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Mentre Vale si recava dal professore americano, Stradilasi arrivò a Consonno a bordo di una vecchia automobile scassata. Aveva guidato con prudenza per evitare di essere fermato dalla polizia. Durante il tragitto si era soffermato a ricordare le circostanze che gli avevano fatto conoscere Flagg: a lui sapeva di dovere tutto, ed era pronto a obbedirgli, qualsiasi fosse l’ordine che avrebbe ricevuto.
Stradilasi era (era stato) un insegnante elementare. Aveva amato molto il suo lavoro, soprattutto perché gli offriva l’opportunità di stare a contatto con i bambini. Quando notava che un allievo aveva delle difficoltà a seguirlo si offriva di aiutarlo. Era un aiuto gratuito, precisava, e le famiglie gli erano riconoscenti per questo. Il bambino si presentava a casa sua e incominciavano a fare i compiti insieme. Al primo errore, Stradilasi faceva sedere l’allievo sulle sue ginocchia, infilava una mano nei calzoncini e iniziava a frugare nelle mutande. Spiegava al bambino dove aveva sbagliato e poi gli accarezzava il pisello; quando il bimbo faceva qualcosa di giusto, la carezza diventava molto dolce, se invece sbagliava gli strizzava leggermente l’uccello.
Stradilasi era uno psicologo infallibile e sapeva in anticipo con quali bambini non avrebbe corso rischi e quali invece era preferibile scartare. Quelli che sceglieva non avrebbero mai avuto il coraggio di raccontare ai genitori quello che succedeva nella casa del maestro. La maggior parte di loro provava un forte disagio, ma ad alcuni il trattamento finiva per piacere. Qualche bambino, già grandicello, era anche venuto.
Era una vita stupenda. In macchina, Stradilasi aveva sospirato, pieno di nostalgia.
C’era un bambino che gli piaceva particolarmente: era un biondino esile con gli occhi azzurri e i lineamenti del viso semplicemente perfetti. Però, non rientrava nel gruppo di quelli che poteva scegliere; avrebbe parlato, ne era certo. Essendo un uomo prudente, decise di accantonare l’idea: per quanto vaga, era comunque pericolosa e doveva evitare di tradurla in pratica. Ciò nonostante, alla sera, quando andava a coricarsi e la sua mano si stringeva attorno al pene, inevitabilmente pensava a lui. Immaginava la sensazione che avrebbe provato accarezzando il suo minuscolo coso, si figurava l’espressione di quegli occhi azzurri, dapprima sconcertata, quindi impaurita, infine ansiosa ed eccitata. Con l’altra mano gli avrebbe accarezzato il petto, si sarebbe soffermato a lungo sui piccoli capezzoli, lo avrebbe fatto impazzire, il bambino avrebbe goduto… in quel momento inevitabilmente veniva, si bagnava di sperma, il torace massiccio si alzava e si abbassava in modo quasi frenetico, la fronte si imperlava di sudore. Benché irrealizzabili, erano fantasie sconvolgenti. Era bellissimo, ma purtroppo non era la realtà. Si trattava solo di un sogno a occhi aperti (e talvolta chiusi). Lui avrebbe voluto la realtà, tuttavia sapeva che era impossibile; il sogno era destinato a rimanere tale per sempre. Sarebbe stato troppo pericoloso.
I mesi passarono e arrivò la primavera, fra poco la scuola sarebbe finita e Paolo, il bambino, sarebbe partito per le vacanze. Per lungo tempo non lo avrebbe più rivisto. Era una prospettiva che lo angosciava.
Una notte, dopo aver eiaculato, prese la decisione: avrebbe rischiato. Si rendeva lucidamente conto che era un azzardo molto grande, e che le probabilità di farla franca erano minime, ma a dispetto del buon senso avrebbe sfidato il destino. Non riusciva più a resistere al desiderio. Incominciò ad accanirsi sul bambino, riservandogli le domande più difficili e mettendolo a disagio in classe. Sebbene Paolo fosse intelligente e si applicasse con impegno, riuscì a dargli un’insufficienza. Dopodiché mandò a chiamare la madre. Era una signora giovane e affascinante, assomigliava al figlio, anche lei bionda, minuta e con gli occhi chiari.
Stradilasi le disse che il rendimento scolastico del piccolo Paolo era peggiorato, ma che non doveva preoccuparsi perché accadeva spesso ai bambini durante la crescita; era soltanto un periodo particolare che sarebbe passato. Nel frattempo lo avrebbe aiutato, seguendolo personalmente. No, non voleva essere pagato, la sua professione rivestiva i caratteri sacri di una missione. La mamma di Paolo era contenta, lo ringraziò e promise che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato a casa sua. Aggiunse che era raro avere a che fare con una persona tanto coscienziosa e buona come lui. Stradilasi si strinse modestamente nelle spalle.
Era al settimo cielo.

DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

Out of the Blue
Into the Black 3

Dopo una cena a base di minestra fredda e pizza riscaldata (tre euro e venti, al di sotto del suo budget quotidiano), Berisha aveva preso la chitarra ed era andato a sedersi sui gradini che dalla porta d’ingresso conducevano sulla strada.
Ma suonò per poco tempo.
Neil Young aveva inciso due album eccezionali, After the Gold Rush e Harvest (il terzo e il quarto in odine cronologico), dischi nei quali si respirava un’aria spesso serena; poi, però, erano morti Danny Whitten e Bruce Berry, l’uno, chitarrista dei Crazy Horse, l’altro, roadie: ciò, unitamente a problemi di salute e alla malattia del figlio, lo aveva sprofondato in una profonda crisi, di cui i lavori successivi, benché splendidi, ne erano lo specchio.
E ora Nazif vedeva tutto questo, non nel senso di vivere l’angoscia del canadese, quanto nell’osservare, passo dopo passo, i suoi gesti, gli scatti d’ira, le lacrime. Si trattava dello stesso fenomeno che lo aveva portato a Travnik. I cadaveri che giacevano nel fango, la cattiveria umana, gli angeli che piangevano al cospetto di quell’atroce barbarie.
Le immagini scorrevano davanti a lui, simili a un film: la ripresa, nuovi tormenti, il periodo dei dischi “folli”, altri capolavori, il grunge.
Sarebbe tornato di sopra per riascoltare Rust Never Spleeps, quando una figura nota imboccò la discesa che correva parallela alla ferrovia. Berisha abitava dopo la pasticceria; a sinistra, guardando verso nord, c’era il viale della chiesa.
Vale era simpatico a Nazif.
Non aveva i difetti della maggior parte degli italiani: niente smartphone, l’aggeggio più stupido che fosse mai stato inventato; non era razzista, e, bontà del cielo, leggeva. Il fatto che fosse preso in giro dai compagni di scuola rappresentava un ulteriore elemento positivo. Berisha andò a prendere due lattine di Coca e ne offrì una al ragazzino. Vale accettò con piacere. Era una bella serata, ancora calda; il cielo privo di nubi, una lieve brezza che calava dalle montagne, su a settentrione.
I convenevoli furono ridotti al minimo. Dopodiché Vale raccontò la sua esperienza della sera precedente. Non temeva ironie, non da parte di Berisha, e infatti venne ascoltato in silenzio, senza sorrisi di scherno o sguardi sarcastici. Alla fine, Berisha annuì. “Non stento a crederti.”, disse. “Stanno accadendo cose decisamente strane. Più tardi mi aspettano il professore americano e Paola. Sei della partita?”
“Certo.”, rispose Vale, scrollando le spalle. “Troverò un modo… per quel che importa ai miei genitori…”
Berisha consultò l’orologio, un fantastico orologio di Paperino del quale andava estremamente fiero. “Ma adesso…”
Non terminò la frase. Una laida vecchia stava percorrendo gli ultimi metri che la separavano dalla casa; li ignorò e proseguì la passeggiata, posto che di passeggiata si potesse parlare: secondo Nazif, era un essere maligno, intento a oscuri traffici, in lei ravvisava un’aura di malvagità. Non sapeva come si chiamasse, e forse non lo sapeva nessuno. Si diceva che era arrivata dalla Svizzera, non lavorava e trascorreva gran parte del tempo a girare per le strade, a volte borbottando fra sé. Altrimenti, stava chiusa nel fatiscente tugurio che aveva preso in affitto, al confine con Arosio, da dove – Berisha ne era sicuro – sbirciava i passanti, nascosta dietro le luride tende. Probabilmente faceva la spesa al supermercato, poiché non c’era un solo negoziante che l’avesse mai vista entrare nel suo negozio. Anche nel paese di Nazif esistevano simili megere. Magari erano streghe. Magari soltanto donne cattive, invidiose e dal cuore arido. Di certo vi era solamente il fatto che non erano buone, e non per l’aspetto fisico (pensarlo sarebbe stata una sciocchezza o una forma di razzismo), ma a causa delle vibrazioni negative che emanavano. La vecchia scomparve alla prima curva ed entrambi – il giovane e il ragazzino – tirarono involontariamente un sospiro di sollievo.
“Adesso devo fare una commissione.”, riprese Berisha. “Fra un’ora dal professore, d’accordo?”
Vale gli diede un “cinque”.
Nazif risalì le scale, sistemò la chitarra e indossò un giubbotto in previsione dell’aria fredda che, a quanto annunciavano le previsioni meteorologiche, sarebbe arrivata di lì a un paio d’ore. Nel frattempo, rifletteva. Il racconto di Vale sembrava appartenere allo stesso delirio dell’Uomo Nero e dei sogni che lo riguardavano. E l’Uomo Nero, prima o poi, si sarebbe fatto vedere. Non a fin di bene, questo è sicuro, pensò. Se la megera era una donna sgradevole, l’essere che di notte entrava nel loro inconscio era molto pericoloso. Esisteva un modo per impedirgli di mettere in pratica i suoi piani, quali che fossero? Inoltre, perché era interessato a un paese così piccolo?
