alle mogli, e voglio che lo Stato provveda immediatamente a garantirle tutto quello che è necessario affinché possano affrontare il duro futuro che le attende senza preoccupazioni di ordine economico. Non è molto, lo so, ma altro non posso fare.”
Dieci paia di occhi la fissarono stupiti, con un senso di orgoglio dovuto a quell’esordio. Quasi tutti si erano aspettati recriminazioni o addirittura scenate isteriche.
Poi, con calma, Monica proseguì. “E ora parliamo di mio figlio, del mio unico figlio. E’ stato rapito, questo è chiaro. Ma da chi? E perché?”
“I dannati comunisti!”, esclamò il direttore della CIA. “Intendono ricattare l’ America. Presto si faranno vivi e ci chiederanno una riduzione unilaterale degli armamenti.”
Monica inarcò un sopracciglio. “Non mi risulta che in Russia esista ancora il comunismo.”
“Da dove viene, allora, Putin?”, insisté  Brian Stevens, il nuovo capo di Langley.
Brubeck scosse la testa. “Fondamentalisti islamici.”, disse. “E se questo è vero, è l’ipotesi di gran lunga peggiore. Sono pazzi, fanatici, con loro è impossibile trattare. Ci metterei la firma, se fossero russi!”
“Delinquenti comuni?”, azzardò il ministro del Tesoro.
“No. Non lo credo proprio.”, ribatté Margaret Collins. Quarantenne, energica, intelligente, volitiva, adorava Monica Squire, che l’aveva scelta, nonostante il parere contrario di quasi metà del partito democratico. “Un volto giovane e nuovo.”, era stata la replica di Monica. “E il fatto che sia anche bella e dimostri dieci anni di meno non è da trascurare: molti ragazzi guardano principalmente all’aspetto fisico. Significa voti… e comunque è preparata e ama il nostro Paese.”
Su un quotidiano di tendenze repubblicane era apparsa una vignetta satirica che raffigurava le due donne intente a partecipare a un concorso di bellezza.
A bassa voce, Margaret aggiunse: “Nessun delinquente comune avrebbe trovato il coraggio per… per questo.”
Ci furono diversi cenni di assenso.
“La mafia?”, interloquì il responsabile del Dipartimento della Sicurezza Interna. Qualcuno sbuffò. Nella Situation Room l’atmosfera era tesa. Una sensazione di smarrimento stava prendendo possesso dei sentimenti generali, causando ansia, irritazione e paura. Ciascuno reagiva a seconda dell’indole. L’esercizio del potere prepara a molto, però non a tutto. I caloriferi funzionavano al massimo, ma non fu per quello che Margaret Collins si tolse la giacca, restando a braccia nude. Le spalle, ampie e forti, frutto di ore di nuoto, suscitarono un certo interesse.
“La mafia è finita, come l’Italia.”, sentenziò Johnson, il procuratore generale. Era texano e detestava cordialmente gli ispanici e gli italiani.
Discorsi inutili, pensò Brubeck. E’ necessario agire, non chiacchierare attorno a un tavolo. Avrebbe messo in moto anche l’inferno per salvare il ragazzo. Era inaudito che dei criminali, chiunque fossero, avessero osato rapire il figlio del presidente degli Stati Uniti!
Si protese con fare aggressivo e parlò in tono duro.
“A partire da adesso, l’intera potenza dell’FBI si scatenerà: quei figli di puttana non avranno scampo.” Milton Brubeck incrociò le dita sotto il tavolo.
Il Segretario di Stato distolse lo sguardo e osservò con interesse le sue unghie. Detestava quel linguaggio da caserma. In precedenza era stato ambasciatore ed era abituato a confrontarsi con diplomatici compiti e falsi. Indossava un impeccabile completo grigio, camicia bianca e cravatta regimental. Era alto e snello. Invece, Brubeck era basso e tozzo, e vestiva male. Però, conosceva il proprio mestiere.
Intervenne Martin Yarbes. “Ad ogni modo, ci sarà una trattativa. E intendo occuparmene io.” Si guardò attorno. “E’ una richiesta insolita, lo so. Tenete presente che sono il padre.”
Monica lo fissò, pensierosa, quindi annuì. “Cosi sia.” disse.
“Io ho studiato Scienza del Comportamento.”, affermò Margaret. “Alla Anderson University, nella Carolina del Sud. E, prima di entrare in politica, ho collaborato con Quantico, risolvendo tre casi. Se mi è consentito, mi piacerebbe dare una mano.”
“E’ vero.”, disse Brubeck. “La signora Collins si dimostrò estremamente abile.”
Yarbes non sollevò obiezioni e Monica annuì di nuovo. “D’accordo. Bene, ci riuniremo qui ogni giorno. Sono certa che ciascuno di voi farà del suo meglio. Io desidero essere informata ventiquattro ore su ventiquattro. Buon lavoro, signori.”

