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Quella notte faticò a prendere sonno, si girava e si rigirava nel letto mentre fantasticava su quello che avrebbe fatto al bambino.
E finalmente arrivò il momento tanto atteso. La mamma di Paolo si presentò a casa sua con il figlio. La donna lo ringraziò nuovamente e Stradilasi si schermì ancora con fare modesto. Lui amava i bambini. La sua era una missione, ripeté. Poi la donna uscì (non prima di avergli consegnato una torta, accompagnata da un sorriso radioso) e li lasciò soli.
Stradilasi fece accomodare Paolo davanti al tavolo del piccolo soggiorno. Il ragazzino tirò fuori i quaderni dalla cartella (era tra i pochi che la usavano) e incominciò a fare i compiti. Stradilasi lo controllava amorevolmente.
Paolo commise un errore.
“No, qui hai sbagliato.”, disse l’insegnante in tono comprensivo. “Aspetta, adesso ti faccio vedere. Perché non ti siedi qui? Così sarai più comodo.”
Il bambino era imbarazzato.
Stradilasi insistette e lui si mise a sedere sulle sue ginocchia. Indossava dei calzoncini corti, la pelle delle gambe era morbida e liscia. Emanava un profumo fresco. Stradilasi iniziò a sudare. Paolo riprese a svolgere il suo compito.
La mano dell’uomo si infilò sotto ai pantaloncini.
Paolo trasalì.
La mano entrò nelle mutandine.
Il bambino si irrigidì, ma ormai Stradilasi non riusciva più a controllarsi: aveva sognato troppe volte quell’istante. Incominciò ad accarezzargli il pene. Paolo era palesemente a disagio, ma non disse nulla. Stradilasi lo accarezzò più velocemente; intanto ansimava.
Il ragazzino non prestava più attenzione al compito, sedeva teso e pallido in volto, mentre la mano dell’insegnante lo masturbava sempre più forte.
Paolo non si eccitava.
Stradilasi provò un moto di stizza, tuttavia era anche elettrizzato; un’idea balenò in lui, sconvolgendolo per le implicazioni che comportava. Sarebbe stato stupendo. Fece scendere il bambino dalle ginocchia e si alzò in piedi. “Vieni.”, gli disse con voce rotta.
Lo guidò nella camera da letto. Probabilmente era il momento più alto della sua vita, il momento che avrebbe ricordato per sempre. Era sconvolto dall’eccitazione. Con frenesia si svestì, poi spogliò Paolo. Lo fece sdraiare sul letto e si sistemò accanto a lui. Lo baciò sulla bocca. Gli succhiò i capezzoli.
Paolo non reagiva, era rigido e distante.
Doveva scuoterlo. Si sdraiò sulla schiena e disse: “Prendimelo in bocca, bello. Vedrai che ti piacerà.”
Paolo non si mosse.
“Coraggio!” Lo prese delicatamente per la testa e la spinse verso il suo bacino.
Paolo obbedì. Stradilasi chiuse gli occhi e si rilasciò, pregustando l’intenso piacere che avrebbe provato. Poi avrebbe reso il servizio e anche il bambino avrebbe goduto. Paolo lo morse con ferocia. Con un urlo di dolore Stradilasi scattò a sedere. Colpì Paolo con un violento manrovescio che lo buttò giù dal letto. Il bambino si alzò, aveva gli occhi pieni di collera. “Lo dirò alla mamma! Lo dirò alla mamma!”, strillò, quindi corse fuori dalla camera.
Stradilasi era agghiacciato. Per un lungo momento fu incapace di pensare; il mondo gli turbinava addosso come una trottola impazzita, il membro gli trasmetteva lampi di dolore. Si costrinse a ritrovare la calma. Non poteva permettergli di denunciarlo, sarebbe stata la sua fine.
“Lo dico a papà!”, gridò il bambino dal soggiorno, dopodiché corse giù per le scale.
Devi fermarlo.
Stradilasi saltò giù dal letto e lo inseguì. Visto che era nudo come un verme, doveva prenderlo prima che uscisse dal portone.
Paolo era veloce e scendeva le scale agilmente: non ce l’avrebbe mai fatta.
