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HOT PARTY

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Verso mezzanotte Lucia andò in bagno. Si stava divertendo molto: quella festa era riuscita perfettamente e aveva conosciuto molte persone simpatiche. Mentre si ritoccava il trucco, fu raggiunta da Monica, la padrona di casa. La frequentava da pochi giorni, si erano incontrate per la prima volta in palestra ed avevano familiarizzato subito. Erano coetanee, entrambe trentenni; nessuna delle due era veramente bella, però risultavano senz’altro attraenti, bruna la prima, rossa la seconda. Lucia lavorava in un’agenzia di viaggi, Monica si occupava di import export.
“Tutto bene, cara?”
Lucia annuì. Si sentiva euforica, era la sua prima uscita in società da quando si era lasciata con Piero. Monica le porse un bicchiere. “Bevi.”, disse, “Vedrai che è qualcosa di speciale!” Lucia mandò giù un sorso, storcendo il naso; non era una bevanda particolarmente gradevole, aveva un retrogusto amaro. Monica sorrise. “Su, finiscilo. Ti assicuro che dopo ti sentirai in paradiso.” Un po’ controvoglia, Lucia le obbedì.

Quando riprese i sensi, si trovava in una camera avvolta nella penombra. Era nuda, sdraiata su un grande letto matrimoniale, aveva polsi e caviglie legati. Con lei c’erano due persone, anch’esse svestite. Avvertiva un forte profumo di incenso, che si mescolava all’odore di una donna eccitata. Monica le stava succhiando un capezzolo, un nero dall’aspetto atletico si accarezzava il membro, che era di dimensioni enormi. Ambedue avevano i corpi lucidi di sudore. “Cosa mi state facendo? Chi è lui?”, biascicò la giovane. Prima non lo aveva visto alla festa. Ad un tempo, si sentiva confusa e impaurita. Inoltre non sopportava la lingua di Monica, non perché non fosse abile, ma per il semplice motivo che non amava le donne. Amava gli uomini e comunque non gli sconosciuti. Inoltre, era prigioniera, alla loro mercè, e questa era una condizione che non tollerava. “Liberatemi immediatamente!”, esclamò con un tono di voce più risoluto. Improvvisamente era diventata lucida, e pienamente consapevole di ciò che stava accadendo. Per tutta risposta Monica si sdraiò su di lei, nella classica posizione del 69, e incominciò a leccarla avidamente. Nel frattempo, il nero continuava a masturbarsi; il suo cazzo era diventato ancora più grosso, turgido, pulsante sangue.
“Per favore, basta! Mi fa schifo!”
Parole al vento. Monica sciolse i nodi che le assicuravano le caviglie, le sollevò le gambe e penetrò a fondo in lei con una lingua che diventava sempre più vorace. Suo malgrado, Lucia iniziò a contorcersi sul letto. Con raccapriccio si rese conto che adesso le piaceva. Monica cambiò posizione, cercandole la bocca. Incredula di se stessa, Lucia ricambiò il bacio. Fu allora che l’uomo la penetrò. Malgrado la straordinaria consistenza del membro, duro come l’acciaio, lei era già completamente bagnata, e non provò alcun dolore. Solo passione. Una passione che si fece sfrenata, mentre lui la scopava con incredibile vigore, e Monica le mordeva i capezzoli oppure le leccava il viso. L’orgasmo la travolse con un’intensità straordinaria; gridò.
Monica le liberò anche i polsi. Ormai sapeva che Lucia non si sarebbe ribellata; l’aveva desiderata fin dal primo momento in cui l’aveva vista in palestra, intuendo che, dietro a un’apparente riservatezza, celava un temperamento passionale. Monica amava le ragazze, ma soprattutto adorava condividerle con Max. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Mentre il nero la possedeva nuovamente, la baciò per l’ultima volta sulla bocca. Poi le cinse la gola con le lunghe mani forti. E strinse. Le avrebbe donato la morte più bella e più raffinata.
Con raccapriccio Lucia comprese le sue intenzioni.
Ma era troppo tardi.

astronaveForse erano già venuti, pensò Kurt Malgraeve quando si fu ripreso dallo sconcerto.
Forse erano già venuti, nella notte dei tempi, e qualcosa non aveva funzionato.
Poi nacquero miti e leggende.

