Feeds:
Articoli
Commenti

quadernoNe fui certo, non avevo bisogno di conferme. Con questo, non intendo atteggiarmi a grande psicologo: al contrario, se esiste un uomo che non è mai riuscito a penetrare in quella massa informe e gelatinosa che è il cervello di una donna, quell’uomo sono io. E, comunque, la conferma arrivò immediatamente. Lei chiese a me di incontrarci, in qualsiasi posto, in un bar, a casa mia, a casa sua, purché ci vedessimo subito. Visto che ero in posizione di vantaggio, decisi di sfruttarlo e la convocai da me.
Quando rincasai mi stava già aspettando sul marciapiede. La feci entrare, la invitai ad accomodarsi sul divano e la scrutai, perplesso. Non era più la Lucia che conoscevo, il sergente di ferro che a volte veniva preso dalla malinconia ma che, superato quel momento, tornava a essere una donna forte e sicura di sé. Ricordavo la scenata che mi aveva fatto lungo i tornanti che conducevano all’Aprica. Io avevo dimenticato di portare con me la patente, e per quella banale distrazione ero stato processato e condannato senza possibilità di appello. Quella sera non me l’aveva data, e nemmeno la sera successiva. Ricordavo come mi incalzava quando le arrancavo dietro spingendo goffamente gli sci verso lo skilift. Ricordavo la sua personalità magnetica e la sua spietata efficienza.
Adesso era un’altra persona, insicura e palesemente in preda a un bruttissimo esaurimento nervoso. Mi chiese un Chivas e lo bevve avidamente, aumentando la mia perplessità visto che la sapevo astemia; quindi si sfogò, torcendosi le mani come il protagonista di un romanzo di Dostoevskij.
Silvia era riuscita a distruggerla psicologicamente. L’aveva plagiata e resa succube, le aveva tolto sicurezza e autostima. Mi disse che era arrivata a odiarla ma che, malgrado tutti i suoi buoni proponimenti, ogni volta che si ritrovava nel letto con lei perdeva la testa. Un giorno Silvia aveva deciso di lasciarla e lei si era degradata supplicandola in ginocchio di non farlo. La detestava con tutta se stessa, però non riusciva a vivere senza di lei. Era andata da uno psichiatra, ma non era servito a nulla. Silvia l’aveva obbligata a farsi di eroina, ed era diventata tossicodipendente. Infine, l’aveva rovinata portandole via tutti i soldi che aveva.
Man mano che ascoltavo quell’agghiacciante resoconto, la mia confusione aumentava al punto da farmi pensare che fossi vittima di un incubo e che presto mi sarei svegliato dimenticando tutte quelle sconcertanti assurdità. Fino a un’ora prima mi ero fatto un quadro, molto approssimativo e pieno di zone oscure, che tuttavia si basava principalmente sull’attività sessuale di mia moglie. Aveva avuto due amanti, il diario era chiaro in proposito, e la presenza del numero di Lucia sul suo cellulare mi aveva indotto a sospettare anche un’esperienza lesbica. Ma era solo un sospetto vago, e soprattutto non contemplava il fatto che Silvia fosse una sorta di Hannibal Lecter in gonnella, pronta a far soffrire una persona per il semplice gusto di farlo. A Silvia non servivano soldi, guadagnava quasi come un dirigente. E com’era possibile che Lucia si fosse dimostrata tanto stupida da darglieli? Senza contare l’eroina.
Questo era un campo da gioco nuovo.
Rabbrividii pensando che avevo vissuto per un lustro accanto a una donna così cattiva.