Spiccò un balzo e atterrò pesantemente a pochi passi dal bambino. Il colpo si trasmise dai piedi alla testa, percorrendogli la spina dorsale come una frustata. Si lanciò verso Paolo con le braccia protese.
Il bambino stava trafficando con la maniglia.
Stradilasi allungò una mano per afferrarlo.
Paolo aprì il portone e schizzò fuori, in strada.
Stradilasi era perduto.

Era tornato di sopra, si era rivestito ed era corso alla stazione. Il primo treno stava per partire. Aveva preso il biglietto e si era scelto uno scompartimento vuoto. Con il viso appoggiato al finestrino, aveva guardato fuori ansiosamente, aspettandosi di vedere da un momento all’altro i carabinieri: avrebbero impedito la partenza del treno e sarebbero saliti per ispezionarlo. Naturalmente, lo avrebbero trovato. Il treno si mise in movimento e Stradilasi esalò un sospiro di sollievo. Però, non sapeva dove andare; il futuro gli appariva sconosciuto e misterioso: fino a quel giorno la sua vita si era dimostrata comoda e piacevole, basata su alcune solide sicurezze, ora invece era atteso da una serie di eventi che non era in grado di prevedere. Inoltre, prima o poi, sarebbe stato arrestato, forse addirittura alla prima fermata. Era possibile che qualcuno lo avesse notato mentre correva diretto alla stazione.
Era immerso in quei pensieri cupi, quando la porta dello scompartimento si aprì. Preceduto da una folata di aria gelida, entrò un uomo. Prese posto accanto a lui.
Lo sconosciuto lo guardò e disse: “E così hai commesso un errore.” Aveva l’aria divertita, quasi Stradilasi fosse un personaggio umoristico. Era un uomo alto, vestiva jeans, giubbotto e stivali scalcagnati. Attorno a lui pareva esserci un’ombra che non permetteva di distinguerne i lineamenti; dentro all’ombra come due luci rosse, simili ai tizzoni di un fuoco di campo quando il vento cala ululando dalle montagne. E in quelle luci… Emanava calore, quantomeno questa era la sensazione iniziale: un istante dopo, l’impressione era che trasmettesse freddo, non un freddo normale, qualcosa di molto più intenso, gelo, il gelo totale… e, insieme, il caldo bruciante di un deserto. Un cerchio infuocato, ecco da cosa era avvolto. Stradilasi comprese che, se solo avesse voluto, quell’uomo avrebbe potuto salvarlo.

 

Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

Mentre Vale si recava dal professore americano, Stradilasi arrivò a Consonno a bordo di una vecchia automobile scassata. Aveva guidato con prudenza per evitare di essere fermato dalla polizia. Durante il tragitto si era soffermato a ricordare le circostanze che gli avevano fatto conoscere Flagg: a lui sapeva di dovere tutto, ed era pronto a obbedirgli, qualsiasi fosse l’ordine che avrebbe ricevuto.
Stradilasi era (era stato) un insegnante elementare. Aveva amato molto il suo lavoro, soprattutto perché gli offriva l’opportunità di stare a contatto con i bambini. Quando notava che un allievo aveva delle difficoltà a seguirlo si offriva di aiutarlo. Era un aiuto gratuito, precisava, e le famiglie gli erano riconoscenti per questo. Il bambino si presentava a casa sua e incominciavano a fare i compiti insieme. Al primo errore, Stradilasi faceva sedere l’allievo sulle sue ginocchia, infilava una mano nei calzoncini e iniziava a frugare nelle mutande. Spiegava al bambino dove aveva sbagliato e poi gli accarezzava il pisello; quando il bimbo faceva qualcosa di giusto, la carezza diventava molto dolce, se invece sbagliava gli strizzava leggermente l’uccello.
Stradilasi era uno psicologo infallibile e sapeva in anticipo con quali bambini non avrebbe corso rischi e quali invece era preferibile scartare. Quelli che sceglieva non avrebbero mai avuto il coraggio di raccontare ai genitori quello che succedeva nella casa del maestro. La maggior parte di loro provava un forte disagio, ma ad alcuni il trattamento finiva per piacere. Qualche bambino, già grandicello, era anche venuto.
