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Archive for aprile 2015

CASTIGO

CastigoHo una foto che conservo, anche se non ne capisco il motivo.
Sono molto fiera dei miei capelli che ricordano il colore delle foglie autunnali, ma per il resto non mi piaccio. Alcuni mi considerano attraente, altri graziosa, altri ancora addirittura bella: tuttavia, se avessi una bacchetta magica, quella delle fate per intenderci, mi trasformerei immediatamente in un clone di Naomi Watts. Le donne non mi interessano sotto il profilo sessuale; con questo non trovo affatto scandalosa l’omosessualità. Ciò nonostante confesso che per lei sarei disposta a fare un’eccezione. L’ho vista per la prima volta in Mulholland Drive, un film alquanto complicato di cui ho compreso ben poco, però sono rimasta letteralmente stregata da lei: bella, sensuale e magnetica.
Ma non è di Naomi Watts che vi voglio parlare, né del mio aspetto fisico. Non credo che siano argomenti interessanti, o meglio: la Watts è certamente interessante, ma io non sono una critica cinematografica e neppure una grande esperta di bellezza femminile, anche perché, come ho già detto, non sono attratta dalle donne. Mi piacciono gli uomini. Non tutti, naturalmente. Anzi, pochi, pochissimi, dato che ho gusti molto personali e difficili. Non guardo mai all’aspetto fisico, a parte gli occhi; sono altre le cose che cerco in un uomo: intelligenza, sensibilità, bontà d’animo. Poi, che sia atletico o meno, biondo o moro, alto o basso, mi è indifferente. L’importante è che sia provvisto delle tre qualità di cui sopra. E, credetemi, non è facile incontrare un ragazzo così. La maggior parte dei giovani che ho conosciuto aveva come tratto distintivo la banalità. Aggiungerei la mancanza di cultura. Per non parlare degli interessi: calcio, moto, donne.
Stefano, però, era diverso.
Nella foto, lui è in mezzo, capovolto: quando fu scattata lo trovai un fatto divertente, adesso invece mi deprime.
Mi innamorai di lui. Fra l’altro era anche bello, il che comunque non guasta. Lo conobbi a una festa, mi piacque subito e capii che la cosa era reciproca. Perciò non provai il minimo stupore quando mi invitò a cena e ovviamente accettai. A conti fatti sarebbe stato molto meglio se avessi declinato quell’invito: avrei evitato tutta la sofferenza che mi piombò addosso come un macigno quando mi lasciò per Laura, ma allora non potevo saperlo. Per inciso, Laura era la mia migliore amica e questo è un fatto sconfortante, visto che persi in un colpo solo amore e amicizia. Se Stefano mi avesse lasciato per una sconosciuta sarei corsa a piangere tra le braccia di Laura; in questo modo, invece, cercai di consolarmi da sola. Ma era difficile. Molto difficile!
Nella foto, lei è a destra. Io sono a sinistra. Lei ha uno sguardo indecifrabile, io una specie di mezzo sorriso compiaciuto. A posteriori, quel sorriso appare del tutto incongruo; e, sempre a posteriori, immagino che il suo sguardo celasse le trame perverse che stava ideando. E una mano di Stefano è posata sulla sua spalla.
Sono una persona orgogliosa e mi comportai di conseguenza. Non implorai Stefano, non mi abbassai a supplicare Laura: troncai i rapporti con entrambi. Li detestavo. Odiavo soprattutto lei, perché mentre fingeva di volermi bene stava tramando per rubarmi Stefano. “Tramando” è il termine giusto, dato che fin dall’inizio sviluppò la sua perfida strategia, circuendolo a furia di moine, di atteggiamenti svenevoli, che ingenuamente io non colsi.
Laura è più bella di me. Ha un fisico più snello e armonioso, gambe più slanciate; e in più è bionda: Stefano ha sempre avuto un debole per le bionde. Stefano è sì intelligente, sensibile e buono, ma purtroppo anche superficiale e cadde nella trappola preparata da quell’arpia. Non trascorse molto tempo prima che se ne pentisse e scoprisse il vero carattere di Laura, ma ormai era troppo tardi. E, comunque, sebbene lo rendesse infelice, lei lo teneva in pugno grazie alle prodezze sessuali di cui era capace. Fu Marco, un amico comune, a raccontarmi queste cose, benché io non gli avessi chiesto niente. Stefano si era confidato con lui. Laura era dispotica, capricciosa, spesso intrattabile. Avrebbe voluto lasciarla ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscito perché quando andavano a letto insieme gli sembrava di toccare il cielo con un dito, di essere in paradiso, e allora sopportava le angherie, i soprusi, forse anche i tradimenti.