Non potevo definirmi ricco, però stavo molto bene, grazie anche alla parte di eredità che mi era spettata. Le domandai quanto le aveva sottratto Silvia, sgranai gli occhi nell’apprendere che si trattava di circa ventimila euro, presi il libretto degli assegni, ne compilai uno per quella cifra e glielo porsi. Sono un uomo pratico e, quando posso, cerco di risolvere i problemi in modo pratico. Non so aiutare psicologicamente una persona, ma se c’è da dare una mano concreta non mi tiro indietro.
Lei scoppiò in lacrime. Credo che quel pianto fosse dovuto al mio gesto, sebbene intuissi che ci fosse anche dell’altro: autocommiserazione, vergogna, forse un principio di crisi di astinenza. Mi abbracciò, poi diventò nervosa e mi disse che doveva andare. Quella fretta improvvisa non mi piacque.
Agii di impulso, senza riflettere sulle conseguenze. Probabilmente se mi fossi soffermato a pensare, l’avrei lasciata uscire, abbandonandola al suo destino. Non ero responsabile per quello che le aveva fatto Silvia, questo era fuori questione, ciononostante sentivo di avere un debito da pagare. Non è un concetto facile da spiegare, dato che esula da una visione razionale della vita, e infatti non mi proverò a spiegarlo. Posso solo dire che nella programmazione della mia esistenza esiste un lato nascosto, sconosciuto persino a me stesso, e questo lato prevede misteriosi congegni che il computer astrale ha inserito in alto a sinistra. Fatto sta che attesi che si alzasse, poi le balzai addosso, la sollevai di peso e la portai in camera. Lei scalciava e urlava, e quando finimmo sul letto, io sopra e lei sotto, mi morse e cercò di graffiarmi. Ma era diventata una donna debole e la lotta durò poco. Mi implorò di lasciarla, disse che la soffocavo, e forse era vero. Le risposi che avrebbe potuto uscire da casa mia entro dieci minuti, a patto che mi ascoltasse e non cercasse di fuggire.
Lei annuì, tirando su con il naso.
Mi alzai e corsi in cucina. Quando tornai, munito di corda e nastro isolante, era ancora distesa, ansimava e aveva la fronte imperlata di sudore. Le assicurai i polsi alla testiera del letto, quindi le legai anche le caviglie. Non si oppose, probabilmente le mancava la forza per reagire.
Le parlai con calma, sforzandomi di usare il tono più rassicurante di questo mondo. “Lucia, i prossimi sette giorni saranno i più terribili della tua vita. Ma io ci sarò. Starò sempre qui. Con te.”
Presi una settimana di ferie, e in quella settimana conoscemmo entrambi l’inferno.
Il termine tecnico è tacchino freddo. Questo modo di dire ha varie spiegazioni. Io ne conosco solo un paio: “il tacchino freddo è un piatto che non richiede una preparazione particolare” è la prima che mi viene in mente, ma mi convince di più la seconda che fa riferimento alla pelle d’oca. Non avevo imparato questo procedimento sui banchi di scuola, bensì ascoltando John Lennon e vedendo Trainspotting. La faccenda è molto semplice: ci si chiude in una stanza, si butta via la chiave e si soffre in modo inverosimile per svariati giorni. I sintomi sono quelli di una micidiale influenza, accompagnati da crisi isteriche, momenti di cupa depressione, tachicardia e desiderio di farla finita. Se si sopravvive, se si tiene duro, alla fine le crisi di astinenza cesseranno e la scimmia se ne andrà da qualche altra parte. Solo una persona dotata di un’eccezionale forza d’animo può riuscirci, e questo non era il caso di Lucia. Non della Lucia attuale, almeno. Perciò ci pensai io. Lucia non poteva ribellarsi perché era immobilizzata. In compenso, mi insultava sciorinando un repertorio di bestemmie e di parolacce che avrebbe fatto invidia a un marinaio. Altrimenti piangeva e mi implorava di liberarla.
Un giorno assunse un’espressione astuta. Era bianca come un cadavere, aveva le pupille dilatate, era tutta sudata e il suo corpo emanava un odore acido con un retrogusto indefinibile ma certamente poco allettante. Mi disse con voce studiatamente roca che voleva fare l’amore con me, e visto che io non rispondevo, calò con forza il piede sull’acceleratore: “Scopami! Chiavami! Sono la tua troia! Fammi vedere quel tuo meraviglioso uccello!”
Io avevo un compito da svolgere, un compito estremamente importante, e non avrei ceduto a quelle lusinghe nemmeno se al suo posto ci fosse stata Sienna Miller. In un’altra occasione mi comunicò che aveva deciso di smettere, e che desiderava solo un’ultima dose.
Naturalmente non abboccai.
Le cose si complicavano quando la accompagnavo in bagno o cercavo di farla mangiare. La prima volta mi aggredì, mirando agli occhi, mordendomi e cercando di centrarmi le palle. Io ero molto più robusto di lei, ma dalla sua aveva la forza della disperazione, e ci fu un momento in cui ebbi paura che potesse prendere il sopravvento e stendermi. Anche perché io non la colpivo e mi limitavo a bloccarle i polsi. A un tratto sembrò calmarsi e io allentai la guardia. Fu un grosso errore. Mi colpì con il piede nudo proprio lì, in mezzo alle gambe. Mi piegai in due, boccheggiando. Lei aveva il viso stravolto dalla collera, una luce omicida nello sguardo. Per un attimo non seppe come approfittare del vantaggio. Comunque, si riscosse subito. Aprì l’armadietto dei medicinali, spazzò via scatole, boccette e una confezione maxi di lamette da barba che avevo acquistato ingolosito dalla scritta 15 più 5. Trovò le forbici e mi si avventò contro con la chiara intenzione di uccidermi. Per quanto singolare possa sembrare, la mia reazione fu un’improvvisa vampata di desiderio fisico. Stavo soffrendo le pene dell’inferno, rischiavo seriamente di morire o quantomeno di venire ferito; inoltre lei non era precisamente al top della forma, né della pulizia. Eppure la visione di quella erinni scatenata aveva un enorme potere attrattivo.
Mi fu addosso, la forbice nella mano destra, gli occhi puntati in direzione della mia gola. Riuscii a riscuotermi, accantonando improbabili sogni intessuti di sesso allo stato brado, probabilmente qualcosa che veniva dagli abissi del tempo, un istinto primordiale che per alcuni istanti mi aveva fatto tornare uomo delle caverne, appena uscito dalla condizione di primate. Le diedi una spinta, non troppo forte ma sufficiente per farla finire a terra. Poi con un sospiro di sollievo le strappai la forbice dalla mano, me la caricai in spalla e la riportai a letto.
C’erano anche dei momenti di calma. Mi raccontò un episodio allucinante che risaliva al periodo immediatamente successivo all’esproprio, non saprei definirlo in altro modo, perpetuato dalla deliziosa Silvia.
In quei giorni Lucia era rimasta senza un soldo e dipendeva in tutto da lei. La mia fu mogliettina le procurava regolarmente l’eroina, e questo a Lucia bastava. Non capirò mai da dove nascesse quella crudeltà senza limiti, anche se incomincio a pensare che fosse la risultante di uno sdoppiamento della personalità. Schizofrenia, credo, sebbene io non abbia i titoli per fare una diagnosi scientificamente attendibile. In ogni caso, senza una ragione apparente se non quella di procurarle sofferenza, la lasciò a secco per quarantotto ore. Lucia mi disse che quando la guardava negli occhi percepiva distintamente una gioia maligna. Comprese che godeva del suo stato di disperazione, ma comunque non poteva farci niente, tranne supplicarla.
Fu l’occasione buona per dirle che stava migliorando, ancora pochi giorni e si sarebbe liberata per sempre dalla dipendenza.
Lei mi giurò che non ci sarebbe ricascata mai più. Accolsi quella promessa con il beneficio d’inventario.
Ma Lucia è stata di parola.
E adesso è tornata la donna di un tempo, a parte una profonda cicatrice nel cuore. Ma quelle le abbiamo tutti.

In qualche modo gli anni passano, la vita scorre… e succede di incontrare un’altra donna, di mettersi insieme e di bere e di scrutare troppo spesso il vuoto, pur sapendo che a lei, Barbara, questo non piaceva.
E’ quell’ultimo ricordo, la settimana del tacchino, a farmi passare la sbronza.
L’angoscia di Lucia, la consapevolezza che avevo vissuto per cinque anni con una pazza sadica dalla quadruplice vita: il ragazzino timido, l’intellettuale che alla fine rinunciai a cercare, la schiava e il bravo maritino. Quattro vite portate avanti contemporaneamente, con micidiale sicurezza. Basta e avanza per eliminare gli effetti dell’alcool.
Devo bere di meno. E’ un pensiero cosciente, consapevole: il primo dopo la stagione dei ricordi. Stagione che è ora di accantonare. Per sempre.
Non mi piace questo mio lato oscuro. Mi angoscia perché è come una presenza estranea che si introduce nel cervello quando alzo troppo il gomito. Si manifesta solo interiormente; non gli permetterei mai di esternarsi; tuttavia mi provoca un senso di forte disagio. Lo sento arrivare, simile a un ladro nella notte, ma invece di sbarrare la porta la lascio socchiusa come se volessi essere derubato. Perché proprio di un furto si tratta: ogni volta che appare mi sottrae brandelli di dignità. Per questo mi crea disagio.
Mi alzo dal letto, vado in cucina e preparo il caffè. Intanto mi sovviene che la notte scorsa ho fatto cilecca con una troia, che avevo raccattato per strada. Per forza, astutissimo uomo: è molto difficile farselo venire duro con mezzo litro abbondante di Chivas che scorrazza allegramente per il corpo.
Bevo il caffè, mi accendo una sigaretta, aspiro la prima meravigliosa boccata di fumo. Adesso mi sento meglio, anche se provo una profonda vergogna. Respiro a fondo. Ripenso a Barb, a tutto il bene che mi ha fatto prima di lasciarmi. Ricordo perfettamente quel pomeriggio, quando stracciò il biglietto di Silvia, un biglietto feticcio che conservavo nel portafoglio. Risento la sua voce che fa a pezzi la dea. Una dea cattiva, certo, ma tutti gli dei lo sono. Una dea che annegando mondò i suoi peccati, riuscendo a farmi credere che l’amavo ancora. Che senza di lei la mia vita era priva di senso, che tutto sommato me ne infischiavo dello studentello, dell’intellettuale e della schiava seviziata. Perché mi ero messo in testa di essere comunque il primo. Ero l’unico ad avere uno status ufficiale, ero il legittimo marito; gli altri venivano dopo, con almeno quattro giri di distacco. La dea malvagia aveva fatto soffrire la schiava, ma a ben vedere era un suo diritto, il diritto del più forte, dell’eletto, che non deve rendere conto a nessuno, che è al di sopra della legge morale. Questi convincimenti si erano fatti strada a poco poco, finendo per superare lo sdegno iniziale, e trasformando Silvia in un’icona. Ma quel pomeriggio Barbara parlò chiaro.
(Silvia era una troia!)
Smontò l’idolo, pezzo a pezzo, senza pietà, scavando nel mio cuore fino a farmi urlare di dolore per poi finalmente estirparmi anche l’ultima vestigia di lei.
E’ annegata
Questo non mi interessa, né la assolve.
Un colpo di maglio e la statua si frantuma, va in mille pezzi, diventa polvere che il vento provvederà a disperdere. Ecco: la dea non c’è più. Ma, se non fosse stato per Barbara, ci sarebbe ancora. Continuerebbe ad avvelenarmi il sangue, a insinuare rimorsi per il fatto che non ero andato a nuotare con lei, a distillare rimpianti.
E adesso basta!
Giuro a me stesso che non berrò mai più, a costo di ricorrere al “cold turkey”.
Se ho perso Barb, è stato a causa del dannato alcool.
Fuori piove. Un corvo gracchia, alcune donne strillano, la sirena di un’ambulanza. Lucia, Silvia, Barb. Vita di merda.
Cielo color catrame, luce zero.
Afferro di nuovo la bottiglia e giù un sorso. E poi un secondo.
Già, Cold Turkey!