“Ci hanno regalato la pace e il benessere.”, disse Jane immergendo il cucchiaio nella scodella fumante. “Adoro i Cap’n Crunch!”, aggiunse sovrappensiero.
“Preferisco uova e bacon.”, grugnì Kurt. Jane prediligeva i ristoranti vegetariani, Kurt i posti dove servivano grosse bistecche e grandi quantità di patatine fritte. Per il resto il loro matrimonio funzionava bene.
“Comunque ci hanno insegnato a vivere,”continuò la donna,”a fare a meno del petrolio, a sconfiggere i mercanti di morte. E tutto questo è buono! Non riesco proprio a capire la tua ossessione. Vederli in faccia… cosa cambierebbe? Niente.”
“Già, è vero.”, commentò Kurt, pensando l’esatto contrario. Non era interessato a discutere con la moglie, la sua mente essendo concentrata su ciò che avrebbe fatto quel giorno. Sarebbe riuscito a infrangere quell’assurdo divieto, avrebbe finalmente scoperto il loro segreto e, se a seguito di questo si fosse trovato in una situazione pericolosa, era pronto ad accettarne le conseguenze. D’altro canto, si ripeté per l’ennesima volta, dato che erano così buoni, non l’avrebbero certo mangiato.
Finita la colazione, si vestì, salutò con un bacio Jane e uscì di casa.
Il sole splendeva già alto in un cielo terso, solcato da pochissime nubi. L’aria era fresca e frizzante. Guardò in alto: l’astronave era sempre lì, ferma, immobile. Chissà cosa stavano facendo, gli alieni? Si nutrono come noi? Si dividono in esemplari maschili e femminili oppure sono ermafroditi?
Fra poco lo avrebbe saputo.
Malgraeve apparteneva alla CIA e, nel corso di una ormai lunga carriera, aveva elargito diversi favori. In particolare aveva salvato la vita al figlio di Paul Deveraux.
Deveraux era lo scienziato che curava i collegamenti con gli Amici. Tali collegamenti non avvenivano a livello fisico, ma una volta al mese c’era un contatto: in quell’occasione gli alieni consegnavano oggetti quasi sempre di grande utilità e in qualche caso divertenti. Il rifornimento del mese precedente consisteva in una certa quantità di particolari telecomandi, la cui funzione, senza alcuna complicazione di ordine medico, era il rafforzamento del desiderio sessuale. Fate l’amore e non la guerra, bofonchiò fra sé Malgraeve. Un’esibizione di umorismo britannico, ed egli non amava i sudditi di sua maestà.
A ricevere i doni veniva mandato un agente.
E oggi sarebbe toccato a lui.
Deveraux aveva manifestato più di una perplessità, ma non poteva scordare che, senza l’intervento di Kurt, il suo figliolo sarebbe stato sgozzato da un commando dell’Isis.
Era chiaro che gli doveva un favore.
Malgraeve indossò l’apposita tuta, si infilò il casco e salì a bordo della navicella spaziale. Non aveva armi con sé, immaginava che le avrebbero individuate; d’altronde il suo scopo non era quello di uccidere. Pochi minuti più tardi fu accolto dall’astronave mediante un’apertura nella parte inferiore. Subito dopo, il varco si richiuse.
Malgraeve uscì dalla navicella e, seguendo le istruzioni dello scienziato, si tolse il casco. Poi si guardò attorno. Era in una vasta sala, del tutto asettica, priva di mobili, di congegni elettronici, di computer e di qualsiasi altra cosa. C’erano solo le nude pareti.
Una porta che non aveva notato si aprì e comparve un alieno. Era interamente vestito di nero, compresa la maschera che gli copriva il volto e gli alti stivali.
Dart Fener, si disse Kurt.
Sapeva già che gli Amici parlavano correntemente l’inglese. L’alieno cingeva fra le mani un pacco. “Questo è un regalo importante.”, dichiarò avvicinandosi all’agente della CIA. “Contiene una sostanza che rende assai gradevoli i sogni. Sono soltanto dei campioni, da sperimentare ma, qualora funzionassero, e non abbiamo dubbi in proposito, presto ve ne forniremo in quantità maggiore.” La voce suonava fredda, impersonale, probabilmente filtrata da qualche marchingegno.
Malgraeve lo fissò senza parlare.
“Fra l’altro”, proseguì l’emissario degli Amici, “se assunta in maniera corretta, consente un risveglio felice. Ciò perché agisce sui centri del benessere. A proposito, siete soddisfatti dell’ultima consegna?”
Malgraeve annuì. “A me non serviva, però so che molte persone l’hanno gradita.”
“Bene.”
L’alieno ora era davanti a lui.
Gli porse il pacco.
Kurt Malgraeve esitò per un istante. Era proprio sicuro? Si.
Di colpo scattò. Malgrado non fosse più giovanissimo, possedeva muscoli sodi e riflessi pronti.
Era lievemente più alto. Afferrò la maschera nera e la strappò dalla testa dell’alieno. Questi sembrò colto completamente alla sprovvista. Il pacco finì a terra.
E Malgraeve vide…
Sbiancò in faccia, mentre un terrore primordiale si impossessava di lui.
Ma si fece forza e cercò di ragionare, sebbene fosse estremamente difficile.
Forse erano già venuti, pensò quando si fu ripreso dallo sconcerto.
Forse erano già venuti, nella notte dei tempi, e qualcosa non aveva funzionato.
Poi nacquero miti e leggende.
“Sapevo che l’avresti fatto.”, disse l’alieno. “Era previsto. La curiosità… l’istinto di sapere… vi hanno resi padroni della Terra, eppure causarono anche la perdita del paradiso terrestre.”
“Quella è una favola.”, biascicò Kurt.
“Non ne sarei così certo”. Un sorriso triste si disegnò sull’orribile viso dell’alieno.
“Adesso tu tornerai alla base, parlerai, alimentando nuova curiosità. Qualcuno non ti crederà, ma molti sì. La curiosità sarà simile a un piccolo fuoco, inizialmente trascurabile che però presto diventa un incendio, bruciando foreste e praterie. Da qui nascerà una mala pianta: l’odio.”
Malgraeve non riusciva a distogliere lo sguardo dalle corna.
Respirava affannosamente.
Abbassò gli occhi sugli stivali neri.
L’alieno assentì. “Già.”, disse. “Se li togliessi, vedresti quello che già immagini.”
Scosse il capo deforme. “Esistono milioni di pianeti, cui rivolgere la nostra attenzione. E’ giunto il momento di salutarci. Mi auguro che facciate buon uso di quanto avete appreso.”
Si voltò e, prima di scomparire, aggiunse: “Porta alla Terra il saluto del diavolo.” devil