Lontano da lì, nel suo rifugio segreto, Ibrahim al-Ja’bari aveva già appreso la notizia. Adesso il Satana americano sarebbe sceso a patti.

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AleksandrIl tramonto arrivò presto, ma il cielo era limpido, rischiarato dalla luna piena e da una moltitudine di stelle, che le facevano da corona.
Altmann scrutò in basso e dopo un istante distinse la sagoma di Stavrogin. Era sdraiato sulla neve con il fucile puntato nella direzione da cui si aspettava che giungesse il tedesco. Naturalmente non aveva mantenuto i patti: si trovava al di sopra del luogo convenuto per l’appuntamento. Una mossa tutto sommato prevedibile, e che infatti l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva previsto.
Muovendosi cauto, senza produrre il minimo rumore, Altmann si avvicinò alla preda. Quando ritenne che la distanza fosse quella giusta, prese la mira e fece fuoco. Non cadde nello stesso errore che aveva commesso sul valico che portava a Bellagio; ormai sapeva che l’agente del KGB si proteggeva con un giubbotto antiproiettile: perciò sparò alla testa. Quattro colpi, in rapida successione, che grazie al silenziatore non furono avvertiti da nessuno, posto che ci fosse qualcuno nei paraggi, e così non era, dato che le abitazioni erano distanti e, malgrado la stellata, il freddo era intenso, tale da non invogliare nessuno a uscire di casa, se non per recarsi in macchina in un bar o in un ristorante. Non certo per passeggiare in mezzo ai campi coperti di neve.
Soddisfatto, Klaus Altmann percorse gli ultimi metri e raggiunse il cadavere.

A Mosca, Ivan Ivanovic Volkov stava finendo di cenare. Salsicce, cetrioli e pane nero, accompagnati da mezzo litro di birra. Sebbene gli piacesse mangiare, era di gusti semplici. Aspettava notizie; per questo, dopo una vodka, sarebbe tornato in ufficio, pronto, se necessario, a trascorrervi tutta la notte. In un armadietto conservava rasoio e schiuma da barba e in un cassetto della scrivania una camicia pulita. Era un uomo preciso che non amava farsi vedere in disordine.
Mentre ingoiava l’ultimo pezzo di salsiccia, pensò fugacemente che, rapportati alla qualità non eccelsa ma comunque accettabile del cibo, i prezzi della mensa erano più che ragionevoli; poi, però, la sua mente lo portò altrove. Nutriva una grande fiducia in Matrioska, e in un angolo remoto del suo cervello aveva una chiara visione del futuro. Se conosceva gli uomini, era sicuro che Aleksandr Stavrogin sarebbe diventato il numero uno. E dopo anni e anni trascorsi nella prima direzione centrale, poteva affermare con certezza di conoscerli, che fossero russi, inglesi o americani.
Naturalmente a patto che passasse la prova del fuoco, che di lì a breve lo attendeva a migliaia di chilometri di distanza, o che forse aveva già superato.
Questo, almeno, era il suo augurio.
Sorseggiò la Moskovskaya con calma, quindi si alzò dal tavolo e tornò al lavoro.