quadernoEra un quaderno elegante. Sulla copertina spiccava la silhouette di una ballerina. La carta era pregiata, i fogli conservavano un vago profumo di fiori. Non mi stupii più di tanto, ripensando alla passione di Silvia per tutto quello che era fine.
Ignorando gli avvertimenti dell’istinto, andai subito alla prima pagina. Riconobbi immediatamente la sua grafia personale e al contempo precisa: le lettere si allineavano simmetricamente, gli spazi erano stati calcolati per rendere agevole la lettura, e poco importava che l’unica fruitrice di quello che con ogni evidenza era un diario fosse la mia consorte. In ogni cosa che faceva, Silvia riservava la massima cura, indipendentemente dall’importanza del compito che si era prefissa: stirarmi una camicia oppure compilare la relazione annuale della Skyprogettazioni, la società presso la quale lavorava da quando si era laureata con il massimo dei voti alla Bocconi. Inspirai una boccata d’aria, la trattenni nei polmoni mentre mi chiedevo se era giusto ficcare il naso nei suoi ricordi. Espirai, rispondendomi che il mio era un atto d’amore, non riconducibile alla mera curiosità. Sapevo di non essere completamente sincero, però mi assolsi a titolo pieno. Dopo quello che avevo passato, ritenevo che rivivere una parte di lei, attraverso le sue parole, fosse una minima compensazione per la mia sofferenza. E in ogni caso ero (stato) suo marito. Lessi le prime righe, senza rendermi conto che stavo mordendomi le unghie a sangue. Non avvertii dolore fisico, perché nel frattempo mi ero scordato persino di respirare. Smisi di leggere e rivolsi lo sguardo al letto matrimoniale, la nostra alcova dei sogni. Per un attimo mi parve sconcio, un luogo di ributtante sconcezza dove due animali si erano dati reciprocamente piacere, recitandosi a vicenda frasi d’amore.
(Silvia era)
Con uno sforzo di volontà quasi inaudito ripresi a leggere. Probabilmente ero bianco come uno straccio; ciò che è sicuro è che sentivo un buco allo stomaco e che, se avessi potuto, mi sarei infilato volentieri in quel buco per scomparire, assorbito dal mio stesso corpo. Fisica capovolta, esattamente come si capovolse la mia vita quel giorno. Avvertivo il pulsare delle tempie e uno sgradevole sapore, come di bile, nella bocca. Interruppi la lettura per una seconda volta, ma poi, quando mi reimmersi in quel mondo da incubo, non smisi più di leggere finché le parole non si interruppero su un ti amo, che non era rivolto a me.
(una troia).
(Stai zitto!)
La prima reazione fu: rintraccio quel bastardo e gli spezzo le gambe.
Seguì un lungo periodo di obnubilamento, nel quale mi persi quasi con gioia, salvo poi riemergere in preda a un’angoscia che mi spinse a tornare in soggiorno, afferrare l’ultima bottiglia di Chivas rimasta e bere a canna una sorsata che mi procurò una fiammata di ira e di vergogna. Il dato di fatto era che non c’era un unico bastardo: i bastardi erano due, e la mia adorata mogliettina non si era limitata a una doppia vita. No, pensai con ferocia, sarebbe stato troppo facile. In tutti quegli anni si era divisa fra tre uomini, sicché avrei dovuto spezzare le gambe anche al terzo. Ma loro sapevano di me? Nel diario non si accennava a questo. Silvia si era limitata alla lista della spesa, tot scopate, tot dichiarazioni d’amore eterno, senza mai accennare alla circostanza che si concedeva a tre uomini, prendendoli tutti per il culo.
Mi lasciai scivolare per terra, la bottiglia in una mano e la disperazione nell’altra.
Mi rifiutavo di pensare.

Non so dopo quanto tempo riemersi da quello stato di torpore. Probabilmente erano trascorsi solo pochi minuti, ma non ero in grado di valutarlo con precisione. Mi alzai e tornai in camera. Girai intorno al letto matrimoniale e fissai il suo comodino. Mi chiedevo se quello che avevo in mente di fare avesse un senso. La risposta era alquanto semplice: nel regno dell’insensatezza è inutile porsi domande; è invece preferibile darsi una mossa, in modo da tenere occupato il cervello. Ciononostante continuai a guardare il comodino, senza decidermi ad aprirlo. Mi ero comportato male con Lucia, e il doppio tradimento di Silvia rappresentava la giusta nemesi. Latrai una risata assolutamente priva di allegria: queste erano solo cazzate, la vita non funziona così, e visto che non credevo nell’aldilà, ritenevo piuttosto che se io non ero esente da colpe, esse erano tuttavia marginali, insignificanti. Quindi non meritavo punizioni, né in questo mondo, né in quell’altro, che era inesistente.
La colpa di Silvia invece era grave.
Finalmente mi decisi. Era possibile che il cellulare non funzionasse, ma quando lo accesi mi segnalò soltanto che era scarico. Lo misi in ricarica e incominciai a scorrere la rubrica. Molti nomi mi erano noti, altri non mi interessavano.
Perlopiù si trattava di nominativi legati al lavoro. C’erano tre diverse parrucchiere, però non le aveva memorizzate tutte assieme, perciò trovai Barbara parr, Cinzia parr e Franci parr. Arrivai alla elle e vidi il Lodovico del diario. Controllai le ultime chiamate, ma le aveva azzerate. Tornai alla elle. Lodovico. Cercai di immaginarmelo. Quasi certamente era uno stronzo fatto e finito. Con gli occhi della mente vidi una specie di energumeno, con la camicia slacciata e un catenone d’oro che faceva pessima mostra di sé. Portava un orribile anello e aveva i capelli lunghi, pieni di gel. Sicuramente non era intelligente. La sua forza risiedeva nell’uccello, ma oltre non si andava. Passai al nome successivo. Lucia. (Lucia?!) Avevo priorità più urgenti e mi rifiutai di avanzare congetture sulla presenza della mia bionda ex nella rubrica di quella che un giorno era stata mia moglie. Andai oltre, quasi certo che avrei trovato anche altro. Una gamba alla volta, disse il coccodrillo. La lettera che cercavo arrivava prima della esse, e infatti, giunto che fui alla erre, venni accolto da un ghignante Roberto. A differenza di Lodovico, me lo figurai come un intellettuale smilzo e pallido, occhiali dalle lenti spesse, barba e camicia a quadri, sotto a una giacca di tweed. Con Lodovico il coatto ci andava per il sesso, con Roberto l’intellettuale per discorrere di filosofia.
Ciò che mi sorprendeva maggiormente era la sua totale assenza di gusto. Contrastava con tutto quello che sapevo di lei. Ma, in realtà, cosa sapevo di lei? Quasi nulla. Eravamo stati sposati per cinque anni e Silvia mi aveva sempre mostrato una maschera, dietro alla quale se ne celavano altre due. O magari anche tre. Chi poteva dirlo? Nel diario non c’era traccia di relazioni omosessuali, tuttavia era un’eventualità da non escludere a priori. A Lucia non piacevano le donne, ma una vocina mi sussurrava all’orecchio che nel caso sarebbe stata la preda più ambita, e avrei potuto scommettere tutto il mio stipendio di un mese che, qualora Silvia lo avesse voluto, sarebbe riuscita a sedurla in tempi anche brevi. Magari le piaceva leccare la fica e, chi può dirlo?, forse a Lucia sarebbe piaciuto farsela leccare.
Accantonai l’argomento per affrontarne un altro. Lodovico oppure Roberto? Decisi per il primo. Con un tipo simile avrei fatto a botte e nella situazione di merda in cui mi trovavo una bella scazzottata rappresentava un’autentica panacea.
Fu così che lo chiamai.