Però rimpiangeva me. “Silvia mi amava veramente.”, aveva detto a Marco. “Laura, invece, si prende gioco di me, mi tratta come un burattino, e io non ho il coraggio di reagire.”
Accadde qualcosa di strano. Le parole di Marco sedimentarono nel mio animo. All’inizio non fui consapevole di ciò che avevo deciso di fare, provavo solo una gran rabbia: avevo dato tutta me stessa a Stefano, lo avevo colmato di attenzioni, gli ero stata vicina nei momenti difficili, lo avevo coccolato, mi ero adoperata in tutti i modi perché si sentisse amato, perché fosse felice. E con me lo era stato. Laura me lo aveva rubato per pura malvagità. Era una donna falsa e meschina, e ora lo stava facendo soffrire. Come avevo fatto a non accorgermi della sua vera natura e considerarla l’amica del cuore? Semplice. Perché era abile, scaltra, priva di scrupoli, bravissima nel sapersi mascherare dietro a quel viso d’angelo.
Ma un bel giorno compresi finalmente che dovevo punirla.
E sarebbe stata una punizione severa.
Laura era estremamente vanitosa, compiaciuta della propria bellezza come può esserlo un musicista a riguardo della propria bravura.  Bene.  Non sarebbe più stata bella.
Abitava in una casa isolata, avuta in eredità dai suoi genitori. Era un posto incantevole a ridosso del mare: davanti c’era una spiaggia privata, dietro un piccolo bosco attraversato da un viale che si collegava alla strada statale.
Sono molto più vigorosa di Laura ed ero pressoché certa che non avrei avuto problemi a sopraffarla; tuttavia decisi di essere prudente: avevo il sospetto che si sarebbe difesa come una gatta selvatica, scalciando, graffiando e mordendo e non intendevo correre rischi inutili, perciò portai con me un grosso coltello da cucina.
Lasciai l’auto in uno spiazzo a circa un chilometro di distanza dalla casa, che raggiunsi camminando sulla sabbia. Era una giornata calda e afosa, senza un filo di vento; presto fui madida di sudore. Mi appostai dietro a una siepe che fiancheggiava il viale d’ingresso. Aspettai con pazienza. Avevo letto in un romanzo che per un cacciatore il momento dell’attesa è forse quello più emozionante; mi resi conto che era vero: mentre scrutavo il bosco tendendo le orecchie per sentire il rumore della macchina che si avvicinava, avevo tutti i sensi vigili, pregustavo il castigo che le avrei inflitto, la immaginavo in ginocchio stravolta dalla paura mentre mi chiedeva pietà.
Arrivò alle sei del pomeriggio. Sapevo già che si sarebbe presentata da sola: Stefano era partito per un viaggio di lavoro. Non a caso avevo scelto proprio quel giorno. Laura parcheggiò l’auto, scese e si guardò intorno, come se avesse avvertito la mia presenza. Poi si diresse verso la porta. Infilò la chiave nella serratura… e io le balzai addosso. Non ebbi bisogno del coltello. Le afferrai un braccio torcendolo con forza dietro la schiena. Lei urlò per il dolore. La sospinsi in casa, trascinandola in camera da letto. Devo dire che restai quasi delusa dalla mancanza di una sua reazione. Sebbene fosse più debole di me, pensavo che avrebbe lottato, che si sarebbe dibattuta; invece si lasciò legare senza ribellarsi: probabilmente era paralizzata dalla paura o forse dalla cattiva coscienza. Quando fu completamente immobilizzata, la guardai negli occhi e le annunciai che avevo con me una certa quantità di acido muriatico, aggiungendo che era destinato al suo viso.
Laura divenne mortalmente pallida. Come avevo previsto, mi implorò di perdonarla, giurò che avrebbe lasciato Stefano, disperata si spinse fino ad offrirmi dei soldi. Io la osservavo soddisfatta. Uscii per recuperare la borsa e quando tornai nella stanza vidi che se l’era fatta addosso. Non credo che esista un’umiliazione più grande, anche se quella strega aveva già perso tutta la sua dignità supplicandomi.
In un primo tempo mi ero gingillata con l’idea di portarmi dietro anche un imbuto e una bottiglia di whisky. Le avrei tappato il naso e l’avrei costretta a ingurgitare l’intero contenuto della bottiglia. Ma sarebbe stata un’enorme sciocchezza: Laura avrebbe perso i sensi o, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe ubriacata. In tal modo l’avrei come anestitizzata, rendendo vaghe le sue emozioni; viceversa, doveva essere lucida e presente.
