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Martin YarbesQuella tiepida sera di giugno il Restaurant Russkie Sezony ospitava solo due commensali. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quel locale, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo. Due macchine con otto uomini armati stazionavano fuori, altri quattro uomini del servizio segreto erano divisi in due coppie: la prima controllava l’ingresso, la seconda aveva scelto una posizione da cui poteva vedere sia l’interno della cucina, sia la sala da pranzo. Naturalmente avevano tutti la giacca sbottonata.
Putin mangiò poco, limitandosi a un po’ di caviale. La scorta aveva portato dal Cremlino piatti, posate e tovagliolo, come da consuetudine. Yarbes, invece, aveva appetito. Dopo la tartina, si dedicò all’insalata Olivier (quella che in Italia viene chiamata insalata russa) per poi proseguire gustando una squisita Borsht, una minestra a base di barbabietole, e infine dandoci dentro con un tipico piatto russo di pezzi di manzo saltati, serviti in una salsa con smetana. Chi aveva detto che negli States la cucina era di gran lunga migliore?
Il quadro geo-politico che Martin aveva ricavato dalle numerose letture era complesso come la realtà del medioriente. La religione (intesa anche come forma di potere) dominava su tutto e a questo riguardo gli americani avevano commesso un grave errore attaccando per la seconda volta l’Iraq, uno Stato fondamentalmente laico che fungeva da cuscinetto fra il Paese più popolato, l’Iran (che arabo non è), e le nazioni arabe. Era stato come scoperchiare il vaso di Pandora. Per quanto folle e crudele fosse, Saddam Hussein governava con pugno di ferro, eliminando ogni forma di dissidenza e impedendo ai fondamentalisti di attecchire sul territorio. La sua caduta era assimilabile alla morte di Tito, che aveva portato alla dissoluzione della Jugoslavia, con conseguenze ancora peggiori poiché non circoscritte ai Balcani (dove il petrolio non c’è e pertanto l’interesse della comunità internazionale è minimo).
Non a caso, Abu Bakr al-Baghdadi era iracheno. E lo stesso valeva per il nuovo Califfo, Abu Muhammad al-Adnani al-Shami. Il cuore dell’Islam è comunque l’Arabia Saudita, dove si trovano le città sante, La Mecca e Medina. E sebbene in date circostanze avesse appoggiato gli Usa (o chiesto l’appoggio come ai tempi dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, a causa del pericolo concreto di perdere pozzi petroliferi) manteneva tuttavia un atteggiamento ambiguo.Vi era poi la disputa fra sunniti e sciiti. E infine l’odio generalizzato nei confronti di Israele.
Un bel ginepraio, rifletté Yarbes.
Putin interruppe il corso dei suoi pensieri. Benché di malavoglia, ammise: “Forse anche noi abbiamo sbagliato, anche se al momento ci ritenevamo soddisfatti. Eliminando Abu Bakr pensavamo di aver risolto il problema, ma chi lo ha sostituito si è dimostrato più intelligente e perfido. Se lei lo ammazzerà, avrà reso un gran servigio al mondo intero.”
Yarbes inghiottì l’ultimo pezzo di carne. “Prima devo trovarlo.”
“Non sarà semplice.”, disse Putin. “Noi ci stiamo provando da tempo. Però abbiamo qualche elemento, dati non sicuri, certo, più che altro spifferi che possono corrispondere al vero o risultare del tutto fasulli. A tale proposito, ho il piacere di presentarle una persona che da sei mesi sta lavorando a questo caso. Non sarà Matrioska o il suo vecchio “amico” Pomarev, ma è in gamba. Le interessa avvalersi di un aiuto?”
Fuori, sebbene il sole fosse già tramontato, il cielo era ancora rischiarato da un residuo di luce. Una luce di speranza, forse, pensò l’americano. A quel punto ci si aggrappava a tutto.
Yarbes esitò. In realtà, preferiva lavorare in proprio; peraltro sei mesi, specie se intensi, superavano i suoi pochi giorni. Annuì, quindi rivolse uno sguardo interrogativo allo “zar”. Putin fece un cenno del capo all’agente che stava vigilando accanto alla porta della cucina. Questi si affrettò a uscire. Un minuto più tardi rientrò nel ristorante, accompagnato da un uomo. Dimostrava circa quarantacinque anni, era alto e aveva lo sguardo freddo. Si avvicinò al tavolo e chinò la testa in segno di saluto. Putin lo invitò ad accomodarsi. “Il maggiore Ivan Drozdov.”, lo presentò. Poi si rivolse al nuovo venuto. “Questo signore è… ehm… il generale Martin Yarbes.”
“Credo che Yarbes sia sufficiente.”, replicò divertito Martin.
Drozdov annuì.
“Io ho il compito di uccidere il Califfo.”, disse Yarbes con calma. “Lei ha individuato il suo rifugio?”
Si era espresso in russo. La risposta venne data in un buon inglese, non perfetto come quello di Vladimir Putin, ma più che accettabile. “No. Ho dei contatti, tramite i quali ho potuto farmi delle idee. E sono in procinto di incontrare altri contatti. L’idea è quella di sganciare una bomba sul suo tetto… con al-Baghdadi ha funzionato.”
“Già.”, convenne Yarbes. “Il mio piano è leggermente diverso. Lei saprà certamente ciò che è successo da noi. Una strage. Una strage insensata e infame. Mia… la mia ex moglie è viva per miracolo, pertanto questa è anche una questione personale. Io voglio eliminare il Califfo con le mia mani, e penso di essere in grado di farlo. Lei cosa dice?”
Drozdov lo guardò negli occhi, valutandolo. Quello che vi lesse gli piacque. Scorse come immagini di un passato che lo aveva visto agire in modo implacabile, a volte al di fuori degli schemi, delle leggi vigenti, dell’umana comprensione. C’era in lui un fondo di glaciale durezza e, sebbene non fosse più giovane, c’era pure la capacità di tradurla in pratica. D’altro canto, Putin gli aveva parlato di quel cekista. CIA! I nemici per antonomasia del suo popolo. Però i tempi cambiano, così come le prospettive. E adesso il traguardo era uno soltanto. L’avversario, almeno l’avversario principale, non risiedeva più a Washington, ma in una sperduta località della Siria o dell’Iraq. Se l’uomo della Central Intelligence Agency poteva essere d’aiuto per togliere di mezzo il porco musulmano, allora era il benvenuto.
Ivan Drozdov, agente dell’SVR e prima ancora del KGB, per la prima volta sorrise.