Era una vita stupenda. In macchina, Stradilasi aveva sospirato, pieno di nostalgia.
C’era un bambino che gli piaceva particolarmente: era un biondino esile con gli occhi azzurri e i lineamenti del viso semplicemente perfetti. Però, non rientrava nel gruppo di quelli che poteva scegliere; avrebbe parlato, ne era certo. Essendo un uomo prudente, decise di accantonare l’idea: per quanto vaga, era comunque pericolosa e doveva evitare di tradurla in pratica. Ciò nonostante, alla sera, quando andava a coricarsi e la sua mano si stringeva attorno al pene, inevitabilmente pensava a lui. Immaginava la sensazione che avrebbe provato accarezzando il suo minuscolo coso, si figurava l’espressione di quegli occhi azzurri, dapprima sconcertata, quindi impaurita, infine ansiosa ed eccitata. Con l’altra mano gli avrebbe accarezzato il petto, si sarebbe soffermato a lungo sui piccoli capezzoli, lo avrebbe fatto impazzire, il bambino avrebbe goduto… in quel momento inevitabilmente veniva, si bagnava di sperma, il torace massiccio si alzava e si abbassava in modo quasi frenetico, la fronte si imperlava di sudore. Benché irrealizzabili, erano fantasie sconvolgenti. Era bellissimo, ma purtroppo non era la realtà. Si trattava solo di un sogno a occhi aperti (e talvolta chiusi). Lui avrebbe voluto la realtà, tuttavia sapeva che era impossibile; il sogno era destinato a rimanere tale per sempre. Sarebbe stato troppo pericoloso.
I mesi passarono e arrivò la primavera, fra poco la scuola sarebbe finita e Paolo, il bambino, sarebbe partito per le vacanze. Per lungo tempo non lo avrebbe più rivisto. Era una prospettiva che lo angosciava.
Una notte, dopo aver eiaculato, prese la decisione: avrebbe rischiato. Si rendeva lucidamente conto che era un azzardo molto grande, e che le probabilità di farla franca erano minime, ma a dispetto del buon senso avrebbe sfidato il destino. Non riusciva più a resistere al desiderio. Incominciò ad accanirsi sul bambino, riservandogli le domande più difficili e mettendolo a disagio in classe. Sebbene Paolo fosse intelligente e si applicasse con impegno, riuscì a dargli un’insufficienza. Dopodiché mandò a chiamare la madre. Era una signora giovane e affascinante, assomigliava al figlio, anche lei bionda, minuta e con gli occhi chiari.
Stradilasi le disse che il rendimento scolastico del piccolo Paolo era peggiorato, ma che non doveva preoccuparsi perché accadeva spesso ai bambini durante la crescita; era soltanto un periodo particolare che sarebbe passato. Nel frattempo lo avrebbe aiutato, seguendolo personalmente. No, non voleva essere pagato, la sua professione rivestiva i caratteri sacri di una missione. La mamma di Paolo era contenta, lo ringraziò e promise che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato a casa sua. Aggiunse che era raro avere a che fare con una persona tanto coscienziosa e buona come lui. Stradilasi si strinse modestamente nelle spalle.
Era al settimo cielo.

DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

Out of the Blue
Into the Black 3

Dopo una cena a base di minestra fredda e pizza riscaldata (tre euro e venti, al di sotto del suo budget quotidiano), Berisha aveva preso la chitarra ed era andato a sedersi sui gradini che dalla porta d’ingresso conducevano sulla strada.
Ma suonò per poco tempo.
Neil Young aveva inciso due album eccezionali, After the Gold Rush e Harvest (il terzo e il quarto in odine cronologico), dischi nei quali si respirava un’aria spesso serena; poi, però, erano morti Danny Whitten e Bruce Berry, l’uno, chitarrista dei Crazy Horse, l’altro, roadie: ciò, unitamente a problemi di salute e alla malattia del figlio, lo aveva sprofondato in una profonda crisi, di cui i lavori successivi, benché splendidi, ne erano lo specchio.