Mi avvicinai al letto.
Laura tremava.
Incominciò a piangere.
Naturalmente la capivo. Per una donna giovane, bella e vanitosa non può esistere castigo peggiore. Mi divertii a tormentarla. Le dissi che nessuno l’avrebbe più guardata, che lei stessa avrebbe provato orrore se mai avesse avuto il coraggio di avvicinarsi a uno specchio. Ancora una volta assaporavo il sottile piacere dell’attesa. In una circostanza analoga un uomo probabilmente avrebbe agito subito, spinto dall’impazienza; ma era più solleticante prolungare l’agonia di Laura, figurarsi il suo panico soffocante, non staccare lo sguardo da lei, soggiogandola e dominandola. Era una sensazione squisita.
“Ti prego, perdonami!”, ripeté con voce stridula, simile allo squittio di un topo.
“Temo che non sia possibile, cara.”, risposi in tono falsamente mieloso.
Malgrado fosse sconvolta, era veramente leggiadra. Indossava dei pantaloncini corti, sicuramente scelti per mettere in risalto le lunghe gambe abbronzate e le caviglie sottili. Durante la breve colluttazione aveva perso le scarpe: i piedi erano aggraziati con la pianta rosea. Sotto la camicetta estiva si intravedeva il seno. Laura non metteva il reggipetto. L’avevo vista nuda, dopo una doccia: forse era un po’ piccolo, ma sodo e privo di smagliature con capezzoli rosa da ragazzina. Ciò che colpiva di più era comunque il viso. Il pallore faceva risaltare il colore degli occhi, un castano scuro della tonalità di un bosco al tramonto ; i lineamenti erano regolari e fini, la fronte ampia, il naso perfettamente proporzionato. La bocca sensuale avrebbe indotto qualsiasi uomo a desiderare di baciarla, e anche qualche donna.
Pensai a Stefano. Li immaginai mentre facevano l’amore, magari lì, sul letto dove ora lei giaceva. Laura mi aveva sottratto la felicità. Le lanciai un’occhiata malevola. Lei distolse lo sguardo. A causa della sua cattiveria, avrebbe rimpianto per sempre quella bellezza.
Ritenni che fosse giunto il momento del castigo.
Mi protesi su di lei. Laura si dimenò sul letto, tentando di liberarsi; ma i nodi erano perfetti e non ci sarebbe mai riuscita, nemmeno in un mese.
Mentre la fissavo, colsi la spaventosa angoscia che la attanagliava, il terrore che la stava dilaniando… e a un tratto provai compassione per lei. Scossi la testa incredula, come risvegliandomi da un sogno: l’atto che stavo per compiere era mostruoso. Come avevo potuto concepire una vendetta così crudele? Grazie al cielo ero tornata in me prima che fosse troppo tardi. Mi ritrassi e dissi a Laura che avevo solo voluto spaventarla, non l’avrei mai sfigurata. Adesso piangeva per il sollievo.
Tornai alla macchina, camminando come una sonnambula, in preda ai sensi di colpa e ancora confusa e disorientata. Mi sentivo strana, scissa in due. Era come se vaste zone d’ombra si fossero impossessate di una parte della mia testa, simili a nuvole che oscurassero il sole.
Nei giorni che seguirono cercai di cancellare per sempre dalla memoria quell’episodio tremendo. All’inizio non fu semplice. Ero tormentata dal ricordo dei suoi occhi colmi di angoscia, mi sembrava di risentire le sue implorazioni, e mi domandavo quale diabolico influsso mi avesse portata a concepire una vendetta così atroce. Poi, per fortuna, riuscii a dimenticare. Tutto si trasformò in un sogno. Mi convinsi che non era successo niente: l’appostamentro dietro la siepe, l’aggressione, la minaccia di sfregiarla, erano solo parti di tale sogno. Ritrovai la serenità.
C’era tuttavia un particolare che mi inquietava: non un pensiero cosciente, ma come un’ombra sfuggevole però presente, benché celata in qualche oscuro anfratto del mio cervello. Avevo scordato qualcosa e sentivo che era una cosa importante, però per quanto mi sforzassi rimaneva lontana dalla mia comprensione.
Passarono due settimane. E, come spesso accade, si materializzò quando smisi di pensarci, lasciandomi sgomenta.
Laura era ancora legata al letto.
Uscii dall’ufficio senza salutare nessuno, saltai sulla macchina e guidando come una pazza raggiunsi la casa sul mare. Vidi un’auto della polizia… e Stefano… e un’ambulanza.
A parte le strisce rosse, era bianca.
Come questa stanza e come i camici degli infermieri.