Era paradossale augurarsi il successo di un essere repellente come l’ex Hauptsturmführer della Gestapo, Nikolaus Barbie o Klaus Altmann come adesso si faceva chiamare; però la vita è spesso strana.
Anche Paul Harrison stava per pranzare. A Langley brillava un sole incerto, che per tutta la mattina solo a tratti era emerso dalle nubi. Nelle ore precedenti aveva avuto due colloqui. Uno con Monica Squire, che aveva convocato alle otto per assegnarle un nuovo incarico. Poiché non la giudicava ancora pronta per un’altra missione, sarebbe andata a istruire le reclute a Camp Peary. La giovane donna lo aveva ascoltato, tesa in volto: evidentemente non aveva superato lo shock dovuto alla tragica fine di Kris Howe.
Il secondo incontro era stato con Martin Forbes del SIS britannico, arrivato in volo da Londra. Entrambi sapevano che Altmann era una pedina molto importante nel “grande gioco” di Berlino, e tuttavia entrambi lo detestavano.
“Quante probabilità?”, aveva chiesto Harrison.
Forbes lo aveva fissato senza rispondere.
Curioso, rifletté più tardi il direttore della CIA mentre addentava una bistecca. Gli inglesi di norma amano scommettere su tutto.

Indifferente a quando stava accadendo a Yazenevo e a Langley, e ai pensieri rivolti alla sua persona, Matrioska aprì un contenitore di metallo, dal quale estrasse un’arma ultra piatta, priva di munizioni. Prese una manciata di neve e, dopo averla schiacciata e ridotta a una piccola palla, la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, come avrebbe fatto con la sabbia. In questo secondo caso, la sabbia si sarebbe trasformata in vetro. La neve invece divenne ghiaccio. Micidiali proiettili di ghiaccio.
Benché le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana, Matrioska le apprezzava molto.
Prese accuratamente la mira e sparò.
Non è dato sapere ciò che in quel momento Altmann pensava, osservando attonito il fantoccio di stracci che aveva scambiato per il russo. E neppure se, prima di morire, si pentì delle atrocità che aveva commesso nella sua vita scellerata.
Aleksandr gli fu sopra, mentre agonizzava, e lo fissò senza provare alcuna emozione. Aveva svolto il suo lavoro, nient’altro.
Se qualcuno avesse assistito alla scena, ne avrebbe dedotto, non a torto, che se esisteva un Uomo di Ghiaccio, quello era l’agente del KGB.
Matrioska si allontanò nella notte.
Ancora non poteva saperlo, ma un giorno, per volere di Vladimir Putin, Aleksandr Sergeivic Stavrogin sarebbe diventato tenente generale.

L’UOMO DI GHIACCIO
Grazie per aver letto questa storia 🙂

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RAGE 3

Monica Squire In una fredda mattina di febbraio, a tratti rischiarata dal sole ma più spesso avvolta dalle nuvole che un vento gelido sospingeva verso l’oceano, un ragazzo di quattordici anni camminava di buon passo, diretto alla palestra dove lo aspettava un incontro di basket.
Era domenica, perciò non era giorno di scuola. Il ragazzo sapeva molto bene che era seguito, e, sebbene ci avesse fatto l’abitudine, la cosa continuava a infastidirlo non poco. Dietro di lui c’erano una macchina priva di contrassegni, con quattro persone a bordo, e due uomini che invece si muovevano a piedi. Tutti e sei erano armati. Si tenevano a debita distanza, pronti a intervenire al minimo segnale di pericolo. Erano professionisti: i migliori nel loro campo.
Come la maggior parte dei figli concepiti quando i genitori non sono più giovani, John “Nadiya” Yarbes aveva spesso lo sguardo assorto ed era di temperamento riflessivo. Questo non gli impediva di essere un atleta nato, né di avere la capacità di stregare le ragazze, dato che era alto e bello. Dal padre aveva preso il vigore fisico – ma non il suo cinismo -, dalla madre l’avvenenza e l’idealismo. Era stato chiamato John in onore di John Lodge, un’icona della CIA, mentre “Nadiya” – un nome femminile – era dovuto al fatto che una giovane russa, Nadiya Nicolajevna Drosdova, sette anni prima che lui nascesse, aveva sacrificato la vita per salvare Monica, sua madre.
John adorava la mamma e, malgrado il fastidio di essere sempre controllato, era estremamente orgoglioso di lei: era la prima donna a essere stata eletta presidente degli Stati Uniti, sebbene a un’età relativamente avanzata, mai comunque quanto quella di Ronald Reagan, che era assurto alla presidenza a sessantanove anni.
A John la politica non interessava, preferiva lo sport e la musica, ma aveva trepidato al momento dello spoglio dei voti: fino all’ultimo era sembrato che dovesse vincere il candidato repubblicano, Craven, a causa delle opinioni espresse da  Monica sulla guerra del Vietnam che moltissimi americani non avevano apprezzato. Alla fine, erano stati determinanti i voti dell’Alaska, e Monica Squire l’aveva spuntata d’un soffio.
Imboccò un lungo viale alberato, ai bordi del quale c’erano gli ultimi residui di neve, poi svoltò a destra e attraversò la strada, oltre la quale si ergeva il complesso sportivo. A parte il freddo, il clima era asciutto e nei giorni precedenti c’era stato quasi un primo accenno di primavera.
Se anche vide il furgoncino nero, posteggiato sull’altro lato della via, non ci fece caso.