astronaveLa situazione attuale di WordPress (un mortorio dove poco si scrive e pochissimo si legge, con tendenza al peggioramento) mi ha portata a prendere la decisione di sospendere “Guerra Totale” e “La Luce Verde”. Sono due storie che mi appassionano, ma non ha senso che io sputi l’anima per scriverle, non sapendo mai chi passerà a leggere e ben sapendo invece che nessuno, a parte Wolfghost, Univers81 e Lady Nadia, alias Black Lady, si sofferma mai a leggere due post di fila. Ritengo quindi tramontata l’era dei romanzi a puntate. In futuro, si vedrà.
Il racconto che oggi vi propongo, infatti, sarà di due sole puntate, con uno spazio di diversi giorni fra la prima e la seconda.
Lo dedico alla memoria di mio padre che mi raccontò una storia, tratta da un libro che gli era piaciuto molto.

Forse erano già venuti, pensò Kurt Malgraeve quando si fu ripreso dallo sconcerto.
Forse erano già venuti, nella notte dei tempi, e qualcosa non aveva funzionato.

Quando arrivarono, la Terra era sull’orlo della catastrofe. Le riserve di petrolio si erano ridotte a tal punto che nel giro di cinque anni la gran parte dei Paesi sarebbe rimasta a bocca asciutta. Questo si sarebbe potuto evitare, a patto di impegnarsi nella ricerca e nello sviluppo di fonti energetiche alternative, ma a causa della mancanza di volontà politica si era preferito rimandare… e rimandare.
La Russia stava preparando un micidiale attacco all’Europa occidentale: migliaia di carri armati si sarebbero riversati nelle pianure della Germania; lo Stato Maggiore prevedeva la conquista di Calais a distanza di cinque giorni dall’inizio dell’offensiva. A quel punto, con il Regno Unito solo e isolato al di là della Manica e l’America privata delle basi Nato, l’esercito russo avrebbe invaso l’Arabia, impossessandosi dei pozzi petroliferi. La speranza era che gli Stati Uniti accettassero il fatto compiuto e non intervenissero sganciando ordigni nucleari strategici. Era una speranza mal riposta.
Quando arrivarono, il terrorismo continuava a mietere vittime ovunque, e la sensazione più diffusa era che fosse impossibile vincerlo. Da ciò nasceva uno stato di pavida rassegnazione.
In Italia era salita al potere la Lega, e il Bel Paese era uscito dalla comunità europea, imitato dai governi dell’Est e del Nord.
La Cina aveva invaso la parte meridionale della Siberia e a Washington Trump aveva festeggiato l’avvenimento brindando con ettolitri di squisito bourbon, in compagnia di procaci donzelle.
Quando arrivarono, il livello di inquinamento del pianeta era salito a vertici che gli scienziati giudicavano “senza ritorno”; se mai la situazione era destinata ad aggravarsi ulteriormente e con un finale tragico.
Arrivarono in un caldo giorno di fine settembre. Tutti i più sofisticati strumenti di cui la Nasa si avvaleva, ogni tipo di controllo da parte dell’intelligence spaziale russa e di quelle britanniche e francesi, persino gli occhi umani… non si avvidero di nulla se non allorché le quattro enormi astronavi si fermarono sopra New York, Londra, Mosca e Pechino. Erano immense, grandi come una città di medie dimensioni, il colore era scuro, probabilmente nero, il materiale dal quale erano composte di origine sconosciuta.
Trascorsero tre giorni, mentre il mondo intero precipitava nel terrore, i predicatori pazzi annunciavano dalle reti televisive che era giunto il momento del castigo di Dio, una quantità di psicolabili ricorreva al suicidio nei modi più svariati, e le alte sfere militari progettavano l’invio di missili, frenati però dallo scetticismo dei luminari, che paventavano tremende ripercussioni. “Aspettiamo e vediamo.”, diventò la parola d’ordine. “Se avessero avuto cattive intenzioni, le avrebbero già messe in atto.”
A metà del pomeriggio del quarto giorno gli alieni si misero in contatto, mediante canali sconosciuti, con le autorità statunitensi, britanniche, russe e cinesi. I messaggi che vennero trasmessi erano nella lingua di chi li riceveva e il contenuto aveva un’aria rassicurante: Veniamo in pace. Ascoltateci e risolveremo ogni vostro problema. Poniamo un’unica condizione: non ci vedrete mai, né mai dovrete cercare di farlo, pena la nostra partenza.
E così fu.
La crisi energetica venne risolta grazie alla scoperta di una nuova fonte di energia che sostituì definitivamente il petrolio. Tale fonte era a basso costo, basata com’era su un mix di acqua, semplice fango e aria compressa secondo un procedimento che gli Amici (il nome che gli alieni si erano scelti) avevano trasmesso attraverso il loro misterioso canale di comunicazione. In seguito, vennero arrestati influenti uomini politici, ricchi banchieri, commercianti d’armi e generali corrotti delle quattro nazioni: come si venne a sapere erano in combutta con l’Isis. In luogo dell’Europa Unita nacque il Mondo Unito, e a presiederlo furono chiamati un palestinese, un israeliano, un islandese e un tunisino. La Terra divenne un luogo prospero, scomparvero fame e miseria, le malattie vennero debellate, l’istruzione resa alla portata di tutti esattamente come il benessere.
Ma Kurt Malgraeve non era soddisfatto.
Malgrado il divieto, voleva conoscere gli Amici. Non era solo curiosità, era come un tarlo che gli impediva di dormire alla notte, che lo accompagnava al risveglio, che occupava i suoi pensieri durante le ore del giorno.
Cos’avevano da nascondere? Perché non si mostravano? Erano davvero buoni e illuminati o tenevano ben celato un lato oscuro, in attesa di palesare la loro vera identità?
Sua moglie, la bionda Jane, una donna intelligente e colta che lavorava alla Nasa, lo redarguiva quando egli manifestava il desiderio di infrangere il veto. Gli parlava di Prometeo, biasimava una curiosità fine a se stessa che avrebbe portato soltanto guai.
Sebbene l’amasse, Malgraeve accoglieva con fastidio quegli ammonimenti.
Voleva conoscere gli Amici.
E, dannazione, ci sarebbe riuscito!