Uscì di casa, accompagnato da una quantità di interrogativi.

3 Neil Young

Si allontanarono dalla villa in macchina. Elisa gli aveva tirato un bordo della giacca, invitandolo a seguirla, senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui aveva obbedito. Si erano diretti verso il parcheggio. Per un attimo pensò alle scuse da trovare per aver lasciato la festa troppo discretamente. Sorrise. Forse… sicuramente, anzi, nessuno se ne sarebbe accorto. Avrebbero magari notato la mancanza di quell’efebico essere, quello che gli camminava un passo più avanti. Se avessero visto che se ne andavano assieme, ecco, forse si sarebbero ricordati anche di lui.
Arrivati alle prime macchine, lei si fermò. “Beh? Dove hai parcheggiato?”, gli chiese. Il lago si sfilava al loro fianco come un nastro di feltro scuro. Mauro non sapeva dove andare. Tra la cena e l’albergo, non immaginava cosa fosse la cosa più improbabile. Non che non avesse voglia di sesso, ma non era quello. Non voleva quasi neanche toccarla. Avrebbe voluto piuttosto immergersi nel verde dei suoi occhi e andare in fondo e una volta arrivato là, dove il colore prendeva sostanza, fermarsi a nutrirsi, a banchettare come uno di quei pesci i cui contorni poteva solo abbozzare.
Elisa guardava fuori dal finestrino. Si teneva le braccia al petto come se avesse freddo. Ma non faceva freddo. Le piaceva quella serata. Era sufficientemente opaca. Il paesaggio si confondeva in toni di grigio, una specie di Braque. Sarebbe bastato un filo di rosso, a disegnare una sagoma netta, per rendere impagabile il tutto. Non sapeva ancora che farsene di Mauro. Ma stava per mettersi a piangere alla festa, e questo proprio non poteva permetterselo. Ma non voleva stare tutta la notte a girare come una cretina. Almeno questo, no.
Chi era, poi, Elisa?, si domandò pigramente Mauro. E sono veramente sicuro di anelare a quegli occhi verdi, tanto diversi da altri occhi, del colore delle foglie autunnali?
Dopo le luci di un bar, c’era uno spiazzo non asfaltato che finiva praticamente sulla riva. Mauro rallentò ed accostò. Spense i fari e aprì lo sportello. “Ti va?”, le chiese. Elisa lo guardò per un attimo e scese anche lei, senza dire nulla. A qualche metro da loro c’erano due panchine. Presero possesso della prima e si sedettero accanto. Il lago era così buio, adesso, che avrebbe potuto inghiottirli. Guardavano davanti, oltre il lago, ma la notte aveva cancellato anche il bordo delle montagne. Elisa cominciò a guardargli le scarpe. Nere, con la suola abbastanza alta. Immaginò il corpo di lui, sotto la stoffa del vestito. Doveva essere una carne senza alcuna pretesa, dimenticata, doveva essere ciò che restava di ore di macchina, bugie sul lavoro, discussioni stantie con la moglie. “Ti odio, lo sai?”, gli disse. Passò qualche attimo. “E odio anche me.”. Mauro non le rispose. Non c’erano risposte. Era rimasto fermo, a quelle parole, fermo e immobile come se guardasse il suo cadavere da qualche metro d’altezza. L’unica cosa che riuscì a fare fu di spostarsi accanto a lei, sulla panchina. Non se la sentiva di abbracciarla. Gli bastava sentire il braccio di lei a contatto col suo. La panchina era una zattera, loro erano naufraghi e quella sera e il lago e la loro vita, anche loro, lo erano.
Adesso Elisa stava meglio. Il verde dei suoi occhi s’era riacceso. Aveva un buon profumo, addosso, si tirò le gambe al petto ed annusò il maglione per sentirlo meglio. Magari domani lo avrebbe anche rivisto, Mauro. Chissà. Non aveva fatto neanche caso ai suoi occhi. Magari nascondevano qualcosa, un odore di castagne, una parte di bosco che viveva nascosta da anni, visitata soltanto dalle farfalle e da qualche riccio intimidito. Qualcosa che avesse ancora un po’ di magia.

In realtà, lui aveva un pensiero fisso. Più che un pensiero, un ricordo. Più che un ricordo, un’ossessione. Un’immagine danzava sempre davanti ai suoi occhi, si celava in qualche angolo buio della stanza, quando a tarda ora si decideva a riporre il libro che stava leggendo senza capirlo, e si abbandonava a un dormiveglia composto da brevi momenti di sonno e bruschi risvegli. Questo fino alle prime luci del mattino.
Se poi c’era il sole, poteva ancora andare; se pioveva e il cielo era grigio e intristito, si abbandonava a pensieri foschi, al desiderio inconfessato di non vivere. Non così, almeno. Sole o pioggia, comunque l’immagine non lo abbandonava. Per quanto possa sembrare strano, essa conteneva anche un profumo, più precisamente diversi profumi. Quello di lei, inebriante, l’alito del mare condotto dal Mistral, perfino l’odore dei campi bagnati, e quello del fuoco di legna.
