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Dorme.
Dormire.
Quando una persona dorme non esercita alcun tipo di potere… questo almeno in teoria, perché le cose non stanno esattamente così. Non era un concetto semplice, e non lo erano neppure le implicazioni che esso comportava, ma, benché fosse ancora un bambino, Pippo Bartolomei era molto sveglio, e sicuramente più maturo degli altri ragazzini della sua classe.
Spostò lo sguardo dalla culla alla finestra che dava sul giardino e, oltre la recinzione, sugli alberi che, simili a mendicanti infreddoliti, tendevano al cielo i loro rami ancora parzialmente spogli. Splendeva il sole, però era il classico sole di marzo, bello a vedersi e tuttavia freddo. Il vento da nord contribuiva a rinfrescare l’aria.
Pippo tornò a contemplare il neonato. Marco riposava sereno, protetto dal mondo, amato dai genitori, apparentemente inerme quando invece era proprio lui a determinare i destini della famiglia. E questo ancor prima di nascere. Pippo non aveva dimenticato che dopo l’annuncio, proclamato con espressione radiosa e voce squillante dalla mamma – il padre se ne stava in disparte, appoggiato alla parete, una lattina di birra in mano, il sorriso che affiorava dalle labbra – erano andati persi due appuntamenti, due consuetudini, per lui assai importanti. Il primo riguardava la corsa. Partivano entrambi dal retro, uscendo dalla cucina, attraversavano il prato, varcavano il cancello che delimitava la proprietà e prendevano per il bosco. Seguivano un sentiero a tratti abbastanza agevole, in alcuni punti più impervio, che alla fine conduceva a uno spiazzo circolare dove si fermavano a riprendere fiato. Vinceva sempre lui e non gli dispiaceva, sebbene sapesse benissimo che era la madre a lasciarlo vincere, fingendo una stanchezza inesistente negli ultimi decisivi metri. Poi, seduti su due massi, chiacchieravano di tutto e di niente: Pippo parlava della scuola, di un nuovo film che avrebbe desiderato vedere, di quanto era buffo il vicino di banco, sempre pronto ad arrossire e a vergognarsi di quel rossore e a balbettare per la vergogna. Pippo lo aiutava con i compiti, la madre annuiva come a significare che era cosa ben fatta, dopodiché gli raccontava qualche episodio divertente – la parrucchiera che aveva sbagliato colore e la signora Mizzi che era andata in escandescenze, partendo per la tangente: lacrime, strilli, la latente minaccia di uno svenimento; era comunque un’attrice nata, degna di miglior causa.
Oppure tirava fuori dalla sacca un libro di miti e leggende e, con la bella voce che le apparteneva, leggeva un brano, talvolta un intero capitolo. Fra i tanti, il preferito di Pippo era il racconto di Alessandro Magno e del nodo di Gordio (in ultimo, spazientito, il grande re lo tagliò con la spada).
Ma, in seguito all’annuncio (Habemus Papam, non erano queste le parole del cardinale?), la corsa in mezzo agli alberi era stata soppressa perché avrebbe potuto nuocere a Marco.
E anche un secondo appuntamento era finito nel dimenticatoio. Qui si entrava in un terreno minato, Pippo ne era consapevole nel modo vago in cui molti fatti vengono assimilati e digeriti; è meglio non fare esatta chiarezza, è preferibile vivere il momento senza interrogarsi troppo… vivere e poi scordare, fatta eccezione per il senso di compiuta soddisfazione, di estrema letizia, che si accompagnava a tale rendez-vouz, del quale anche papà era all’oscuro. Accadeva di notte, quando babbo era di turno giù alla fabbrica, non proprio tutte le notti: una su due rappresentava la giusta proporzione, senza peraltro una regolarità di intervalli (due sì, due no, ad esempio) e ciò accresceva il piacere quasi mistico che quella visita nel suo lettino, quella mano leggera ma incalzante, quelle frasi sussurrate dolcemente all’orecchio, gli arrecavano, un dono soltanto a lui riservato, di cui era a conoscenza forse qualche gatto e nessun altro.
A causa di un bimbo non ancora nato, stop alle corse e stop ai palpiti notturni!
Il quadro poi era andato peggiorando. Bastava un pianto per richiamare ambedue i genitori, l’interesse nei confronti di Pippo era via via scemato, i suoi resoconti delle prodezze scolastiche venivano accolti con un interesse che gli sembrava tiepido (o freddo?), e lo stesso valeva per ogni altra attività che lo aveva visto protagonista.
Dormire.
E disporre dei destini di un’intera famiglia.
Così va il mondo, cercò di consolarsi Pippo.
Solo che… solo che sarebbe andato avanti così per sempre, non c’erano prove al riguardo, ma a questo portava una semplice riflessione. Con il passare del tempo il piccolo mostriciattolo (mostrino, lo chiamava dentro di sé) avrebbe preteso maggiori attenzioni e, dato che la sua strada sarebbe stata la medesima del fratello maggiore, le avrebbe di certo ottenute. Comprese la corsa e gli appuntamenti notturni? Sì. Sicuro.
Si traferì in cucina per prepararsi una merenda a base di pane, burro, marmellata, nutella e zucchero. Sorseggiò un bicchiere di latte, osservando oziosamente le piastrelle, i piatti lavati e riposti negli appositi contenitori, gli strofinacci dai colori vivaci.
“Accettare la realtà è sinonimo di intelligenza.”, aveva sproloquiato un giorno la bibliotecaria, mentre prendeva nota del libro che si era scelto. Per poi aggiungere: “L’importante è adeguarsi, e combattere per viverla nel migliore dei modi, non per contrastarla, il che sarebbe comunque inutile.”
Già. Chissà cosa diceva la Bibbia in proposito? Rammentava alcuni brani dell’edizione per bambini che aveva letto, nessuno di essi però affrontava simili problemi. Finì di mangiare, lavò il bicchiere e gettò un occhio all’orologio a parete. Fra dieci minuti la mamma sarebbe tornata, lo sapeva perché a quell’ora alla tv davano il suo sceneggiato preferito e difficilmente avrebbe mancato quell’appuntamento.