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RAGE 42

Monica SquireWashington
Alle quattro del mattino, stanca di rigirarsi nel letto, Monica si alzò e prese due sonniferi dallo scaffale dei medicinali. Dopo una breve esitazione ingoiò anche un’altra aspirina, la terza. Fu peggio perché piombò in un sonno dove gli incubi facevano a gara per aggiudicarsi il premio di sogno horror dell’anno.
Alle sette, sebbene fosse esausta, scalciò via le lenzuola, fece una lunga doccia e bevve una grande tazza di caffè. In accappatoio andò alla finestra del soggiorno,  scostò la tendina e guardò cupamente la pioggia cadere. Affermare che stesse male, sotto tutti i riguardi, fisici e morali, sarebbe un eufemismo. Non intendeva assolutamente recarsi da un medico, non poteva permetterselo, anche se il dottor Brown della Casa Bianca aveva fama di essere un uomo discreto e assolutamente affidabile. Riguardo all’autista che l’aveva accompagnata a casa, non c’erano problemi: con un filo di voce Monica lo aveva minacciato delle più tremende torture se solo avesse osato parlare.
Stava male, malissimo, ma doveva reagire.
Per farlo si concentrò su quanto era successo, all’infuori della violenza subita. Esistevano due punti sui quali ragionare. Perché quel lurido individuo l’aveva assalita? Era stata l’iniziativa personale di uno psicopatico oppure aveva agito in seguito a ordini ricevuti? E in questo caso, da chi? Possibile che fosse ancora quel maledetto arabo? L’istinto le suggeriva che quella era la risposta giusta. Andava eliminato, però sembrava che a Washington e a Langley l’incapacità regnasse sovrana. O, forse, Ibrahim al-Ja’bari era un mago, spuntato fuori dalle nebbie del passato, dall’undicesimo secolo, quando un certo Hasan ibn-al Sabbah aveva guidato una setta di assassini. Allo scopo di motivarli, gli forniva abbondanti dosi di hashish; e loro erano pronti a morire in qualsiasi momento. Aveva una personalità magnetica e, secondo alcune leggende, poteri magici. I suoi principali nemici erano i sunniti della Persia e della Siria. Che Ibrahim fosse il suo erede, la sua reincarnazione?
Monica scosse il capo e tornò in cucina per preparare altro caffè. Il secondo punto sul quale riflettere era l’improvvisa apparizione dell’uomo che l’aveva salvata, un ispanico che girava armato e non esiteva a uccidere. Da dove era sbucato? E chi diavolo era? Probabilmente apparteneva a qualche banda, però rispettava le donne.
Con il secondo caffè assunse una quarta aspirina, poi si sedette sulla sua poltrona preferita e cercò di dimenticare. Il lavoro la aspettava. Era imperativo catturare o ammazzare il Nemico Numero Uno degli americani.