E ora Nazif vedeva tutto questo, non nel senso di vivere l’angoscia del canadese, quanto nell’osservare, passo dopo passo, i suoi gesti, gli scatti d’ira, le lacrime. Si trattava dello stesso fenomeno che lo aveva portato a Travnik. I cadaveri che giacevano nel fango, la cattiveria umana, gli angeli che piangevano al cospetto di quell’atroce barbarie.
Le immagini scorrevano davanti a lui, simili a un film: la ripresa, nuovi tormenti, il periodo dei dischi “folli”, altri capolavori, il grunge.
Sarebbe tornato di sopra per riascoltare Rust Never Spleeps, quando una figura nota imboccò la discesa che correva parallela alla ferrovia. Berisha abitava dopo la pasticceria; a sinistra, guardando verso nord, c’era il viale della chiesa.
Vale era simpatico a Nazif.
Non aveva i difetti della maggior parte degli italiani: niente smartphone, l’aggeggio più stupido che fosse mai stato inventato; non era razzista, e, bontà del cielo, leggeva. Il fatto che fosse preso in giro dai compagni di scuola rappresentava un ulteriore elemento positivo. Berisha andò a prendere due lattine di Coca e ne offrì una al ragazzino. Vale accettò con piacere. Era una bella serata, ancora calda; il cielo privo di nubi, una lieve brezza che calava dalle montagne, su a settentrione.
I convenevoli furono ridotti al minimo. Dopodiché Vale raccontò la sua esperienza della sera precedente. Non temeva ironie, non da parte di Berisha, e infatti venne ascoltato in silenzio, senza sorrisi di scherno o sguardi sarcastici. Alla fine, Berisha annuì. “Non stento a crederti.”, disse. “Stanno accadendo cose decisamente strane. Più tardi mi aspettano il professore americano e Paola. Sei della partita?”
“Certo.”, rispose Vale, scrollando le spalle. “Troverò un modo… per quel che importa ai miei genitori…”
Berisha consultò l’orologio, un fantastico orologio di Paperino del quale andava estremamente fiero. “Ma adesso…”
Non terminò la frase. Una laida vecchia stava percorrendo gli ultimi metri che la separavano dalla casa; li ignorò e proseguì la passeggiata, posto che di passeggiata si potesse parlare: secondo Nazif, era un essere maligno, intento a oscuri traffici, in lei ravvisava un’aura di malvagità. Non sapeva come si chiamasse, e forse non lo sapeva nessuno. Si diceva che era arrivata dalla Svizzera, non lavorava e trascorreva gran parte del tempo a girare per le strade, a volte borbottando fra sé. Altrimenti, stava chiusa nel fatiscente tugurio che aveva preso in affitto, al confine con Arosio, da dove – Berisha ne era sicuro – sbirciava i passanti, nascosta dietro le luride tende. Probabilmente faceva la spesa al supermercato, poiché non c’era un solo negoziante che l’avesse mai vista entrare nel suo negozio. Anche nel paese di Nazif esistevano simili megere. Magari erano streghe. Magari soltanto donne cattive, invidiose e dal cuore arido. Di certo vi era solamente il fatto che non erano buone, e non per l’aspetto fisico (pensarlo sarebbe stata una sciocchezza o una forma di razzismo), ma a causa delle vibrazioni negative che emanavano. La vecchia scomparve alla prima curva ed entrambi – il giovane e il ragazzino – tirarono involontariamente un sospiro di sollievo.
“Adesso devo fare una commissione.”, riprese Berisha. “Fra un’ora dal professore, d’accordo?”
Vale gli diede un “cinque”.
Nazif risalì le scale, sistemò la chitarra e indossò un giubbotto in previsione dell’aria fredda che, a quanto annunciavano le previsioni meteorologiche, sarebbe arrivata di lì a un paio d’ore. Nel frattempo, rifletteva. Il racconto di Vale sembrava appartenere allo stesso delirio dell’Uomo Nero e dei sogni che lo riguardavano. E l’Uomo Nero, prima o poi, si sarebbe fatto vedere. Non a fin di bene, questo è sicuro, pensò. Se la megera era una donna sgradevole, l’essere che di notte entrava nel loro inconscio era molto pericoloso. Esisteva un modo per impedirgli di mettere in pratica i suoi piani, quali che fossero? Inoltre, perché era interessato a un paese così piccolo?