E i miei appuntamenti? Dove sono finiti?
Mentre un’idea prendeva vagamente forma in lui – oh, ma solo vagamente! E’ un gioco, no? -, tornò nella camera del fratellino.
Mobili pastello, stickers raffiguranti animaletti e personaggi dei cartoni alle pareti dipinte di un tenue azzurro, la finestra affacciata sul giardino, dove a breve sarebbero comparsi i fiori. La mia stanza era più o meno simile, ricordò. Tranne che io non rubavo niente a nessuno!
L’idea era buona, fu il pensiero successivo; se non si trattasse di un’assurdità (una contraddizione in termini scusabile, considerato il contesto), potrei addirittura metterla in pratica.
Alessandro il Grande stette forse lì a rimuginarci?
Colpito da quella considerazione, Pippo si fermò in mezzo alla stanza, boccheggiando.
Cinque minuti!, lo avvertì una vocina.
E allora?, sbraitò mentalmente.
E allora, e allora… vuoi che tutto torni come prima?
Pippo soppesò la proposta.
Un cuscino, si disse.

Ciò che poi accadde fu che Flagg rovesciò la testa all’indietro liberando una risata piena di gioia e di divertimento. Quegli artifizi non potevano nulla contro di lui: la luce verde, la ruota di fuoco, con altri avrebbero funzionato, ma egli era immune dalla magia, in qualsiasi forma essa si manifestasse. Tornò indietro di due o tre passi e si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, frugò in una tasca del giubbotto, prese cartine e tabacco e confezionò una sigaretta. Quindi l’accese, soddisfatto.
La Creatura lo fissò. Si rendeva conto che quell’Avversario era il più forte fra tutti quelli che nel corso di innumerevoli anni aveva affrontato e vinto. D’impulso agitò nuovamente un braccio. Apparvero immagini, visioni. Dapprima il volto repellente di una strega. Non ricordava più dove l’aveva trovata, sfidandola e annientandola; rammentava soltanto il tremendo Potere di cui disponeva quella laida megera… eppure l’aveva distrutta. Comparve subito dopo il profilo di un vampiro, in rapida successione si alternarono altre figure malefiche, ciascuna delle quali dotata di un’ampia gamma di incantesimi. E tutte, alla fine, eliminate. E non erano i contadini di Consonno, non era il conte, non erano esseri umani; ma questo non gli aveva impedito di trionfare.
L’Uomo Nero osservò con scarso interesse la sfilata di mostri e demoni. “E’ molto interessante.”, disse dopo aver aspirato una boccata di fumo. “Potresti renderti utile, benché non sappia ancora in quale modo. In effetti, non ho alcun bisogno d’aiuto. Con questo, un’arma in più non va disprezzata: magari non mi serve oggi, un domani chissà.”
La Creatura non rispose. Da molto, moltissimo tempo non conosceva il sapore del dubbio. Adesso un dubbio aveva preso consistenza, si era infilato serpeggiando negli oscuri anfratti della sua mente, portando con sé un’ospite davvero sgradita: la paura.
Avrebbe potuto scomparire, nascondersi in una delle grotte situate in alto, sulla montagna, abbandonarsi a un sonno privo di sogni; quando si fosse destato, con ogni probabilità l’Antagonista, stanco di aspettare, sarebbe già stato lontano. La cosa sarebbe finita lì. Era un’idea plausibile, tuttavia la respinse. Non poteva accettare il concetto stesso di sconfitta, esulava dall’immagine costruita mediante le tante vittorie appaganti di cui era disseminato il cammino che aveva percorso. E c’era dell’altro: se si fosse dichiarato vinto, se avesse accettato quella proposta, che peraltro non gli sembrava chiara e definita quanto piuttosto vaga e aleatoria, oppure se fosse corso a cercare un antro dentro al quale celarsi, in ognuna di queste due ipotesi si racchiudeva un futuro che non sarebbe stato uguale al passato; in entrambe era contenuta una domanda che non intendeva porsi, e che riguardava l’esatta concezione che aveva di se stesso. Una volta perduta, difficilmente sarebbe stata ritrovata. Avrebbe trascorso il tempo interrogandosi, scavando fra le ombre, per cercare di capire, di comprendere, di ricordare. E non voleva farlo. Lui era, e basta. Se non rammentava più da dove era venuto, posto che in un lontano passato ne fosse stato consapevole, significava che non doveva indagare in tal senso. Soltanto prendere in considerazione una simile eventualità lo avrebbe fatto decadere, ai suoi occhi se non a quelli di altri. Sarebbe stato il principio della fine. Avrebbe assistito impotente allo sgretolamento di quanto con pazienza e perseveranza aveva costruito.
Randall Flagg parve leggergli nel pensiero. “Vattene!”, esclamò, spegnendo la sigaretta sotto il tacco di uno stivale. “Vattene, se non sei immortale!”
Io sono immortale. Io sono invulnerabile.
Tranne che l’affermazione era più una frase dovuta, una forma di autoconvinzione, che una certezza assoluta, come sarebbe invece stata pochi istanti prima.
La Creatura contemplò Flagg, di nuovo dubbiosa. Ma poi decise: abbandonò timori e incertezze. Una spada fiammeggiante prese forma nella sua mano, la levò in alto e balzò sul Nemico, sferrando un colpo di inaudita violenza. Vivide fiamme guizzarono, nel cielo risuonò il cupo rombo del tuono, la terra stessa parve trattenere il respiro.
Flagg si alzò e girò la testa in direzione della vetta della montagna. La spada interruppe la sua corsa cozzando contro uno schermo invisibile, evidentemente più duro dell’acciaio. Mentre l’altro, furioso, ritirava l’arma per sferrare un nuovo affondo, Flagg fissò lo sguardo su un punto imprecisato della montagna.
Erano passati almeno cento anni – ma probabilmente anche di più – da quando su quei monti vivevano i lupi. D’inverno, spinti dalla fame, calavano a valle per fare razzia di galline, conigli, senza trascurare qualche sfortunato bambino. Si erano succedute molte “spedizioni punitive” e alla fine erano scomparsi, sterminati dai cacciatori. Soltanto una decina di esemplari più fortunati, o più furbi, era riuscita a salvarsi, trovando rifugio a Oggiono, dall’altra parte delle montagne.