LA LUCE VERDE 1

la-luce-verdeFra le sue non trascurabili doti la donna che un anno prima aveva deciso di presentarsi su WordPress come Lady Nadia annoverava un grande desiderio di migliorare.
Era brava a scrivere, e lo sapeva; però, almeno ai suoi occhi, non abbastanza brava. Perciò studiava, leggeva, scriveva, “tagliava” e rimodellava i suoi brani, alla costante ricerca non già della perfezione (era troppo intelligente per pensare che esistesse), ma di un’immacolata purezza di stile. Di lampi e di guizzi. Di folgori e di arcobaleni.
A differenza dei membri del club dei sognatori invasati, quando si coricava, in attesa di prender sonno, non immaginava il libro segreto che aveva in cantiere balzare, debitamente tradotto, in testa alle classifiche del New York Times o di Publishers Weekly (best sellers: numero 1 L’anima di Joe, by…). No, davvero. Piuttosto, si chiedeva se quel dato giorno aveva scritto bene (non benissimo). Se la risposta era positiva, Morfeo l’avrebbe accolta fra le sue amorevoli braccia; in caso contrario, sarebbe rimasta a fissare a lungo il buio della stanza.
Adesso, comunque, stava contemplando con il naso arricciato quattro righe che giudicava esecrabili, per non dire di peggio.
Da bambina, Lady Nadia era stata un’avida lettrice e, intorno ai dieci anni, aveva incominciato a creare storie, lo sguardo sognante, serrando le labbra, concentrata com’era a entrare nel mondo di Utopia. Naturalmente, occorreva possederne le chiavi, e lei scoprì di averle. A quell’epoca, non si poneva troppi problemi – esiste sempre una profonda saggezza nei bimbi, e se affermano, mangiando i loro cereali assieme a un bel bicchiere di latte caldo, che la notte scorsa qualcosa è uscito dall’armadio, sarebbe meglio credergli. In ogni caso, la piccola Lady Nadia era certa che tale chiave le apparteneva.
Le chiavi si possono smarrire, oppure è la serratura che cambia, considerò immusonita, mentre cancellava il parto di quel giorno. A domani!, decise. Si collegò a Internet e andò a curiosare nell’universo dei suoi amici. Magari avrebbe trovato una stella più luminosa di altre. C’era gente che se la cavava molto bene, e le piaceva immergersi in una poesia di Franz, in un racconto (esoterico?) di Ivano F, nelle gustose ricette di Laura. Purtroppo, nessuno aveva aggiornato il proprio sito. Invece, a un tratto trovò un blog vuoto. Era tutto nero, privo di vita. Lo stanno allestendo, si disse con una punta di stizza. Perché occupare uno spazio senza aver niente da offrire? Spedì un dito per tornare indietro, ma un istante prima di impartire il comando vide qualcosa. Un baluginio, una strana striscia verde, che poi si ingrandì sino a formare un globo, anch’esso verde, su un sottofondo di una tonalità più scura, e pure verdi erano le parole che lesse: Benvenuta, Lady Nadia! Lei pensò a una cravatta blu, posta sopra a una camicia leggermente più chiara; era un accostamento che le piaceva, tranne che qui…
Simile alle lettere di un telegramma, la scritta scorreva veloce. Ci rivedremo? Dipende da te. Peraltro, so che tornerai, perché… lo schermo ridivenne nero, nero come l’inchiostro, nero come una notte senza stelle.
Lady Nadia guardò a lungo il computer, domandandosi se aveva sognato.
La fantasia va controllata, altrimenti sono guai! Annuì: era la giusta reazione di una donna equilibrata.
Scalciò via le ciabatte, infilò le scarpe, prese la lista della spesa e uscì per andare al supermercato.
Mentre sfrecciava a bordo della Golf, canticchiando Nous sommes du soleil. We love when we play, si scordò dello strano episodio.

“Siamo un popolo fantastico. Riusciamo a trasformare le sconfitte in vittorie, naturalmente a posteriori!”, filosofeggiò con sarcasmo (era sarcasmo, non ironia) il blogger conosciuto come newwhitebear mentre osservava con evidente antipatia l’indicazione stradale posta di fronte a casa sua. C’era scritto: via El Alamein, quando invece avrebbe dovuto esserci via Tobruk. “E perché non via Hiroshima, a questo punto?”, concluse prima di aprire il frigorifero e di stappare una lattina di Lemonsoda. La finì in tre sorsate. Per essere settembre faceva molto caldo, troppo, sembrava una giornata di luglio. Tornò alla finestra. Prima di quello stupido cartello si poteva scorgere l’ingresso dei giardinetti e un tratto di prato, prima ancora un negozio di ferramenta, il bar dove si fermava di rado e la libreria della quale era assiduo cliente. Contemplò il tutto, immerso nei propri pensieri. Non erano particolarmente profondi e furono presto sostituiti da una filastrocca:
Tre, vivo da re
sei, vorrei scoparmi lei
nove, placido rumina il bove.
Posto che il tempo in quanto tale non esiste, questo si chiama sprecarlo. Era ora di darsi una mossa.
Si trasferì nello studio, accese il pc e tentò di iniziare un racconto. L’idea c’era, ed era buona, solo che le frasi che avrebbero dovuto trasformarla in una storia altrettanto buona mancavano di spessore. Peggio, si attorcigliavano su se stesse e, sebbene amasse i congiuntivi (a volte, forse abusandone, almeno a detta di un certo sapientone, che, essendo negato per la scrittura, pensava bene di dispensare giudizi tanto lapidari quanto idioti), i congiuntivi di quel pomeriggio afoso davano la sensazione di essere entrati in sciopero.
Sbuffando, accantonò per il momento il suo blog e andò a sbirciare i post altrui. In seguito non avrebbe saputo dire come e perché fosse successo, attraverso quali misteriose strade era arrivato fin lì. L’unica cosa di cui sarebbe stato sicuro riguardava la sensazione di smarrimento che aveva provato trovandosi a guardare lo schermo nero di un sito in tutta evenienza abbandonato. Fu avvolto da un senso di disagio, molto forte, benché a suo giudizio immotivato. Era tutto così… desolato.
Lo schermo prese vita all’improvviso. Stupito, fissò lo sguardo su una macchia verde, che poi diventò una sfera, e ancor più stupito lesse le parole di benvenuto. Mi fa piacere la tua visita, Gianpaolo (con la “n”, per volontà di suo padre o a causa di un errore dell’anagrafe: non si era mai interrogato al riguardo).
“Come fai a sapere chi sono?”, domandò alla stanza vuota.
Una nuova scritta. Verde come il globo.
Ti farò sognare!
Lo schermò del computer ridiventò nero.