L’uomo che portava una kefiah e indossava una candida kandura di cotone bianco staccò gli occhi dal monitor e rivolse un lungo sguardo penetrante ai quattro guerriglieri che attendevano in silenzio.
Era alto, con le spalle ampie, il naso adunco che peraltro si intonava alla conformazione del viso dai lineamenti affilati, che se non bello era comunque attraente. “Fra dieci minuti.”, disse. Erano le cinque del pomeriggio, vista la differenza di fuso orario con Washington.
Aveva cominciato a studiare e a preparare l’operazione tre mesi prima, subito dopo aver appreso con suo grande stupore l’esito delle elezioni presidenziali americane e la sconcertante vittoria della donna. Come d’abitudine, il suo lavoro era stato meticoloso; lo aveva assorbito dall’alba fino a notte inoltrata, senza che lui avvertisse la minima stanchezza. Ora era giunto il momento. Sapeva che tutto avrebbe funzionato alla perfezione.
Ibrahim al-Ja’bari era abituato da sempre a non lasciare nulla al caso. Glielo aveva insegnato suo padre, quando era ancora bambino.

Nello Studio Ovale, Monica trasse un profondo sospiro e depose i tre dossier sulla Resolute desk, la scrivania che la regina Vittoria aveva donato a Rutherford B. Hayes, e che dopo essere stata utilizzata in diversi uffici della Casa Bianca aveva trovato la sua collocazione definitiva per volere di Jackie Kennedy.
I tre fascicoli riportavano vita, opere e miracoli di tre uomini che lei conosceva molto bene. Uno di loro sarebbe stato nominato direttore della CIA. In linea teorica, quel posto sarebbe potuto andare a Martin Yarbes. Yarbes, però, si era dimesso per evitare conflitti d’interesse. Monica aveva scelto, ma prima di apporre la sua firma lasciò vagare la mente, ritornando al passato.
Nel corso di una vita lunga e avventurosa dedicata al mestiere di “spia”, ravvisava tre episodi cruciali.
Il primo, quando aveva ventiquattro anni, nel 1976, era molto doloroso: in quell’anno era morta Kris Howe, sua diretta superiore e maestra, che era stata soffocata nell’acqua. Sebbene Kris l’avesse pugnalata alle spalle, Monica l’aveva pianta sinceramente, rimpiangendo di non averla potuta salvare.
Il secondo risaliva al 1980, l’anno in cui aveva abbattuto un Hind sovietico in Afghanistan, con il triste corollario della successiva uccisione di John Lodge, ad opera del terribile Matrioska, il numero uno del KGB, che lei in seguito aveva eliminato in una camera d’albergo di Cannes.
Il terzo episodio riguardava il fallito colpo di Stato in Urss dell’estate del 1991. Monica aveva umiliato il maggiore del Gruppo Alpha, Miroslav Pomarev. Anche qui con una nota tragica: la morte di Nadiya, inizialmente sua carnefice e poi amica, protettrice e amante.
Craven l’aveva definita “assassina prezzolata”, poiché aveva citato alcuni di questi fatti durante il loro acceso dibattito televisivo. Forse c’era del vero in quell’affermazione, ma lei aveva sempre operato per il bene dell’America.
Tornò a osservare i dossier e infine firmò, promuovendo il vicedirettore delle Operazioni, Brian Stevens, un veterano che proveniva dal “campo”.
Poi pensò al suo primo viaggio ufficiale. La settimana dopo, avrebbe incontrato Putin a Mosca. Monica parlava il russo correntemente e ciò le sarebbe stato di grande aiuto. Senza l’intervento di un interprete, si potevano cogliere molte sfumature, altrimenti difficili da captare. E Putin era già enigmatico di suo.
Monica si alzò e si diresse verso la porta a est, una delle quattro di cui dispone lo Studio Ovale. Lì, in primavera, sarebbero sbocciate le rose.