Gli occhi di Randall Flagg divennero rossi.
Come rispondendo a un comando, si udì chiaramente un ululato, cui ne seguì subito un secondo. Poi i lupi scesero dalla montagna. Erano magri, affamati, desiderosi di cibo. Presto raggiunsero i due contendenti e circondarono la Creatura, digrignando i denti. Il Signore di Consonno li affrontò con la spada. Ma, per quanto fosse magica, non si dimostrò di alcuna utilità. Comprese che lo avrebbero azzannato alla gola.
A un cenno di Flagg, dal nulla prese forma una scala mobile. Era del tipo di quelle che si trovano nei centri commerciali, nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti. Un tapis roulant che conduceva in basso, quanto in basso non era possibile stabilirlo perché sembrava procedere all’infinito. Dopo un attimo di esitazione, la Creatura lasciò cadere la spada, voltò le spalle ai lupi e saltò sul primo gradino. La scala prese a muoversi, in principio quasi con aggraziata lentezza, quindi in maniera sempre più veloce.
L’Uomo Nero accolse con una fragorosa risata le minacce che il suo Nemico gli rivolgeva urlando… solo che presto furono inghiottite dalla distanza, perdendosi in flebili eco, fino a lasciare campo a un silenzio assoluto.
Sotto vi erano fiamme scarlatte, e ancora più sotto un luogo che da migliaia di anni terrorizza l’umanità intera. Se la Creatura non ricordava da dove proveniva, lo scoprì nei successivi, pochi, secondi.
Randall Flagg congedò i lupi.
Poi tornò a sedersi e accese un’altra sigaretta.

Da oggi voglio introdurre una modifica nella programmazione del blog. In realtà, torno ai tempi di Splinder. Nei limiti del possibile, alla domenica posterò i nuovi capitoli di “Come Randall Flagg”, mentre durante la settimana pubblicherò racconti “singoli”. Ciò per permettere ad eventuali nuovi amici di leggere qualcosa che non sia legato a una lunga storia (dubito fortemente che una persona anche dotata della massima buona volontà possa o desideri leggere venti o trenta capitoli arretrati di una storia di cui non sa nulla).
Per cominciare, però, ripropongo un brano già rieditato circa un anno fa: questo perché me lo ha chiesto un’amica che poi vorrebbe discutere l’argomento con il moroso.

Vorrei dire una cosa. Potete abbassare quelle luci, per favore? Da ragazzino andai a fare un corso di vela, credo che avevo quattordici anni, mi divertivo molto, mi ero anche preso una cotta per una ragazza. Come si chiamava? Daniela? Simona? Non mi ricordo, ma comunque mica è importante. Dunque, io in barca andavo bene, mi piaceva, ho sempre amato il mare, il vento, le onde, insomma tutte quelle cose lì, anche se poi non sono più andato al mare. Vita di merda, senza soldi, ho potuto permettermi solo vacanze sul lago, in campeggio, e la notte c’erano certi spifferi gelati che ti entravano nelle ossa e così poi mi veniva anche il mal di schiena.
Posso avere una sigaretta? Grazie. Ecco, io non sapevo fare i nodi. I nodi da marinaio sono maledetti, la gassa o cosa diavolo; non era colpa mia, proprio non ero capace, non mi entravano in testa, anche se ci provavo, eccome se ci provavo. Beh non sempre, a volte preferivo guardare le gambe nude di Cristiana. O Daniela? Sì sì credo proprio che si chiamava Daniela, occhi neri, capelli neri, un corpo bellissimo anche se aveva solo due anni più di me. Arrivo al sodo. Un giorno l’istruttore mi dice: vieni nel mio bungalow che ti insegno a fare i nodi. Va bene, rispondo io, così è la volta buona che finalmente imparo, non puoi andare in barca se non sai fare i nodi. Il bungalow, sapete quelle costruzioni in legno… ma certo che lo sapete, è un mio difetto, mi capita di pensare che la gente non sa quello che so io, quando invece è l’incontrario, perché io non so quasi niente, e quel poco che so lo so anche male. Insomma il bungalow era buio, no, non troppo buio, diciamo che era avvolto nella penombra, questa è una frase che ho letto su un libro, bella vero? Ho letto tre libri in vita mia, ma dieci volte l’uno e adesso li conosco a memoria, potrei recitarli come il prete recita la Bibbia o il Vangelo, come quando parla durante la Messa. Ci sediamo sul lettino, io e l’istruttore, era un uomo non molto giovane, molto abbronzato ma è ovvio perché stava tutto il giorno fuori, in barca, al sole. Incomincio a fare i nodi, e naturalmente sbaglio. Mica sbagliavo apposta, non ero capace, non mi entrava proprio nella zucca, anche se poi invece con il timone ero bravo. Ricordo che avevo dei calzoncini corti e una maglietta gialla, i pantaloncini corti invece non mi ricordo di che colore erano. A un tratto lui mi infila una mano dentro, dentro ai calzoncini, e poi dentro alle mutande e si mette a toccarmi il pisello. Ansimava, questo me lo ricordo bene, come se fosse oggi, ansimava e con l’altra mano mi stringeva i capezzoli. Fai i nodi, su fai i nodi. E intanto tocca, tocca. Mica ero eccitato io, mi faceva schifo, ma avevo paura, sapete come quando si hanno le gambe molli molli, come di gelatina, e il cuore batte così forte che hai paura che da un momento all’altro scoppi? Ecco, io ero proprio così e lui insisteva, non smetteva, ma il pisello non diventava duro, era floscio, come faceva a diventare duro se provavo schifo?
Posso avere un’altra sigaretta, per favore? Grazie. Poi, ho preso tutto il mio coraggio e sono scappato. Ho corso, corso come un pazzo, e mi sono fermato davanti al mare. Pensavo di uccidermi, e forse era meglio se lo facevo, ma poi invece ho cambiato idea. Lui non mi ha più molestato, ma la cosa brutta, quella veramente brutta, deve ancora arrivare. Quando sono tornato a casa, ho raccontato tutto al papà e alla mamma, con calma, senza esagerare i toni. O si dice: enfatizzare i toni? Ho letto anche questo su un libro, però non mi ricordo quale dei tre era. Va beh, ho raccontato ogni maledetta cosa. E loro?
