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Archive for ottobre 2013

apartment-les+dunes-main-1604038-zoomALESSANDRA
A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

MICHELLE (VENTIDIPRIMAVERA)
A Cannes soffiava il Mistral
su istantanee di immagini
dove il tempo che scorre
-custodisce i ricordi-
su una cornice a colori
stemperata di battiti
-e-
traboccante di sogni
attraverso emozioni
-depositate-
negli occhi e nel cuore
incanto -forse- sciolto
di una bambina scalza
che amava il mare e il vento.

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UN SOGNO AMERICANO 20

LordNinniPhil ricordava che una decina di metri sotto c’era una cengia. Si era lanciato nel vuoto contando di afferrarsi alla roccia; da lì poi avrebbe preso un sentiero che lo avrebbe fatto risalire, portandolo proprio dietro ai due federali. Le sue dita sfiorarono la sporgenza, però non riuscirono ad effettuare una presa sufficientemente salda.
Weir precipitò nel burrone.
Se fosse atterrato direttamente sul fondo della scarpata, sarebbe morto sul colpo; ma, per sua fortuna, le fronde di un albero frenarono la caduta. Weir si attaccò a un grosso ramo, dondolando nell’aria per qualche secondo, quindi si lasciò andare. Evitò per un soffio una fila di macigni acuminati, simili a giganteschi denti aguzzi, e finì in un piccolo specchio d’acqua. L’impatto gli svuotò l’aria dai polmoni. Sebbene fosse estate, l’acqua era talmente gelida che gli ghiacciò i testicoli. Tentò di raggiungere la riva, ma era completamente intorpidito. Dopo poche bracciate, il lago parve risucchiarlo in una morsa d’acciaio. Riemerse con un disperato sforzo di volontà, ma l’acqua lo catturò nuovamente chiudendosi su di lui.
Provava un terribile bisogno di respirare, tuttavia si costrinse a tenere la bocca chiusa e lottò per risalire. Poi le forze lo abbandonarono. Si rese conto che stava per morire, eppure non provò paura: solo un senso di distaccato stupore. Era come se si osservasse dall’esterno e ciò che vedeva non gli procurava alcuna sensazione particolare. Non era lui quello che affogava, bensì un altro Phil Weir, un Phil Weir che non conosceva.
E all’improvviso si sentì felice. Aveva raggiunto il karma. Si trovava in una dimensione parallela fatta solo di luci; il silenzio era assoluto, e provò un senso di pace che non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita. Da molto lontano, lentamente, arrivò un suono ed era una musica bellissima: il fruscio delle foglie accarezzate dal vento, il rumore della risacca, la pioggia che tamburellava sui vetri della finestra in una fresca mattina primaverile.
Tornò nella Green Valley, com’era prima dell’intervento dell’uomo. Rivide i boschi percorsi dalla brezza, i ruscelli gorgoglianti, i prati illuminati dal sole, i fiori dai colori stupefacenti. Sentì il canto degli uccellini e ritrovò le tracce di un vecchio, maestoso, cervo. Assaporò il profumo squisito della natura e rammentò le notti stellate. Le sue labbra si schiusero in un sorriso. Bevve e l’acqua gelida lo riportò alla realtà. Non doveva arrendersi: il suo compito non era ancora terminato. Impresse nelle gambe tutta la forza che ancora gli rimaneva. Incominciò a risalire. Ma la superficie era troppo lontana; capì che non sarebbe mai riuscito a salvarsi. Accettò la morte… e in quel momento respirò.
Era riemerso. La testa gli doleva in modo terribile; aveva male alle ossa; la ferita alla gamba pulsava. Ignorò la sofferenza e nuotò verso la riva. Distava solo pochi metri, ma quando sollevò il capo per guardare scoprì che non esisteva alcuna riva: il laghetto era circondato da un muro di roccia. Un muro privo di appigli che si innalzava ripido e impraticabile, come un mostruoso cilindro.
Phil si mise a dorso per riprendere fiato. Era impossibile uscire da quella prigione di ghiaccio, ciononostante si rifiutò di arrendersi. Scrutò con attenzione la parete della montagna, alla ricerca di una venatura che gli permettesse di arrampicarsi. La roccia sembrava farsi beffa di lui: era liscia come una palla da bigliardo. In quel momento un gorgo lo trascinò di nuovo sotto. Si ritrovò in un inferno di freddo e smise di lottare. Finì contro uno spuntone e la fiammata di dolore lo riscosse per un attimo.
Vide un buco nero che penetrava nella montagna. Non sapeva dove conduceva. Era probabile che fosse a fondo cieco. Tuttavia rappresentava anche l’ultima speranza. Tornò a galla. Fu tentato di ricorrere all’iperventilazione, ma sapeva che era un procedimento pericoloso, dato che riducendo l’anidride carbonica creava un’illusoria tranquillità in carenza di ossigeno, perciò si limitò a un unico, profondo, respiro.
Nuotando soltanto con le gambe, le braccia tese davanti a sé, entrò in un mondo di tenebra. Il cunicolo si restringeva man mano che procedeva, tanto che urtò più volte contro le sporgenze appuntite che costituivano i due lati del tunnel subacqueo. Era sospinto dall’ira, non dal panico. Un’ira violenta nei confronti dei militari, dell’ FBI, di Elizabeth.
Il passaggio divenne ancora più stretto e a un certo punto Phil si trovò imprigionato. Non poteva andare avanti, né tornare indietro. Si sentì soffocare.
Per vincere il terrore liberò lo spirito.
Aum
Incominciò a scalciare furiosamente. Avanzò centimetro dopo centimetro, ignorando i morsi della roccia. Era una situazione da incubo, ma si impose di non perdere il controllo dei nervi. Si spezzò le unghie, raspando contro la parete del tunnel. Il dolore alimentò la sua forza; continuò a nuotare, attingendo a ogni risorsa. Strinse le spalle e allungò le braccia, mentre muoveva le gambe come pistoni. Con un ultimo sforzo immane riuscì a evadere da quella trappola mortale. Il tunnel si allargò, consentendogli di procedere in modo più rapido.
Benché fosse ai limiti dell’esaurimento fisico, aveva trovato nuovo coraggio dalla corrente che lo ostacolava. Questo significava che il fiume sotterraneo portava a uno sbocco. Il problema era quanto lontano fosse, perché i polmoni gli sembravano sul punto di scoppiare. A un tratto vide una luce, probabilmente il riverbero del sole sulla superficie dell’acqua. Lo colse un ardente desiderio di rivedere il cielo, di sottrarsi a quel budello infernale. Nuotò con rinnovato vigore verso la salvezza. Fu sfiorato da una creatura guizzante; pensò che fosse un pesce, forse una trota: era un altro segnale positivo. L’intensità della luce aumentava. Era vicinissimo a quella che doveva essere una sorgente oppure il tratto all’aperto del fiume.
Un ultimo sforzo, si disse.
Poi andò a sbattere contro una lastra di roccia che bloccava il passaggio.
Non sarebbe mai uscito da lì.