Nel frattempo, John passava accanto al furgoncino nero.

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RAGE 2

Monica Squire Il tono pacato con cui si era espressa, senza negare le proprie colpe, e il sincero rammarico che si era letto nei suoi occhi quando aveva parlato di John Lodge colpirono moltissimi telespettatori. Ma Craven aveva alle spalle decine e decine di interrogatori, di controinterrogatori, di arringhe, di eccezioni e di obiezioni, e non intendeva certo deporre le armi.
Contrattaccò usando il tasto dolente che aveva toccato Monica. “Signora”, disse, “sono francamente stupito e offeso dalle sue affermazioni riguardo alla guerra del Vietnam. E credo che il mio sdegno sia condiviso da chi ci sta ascoltando. Chi pensa che i nostri sani patrioti voteranno?” Scosse la testa.
“Tralasciando – per il momento – il fatto che lei è stata un’assassina prezzolata – parole sue, signora – e che ha agito cedendo alla viltà contro il proprio Paese e il popolo americano, lei si è permessa di sputare, citando il Vietnam, su 60.000 eroici soldati americani morti in battaglia e ha offeso circa 300.000 feriti che, a tutt’oggi, non si riprendono e fanno fatica a vivere.”
Craven assunse un’aria di virtuosa indignazione. “Ragazzi che hanno combattuto per affermare il principio e il sacrosanto diritto di vivere liberi e senza l’oppressione del comunismo. Lei crede che gli americani onesti – dallo Iowa al Nebraska – amino essere offesi da un’assassina, figlia del disonore? No. Assolutamente no. Le urla dei nostri morti, morti in nome della nostra bandiera, gridano invocando vendetta. Udite le loro voci? Io le sento, amici!”
Craven aveva corso un rischio calcolato, come per anni era stato abituato a fare in tribunale. Si era probabilmente alienato i voti della California e di gran parte dei liberal; in compenso si era preso il Texas e la quasi totalità degli Stati del Sud. Contrariamente a quanto si pensa in Europa, gli ispanici sono un serbatoio di voti per il partito repubblicano, e vanno fieri della bandiera stelle e strisce. Inoltre, negli States, si fa a gara a chi è più patriota. Il vicino è il delatore del proprio vicino, nel caso non “ostenti” il vessillo dell’Unione, durante le feste comandate. Su questo aveva fatto leva il senatore Craven.
Monica Squire lo fissò, pensando: bastardo! Si era presentata per esporre le proprie idee, per combattere in modo pulito e onesto, ignorando i suggerimenti di Martin Yarbes e i suoi dossier, ma se Craven intendeva giocare sporco, allora era pronta a lottare nel fango.
Aveva studiato i precedenti duelli televisivi, a partire dal primo, svoltosi il 26 settembre 1960, in cui si erano sfidati il senatore democratico John F. Kennedy e il vicepresidente in carica, Richard Nixon. Kennedy, abbronzato, rilassato, sorridente, si era mostrato a suo agio davanti alle telecamere. Nixon, che aveva sbagliato abito e con la giacca troppo chiara sembrava un tutt’uno con lo sfondo, era convalescente a causa di un’operazione a un ginocchio. Sudava copiosamente e questo ebbe un impatto negativo sui telespettatori. I sondaggi rivelarono che JFK aveva vinto il dibattito, ma non per chi l’aveva seguito alla radio, che gli aveva preferito Nixon.
Punto primo: sorridere. E fu quello che fece.
Punto secondo: attaccare.
“Senatore, lei ammira i soldati, gli aviatori, i marines?”
Che domanda stupida, pensò Craven. “Naturalmente!”
“Senatore, lei è un uomo aitante, in perfetta forma fisica: un bene per tutti noi se diventerà presidente.”
Craven la guardò, perplesso. Squire era forse un’idiota?
“Frequenta abitualmente una palestra?”
“Sì, mi piace l’esercizio fisico.” Squire era davvero un’idiota!