Lodovico era un ragazzino magro e insicuro. Per incontrarlo avevo dovuto giurare in tutte le lingue esistenti che ci saremmo limitati a parlare. Non ce l’avevo con lui, se mai con la mia defunta consorte, anche se questo non lo riguardava. Ci incontrammo in un bar del centro; malgrado le mie rassicurazioni, evidentemente si sentiva più sicuro in un locale pieno di gente. Quando lo vidi, ricordai che lo avevo notato di sfuggita al funerale. Mi ero chiesto chi fosse, ma allora la questione non mi era sembrata interessante. Però, io non mi scordo mai un viso. Mentre bevevo un caffè (Lodovico non aveva voluto nulla), mi domandai per quale stravagante motivo Silvia avesse deciso di perdersi con un tipo simile: lei avrebbe potuto avere chiunque, e quella scelta aveva quasi il sapore di un’offesa. Forse avrei preferito il Lodovico coatto della mia immaginazione, perché, sebbene fosse volgare, era almeno un uomo, e non un tremebondo studente universitario. Mi aveva raccontato infatti che si erano conosciuti quando lui frequentava ancora il liceo e che era stata proprio Silvia a suggerirgli un futuro da medico. Poi si era chiuso in un ostinato mutismo.
In ogni caso, quel ragazzo non aveva nessuna colpa e sarebbe stato sciocco non ammetterlo. Ero pronto a scommettere che si era masturbato più di una volta sognando il corpo favoloso di una donna di trentadue anni. Per lui quella storia era stata un magnifico sogno, e sarebbe rimasta impressa per sempre nella sua memoria, anche se avesse campato fino a cent’anni. Lui era privo di colpe, ma non Silvia.
Fu per questa ragione che decisi di non parlargli di Roberto: sarebbe stato crudele avvilirlo, mettendolo di fronte a una realtà sgradevole. Per quanto mi riguardava, poteva conservare il suo sogno, e vivere nell’illusione di essere stato amato da un angelo sceso appositamente dal paradiso con l’unico nobile scopo di renderlo felice. Rinunciai anche a interrogarlo e uscii dal bar, liberandolo della mia terrorizzante presenza.
Mi accolse il cielo grigio di Milano. Camminai senza meta cercando invano una spiegazione, una qualsiasi spiegazione, che mi aiutasse a capire la personalità enigmatica e perversa di Silvia. Avevo vissuto per cinque anni in un mondo di finzione, credendo di conoscere la persona che mi stava a fianco, quando invece non sapevo proprio nulla delle sue pulsioni, dei suoi tradimenti, delle tre vite parallele che con prudenza e astuzia era riuscita a portare avanti, in un’interpretazione da premio Oscar.
Peccato solo che fosse un Oscar alla menzogna.
Incominciò a piovere, e io chiesi perdono a un Dio in cui non credevo per i peccati che lei aveva commesso.
Poi tirai fuori dalla tasca il cellulare e dopo un attimo di esitazione digitai il numero di Roberto.
Avevo almeno il diritto di conoscere tutti quelli che si erano scopati mia moglie.
E questo diritto non me lo avrebbe levato nessuno.
Mi rispose la fastidiosa voce metallica di una segreteria telefonica. Tolsi la comunicazione, ripromettendomi di riprovare più tardi, e mi avviai in direzione della stazione della metropolitana, ma all’improvviso mi fermai. Cercai il rifugio di un portone (ora pioveva molto forte ed ero già bagnato a sufficienza) e tolsi nuovamente dalla tasca il cellulare. Mi aspettavo un’accoglienza gelida, e riuscivo perfino a visualizzare l’azzurro di quegli occhi farsi di ghiaccio, perciò fui colto completamente alla sprovvista dal tono nervoso (spaventato?) di Lucia. L’avevo chiamata per uno strano impulso, convinto che con lei non avrei cavato un ragno dal buco, e l’ansia quasi palpabile che trasmetteva la sua voce mi fece immediatamente ricredere.
Anche lei!
Silvia si era chiavata anche lei!