Uscì di casa, accompagnato da una quantità di interrogativi.

3 Neil Young

Si allontanarono dalla villa in macchina. Elisa gli aveva tirato un bordo della giacca, invitandolo a seguirla, senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui aveva obbedito. Si erano diretti verso il parcheggio. Per un attimo pensò alle scuse da trovare per aver lasciato la festa troppo discretamente. Sorrise. Forse… sicuramente, anzi, nessuno se ne sarebbe accorto. Avrebbero magari notato la mancanza di quell’efebico essere, quello che gli camminava un passo più avanti. Se avessero visto che se ne andavano assieme, ecco, forse si sarebbero ricordati anche di lui.
Arrivati alle prime macchine, lei si fermò. “Beh? Dove hai parcheggiato?”, gli chiese. Il lago si sfilava al loro fianco come un nastro di feltro scuro. Mauro non sapeva dove andare. Tra la cena e l’albergo, non immaginava cosa fosse la cosa più improbabile. Non che non avesse voglia di sesso, ma non era quello. Non voleva quasi neanche toccarla. Avrebbe voluto piuttosto immergersi nel verde dei suoi occhi e andare in fondo e una volta arrivato là, dove il colore prendeva sostanza, fermarsi a nutrirsi, a banchettare come uno di quei pesci i cui contorni poteva solo abbozzare.
Elisa guardava fuori dal finestrino. Si teneva le braccia al petto come se avesse freddo. Ma non faceva freddo. Le piaceva quella serata. Era sufficientemente opaca. Il paesaggio si confondeva in toni di grigio, una specie di Braque. Sarebbe bastato un filo di rosso, a disegnare una sagoma netta, per rendere impagabile il tutto. Non sapeva ancora che farsene di Mauro. Ma stava per mettersi a piangere alla festa, e questo proprio non poteva permetterselo. Ma non voleva stare tutta la notte a girare come una cretina. Almeno questo, no.
Chi era, poi, Elisa?, si domandò pigramente Mauro. E sono veramente sicuro di anelare a quegli occhi verdi, tanto diversi da altri occhi, del colore delle foglie autunnali?
Dopo le luci di un bar, c’era uno spiazzo non asfaltato che finiva praticamente sulla riva. Mauro rallentò ed accostò. Spense i fari e aprì lo sportello. “Ti va?”, le chiese. Elisa lo guardò per un attimo e scese anche lei, senza dire nulla. A qualche metro da loro c’erano due panchine. Presero possesso della prima e si sedettero accanto. Il lago era così buio, adesso, che avrebbe potuto inghiottirli. Guardavano davanti, oltre il lago, ma la notte aveva cancellato anche il bordo delle montagne. Elisa cominciò a guardargli le scarpe. Nere, con la suola abbastanza alta. Immaginò il corpo di lui, sotto la stoffa del vestito. Doveva essere una carne senza alcuna pretesa, dimenticata, doveva essere ciò che restava di ore di macchina, bugie sul lavoro, discussioni stantie con la moglie. “Ti odio, lo sai?”, gli disse. Passò qualche attimo. “E odio anche me.”. Mauro non le rispose. Non c’erano risposte. Era rimasto fermo, a quelle parole, fermo e immobile come se guardasse il suo cadavere da qualche metro d’altezza. L’unica cosa che riuscì a fare fu di spostarsi accanto a lei, sulla panchina. Non se la sentiva di abbracciarla. Gli bastava sentire il braccio di lei a contatto col suo. La panchina era una zattera, loro erano naufraghi e quella sera e il lago e la loro vita, anche loro, lo erano.
Adesso Elisa stava meglio. Il verde dei suoi occhi s’era riacceso. Aveva un buon profumo, addosso, si tirò le gambe al petto ed annusò il maglione per sentirlo meglio. Magari domani lo avrebbe anche rivisto, Mauro. Chissà. Non aveva fatto neanche caso ai suoi occhi. Magari nascondevano qualcosa, un odore di castagne, una parte di bosco che viveva nascosta da anni, visitata soltanto dalle farfalle e da qualche riccio intimidito. Qualcosa che avesse ancora un po’ di magia.