Monica non si sentiva esattamente male, certo non bene. Di quanto era accaduto non ricordava niente, né le interessava assolutamente indagare. Sdraiata sul letto, stava pensando a Martin. Al modo in cui l’aveva guardata, alla tenerezza che aveva colto nella sua espressione. Lo aveva lasciato, incolpandolo per la morte di John. Era stata una decisione giusta? Non si trovava nelle condizioni migliori per esplorare a fondo la vastità dei sentimenti che provava. Erano così diversi l’uno dall’altro! Da un lato, la ragionevole sicurezza di avere agito secondo coscienza; da un altro lato, il dubbio, ora crescente, che esisteva una morale superiore ai risentimenti, per quanto motivati essi potessero essere.
La morale che nasceva dalla condivisione degli affetti. E forse Martin non aveva amato John quanto lei, sia pure in forma differente?
E se aveva sbagliato, non esisteva la parola “perdono”?
Dubbi che non l’avevano sfiorata prima dell’incidente, non avrebbe saputo descriverlo in altra maniera; nessuno le aveva fatto il conto dei morti, e lei era troppo debole per chiedere chiarimenti.
“Perdono”?
Non lo sapeva.
Non lo sapeva ancora.

IL PROCESSO 8

Il processoChiusa a chiave nel suo studio, Maria Rosaria rilesse attentamente quello che aveva scritto, annuì varie volte, dopodiché firmò utilizzando un nome falso – off course. Si trattava di una lettera durissima indirizzata all’autore del libro di Heidi, nella quale Vostro Onore esprimeva il suo fiero disappunto per le sventure amorose della protagonista. Esortava anche lo scrittore a realizzare immediatamente un nuovo romanzo nel quale venisse fatta finalmente giustizia.
Sentendosi un po’ Annie Wilkes (l’infermiera pazza di “Misery”), nascose la missiva e tornò a fissare con antipatia la cassetta. Già era assurdo che nell’anno di grazia 2016 si utilizzassero ancora strumenti così obsoleti. Inoltre, il contenuto di quel nastro la costringeva a riflettere, e non ne aveva nessuna voglia. Aveva escluso che venisse accettato come prova; questo, però, non toglieva che suscitasse forti dubbi in merito all’intera vicenda.
Decise di riascoltarlo per l’ennesima volta. A titolo di consolazione, sorrise malignamente pensando ai giurati furibondi dopo che aveva provveduto a porli in isolamento.
Ed ecco di nuovo rumori e voci. Un campanello suonava. Alexandra White, che stava “componendo a voce”, andava ad aprire la porta. Nadia Been parlava, ma si capiva poco a causa della distanza. White replicava in maniera alterata. Le parole, tuttavia, sfuggivano. Poi le due donne si avvicinavano al registratore e il dialogo diventava comprensibile. Insulti vari. Quindi, la frase “incriminata”. Voci sempre più concitate, stridule, rabbiose. Strilli.
Di seguito, un rumore di lotta. Pochi minuti. Adesso White gridava: grida di dolore. A un tratto implorava l’altra. Il suono di diversi schiaffi. “Ti prego, basta!” Era di nuovo White.”Oh, abbiamo appena incominciato.” Questa era Nadia. Altre sberle, piuttosto forti a giudicare dal rumore e dai gemiti disperati. Forse due pugni, sebbene fosse difficile da stabilire. White continuava a chiedere pietà; probabilmente era stata immobilizzata e non poteva più difendersi. Infine, la porta che sbatteva. E Alexandra che piangeva. Stop. Risultava chiaro chi aveva vinto quello scontro e chi lo aveva perso. Alexandra White le aveva prese di santa ragione. Al giudice non poteva importare di meno; fra l’altro le trovava entrambe piuttosto antipatiche, diciamo sull’odioso andante.
Ciò che contava era la frase.
Tutto ruotava su quella frase.
Doveva prendere una decisione, ma aveva già mal di testa. Un’emicrania acuita dal ricordo della camicia color crema del marito; prima di metterla a lavare, l’aveva controllata, e non le erano sfuggite le macchie di rossetto. Maledetto Texas!
White era sicuramente colpevole… ma non era l’unica colpevole.
E in base a quanto aveva detto quello strampalato legale esisteva un solo modo per appurare la verità.