quadernoDopo Lucia (occhi dell’azzurro chiaro e sereno di una mattina di maggio e capelli color grano) arrivò Silvia.
Talvolta il destino si diverte a mischiare le carte. Infatti era mora. Mi sembrava giusto: dopo una bionda, forse era il momento di cambiare. In linea di massima, preferisco le donne chiare di capelli, chiare di occhi, chiare di pelle; ma dopo aver mangiato spaghetti per sei mesi consecutivi a chiunque verrebbe in mente di passare ai maccheroni. Silvia aveva un fisico strepitoso, che compensava il viso che era semplicemente normale. Era anche intelligente (e questo significa vincere la lotteria dei sogni, considerato il quoziente intellettivo medio delle donne. Ascoltare due o, peggio, tre femmine che parlano fra loro è un’esperienza non molto dissimile da una seduta dal dentista. Ciò peraltro vale anche per un’ampia categoria di maschi, senza contare taluni vecchi rimbecilliti che trascorrono le ore osservando gli operai al lavoro nei cantieri edili o lungo le strade).
E non era solo intelligente: amava la musica. Quando parlo di musica intendo Musica con la “m” maiuscola; quando la scopai per la prima volta, misi sul piatto un disco dei Pink Floyd. Fra un orgasmo e l’altro, trovò la forza e lo spirito necessari per dirmi che li adorava. Gol da metà campo.
All’inizio non me ne accorsi. Ero particolarmente preso dal lavoro, guadagnavo (e spendevo) soldi a palate, frequentavo un paio di ragazzi che sarebbe esagerato definire amici. Diciamo che erano compagni di birra. Fu una cosa progressiva, un processo lento ma inesorabile. Un mattone al giorno, posto che il paragone calzi e secondo me calza perché in fondo è proprio di una costruzione che stiamo parlando. A tale proposito, rammento una bella canzone di Ivano Fossati. Gradatamente mi accorsi che avevo bisogno di lei. Con un vago senso di incredulità mi resi conto che vederla mi rendeva felice. Felice nel senso (quasi) pieno del termine.
Non era solo per la ginnastica che facevamo a letto (e lei, come ginnasta, si mangiava a colazione Lucia). Né per la passione condivisa per la musica. E nemmeno grazie ai discorsi intelligenti che sapeva imbastire, controllare e portare a termine. C’era dell’altro. Chimica. La definirei così e credo che si tratti di una definizione assai appropriata. Chimica sessuale, ma non solo: chimica mentale (non oso dire chimica del cuore, ma forse dovrei cacciarle fuori queste tre parole, dato che corrispondono al vero. E’ che sono pudico, anche se non sembra). Per farla breve, sperimentammo il classico innamoramento, cui fece seguito la parolona grossa. E un giorno, quasi senza pensare, le dissi che volevo sposarla. Silvia non aspettava altro. Dovrei trovare un modo per bypassare cinque anni. Varrebbe la pena di parlarne, eccome!, ma ci vorrebbero tre giorni. Me la caverò dicendo che fu un lustro splendido, della serie fiaba felice dove il ranocchio si trasforma in un bellissimo principe, raggiunge la principessa nel castello di Oz, e vissero felici e contenti per sempre… no, le ultime due parole sono da eliminare. Non andò esattamente così. I cinque anni si dimostrarono realmente splendidi, ma il destino era in agguato. Se non sbaglio, prima ho detto che si diverte a mischiare le carte, e fin qui non ci piove; però ama anche altre cose. Tipo, mettertelo nell’ano con una violenza talmente inaudita da uscire poi dalla bocca (naturalmente, il signor destino è superdotato, e ce l’ha lungo un metro e largo una cifra). Il termine tecnico è: inculare a sangue.
E in un pomeriggio d’estate, un pomeriggio in cui il caldo aveva raggiunto un’intensità devastante, e io me ne stavo sdraiato sul letto, con le imposte chiuse nella vana speranza di trovare un minimo di sollievo, due lattine di Tuborg ghiacciate a portata di mano e un vecchio ventilatore asmatico che combatteva contro i mulini a vento, bene anzi male, in quel pomeriggio fui sodomizzato da un cazzo di dimensioni grottesche.
Se dovessi scegliere un solo ricordo fra i mille che conservo ancora di Silvia, il mio pensiero andrebbe a un lontano giorno di novembre, freddo ma luminoso, con un cielo di un blu perfetto a rallegrare una Milano quasi ridente. Camminavamo mano nella mano, diretti all’università Cattolica dove sua nipote si accingeva a scendere nell’arena per conquistare finalmente una laurea a lungo attesa. Eravamo in anticipo (Silvia era la puntualità fatta persona) e ci fermammo in un bar a bere un caffè. Quando ci ritrovammo in strada, passammo davanti a Buscemi. Io sbirciai la vetrina e vidi un album nuovo. La copertina non riportava il nome del cantante o del gruppo in questione, e non c’era neppure un titolo che potesse fornire una qualche indicazione. Era un fenomeno talmente insolito, ai limiti della stravaganza o forse oltre, che mi portò a lasciare la mano di mia moglie per arrestarmi a esaminare quella copertina. Non esattamente al centro, ma lievemente spostato sulla destra, c’era una specie di quadro che raffigurava un vecchio curvo per il peso di una fascina che portava sulle spalle. Il vecchio, probabilmente un contadino, si appoggiava a un bastone e, attraverso il vetro, sembrava guardare me, quasi volesse invitarmi a varcare la soglia del negozio e a procedere all’acquisto del misterioso LP. Poi guardai in basso e notai un rudimentale cartello su cui una mano aveva tracciato una scritta avvalendosi di un pennarello rosso. La scritta era a stampatello, e le lettere che la formavano declinavano dall’alto in basso, probabilmente a causa della fretta con cui il proprietario o il commesso si erano precipitati a informare la potenziale clientela che quello era un 33 giri davvero speciale.
C’era scritto: IL NUOVO ALBUM DEI LED ZEPPELIN! Mi dimenticai di Silvia, e del combattimento che attendeva sua nipote, ed entrai nel negozio. Ma prima che potessi parlare, lei mi anticipò. Mi aveva seguito senza sapere cosa avessi in mente, a parte il fatto che volevo acquistare un disco, e riuscì a stupirmi perché disse: “Per favore, mi dia quello”, indicando con un dito esattamente l’oggetto dei miei desideri. Il vero ricordo, però, risale a qualche ora dopo. La nipote era uscita indenne dalla lotta con i leoni, e noi eravamo tornati a casa.
Ascoltai il disco una prima volta, convenendo con me stesso che era magnifico. Poi volli riascoltare la canzone numero quattro, e quando risentii per la seconda volta quella cosa prodigiosa che stava facendo Jimmy Page con la chitarra, fui colto da un attacco di riso isterico. Rimisi la puntina sul solco della quarta traccia, e mentre “Stairway to heaven” evolveva maestosamente, trascinai Silvia sul pavimento, la spogliai e diedi vita alla scopata del secolo. Gli altri novecentonovantanove ricordi gareggiano fra loro per mantenere una posizione di preminenza nel mio cervello, ma quel ricordo non ha rivali, è fisso in pole position, è il Cristiano Ronaldo dei ricordi.
Ho tirato in lungo, però c’è un motivo che mi ha spinto a farlo. Non è piacevole essere inculati dal destino, e desideravo rimandare di qualche minuto la rievocazione di quella sodomia selvaggia e brutale. Non ho mai conosciuto una donna che sapesse nuotare meglio di Silvia. Mi sono chiesto spesso a quali vertici sarebbe arrivata se si fosse dedicata alla carriera agonistica. Il suo crawl era fluido, potente, inarrestabile. Poteva nuotare per ore senza avvertire nemmeno un principio di stanchezza. Quel giorno di terrificante calura l’aveva spinta a cercare un po’ di refrigerio nelle acque del lago di Como. Io non l’avevo accompagnata per un eccesso di pigrizia.
In seguito venni a sapere che un ragazzo l’aveva vista annaspare. Quando il ragazzo la raggiunse con la sua canoa, ormai era troppo tardi.
Silvia annegò in un punto imprecisato fra Bellagio e Tremezzo.
I giorni che seguirono furono un viaggio all’inferno, non esistevano frontiere fra alba e crepuscolo: solamente un lasso di tempo colmo di stilettate di inaudita sofferenza; e al sopraggiungere della notte si aprivano voragini dove guazzavano famelici incubi. Andò avanti così per secoli, millenni. Bisogna dire che le benzodiazepine associate all’alcool formano una pessima combinazione e in definitiva non risultano di grande aiuto. Per quanto mi riguarda, non mi furono di alcun giovamento. Pioggia, grandine, tempesta. E scheggie di vetro che incidevano il cuore, come un bravo chirurgo intento a operare.
Infine, decisi che era ora di chiudere con il passato. Non aveva senso continuare a macerarsi nel dolore. Beninteso, sapevo che sarebbe stato difficile, difficilissimo, ma almeno dovevo tentare (e senza droghe e senza bourbon; rimasi perplesso quando infilai le bottiglie in un sacco nero: erano più di venti). La prima cosa da fare era liberarsi dei ricordi tangibili. Incominciai col riporre le foto di Silvia in uno scatolone. Cercavo di non guardarle; ma gli occhi sfuggivano al mio controllo. Silvia seduta sul divano che sorride. Sorrideva a me e rammentavo perfettamente il giorno e l’ora di quel sorriso.
Cazzo! Non pensare. Lavora e chiudi la mente. Immagina che sia una cassaforte, dotata di una robusta serratura. L’hai comprata di seconda mano, ma è ancora efficiente e a prova di ladro. L’acciaio è nero e lucido, la superficie del tutto liscia, gelida al tatto. Ci devi ficcare dentro tutti i tuoi fottuti pensieri, eliminarli dalla zona cosciente del cervello. Altrimenti non solo non ci riuscirai, ma non ci andrai nemmeno vicino.
Obbedii, però la terza foto fu la classica stilettata al cuore. Silvia in costume da bagno. Costume da bagno uguale lago. Lago uguale… C’era ben poco di subliminale in tutto questo, l’associazione era talmente palese che avrebbe raggiunto anche il cervello di un’oca. Strinsi con forza i pugni, abbaiai due bestemmie, e il costume da bagno finì nello scatolone, seguito dai suoi libri, dal quarto album dei Led Zeppelin e da vari ninnoli assortiti. Contemplai il soggiorno per vedere se avevo dimenticato qualcosa, poi presi lo scotch e sigillai quel sepolcro di fantasmi. Andai in camera con un altro cartone. Incominciai con le scarpe, quindi le gonne. Pensavo di portare il tutto alla parrocchia. Erano capi belli e costosi: avrebbero fatto la gioia di molti poveri. Silvia aveva un gusto squisito.
Zitto, imbecille! Pensa alla cassaforte. Ricostruiscila, rendila reale, vera, concreta, come è vero e concreto il tuo dolore. Deve essere molto grande, grandissima, solo in questo modo riuscirà a custodirlo.
Passai ai cassetti. Quando aprii il terzo, iniziai a togliere i maglioni. Lavoravo con feroce concentrazione; la cassaforte funzionava, era a prova di bomba. Almeno per il momento. Giunto all’ultimo capo, vidi un quaderno.
L’istinto mi suggerì di non aprirlo. Dai gas all’immaginazione, ragazzo! Per quale motivo una persona nasconde un quaderno? Perché questo quaderno era nascosto, lo sai vero? Sì, lo sapevo. Ma la mia interpretazione dei fatti era diversa. Ci sono molte buone ragioni per ritagliarsi uno spazio privato. D’altra parte, quello era il mio campo da gioco: conoscevo troppo bene Silvia. Non mi avrebbe mai tenuto all’oscuro di qualcosa che fosse anche solo minimamente importante. (E poi tu sbagli nove volte su dieci). Allungai una mano.
L’istinto capì che suggerire era inutile, perciò mi ordinò in tono perentorio di non aprirlo e di scaraventarlo immediatamente nel cartone.
Subito dopo sarei passato a un altro cassetto e lo avrei dimenticato. Allarme rosso, strillò.
Stavo per cedere, quando la curiosità prese il sopravvento. L’istinto fu cacciato in qualche angolo buio.
Io aprii il quaderno.