Loro non mi hanno creduto. Non mi hanno mai creduto, e questo è stato il dolore più grande della mia vita; non è mai passato, ce l’ho ancora oggi. E’ qui, dentro di me che mi strazia. Mio padre pensava che io fossi un frocio, un pervertito e che calunniassi una persona innocente. Che poi cosa c’entrano queste due cose? Potevo essere un frocio, e non lo ero, ma perché avrei dovuto inventarmi quella palla assurda? Oppure potevo inventarmi la palla, ma non essere frocio.
No, non mi hanno mai creduto, e io sono cresciuto sapendolo, giorno dopo giorno. E’ brutto, che i tuoi genitori non ti credono? E’ come se ti dicessero che fai schifo, che sei una merda, e poi tu ti convinci di essere una merda per davvero, e vedi una ragazzina, non una bambina, cazzo!, una ragazzina con già le tette e tutto il resto. E ti piace, e te la sogni la notte, e te la porti su quel maledetto prato, e te la scopi. Ma poi, quando scopri che a lei piace, che invece di ribellarsi geme e gode e si dimena e chiede ancora!, quando vedi che ci sta, che è sporca esattamente come te, né più né meno, allora le metti le mani intorno al collo, e poi stringi, stringi. Per cancellare il peccato, per lavare per sempre l’anima. Non so se sono stato chiaro, ma adesso è come se sto meglio. Adesso, se fossero ancora vivi, papà e mamma potrebbero finalmente dire che sono una merda.
Potete abbassare quelle luci, per favore?

Per Marirò o qualche altra anima pia: hanno cambiato di nuovo le funzioni e non riesco a trovare il tasto “giustifica” 😦

Vale era tornato a casa se non proprio sconvolto, sul punto di esserlo. Sebbene fosse un ragazzino fantasioso era anche sufficientemente maturo per saper distinguere fra la realtà, quella della vita di tutti i giorni, e i sogni, o gli incubi nella fattispecie. Ciò nonostante l’incubo a occhi aperti che lo aveva investito mentre stava recandosi alla chiesa era, come dire?, molto reale. Per realtà, lui intendeva fatti e situazioni in genere alquanto deprimenti che costituivano la gran parte delle sue giornate: papà e mamma che si insultavano con una perfidia degna di miglior causa, arrivando talvolta addirittura alle mani; la presenza assai sgradita degli occhiali da vista (il secondo paio, a peggiorare le cose, perché il primo era finito sotto le suola degli scarponcini di un bulletto); e le prese in giro alle quali veniva sottoposto. La circostanza che andasse bene a scuola non compensava la scarsa attitudine per gli sport, e l’ora di educazione fisica rappresentava un’occasione per altre, fastidiose, derisioni. In questo quadro uno sprazzo di luce veniva dato dai libri e dall’osservazione delle stelle. Un po’ poco, pensava.
Sogni e incubi, mostri nascosti nell’armadio della camera da letto, l’alone di mistero che sembrava provenire dalla cantina assieme all’odore di muffa, romanzi e film dell’orrore, appartenevano inequivocabilmente alla sfera fantastica, da accogliere con qualche brivido ma anche da collocare in uno spazio consono. L’incontro della sera precedente in apparenza rientrava in questo secondo campo da gioco, tranne che… tranne che si sentiva assolutamente sicuro di aver avvertito una presenza malvagia, una presenza sdoppiata dato che tale presenza, benché si mostrasse come se fosse presente, era contemporaneamente in un altro luogo. Anche di questo era certo. Esisteva pure una domanda, destinata a non ricevere risposte: perché io?
Era rimasto sveglio fino a tardi a indagare per quanto fosse possibile su ciò che era avvenuto (nulla di concreto, però…). La finestra della stanza era chiusa, in paese regnava il silenzio, i genitori, stanchi di battibeccare, dormivano. Nel caldo rifugio della camera, alle tre era scivolato nel sonno. Mentre si assopiva la campana della chiesa aveva battuto le ore con la precisa puntualità di sempre.
Finì il suo rifornimento di libri (un testo di astronomia e due romanzi), salutò la bibliotecaria e uscì dall’edificio, accogliendo con piacere la vista del sole fulgido di giugno e pregustando le lunghe ore di tempo sereno che lo attendevano. Un piacere mitigato dal vivido ricordo che non riusciva a scacciare dalla mente.
Comprò un gelato che mangiò su una panchina. Intanto rifletteva. Avrebbe voluto parlare con qualcuno – genitori e compagni di scuola esclusi. Qualcuno che arrivasse a capirlo, magari non a credergli in toto – forse era pretendere troppo – senza per questo trattarlo da deficiente.
Dopo una breve meditazione, stabilì che il suo uomo era lo straniero.
Berisha.

A Consonno le figure fantastiche scomparvero, come assorbite dal cielo o risucchiate dal terreno. Anche il suono cessò e rimase il silenzio. Un soffio di brezza calò dalle montagne; malgrado l’aria fosse calda, quella brezza era gelida: quando Randall Flagg la percepì fu come se avesse immerso una mano nell’acqua fredda di un torrente e l’altra nella spuma del mare all’ora del mezzogiorno. L’erba si muoveva pigra, ondeggiava; a un tratto parve crescere, mentre la brezza si trasformava in vento. Il sole sembrò oscurarsi, solo per un attimo, però, non di più, poi tornò a splendere, circondato da nubi scure che gli facevano corona senza tuttavia impedirgli di illuminare la tetra desolazione di Consonno. Non era comunque una luce gioiosa. Era una luminosità malata, che mal si accordava con quanto si poteva vedere non troppo lontano da lì, giù al fiume dove alcuni vecchi stavano pescando e i bambini giocavano spruzzandosi e rincorrendosi. Se Flagg avesse alzato lo sguardo – ma non lo fece – avrebbe notato le sinistre striature scure che si disputavano il possesso del cielo. Non aveva mai letto un libro di fiabe in vita sua, perciò non gli sarebbero venute in mente associazioni di idee riguardanti demoni alati che cavalcavano nuvole attraversate da fulmini. Gli piaceva qualche copertina (ne rammentava ancora una di un volumetto che apparteneva a un altro bimbo), oltre non era mai andato. All’epoca aveva interessi assai vaghi. Perlopiù andava a caccia di lucertole ed era bravo con la fionda.