Afghanistan
Il clima era teso. Yarbes aveva pronunciato frasi caustiche a proposito dell’attendibilità delle informazioni in possesso di Volkov e Pomarev. I due russi si erano risentiti. “Se è vero che Ibrahim al-Ja’bari si trovava effettivamente qui, allora c’è un’unica spiegazione: da voi si annida una talpa, e ai piani alti; non vedo altre possibilità.”
Miloslav Pomarev gli lanciò un’occhiata velenosa.
Volkov lo fissò, ponderando ciò che l’americano aveva detto. “Nessun russo sano di mente collaborerebbe con questi porci. Però…”
“Però?”, gli domandò Pomarev.
“Potrebbe trattarsi di un arruolamento sotto falsa bandiera.”
Pomarev annuì, mentre Yarbes meditava su quell’affermazione.
L’arruolamento sotto falsa bandiera, di cui il Mossad da sempre è maestro, consiste nell’indurre un agente a rendere alcuni servigi a una nazione non necessariamente ostile o che per svariati motivi raccoglie le simpatie di quell’agente. Un uomo o una donna del Mossad contattano un funzionario italiano, gli offrono denaro e gli chiedono di passare certe informazioni agli Stati Uniti. L’italiano non ci vede niente di male: è vero, in teoria, sarebbero notizie riservate, ma gli americani sono alleati e con tali informazioni potrebbero, ad esempio, rafforzare la propria posizione nel Mediterraneo, e ciò gioverebbe anche all’Italia. In realtà, poi il materiale segreto finisce a Tel Aviv.
“Sotto quale bandiera?”, disse Martin.
“La vostra, forse.”, rispose Volkov. “E’ possibile – mi duole ammetterlo – che a Yazenevo circolino un paio di traditori; ci sono state già indagini e non sono ancora finite.” Per bilanciare l’ammissione, con un sorrisetto aggiunse una battuta acida: “Oh naturalmente niente in confronto ad Aldrich Ames.”
Ames è passato alla storia per aver causato danni ingentissimi alla CIA, lavorando per il KGB. Fu scoperto dall’FBI, ma dopo ben nove anni e dopo aver intascato molti milioni di dollari. Questo perché a Langley erano alle prese con lo scandalo Iran-Contra e temevano nuova pubblicità negativa. Una seconda ragione era la paura di ricreare il clima paranoico provocato da James Angleton, l’ex responsabile del controspionaggio, il quale era convinto in modo maniacale che la CIA pullulasse di doppi agenti al servizio dell’Unione Sovietica. La sua ossessione aveva compromesso le operazioni dell’Agenzia per un lungo periodo di tempo. A causa di quel precedente, nessuno osava indagare. In realtà qualcuno tentò di farlo, proponendo di controllare i conti bancari dei possibili sospetti; ma la richiesta venne respinta in nome del diritto alla privacy. Fatto sta che alla fine ci pensarono i federali.
Se Yarbes accusò il colpo non lo diede a vedere.
“Tuttavia”, riprese Volkov, “mai e poi mai accetterebbero soldi da parte di esseri che tutti noi giudichiamo inferiori, maiali. Se, però, la ricompensa fosse in dollari, oppure in sterline, allora il discorso potrebbe essere diverso. Dopotutto, la guerra fredda è finita da anni. Certo, Usa e Russia non sono propriamente amici, ma neppure nemici giurati.”
“Quindi?”
“Quindi, Ibrahim al-Ja’bari ha le mani lunghe e, come abbiamo già visto, si avvale di irlandesi, australiane. E perché non un americano o qualcuno che possa spacciarsi per tale?”
Ci fu un lungo silenzio. Infine fu Pomarev a romperlo. “Comunque sia, dobbiamo tornare a Mosca.”
“La caccia non è finita.”, dichiarò Yarbes.
“La caccia non è finita e riprenderà al più presto.”, convenne Pomarev.
Prima di partire, diedero da mangiare al cane.

Alto Egitto
L’Hind decollò con gran frastuono e Ibrahim al-Ja’bari si allontanò a piedi con i due accoliti.
Lucie Blanchard provava un odio viscerale per lui. L’orribile delitto che aveva commissionato era quanto di più efferato, disumano e atroce si potesse immaginare. Quando aveva appreso la notizia, l’archeologa si era messa nei panni della madre del ragazzo. Come doveva aver sofferto! Un dolore che si sarebbe protratto per sempre, e poco contava che fosse la donna più potente del mondo. Era comunque una mamma. Il fatto che apparteneva al partito democratico e che aveva annunciato la riduzione delle spese militari gliela rendeva decisamente simpatica e perciò l’empatia era forte.
“Seguiamolo!”, sibilò.
Danny e Max le rivolsero uno sguardo torvo. Anche loro lo avevano riconosciuto.
Lucie ignorò tutta una serie di obiezioni. “Sono in tre.”, affermò, decisa. “E noi siamo in tre. Abbiamo un preciso dovere nei confronti dell’umanità: quella serpe deve essere schiacciata, senza alcuna pietà.”
Mantenendosi china, cominciò a muoversi. Benché riluttanti, i neri la seguirono. Rimasero a distanza di sicurezza, mentre il sole saliva alto nel cielo e il caldo si faceva sempre più opprimente. A un tratto, Lucie scorse in lontananza una costruzione. Sembrava una vecchia fortezza abbandonata. La indicò con un dito. “Scommetto che è il suo rifugio.”  Rifletté per qualche istante. “Vigileremo fino al tramonto. E, se prima di sera non si sarà allontanato, allora agiremo.”
Danny si strinse nelle spalle. Blanchard non era una guerriera. Ma ormai la conosceva piuttosto bene: quando si metteva in testa qualcosa, era impossibile fermarla. In Canada un suo ritrovamento aveva suscitato scalpore; i colleghi invidiosi lo avevano attribuito alla fortuna, quando invece era stato il frutto di perseveranza, intelligenza e cocciutaggine: quella scoperta decisamente inaspettata le era valsa importanti attestati, nonché la stima degli archeologi anziani che non avevano nessun bisogno di invidiarla.
Danny le sorrise. “Vado a prendere viveri e acqua. State coperti e aspettatemi.” Blanchard e Max si sistemarono in un anfratto del terreno. Negli immediati dintorni non c’erano zone d’ombra; la giornata sarebbe stata lunga.
Lucie puntò il binocolo sugli arabi e li vide entrare nella fortezza.

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RAGE 41

Lucie BlanchardWashington
L’autista accese i fari e guardò sgomento la figura femminile che procedeva zoppicando con i vestiti stracciati e l’espressione sconvolta. Balzò giù dall’automobile e la aiutò, sorreggendola. Monica Squire sembrava sul punto di svenire.
Prese posto sulla Ford e si accasciò sul sedile.
“Mi porti a casa, per favore.”, mormorò. “A casa mia.”, precisò. Faceva fatica a parlare.
“Mah…”, obiettò l’uomo. “Non sarebbe meglio…”
“Faccia come le lo detto.”
Poco convinto, l’autista obbedì.
Monica perse i sensi.

Afghanistan
A differenza dei russi, nel dicembre del 2001, gli americani avevano ottenuto una chiara vittoria sulle montagne di Tora Bora, mettendo in fuga i guerriglieri di al-Queda e i talebani loro alleati. Erano stati aiutati in modo consistente dalla Gran Bretagna che aveva messo a disposizione dodici commando di SBS (Special Boat Service) e, forse, ma in seguito la notizia è stata smentita, due squadroni del SAS. Tuttavia, l’uomo cui stavano dando la caccia, Osama bin Laden, era riuscito a fuggire – posto che in quel momento si fosse trovato effettivamente lì.
Il complesso di caverne, cunicoli, nascondigli occultati dalle rocce, aveva certamente aiutato quella ipotetica fuga.
A metà di una vetta che guarda al passo di Khyber, è situata una vecchia fortezza, che venne abbandonata, però in seguito segretamente rioccupata da un altro genere di nemici degli Usa. Secondo le informazioni fornite da Mosca, qui ora si trovava il quartier generale di Ibrahim al-Ja’bari.
Arrivati in Afghanistan attraverso vie segrete, però ben note a chi aveva combattuto per l’Unione Sovietica nei dieci anni della guerra russo-afghana, Martin Yarbes, Danil Volkov e Miloslav Pomarev attaccarono la fortezza in piena notte. Dai dati in loro possesso sapevano che i difensori non erano più di venti. Pomarev aveva con sé il Saiga-12, arma che prediligeva, Volkov e Yarbes utilizzavano due AK-12.
Dopo aver scalato in assoluto silenzio la rupe, scardinarono la massiccia porta d’ingresso e fecero esplodere le Flash Bang, che producono una luce accecante e un rumore assordante che stordisce e sgomenta. Trascorsi alcuni minuti senza che nessuno si facesse vivo, penetrarono nella roccaforte e, muovendosi guardinghi, la esplorarono a fondo.
Con grande sorpresa, scoprirono che era deserta. C’era solamente un vecchio cane dall’aspetto malconcio.

Alto Egitto
L’archeologa Lucie Blanchard si era svegliata prima dell’alba. A causa del freddo – più tardi sarebbe arrivato il caldo, com’è tipico nelle regioni desertiche dell’Egitto – si era lavata sommariamente, poi aveva acceso il fuoco per preparare un tè alla maniera beduina. Dopo aver portato l’acqua all’ebollizione, l’aveva versata in tre bicchieri; aggiunto lo zucchero, l’aveva riversata nella teiera, ripetendo questa operazione per tre volte. Infine, soddisfatta, aveva chiamato Danny e Max, i due neri che da tempo lavoravano con lei. Non erano propriamente dei servitori: piuttosto, erano ormai amici, compagni di viaggio e, all’occorrenza, valide guardie del corpo, dato che entrambi erano forti e capaci di uccidere in vari modi. Finora non era mai successo, ma Lucie sapeva che in certe parti del mondo sarebbe potuto essere necessario. Il suo mestiere la portava in diversi luoghi, alcuni dei quali piuttosto pericolosi per una donna. Anche Lucie Blanchard sapeva difendersi. Da ragazza aveva praticato judo, e possedeva un fisico robusto e atletico, sebbene anche estremamente femminile. Peraltro, con Danny e Max si sentiva più sicura.
Come lei, suo padre era stato archeologo e la mamma lo aveva aspettato per interi mesi con la rassegnazione di una donna ancora innamorato del proprio marito, dopo trentacinque anni di matrimonio. Lucie stravedeva per i  suoi genitori, persone dolci, comprensive e disposte sempre ad ascoltarla e a capirla.  Papà era canadese francofono, mamma canadese di origine britannica. Lucie parlava sia il francese, sia l’inglese, oltre a quattro o cinque altre lingue e a qualche dialetto. Era ancora single, perché fino a quel giorno non aveva incontrato uomini in grado di conquistarla. Le avventure non la interessavano: la sua vita era un’avventura.
Fu lei ad avvertire per prima il rumore. Inizialmente un suono lontano che proveniva dall’alto, poi, mentre il cielo si rischiarava, un rombo potente, fragoroso. Danny strinse le palpebre e le sfiorò il braccio muscoloso con un dito. Aveva l’aria cupa. “Mettiamoci al riparo.” Si nascosero dietro a una roccia. All’improvviso comparve un uccello mostruoso, dalla forma sgraziata, che Lucie riconobbe per un Hind, l’elicottero apparentemente invulnerabile di fabbricazione russa, tristemente noto alle popolazioni afghane e agli abitanti di Groznyj, in Cecenia.
L’apparecchio atterrò a una cinquantina di metri da loro. Ne scesero tre uomini. Lucie prese il binocolo e li osservò. Tre arabi, i primi due armati di kalashnikov, il terzo a mani nude. Lucie scrutò il suo volto e soffocò un’imprecazione. Quel viso. Quel viso altero e arrogante era apparso su tutti i giornali, le televisioni e i social network, nell’atto di rivendicare il barbaro assassinio del figlio del Presidente degli Stati Uniti.
Era Ibrahim al-Ja’bari!

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RAGE 40

Monica SquireHenry aveva reagito in base alla propria esperienza, come una macchina. Un intruso, uno stupido scocciatore, aveva ficcato il naso in cose che non lo riguardavano. Gli aveva sparato per toglierlo di mezzo. Data la scarsa visibilità, aveva mirato al torace. Era impensabile che quello sprovveduto indossasse un giubbotto antiproiettile. Nessuna persona dotata di un minimo di buon senso avrebbe preso in considerazione una simile ipotesi. La gente non va in giro in quel modo. L’assassino non poteva immaginare che José López stava aspettando due furfanti che avevano cercato di derubare il suo capo e che, dopo aver riavuto i soldi, li avrebbe uccisi. E non poteva nemmeno sapere che l’ispanico non era solo.
All’improvviso due fasci di luce squarciarono il buio. Henry sbatté le palpebre e non vide López chinare il capo, né i suoi uomini prendere la mira. Non udì il sibilo delle pallottole. Provò invece un dolore acuto e un istante dopo stramazzò al suolo.
Con calma José López si avvicinò al cadavere, gli rivolse uno sguardo sprezzante, poi si chinò su Monica e le parlò gentilmente. “Come sta, signora? Adesso è tutto finito, non deve più aver paura.”
Squire si rialzò a fatica. Lanciò un’occhiata all’uomo che avrebbe voluto ammazzarla, quindi guardò López. “Grazie!”, mormorò. “Se non fosse stato per lei…” Le tremò la voce, ma si impose di reagire, di non pensare a quanto era successo, a quei momenti orribili. Avrebbe voluto dirgli chi era e che lo avrebbe ricompensato ampiamente, però si rese conto che era meglio che lui non sapesse. Gli tese la mano e, zoppicando, tornò da dove era venuta.

In maniche di camicia, Aaron Ben-David scrutava Sarah Gabai. “Zeev! E gli altri! E una bomba atomica destinata a distruggere Tel Aviv! Dobbiamo ringraziare una donna intrepida di nome Avigail e un combattente risoluto come Moshe se si sono salvate migliaia di persone. Quel pazzo va fermato, una volta per tutte.”
“Con rispetto parlando, signore, ignoriamo dove ora si trova.”
Aaron Ben-David scosse il capo. “Il Mossad lo sa, mia cara figliola. Niente sfugge al Mossad.”
Volse lo sguardo verso la finestra. “E sarai tu, Sarah, a provvedere.” Tornò a voltarsi. “Nutro la massima fiducia in te.” Si versò una grande bicchiere di acqua minerale e lo sorseggiò.
La giovane arrossì. “Per me è un grande onore!”

Mentre l’apparecchio dell’Areoflot sorvolava l’oceano, Martin Yarbes era immerso nei suoi pensieri. Il tragitto da Washington a Mosca sarebbe durato all’incirca dieci ore. Non avrebbe speso quel tempo dormendo, se non per un breve periodo. Aveva molto su cui meditare. Provvisto di una mentalità pratica e razionale, non si lasciava trascinare dalle emozioni, anche se in passato qualche volta era accaduto: nessuna visione di boschi, di animali, di corsi d’acqua e di montagne illuminate dal sole. Aveva come stilato una “scaletta” e la seguiva, esattamente come avrebbero fatto un giornalista o uno scrittore, forse non eccessivamente fantasiosi, ma amanti del rigore.
Punto primo: Monica. Non riusciva più a capirla. Non aveva condiviso la linea della fermezza, si era opposto alle sue decisioni, per quanto poteva, solamente per il bene di John, per la vita del suo unico figlio, e il piano era riuscito. Se John era morto era stato a causa di una spietata assassina, dopo che il ragazzo era stato liberato. Chi poteva prevederlo? John era spirato fra le sue braccia. E Monica? Gli aveva annunciato che avrebbe divorziato, quasi lo ritenesse responsabile di quella tragedia. Bene, se ne sarebbe andato, liberandola della sua presenza evidentemente sgradita. Le foreste e i fiumi comparvero nella sua mente, non come fuga dalla realtà, ma perché avrebbero rappresentato l’ultima parte del suo cammino. Avrebbe lasciato Washington, scordato Langley e conservato Monica in un cantuccio del cuore. Da giovane era sopravvissuto alla perdita di una ragazza dai capelli rossi, Leila,  che amava e che condivideva le stesse passioni; sarebbe sopravvissuto ancora. Una baita da qualche parte, il più lontano possibile, senza computer e televisione, con l’unica presenza di un cane affettuoso.
Punto secondo: prima doveva trovare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari. I due russi erano abili ed esperti. Un supporto eccellente. Loro tre ci sarebbero riusciti.
Punto terzo: poi avrebbe regolato i conti con Pomarev.
E su questo pensiero chiuse gli occhi e si assopì. Quaranta minuti più tardi il mezzo dell’Areoflot entrava nello spazio aereo della Russia, dove i passeggeri avrebbero trovato un clima più rigido rispetto a quello degli Stati Uniti. E un passeggero speciale sarebbe stato atteso da una Chaika nera, priva di contrassegni. A bordo, due uomini: Danil Volkov e Miloslav Pomarev. Il passeggero avrebbe espletato le formalità in pochissimi minuti, a seguito di ordini precisi giunti da molto in alto.
I sogni sono una cosa privata, perciò non è consentito sapere quali popolarono il sonno di Martin Yarbes.

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