In realtà, Monica stava seguendo un preciso schema, applicando le regole della cinesica.
“Lei ha fatto il servizio militare?”
“Non vedo… no.”, ammise l’altro.
“Per quale motivo, se mi è lecito chiederlo?”
Craven cercò di rimanere impassibile. “Disturbi al cuore.”, affermò.
Nel corso degli anni, Monica Squire aveva partecipato a numerosi seminari, alcuni dei quali obbligatori, altri come volontaria. Fra questi ultimi, le era rimasto particolarmente impresso nella mente quello di cinesica.
La cinesica è una scienza moderna che, attraverso due precisi passaggi, permette di comprendere se un individuo sta mentendo, oppure glissando su certi particolari. La prima fase ha come scopo la realizzazione del profilo base. Si ottiene mediante l’uso di domande di cui si conoscono già le risposte, domande “innocue” che non implicano alcun coinvolgimento emotivo del soggetto preso in esame. Durante questa fase, si osservano con attenzione la postura del corpo, il tono della voce, i movimenti anche banali – ad esempio, incrociare le braccia davanti al petto o le caviglie sotto al tavolo. Ciò serve per notare, in seguito, le reazioni a seguito di domande insidiose, che potrebbero indurre la persona che si ha di fronte a mentire.
Lo scostamento dal profilo base è indicatore di una menzogna.
Tale disciplina si rivela assai utile quando si ha a che fare con un agente di un servizio segreto straniero che ha deciso di cambiare campo. Quello che interessa non è la motivazione, soldi, scelta ideologica, rancore verso i superiori, ma l’attendibilità del passaggio di campo. Ai tempi del KGB, non pochi membri della prima direzione centrale finsero di tradire l’Unione Sovietica per poi trasmettere informazioni fuorvianti, inframezzate da notizie vere ma di scarsa utilità pratica.
E Craven stava mentendo.
A parte questo, Monica Squire aveva i dossier di Yarbes.
Tirò fuori dalla borsetta un documento e lo mostrò alle telecamere. “Da qui risulta”, disse sempre sorridendo, “che il suo cuore funzionava perfettamente. Non è forse vero che evitò il servizio militare, grazie all’intervento di una potente lobby?” Ricordava bene lo scontro fra J.F. Kerry e G.W. Bush, e i motivi che avevano portato alla vittoria di quest’ultimo. Sebbene con riluttanza, aggiunse: “E non è forse vero che tale lobby massonica era strettamente legata al Ku Klux Klan?”
Craven impallidì. Era furioso con il suo staff che non aveva preso in considerazione il fatto che la sua rivale era a capo della CIA; e quei maledetti ficcanaso potevano mettere le mani dappertutto, nonostante in teoria gli fosse vietato occuparsi di questioni interne.
“Ero giovane. Come potevo…”
“Suo padre era un personaggio influente.”, lo interruppe Monica. “E in seguito, senatore, lei ha continuato a coltivare questi discutibili rapporti.”
“Torniamo alle sue affermazioni sul Vietnam.”, ribatté Craven, mentre contava mentalmente i voti che aveva appena perso.
“Benissimo.”, disse con voce soave Monica. “E’ interessante sentire il parere di una persona che pur di evitare la leva si appoggiò al Ku Klux Klan. Lei, senatore, ha parlato di 60.000 morti e di circa 300.000 feriti che io sinceramente compiango, perché non combattevano per la libertà, ma per appoggiare un regime corrotto. E penso proprio che quegli uomini, quegli eroi, non fossero poi così felici di sterminare vecchi, donne e bambini con il napalm. Però erano costretti a obbedire agli ordini. Ordini folli, come si è visto, quando quel castello di carta infine è crollato.”
Se Monica Squire avesse saputo quello che la attendeva, non solo non avrebbe festeggiato con gli amici la sua innegabile vittoria, ma avrebbe votato per John Craven.

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