E infine apparve.
All’inizio sembrò una creatura incorporea, una specie di fantasma o qualcosa di simile. Lentamente assunse una forma, non del tutto definita; si distinguevano gli occhi, gialli e glaciali, lunghi capelli bianchi che scendevano fino a spalle inesistenti. Il volto era grigio, avvizzito, percorso da un’infinita ragnatela di rughe, il mento aguzzo, le labbra tese in un ghigno malefico, non si scorgevano orecchie e il naso poteva ricordare l’opera di uno scultore ubriaco, poiché era una protuberanza priva di qualsiasi proporzione. Spiccavano le narici, grandi, che annusavano in continuazione, quasi fossero lo strumento di cui l’essere si avvaleva per vedere. L’Uomo Nero lo fissò in silenzio: anche le spalle cominciavano a comporsi e così  il resto del corpo, che era avviluppato in un ampio mantello nero.
Ora solamente pochi passi li separavano. Il demone di Consonno alzò un braccio. A quel comando, tutto intorno a loro ricomparvero le figure di prima, decine. Si avvicinarono a Flagg, avevano artigli al posto delle mani, e denti acuminati, e sui visi sorrisi crudeli.
L’Uomo Nero non si mosse. Si limitò a fissare le apparizioni: fu questione di un momento, il battito d’ali di un uccello, e l’incantesimo si dissolse, come spazzato via da una bufera. Le creature si dileguarono, tornando negli abissi dai quali erano state chiamate. Benché fossero soltanto un frutto di suggestione, avrebbero condotto alla pazzia uomini anche molto coraggiosi, cosa che in passato era effettivamente successa. Ma Flagg era troppo forte per loro.
L’essere comprese che era immune da incantesimi.
Quantomeno da quegli incantesimi.
Sapeva altresì che quell’Antagonista era in grado di entrare nei sogni della gente per terrorizzarla o per blandirla, che poteva spaventare a morte un bimbetto occhialuto pur non essendo presente fisicamente, che disponeva di vasti poteri… non pari ai suoi, però, questo no, assolutamente.
Si scagliò contro di lui, utilizzando la tremenda forza diabolica che gli aveva permesso di conquistare Consonno, e prima di esso altri paesi, centri abitati belli e brutti, alcuni orribili, sebbene tutti rispondessero a un’esigenza, sempre la stessa. La sua lunga esistenza era fatta di cicli, immutabili cicli: la conquista di un luogo, poi un sonno che lo portava all’oblio fino a un ennesimo risveglio, una nuova crescita, un unico desiderio, quello di abbeverarsi di sangue e dell’altrui paura. E conosceva tutti i modi possibili per suscitare sgomento e disperazione, spesso avvalendosi solo in minima parte delle sue oscure facoltà.
Ma adesso estrasse dal Potere che gli apparteneva un’inaudita capacità di distruzione.
Randall Flagg vide una ruota di fuoco che occupava tutto il suo campo visivo; le fiamme balenarono simili a serpenti, il cielo si oscurò completamente. Dalle dita dell’essere scaturirono dei raggi di velenosa luce verde che si scaraventarono sull’Uomo Nero per annientarlo.
Ciò che poi accadde…

A causa della mia salute (spero di riprendermi) devo rimandare la nuova puntata di “Come Randall Flagg”. Vi propongo un racconto già editato qualche anno fa. Buona lettura.

Appena entrato in casa, “Maggie”, forse era un pensiero sussurrato, o forse erano le labbra che s’erano mosse. Le stanze erano in penombra, con le tende tirate a metà. Era un bella giornata di sole. Gli stivali erano sporchi di terriccio e nella destra stringeva la pianta che aveva strappato. L’avrebbe messa a dimora più tardi. Era stato fortunato, quel pomeriggio, a trovarla. Ma prima di interrarne le radici, due o tre rose, le più fresche, sarebbero andate sul camino.
Margaret Swanson era la quinta di sette figli. A parte i capelli ramati e la tinta degli occhi, non aveva granché in comune con gli altri fratelli. Era nata nel Cheshire e si era trasferita lì, col resto della famiglia, quando aveva dodici anni. Era diventata amica di Anne, con cui condivideva aspettative irrequiete e lo stesso modo di guardare le cose. Anne era la cugina di George e così si erano conosciuti. Era come un serpente, ciò che li aveva uniti. Una stretta difficile da districare, specie quando la loro carne era diventata quell’abbraccio.
Si sedette a guardare le rose. Le osservava inebetito, come fossero qualcosa di più che un’erba. Maggie non c’era nella sala. No, non c’era. Dov’era? Forse stava facendo la toeletta, di sopra. O magari era fuori. Qualcosa di triste s’era infilato sotto la sua pelle, dalle mani fino alla testa e lì era diventata una piena. Non poteva reggerla. Si alzò, cominciò a girare nelle stanze a piano terra, mentre i suoi pensieri giravano ancor di più e infine uscì, sconfitto. Il sole era calato, l’aria era buia e fredda e sperava che gli facesse male.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. Teneva le gambe aperte, la schiena puntata in avanti e le braccia, poggiate sulle ginocchia, che si riunivano ai polsi. Poi si ciondolava e guardava il mondo dall’alto in basso. E quegli occhi sembravano così lontani, così lontani che la gente forse non pensava nemmeno di esserci, dove guardava lei. Lui invece sì. Maggie aveva fili di rame, gli stessi dei capelli, che s’affacciavano sottili nel grigio dell’iride, come se fossero stati acconciati proprio per quello. Si spegnevano solo quando aveva goduto. George era pazzo di lei.