Perché tutto ciò che è bello, che è vivo, che è palpitante di emozioni, perché deve finire? Per quale ragione la magia deve essere sottratta, come per il sortilegio di un negromante malvagio?
Osservò Elisa, e trovò in se stesso un minimo di buon gusto per evitare raffronti, paragoni, che l’avrebbero vista perdente. Ristorante oppure sesso… alla fine il risultato non cambiava. Momenti effimeri, così diversi dall’assoluto. E l’assoluto aveva un nome, un viso, un rimpianto.
Si era interrogato spesso sui motivi che avevano indotto Cristiana a lasciarlo. Poi, aveva preferito lasciar perdere. Se una ragione c’era, egli la ignorava.
Guardò di nuovo Elisa. Conosciuta a una festa stupida, che fino all’ultimo aveva meditato di disertare.
Come aveva conosciuto, invece, Cristiana?
Lo rammentava bene: il ghiaccio della pista di pattinaggio riluceva ai raggi del sole; presto si sarebbe sciolto, ma non ancora. Era rimasto immobile a fissare la ragazza – all’epoca di dieci anni più giovane – che con la sua sola presenza oscurava tutte le altre. Era splendente, come i profili delle montagne innevate, come l’azzurro cupo dell’oceano al tramonto, come una notte scintillante di stelle cadenti.
Poi c’era stato il mare. La campagna fertile e verde, cosparsa di fiori sbocciati all’improvviso. Le città che avevano visitato, musei che racchiudevano impagabili capolavori, stradine sconosciute, imponenti palazzi edificati in tempi lontani, bistrot e pub, grande rouge e birre alla spina, giardini, percorsi da sentieri misteriosi, creati appositamente per loro. Così aveva creduto.
Assaporò il profumo di Elisa. Lo portava con sé la brezza del presente. Una donna indecifrabile, pensò. Ma poi, in fondo, che gliene importava? Non poteva scacciare la sua ossessione; questa si chiamava matematica, fisica, logica. E lui altro non desiderava che crogiolarsi in una teoria di ricordi che lentamente appassivano; ma quando questo accadeva, quando “sentiva” che era sul punto di avvenire, interveniva a colpi d’ascia mentali per impedire che succedesse.
Elisa… ristorante, sesso, solamente un momento fugace, destinato a sommarsi a tutti gli attimi inutili dell’esistenza, quantomeno della sua.
Eppure, quegli occhi verdi. Così differenti dai tappeti di foglie bruciate, dalle suggestioni dei boschi in autunno, dal passato che non tornava. O che, quando tornava, era solo a causa di un sogno che mai si sarebbe realizzato. La figura esile, il modo di muoversi, uno strano senso di contagio. Una malinconia trattenuta, che con il passare dei minuti era parsa svanire, sostituita forse da vaghe aspettative. Ma erano le stesse? Forse non era una donna felice, però poteva diventarlo; e magari, chissà, il destino gli offriva quell’opportunità. Se le sue spalle non erano sufficientemente ampie per scacciare i propri fantasmi, era tuttavia possibile che insieme ci sarebbero riusciti, vicendevolmente, ciascuno a modo suo, senza regole prestabilite. Non per consolarsi a vicenda – sarebbe stato ambiguo, un’illusione, un ingannare se stessi e nient’altro -, ma per intraprendere un cammino nuovo, posto che fosse ciò che il fato prevedeva.
Spostò lo sguardo sullo specchio d’acqua, ora illuminato dalla luna. Da ragazzo, la chiamava la Signora degli Incantesimi. In seguito, aveva cambiato opinione su questa e su molte altre cose.
Esistono magie che si ripetono? Indugiò, in cerca di un responso sensato a un quesito che non avrebbe mai immaginato di porsi. Dopo un attimo, convenne che era meglio non pensare, analizzare, razionalizzare, e via dicendo… seguire l’istinto, ecco!
“Tua moglie?”, gli domandò a un tratto Elisa, rompendo un silenzio che si era protratto troppo a lungo.
Lui si sfilò la vera e scosse la testa.
“Anch’io ti odio, sai?”
Lei lo scrutò, incuriosita.
“Perché?”
Non ci fu risposta.
Soltanto un bacio.
E un anello gettato nel lago.
Provocò un’unica piccola increspatura.
Poi l’acqua tornò tranquilla.

Dorme.
Dormire.
Quando una persona dorme non esercita alcun tipo di potere… questo almeno in teoria, perché le cose non stanno esattamente così. Non era un concetto semplice, e non lo erano neppure le implicazioni che esso comportava, ma, benché fosse ancora un bambino, Pippo Bartolomei era molto sveglio, e sicuramente più maturo degli altri ragazzini della sua classe.