In realtà, lui aveva un pensiero fisso. Più che un pensiero, un ricordo. Più che un ricordo, un’ossessione. Un’immagine danzava sempre davanti ai suoi occhi, si celava in qualche angolo buio della stanza, quando a tarda ora si decideva a riporre il libro che stava leggendo senza capirlo, e si abbandonava a un dormiveglia composto da brevi momenti di sonno e bruschi risvegli. Questo fino alle prime luci del mattino.
Se poi c’era il sole, poteva ancora andare; se pioveva e il cielo era grigio e intristito, si abbandonava a pensieri foschi, al desiderio inconfessato di non vivere. Non così, almeno. Sole o pioggia, comunque l’immagine non lo abbandonava. Per quanto possa sembrare strano, essa conteneva anche un profumo, più precisamente diversi profumi. Quello di lei, inebriante, l’alito del mare condotto dal Mistral, perfino l’odore dei campi bagnati, e quello del fuoco di legna.
Perché tutto ciò che è bello, che è vivo, che è palpitante di emozioni, perché deve finire? Per quale ragione la magia deve essere sottratta, come per il sortilegio di un negromante malvagio?
Osservò Elisa, e trovò in se stesso un minimo di buon gusto per evitare raffronti, paragoni, che l’avrebbero vista perdente. Ristorante oppure sesso… alla fine il risultato non cambiava. Momenti effimeri, così diversi dall’assoluto. E l’assoluto aveva un nome, un viso, un rimpianto.
Si era interrogato spesso sui motivi che avevano indotto Cristiana a lasciarlo. Poi, aveva preferito lasciar perdere. Se una ragione c’era, egli la ignorava.
Guardò di nuovo Elisa. Conosciuta a una festa stupida, che fino all’ultimo aveva meditato di disertare.
Come aveva conosciuto, invece, Cristiana?
Lo rammentava bene: il ghiaccio della pista di pattinaggio riluceva ai raggi del sole; presto si sarebbe sciolto, ma non ancora. Era rimasto immobile a fissare la ragazza – all’epoca di dieci anni più giovane – che con la sua sola presenza oscurava tutte le altre. Era splendente, come i profili delle montagne innevate, come l’azzurro cupo dell’oceano al tramonto, come una notte scintillante di stelle cadenti.
Poi c’era stato il mare. La campagna fertile e verde, cosparsa di fiori sbocciati all’improvviso. Le città che avevano visitato, musei che racchiudevano impagabili capolavori, stradine sconosciute, imponenti palazzi edificati in tempi lontani, bistrot e pub, grande rouge e birre alla spina, giardini, percorsi da sentieri misteriosi, creati appositamente per loro. Così aveva creduto.
Assaporò il profumo di Elisa. Lo portava con sé la brezza del presente. Una donna indecifrabile, pensò. Ma poi, in fondo, che gliene importava? Non poteva scacciare la sua ossessione; questa si chiamava matematica, fisica, logica. E lui altro non desiderava che crogiolarsi in una teoria di ricordi che lentamente appassivano; ma quando questo accadeva, quando “sentiva” che era sul punto di avvenire, interveniva a colpi d’ascia mentali per impedire che succedesse.
Elisa… ristorante, sesso, solamente un momento fugace, destinato a sommarsi a tutti gli attimi inutili dell’esistenza, quantomeno della sua.
Eppure, quegli occhi verdi. Così differenti dai tappeti di foglie bruciate, dalle suggestioni dei boschi in autunno, dal passato che non tornava. O che, quando tornava, era solo a causa di un sogno che mai si sarebbe realizzato. La figura esile, il modo di muoversi, uno strano senso di contagio. Una malinconia trattenuta, che con il passare dei minuti era parsa svanire, sostituita forse da vaghe aspettative. Ma erano le stesse? Forse non era una donna felice, però poteva diventarlo; e magari, chissà, il destino gli offriva quell’opportunità. Se le sue spalle non erano sufficientemente ampie per scacciare i propri fantasmi, era tuttavia possibile che insieme ci sarebbero riusciti, vicendevolmente, ciascuno a modo suo, senza regole prestabilite. Non per consolarsi a vicenda – sarebbe stato ambiguo, un’illusione, un ingannare se stessi e nient’altro -, ma per intraprendere un cammino nuovo, posto che fosse ciò che il fato prevedeva.