Rientrò in casa che per le vie non girava più nessuno. Potevano essere le tre. S’avanzò nel pallore che permetteva la luna, riuscì a distinguere le tre rose bianche sul cornicione di legno. No, non era successo in questa stanza. “Maggie.” Ebbe l’impressione che lei gli fosse dietro, eccola. La gonna verde scuro, le pieghe che fasciavano le gambe, il petto che premeva sulle falde grigie della camicia. Le avrebbe stretto la vita. Sentiva il profumo del fiato di lei formarsi appena sopra le sue labbra.
Margaret non aveva chiesto nulla. Aveva preso come si prende una cosa che ci appartiene, senza riserve, senza particolari preoccupazioni. Sapeva, Maggie, sapeva tutto di lui. Sapeva dove abitavano i suoi sogni, ad esempio. Dove cercare i segreti, sapeva, e conosceva gli angoli dei cassetti e le pietre del giardino da rivoltare. E quando arrivava in fondo a quella strada che ancora non avevano percorso, George scopriva stupito quanto avesse desiderato essere proprio lì. Sapeva quasi tutto, maledizione.
Fece le scale. Perché non c’era, Maggie? Il profumo era un’illusione, come le pieghe della gonna. Una tremenda illusione, come quella dell’amputato che crede di avere ancora l’arto. Il resto del corpo proteso a disegnare armonie oramai impossibili, la mano fantasma a danzare nell’aria. Un taglio che non ha tagliato, ecco cos’era. La mano era rimasta, ecco cos’era, sinistra, intoccabile, vuota, eppure ancora piena. Sì, era stato proprio qui. Qui l’aveva uccisa.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. In verità, erano due. Il primo con le gambe aperte. Il secondo la vedeva con un piede sulla sedia e l’altro che dondolava. Calze bianche e stringhe slacciate, le belle gambe nude in evidenza. E talvolta lo scrutava. Margaret capiva tutto. Penetrava nei suoi pensieri più reconditi, udiva le voci oscure che gli appartenevano e quelle che parlavano di sesso. Fiori, piante recise, l’orizzonte lontano che si tingeva di rosa, mentre soffiava il vento di ponente e il sole si inabissava dietro alle montagne. C’era un senso in tutto questo. Esistevano abitudini, ad entrambi note, e soffi di vita che li accomunavano o li allontavano, a seconda dei casi, del momento, del giorno.
Maggie era speciale. Lui infine aveva sospettato che fosse andata a letto con Anne, ma questo se mai lo eccitava. Strani voli della fantasia.
E adesso come un rimpianto. Forse non un rimpianto vero – e nemmeno un rimorso -, piuttosto una sensazione di stupore. Aveva trovato il coraggio, e aveva fatto ciò che andava fatto. Altrimenti, Margaret avrebbe posseduto il suo corpo, il suo cuore, la sua anima. Altrimenti Margaret si sarebbe presa tutto, magari guardando lontano, come indifferente. Era la sua natura.
Poi lui sedette. Invano, cercò ancora il suo profumo. Si guardò attorno, smarrito. George era pazzo di lei. La desiderava: voleva fare l’amore, assaporare baci, carezze, orgasmi infiniti, vasti quanto la notte può esserlo. Dio del cielo, dov’è andata Maggie?
Si alzò e uscì in giardino. Rammentò all’improvviso la forte stretta delle sue mani. Lei si era dibattuta, aveva lottato selvaggiamente, con la furia di chi anela alla vita. Ma lui era più forte. E aveva un sasso nella sinistra.
Tornò in casa, vagando attraverso le stanze in cerca di una risposta. Però, non esisteva. Esistevano indecifrabili zone d’ombra, ricordi e vaghi pensieri. Trattenne il respiro, mentre si poneva domande, mentre riviveva quel lungo momento, lungo come un fiume, lungo quanto un’intera esistenza. Che lui aveva reciso, come un fiore.
Da bambino, amava le mentine; in seguito, aveva amato altre cose, che ora gli sfuggivano. Quello di cui era proprio sicuro era che aveva amato Margaret. Immensamente.
Sapeva dove andare, sapeva cosa fare.
Ed era certo che fosse giusto.
Avrebbe ritrovato Maggie. Insieme, avrebbero esplorato boschi e giardini, si sarebbero sdraiati sulla sabbia, in attesa del mare.
Aveva l’impressione che lei gli fosse dietro.
“Cercami, Maggie! Trovami, Maggie!”
Poi aprì un cassetto e puntò la pistola alla tempia.

grateful-deadNon siamo mai stati primi in classifica, ma per i nostri fans eravamo la più grande band del mondo.
In giro c’erano complessi che si esibivano dal vivo per un’ora scarsa. L’immancabile bis, e poi buona notte a tutti. Noi eravamo diversi: a seconda delle serate, potevamo andare avanti per quattro ore o magari addirittura per sei. Suonavamo di tutto: country-rock, blues, psichedelia; brani tratti dai nostri dischi, pezzi nuovi, materiale di altri artisti. E non eravamo mai uguali. Quante volte abbiamo eseguito “Dark Star”? Mille? Beh, vi posso assicurare che non l’abbiamo mai riproposta nello stesso modo. Potevamo farla durare venti minuti o quaranta, e gli assoli di Jerry Garcia erano sempre differenti. Note fluide che sapevano creare suggestioni infinite; noi lo seguivamo improvvisando a nostra volta: e la musica scorreva limpida, simile a un quadro che raffiguri un’isola circondata dall’acqua più verde e trasparente.
Quello che suonavamo era portato dalla brezza del mattino quando i delfini giocano oltre la barriera corallina e gli uccelli volano alto nel cielo. Perché per noi la musica era un sogno, e quel sogno lo abbiamo condiviso con milioni di ragazzi, che da noi non volevano lustrini o atteggiamenti da rock-star, ma condividere lo stesso sogno: attraversare le praterie sconfinate del West, sorvolare gli oceani più bui e profondi, raggiungere le stelle più fulgide, rincasare al tramonto, mentre sulla collina il sole tramonta in un prodigio di bellezza che da solo vale il senso dell’esistenza.