bucatoAGGIORNAMENTO DEL 15 NOVEMBRE: “Your stats are booming! Lady Alessandra is getting lots of traffic.”

Con… questo post😀 Viva WP!

LA VISPA TERESA

vispateresaLa vispa Teresa
avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.

A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fò?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Teresa pentita
allenta le dita:
“Va’, torna all’erbetta,
gentil farfalletta”.
Confusa, pentita,
Teresa arrossì,
dischiuse le dita
e quella fuggì.

CHICCA

chicca-e1389791930206Dopo aver bevuto il consueto terzo caffè della mattinata nel suo bar preferito (i primi due li aveva preparati a casa), Max tornò con calma nel piazzale dove aveva posteggiato l’auto. Era come diviso in due parti: la prima confinava con il camposanto, la seconda, più ampia, si arrestava davanti all’avamposto di un bosco che si estendeva verso occidente. Rimase sorpreso vedendo la quantità di macchine e di persone che erano sopraggiunte nel breve tempo che aveva trascorso a leggere il giornale. Era un funerale, e ciò mitigò la sua irritazione dovuta al fatto che avevano parcheggiato in tutti i modi possibili, bloccandogli ogni via d’uscita.
Si accese una sigaretta e attese pazientemente che la cerimonia finisse e che la gente se ne andasse. Guardò l’orologio: erano le dieci e il suo appuntamento di lavoro era fissato per le undici in un paese poco distante; perciò il tempo non gli mancava.
Lei fu la prima a uscire dal cimitero. Max aveva cinquantotto anni, la donna ne dimostrava circa cinquanta. Si diresse proprio verso la Punto che gli ostruiva il passaggio. Lo guardò, comprese la situazione e si scusò con un sorriso. Max annuì e le voltò le spalle per salire in macchina.
Ma, all’improvviso, si fermò, girandosi di nuovo. “Chicca?”
Lei stava estraendo le chiavi dalla borsetta; lo scrutò, sorpresa, scavando nella memoria per dare un nome al volto di quell’uomo alto, dai capelli grigio ferro e dagli occhi stanchi. Per un lungo momento non lo riconobbbe. Chiunque fosse, gli anni lo avevano sicuramente cambiato. Poteva essere un conoscente occasionale, incontrato chissà dove e chissà quando. La vita è piena di incontri fugaci, magari durati pochi minuti, un drink in compagnia, un acquisto nel negozio dove lei lavorava, un pranzo o una cena che li aveva visti seduti ai lati opposti del tavolo.
Poi il viso le si illuminò, mentre dal passato emergeva, sempre più nitido, il ricordo. Se prima il suo sorriso era stato di circostanza, adesso divenne sincero e convinto. Mosse un passo nella sua direzione. “Dovrei ucciderti!”, esclamò ridendo. Notando che era perplesso, si affrettò ad aggiungere: “Una notte al freddo, con la tua Mehari senza portiere!”
Max restituì il sorriso, che tuttavia si estese solo in parte agli occhi. C’era come un velo in quegli occhi, notò lei… malinconia, tristezza, rimpianti, non avrebbe saputo dare un senso più preciso a quello sguardo, poiché nulla sapeva della sua vita, di ciò che aveva fatto in tutti quegli anni. Non portava la fede al dito, ma questo non significava molto: lei era reduce da due divorzi.

UN ALTRO GIORNO
A Max non mancavano i soldi per prendere una camera in albergo, ma, sebbene Chicca non fosse la sua prima ragazza (era stata preceduta da Lisa e da Antonella) e, benché avesse già fatto l’amore, si sentiva intimidito o forse semplicemente incerto. Temeva che lei accogliesse la proposta con freddezza, dato che fra loro fino a quella sera c’era stato solamente qualche bacio. Questo non toglieva che la desiderasse, ciò nonostante preferì guidare fino a tarda notte, mentre le stelle di una primavera ancora fredda brillavano remote simili a pallidi gioielli e il lago di Garda era avvolto dall’oscurità e il vento del nord calava dalle montagne.
Andarono a letto insieme una settimana più tardi. Il corpo di lei era caldo e accogliente, e per Max fu molto bello.
“Ricordi”, disse, “che al ritorno mangiammo pollo arrosto e patatine?”
Chicca non rammentava quel particolare, che al momento trovava insignificante.
Però, ricordava molto altro.

“Non mi sembri felice.”, osservò con la sua solita franchezza.
Max lasciò passare alcuni secondi, quasi stesse raccogliendo le idee o forse perché cercava una risposta adatta, quindi annuì. Cercò di cambiare argomento. “E’ morto un tuo caro?”, le domandò. Chicca scosse la testa. “Un amico di mia cugina.”, rispose.
Man mano, le automobili abbandonavano il piazzale; il prete lasciò per ultimo il cimitero. In alto, il sole splendeva e il cielo era limpido, blu come il mare, una leggera brezza accarezzava le fronde degli alberi.
Max li indicò. “Sono i miei amici.”, disse. “Io vengo spesso qui.”
I tuoi amici? Lei preferì non commentare.
“Sei felice?”, insisté.
“Mia moglie mi ha lasciato.” Max non aggiunse altro. La sensazione che le dava era che ci fosse anche un qualcosa di più, ma che in ogni caso la separazione o divorzio che fosse, lo avesse reso un uomo vuoto, perso in un mondo di solitudine e di amarezza.