Spostò lo sguardo dalla culla alla finestra che dava sul giardino e, oltre la recinzione, sugli alberi che, simili a mendicanti infreddoliti, tendevano al cielo i loro rami ancora parzialmente spogli. Splendeva il sole, però era il classico sole di marzo, bello a vedersi e tuttavia freddo. Il vento da nord contribuiva a rinfrescare l’aria.
Pippo tornò a contemplare il neonato. Marco riposava sereno, protetto dal mondo, amato dai genitori, apparentemente inerme quando invece era proprio lui a determinare i destini della famiglia. E questo ancor prima di nascere. Pippo non aveva dimenticato che dopo l’annuncio, proclamato con espressione radiosa e voce squillante dalla mamma – il padre se ne stava in disparte, appoggiato alla parete, una lattina di birra in mano, il sorriso che affiorava dalle labbra – erano andati persi due appuntamenti, due consuetudini, per lui assai importanti. Il primo riguardava la corsa. Partivano entrambi dal retro, uscendo dalla cucina, attraversavano il prato, varcavano il cancello che delimitava la proprietà e prendevano per il bosco. Seguivano un sentiero a tratti abbastanza agevole, in alcuni punti più impervio, che alla fine conduceva a uno spiazzo circolare dove si fermavano a riprendere fiato. Vinceva sempre lui e non gli dispiaceva, sebbene sapesse benissimo che era la madre a lasciarlo vincere, fingendo una stanchezza inesistente negli ultimi decisivi metri. Poi, seduti su due massi, chiacchieravano di tutto e di niente: Pippo parlava della scuola, di un nuovo film che avrebbe desiderato vedere, di quanto era buffo il vicino di banco, sempre pronto ad arrossire e a vergognarsi di quel rossore e a balbettare per la vergogna. Pippo lo aiutava con i compiti, la madre annuiva come a significare che era cosa ben fatta, dopodiché gli raccontava qualche episodio divertente – la parrucchiera che aveva sbagliato colore e la signora Mizzi che era andata in escandescenze, partendo per la tangente: lacrime, strilli, la latente minaccia di uno svenimento; era comunque un’attrice nata, degna di miglior causa.
Oppure tirava fuori dalla sacca un libro di miti e leggende e, con la bella voce che le apparteneva, leggeva un brano, talvolta un intero capitolo. Fra i tanti, il preferito di Pippo era il racconto di Alessandro Magno e del nodo di Gordio (in ultimo, spazientito, il grande re lo tagliò con la spada).
Ma, in seguito all’annuncio (Habemus Papam, non erano queste le parole del cardinale?), la corsa in mezzo agli alberi era stata soppressa perché avrebbe potuto nuocere a Marco.
E anche un secondo appuntamento era finito nel dimenticatoio. Qui si entrava in un terreno minato, Pippo ne era consapevole nel modo vago in cui molti fatti vengono assimilati e digeriti; è meglio non fare esatta chiarezza, è preferibile vivere il momento senza interrogarsi troppo… vivere e poi scordare, fatta eccezione per il senso di compiuta soddisfazione, di estrema letizia, che si accompagnava a tale rendez-vouz, del quale anche papà era all’oscuro. Accadeva di notte, quando babbo era di turno giù alla fabbrica, non proprio tutte le notti: una su due rappresentava la giusta proporzione, senza peraltro una regolarità di intervalli (due sì, due no, ad esempio) e ciò accresceva il piacere quasi mistico che quella visita nel suo lettino, quella mano leggera ma incalzante, quelle frasi sussurrate dolcemente all’orecchio, gli arrecavano, un dono soltanto a lui riservato, di cui era a conoscenza forse qualche gatto e nessun altro.
A causa di un bimbo non ancora nato, stop alle corse e stop ai palpiti notturni!
Il quadro poi era andato peggiorando. Bastava un pianto per richiamare ambedue i genitori, l’interesse nei confronti di Pippo era via via scemato, i suoi resoconti delle prodezze scolastiche venivano accolti con un interesse che gli sembrava tiepido (o freddo?), e lo stesso valeva per ogni altra attività che lo aveva visto protagonista.
Dormire.
E disporre dei destini di un’intera famiglia.
Così va il mondo, cercò di consolarsi Pippo.
Solo che… solo che sarebbe andato avanti così per sempre, non c’erano prove al riguardo, ma a questo portava una semplice riflessione. Con il passare del tempo il piccolo mostriciattolo (mostrino, lo chiamava dentro di sé) avrebbe preteso maggiori attenzioni e, dato che la sua strada sarebbe stata la medesima del fratello maggiore, le avrebbe di certo ottenute. Comprese la corsa e gli appuntamenti notturni? Sì. Sicuro.
Si traferì in cucina per prepararsi una merenda a base di pane, burro, marmellata, nutella e zucchero. Sorseggiò un bicchiere di latte, osservando oziosamente le piastrelle, i piatti lavati e riposti negli appositi contenitori, gli strofinacci dai colori vivaci.
“Accettare la realtà è sinonimo di intelligenza.”, aveva sproloquiato un giorno la bibliotecaria, mentre prendeva nota del libro che si era scelto. Per poi aggiungere: “L’importante è adeguarsi, e combattere per viverla nel migliore dei modi, non per contrastarla, il che sarebbe comunque inutile.”
Già. Chissà cosa diceva la Bibbia in proposito? Rammentava alcuni brani dell’edizione per bambini che aveva letto, nessuno di essi però affrontava simili problemi. Finì di mangiare, lavò il bicchiere e gettò un occhio all’orologio a parete. Fra dieci minuti la mamma sarebbe tornata, lo sapeva perché a quell’ora alla tv davano il suo sceneggiato preferito e difficilmente avrebbe mancato quell’appuntamento.
E i miei appuntamenti? Dove sono finiti?
Mentre un’idea prendeva vagamente forma in lui – oh, ma solo vagamente! E’ un gioco, no? -, tornò nella camera del fratellino.
Mobili pastello, stickers raffiguranti animaletti e personaggi dei cartoni alle pareti dipinte di un tenue azzurro, la finestra affacciata sul giardino, dove a breve sarebbero comparsi i fiori. La mia stanza era più o meno simile, ricordò. Tranne che io non rubavo niente a nessuno!
L’idea era buona, fu il pensiero successivo; se non si trattasse di un’assurdità (una contraddizione in termini scusabile, considerato il contesto), potrei addirittura metterla in pratica.
Alessandro il Grande stette forse lì a rimuginarci?
Colpito da quella considerazione, Pippo si fermò in mezzo alla stanza, boccheggiando.
Cinque minuti!, lo avvertì una vocina.
E allora?, sbraitò mentalmente.
E allora, e allora… vuoi che tutto torni come prima?
Pippo soppesò la proposta.
Un cuscino, si disse.

Ciò che poi accadde fu che Flagg rovesciò la testa all’indietro liberando una risata piena di gioia e di divertimento. Quegli artifizi non potevano nulla contro di lui: la luce verde, la ruota di fuoco, con altri avrebbero funzionato, ma egli era immune dalla magia, in qualsiasi forma essa si manifestasse. Tornò indietro di due o tre passi e si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, frugò in una tasca del giubbotto, prese cartine e tabacco e confezionò una sigaretta. Quindi l’accese, soddisfatto.
La Creatura lo fissò. Si rendeva conto che quell’Avversario era il più forte fra tutti quelli che nel corso di innumerevoli anni aveva affrontato e vinto. D’impulso agitò nuovamente un braccio. Apparvero immagini, visioni. Dapprima il volto repellente di una strega. Non ricordava più dove l’aveva trovata, sfidandola e annientandola; rammentava soltanto il tremendo Potere di cui disponeva quella laida megera… eppure l’aveva distrutta. Comparve subito dopo il profilo di un vampiro, in rapida successione si alternarono altre figure malefiche, ciascuna delle quali dotata di un’ampia gamma di incantesimi. E tutte, alla fine, eliminate. E non erano i contadini di Consonno, non era il conte, non erano esseri umani; ma questo non gli aveva impedito di trionfare.
L’Uomo Nero osservò con scarso interesse la sfilata di mostri e demoni. “E’ molto interessante.”, disse dopo aver aspirato una boccata di fumo. “Potresti renderti utile, benché non sappia ancora in quale modo. In effetti, non ho alcun bisogno d’aiuto. Con questo, un’arma in più non va disprezzata: magari non mi serve oggi, un domani chissà.”
La Creatura non rispose. Da molto, moltissimo tempo non conosceva il sapore del dubbio. Adesso un dubbio aveva preso consistenza, si era infilato serpeggiando negli oscuri anfratti della sua mente, portando con sé un’ospite davvero sgradita: la paura.
Avrebbe potuto scomparire, nascondersi in una delle grotte situate in alto, sulla montagna, abbandonarsi a un sonno privo di sogni; quando si fosse destato, con ogni probabilità l’Antagonista, stanco di aspettare, sarebbe già stato lontano. La cosa sarebbe finita lì. Era un’idea plausibile, tuttavia la respinse. Non poteva accettare il concetto stesso di sconfitta, esulava dall’immagine costruita mediante le tante vittorie appaganti di cui era disseminato il cammino che aveva percorso. E c’era dell’altro: se si fosse dichiarato vinto, se avesse accettato quella proposta, che peraltro non gli sembrava chiara e definita quanto piuttosto vaga e aleatoria, oppure se fosse corso a cercare un antro dentro al quale celarsi, in ognuna di queste due ipotesi si racchiudeva un futuro che non sarebbe stato uguale al passato; in entrambe era contenuta una domanda che non intendeva porsi, e che riguardava l’esatta concezione che aveva di se stesso. Una volta perduta, difficilmente sarebbe stata ritrovata. Avrebbe trascorso il tempo interrogandosi, scavando fra le ombre, per cercare di capire, di comprendere, di ricordare. E non voleva farlo. Lui era, e basta. Se non rammentava più da dove era venuto, posto che in un lontano passato ne fosse stato consapevole, significava che non doveva indagare in tal senso. Soltanto prendere in considerazione una simile eventualità lo avrebbe fatto decadere, ai suoi occhi se non a quelli di altri. Sarebbe stato il principio della fine. Avrebbe assistito impotente allo sgretolamento di quanto con pazienza e perseveranza aveva costruito.