Nicole era una bella ragazza: alta, bionda, gambe lunghissime che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Stava con Paul. Entrambi erano tossici. Venivano sempre ai nostri concerti. Lei chiudeva gli occhi, dondolando leggermente la testa. Lui accendeva uno spinello e glielo passava. Noi in quel momento suonavamo solo per loro due. Nicole odiava la guerra, detestava Nixon e partecipava a tutte le manifestazioni di protesta. Paul non sopportava la ricca borghesia, gli affaristi privi di scrupoli, le banche avide di denaro.
Ma non era per questo che ci seguivano. A differenza dei nostri amici Jefferson Airplane, non abbiamo mai scritto canzoni di protesta, né lottato contro il sistema. In realtà, non abbiamo mai lottato contro nessuno. Volevamo solo regalare un sogno, e adesso, dopo tanti anni, posso dire che ci siamo riusciti. Perché “viaggiare” con noi era magico. Se non fosse per la morte di Jerry, staremmo ancora girando l’America; e i ragazzi di allora continuerebbero a seguirci.
Nicole attraversò l’Atlantico per raggiungerci in Europa. Era il 1972. Ottenemmo un successo clamoroso e del tutto inaspettato, perché quello era il periodo del “progressive” e non pensavamo certo di attirare un pubblico così numeroso ed entusiasta. Va detto che suonammo al massimo delle nostre possibilità; inoltre, da quelle parti, solo i Led Zeppelin erano in grado di improvvisare e di prodursi in assoli travolgenti. La conobbi a Londra. Mi parlò di Paul. Disse che era morto a causa dell’ eroina. “Era roba cattiva.”, aggiunse. Le chiesi come si era procurata i soldi per il biglietto dell’aereo. Non era una groupie, perciò aveva pagato di tasca sua. “Me li diede Paul, prima di morire.”, rispose. “Aveva risparmiato per farmi questo regalo, anche se nelle sue intenzioni saremmo dovuti venire assieme. Vedili anche per me! E portami con te. Se sarò nel tuo cuore, riuscirò a sentirli anch’io. Spero tanto che facciano “Uncle John’s Band”: lo sai che è la mia canzone preferita.” Non mi riferì altro, e io non la sollecitai a parlarmi di lui. Ci sono degli amori che sono esclusivi; rimangono per sempre nell’anima, e talvolta è meglio custodirli con cura perché il mondo potrebbe sporcarli.
Il mondo non è un “viaggio” magico. In prevalenza è composto da gente egoista, da persone curiose e malevole. Le domandai soltanto da quanto tempo si bucava. Lei scrollò le spalle. “Ho incominciato a quindici anni.”, disse. Esibì un sorriso amaro, ma poi la sua voce risuonò fredda. “Fui violentata da un poliziotto. Sono cose che capitano.” Giocò per qualche istante con una ciocca di capelli. “Paul aveva solo due anni più di me. Una sera lo seguì, e gli infilò un coltello nella pancia.” Assunse un’espressione pensierosa; credo che stesse rivivendo quei giorni. “Non so se Paul ha fatto bene. Ma penso di sì. Quello era un porco. Ricattava le prostitute, arrestava i piccoli spacciatori e lasciava in pace i pesci grossi. In cambio, si faceva pagare. Paul non ha mai fatto a botte in vita sua, non era un ragazzo violento, tutt’altro. Comunque, la roba me l’aveva data quel maledetto sbirro per incastrarmi.”
Quella sera, prima del concerto, la invitai a cena. Era malinconica, ma anche forte. Mentre finiva il suo hamburger mi spiegò il motivo per cui Paul amava tanto quel brano. Una notte avevano fatto l’amore in macchina. Disse che, malgrado non fosse la cosa più romantica del mondo, era stata un’esperienza meravigliosa. Poi lui le aveva chiesto di sposarlo. Proprio in quel momento, Jerry cantava: Well the first days are the hardest days, Don’t you worry any more, ‘Cause when life looks like easy. Street, there is danger at your door.Think this through with me, let me know your mind.
“Ci disintossicheremo, amore mio. Sarà dura, ma ce la faremo!”
“Ti amo!”, aveva detto Nicole. Era una notte calma e silenziosa; sebbene fosse inverno, il clima era mite. Erano vicini alla costa e dai finestrini aperti arrivava il profumo dell’oceano. Paul l’aveva stretta forte a sé. Nicole gli aveva accarezzato il viso. Avevano fatto ancora l’amore, mentre la cassetta ripartiva dall’inizio. Quella era la prima canzone dell’album.
Si alzò dal tavolo e mi sorrise. “Così va la vita.”, disse. Si avviò verso l’uscita, poi si voltò. “Questa sera noi saremo lì. Con voi.”
Quando entrai nel camerino, dissi ai ragazzi: “Facciamo “Uncle John’s Band” per ultima.”
“Va bene.”, rispose Phil Lesh. Lui era il nostro formidabile bassista. Jerry Garcia annuì. Stava accordando la chitarra.
“E… diamoci dentro! Suoniamola all’infinito!”
Mi chiamo Bob Weir.
E facevo parte del più grande gruppo del mondo. Chi ci ha ascoltati dal vivo, chi ci ha sentiti anche per una sola volta, lo sa.
Eravamo i Grateful Dead.

come-randallLa notte passò lenta.
Le stelle scintillavano nel cielo terso, illuminando la collina di una luce che sembrava magica; data l’ora tarda, tutto intorno, il paese riposava tranquillo. Dall’alto calava un soffio di vento profumato e tiepido, molto in lontananza, verso nord, si alzava qualche spirale di nebbia, al di sopra di uno specchio d’acqua che riluceva ai raggi della luna. Prima di prender sonno, il che avvenne quando ormai un nuova data aveva preso possesso del calendario, Paola si chiese oziosamente se stava andando incontro al solstizio d’estate. Conservava ricordi vaghi al proposito, che risalivano ai tempi della scuola; forse quell’anno, si disse, era stato anticipato di un giorno, o forse no. Comunque fosse, era un interrogativo ininfluente, paragonato ai discorsi del professor Brendeen Reed e di Berisha. Su questa considerazione si addormentò.