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IL FATTORE B 12

Alexsandr Alexsandrovic StavroginSabato 16 marzo
Ore 5.00
Stavrogin scese dal letto un istante prima che squillasse la sveglia. Dopo una rapida doccia, indossò un paio di jeans, una maglietta di cotone e una camicia molto larga, sopra la quale mise un giaccone che sarebbe stato più indicato in pieno inverno. A piedi raggiunse il box, aprì il baule della Bmw, controllò ancora il fucile, dopodiché si tolse giaccone e camicia per infilarsi un giubbotto antiproiettile di kevlar. Poiché il kevlar non è in grado di proteggere da una pugnalata o da un proiettile perforante, il capitano del SVR aveva aggiunto un leggero pannello metallico costituito da una combinazione di alluminio e rame. Si rimise gli indumenti e lanciò un’occhiata alle flashbang. Sebbene fossero stati gli agenti del SAS britannico a servirsi per primi di tali strumenti – che erroneamente molti chiamano “granate” -, i modelli M84 che Aleksandr aveva con sé erano di fabbricazione americana, a suo giudizio decisamente i migliori.
Quando fu pronto, salì sulla macchina e imboccò la strada che da Lecco conduce a Erba. Si fermò nei pressi di Valmadrera per consumare una colazione a base di cappuccino e doppio toast farcito.

Ore 6.21
Il sole sorse preannunciando una splendida giornata. Maruska aprì la finestra della camera situata al secondo piano dell’albergo in cui aveva alloggiato in quei giorni. Respirò con piacere la fresca aria che sapeva di primavera, riflettendo sul fatto che in Russia invece era ancora inverno, poi si lavò, si vestì e mangiucchiò una briosche al bar dell’hotel che a quell’ora era già aperto. Bevve un caffè e una spremuta d’arancia, saldò il conto e uscì.

Ore 7.30
Luca Scalabrini si lasciò baciare con scarso entusiasmo dalla mamma, ficcò i libri di testo nello zaino che fungeva da cartella e dichiarò che quella mattina avrebbe risposto a tutte le domande dell’insegnante di storia: si era preparato benissimo e aveva imparato a memoria ogni cosa.
Una volta che fu fuori di casa, anziché dirigersi verso la scuola, aspettò l’autobus che lo avrebbe portato a Erba.

Ore 8.10
Monica Yarbes lasciò l’Hilton di Milano e prese posto sul sedile posteriore della Jaguar con autista che Berlini le aveva messo a disposizione. Durante il tragitto attraverso la Brianza ignorò il panorama per concentrarsi su ciò che avrebbe detto all’imprenditore italiano.
Si era preparata con estrema cura per quel colloquio. Aveva studiato l’uomo, analizzando i suoi punti di forza e le sue debolezze. Sapeva che aveva molti problemi con la giustizia e che quasi sicuramente di lì a breve sarebbe stato condannato: questa forse era la ragione che lo aveva spinto a ignorare i rischi che avrebbe corso, qualora il killer da lui assoldato fosse stato catturato dalla polizia tedesca. Sapeva che amava le donne giovani. E sapeva che era immensamente ricco. Forse pensava che con i soldi avrebbe potuto cavarsela, pagando avvocati e corrompendo magistrati. O più probabilmente meditava una grande uscita di scena.
In quest’ultimo caso, il compito di Monica sarebbe stato più difficile.
Comunque, era fiduciosa. Aveva ucciso Pomarev e Matrioska, imprese che a Langley venivano considerate leggendarie. In altre circostanze, era stata meno fortunata. Alti e bassi, ma gli alti erano di gran lunga superiori.
Ripassò mentalmente le note riportate sul dossier che riguardava Berlini. Il suo intercalare preferito era “mi consenta”. Con quelle due parole interrompeva i suoi interlocutori.
Di certo, Monica non gli avrebbe consentito di mentirle.

Ore 9.00
Quando Silvio Berlini scese dall’elicottero, Aleksandr lo inquadrò nel mirino del fucile, però non sparò. L’uomo politico era circondato da quattro guardie del corpo, che lo sovrastavano in altezza e lo coprivano. Infatti, un istante dopo era diventato un bersaglio impossibile da colpire.
Più tardi, sarebbe uscito in tuta da ginnastica per la consueta passeggiata e quello sarebbe stato il momento.
Prima Stavrogin avrebbe lanciato una flashbang. L’ordigno avrebbe generato un rumore insostenibile, creando sconcerto e distraendo i gorilla.
E allora il capitano del SVR lo avrebbe ucciso.

Ore 9.05
Maruska aveva individuato da tempo la Bmw e ora stava osservando la sua preda. Aveva scelto un buona posizione, considerò fra sé: in alto, nascosto dalla vegetazione, tuttavia a distanza di tiro. Forse era un po’ lontano dall’obiettivo, ma evidentemente aveva un’arma in grado di coprire quello spazio.
Maruska impugnò la Wilson e si avvicinò, muovendosi agilmente lungo una pista che correva fra gli alberi.
Aveva notato la flashbang. Dato che non disponeva di un silenziatore, avrebbe aspettato che Stavrogin la scagliasse. Subito dopo, avrebbe fatto fuoco. Era indispensabile ammazzarlo con la prima pallottola: Maruska era più forte di molti uomini, ma non di un capitano del SVR. In uno scontro fisico, a parità di addestramento Spetsnaz, una donna non poteva battere un maschio.
Ma lei non avrebbe sbagliato.
E al suo rientro in patria sarebbe stata promossa. La attendeva una fulgida carriera.

Ore 9.20
Dopo aver bighellonato per le strade di Erba, Luca fece incetta di merendine al bar della stazione. Era una giornata magnifica, il sole splendeva alto nel cielo limpido: sembrava di essere a maggio.
Il ragazzo si avviò verso la sontuosa dimora di Berlini. Si sentiva ansioso ed euforico. La sua fantasia galoppava ed egli si vedeva nei panni di un agente segreto.

Ore 9.30
Monica aveva scelto un abbigliamento classico: tailleur color grigio tortora e scarpe senza tacco di Ferragamo, anche perché era più alta del Cavaliere e intendeva metterlo a suo agio. D’altronde, poteva permettersele per via delle sue gambe slanciate. Trucco leggero. Ma, con una punta di malizia, aveva optato per una camicetta che poneva in evidenza il seno. Non era più una teen-ager, e pertanto a rigor di logica non rientrava nei parametri preferiti di Silvio Berlini; ciò nonostante era consapevole di essere ancora attraente. Non era una “culona inchiavabile”, pensò con un sogghigno.
Quando scese dalla Jaguar, fu accolta da una graziosa ragazza di circa vent’anni che la invitò a seguirla all’interno della grande villa.

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UN SOGNO AMERICANO 19

La valle di Phil 2Weir alzò lentamente le braccia sopra la testa.
Davanti a sé ora vedeva Paola Chianese e Sidney Saryo. Entrambi impugnavano una pistola.
Questa volta sei spacciato, ragazzo!
Lanciò uno sguardo torvo a Liz. Ci voleva poco a capire chi lo aveva tradito. Poi si costrinse a sorridere. “Buon giorno, agente Chianese! A cosa debbo questo onore?”
Rispose Saryo. “Due omicidi, un tentato omicidio e il forte sospetto di altre due “esecuzioni”. Non ha mai conosciuto un certo Freiberg?”
“Perché, dovrei?”
“Adesso basta!”, intimò Paola. “Faccia a terra e mani dietro alla nuca!”
Phil obbedì. Si stese a pancia in giù, chiedendosi cosa aveva spinto Liz a chiamare i federali. Lui non sbagliava mai a giudicare la gente, ma in questo caso aveva preso un granchio colossale. Patsy non era morta per colpa sua, bensì a causa della follia di Elizabeth. Non riusciva a trovare una sola ragione plausibile che potesse giustificare il comportamento della ragazza. Sentì i passi di Paola che si avvicinavano, vide due belle caviglie sottili.
Era l’unica possibilità che gli rimaneva.
Se aveva una dote, era la prontezza di riflessi: ne aveva dato prova sia quando lavorava come broker, sia quando aveva eliminato Jack Straw, Tom Collins e quel lurido trafficante d’armi.
Scattò con la rapidità di un leopardo: afferrò le caviglie della donna e diede un forte strattone verso l’alto. Paola finì a gambe levate.
Weir si alzò e corse verso la foresta. Il dolore lo raggiunse un istante prima del rumore dello sparo. Cadde per terra con un mugolio, ma si rialzò subito. Scartò di lato ed evitò di un soffio la seconda pallottola. Udì un terzo sparo e capì che adesso erano in due a prenderlo di mira. La gamba gli faceva un male atroce, ma sapeva che non avrebbero sbagliato un’altra volta: si tuffò in una macchia di vegetazione, scomparendo provvisoriamente alla vista.
Si tirò su e zoppicando risalì il fianco della montagna. Era menomato e i due agenti erano giovani e in perfetta forma fisica; tuttavia, ignorò il dolore e si inerpicò sulla scarpata. A un centinaio di metri di distanza c’era una grotta, la cui apertura era nascosta da una grossa roccia. Se fosse riuscito a raggiungerla prima che gli fossero addosso, avrebbe avuto ancora una chance. Non erano dei ranger, non sapevano seguire le tracce né individuare ogni anfratto del terreno: erano abituati a muoversi in città, mentre lui conosceva a menadito quella zona. Ci fu un nuovo sparo, che però era indirizzato lontano. Weir strinse i denti e continuò a trascinarsi verso la caverna. Li sentì incespicare; uno dei due doveva essere scivolato. Era pronto a scommettere che non si erano messi delle calzature adatte a un inseguimento nei boschi.
Ora la grotta era vicinissima e con essa la salvezza. Phil si disse che Paola Chianese era un’agente dell’ FBI: laureata, sofisticata, colta, ma che probabilmente, prima di quel giorno, non aveva mai sparato a nessuno. Intuiva che, se l’avesse sfidata a farlo, non sarebbe riuscita a ucciderlo a sangue freddo.
Ma forse l’altro sì.
Si raddrizzò e cercò di accelerare l’andatura.
Malgrado la menomazione, stava guadagnando terreno. Con le loro scarpette da città non riuscivano a tenergli dietro. Ancora pochi metri e avrebbe trovato una siepe; superata quella, avrebbe raggiunto l’imboccatura della caverna. Oltrepassò la siepe, ma a un tratto vacillò. Incominciava ad avvertire la stanchezza, la testa gli pulsava come se avesse la febbre e la gamba gli trasmetteva violente vampate di dolore. Era madido di un sudore malsano, provocato dalla pallottola; la sete lo divorava.
Coraggio, sei quasi arrivato!
Adesso i passi dei suoi inseguitori si stavano allontanando; avevano imboccato una pista che conduceva in direzione opposta. Era la riprova che non si trovavano nel loro elemento. Phil trasse un sospiro di sollievo e si fermò per qualche secondo a riprendere fiato. Il sole stava salendo rapidamente nel cielo; nei punti in cui i suoi raggi filtravano attraverso la cupola di fronde, il sottobosco riluceva di una luce calda e dorata. Un vento tiepido portava con sé un lontano profumo di fiori. Phil si rimise in cammino con l’animo più sereno.
Poi però udì un’esclamazione e comprese che si erano resi conto di aver sbagliato strada. Paola Chianese disse qualcosa a proposito del sangue. Subito dopo i passi tornarono ad avvicinarsi. Weir era in grado di riconoscerli: agili e leggeri quelli della donna, che correva sulla punta dei piedi; più pesanti quelli dell’uomo, che appoggiava prima il peso sul tallone.
Ma ormai era in prossimità della grotta. Un ultimo sforzo e sarebbe entrato nel rifugio. I federali sarebbero passati oltre, senza notare quel nascondiglio incassato nella montagna; avrebbero perso tempo ed energie, cercandolo invano altrove. Una volta che fosse sopraggiunta la notte sarebbe stato nuovamente libero di agire.
Finalmente vide il macigno che celava l’ingresso della caverna. Era facilmente riconoscibile perché sembrava l’opera di uno scultore; infinite piogge lo avevano levigato, conferendogli una forma perfettamente simmetrica.
Ce l’ho fatta!
Barcollò ancora, ma con un enorme sforzo di volontà riuscì a non cadere. Il mondo sembrava ondeggiare attorno a lui, come se fosse una nave investita da una tempesta. Un passo dopo l’altro si avvicinò al pertugio scavato nella roccia. Aveva la mente attraversata da strane immagini: il sorriso di Patsy, un mattino luminoso in cui aveva fatto l’amore con lei, il ricordo nitido dei tramonti che infuocavano la Green Valley. Scrollò la testa e percorse gli ultimi metri.
Gli sarebbero bastati pochi secondi per mettersi in salvo. Ma si mosse troppo lentamente. Sentì le loro voci concitate e capì che erano dietro di lui. Si fermò e si guardò attorno. Fece un profondo respiro e cambiò direzione, correndo per quanto poteva verso un sentiero che portava al valico.
Fu un errore. In quel momento, i federali sbucarono alle sue spalle.
“Fermo!”, gridò la donna.
“Phil si voltò. Ebbe la visione di una cella buia, dove non penetrava la luce del sole. Scorse le fila dei detenuti, tutti ugualmente grigi e disperati. Il suono di una campana avrebbe scandito ogni attimo della sua vita. Una sudicia branda, chiusa fra quattro mura, avrebbe sostituito i prati che tanto amava. Al posto del cielo sconfinato ci sarebbe stato un soffitto polveroso. Il vento non sarebbe riuscito a raggiungerlo, ed egli avrebbe dimenticato la gioia che provava quando lo sentiva sulla pelle. Non ci sarebbe stato più un ruscello in cui lavarsi.
“Mi arrendo.”, disse in tono neutro.
Paola colse una strana luce di trionfo nei suoi occhi. Corrugò la fronte e stava per ordinargli di mettersi a terra, quando Weir spiccò un balzo e precipitò nel burrone che si apriva sotto ai suoi piedi.
 
Paola si affacciò sul baratro. Non riuscì a vedere Weir. La donna si sentiva in colpa. Era stata un’azione preparata male, e la responsabilità di quel fallimento ricadeva su di lei. Non avrebbe voluto che Weir morisse: il suo compito era quello di assicurarlo alla giustizia in modo che fosse processato. Si era comportata con troppa leggerezza, dando per scontato che sarebbe stato sufficiente dire “FBI, non ti muovere!” per indurre Weir alla resa. Invece avrebbe dovuto pianificare con maggiore cura quell’operazione.
Saryo si accese una sigaretta. “Non è stata colpa tua, Magic.”, disse, quasi le avesse letto nel pensiero. La conosceva bene e gli bastava guardarla in faccia per capire che era profondamente amareggiata.
Paola scosse la testa, poi tornò a guardare il burrone. “Dobbiamo recuperare la salma. Sidney, per favore, chiama la centrale. Chiedi un altro elicottero.”
Tornarono stancamente al pick-up e Saryo riferì a Liz quello che era successo. Le sue parole furono accolte da una risata stridula. I due agenti osservarono la ragazza, perplessi. “Non è morto!”, sbottò Elizabeth. “Lui… non muore così facilmente. E adesso verrà qui per uccidermi.”

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IL FATTORE B 11

Alexsandr Alexsandrovic StavroginMentre Monica Yarbes sbrigava le formalità alla dogana e pochi minuti dopo saliva su un taxi, molto lontano da lì, in un grande ufficio due uomini si stavano fissando negli occhi. Lo sguardo di entrambi era imperscrutabile. Se il generale Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, temeva per la propria sorte, non lo dava a vedere.
Davanti a lui, seduto a un’ampia scrivania, con le spalle rivolte alla finestra, Vladimir Putin alzò un indice e glielo puntò contro. Però, parlò con calma.
“Così, Boris Nikolaevic, lei ha deciso di sabotare una missione da me personalmente ideata e messa in atto.” Non era una domanda, bensì un’affermazione.
Vatutin si limitò ad annuire con il capo. Nel frattempo, si domandava quasi oziosamente quale sarebbe stato il suo destino. A parte le inevitabili dimissioni, per usare un eufemismo, le possibilità erano due: Siberia oppure condanna a morte. Non vedeva altre strade. Si augurò che non ci fossero ripercussioni per la sua famiglia. Poi si chiese chi lo aveva tradito, ma era una domanda inutile. Di chiunque si trattasse, non faceva differenza.
Putin si alzò per andare alla finestra. La neve aveva cessato di cadere e un sole timido era apparso nel cielo di Mosca. La primavera era ancora lontana, ma l’inverno si stava lentamente allontanando.
Putin rimase in quella posizione per diversi minuti, quindi si voltò e tornò a sedersi. Fra numerosi fascicoli, impilati con cura, sulla scrivania c’era un bicchiere colmo d’acqua. Il capo della Russia tirò fuori da una tasca una moneta, la scrutò pensieroso, dopodiché la immerse nell’acqua. Un istante dopo la recuperò con i denti, tenendo le braccia dietro alla schiena.
Non era la prima volta che Vatutin assisteva a quella scena. Da tempo pensava che fosse come una specie di mantra o un modo, alquanto singolare, per fare luce sui propri pensieri. Comunque fosse, non batté ciglio.
Putin depose la moneta e fissò nuovamente lo sguardo sul direttore delle Operazioni. “E’ possibile, pressoché certo direi, che la sua iniziativa la priverà di uno dei suoi migliori agenti. Potrebbe perdere Stavrogin – ed è l’ipotesi più probabile, dato che egli si trova all’oscuro di tutto -, oppure Maruska Filippovna Baraskova. Ambedue le prospettive sono deprimenti.”
“Ritengo sia più deprimente lavorare per quel branco di assassini della CIA.”, ribatté Vatutin. Perso per perso, non vedeva perché non esporre con chiarezza la sua opinione. Non per giustificarsi, ma per spiegare la ragione del suo comportamento. Due cose diverse, considerò fra sé.
Poiché era abituato ad analizzare e a soppesare ogni particolare, anche il meno rilevante, colse nelle ultime parole di Putin una nota strana. Non aveva detto: “uno dei migliori agenti del SVR.” Aveva detto: “uno dei suoi migliori agenti”. E aveva usato il futuro. Ne fu decisamente meravigliato. Lo stupore aumentò in seguito a ciò che Putin aggiunse.
Guardando un punto imprecisato della parete, disse: “Silvio Berlini è un mio amico.” Poi ci fu un lungo silenzio. Forse, il presidente della Russia ripensava alle serate in cui l’imprenditore italiano aveva cantato per lui le canzoni napoletane o forse ricordava le barzellette, i moti di spirito, l’allegria che caratterizzava l’uomo. O forse, nella sua mente emergeva dalle nebbie del passato il ricordo di quando i carri armati tedeschi avevano invaso l’allora Unione Sovietica, portando morte e distruzione. O, infine, forse focalizzava il pensiero sui danni che la CIA aveva causato alla sua patria. Magari, tutte e quattro le cose.
Gli occhi celesti si fissarono nuovamente sul direttore delle Operazioni del SVR. “Non sono in grado di richiamare Stavrogin. A questo punto, nessuno lo è. Gli americani pagheranno comunque il prezzo pattuito, anche se la sua missione dovesse fallire: non sanno di Baraskova. Qualora il capitano  Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin dovesse perire, non sarebbe morto invano, perché il prezzo pattuito è alto.” Qualche secondo più tardi, soggiunse: “Ho cercato di agire per il meglio. Certe scelte sono dolorose, ma talvolta inevitabili. A noi serve l’amicizia degli Stati Uniti. Non possiamo farne a meno, e non sarò certo io a mettere a repentaglio le nostre relazioni con loro.”
Trasse un profondo respiro e, con grande sorpresa di Vatutin, lo congedò con una stretta di mano.
“Ben fatto, generale.”, disse.

Dopo i due giorni trascorsi a Milano, Aleksandr si concesse un sonno più lungo del solito. Si svegliò alle nove del mattino, si rase, fece la doccia e indossò indumenti puliti. A quell’ora non servivano più la prima colazione.
Uscì dall’albergo, si fermò in un bar vicino, dove ordinò cappuccino e una fetta di torta, poi raggiunse a piedi il box.
Spirava un vento freddo che proveniva dalle montagne che sovrastano Lecco, però il cielo era sereno e sgombro da nubi. Il capitano lanciò un’occhiata alle acque increspate del lago. Immaginava che fossero gelide, comunque era una visione affascinante.
Una volta che fu all’interno del box, prese il fucile, lo smontò e lo rimontò con attenzione, controllando che tutti i meccanismi funzionassero perfettamente.
L’arma pesava circa quattro chili, aveva una portata di ottocento metri ed era dotata di un caricatore da dieci colpi. La canna, piuttosto sottile, terminava con un soppressore di fiamma ed era internamente cromata in modo da aumentare la resistenza alla corrosione.
Oltre a quella era munito della pistola con cui aveva ucciso il sicario spagnolo; inoltre disponeva di altri due strumenti che avrebbero potuto dimostrarsi molto utili.
Quando ebbe terminato, il capitano andò a cercare un buon ristorante.
Durante il pranzo – uno squisito bollito misto con contorno di patate lessate, e senape e mostarda in abbondanza – meditò sul fatto che, come gli aveva detto Putin, era davvero fortunato ad agire in Italia: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia il suo compito sarebbe stato alquanto più complicato.
Suo padre, Matrioska, era andato in America, passando dal Messico, si era sobbarcato un viaggio interminabile ed era giunto in Virginia. Lì aveva eliminato il cekista numero uno della CIA, John Lodge, per fare poi ritorno in Europa. Era stata la sua impresa più grande. Il giovane ufficiale rivolse lo sguardo al lago, rimpiangendo di non averlo mai conosciuto.

Quello stesso giorno, alcune ore più tardi, due persone osservavano interessate l’ingresso, che mediante un lungo viale porta alla villa di Berlini, a Erba.
A parte le macchine dei carabinieri, non c’era niente di rilevante da guardare. Ma entrambe le persone, benché per motivi diversi, sapevano che prima di sabato non sarebbe accaduto nulla.
La donna bionda, alta e attraente, cercava di stabilire dove Stavrogin avrebbe posteggiato la Bmw e che posizione avrebbe scelto per sparare.
Il ragazzino, smilzo e infreddolito, aveva preso la corriera da Pusiano, un paese distante pochi chilometri, spinto dalla curiosità. Il messaggio che aveva decifrato parlava chiaro. Sembrava tratto da uno di quei romanzi di spionaggio che suo fratello, maggiore di due anni, leggeva avidamente, mentre fingeva di svolgere i suoi compiti.
Il messaggio indicava chiaramente che in quel luogo sarebbe stato consumato l’omicidio del bersaglio, che il killer assoldato dal suddetto bersaglio era morto e che tutto procedeva a dovere. Tuttavia, nel caso che sabato il bersaglio non si fosse mostrato, l’azione sarebbe stata trasferita in un non ben precisato stadio di calcio. Luca Scalabrini aveva fatto due più due, pervenendo alla logica conclusione che in quel caso – per lui deludente – il teatro dell’assassinio sarebbe stato il Giuseppe Meazza di Milano.
La donna e il ragazzino si allontanarono più o meno nello stesso momento.