la-luce-verdeEsistono delle storie che scrivi, e che poi dimentichi; non è il caso della Luce Verde. Cominciai a scrivere questa storia sulla defunta piattaforma Splinder, ma poi decisi di accantonarla, non perché non fossi soddisfatta di ciò che fino a quel momento (il momento dell’abbandono) avevo postato ma perché quella era un’epoca di troll (non che riguardassero me, a parte una certa blatta nera, ma preferivo non fornire spunti e credo di aver fatto bene). Adesso sento il forte impulso di ricominciare, e di raccontarvi cosa può succedere a un blogger incauto o magari semplicemente ingenuo.
La Luce Verde è un’entità malvagia, non aggiungo altro. Non c’è proprio niente di comico in questa vicenda e se inserirò qualcuno di voi (come già nel “Processo”) non è per fare quattro risate in compagnia, anche se ridere fa sempre bene. Suona male, lo so, ma siete funzionali. Senza offesa, sia ben chiaro.
Niente allegria, quindi, ma – spero – un po’ di paura o, almeno, di disagio.
A presto!

CHI SBAGLIA PAGA

raccontoSe la signora Molteni avesse saputo quello che sarebbe successo quel giorno si sarebbe data malata, ma naturalmente non poteva saperlo e nemmeno immaginarlo.
Se, nel corso della mattinata, avesse avuto almeno una premonizione, un presagio o qualcosa di simile, avrebbe pregato il suo principale di non andare in banca alle dodici, visto che poi lui si trasferiva a casa e non tornava prima dell’indomani o, più raramente, verso le cinque del pomeriggio. Però, non ci furono presagi, né premonizioni, e così la bella Lucia Molteni – quarantadue anni portati splendidamente – a mezzogiorno e venticinque salutò con un sorriso Marco, il ragazzo delle consegne, che aveva portato due scatole di libri nuovi che lei avrebbe sistemato più tardi, e rimase sola nel negozio. Cinque minuti dopo fece scendere la claire.
Si era girata e stava pensando simultaneamente a tre cose (era capace di simili prodezze, e anche di altre): che tipo di capelli voleva dalla parrucchiera con cui aveva appuntamento durante la pausa, biondi ok, ma come?; cosa cucinare per cena (ordinare una pizza?), e se continuare a tenere il broncio a suo figlio, che la sera prima l’aveva accusata di essere una svampita. Una svampita, sbuffò, forse era anche vero, però non stava a lui dirlo. In definitiva, le era solo sfuggito un sms con il quale Patrizio lo invitava a mangiare un gelato. Sai che tragedia!
Era intenta a stilare la classifica del pensiero primario, e dava le spalle all’entrata; non vide quindi le quattro ragazzine passare agilmente sotto la claire e fare irruzione nella libreria. D’altro canto, nemmeno una mente fervida come la sua avrebbe preso in considerazione l’idea di prendere il telefono e di chiamare… chi? “Sto chiudendo.”, annunciò in tono bonario quando infine le notò. “Riapro alle tre.” E consultò l’orologio come per avvalorare il senso di quelle parole.
“Lei ha insultato mia madre.”, dichiarò una biondina provvista di freddi occhi blu. “Mio padre dice sempre che chi sbaglia paga.”