UN ALTRO GIORNO
La Mehari era rossa, di un bel rosso acceso. Dopo aver sistemato le portiere, Max la portò in montagna. Lei non sciava, si crogiolava al sole sulla terrazza del ristorante, dove avevano consumato un pasto eccellente. Dopo un’ultima discesa, Max si tolse sci e scarponi e ordinò due cioccolate. Era allegro e spiritoso – talvolta un po’ matto, pensava lei (e il fatto delle portiere mancanti lo confermava). Comunque, era buono d’animo e sempre disponibile; non litigavano praticamente mai. Né ci furono tradimenti, da ambo le parti, nei due anni che li videro assieme. Stavano bene da soli e stavano bene con gli amici. Chicca lavorava già in un negozio di vestiti, Max cominciava a costruirsi un futuro, che all’epoca era sembrato solido a entrambi. Gli piaceva lavorare e aveva molte idee.
E fare l’amore era sempre più bello, soprattutto per lui.

Tornarono al bar. Il quarto caffè per Max, il primo per Chicca. Lei non intendeva essere invadente, ma la rattristava vederlo dimagrito, la rattristavano i suoi occhi, quegli occhi che in un lontano passato esprimevano entusiasmo e voglia di vivere. Ora apparivano spenti, offuscati da ombre che celavano un’infelicità che le pareva evidente.
Le parole vennero fuori lentamente, alternate a lunghe pause, a tratti chiare, talvolta evasive. Ma il quadro si delineò, e Chicca seppe che Max aveva perso un buon lavoro, che adesso guadagnava pochissimo, che per lui il futuro non esisteva. Non più.

UN ALTRO GIORNO
Nessuno dei due rammentava il motivo per cui si erano lasciati. Questo era strano, ma è l’esistenza a essere strana. Chicca ricordava una particolare notte. Lei era in Liguria, in casa di un’amica. Max l’aveva raggiunta, per una volta fuori di sé, gridando e minacciando. Non era da lui. Forse tutto era finito in quell’occasione o forse lui l’aveva seguita perché non accettava di perderla. Era stata lei a troncare il loro rapporto? O lui?
Non importava. Rimaneva il ricordo di due bellissimi anni, magari pochi in rapporto a un’intera esistenza; ma la felicità non si misura in termini di tempo, non è geometria, non è matematica, è poesia. E una breve poesia può superare le barriere del tempo e rimanere impressa per sempre in un angolo del cuore.

Quella sera uscirono a cena.
Max scoprì che la biondina vivace, allegra e spensierata di allora si era trasformata in una donna profonda e colta. Era bello parlare con Chicca. E parlarono di tutto.
Pagò lei il conto. Quando uscirono dal locale, Max guardò in alto. “Amo le stelle.”, disse.
Non aggiunse altro e si incamminò verso la macchina.
Lei restò ferma a guardarlo.
Poi disse: “Portami sul lago di Garda.”
Max si voltò.
“Ma a una condizione.”, precisò Chicca.
“Fai in modo di togliere due portiere.”

cristina-khay-2Eventuali commenti del tipo “lo ricordavo”, “l’ho già letto”, etc. saranno rimossi. Il mondo è grande. Capito mi hai, Genoveffa?