Sorse un sole radioso e la ragazza saltò giù dal letto. Andò in bagno a lavarsi, indossò un paio di jeans, scarpe da ginnastica e una felpa, poi raggiunse la madre in cucina. Erano già pronti latte, caffé, burro e marmellata, oltre a un grande bicchiere pieno di spremuta d’arancia. Paola cominciò a mangiare, mentre la mamma trafficava ai fornelli preparando una torta. La cucina dava su un piccolo giardino; sulla destra c’era l’orto e a sinistra un cancello immetteva su un sentiero che, dopo aver girato varie volte su se stesso, si congiungeva alla strada. Le stanze da letto erano disposte al primo piano, soggiorno, sala da pranzo (che non veniva usata praticamente mai) e cucina occupavano il piano terra. Ovunque c’erano ampie finestre, e al momento erano tutte aperte. Non era una casa di ricchi, però era sicuramente un’abitazione dignitosa, avuta in eredità dai nonni, e in seguito ristrutturata.
Paola pensava a Attilio, che gli amici scioccamente chiamavano Attila, nonostante il buon carattere e i modi gentili o magari proprio a causa di essi. Non sapeva se lo amava, gli voleva bene e desiderava fare sesso con lui, cosa che rimandava di continuo sfogando le sue pulsioni da sola, anche fin troppo spesso. Era il retaggio dell’educazione cattolica, dei principi rigidi trasmessi in lei da sua madre, una donna buona e cordiale, ma intransigente in materia. Mandò giù una fetta di pane imburrata, bevve un sorso di caffè e trasferì l’attenzione su quanto si erano detti la sera prima dall’americano.
Lei e Nazif erano tormentati dagli stessi sogni, in quanto a Brendeen non si era ancora fatto un’opinione precisa sullo strano fenomeno, posto che fosse semplice inquadrarlo come se si trattasse di una formula matematica o di un problema di geometria. Scosse involontariamente la testa. Non era per niente facile! Era piuttosto un fatto oscuro e sinistro. Esattamente come l’essere che prendeva vita in quegli incubi. Se non fosse stato per quelle “visite notturne” (e per il desiderio continuamente tarpato di sesso), si sarebbe definita una ragazza serena, quasi felice, benché intuisse che la felicità vera sarebbe arrivata più avanti quando l’amore con la “A” maiuscola l’avrebbe raggiunta con la delicata forza dello scirocco che accarezza un fiore. E, dentro di sé, sentiva che tale sortilegio non sarebbe stato dovuto al caro Attilio. Qualcun altro sarebbe arrivato… o era già arrivato? Formulò mentalmente il nome di Berisha, poi scacciò il pensiero. Per adesso andava bene così.
Finì la colazione, scambiò un bacio con la mamma e uscì per recarsi al lavoro.

Era l’ultimo giorno in cui la biblioteca restava aperta. A partire dall’indomani sarebbe rimasta chiusa fino a metà settembre, e di ciò Geltrude, l’anziana bibliotecaria, un po’ si rammaricava: avrebbe trascorso due settimane a Rimini, e questo le piaceva perché avrebbe rivisto le vecchie amiche con le quali condivideva le vacanze ormai da anni; l’altro lato della medaglia le suggeriva però che, tornata dal mare, avrebbe finito per annoiarsi. Amava il suo lavoro e amava i bambini, sebbene a volte la facessero disperare.
Salutò con un sorriso il nuovo venuto, uno degli utenti più affezionati, forse anche troppo a suo giudizio (sarebbe stato preferibile che dedicasse maggior tempo alle partitelle di calcio, alle gite su per la collina e a qualche scampagnata in bicicletta, cose che faceva, benché di rado). D’altro canto, Valentino, Vale per gli amici, era un ragazzino strano. Geltrude rimise gli occhiali e tornò alle sue incombenze.
Dopo aver restituito compitamente il saluto, Vale si diresse verso la sala interna, quella riservata a bambini e ragazzi, che per lui rappresentava il luogo dei sogni. Adorava leggere, anche se poteva succedere che per questa passione talvolta venisse preso in giro. Il fatto che portasse già gli occhiali era un ulteriore motivo di sbeffeggiamento. Senza contare che detestava il banale soprannome che gli avevano dato. Tifava per Márquez e non per quel vecchio dinosauro permaloso di Rossi!
Quel mattino si sentiva inquieto. Una bella scorpacciata di libri lo avrebbe rimesso in sesto, ne era assolutamente convinto; questo non toglieva che fosse ancora sconcertato (e spaventato) dall’esperienza vissuta la sera prima.
Era uscito un attimo in giardino lasciando a metà la cena, più per sottrarsi alla deprimente scena dei suoi genitori che litigavano, sbraitando insulti e cattiverie, che per un reale desiderio di fare due passi. Era uscito dal giardino, imboccando la strada che portava alla chiesa, sita su un dosso dal quale si godeva un buon panorama. Aveva incrociato Michele e Danilo, un saluto e via, e si era fermato a osservare la valle che presto sarebbe stata illuminata da una quantità di stelle. Conosceva bene l’astronomia e capitava che di notte si affacciasse alla finestra della camera da letto per scrutare a lungo il firmamento. Era ancora presto; il sole stava tramontando in un trionfo di colori. Vale fece spaziare lo sguardo e a un tratto fu colto da un brivido. Non comprendendone la ragione, si guardò bene attorno: non vide nulla. Nulla di insolito, di strano, di minaccioso. Poi ecco nuovamente il brivido, simile alla carezza gelata di un fantasma. E come un sibilo. E il sentore di qualcosa di orribile che si avvicinava. Solo che non gli sembrava una presenza “reale”. Gli pareva piuttosto l’immagine riflessa di qualcuno che non si trovava esattamente lì, ma che comunque riusciva a mostrarsi, a farsi sentire, in due luoghi diversi. Vale aveva corrugato la fronte, cercando di vincere il tremito. Era una sensazione angosciante, mai sperimentata in precedenza.
L’essere misterioso si fece più vicino.
Vale trasse un profondo respirò e fuggì via.

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