Lucia Molteni la fissò, sconcertata. Faceva la libraia da più di vent’anni e non ricordava di aver mai insultato una cliente. Qualche litigio, certo, poiché il mondo abbonda di pazzi, e le venne in mente un energumeno che aveva abbaiato sconcezze perché non era ancora arrivato un certo romanzo ; rammentò un tale che prendeva la serie “Alex Cross” di James Patterson e poi voleva riavere indietro i soldi, dato che il protagonista era uno sporco negro. Qualche alzata di sopracciglio, sì, ma insulti proprio mai.
“Adesso, comunque, il negozio è chiuso.”, disse per evitare un’insensata diatriba. Stava guardando la biondina, perciò udì, senza vedere il movimento, il rumore della serratura interna che scattava. La porta era stata chiusa da una moretta, quattordici anni? Magari, sedici.
E poi, all’improvviso, accadde.
Lucia era snella, comunque non era una donna debole, ma quattro contro una è un match a senso unico. Aveva la bocca aperta per redarguire (sapeva come trattare le monelle) e si ritrovò a terra, immobilizzata. Una la teneva per le braccia, un’altra le tolse i sandali, una terza accostò un accendino ai piedi nudi. La biondina dirigeva. “Mio padre”, ripeté in un tono quasi pomposo, “dice sempre che chi sbaglia paga.”
“E chi sarebbe tua madre?”, gridò Lucia. “Io non ho insultato nessuno!” Poi urlò perché la fiamma dello zip lambì la pianta del piede sinistro. “Smettetela! Non sono una ragaz…” Il dolore le impedì di continuare. Invano, si contorse. A un tratto, il dolore raddoppiò: la biondina, diventata parte attiva, le aveva sfilato i bermuda, fatto scendere gli slip, e ora stava torcendo. E la piccola strega sapeva come torcere. Lucia lanciò un ululato. “Per favore!”, biascicò. “Cerchiamo di ragionare da persone civili. Se devo chiedere scusa a tua mamma, lo farò. Ahahah! No! Pietà!”
Un secondo accendino svolazzava allegramente attorno al suo seno, scendeva e si rialzava, scendeva…
“PIETA’! In nome di Dio, pietà!”
“Chi sbaglia paga.”, recitò per la terza volta occhi di ghiaccio. “E a me piace!”, esclamò soddisfatta la morettina. “Adoro ascoltare la gente che supplica.”
“A me no che non piace.”, avrebbe risposto Lucia, se fosse stato in grado di parlare… ma non lo era più. Le stavano procurando dolore in tre punti diversi del corpo, e sarebbe stato difficile stabilire quale fosse il più devastante. In ogni caso, fu il quarto a vincere l’Oscar: una lametta decise di andare a trovare le palpebre, di seguito il bulbo dell’occhio destro. Con movimenti stranamente aggraziati la suddetta lametta operò a fondo, quasi fosse azionata da un provetto chirurgo.
In seguito toccò all’altro occhio.
SONO CIECA! DIO MIO, NO!
Lucia perse i sensi.
Percorse un tunnel di orrore e di sofferenza, mentre le quattro ragazzine giocavano con lei; si immerse nei baratri della follia, consapevole, benché fosse svenuta, che la stavano a poco a poco uccidendo, mutilando, seviziando.
Un urlo primordiale scaturì dal suo essere.
Riaprì gli occhi, sgomenta, atterrita. Le girava la testa, più propriamente le turbinava. “Devo bere meno, alla sera! E magari andare a letto prima. Soprattutto, basta Stephen King!”
L’anziana signora le sventolava in faccia un libro. “No!”, proferì in modo secco. “Che me ne faccio di questa Alessandra Bianchi? E chi sarà mai, poi? Voglio l’ultimo romanzo di Danielle Steel!”
“Senz’altro.”, balbettò Lucia Molteni.
Andò a cercare il libro e non notò quattro ragazzine che stazionavano fuori dal negozio.