Spostò lo sguardo sullo specchio d’acqua, ora illuminato dalla luna. Da ragazzo, la chiamava la Signora degli Incantesimi. In seguito, aveva cambiato opinione su questa e su molte altre cose.
Esistono magie che si ripetono? Indugiò, in cerca di un responso sensato a un quesito che non avrebbe mai immaginato di porsi. Dopo un attimo, convenne che era meglio non pensare, analizzare, razionalizzare, e via dicendo… seguire l’istinto, ecco!
“Tua moglie?”, gli domandò a un tratto Elisa, rompendo un silenzio che si era protratto troppo a lungo.
Lui si sfilò la vera e scosse la testa.
“Anch’io ti odio, sai?”
Lei lo scrutò, incuriosita.
“Perché?”
Non ci fu risposta.
Soltanto un bacio.
E un anello gettato nel lago.
Provocò un’unica piccola increspatura.
Poi l’acqua tornò tranquilla.

Dorme.
Dormire.
Quando una persona dorme non esercita alcun tipo di potere… questo almeno in teoria, perché le cose non stanno esattamente così. Non era un concetto semplice, e non lo erano neppure le implicazioni che esso comportava, ma, benché fosse ancora un bambino, Pippo Bartolomei era molto sveglio, e sicuramente più maturo degli altri ragazzini della sua classe.
Spostò lo sguardo dalla culla alla finestra che dava sul giardino e, oltre la recinzione, sugli alberi che, simili a mendicanti infreddoliti, tendevano al cielo i loro rami ancora parzialmente spogli. Splendeva il sole, però era il classico sole di marzo, bello a vedersi e tuttavia freddo. Il vento da nord contribuiva a rinfrescare l’aria.
Pippo tornò a contemplare il neonato. Marco riposava sereno, protetto dal mondo, amato dai genitori, apparentemente inerme quando invece era proprio lui a determinare i destini della famiglia. E questo ancor prima di nascere. Pippo non aveva dimenticato che dopo l’annuncio, proclamato con espressione radiosa e voce squillante dalla mamma – il padre se ne stava in disparte, appoggiato alla parete, una lattina di birra in mano, il sorriso che affiorava dalle labbra – erano andati persi due appuntamenti, due consuetudini, per lui assai importanti. Il primo riguardava la corsa. Partivano entrambi dal retro, uscendo dalla cucina, attraversavano il prato, varcavano il cancello che delimitava la proprietà e prendevano per il bosco. Seguivano un sentiero a tratti abbastanza agevole, in alcuni punti più impervio, che alla fine conduceva a uno spiazzo circolare dove si fermavano a riprendere fiato. Vinceva sempre lui e non gli dispiaceva, sebbene sapesse benissimo che era la madre a lasciarlo vincere, fingendo una stanchezza inesistente negli ultimi decisivi metri. Poi, seduti su due massi, chiacchieravano di tutto e di niente: Pippo parlava della scuola, di un nuovo film che avrebbe desiderato vedere, di quanto era buffo il vicino di banco, sempre pronto ad arrossire e a vergognarsi di quel rossore e a balbettare per la vergogna. Pippo lo aiutava con i compiti, la madre annuiva come a significare che era cosa ben fatta, dopodiché gli raccontava qualche episodio divertente – la parrucchiera che aveva sbagliato colore e la signora Mizzi che era andata in escandescenze, partendo per la tangente: lacrime, strilli, la latente minaccia di uno svenimento; era comunque un’attrice nata, degna di miglior causa.
Oppure tirava fuori dalla sacca un libro di miti e leggende e, con la bella voce che le apparteneva, leggeva un brano, talvolta un intero capitolo. Fra i tanti, il preferito di Pippo era il racconto di Alessandro Magno e del nodo di Gordio (in ultimo, spazientito, il grande re lo tagliò con la spada).
Ma, in seguito all’annuncio (Habemus Papam, non erano queste le parole del cardinale?), la corsa in mezzo agli alberi era stata soppressa perché avrebbe potuto nuocere a Marco.