Randall Flagg parve leggergli nel pensiero. “Vattene!”, esclamò, spegnendo la sigaretta sotto il tacco di uno stivale. “Vattene, se non sei immortale!”
Io sono immortale. Io sono invulnerabile.
Tranne che l’affermazione era più una frase dovuta, una forma di autoconvinzione, che una certezza assoluta, come sarebbe invece stata pochi istanti prima.
La Creatura contemplò Flagg, di nuovo dubbiosa. Ma poi decise: abbandonò timori e incertezze. Una spada fiammeggiante prese forma nella sua mano, la levò in alto e balzò sul Nemico, sferrando un colpo di inaudita violenza. Vivide fiamme guizzarono, nel cielo risuonò il cupo rombo del tuono, la terra stessa parve trattenere il respiro.
Flagg si alzò e girò la testa in direzione della vetta della montagna. La spada interruppe la sua corsa cozzando contro uno schermo invisibile, evidentemente più duro dell’acciaio. Mentre l’altro, furioso, ritirava l’arma per sferrare un nuovo affondo, Flagg fissò lo sguardo su un punto imprecisato della montagna.
Erano passati almeno cento anni – ma probabilmente anche di più – da quando su quei monti vivevano i lupi. D’inverno, spinti dalla fame, calavano a valle per fare razzia di galline, conigli, senza trascurare qualche sfortunato bambino. Si erano succedute molte “spedizioni punitive” e alla fine erano scomparsi, sterminati dai cacciatori. Soltanto una decina di esemplari più fortunati, o più furbi, era riuscita a salvarsi, trovando rifugio a Oggiono, dall’altra parte delle montagne.
Gli occhi di Randall Flagg divennero rossi.
Come rispondendo a un comando, si udì chiaramente un ululato, cui ne seguì subito un secondo. Poi i lupi scesero dalla montagna. Erano magri, affamati, desiderosi di cibo. Presto raggiunsero i due contendenti e circondarono la Creatura, digrignando i denti. Il Signore di Consonno li affrontò con la spada. Ma, per quanto fosse magica, non si dimostrò di alcuna utilità. Comprese che lo avrebbero azzannato alla gola.
A un cenno di Flagg, dal nulla prese forma una scala mobile. Era del tipo di quelle che si trovano nei centri commerciali, nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti. Un tapis roulant che conduceva in basso, quanto in basso non era possibile stabilirlo perché sembrava procedere all’infinito. Dopo un attimo di esitazione, la Creatura lasciò cadere la spada, voltò le spalle ai lupi e saltò sul primo gradino. La scala prese a muoversi, in principio quasi con aggraziata lentezza, quindi in maniera sempre più veloce.
L’Uomo Nero accolse con una fragorosa risata le minacce che il suo Nemico gli rivolgeva urlando… solo che presto furono inghiottite dalla distanza, perdendosi in flebili eco, fino a lasciare campo a un silenzio assoluto.
Sotto vi erano fiamme scarlatte, e ancora più sotto un luogo che da migliaia di anni terrorizza l’umanità intera. Se la Creatura non ricordava da dove proveniva, lo scoprì nei successivi, pochi, secondi.
Randall Flagg congedò i lupi.
Poi tornò a sedersi e accese un’altra sigaretta.

Da oggi voglio introdurre una modifica nella programmazione del blog. In realtà, torno ai tempi di Splinder. Nei limiti del possibile, alla domenica posterò i nuovi capitoli di “Come Randall Flagg”, mentre durante la settimana pubblicherò racconti “singoli”. Ciò per permettere ad eventuali nuovi amici di leggere qualcosa che non sia legato a una lunga storia (dubito fortemente che una persona anche dotata della massima buona volontà possa o desideri leggere venti o trenta capitoli arretrati di una storia di cui non sa nulla).
Per cominciare, però, ripropongo un brano già rieditato circa un anno fa: questo perché me lo ha chiesto un’amica che poi vorrebbe discutere l’argomento con il moroso.

Vorrei dire una cosa. Potete abbassare quelle luci, per favore? Da ragazzino andai a fare un corso di vela, credo che avevo quattordici anni, mi divertivo molto, mi ero anche preso una cotta per una ragazza. Come si chiamava? Daniela? Simona? Non mi ricordo, ma comunque mica è importante. Dunque, io in barca andavo bene, mi piaceva, ho sempre amato il mare, il vento, le onde, insomma tutte quelle cose lì, anche se poi non sono più andato al mare. Vita di merda, senza soldi, ho potuto permettermi solo vacanze sul lago, in campeggio, e la notte c’erano certi spifferi gelati che ti entravano nelle ossa e così poi mi veniva anche il mal di schiena.