I DUE PARCHI

parcoIl primo parco è ampio, soleggiato nella parte centrale costituita da un vasto prato; ricco di gradevoli ombre lungo il sentiero che gli corre tutto intorno, sotto ai grandi alberi, dall’ingresso principale,
(uno per entrare uno per uscire)
che dà sulla piazza del municipio, al piccolo bar vicino al campo da tennis, ai giochi per bambini di un bel rosso acceso e di un piacevole blu cielo, e di nuovo all’entrata per poi riprendere il giro.
Il secondo parco non è un parco, bensì una specie di modesto rifugio composto da qualche albero e da cinque o sei panchine; ci giocano i bimbi, sebbene non ci sia molto da sbizzarrirsi con la fantasia, e ci pascolano le mamme, e ci corrono i cani.
Nel primo parco – chiamiamolo con il suo nome: il vero parco – l’uomo stringe fra le mani un libro; se ci avvicinassimo, potremmo distinguerne titolo e autore, e forse sarebbe possibile anche scambiare qualche parola, magari nulla di impegnativo, “che bella giornata, vero?” Sulla panchina di un verde non ancora consumato dal tempo ci sono un quaderno, sopra al quaderno una penna cui ormai resta poco inchiostro, dentro al quaderno alcuni sogni destinati a rimanere tali, simili a un guizzo di luce in mezzo all’oscurità, al bagliore del fuoco di un camino in una fredda notte di nebbia, quando i pensieri si susseguono più lentamente quasi restii ad assumere una forma compiuta, fermandosi al livello di intuizione o forse nemmeno a quello: piuttosto come note svagate che non sono destinate a comporre una melodia, benché, a tratti, compaia l’armonia.
Nel secondo parco, anch’esso dotato di due vie d’accesso, si sente la voce della città, nelle vicinanze sfrecciano le macchine, un anziano signore porta a spasso il cane, due nonne lavorano a maglia, sorvegliando i nipotini con la coda dell’occhio, un ragazzo si muove al ritmo di “Relax”
But shoot it in the right direction
Make making it your intention yeah
Live those dreams
Scheme those schemes
Got to hit me Hit me
Hit me with those laser beams.
L’uomo legge il suo libro, non ha portato con sé il quaderno, non coltiva sogni inutili. Se ci avvicinassimo non desteremmo la sua attenzione, probabilmente risponderebbe con un “già” al nostro tentativo di intavolare una conversazione. “Che bella giornata, vero?” “Già.” Fine delle trasmissioni.
Nel primo parco, quello vero, l’uomo è entrato dalla piazza, ma più tardi
(uno per entrare uno per uscire)
se ne andrà salendo i gradini che conducono alla vecchia strada provinciale, dove un tempo c’erano le rotaie per i tram, ormai una razza in via di estinzione al pari di valori antichi sostituiti oggigiorno dai Pokemon. Nel mezzo, fra arrivo e partenza, un tempo da suddividere in sezioni. Leggere, scrivere, fantasticare, non necessariamente in quest’ordine, più probabile anzi che non esista affatto un ordine, quale che sia: i pensieri arrivano quando loro decidono di insinuarsi nella mente, e allora si chiude il libro, si ripone il quaderno, si lancia uno sguardo al prato, vedendo senza vedere i giovani che giocano a pallone, le ragazze che sfoggiano lunghe gambe abbronzate; manca un cagnolino a tre zampe, e non ci sono gatti nei parchi.