E anche un secondo appuntamento era finito nel dimenticatoio. Qui si entrava in un terreno minato, Pippo ne era consapevole nel modo vago in cui molti fatti vengono assimilati e digeriti; è meglio non fare esatta chiarezza, è preferibile vivere il momento senza interrogarsi troppo… vivere e poi scordare, fatta eccezione per il senso di compiuta soddisfazione, di estrema letizia, che si accompagnava a tale rendez-vouz, del quale anche papà era all’oscuro. Accadeva di notte, quando babbo era di turno giù alla fabbrica, non proprio tutte le notti: una su due rappresentava la giusta proporzione, senza peraltro una regolarità di intervalli (due sì, due no, ad esempio) e ciò accresceva il piacere quasi mistico che quella visita nel suo lettino, quella mano leggera ma incalzante, quelle frasi sussurrate dolcemente all’orecchio, gli arrecavano, un dono soltanto a lui riservato, di cui era a conoscenza forse qualche gatto e nessun altro.
A causa di un bimbo non ancora nato, stop alle corse e stop ai palpiti notturni!
Il quadro poi era andato peggiorando. Bastava un pianto per richiamare ambedue i genitori, l’interesse nei confronti di Pippo era via via scemato, i suoi resoconti delle prodezze scolastiche venivano accolti con un interesse che gli sembrava tiepido (o freddo?), e lo stesso valeva per ogni altra attività che lo aveva visto protagonista.
Dormire.
E disporre dei destini di un’intera famiglia.
Così va il mondo, cercò di consolarsi Pippo.
Solo che… solo che sarebbe andato avanti così per sempre, non c’erano prove al riguardo, ma a questo portava una semplice riflessione. Con il passare del tempo il piccolo mostriciattolo (mostrino, lo chiamava dentro di sé) avrebbe preteso maggiori attenzioni e, dato che la sua strada sarebbe stata la medesima del fratello maggiore, le avrebbe di certo ottenute. Comprese la corsa e gli appuntamenti notturni? Sì. Sicuro.
Si traferì in cucina per prepararsi una merenda a base di pane, burro, marmellata, nutella e zucchero. Sorseggiò un bicchiere di latte, osservando oziosamente le piastrelle, i piatti lavati e riposti negli appositi contenitori, gli strofinacci dai colori vivaci.
“Accettare la realtà è sinonimo di intelligenza.”, aveva sproloquiato un giorno la bibliotecaria, mentre prendeva nota del libro che si era scelto. Per poi aggiungere: “L’importante è adeguarsi, e combattere per viverla nel migliore dei modi, non per contrastarla, il che sarebbe comunque inutile.”
Già. Chissà cosa diceva la Bibbia in proposito? Rammentava alcuni brani dell’edizione per bambini che aveva letto, nessuno di essi però affrontava simili problemi. Finì di mangiare, lavò il bicchiere e gettò un occhio all’orologio a parete. Fra dieci minuti la mamma sarebbe tornata, lo sapeva perché a quell’ora alla tv davano il suo sceneggiato preferito e difficilmente avrebbe mancato quell’appuntamento.
E i miei appuntamenti? Dove sono finiti?
Mentre un’idea prendeva vagamente forma in lui – oh, ma solo vagamente! E’ un gioco, no? -, tornò nella camera del fratellino.
Mobili pastello, stickers raffiguranti animaletti e personaggi dei cartoni alle pareti dipinte di un tenue azzurro, la finestra affacciata sul giardino, dove a breve sarebbero comparsi i fiori. La mia stanza era più o meno simile, ricordò. Tranne che io non rubavo niente a nessuno!
L’idea era buona, fu il pensiero successivo; se non si trattasse di un’assurdità (una contraddizione in termini scusabile, considerato il contesto), potrei addirittura metterla in pratica.
Alessandro il Grande stette forse lì a rimuginarci?
Colpito da quella considerazione, Pippo si fermò in mezzo alla stanza, boccheggiando.
Cinque minuti!, lo avvertì una vocina.
E allora?, sbraitò mentalmente.
E allora, e allora… vuoi che tutto torni come prima?
Pippo soppesò la proposta.
Un cuscino, si disse.

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