Allo scopo di non irritare ulteriormente la giuria, James Rodixidor e J.P. Newwhitebear avevano deciso di non convocare altri testi. Ora ambedue erano concentrati sull’arringa finale.
Rodixidor non aveva dubbi sul verdetto. Era certo di aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che “2693 D.C.” era stato scritto da Nadia e che Alexandra lo aveva spudoratamente rubato.
Newwhitebear era quasi altrettanto sicuro del verdetto, ovviamente a parti rovesciate. La sua cliente sarebbe stata scagionata. Magari non grazie a lui: White gli aveva detto che aveva sedotto un giurato influente; se era vero, andava bene così, e al diavolo l’orgoglio professionale! D’altro canto i soldi erano più importanti di un ego (vagamente) insoddisfatto.
In quanto ai giurati, volevano soltanto che quel deprimente processo finisse, in modo da poter tornare a vivere, cosa al momento non possibile visto il regime di isolamento cui erano stati sottoposti dalla nazista. Altro che Vostro Onore! Il solo soddisfatto e tranquillo era Willyco. Avvalendosi di metodi assai subdoli era riuscito a far pendere la bilancia nella direzione da lui voluta. Lo attendeva una bella ricompensa.
Ma tutto questo, ogni pensiero, ogni speranza di vittoria, ogni malumore, scomparve allorchè il giudice fece il suo ingresso nell’aula di giustizia. Contravvenendo decisamente alle norme, annunciò che convocava un nuovo teste per propria libera scelta. Quali norme!, pensò amaramente la donna: quelle che dovrebbero impedire a un marito di andarsene in Texas per affari, vestito da cow-boy con tanto di cappello a tesa larga, stivali, cravatta sottile e camicia color crema?
I due avvocati la fissarono allibiti, il portavoce Willyco corrugò la fronte, perplesso, White e Been sollevarono di scatto la testa. Erano ambedue annoiate e si chiesero cosa diavolo avesse in mente Vostro Onore.
Maria Rosaria intimò il silenzio e, scandendo bene le parole, dichiarò: “Chiamo a deporre il professor Capehorn.”
Poi picchiò con forza il martelletto, fulminando con lo sguardo tutti i presenti.

Ben ritrovati, amici🙂
A presto con la nuova puntata di “Guerra Totale”

Vladimir Putin RageAvere “carta bianca” significa fare ciò che si vuole senza dover interpellare nessuno, a parte le persone con le quali si desidera confrontarsi. Di conseguenza, Martin Yarbes non si prese la briga di informare Brian Stevens circa un viaggio che intraprese quattro giorni più tardi, dopo essere tornato all’ospedale e aver parlato finalmente con Monica, grata per la visita sebbene alquanto distaccata.
L’uomo che adesso sedeva di fronte a lui aveva una lunga storia alle spalle. Date le basi di partenza era stato protagonista di un percorso sorprendente, assolutamente non pronosticabile da chi lo aveva frequentato quando era un giovane teppista dal carattere chiuso, ma capace di grandi slanci come quando aveva aspettato al varco un bullo più grande e grosso di lui, e maggiore d’età, per metterlo al tappeto in modo da vendicare un amico, preso a botte quella mattina stessa. A causa del suo temperamento, dell’aggressività più volte palesata (in apparente contrasto con l’indole fredda) era stato escluso dai Giovani pionieri, l’equivalente sovietico dei Balilla fascisti, della Hitler-Jugend nazista e di altre organizzazioni simili presenti in diversi Stati del mondo. Una pessima partenza, soprattutto considerando la realtà rigida e paranoica dell’Urss di quei tempi, dove si rischiava di finire in Siberia, se non peggio, anche per via di semplici sospetti. Ne accennò molti anni dopo in un’intervista. “Certo.”, disse. “Non ero affatto un pioniere, ero un farabutto.”
Poi il giovane Volodja era cambiato, diventando il primo della classe. In seguito era riuscito a entrare nel KGB – prima direzione centrale – suscitando approvazione dai superiori per l’intelligenza, la determinazione e la volontà. Era ancora chiuso e spesso taciturno, ma questo veniva accettato.
Yarbes lo conosceva dall’estate del 1991. Fra i due c’era empatia, nonostante certi “trucchi” di cui Vladimir Vladimirovic Putin si era avvalso per aiutarlo a metà, salvandogli la vita, però impedendogli di andare in Crimea a parlare con Michail Gorbaciov.
Acqua passata. E ne era passata tanta sotto i ponti.
Lo “zar” stava bevendo acqua minerale, Yarbes sorseggiava una squisita vodka.
Negli ultimi giorni Martin aveva trascorso quasi tutto il tempo a leggere – rapporti dei servizi segreti, giornali, riviste -, ricostruendo la successione degli avvenimenti e pervenendo a una chiara conclusione: soltanto Putin si era mosso bene, a differenza dei francesi e dei suoi connazionali. Tuttavia ciò non era stato sufficiente. Aveva tagliato teste su teste, ma all’idra esse erano ricresciute.
“Cosa ne pensa del vostro nuovo presidente?”, gli domandò Vladimir.
Yarbes assaggiò una tartina al caviale. “Ci siamo parlati una sola volta.”, rispose. “Troppo poco per esprimere un giudizio; la mia sensazione comunque è che sia un politico determinato.”
Putin annuì. “E’ anche intelligente. Credo che Bernard Stowe sia il migliore. I suoi predecessori – Monica a parte – erano degli imbecilli. Margaret Collins appoggiava la Turchia contro di noi! Stowe mi ha garantito che cambierà strada.” In realtà gli americani erano spesso incomprensibili e anticipare le loro mosse aveva costituito l’incubo del KGB e dei servizi segreti che lo avevano sostituito. Già, credere o meno a Stowe?
Putin riportò l’attenzione sul vecchio amico, posto che si potesse definirlo tale. “Ma… lei, mister Yarbes?”
Martin sorrise. “Cosa ci faccio qui? Mi hanno tirato fuori dalla naftalina. Ho un compito da svolgere, e lo porterò a termine. Sono venuto a Mosca per avere alcuni chiarimenti. Poi cercherò l’assassino.”

Tutto era cominciato molti anni prima.
Era cominciato nel segno dell’odio. Era cominciato guardando con disgusto le donne occidentali, prive della benché minima pudicizia. Era cominciato osservando con disprezzo i Paesi che in nome di falsi ideali perseguitavano i fratelli di fede. Era cominciato con la consapevolezza che tali Paesi erano deboli e corrotti. Andavano colpiti, nel modo più feroce possibile, per la gloria di Allah.
Fin da subito aveva preso le distanze da Ibrahim al-Ja’bari e da Osama bin Laden, che pure stimava. Avevano compiuto imprese notevoli – la perfetta programmazione ed esecuzione del raid dell’undici settembre era stata un capolavoro – però non avevano compreso una cosa importante: la guerra andava combattuta su un fronte più vasto, e per ottenere questo risultato occorreva radunare e forgiare un grande esercito. Non soltanto nei territori amici, ma anche nel cuore dell’Occidente, plasmando giovani al momento irresoluti che cercavano una Causa per esprimere in maniera fattiva quello che era solamente un vago sentimento di ribellione. Laddove gli insegnamenti morali non si dimostravano sufficienti, era più che plausibile ricorrere all’hashish, come era già accaduto in secoli ormai lontani. Infine, c’era il premio: la benedizione di Allah il Misericordioso.
E ora stava vincendo.
Aveva attaccato a Parigi, a Madrid, a Roma, a Washington – sempre con successo, dato che le perdite erano inevitabili e quindi secondo il suo metro di giudizio non dolorose, non tali da offuscare il significato delle vittorie. Aveva messo gli uni contro gli altri. I russi avevano bombardato, eccome! Però il risultato non era stato quello voluto, perché ogni vittima aveva trovato un sostituto, e la marea non finiva di crescere.
Quando passava in rassegna la “libera” stampa dei miscredenti, veniva colto da una profonda soddisfazione. Ogni opinione era diversa, la stessa valutazione dei fatti era soggetta a interpretazioni che divergevano, le critiche ai loro pessimi governi aumentavano di pari passo con le affermazioni del movimento da lui diretto.
Non “creato”, poiché era arrivato dopo. Era arrivato nel tempo stabilito da Allah.
Ed era stato per il Suo volere che chi lo aveva preceduto al comando aveva raggiunto il paradiso, a causa di una delle tante bombe.
Avrebbero pagato a caro prezzo per quegli ordigni che nella maggior parte dei casi non sapevano discernere l’obiettivo voluto! Avrebbero pagato. Oh, sì!
La partita era appena cominciata. Sarebbe proseguita con la morte di bambini, donne e uomini. Nessuna pietà. Non la meritavano.
Abu Muhammad al-Adnani al-Shami sorrise. Il sorriso di un avvoltoio.

“Guerra Totale” e “Il Processo” torneranno dopo le mie meritate vacanze🙂

Martin YarbesSebbene fosse moderna, spaziosa e confortevole, nei limiti dell’accettazione psicologica di chi era costretto ad aspettare notizie, a Yarbes la sala d’attesa del Johns Hopkins sembrava l’anticamera dell’inferno, se non peggio.
Fissava cupamente una parete, mentre la mente lo riportava a momenti felici del suo passato. Malgrado non avesse mai capito fino in fondo le ragioni che avevano indotto Monica a lasciarlo, per lui lei restava sempre la sua unica moglie, la sola donna che aveva amato, la donna che gli aveva dato un figlio. Un figlio ucciso in nome del fanatismo. E adesso quello stesso fanatismo malato e abietto aveva colpito ancora, stroncando vite innocenti, ferendo al cuore gli Stati Uniti, in barba all’FBI e alle altre organizzazioni di nuovo incapaci di prevedere, di fermare i pazzi, di proteggere i cittadini. E Monica era stesa su un letto a combattere una battaglia disperata, della quale egli non conosceva l’esito.
Erano trascorsi minuti, ore, giorni, anni, quando finalmente un medico lo avvicinò, presentandosi e dichiarando con un sorriso stanco – la stanchezza di un soldato, pensò Martin – che la signora Squire era fuori pericolo. Yarbes trasse un profondo sospiro. Gli fu concesso di vederla anche se solamente per pochi attimi.
Era mortalmente pallida in viso, dormiva con i tubi delle flebo infilati in entrambe le braccia. Ma era viva! Molti uomini avrebbero pianto a causa del sollievo e nello stesso tempo per la sofferenza procurata da quel volto bianco, da quel corpo fragile che – se ne rendeva conto – la migliore equipe medica del Paese aveva saputo strappare alla morte, con impegno, dedizione e una professionalità di altissimo livello. Yarbes non pianse. Le accarezzò una mano senza poter assaporare il contatto fisico, uscì dalla stanza e restituì mascherina, camice e guanti.
Due ore dopo era al cospetto del Presidente.
“Si accomodi, signor Yarbes.”, lo invitò l’uomo che aveva sostituito Margaret Collins, un repubblicano di ferro; a quanto si diceva, integro e moralmente inattaccabile, ma anche duro e inflessibile. Indossava un completo blu, camicia bianca e cravatta a righe.
Indicò Brian Stevens. “Il direttore le ha già presentato il quadro della situazione. Quello che voglio aggiungere io è che non possiamo accettare tale quadro. I russi hanno raso al suolo intere città, noi a nostra volta abbiamo bombardato, catturato, imprigionato e condannato, ma ci troviamo di fronte a un’idra. Più ne fai fuori, più si moltiplicano. Tutti gli sforzi fatti sono risultati vani. Prima c’è stata Parigi, in seguito Madrid, poi Roma… e siamo al punto di prima.” Bernard Stowe si accese una sigaretta – nessuno avrebbe osato protestare – e ne offì una a Martin che scosse la testa.
“Perché io, signore?”, chiese.
“Giusta domanda. E le risposte sono due. Ho appreso da Brian certe cose… oh, non si preoccupi! Al suo posto, mi sarei comportato nello stesso modo. Ciò che mi interessa riguarda la sua capacità di agire, di indagare e infine di decapitare.” Accennò un vago sorriso. “Naturalmente, parlo in senso lato.” Non era esattamente così. Yarbes aveva staccato la testa dal tronco al terrorista Ibrahim al-Ja’bari. Le immagini erano state trasmesse via Internet in tutto il mondo, senza che lui fosse visibile; ma Brian Stevens sapeva.*
“Il secondo motivo è di ordine strategico.”, continuò il Presidente. “Potrei mandare altri mille aerei, centinaia di migliaia di Marines, di truppe scelte, e non servirebbe a niente, le cose non cambierebbero. Essi sono ovunque, in Europa, qui, in Africa, forse si salva soltanto la Russia, perché con Putin non si può scherzare. Fra l’altro, so che vi conoscete bene. Io l’ho incontrato. Per me quell’uomo è un’enigma, benché abbia compreso in pieno la sua profonda intelligenza e la durezza di cui è capace. Tuttavia, egli fondamentalmente non vede la Russia come parte integrante di un’alleanza globale, non si sente europeo. Con ciò è nato a San Pietroburgo. Ma non divaghiamo. Ritengo che esista un solo modo per arginare l’infame marea che ammorba il mondo intero.”
Spostò lo sguardo sulla finestra. Fuori il sole splendeva alto nel cielo, poche nuvole si rincorrevano, l’estate trionfava… e lontano da lì, o forse molto vicino, un altro genere di nubi si stava addensando con il suo carico di terrore.
Yarbes interruppe il corso di quei pensieri. “Quale modo, signore?”
Bernard Stowe, Presidente degli Stati Uniti, spense la sigaretta e tornò a guardare Yarbes. “Tagliare la testa all’idra.”
“Sono nove.”, obiettò Martin. “E ricrescono, esattamente come nella mitologia greca.”
“E’ vero.”, assentì Stowe. “Però Ercole ci riusci. Perché, vede, la testa centrale non può ricrescere. Noi sappiamo chi è. Ma non sappiamo dove si trova.”
“E io?”
“E lei, signor Yarbes, lo scoverà. Io la autorizzo fin d’ora a decapitare quella mostruosa testa. Ibrahim al-Ja’bari le ha tolto un figlio, era un individuo malvagio e pericoloso, però agiva in proprio. Il Califfo, invece, ha una moltitudine di seguaci. Ed è di una cattiveria, di una ferocia, di una spietatezza pari a quelle di un Hitler. La sua ex consorte ha rischiato di morire e tante, troppe persone sono morte. L’America ha bisogno di lei, signor Yarbes. Qual è la sua risposta?”

*Rage

Martin YarbesQuesta è la volta buona🙂 Dal 2 in avanti tutti i capitoli sono riveduti e corretti.

Giugno 2017
Martin Yarbes non aveva la televisione e accendeva molto raramente la radio, perciò era all’oscuro di quanto era successo pochi giorni prima. Non che facesse differenza: aveva scelto di estraniarsi dal mondo. A meno che… un’ipotesi talmente assurda che la sua mente razionale non avrebbe mai potuto prenderla in considerazione; sarebbe equivalso a credere che il Mago di Oz esistesse veramente oppure che gli asini volassero.
Le sue giornate si susseguivano serene, camminava a lungo nel grande bosco che si estendeva a sud-est dalla dacia, come ironicamente la chiamava; nelle stagioni calde lavorava nell’orto, in autunno spaccava la legna per l’inverno, e due volte al mese scendeva giù al paese per fare provviste. Prima di rincasare, beveva un paio di birre con un vecchio signore con cui aveva fatto amicizia. Parlavano del più e del meno, di animali, di caccia e di bracconieri che entrambi detestavano.
La caccia era ammessa, ma secondo precise regole, le quali in nessun caso dovevano essere infrante. Contravvenire a tali regole era un crimine e come tale andava punito. Grazie ai cacciatori, le foreste erano sopravvissute; non fosse stato per loro, i contadini avrebbero abbattuto gli alberi per arare la terra, e questo avrebbe comportato la scomparsa degli animali. Diverse specie si sarebbero estinte. Ma le norme non potevano essere ignorate. Esauriti i punti fermi della chiacchierata, che li vedeva ambedue concordi su tutto, talvolta passavano a una terza birra.
Quel mattino caldo e soleggiato era il primo giorno di una nuova estate. Mentre sorseggiava un caffè, Yarbes stava meditando di recarsi al torrente per inaugurare la nuova stagione con un bagno, anche se sapeva che l’acqua era ancora gelida. Indossava short e canotta, ed era scalzo. A un tratto udì un suono strano. Era un rumore che in passato gli era stato familiare, ma che da tempo aveva scordato. Alzò gli occhi al cielo terso per individuare l’oggetto che lo produceva e vide un elicottero. Fra la “dacia” e l’avanposto del bosco c’era uno spiazzo, però era piccolo, troppo piccolo, si disse. Ed era reso più angusto dalla tettoia che aveva costruito per proteggere dalle intemperie il suo pick-up. E’ un pazzo, pensò. Sbagliava. Con una manovra perfetta il pilota riuscì in un’impresa apparentemente impossibile, almeno a giudizio di un profano, il che Yarbes non era: ciò nonostante rimase impressionato. Poi si chiese chi veniva a disturbarlo.
Lo seppe subito, quando riconobbe l’uomo che sistemandosi i capelli balzò dal velivolo e si incamminò verso di lui. Vestiva di grigio, come da consuetudine.
“Oh, ci sarebbe un buon caffè anche per me?”, disse Brian Stevens porgendogli la mano. Martin restituì la stretta, scrutando il direttore della CIA – posto che ancora lo fosse, e questo non lo sapeva. Annuì, entrò in casa e tornò con una tazza colma di caffè solubile e con un bricco di latte. Niente zucchero, ricordava che Stevens non ne faceva uso. Gli indicò una sedia e lanciò un’occhiata al pilota dell’elicottero che si teneva a debita distanza. “Lui non è autorizzato ad ascoltare.”, chiarì Stevens rispondendo alla domanda implicita. “Mi dispiace. Davvero, Martin!”
Yarbes ignorò l’affermazione, di cui non afferrò il significato, e ribatté alla frase precedente. “Ascoltare cosa?”
“Quello che ho da dirti.”
Martin depose la tazzina, scuotendo la testa. “Di qualsiasi cosa si tratti non sono interessato. Sei sempre a Langley?” Ovvio, pensò in ritardo, considerando l’elicottero.
Stevens assentì con un lieve cenno della testa. “Il presidente mi ha confermato per i prossimi tre anni, poi andrò in pensione.”
“Una ragione in più per non ascoltarti. Ho chiuso, dopo l’elezione della mia ex consorte, e ho chiuso una seconda volta, a seguito di… quanto accadde. Sbaglio o mi intimasti di sparire?”
“Non sbagli.”, confermò l’uomo che dirigeva la Central Intelligece Agency.
“E allora perché sei qui?”
Stevens aggiunse il latte al caffè e sorseggiò con calma la bevanda. “Un’emergenza.”
Yarbes rise. “Io sono fuori dal giro e non intendo rientrarci. Aggiungerei che sono vecchio.”
“Non sembrerebbe a giudicare dall’aspetto. Ti trovo in gran forma.”
“Be’, la vita all’aria aperta aiuta. Comunque, qualsiasi sia la proposta, la mia risposta è no. Hai fatto un viaggio inutile, anche se non mi dispiace vederti. Ti considero sempre un amico, però un amico da cui stare alla larga.”
Brian lo fissò negli occhi. “Non sei mai stato un esempio di sensibilità, tuttavia ero convinto di trovarti se non sconvolto quantomeno ferito, angosciato. In ogni caso, sono venuto per esplicito ordine del presidente. Ti chiedo solo di ascoltarmi, poi se lo vorrai me ne tornerò in Virginia, telefonerò al nuovo boss e gli riferirò che non sei della partita.” Si protese verso Yarbes. “Avrai visto le immagini!”
“Quali immagini?”
“Tutti i canali televisivi…”
“Niente tv.”, lo interruppe Yarbes. “Niente giornali e pochissima radio. L’ultimo notiziario che ricordo risale a un mese fa. O forse due.”
“Capisco. Sei diventato un eremita.”
“Quasi.”
“Bene allora ti racconterò ciò che è successo e ti lascerò il tempo di riflettere.”
“Fatica sprecata, Brian.”
“Lo vedremo, Martin. Cinquecento persone uccise, donne, bambini, vecchi. Altre duecento ferite, molte in modo grave. Una ragazza ha perso le gambe, un uomo le braccia, e via dicendo. Una cosa spaventosa.”
Martin Yarbes spostò lo sguardo sul bosco. Poi trasse un sospiro. “Dove?”, chiese, sapendo che non era importante conoscere il “come”.
Stevens glielo disse.
“Mi dispiace.”, dichiarò Martin. “E’ un mondo di merda, lo sappiamo. Ma io sono fuori dai giochi, mi capisci?”
Aspettò una replica che non venne.
“E comunque tu hai un apparato da far paura. Elementi di prim’ordine, preparati, addestrati, pronti a marciare dentro all’inferno. Perché proprio io? E come diavolo fa a conoscermi il presidente?”
“Perché sei il migliore.”, disse Brian Stevens. “E lui lo sa.”
“Lo ero, forse.”
“Se si impara ad andare in bicicletta…”
Yarbes lo fermò con un gesto della mano. “Amico, la risposta è no.”
Si alzò, lasciando intendere che la conversazione era finita. Stevens lo imitò. “Grazie per il caffè.”, disse in tono freddo. Si allontanò, diretto all’elicottero.
“A proposito”, aggiunse voltandosi, “ho scordato di comunicarti una notizia importante. Immaginavo, be’, che tu avessi seguito i notiziari.”
“Quale notizia?”
Quando Stevens rispose, gli occhi di Yarbes si ridussero a due fessure.
Tutto quello che aveva pensato fino a un minuto prima non aveva più senso.

Il processo“I membri della sua giuria interagiscono e si scambiano opinioni; peggio ancora: si sono verificati tentativi di, come dire?, influenzarne alcuni.”
La voce al telefono suonava strana, come contraffatta; un brusio sullo sfondo indicava che la chiamata proveniva da un locale pubblico, impressione rafforzata dalle note di una canzone chiassosa e volgare.
Marirò stava godendosi qualche giorno di relax: il marito era tornato in Texas per certi affari (si augurava che fossero puliti, senza averne la certezza assoluta) e lei era intenta a trangugiare un sandwich con burro di arachidi, mentre sullo schermo tv scorrevano le immagini di un episodio di SpongeBob. Ai piedi del divano, accanto alle scarpe scalciate via quando era rincasata, giaceva il libro di Heidi, che l’aveva profondamente delusa, a causa del finale. John John aveva scelto in modo definitivo Sammy Sammy.
Il giudice alzò gli occhi al cielo. “Con chi ho il piacere di parlare, prego?” Per la verità non si trattava affatto di un piacere, dato che il processo di cui si stava occupando era più deprimente di una pioggia di luglio. Anche se almeno quella aveva il potere di rinfrescare l’aria, posto che fosse durata abbastanza.
“Un amico.”, rispose la voce contraffatta, vagamente metallica, ma poteva essere una suggestione da film, si disse Vostro Onore. Era più probabile che lo scocciatore si fosse ficcato un fazzoletto davanti alla bocca. Metallica? Stronzate, concluse la donna, appoggiando il panino sul divano. Un istante dopo, la comunicazione venne interrotta.
Willyco riagganciò e trasse un profondo respiro. La legge dei numeri, pensò distrattamente. Per un curioso caso del destino, proprio lui l’aveva evocata. Solo che poi si era trasformata in realtà, una realtà ben diversa dalle elucubrazioni filosofiche. Al ricordo, rabbrividiva ancora, consapevole com’era che se avesse mantenuto i patti, la ricompensa non sarebbe tardata e quel corpo sinuoso…
Scrollò la testa e ordinò tre caffè. Era sicuro di due cose. La prima che veramente non vedeva l’ora che quella farsa finisse, la seconda che Alexandra White era colpevole. Peccato che avesse doti, chiamiamole così in mancanza di meglio, che esulavano dall’abilità con cui aveva rubato “2693 D.C.”.
White non era stupida, tutt’altro, rifletté Willyco. Aveva capito che J.P. Newwhitebear, per quanto tenace e ostinato fosse, era destinato a soccombere di fronte a James Rodixidor. Un alcolizzato (le voci corrono) contro un fuoriclasse. L’input era stato di White, però la strategia apparteneva a lui, farina del suo sacco. Stressare Paul Wolfghost, in modo da ottenere l’esatto contrario di quanto apparentemente si era prefissato, occuparsi in seguito delle donne per raggiungere infine il risultato richiesto. White scagionata. E poco importava se in tutto questo il concetto di giustizia risultava assente. Chiese un quarto caffè, meditando di nuovo sui numeri. Un numero, per essere precisi, il quale se capovolto formava un secondo numero, assai meno stimolante.
Pagò il conto e uscì nella notte. Le automobili sfrecciavano, a bordo giovani rampanti, spacciatori di droga, vecchi libidinosi, ragazze squillo, delinquenti vari. Simili a vampiri, aspettavano il buio, incuranti del fatto che alcuni di loro avrebbero finito la corsa prima dell’alba. Willyco si avviò lentamente verso la sua Subaru. Vampiri sdentati, ridacchiò.
Mentre Maria Rosaria rimuginava sulla strana telefonata (e finiva il sandwich), stabilendo di mettere in isolamento i giurati, e il portavoce della giuria estraeva il portafoglio dalla tasca, l’avvocato Patrick Massy Grifo afferrò il cellulare e, dopo un attimo di esitazione, compose un altro numero. Il professor Capehorn rispose con una certa lentezza. “E’ sicuro?”, lo interrogò il legale.
Un sospiro. “Certo che sì! Perché avrei dovuto inventarmi una storia così assurda?”
“Appunto! Perché è talmente assurda da sembrare inverosimile.”
“Ciò nonostante, le ho detto solo la verità.”
Massy Grifo fissò il telefonino, indeciso. “Il ritardo…”
“Le ne ho spiegata la ragione. Io vivo in un mondo tutto mio.”
Già, il mondo di Oz, fu sul punto di ribattere l’avvocato. Preferì mordersi la lingua e prendere per buona la versione dello studioso. Sentiva il profumo dei dollari, e secondo lui non esisteva niente di meglio al mondo, nemmeno l’odore delle macchine nuove e quello delle femmine.
Willyco l’avrebbe contraddetto.

Il processoQuando la segretaria bussò alla porta chiusa a chiave, l’avvocato Patrick Massy Grifo stava controllando le quote dei cavalli, annotandole su un block-notes sgualcito con l’intento di scegliere le sue puntate dopo, con la giusta calma e smaltiti i bollori dell’alcool.
Un tempo aveva frequentato le aule dei tribunali, vincendo anche qualche causa; ma quel tempo ormai era finito e con esso la sua carriera: tutto a causa di quel fottuto J.P. Newwhitebear che lo aveva eletto a compagno di bevute. Solo che, mentre l’altro riusciva ancora a esercitare una professione che ora Massy Grifo detestava cordialmente, lui era crollato, finendo in un tunnel buio, le cui pareti erano rivestite di lattine di birra e di bottiglie di pessimo bourbon.
Judy, la segretaria, bussò ancora. Erano quattro mesi che non riceveva lo stipendio e odiava il principale. L’odio era acuito dalla consapevolezza che, se si fosse licenziata, non avrebbe trovato un altro posto. “Cosa c’è?”, abbaiò Patrick. “Un cliente!”, urlò Judy, sebbene fosse consapevole che quell’esemplare raro che aveva varcato la soglia dell’ufficio la sentiva perfettamente; d’altro canto si era dimostrato uno sprovveduto scegliendo un avvocato ubriacone e perciò che ascoltasse pure!
Patrick Massy Grifo si alzò a fatica, sgomberò la scrivania e fece sparire la bottiglia. Quindi, andò ad aprire. “Fallo passare.”, latrò. Non era certo di voler parlare con uno sconosciuto, ma non ignorava che gli avevano staccato il telefono, che la banca ringhiava e che il fottuto Newwhitebear aveva accolto con gelida indifferenza la sua richiesta di un prestito. Peraltro, era anche perplesso: chi mai poteva aver bisogno di un legale fallito?
Lo scoprì due minuti più tardi.

James Rodixidor non aveva pensato che Alexandra White potesse crollare e confessare il furto; una vaga possibilità esisteva, comunque non era quello lo scopo che si era prefisso. Intendeva metterla alle corde, costringerla a mordicchiarsi il labbro, farla balbettare, e ci era riuscito perfettamente. I giurati avevano visto e sentito, e questo bastava. Soddisfatto, annunciò che aveva finito. Newwhitebear rinunciò al controinterrogatorio, Alexandra sembrò sul punto di protestare però si limitò a scuotere la testa perplessa, e il giudice dichiarò che la seduta era aggiornata all’indomani.
Tornarono tutti a casa.
Tranne Willyco.
Sapeva dove abitava Paul Wolfghost. Era una graziosa villetta disposta su due piani, davanti un prato ben curato, sul retro uno spiazzo dove Paul lavava la sua automobile. Willyco suonò il campanello, in spregio alle raccomandazioni di Vostro Onore e alle leggi vigenti, e venne accolto con notevole stupore. Benché fosse sorpreso e forse irritato, Wolfghost lo invitò a entrare e gli offrì una birra, poi lo scrutò, diffidente. “Il giudice…”
“Lo so.”, tagliò corto il portavoce della giuria. “Il problema è che non voglio arrivare a Natale. Dopo la deposizione di oggi, bè, White è colpevole, no?”
Nell’aria si respirava una certa aria di tensione. Willyco assunse un’espressione cordiale. “Io direi proprio di sì”.
Wolfghost prese una lattina per sé, strappò la linguetta e mandò giù una lunga sorsata. “Non saprei.”, rispose infine. “Devo riflettere.”
“Ti va se riflettiamo insieme?”
“Non mi è piaciuto il modo con cui si è comportato Rodixidor.”, osservò Wolfghost.
“E’ il suo lavoro.”
“Wolfghost annuì, poco convinto. “Perché sei venuto da me?” Lanciò un’occhiata alla foto di una bella donna, posta su una mensola, rimpiangendo il fatto che sua moglie fosse andata dai genitori: lei sapeva sempre come consigliarlo. Fuori della vetrata che dava sul prato, si allungavano le prime ombre della sera. Si preannunciava una notte stellata. Un gatto penetrò nel soggiorno, infastidito dall’intrusione di uno sconosciuto. Decise di ignorarlo.
Willyco tolse un pacchetto di Camel da una tasca della giacca, ne tirò fuori una, la ficcò fra i denti e l’accese con un fiammifero. Aspirò una prima boccata, tossì e si scusò. “Maledetta abitudine! Sei consapevole che ti fanno male, eppure non smetti.” Si versò in bocca una generosa quantità di birra. “Tu e quell’Univers siete i giurati più influenti, questione di personalità. Gli altri seguiranno a ruota.”
Wolfghost sorrise al gatto. “La fisiognomica! Samuel non cambierà mai idea.”
“Lo so: per quello sono qui. Bastano nove voti e la faccenda è chiusa.”
“Nadia Been l’ha picchiata.”, mormorò Paul.
“Sicuro come l’oro! E, secondo te, perché? Per un motivo tremendamente semplice: le aveva rubato il libro! Dammi retta, amico, il caso è chiaro e lampante, inutile sprecarci tempo.”
“Ci penserò.”, promise Wolfghost, distogliendo lo sguardo.
Willyco gli affibbiò una pacca sulla spalla. “La notte porterà consiglio.”
Uscì, risalì in macchina e si fermò da McDonald. “Due Big Mac, patatine grandi, ketchup, caffè e frullato.”

A quell’ora Patrick Massy Grifo contrariamente al solito era ancora in ufficio immerso nei propri pensieri. Il professor Capehorn, disse a se stesso. Che uomo singolare!
Allungò la mano verso la bottiglia, ma si fermò, anche se a malincuore.
Doveva restare lucido.

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