Posso avere una sigaretta? Grazie. Ecco, io non sapevo fare i nodi. I nodi da marinaio sono maledetti, la gassa o cosa diavolo; non era colpa mia, proprio non ero capace, non mi entravano in testa, anche se ci provavo, eccome se ci provavo. Beh non sempre, a volte preferivo guardare le gambe nude di Cristiana. O Daniela? Sì sì credo proprio che si chiamava Daniela, occhi neri, capelli neri, un corpo bellissimo anche se aveva solo due anni più di me. Arrivo al sodo. Un giorno l’istruttore mi dice: vieni nel mio bungalow che ti insegno a fare i nodi. Va bene, rispondo io, così è la volta buona che finalmente imparo, non puoi andare in barca se non sai fare i nodi. Il bungalow, sapete quelle costruzioni in legno… ma certo che lo sapete, è un mio difetto, mi capita di pensare che la gente non sa quello che so io, quando invece è l’incontrario, perché io non so quasi niente, e quel poco che so lo so anche male. Insomma il bungalow era buio, no, non troppo buio, diciamo che era avvolto nella penombra, questa è una frase che ho letto su un libro, bella vero? Ho letto tre libri in vita mia, ma dieci volte l’uno e adesso li conosco a memoria, potrei recitarli come il prete recita la Bibbia o il Vangelo, come quando parla durante la Messa. Ci sediamo sul lettino, io e l’istruttore, era un uomo non molto giovane, molto abbronzato ma è ovvio perché stava tutto il giorno fuori, in barca, al sole. Incomincio a fare i nodi, e naturalmente sbaglio. Mica sbagliavo apposta, non ero capace, non mi entrava proprio nella zucca, anche se poi invece con il timone ero bravo. Ricordo che avevo dei calzoncini corti e una maglietta gialla, i pantaloncini corti invece non mi ricordo di che colore erano. A un tratto lui mi infila una mano dentro, dentro ai calzoncini, e poi dentro alle mutande e si mette a toccarmi il pisello. Ansimava, questo me lo ricordo bene, come se fosse oggi, ansimava e con l’altra mano mi stringeva i capezzoli. Fai i nodi, su fai i nodi. E intanto tocca, tocca. Mica ero eccitato io, mi faceva schifo, ma avevo paura, sapete come quando si hanno le gambe molli molli, come di gelatina, e il cuore batte così forte che hai paura che da un momento all’altro scoppi? Ecco, io ero proprio così e lui insisteva, non smetteva, ma il pisello non diventava duro, era floscio, come faceva a diventare duro se provavo schifo?
Posso avere un’altra sigaretta, per favore? Grazie. Poi, ho preso tutto il mio coraggio e sono scappato. Ho corso, corso come un pazzo, e mi sono fermato davanti al mare. Pensavo di uccidermi, e forse era meglio se lo facevo, ma poi invece ho cambiato idea. Lui non mi ha più molestato, ma la cosa brutta, quella veramente brutta, deve ancora arrivare. Quando sono tornato a casa, ho raccontato tutto al papà e alla mamma, con calma, senza esagerare i toni. O si dice: enfatizzare i toni? Ho letto anche questo su un libro, però non mi ricordo quale dei tre era. Va beh, ho raccontato ogni maledetta cosa. E loro?
Loro non mi hanno creduto. Non mi hanno mai creduto, e questo è stato il dolore più grande della mia vita; non è mai passato, ce l’ho ancora oggi. E’ qui, dentro di me che mi strazia. Mio padre pensava che io fossi un frocio, un pervertito e che calunniassi una persona innocente. Che poi cosa c’entrano queste due cose? Potevo essere un frocio, e non lo ero, ma perché avrei dovuto inventarmi quella palla assurda? Oppure potevo inventarmi la palla, ma non essere frocio.
No, non mi hanno mai creduto, e io sono cresciuto sapendolo, giorno dopo giorno. E’ brutto, che i tuoi genitori non ti credono? E’ come se ti dicessero che fai schifo, che sei una merda, e poi tu ti convinci di essere una merda per davvero, e vedi una ragazzina, non una bambina, cazzo!, una ragazzina con già le tette e tutto il resto. E ti piace, e te la sogni la notte, e te la porti su quel maledetto prato, e te la scopi. Ma poi, quando scopri che a lei piace, che invece di ribellarsi geme e gode e si dimena e chiede ancora!, quando vedi che ci sta, che è sporca esattamente come te, né più né meno, allora le metti le mani intorno al collo, e poi stringi, stringi. Per cancellare il peccato, per lavare per sempre l’anima. Non so se sono stato chiaro, ma adesso è come se sto meglio. Adesso, se fossero ancora vivi, papà e mamma potrebbero finalmente dire che sono una merda.
Potete abbassare quelle luci, per favore?

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