Il nonno gli aveva trasmesso la passione. Quella per i rapaci notturni s’intende: gli allocchi, le civette, i barbagianni. Anche se il nonno era riuscito ad addomesticare un gufo reale solo per andarci a caccia. E Stelvio ancora se li ricordava quei giorni: era uno spettacolo osservare l’animale lavorare la preda. Il gufo si levava in ampi giri morbidi sfruttando il vento e le termiche che lo spingevano improvvise da sopra gli specchi d’acqua al sole. E poi si gettava a capo fitto verso il coniglio selvatico o il leprotto attardatosi fuori dalla tana. Era un volo pieno di silenzi ma con la rapidità della morte negli artigli aperti a ghermire la vita. Un attimo ed era tutto finito. Stelvio però preferiva guardarli, i rapaci. E se fosse riuscito a catturarne uno ne avrebbe avuto cura per sempre. È per questo che aveva costruito un riparo di legno posizionandolo a sud, come andava fatto, sui rami alti della quercia più frondosa. E aveva atteso per settimane, fino a quando quel giorno non trovò alla base del tronco un bolo di pelo e ossa. Il suo rifugio era stato colonizzato, ne era certo.
“Domattina andiamo dal Marchese.” gli comunicò lo zio arrivandogli alle spalle. Invidiava quel suo modo di camminare nel bosco, da lupo, senza fare il minimo rumore. “Martino sta male. E ho bisogno che tu mi dia una mano con le foglie del viale.”
Stelvio non disse nulla. Assentì cercando di riuscire a intravedere tra i rami il ‘suo’ strigide. Non c’era bisogno di dire nulla, del resto, non sarebbe servito. Lo zio comandava e basta e non c’era modo di contrastarlo. Tanto valeva fare come diceva lui, da subito.
Così al mattino seguente si era fatto trovare pronto alle cinque. La tenuta ‘I Geti’ del Marchese, di centottanta ettari, era a due ore di furgone da casa. Il nonno gliene aveva parlato diverse volte, quand’era piccolo, e sempre con gran rispetto. In quella foresta c’erano daini, caprioli, lepri, cinghiali, cervi. Il paradiso del cacciatore. Al nonno brillavano sempre gli occhi quando ne parlava e finalmente, ora, l’avrebbe visto. Ma aveva bisogno di un paio di stivali per il fango, così diceva lo zio, e lui non ne aveva. Frugò allora tra le cose del nonno. C’era ancora tutto nella sua stanza: i vestiti, il necessario per fare la barba, i cappelli, le scarpe, la busta per il tabacco. Ogni cosa era ben riposta, in ordine, persino senza polvere, come se avesse dovuto tornare da un momento all’altro. E invece una mattina, aveva preso il suo sovrapposto più bello ed era uscito senza più tornare. La sensazione era però che, pur dopo tanti anni, l’avrebbe visto una sera affacciarsi allo specchio della porta e chiedere, come se nulla fosse stato, cosa ci fosse per cena.
E dopo tanto cercare li trovò in fondo all’armadio: un paio di stivali neri, consumati, che a lui, che non aveva compiuto diciassette anni, stavano davvero larghi. Il nonno era infatti un omone di quasi due metri di altezza, grosso come un monumento ai caduti, una roccia d’uomo che nulla sembrava poter scalfire. Gli stivali gli servivano, e questo era tutto, e lui li prese.
Il furgone s’inerpicò per la strada sterrata sobbalzando a ogni buca. I rastrelli, la scala, le pale e ogni altro strumento da lavoro sbattevano sul pianale del furgone con gran fracasso. Lo zio se ne stette muto, per tutto il tempo: sembrava godersi quel concerto di ferraglia. Quando cominciarono ad avvicinarsi alla tenuta, tanto da poterla veder sbucare, tra il verde cupo dei lecci, come un animale curioso, cominciò a fargli un mucchio di raccomandazioni. Doveva parlare solo se gli altri gli avessero rivolto la parola, non doveva entrare nella Casa, né sputarsi nelle mani in presenza di qualcuno prima di usare il rastrello e, soprattutto, non avrebbe dovuto lamentarsi mai. Stelvio lo ascoltò per i primi cinque minuti, poi si mise a fissare alla sua destra due cavalli che correvano liberi al galoppo con il collo rigido e le froge al vento a fiutare gli odori grassi della pioggia che nella notte aveva reso scura e fredda la terra della campagna. Le luci del parco, ancora accese, consentivano una certa visibilità.
“Hai capito? Sono stato chiaro?” gli chiese alla fine lo zio mentre stavano ormai entrando nella tenuta.
“Sì sì, certo, zio.”
Appena scese dal furgone gli si parò innanzi, inaspettata, la più grossa voliera di rapaci che avesse mai visto. Vi si avvicinò come rapito. C’era una poiana codarossa, una di Harris, un falco pellegrino, un astore e… e un tenero assiolo. Che meraviglia. Non ci poteva credere di poterli vedere tutti insieme in un solo momento.
“Stelvio! Stelvio!” lo zio lo chiamava facendogli gli occhi severi. “Prendi gli attrezzi sul furgone, presto, e seguimi: non fare lo scemo come al tuo solito”.
Lui tornò indietro, in fretta, saltando sul pianale del furgone. Afferrò i rastrelli, un forcone e il secchio. Poi si fermò a guardare lo zio che, più avanti, si era messo a parlare con un signore ben vestito. Da lassù poteva vedere l’ingresso della foresta, il maneggio, le stalle e l’andirivieni della gente, ognuno con un suo compito preciso. Guardò la casa che si ergeva accanto a lui, forte e austera come un monito. Era grigia, di pietra granitica, con modanature in legno quasi nero, che ne sottolineavano l’imponenza solenne. Guardò verso le finestre al primo piano. E fu lì, che nella semioscurità, la vide. Poteva avere la sua età. Una ragazza dai lunghi capelli biondi, il viso appoggiato sul mento, lo stava osservando attraverso i vetri della finestra. Lo sguardo era triste, annoiato, ma era diretto proprio verso di lui. Stelvio provò ad abbozzare un sorriso e alzò una mano, per salutarla, ma lei non contraccambiò. Stelvio si mise subito al lavoro.
Sebbene fosse un ragazzo, era molto forte per la sua età ed era abituato alla fatica. Cominciò a levare le foglie con metodo.
A est una pallida striscia luminosa preannunciò il sorgere del sole. Qualche minuto più tardi, il cielo diventò azzurro e tutta la campagna circostante si rivestì di un morbido colore dorato. A causa della pioggia della notte precedente, si erano formate vaste pozzanghere che, però, presto asciugarono.
Un vento fresco che proveniva da occidente accarezzava le cime degli alberi e scompigliava i capelli di Stelvio.
Il ragazzo procedette con impegno per le successive due ore. Mentre adoperava il rastrello, pensava a quando avrebbe visto volare il suo rapace. Forse goffo e incerto, i primissimi tempi, poi sempre più sicuro e arrogante, come lo spirito di un predatore richiedeva. Di tanto in tanto lo zio lo controllava, ma si limitava ad annuire: il ragazzo stava facendo un buon lavoro. Man mano, Stelvio si allontanò – la tenuta era assai vasta – fino a quando lo zio scomparve alla vista.
A un tratto, il vento cessò. Adesso faceva caldo. Stelvio sostò per qualche istante e si deterse il sudore dalla fronte. Fu allora che udì una voce che gli ricordava qualcuno. “Ti stanno proprio bene quegli stivali! Sembrano fatti su misura.”
Stelvio si voltò di scatto e vide un uomo grande e grosso, con una folta barba grigia e occhi azzurri e penetranti.
Un momento dopo lo riconobbe.
“Nonno!” esclamò in preda a una viva gioia.
Aveva amato molto suo nonno, forse più dei genitori, e quando era scomparso ne aveva sentito profondamente la mancanza. Adesso appariva invecchiato, ma era sempre dritto e solido, simile a una poderosa quercia.
“Dove sei stato per tutto questo tempo?”, gli domandò.
“Oh, in vari posti.”, rispose il nonno. “Ho girato il mondo. Volevo vedere foreste più grandi, e le ho viste!” C’era una luce sognante nel suo sguardo. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se stesse rivivendo quei giorni e vedendo nuovamente le foreste di cui parlava.
“Ho visto una quantità di animali.”, riprese il vecchio. “Non soltanto daini, caprioli, lepri, ma anche lupi, volpi e un cervo che aveva un palco di straordinaria bellezza. Era veramente un esemplare maestoso. E, poi, ogni genere di rapace. Però, mi sei mancato, figliolo.”
Stelvio era commosso. “Anche tu, caro nonno!” Gli raccontò del suo sogno di avere un rapace e di come forse fosse riuscito a realizzarlo. Il nonno lo ascoltò con attenzione, quindi gli impartì alcuni consigli pratici, che il ragazzo memorizzò. Stelvio accennò anche a una certa Matilde, una giovane maggiore di lui di un anno. Aveva dei magnifici occhi verdi e soffici capelli biondi che le arrivavano alle spalle; purtroppo, però, non lo degnava di uno sguardo, forse a causa della differenza di età. Il nonno si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, proprio sul limitare del bosco, tolse il cappello e lo depose con cura in un punto perfettamente asciutto. “Presto Matilde ti amerà.”, commentò dopo un momento. “Vi sposerete, avrete tre figli e sarete molto felici insieme. Lei si dimostrerà una moglie fedele e devota, e tu sarai un marito appassionato e premuroso. Vivrete a lungo insieme.”, concluse sorridendo. “Ma ora riprendi il tuo lavoro, altrimenti lo zio si arrabbia.”
Stelvio avrebbe voluto parlare ancora con il nonno, però obbedì. Continuò a sgombrare il lungo viale dalle foglie, mentre il sole saliva alto nel cielo. Ogni tanto, si lanciava un’occhiata alle spalle come per accertarsi che il vecchio fosse ancora lì. Il nonno riposava tranquillo. Il ragazzo provava una dolce sensazione di calore che non era dovuta al sole.
Doveva essere circa mezzogiorno quando lo zio lo venne a cercare. Era ora di pranzo.
“È tornato il nonno!”, lo informò Stelvio, tutto eccitato.
“Non dire sciocchezze.”, replicò lo zio. “Che ti ha dato di volta il cervello?”
“Ma guardalo, zio, è lì!” E indicò la roccia dove il nonno si era seduto.
Ma su quella roccia non c’era nessuno.
Stelvio fece girare lo sguardo. Non vi era traccia del nonno.
Lo zio lo prese sottobraccio. “E’ ora che tu lo sappia.”, disse in tono gentile. “Nonno è morto da molto tempo.”
“Ma… ma…” Stelvio scosse il capo, frastornato.
Si avviarono per tornare al furgone dove avrebbero consumato una colazione al sacco.
Stelvio camminava a testa bassa.
Non si voltò più.
Se lo avesse fatto, avrebbe visto un cappello depositato con cura su un punto perfettamente asciutto del terreno.

Più tardi, il Marchese li mandò a chiamare. Sebbene fosse un ricco nobile, era anche un uomo alla mano. Intendeva congratularsi per la solerzia con cui zio e nipote avevano svolto il lavoro di Martino. Lo zio aveva colto un mazzo di fiori. Lo porse al Marchese. “Un piccolo omaggio.”, dichiarò.
In quel mentre, sopraggiunse la figlia del Marchese.
“Questi fiori sono per me?” chiese.
Il Marchese sorrise. “Credo proprio di sì.”
Matilde fece un piccolo inchino. “Grazie!”, disse rivolta allo zio, ma il suo sguardo si fissò su Stelvio.
Lui la ricambiò ed entrambi arrossirono.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: