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Archive for luglio 2015

IL POSTO DELLE FATE 4 DI 4

Il posto delle fateLei scese da una nuvola camminando a piedi scalzi.
L’inverno finalmente era finito. Giorgio non ricordava di aver mai visto tanta neve. Adesso le giornate si allungavano, e il prodigio dell’alba competeva con l’incanto del tramonto, mentre ovunque fiori nuovi e bellissimi sbocciavano nell’eterno tripudio della vita. Un vento lieve, mite, accarezzava le fronde degli alberi, sussurrando antiche storie e vecchie leggende. Ormai gli alberi le conoscevano a memoria; tuttavia il vento sapeva rivestirle di sapori inediti, aggiungendo particolari o rivelando pezzi di un mosaico che non si sarebbe mai completato. Poi la brezza salutava i vecchi amici per andare a ovest, e nel parco scendeva il silenzio, interrotto solo dalla voce di qualche bambino o dai bisbigli degli innamorati.
Volgeva l’ora del crepuscolo, e Giorgio, seduto su una panchina arrugginita dal tempo, contemplava il miracolo che si rinnovava. Giorgio non amava l’inverno, odiava il freddo e temeva le gelide aurore che lo vedevano uscire di casa tutto intirizzito. Egli amava la primavera e l’estate, il verde dei prati e le spighe di grano, il mare verde e profondo e le notti stellate.
Un tempo, aveva amato anche l’amore. Erano stati giorni felici, prima che Chiara lo lasciasse, ma ormai quei ricordi, tutti quei ricordi, belli o brutti che fossero, spiragli di una luce passata o brume intessute di malinconia, erano finiti nella valigia destinata alle fate, ed esse l’avevano recata lontana, oltre il tempo e lo spazio.
Giorgio viveva un oblio sonnolento, che neppure le amate letture o i dischi della California riuscivano a trasformare in un inizio di percorso. E’ pericoloso uscire di casa, perché quel sentiero potrebbe condurti lontano, in luoghi inimmaginabili e senza nome, laddove ogni incontro celerebbe rischi di incalcolabile portata oppure, se la fortuna fosse amica, amicizie nuove e sorprendenti. Giorgio sorrise senza sorridere, pensando che per lui non esisteva più alcun sentiero, tranne quello che lo portava al posto delle fate.
Ricordava l’ultima domanda che gli aveva rivolto Stefania, quella decisiva: “Hai ancora voglia di vivere?”
E ricordava di non averle risposto, distogliendo lo sguardo, come per sfuggire all’indagine di quelli occhi sereni, che però nascondevano un’ombra di disagio, di pena, forse di quella compassione che lui non accettava, e che non avrebbe mai accettato.
Ogni vita ha una parvenza di progetto, ma esso non è mai compiuto: il caso o la perseveranza, il mutare delle sorti o la fede in se stessi, la fatalità o il coraggio, sono in grado di indirizzarla in modi del tutto diversi, a seconda che trionfi l’ottimismo della volontà o il pessimismo della ragione. Non rammentava a chi appartenesse quella frase, e sebbene ne condividesse il senso, in un modo o nell’altro l’aveva sempre elusa, rifugiandosi in un solaio di pensieri ormai appassiti, simili a quegli oggetti che non servono più a nulla, ma che non si ha il coraggio di gettare.
Il sole stava per tramontare e ora l’aria si era fatta più fresca. Giorgio si strinse nel giubbotto, ma senza abbandonare quella panchina che rappresentava il suo unico rifugio. Per la prima volta notò una scritta, che in passato gli era sempre sfuggita; fu un ultimo lampo di luce a mostrargliela. Erano due nomi intrecciati in un cuore. Marco e Letizia. Per un momento Giorgio vide, o pensò di vedere, un uomo che si allontanava da quella panchina. Percepì addirittura i suoi pensieri, e quelli di lei, per uno di quei fenomeni inesplicabili che forse esistono o che magari appartengono all’immaginazione dei folli.
Marco sapeva che se lei gli avesse chiesto di gettarsi in un burrone, lui avrebbe obbedito senza esitare. E non si sarebbe limitato a questo. Una graziosa casetta immersa nel verde. Vasi di fiori a ogni finestra. Uscire al tramonto con Sally, respirando l’aria viva della natura. Rincasare per raggiungere Letizia che lo aspettava a letto.
Se il tempo fosse gestito dall’uomo, tutto questo si sarebbe realizzato. Ma il futuro non è una linea retta che attraversa i campi della vita; è più simile a un cerchio tracciato da un compasso misterioso, che persegue fini propri e oscuri.
Marco si alzò dalla panchina e si avviò lentamente verso l’uscita del parco. Durante quel tragitto eterno non si girò mai perché non voleva vederla piangere.
Ma sentì Sally guaire.
Giorgio provò un moto di commozione. Si chiese il motivo per cui due persone che si amavano avevano deciso di troncare il loro sogno. Poi, subitanea, l’immagine scomparve, e assieme ad essa, anche quel senso di profonda comunanza che egli aveva provato. Ormai Marco e Letizia appartenevano al passato, e lui non avrebbe mai saputo quello che era successo dopo. Si disse che forse all’epoca erano già sposati con altre persone; ma presto il quesito perse importanza. A ciascuno la sua vita, pensò alzandosi dalla panchina.
Fu allora che vide Stefania.
La donna era in piedi davanti a lui, presumibilmente già da qualche minuto. Lui la osservò, sorpreso.
Il tempo si fermò, e rimase fermo a lungo, mentre le ombre della sera scendevano sul posto delle fate.
“Sono qui.”, disse semplicemente lei.
“Sono qui per restare.”
La fata tornò sulla nuvola camminando a piedi scalzi.

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RAGE 53

SarahIsraele è paragonabile a un’isola che i velieri nemici circondano da ogni lato. Se i cannoni delle navi ostili oggi non sono forse all’altezza, potrebbero esserlo domani. Occorre, dunque, mostrarsi sempre pronti, di notte e di giorno.
Qui si lavora duramente, ci si addestra in continuazione, maschi e femmine prestano il servizio militare, e chi ha due figli li manda a scuola su autobus diversi, così, se dovesse succedere qualcosa all’uno, almeno l’altro si salverebbe.
Gli israeliani, o quantomeno una parte di essi (escludendo i poco amati ultraortodossi), non sono simili agli altri ebrei sparsi per il mondo. Non accumulano ricchezze, non piangono in continuazione per ciò che erroneamente viene definito olocausto, ma che fu qualcosa di molto diverso e di ben più tragico di un sacrificio volontario offerto a Dio; essi sono duri, spietati, efficienti ai massimi livelli, e non perdonano mai.
Questo valeva anche, e soprattutto, per Aaron Ben-David.
Nella sua lunga vita il capo del Mossad aveva perso molti uomini e molte donne, lui stesso ne aveva uccisi e fatti uccidere in numero assai più elevato. Faceva parte del gioco. Ciò nonostante, forse a causa dell’età avanzata o del sincero affetto che provava per Sarah, le terribili immagini della sua decapitazione gli danzavano in continuazione davanti agli occhi, come un incubo che però era reale. Si era dimostrata forte, bella e fiera, disse a se stesso con un misto di rabbia e di ammirazione. Prima di riporla in un cassetto, contemplò per l’ultima volta una foto che la ritraeva in mimetica.
Non aveva letto il Vangelo. Conosceva invece il Corano, il Talmud, la Bibbia e, sebbene non fosse particolarmente religioso, ricordava molto bene un passo. “Occhio per occhio”.
Accese una Noblesse, aspirò una boccata di fumo, assorto nei propri cupi pensieri, poi sollevò il ricevitore. “Voglio qui David. Subito!”. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Quando avrò finito con lui, mettetemi in comunicazione con Langley. Desidero parlare con il direttore della CIA su una linea sicura.”
Cinque minuti più tardi David Chazan entrò nell’ufficio di Ben-David.
Era una figura lugubre. I capelli biondi, tagliati corti, contrastavano con il colore degli occhi, neri e privi di espressione, simili a un pozzo da cui non trapelava nulla. Di media statura, era robusto e largo di spalle, e questo costituiva un altro contrasto poiché il viso era magro, affilato e butterato. La carnagione era chiara, poteva ricordare quella di un nordico… o di un tedesco.
Aveva ereditato gli occhi dalla madre, i capelli dal padre, l’indole e la forza fisica dal nonno. Costui era stato Hauptsturmführer delle SS, in qualità di assistente di Kurt Franz, il comandante di Treblinka. Si era dato molto da fare e, dopo la guerra e un rapido processo, era stato giustiziato. Il figlio, che all’epoca aveva sedici anni, era cresciuto con un senso di rimorso e di ripulsa; nei limiti del possibile, aveva studiato gli orrori di cui si era macchiato il genitore, e a ventitré anni aveva scritto e pubblicato un libro che inizialmente era uscito solo in Gran Bretagna. In seguito, aveva visto la luce anche nella Germania ovest, suscitando reazioni diverse, ma perlopiù negative. Era un libro coraggioso, che raccontava con uno stile asciutto le infamie compiute dal Terzo Reich.
Avigail Mizrachi lo aveva divorato. Lavorava come infermiera in una base militare americana. Aveva voluto conoscere l’autore, e dopo la sua conversione alla fede della donna, i due si erano sposati.
Due anni più tardi, anche se con riluttanza, Israele li aveva accolti. Dalla loro unione era nato il piccolo David, che aveva assunto il nuovo cognome del padre (visti i precedenti, tale cambiamento era stato accettato). La mamma possedeva il ketubah, perciò al momento opportuno David ebbe il suo bar-mitzvah, come ogni ragazzo di madre ebraica.
I colleghi, però, quando parlavano di lui, lo chiamavano “l’assassino”. Non in sua presenza, perché David Chazan era temuto da tutti: se avesse avuto un carattere diverso, sarebbe salito molto in alto. Era tetro, introverso, taciturno, ma forse era il migliore. O, almeno, fra i primi cinque.
Ben-David non lo invitò a sedersi. Gli disse quello che voleva da lui, gli garantì informazioni precise e lo congedò. Benché lo stimasse, non lo considerava un uomo gradevole.
Il telefono squillò. Con un sospiro Ben-David si accinse ad affrontare un compito estremamente difficile.
“Buon giorno, Aaron.”
“Shalom, Brian.”
“A cosa devo l’onore?”
“Come dite voi americani? Quid pro quo?”
Seguì un silenzio. Brian Stevens era alquanto perplesso. Il Mossad non chiedeva favori, né li rendeva. Agivano in silenzio e spesso le loro azioni non entusiasmavano la CIA. Il che, peraltro, era reciproco.
Fu Ben-David a rompere il silenzio.
“Potrei fornirvi alcune notizie, piuttosto precise, sulla situazione ucraina e della Crimea.”
“Mmmm. Anch’io ho le mie fonti.”
“Oh, certo, non ne dubito… ma quattro occhi vedono meglio di due.”
“Capisco.”, ribatté Stevens, che in realtà non aveva capito ancora niente. “A titolo di amicizia?”, aggiunse, guardingo. Ben-David era notoriamente un asso; questo non escludeva che il direttore della CIA non si fidasse minimamente di lui.
“L’amicizia è sacra.”, disse l’israeliano. “Specie fra i nostri due popoli.”
“E’ indiscutibile.”
“Tuttavia un grande favore potrebbe essere compensato da un piccolo favore.”
Ecco: ci siamo, pensò Stevens. Avvertiva una vaga sensazione di allarme. Ma in quale direzione? “Dipende dal genere di favore.”
“Sarò franco.”, dichiarò Ben-David.
Stevens trattenne un sogghigno. Quando mai?
“Parli pure liberamente, la ascolto.”
“Sappiamo, tutto il mondo in verità lo sa, che la signora incontrerà, da sola, Ibrahim al-Ja’bari.”
“Sembrerebbe.”, disse cauto Brian Stevens.
“E lei sa certamente dove.”
Il direttore della CIA non rispose.
“Oh, andiamo.”, lo incalzò il capo del Mossad. “Non avranno fissato il luogo del rendez-vous attraverso segnali di fumo. Sarà stato l’NRO a provvedere, e quindi lei non può esserne all’oscuro. La scorterete? Non credo. Squire non vuole. Io conosco la signora da anni: è inflessibile nelle sue decisioni. Ora, lo scenario possibile è uno e uno soltanto. Verrà decapitata. Al Qaeda? Hamas? Ibrahim al-Ja’bari è peggio di tutti loro. Se è questo che desidera, faccia come preferisce. Ma noi possiamo salvarla dato che non dobbiamo obbedirle.”
“Che genere di operazione? Su larga scala?”, domandò Brian temporeggiando.
Ben-David tirò fuori da una tasca il fazzoletto e si deterse la fronte dal sudore: nello studio faceva caldo, ma non era per quello che sudava.
“No.”, disse. “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
Stevens rifletté. Si trovava di fronte al più grande dilemma della sua vita. Se avesse taciuto, forse Monica sarebbe davvero morta; se avesse rivelato il luogo, avrebbe tradito un segreto di Stato: e se, d’altro canto, si fosse deciso ad agire in proprio, come una parte del suo cervello macchinava, si sarebbe reso colpevole di un grave caso di disobbedienza. Negli Stati Uniti, il direttore della CIA risponde solamente al presidente, ma non viceversa, e l’obbedienza è un fatto scontato, a prescindere dalla validità degli ordini. Che siano buoni o cattivi non conta. Sono comunque ordini.
A migliaia di chilometri di distanza, Ben-David stava fumando un’altra Noblesse.
Esisteva infine un’ulteriore considerazione, la quale esulava da leggi, regolamenti e consuetudini. Brian aveva lavorato con Monica, erano stati agenti e quando lei aveva preso il posto che lui occupava attualmente lo aveva nominato DDO. Da ultimo, lo aveva issato in cima alla torre, nell’ufficio da cui adesso guardava il Potomac. La stimava. E le voleva bene.
Fu questo a deciderlo.
Al diavolo le conseguenze!
Assunse un tono di voce duro e arrogante. “Nessuna pubblicità, Aaron! Nel modo più assoluto. Non rivendicherete un bel niente. Non vi farete belli. E’ chiaro?”
“Non ne dubiti. Non desidero alcun tipo di pubblicità. Ciò che voglio è vendicare Sarah Gabai. Era come una figlia, per me.”
Brian Stevens trasse un profondo respiro.
“E allora proceda. Si incontreranno a…”

I puntini di sospensione verranno tolti fra circa un mese, con il nuovo capitolo, preceduto da un doveroso riassunto.
Nel frattempo, comunque, il blog andrà avanti. Se, però, ci fossero delle proteste (almeno cinque),  in tal caso proseguirei, rimandando il riassunto.
Buona lettura 🙂

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IL POSTO DELLE FATE 3 DI 4

Il posto delle fateI nostri piedi affondavano nella neve. Il grande parco era silenzioso. Benché non amassi l’inverno, se avessi avuto una sola possibilità di trovare la pace, quello era certamente il luogo più indicato. Ero arrivato in anticipo e mentre aspettavo Stefania avevo ascoltato “Nothing Else Matters”. L’avevo già sentita cento volte. Avevo già sentito cento volte tutto il “Black Album”. Io ascolto i Metallica per combattere la rabbia, o la disperazione.
Never opened myself this way
Life is ours, we live it our way
All these words I don’t just say
And nothing else matters
Ci dirigemmo verso l’estremità settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, ecco il vecchio museo. A seguito di uno scandalo, il museo era stato chiuso e le fate avevano abbandonato il parco. La leggenda narrava che fino a quel momento avevano protetto gli innamorati che si recavano lì.
“Tu sai di che scandalo si trattò?”, mi chiese Stefania.
“L’assessore alla cultura pretendeva determinati servizi dalle dipendenti. Altrimenti avrebbe trovato il modo di licenziarle. Questo almeno era quello che affermava; loro avevano paura di perdere il posto di lavoro e perciò gli obbedivano. Alla fine una ragazza lo denunciò.”
“Sesso?”
“No. Peggio. Amava seviziarle.”
Restammo in silenzio, inseguendo i nostri pensieri. Faceva molto freddo, ma il sole finalmente si era liberato delle nubi.
“Sta arrivando una bella giornata.”, dissi.
“Perché hai voluto vedermi?”
Mi fermai per guardarla negli occhi. “Non lo so.”, risposi. Era vero: non avevo un’idea precisa in mente; soltanto molta confusione. Da quando Chiara mi aveva lasciato ero sempre confuso. “Saranno due settimane che non parlo con nessuno.”, risposi come se stessi rivolgendomi a me stesso. “Ma non cerco pietà o compassione.”
“Ti sono amica, lo sai.”
Osservai le panchine, rimpiangendo che non fosse estate. Avremmo potuto sederci e godere del tepore del sole. “Il passato non muore mai.”, dissi. “Esistono dei ricordi che il tempo non può cancellare. Molte cose svaniscono, perché non avevano un grande significato; altre, invece, restano e all’improvviso tornano, come una luce nel buio della notte più tenebrosa.”
“Non sei cambiato.”, disse Stefania.
“Ho solo trent’anni di più.”
Conoscevo già la sua situazione: aveva un legame, ma non ritenevo che fosse un legame esclusivo. Pensavo che esistesse uno spazio a me riservato. Sapevo che era un’idea quantomeno presuntuosa, ma non mi importava. Quando hai toccato il fondo ti senti in diritto di dire e pensare ciò che vuoi.
La guardai di nuovo. La maturità aveva addolcito i suoi lineamenti. Era bella e dimostrava almeno dieci anni in meno. Ma gli occhi erano quelli di sempre: castani, dolci e profondi. “Sono confuso.”, affermai rivelando una parte di ciò che pensavo. “Da quando lei è andata via, ho sognato soltanto che tornasse. E forse lo sogno ancora, però sogno anche altre cose.”
Stefania scosse la testa. “Non si può sempre sognare; io ascolto canzoni di trent’anni fa, ma intanto il tempo è passato e anche noi siamo cambiati: dobbiamo trattarci con delicatezza perché entrambi abbiamo sofferto e ora siamo fatti di cristallo. “Felicità e vetro” dice un proverbio tedesco “come facilmente si rompono!”
Annuii. “Sarà il tempo a decidere.” Poi sorrisi. “Sai cosa ho fatto dopo aver visto per l’ultima volta Chiara? Ho immaginato di avere con me una borsa, spaziosa ma leggera. Focalizzai la mia mente sui momenti più tristi della mia vita. Non mi sforzavo di cercarli; arrivavano da soli, e man mano li infilavo nella borsa. Raggiunsi il posto delle fate, chiusi bene la borsa e la gettai in un cespuglio. Sapevo con certezza che una fata sarebbe tornata, avrebbe preso la borsa e l’avrebbe portata lontano.”
“Un’idea romantica.”
“Le fate sono tornate, Stefi. Le fate tornano sempre. Se così non fosse, la vita non avrebbe senso, non sarebbe degna di essere vissuta. Io credo che un uomo abbia il diritto di cercare la felicità. Il problema è che spesso non ne è capace. E allora ci pensano loro. Le fate.”
Lei taceva e io mi domandai a cosa stesse pensando. Aveva un’espressione serena; questo mi era di conforto. Riprendemmo a camminare. Negli ultimi tempi rimorso e rimpianto erano stati i miei più fedeli compagni; ma ora non volevo più soffrire. Sapevo che non sarebbe stato facile, che sarebbe stato difficilissimo. Mi attendevano altri risvegli amari e altre notti insonni; ma avrei combattuto, avrei cercato di ritrovare una luce, e se fosse stata flebile, loro l’avrebbero resa più forte.
Finalmente raggiungemmo il posto delle fate. Fu allora che ricordai una cosa fondamentale: nella borsa avevo messo tutti i momenti tristi della mia vita… tranne uno. Il più importante. Adesso dovevo farlo. Ricreai la borsa nella mia mente, e inserii quell’ultimo ricordo. Il giorno in cui Chiara mi aveva lasciato. Non ero sicuro che le fate fossero disposte ad aiutarmi ancora, però sapevo che erano lì e che leggevano nella mia anima. Sapevo anche un’altra cosa. Che esiste un limite alla sofferenza, oltre il quale c’è solo la pazzia. Gettai la borsa e cercai lo sguardo di Stefania.
“Sarà il tempo a decidere.”, ripetei. “Forse sarà una decisione buona, forse no. Non c’è mai niente di garantito. La nostra strada corre attraverso campi e ruscelli, ma spesso finisce in burroni cupi, avvolti nella nebbia. E’ possibile uscirne, ma occorre anche un po’ di fortuna. Non tanta. E’ sufficiente che le fate tornino a sorriderti.”

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RAGE 52

Monica SquireLo splatter piace, si disse Daigh, il Mago, però le immagini devono essere perfette, nitide, chiare, definite. Davanti a lui, in ginocchio con le mani legate dietro la schiena, ma a capo scoperto, stavano Sarah e Lucie.
L’israeliana manteneva un’espressione fredda, da cui trapelava disprezzo; Blanchard muoveva appena le labbra. Pregava.
Daigh annuì.
Il boia decapitò prima Sarah, poi Lucie.
Bene, pensò Daigh.
Programmò la visione su internet per l’indomani.
Quando mezzo mondo vide quelle terribili immagini – i ripetuti primi piani delle due donne, i loro occhi, la glaciale compostezza dell’una e la trattenuta disperazione dell’altra, seguiti dall’azione del boia – rabbia, indignazione, odio accomunarono milioni di persone. Invano, si cercò di rintracciare la provenienza dell’ip.
A tarda sera, la notizia diffusa dalla Russia – Ibrahim al-Ja’bari era stato ucciso – suscitò entusiasmo e una feroce soddisfazione.
Alcuni minuti più tardi, a Boston, un ragazzino introverso che non eccelleva negli studi, che era negato per qualsiasi sport e che era ignorato dalle compagne di scuola, scoprì due cose: l’indirizzo dell’ip e il fatto che l’arabo era ancora vivo. Poi ne scoprì una terza che chiunque al posto suo avrebbe divulgato, poiché indicava il giorno della distruzione di Londra.
Ma Stephen, questo era il nome del ragazzo, tenne la bocca chiusa, così come aveva già fatto quando era “entrato” nel cervellone di Quantico, senza che l’FBI se ne accorgesse.

Mentre un led intermittente lampeggiava, il telefono privato di cui pochi al mondo conoscevano il numero squillò. Monica Squire si svegliò di soprassalto, accese la luce e guardò l’orologio: erano le quattro di notte. Mio Dio, pensò, l’Unione Sovietica ha invaso la Germania ovest! Una massa di ventimila carri armati che entro tre giorni sarebbe arrivata a Calais. Gli ordigni nucleari tattici… dobbiamo…
Poi si riprese. Trasse un profondo respiro e rispose.
“Brian Stevens.”, disse la voce del direttore della CIA.
“Sì, Brian?”
“Monica, mi ascolti attentamente.” In privato non la chiamava signora, dato che avevano lavorato insieme a Langley.
“Ci proverò.”, rispose lei sbadigliando.
“C’è stata una riunione, una brutta riunione. Oggi lei verrà convocata e, qualora si opponesse a quello che le chiederanno di fare…”
Ci fu una pausa imbarazzata.
“Ebbene?”
“Impeachment.”, disse Stevens in tono piatto.
Squire si svegliò del tutto. Prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. La spense subito perché il sapore era orribile.
“Di chi è la proposta?”, domandò.
“Margaret Collins.”
Fu come se l’avessero colpita con un violento pugno allo stomaco. “Capisco.”, disse dopo un momento.
“Per la verità, c’è già stata una votazione. Si è risolta con un pareggio, ma ho i miei motivi per pensare che un paio di persone sarebbero pronte a cambiare campo. Alla fine, è stato Brubeck a proporre un incontro. Fiutava l’aria, secondo me. Lui è contrario.”
Monica fece un sorriso amaro. Proprio come ai tempi dell’Urss. Il Politburo si riuniva e, a sorpresa, il segretario generale veniva deposto. La tipica congiura di palazzo.
“Procediamo con un’operazione alla bin Laden.”, suggerì il direttore della CIA, pur sapendo che la richiesta sarebbe stata ancora una volta respinta.
“No. Senta Brian, la ringrazio di cuore. Stia sicuro che non dimenticherò questa telefonata. Dica a Kline di contattare immediatamente l’assassino. Voglio vederlo al più presto. Chiamerò Bill a mezzogiorno. Ah, un’ultima cosa: ho bisogno di documenti falsi. A nome di una giornalista. Telefonerò anche a lei e le dirò dove trovarmi.”
Riagganciò, fece una rapida doccia, indossò abiti sportivi e uscì nella notte.
Gli agenti del servizio di sicurezza la guardarono sbigottiti e lo stupore fu massimo quando ricevettero l’ordine di restare dov’erano. Poco convinti, si irrigidirono sull’attenti.

Il tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, non era arrivato a quell’altissimo livello affidandosi alla fortuna o basando le sue azioni sull’operato di tre soli uomini, per quanto validi essi fossero.
Lasciava agli americani tali azioni da cow-boy. Dopotutto, il generale Custer non era nato in Russia. Per uccidere un orso, occorre attaccarlo da due lati. E ciascuno dei cacciatori deve avere un’arma di scorta, nel caso la prima si inceppi.
Invisibile nel cielo, il drone TU-300 (che ufficialmente era ancora in fase di sperimentazione, cosa non vera) tutto vedeva, trasmettendo a Mosca in un microsecondo le immagini catturate. Da Mosca rimbalzarono a bordo di un KA-52 Aligator, proveniente dal Sudan. L’elicottero viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri orari. Piombò sul terreno dove la jeep era esplosa, simile a un falco in picchiata.
Ben prima di toccare il suolo, il cecchino imbracciò Il fucile MTS-116M e fece fuoco.
Del mamba non rimase più nulla.
Poche ore più tardi, Miloslav Pomarev fu ricoverato all’Istituto di medicina e ricerca di Stato a Mosca.
Prima di sera, un missile Kh-55SM distrusse la vecchia fortezza.
Il giorno seguente, per volere di Putin, Yarbes salì su un aereo e venne rispedito negli Stati Uniti.

William Hunt studiò attentamente i fascicoli ricevuti da Sir Edward. Quindi, svolse delle indagini dalle quali appurò che uno dei soggetti era in Iraq, un altro in Giappone. Il terzo, invece, sotto falso nome, si trovava a Londra. Era Ivan Vladimirovic Todorov.
I documenti erano stati già usati in precedenza, ma non c’era niente di strano in questo. Todorov se ne infischiava; era addirittura insolito che si fosse preso la briga di utilizzarli, anziché presentarsi come Todorov in persona.
Sapeva che, benché fosse odiato, era altresì considerato prezioso. Un giorno o l’altro avrebbe potuto lavorare per la Gran Bretagna, così come in passato aveva fatto con varie altre nazioni. Era il numero uno nel suo campo. Ed era difficile resistere al suo sinistro fascino. Alla competenza. E alla mancanza di scrupoli. Un mercante di morte, si disse Hunt. E un maestro di tecnologia.
Poi due termini assorbirono la sua mente. Litio e Plutonio. Litio e Plutonio. Con questi elementi Todorov avrebbe costruito una bomba atomica.
Hunt rabbrividì.

Monica aveva appena finito di mangiucchiare un sandwich, quando Brian Stevens comparve nella tavola calda situata alla periferia di Washington. Vestiva di grigio, e grigio era il suo umore. Prese posto accanto a lei con aria cupa e le porse un passaporto. “Dovrà tingersi i capelli e mettere degli occhiali.”
“Non c’è problema.”
Brian ordinò un caffè, squadrando con disgusto alcune ciccione che si imbottivano di dolci. Il suo ribrezzo si estese ai bambini, grassi quanto le loro madri. Al contrario, benché fosse pallida, Monica sembrava in perfetta forma: jeans e sneakers la ringiovanivano.
“Il comitato Rage?”, si informò Squire.
“Procederanno.”, disse Stevens.
“Che si impicchino!”
Stevens annuì. “E’ ciò che accadrà. Almeno, me lo auguro.”
“Brian, io ho affrontato Matrioska. Crede che abbia paura di quattro traditori?”
Stevens sorrise. “Conosce già la risposta.”
“Kline?”
“Ha stabilito il contatto. Vi incontrerete fra quattro giorni e io verrò con lei.”
Squire scosse il capo. “E’ gentile da parte sua propormelo, però la risposta è no.”
“Lo immaginavo.”, mormorò Stevens. “In ogni caso, sappiamo dove.”
“In Egitto?”, chiese Monica.
“Oh, no. In un Paese notoriamente ridicolo in fatto di intelligence.”

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IL POSTO DELLE FATE 2 DI 4

Il posto delle fateOttobre arrivò cogliendoci di sorpresa.
Ci incontrammo nel parco. Ero stato io a pregarla di evitare i soliti bar: non era di un aperitivo che avevo bisogno; e mi infastidiva l’idea di trovarmi confinato in un piccolo tavolo, mentre attorno a noi gente sconosciuta vociava scompostamente, vuote risate echeggiavano volgari, camerieri frettolosi e poco educati sbagliavano le consumazioni.
Volevo parlarle, ma in un luogo silenzioso. Soprattutto desideravo immergermi nei colori dell’autunno, assaporare la presenza di alberi e piante, dei tappeti di foglie bruciate, del lieve sussurro del vento. In questo quadro, era contemplata solo la presenza di una ragazza che portasse a spasso il cane. Indossavo dei pantaloni grigi di lana e un maglione verde sotto la giacca spigata. Chiara si era presentata in modo più sportivo, jeans e un giubbino Geox. Si accese una sigaretta, porgendomi poi il pacchetto. Ma io avevo smesso di fumare. Il silenzio si protrasse fino a trasformarsi in una corda tesa, che lei provvide a spezzare.
“Cosa vuoi da me, Giorgio?”
Non risposi subito. La mia mente vagava lontano; ricordi belli e brutti si affastellavano senza un ordine preciso. Fissai lo sguardo su un punto imprecisato del parco, mentre il tramonto rinnovava il suo eterno prodigio. “Vedi”, avrei voluto dirle, “io ti amo ancora. Se ho sbagliato, ho capito anche il mio errore, e sono pronto a ripararlo. Concedimi una possibilità. Una soltanto.”
Invece, dissi: “Ti vedi con qualcuno?”
Chiara annuì. “E tu?”, chiese di rimando.
“Niente di speciale.”, mentii. “Si chiama Mariapia.”
“Non ti ho chiesto il nome.”, replicò quasi irritata.
Lasciai che il silenzio ci avvolgesse; intanto mi domandavo di quali parole avrei potuto avvalermi. Avrei voluto parlare di me. Raccontare tutto dal principio. E poi dirle che non esisteva nessuna Mariapia, all’infuori di una donna che mi vendeva la frutta.
Se siamo qui una ragione ci sarà.
“Vedi”, le avrei detto, “non mi hanno insegnato ad amare. Nessuno mi ha mai insegnato niente. Ho dovuto arrangiarmi da solo, e in certe cose ci sono riuscito, in altre no. Voglio dire che quel poco che so l’ho imparato sulla mia pelle: perciò è fatale che le mie conoscenze siano così limitate. Soprattutto per quanto riguarda l’amore. Ho vissuto un’infanzia grigia. Il mio cuore era sempre freddo. Mi sentivo inadeguato; a volte piangevo perché non provavo calore. Quel calore che ti entra nell’anima, come prodotto da una stufa magica; quel calore composto da torte di mele, senso di comunanza, un legame familiare così forte da farti sentire protetto, al sicuro. Percepivo il mondo esterno come un’entità ostile, tanti mostri pronti a divorarmi: e sicuramente non mi sbagliavo. L’ho imparato a mie spese, e allora mi sono chiuso in me stesso ignorando il pensiero degli altri. Non mi sono mai interessati i pettegolezzi maligni, la maldicenza, l’invidia. Davo per scontato che esistevano e la mia risposta era l’indifferenza.
Se i tuoi genitori non ti insegnano ad amare, come fai ad amarli? E se il mondo è crudele, come puoi provare empatia per la gente? Ho sempre pensato ai fatti miei, e se sono egoista lo devo a ciò: a queste basi di partenza, che, se ci ripenso, ancor oggi mi viene il magone. Ma non volevo neppure trasformarmi in un fuscello piagnucoloso, in balia delle correnti. Perciò ho chiuso a doppia mandata il mio animo, e ho lottato. Sono diventato pragmatico. Ho imparato a non esternare i miei sentimenti, posto che ci fossero.
A volte ci sono stati.
Per te c’erano, e ci sono. Tu non lo sai perché non te li ho mai mostrati. Non ne sono capace.
Ma, qualche piccolo gesto, di consuetudine o all’apparenza irrilevante, andava in quella direzione. Quantomeno, tentava di andarci. Era poco, lo so. Non posso darti torto. Non accampo scuse. Cerco di spiegare, il che è diverso.
Se ne fossi stato capace, ti avrei regalato il mondo; ma non era nelle mie corde. Ciascuno ha un suo destino, che è precostituito, un po’ come la storia della salvezza eterna di Lutero. Non credo a salvezze e condanne, ma l’esempio fila. La salvezza e la condanna sono su questa terra. Dopo morti, rimane solo polvere. Futili ricordi che il tempo spazzerà via. La salvezza è nei polmoni, nei vasi sanguigni, nel modo di affrontare la vita. In un gesto d’amore. Ma, se nessuno me lo ha mai insegnato, come è possibile pretendere che io sappia cogliere un fiore, e rivestirlo di mille significati?
Non ho raccolto fiori per te, non ti ho donato nulla.
Ma dentro di me l’ho fatto.
Non sai quante volte.”
Ma le parole non mi uscivano di bocca.
Capii che Chiara si stava alterando, che considerava il mio silenzio come una presa in giro.
I suoi occhi, color giada, mi fissavano freddamente.
Eppure a volte è tanto difficile parlare, spiegarsi, mostrare il proprio cuore nudo. La guardai per un breve istante, poi rivolsi la mia attenzione alle prime ombre della sera. Il silenzio mi sembrava di ghiaccio, e non riuscivo a romperlo. Ero come bloccato, e allora dissi tanto per dire: “A volte, è bello rivedersi. Come per una rimpatriata.”
Compresi di aver peggiorato la situazione, e non mi stupii vedendola alzarsi dalla panchina.
La osservai mentre si allontanava. Per un momento fui tentato di seguirla. Avevo dovuto insistere a lungo per ottenere quell’appuntamento, e così mi sembrava irrisolto. Ma cambiai subito idea. Non era irrisolto: benché non fossi riuscito a parlarle, avevo fatto comunque chiarezza in me stesso. Inoltre, l’avevo vista, un po’ sciupata forse, ma pur sempre attraente. E avevo ricordato i suoi difetti, che non erano né pochi né trascurabili.
Mi incamminai in direzione opposta, verso il posto delle fate. Sapevo che presto il custode avrebbe chiuso i cancelli del parco; tuttavia conoscevo una via di uscita che rimaneva sempre aperta.
Immaginai di avere con me una borsa, spaziosa ma leggera. Focalizzai la mia mente sui momenti più tristi della mia vita. Non mi sforzavo di cercarli; arrivavano da soli, e man mano li infilavo nella borsa. Raggiunsi il posto delle fate, che si trovava al confine settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, c’era un vecchio museo, abbandonato da anni. L’edificio formava un angolo retto con un deposito di legnami. A seguito di uno scandalo, il museo era stato chiuso e le fate avevano abbandonato il parco. La leggenda narrava che fino a quel momento avevano protetto gli innamorati che si recavano fin lì.
Nel frattempo avevo già intrappolato cinque ricordi. Il più triste risaliva forse a dieci anni prima. Erano le sei di una gelida serata invernale. Mi trovavo in una paese che si chiama Canzo, rabbrividivo per il freddo; ciò nonostante continuavo a osservare le vetrine dei rari negozi. “Se non rincaso”, mi dicevo, “non sarò solo.” Detto così, non suona tanto terribile: ma, come per i sogni, il punto focale non era rappresentato da ciò che accadde, in fondo poca cosa, bensì da quello che provai. Da come vissi quella sensazione angosciosa.
Canzo nella borsa.
Poi, via via gli altri, li facevo entrare uno alla volta, e non prima di averli identificati. Non me ne sarebbe scappato nemmeno uno.
Alla fine la borsa fu piena, la chiusi bene e la gettai in un cespuglio. Sapevo con certezza che una fata sarebbe tornata, avrebbe preso la borsa e l’avrebbe portata lontano. Guadagnai l’uscita del parco, e forse per la prima volta da quando Chiara mi aveva lasciato, non mi sentii solo. Non del tutto, almeno.
Però, avevo paura che fosse un inganno.
“E adesso io?”, domandai alla notte che profumava d’autunno.
La risposta fugò molte incertezze, sebbene non tutte.

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RAGE 51

hammadaLa riunione si svolse alle due di notte, all’insaputa di Monica Squire. Vi parteciparono quasi tutti i membri del comitato Rage, convocati a quella ora insolita da Margaret Collins.
L’atmosfera era tetra e solenne.
Collins annunciò che sebbene con grande dispiacere riteneva che fosse giunto il momento di ricorrere all’impeachment. “L’avete ascoltata tutti.”, dichiarò. “Un gran bel discorso, in teoria, ma in realtà un discorso pronunciato da una persona non più in grado di svolgere i propri compiti, una persona evidentemente disturbata. Per carità, c’è da capirla, ma questo non toglie che ormai sia inadatta a ricoprire il ruolo fondamentale che riveste. Un presidente degli Stati Uniti non può andare a inginocchiarsi davanti a un feroce assassino. In quanto alla corazza di cui ha parlato, essa è frutto di fantasia, indipendentemente dal fatto che gli americani abbiano apprezzato tale slancio poetico. Qual è il vostro pensiero, signori?”
Seguì un momento di silenzio.
Milton Brubeck alzò gli occhi al soffitto. “Non saprei.”, disse. “E’ una donna impulsiva, a volte incontrollabile; ma io la stimo. Vediamo i precedenti. Bill Clinton aveva mentito alla nazione, però il Senato lo assolse, in quanto un pompino è un fatto privato. Nixon fece di peggio, ma fortunatamente si dimise. Monica non lo farà. E qui non si tratta di un pompino, bensì di Londra… e di una bomba atomica.”
“Voto contro.”, intervenne Brian Stevens, il direttore della CIA. “Lei dice che andrà da sola. Così non sarà. Siamo ancora capaci di gestire certe operazioni. Prenderemo l’arabo e lo termineremo, seduta stante.”
Margaret bevve un sorso di caffè, quindi sbirciò il numero uno di Langley. Era una creatura di Monica, come lei stessa del resto; ciò nonostante, esistevano dei momenti in cui occorreva dimenticare riconoscenza e affetto, in nome del bene comune. Non si considerava una traditrice, piuttosto una buona amica pronta ad aiutare una persona in difficoltà.
Con un gesto incoraggiò gli altri ad esprimersi.
“Io sono stato bloccato e avrei potuto risolvere la situazione. Ancora oggi potrei farlo, se la signora Squire me lo permettesse.”, sentenziò Jim Patterson della Delta Force. “Voto a favore.”
Il Segretario di Stato assunse un’aria afflitta. “Ne va del prestigio degli Stati Uniti. Inoltre, non abbiamo mai avuto una donna come presidente. Propongo di riflettere e di aggiornarci in seguito.”
“Sarebbe un’idea saggia. Purtroppo ci manca il tempo.”, osservò il capo degli Stati Maggiori congiunti. “Voto a favore.”
Il ministro degli Esteri sporse le labbra. “C’è un’altra questione da non sottovalutare. Il discorso è stato ascoltato anche in Inghilterra e da sempre la Gran Bretagna è la nostra più fedele alleata.”
“Hanno tentato pure in Israele e il Mossad li ha fermati. L’MI5 farà altrettanto.”, ribatté il procuratore generale, scrollando le spalle.
“E’ una possibilità.”, mormorò il Segretario di Stato. In cuor suo, pensava che il Mossad non badava ai diritti civili, al pari della CIA, dei federali e del vecchio KGB, il Regno Unito invece sì, fin troppo. La sua ammirazione andava a quella verde isola. Peraltro i britannici erano più vulnerabili.
Al termine della riunione i voti risultarono in perfetta parità: non aveva prevalso nessuna delle due fazioni.
Emerse una nuova opinione, quella del direttore dell’FBI. “La convocheremo e studieremo un modo migliore per affrontare questa emergenza. Squire dovrà ascoltarci!”
Benché fosse poco convinta, Margaret Collins annuì. “Domani stesso… anzi, oggi stesso, data l’ora.”
La riunione si sciolse.
Rimasta sola, Margaret aprì la porta-finestra che dava sulla veranda. La notte era limpida e tiepida, nel cielo splendevano le stelle. Assaporò l’aria fragrante e, nonostante l’amicizia che la legava a Monica, fu sfiorata da un pensiero che le piacque: presto si sarebbe trasferita dal Number One Observatory Circle alla Casa Bianca.

A causa della polvere gli bruciavano gli occhi. Pomarev mancò di poco il bersaglio.
Yarbes, che era miracolosamente illeso a parte qualche ferita superficiale, lo raggiunse con un balzo, sferrò un calcio che gli strappò il Saiga-12 dalle mani, raccolse l’arma e lo fissò. Scosse la testa. “Sei la più lurida carogna che io abbia mai conosciuto, e ne ho conosciute tante. Perfino Matrioska era migliore di te: lui uccideva solamente per necessità o a seguito di un preciso comando. Non mi abbasserò al tuo livello. A Mosca mia moglie ti risparmiò la vita, io seguirò il suo esempio. Buona fortuna.”
Lanciò uno sguardo al corpo sfracellato di Volkov e si allontanò verso sud. Lo attendeva un lungo cammino. Avrebbe saputo trovare acqua e cibo durante il tragitto e, ciò che più contava, era armato.
Pomarev grugnì di rabbia e di dolore. Si accasciò, ma un istante dopo sollevò il capo. Forse quello che vedeva era un miraggio, forse no. Strisciò nuovamente, affidandosi alla sola forza di volontà. Pensò di svenire, però riuscì ad agguantare la cassetta del pronto soccorso. Sebbene fosse consapevole che quello che faceva era del tutto inutile, si iniettò due dosi di Ugurol, due fiale da 5 ml, per frenare almeno parzialmente l’emorragia. Prese due lacci emostatici che strinse con forza bloccando la circolazione del sangue. Era un uomo morto, lo sapeva: agiva unicamente in base all’istinto di sopravvivenza, al di là della ragione e di ogni speranza. Un istinto atavico che fin dalla notte dei tempi non aveva mai abbandonato l’uomo.
Senza un aiuto, ho una possibilità su un milione, pensò cupamente.
Chiuse gli occhi, stremato, poi udì un forte soffio e li riaprì.
In teoria, l’essere mostruoso che scorse avrebbe dovuto trovarsi molto più a sud; ma per qualche strano motivo invece era davanti a lui, a pochi metri di distanza. Pomarev lo conosceva per averne letto e per aver visto delle foto, però ne ignorava le abitudini. Era abituato a cacciare orsi, lupi, tigri siberiane, tra nevi e ghiaccio, nell’immensa Siberia; ma nemmeno il più feroce e gigantesco orso gli avrebbe fatto quell’effetto.
Era un’apparizione sinistra e orribile. Un’immagine da incubo.
Il Mamba si sollevò, raggiungendo quasi l’altezza di un essere umano. Di norma si cibava di topi, galline e altri serpenti; e se non lo infastidivi era altamente improbabile che ti assalisse. Uomini e donne non lo interessavano particolarmente, tuttavia “quel” Mamba era irritato e di spirito bellicoso, forse per via del caldo torrido o per una caccia che si era rivelata infruttosa.
Gli occhi glaciali spiccavano sulla testa preistorica, come un presagio di morte. Le scaglie dorsali di un vago colore grigio metallico brillavano al sole. L’interno della bocca era nero come l’inferno. Soffiò ancora. Miloslav Pomarev represse l’ondata di terrore e si appiattì al suolo.
Da quel poco che aveva appreso sapeva che, se pure avesse avuto ancora le gambe intatte, difficilmente sarebbe riuscito a sfuggirgli, poiché era velocissimo. Se si fosse arrampicato su un albero, Il Mamba sarebbe salito più rapidamente di lui, se si fosse tuffato in un ruscello, lo avrebbe ugualmente raggiunto. E lì non c’erano né alberi, né ruscelli; e lui era privo delle gambe.
Rimase immobile, respirando piano, evitando di guardarlo.
In caso di assalto, ma questo non lo sapeva, lo avrebbe morso una, due, dieci volte, provocando una sofferenza indicibile, oltre a nausea, vomito, diarrea, finché, pur rimanendo cosciente, sarebbe sopraggiunta l’immobilità totale, alla quale sarebbe seguita la morte quando il veleno avesse raggiunto il cuore.
Il rettile tornò a sollevarsi e gli occhi impacabili si fissarono sul russo.
Pomarev questa volta lo guardò, cercando di imporre la sua volontà. Malgrado stesse comunque per morire, non intendeva arrendersi. La sua mente si affollò di ricordi. L’addestramento Spetsnaz, la capacità di ridurre il battito cardiaco, di ignorare paura e dolore, di assimilare il comportamento di un animale. Purtroppo in Russia non c’erano i Mamba.
Il serpente sibilò di nuovo, portandosi a meno di un metro dall’ex maggiore del Gruppo Alpha. Pomarev avvertiva l’alito pestilenziale di ratti divorati. Il sudore gli ruscellava sulla fronte, la schiena era fradicia; si sentiva debolissimo, e si odiò per questo.
A un tratto il suo intero campo visivo fu occupato dall’orribile testa del rettile. Scorse la cavità nera delle fauci, capì che stava per colpire.
La gola palpitante si aprì completamente, simile a una caverna ricavata nelle profondità degli inferi.
Vattene!, gli ordinò mentalmente Pomarev.
Poi il Mamba scattò.
Molti, moltissimi, avrebbero urlato disperandosi, mentre lo sfintere si rilasciava, oppure simili a uno struzzo si sarebbero chinati chiudendo gli occhi per non assistere alla propria fine.
Miloslav Pomarev, capitano del GRU ed ex maggiore del Gruppo Alpha, osservò la morte in arrivo senza battere ciglio.

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IL POSTO DELLE FATE 1 DI 4

Il posto delle fateSi erano scelti un luogo appartato, al confine settentrionale del parco. Oltre la rete di recinzione, c’era un vecchio museo, abbandonato da anni. L’edificio formava un angolo retto con un deposito di legnami. I bambini giocavano a pallone all’estremità opposta del parco; il piccolo prato circondato da grandi alberi secolari era stato adibito a campo di calcio. I vialetti ben curati ospitavano panchine verniciate di fresco, dove alcune donne chiacchieravano lavorando a maglia; un uomo anziano leggeva il giornale.
La panchina su cui sedevano Letizia e Marco era celata alla vista da una folta macchia di vegetazione. Era anche l’unica panchina che mostrava i segni del tempo. L’amministrazione comunale non si era presa la briga di farla verniciare: alla fine di quell’estate sarebbe stata rimossa. Sarebbero scomparse le frasi che rammentavano antichi amori, ricordi lontani e momenti felici; eterne promesse che probabilmente non erano mai state mantenute.
Non era possibile fare l’amore lì. Sebbene in teoria fossero lontani da sguardi indiscreti, qualcuno avrebbe potuto risalire il sentiero che conduceva al museo. Il cancello a nord del parco era chiuso da anni, ma talvolta qualche spirito romantico si spingeva fino al posto delle fate.
Benché stesse vivendo la notte dell’anima, Letizia sorrideva. Era come se volesse assaporare quel momento di assoluta intimità in un modo talmente intenso da renderlo infinito.
Marco avrebbe voluto fare l’amore. Era sicuro che non sarebbe arrivato nessuno, le voci dei bimbi giungevano attutite dalla distanza, il museo era avvolto nell’ombra, e le fate non c’erano più. Alzò gli occhi al cielo, mentre Letizia accarezzava distrattamente Sally. Il cane amava molto Marco, perché gli animali sanno leggere nel cuore degli uomini. Marco osservò le nubi trasportate dal vento; a tratti il grigio veniva interrotto da rettangoli luminosi. Era un gioco che si protraeva da quella mattina. Il sole appariva e scompariva; intorno alle dieci era piovuto, ma per poco. Adesso la panchina era perfettamente asciutta.
“Ti amo.”, disse Letizia.
Lui annuì. Non occorrevano risposte.
Lei gli prese delicatamente una mano e se la portò in mezzo alle gambe. Accolse con un sospiro il suo dito.
Le fate avevano abbandonato quel luogo quando il museo era stato chiuso. Per lungo tempo si erano dedicate al compito di vegliare sugli innamorati e di proteggere le vestigia dell’arte. Ora quel compito si era esaurito.
Letizia allargò le gambe, chiuse gli occhi e incominciò a gemere.
Marco sapeva che se lei gli avesse chiesto di gettarsi in un burrone, lui avrebbe obbedito senza esitare. E non si sarebbe limitato a questo. Una graziosa casetta immersa nel verde. Vasi di fiori ad ogni finestra. Uscire al tramonto con Sally, respirando l’aria viva della natura. Rincasare per raggiungere Letizia che lo aspettava a letto.
Se il tempo fosse gestito dall’uomo, tutto questo si sarebbe realizzato. Ma il futuro non è una linea retta che attraversa i campi della vita; è più simile a un cerchio tracciato da un compasso misterioso, che persegue fini propri e oscuri.
Il museo era stato chiuso in seguito a uno scandalo, le fate avevano abbandonato il parco, gli innamorati erano rimasti soli senza che nessuno si curasse più della loro felicità.
Marco si alzò dalla panchina e si avviò lentamente verso l’uscita.
Durante quel tragitto eterno non si girò mai perché non voleva vederla piangere.
Ma sentì Sally guaire.

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