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La valle di Phil 2Phil seguì una pista che si inoltrava nel folto degli alberi. Dopo una serie di curve, il sentiero si interruppe bruscamente davanti a una parete di roccia. Weir scese di una cinquantina di metri, lungo un pendio scosceso, e trovò un’altra mulattiera, parallela alla prima, che girava intorno alla montagna. Era guidato dal chiarore lunare, quella notte particolarmente intenso, e non ebbe bisogno di usare la torcia elettrica. Si era chiesto più volte chi avesse tracciato quei sentieri, pervenendo alla conclusione che dovevano essere stati gli indiani, in un passato molto lontano.
Proseguì per circa mezz’ora e trovò il passaggio che cercava: uno stretto camminamento che si insinuava fra due pareti rocciose. Si fermò un istante a riflettere. Probabilmente era stato troppo ottimista: pur considerando che Liz era una ragazza forte e agile, un solo viaggio non sarebbe stato sufficiente per trasportare il Kalashnikov, le bombe a mano, i caricatori e soprattutto le due casse di dinamite. Si infilò il maglione che portava allacciato alla vita, perché l’aria era diventata fredda, e percorse la strettoia, cercando di calcolare i tempi esatti che gli sarebbero occorsi. Alla fine si trovò su una terrazza naturale, posta sotto allo spartiacque. Aveva evitato le sentinelle che stazionavano in alto e ora la Green Valley si stendeva ai suoi piedi.
Guardò in basso e sentì che il suo sangue si gelava. Sconvolto, rimase fermo con gli occhi sbarrati.
Quello che vedeva era un paesaggio desolato e terribile. La foresta di pini non esisteva più. La Green Valley era ridotta a una specie di cratere lunare, dove spiccavano grandi costruzioni metalliche, circondate da un muro di cinta, e più all’esterno da un’alta recinzione. Dove un tempo c’era stata la sua baracca, avevano ricavato uno spiazzo che ora era occupato da due vecchi Sea Stallion. Dall’altra parte gli parve di riconoscere la rampa di lancio di un missile. In base alle dimensioni di quella che in tutta evenienza era una caserma, calcolò approssimativamente che dovevano esserci circa duecento soldati.
Li avrebbe uccisi tutti! Quello che avevano fatto era uno scempio, un autentico abominio. E Weir non era così ingenuo da non immaginare a quali orribili esperimenti si dedicassero in quel posto isolato e protetto dai monti. Avevano abbattuto gli alberi; gli animali della valle erano sicuramente morti. Avevano portato la distruzione e il terrore in un luogo sacro, avvelenando la natura, sopprimendo ogni forma di bellezza.
Dovevano pagare.
Immobile come una statua, avvertì l’ira crescere dentro di sé. Cercò di tacitarla, sebbene fosse difficile, per non perdere la lucidità. Scelse la postazione dove si sarebbe messo con l’AK-47. Era un crepaccio nascosto, protetto da un solido spuntone di roccia. Li avrebbe costretti a venire allo scoperto con la dinamite. Si segnò mentalmente i punti più adatti per provocare il maggior numero possibile di vittime. Individuò sulle torrette quattro sentinelle che non gli sembrarono particolarmente attente: era chiaro che si sentivano al sicuro. Chi avrebbe potuto attaccare una remota base dell’esercito degli Stati Uniti?
Io.
A un tratto sentì l’inconfondibile rumore di un elicottero che si avvicinava, ma era quasi impossibile che lo scorgessero.
Si voltò e scrutò in alto. La montagna si profilava contro il cielo, scura e gigantesca. Weir captò la sua collera. Era la guardiana della valle e adesso reclamava vendetta.
 
Non appena l’elicottero toccò il suolo, Paola Chianese balzò a terra. Elizabeth Margraeve li aspettava, a non più di trecento metri di distanza. Paola si incamminò verso di lei, seguita da Saryo. Quando la raggiunse, vide che la ragazza era in lacrime. Paola le cinse una spalla con fare protettivo. “Stai tranquilla.”, le disse. “Hai agito nel modo migliore.”
La telefonata era stata lunga e penosa. Elizabeth alternava brevi frasi a interminabili silenzi. Malgrado la linea fosse disturbata, si capiva benissimo che stava piangendo. Grazie alla sua esperienza, Paola era riuscita a farla parlare; il fatto di essere una donna l’aveva indubbiamente aiutata.
Liz tirò su con il naso. “Non lo so, però non volevo che tutte quelle persone morissero.”
“Hai fatto bene!”, ribadì Paola, sorridendole. “Ora spiegami tutto con calma.”
“Lui… sta esplorando la valle. Poi tornerà per prendere la dinamite. Secondo i suoi piani, avremmo dovuto muoverci la prossima notte.”
Paola annuì. “Perciò adesso è disarmato?”
“Sì. C’è un Kalashnikov, ma è nel mio pick-up.”
“Forse dovremmo avvisare la base.”, interloquì Sidney.
Paola rifletté. “E’ inutile.”, poi disse. “Sta soltanto perlustrando il territorio. Quando farà ritorno qui, lo arresteremo.” Si rivolse nuovamente a Liz. “Vi siete dati un appuntamento?”
“Non preciso. Ma credo che tornerà all’alba.”
“Bene. Non ci resta che aspettarlo.”
Diede la mano a Liz e gliela strinse. Sapeva quanto le stava costando quello che lei a torto giudicava un tradimento; aveva inquadrato la sua personalità: era una donna energica e volitiva, ma purtroppo era stata plagiata da Weir. La ammirò sinceramente per il coraggio che aveva dimostrato chiamandola.
E all’improvviso fu come se si fosse rotto un argine. Liz raccontò tutto, ogni cosa: dal primo incontro con Phil fino all’uccisione di Patsy; non nascose nulla e non cercò di trovare alcuna attenuante. Sembrava un fiume in piena, tuttavia si esprimeva con grande chiarezza. L’umanità di Paola aveva toccato corde nascoste che forse nemmeno lei pensava di possedere. Infine tacque, e il silenzio della notte li avvolse.
Saryo tossì, rompendo quell’incantesimo. “Ero distratto.”, disse a bassa voce. “E non ho ascoltato.”
“Io sì, invece.”, ribatté Paola. “Io ho ascoltato con molta attenzione.” La luna illuminava il suo viso, creando giochi d’ombre; la donna aveva un’espressione severa, ma gli occhi rimanevano nascosti. “Però c’è un problema. Non le ho letto i suoi diritti.”
Scosse la testa. “Quindi è come se Elizabeth non avesse parlato.”
 
Weir distolse lo sguardo dalla Green Valley.
I soldati non si erano limitati a estrometterlo dalla sua valle, negandogli con questo il karma: avevano anche profanato una terra di sublime purezza, trasformando quello che un tempo era stato un paradiso terrestre in un inferno vivente. Da ragazzo Phil aveva letto “The Lord of the Rings”, il famoso libro di J.R.R. Tolkien; ricordava bene le descrizioni di Mordor, la cupa landa del Signore del Male. Ecco, quelle descrizioni si adattavano perfettamente a ciò che era diventata la Green Valley. Erano morti alberi, animali, fiori. Era morto lo spirito magico dei boschi e dei prati. Non esisteva peccato più grave, e la punizione poteva essere una sola.
Quel ricordo ne portò con sé un altro, questa volta legato all’infanzia. Si trovava su una spiaggia, in riva all’oceano, e aveva appena finito di costruire un magnifico castello di sabbia. Nella sua immaginazione quel castello era reale ma, mentre lo contemplava orgogliosamente, fantasticando su cavalieri, principesse e draghi, il gioco fu interrotto da due bulletti che calpestarono la sua creazione. Erano due bambini più grandi di lui, abitavano vicino a casa sua, e anche in seguito lo avrebbero tormentato e mortificato. Poi, però, Weir era cresciuto…
Tornò indietro, cupo in volto. Benché non dormisse da ventiquattro ore, era sostenuto dall’adrenalina.
Si domandò se Liz si sarebbe dimostrata all’altezza del compito che la attendeva. Scrollò le spalle. In fondo, avrebbe dovuto solo portare dei pesi, e magari lanciare qualche bomba. Al resto avrebbe pensato lui.
Il sole sorse a est, illuminando le montagne. Una brezza calda proveniva da sud. Weir si tolse il maglione.
Ritrovò il punto in cui bisognava risalire una scarpata per imboccare il sentiero parallelo. Salì agilmente fino alla parete di roccia; qui giunto, proseguì diretto al pick-up.
Scorse la silhouette di Liz.
Lo stava aspettando in piedi.
Aveva l’aria ansiosa. C’era luce a sufficienza per distinguere l’espressione del suo viso. Sarà tesa per questa sera, pensò. Decise che quel giorno avrebbero meditato: era la maniera migliore per prepararsi. Lui non aveva paura, ma poteva capire che Elizabeth fosse spaventata.
Ormai era a dieci metri da lei.
All’improvviso, si fermò.
C’era qualcosa che non andava. Osservò con attenzione il volto di Liz. Era mortalmente pallido. Le guardò le mani e notò che tremavano.
Era una reazione eccessiva. Mancavano ancora molte ore…
Avvertì come una sensazione di pericolo, però non riuscì a decifrarla appieno.
Liz era stata sorpresa da una sentinella?
Si guardò attorno, ma non vide nessuno. C’erano solo Liz, il pick-up…
Poi sentì dei passi.
E una voce femminile.
“FBI, non ti muovere!”

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OGGI SCRIVETE VOI

Oggi scrivete voiHo incominciato a scrivere post l’otto marzo del 2006, dapprima su Splinder e in seguito alla chiusura di quella piattaforma su WordPress, e non intendo certo smettere di farlo. Per una volta, però, mi piacerebbe rivolgervi una domanda.
Il quesito è il seguente: fra tutti i miei personaggi – di romanzi, racconti lunghi o brevi, e post singoli – qual è o quali sono il vostro/i vostri protagonisti preferiti? Non deve trattarsi necessariamente di una scelta basata sulla simpatia oppure sull’etica, anche un “cattivo” va bene, se a vostro giudizio è stato caratterizzato in modo adeguato. Naturalmente non siete obbligati a partecipare a questo sondaggio, ma qualora decideste di darmi il vostro gradito contributo, mi farebbe piacere leggere anche una motivazione, breve o lunga che sia.
(Avevo pensato di proporre un elenco, ma mi sono accorta che sarebbe interminabile :-P)
Grazie 🙂

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