I pensieri, sfuggevoli o meno, galoppano verso il ricordo di un sorriso, di un gesto tenero – una mano che sfiora il braccio – di due occhi tanto luminosi come può esserlo un mattino di maggio, l’aria frizzante, due nubi che si rincorrono, il cielo talmente blu da far male al cuore. Tutto questo con la potenza della mente si può costruire, solo che ciò che ne scaturisce ha colori diversi, i colori impalpabili dei sogni, e poca consistenza, nessun profumo se non quello del giorno che si avvia al tramonto.
Nel secondo parco, “Relax” esplode come una cascata di stelle
But shoot it in the right direction
Make making it your intention yeah wo-o-wo-wo-o
è ora di rincasare, niente sogni, nessun desiderio.
Nel primo parco, invece, la situazione è diversa. Oh, sì. Lì il tempo va centellinato, assaporato, mentre la mente si arrende con piacere agli intrusi (ma lo sono davvero?) che, senza bussare alla porta, giungono fluttuando, e creando, e ricreando. Sogni. Fantasie. Se l’uomo avesse vent’anni di meno saprebbe afferrare quei sogni, quelle fantasie, per trasformarli in qualcosa di più concreto, di più reale, o almeno tenterebbe di farlo. Ma non ha vent’anni di meno e sogni e fantasie vivranno di vita propria nella terra del Mai, assieme al mago di Oz e alla fata turchina.
E’ come scrivere un romanzo utilizzando fogli sottilissimi di pergamena; man mano che la penna traccia nuove frasi, il vento disperde i fogli: non hanno consistenza, si sbriciolano fra le dita, si trasformano in pallottole di carta che nessuno riuscirà a ricomporre.
All’uomo piacerebbe davvero molto essere Morton Rainey (soprattutto nell’interpretazione di Johnny Depp), vale a dire un individuo talmente prigioniero dei propri sogni (incubi, nella fattispecie) da vivere una sorta di vita parallela. Che tale vita non risulti buona e non conduca a niente di buono è causato dal postulato iniziale, però i postulati si possono cambiare, no? Si parte da una buona idea (quella di Stephen King era ottima ma per il suo racconto), la si sviluppa, e infine si plasma un nuovo mondo, dentro al quale il protagonista trasforma in realtà ciò che desidera, e ciò che desidera diventa realtà. E questo, comunque la si metta, è buono.
L’uomo si sofferma a riflettere intensamente. Un pallone da calcio gli sfiora la testa, senza che se ne accorga. Adesso è completamente impegnato a valutare l’idea, giunta chissà da dove, che, pur smontandola e rimontandola, soppesandola sulla bilancia del raziocinio ed esaminandola con il massimo spirito critico, risulta comunque inattaccabile.
Accoglie con piacere uno spiffero d’aria fresca che scende dalle montagne. “Tu puoi stare con lei.”, dice a bassa voce (ma anche se qualcuno lo sentisse, gli importerebbe assai poco). “Questa sera, giusto per incominciare, uscirete a cena insieme. E stanotte lei dormirà nel tuo letto. All’alba dovrà tornare a casa, e giù in città, in quello sgangherato parco, non verrà a trovarti. Ma Qui sì. Sarà sufficiente prendere la macchina, fare un breve viaggetto di pochi chilometri, parcheggiare in alto (niente disco orario, nessuna macchinetta mangiasoldi) e aspettarla.
E lei arriverà.”
Esiste una differenza sostanziale tra essere succubi di sogni irrealizzabili e tuffarsi a capofitto in un mondo diverso. E nel nuovo mondo sono i sogni a essere succubi della volontà. Ci si trasforma in un demiurgo onnipotente. E’ un ragionamento che lo soddisfa.
L’uomo prova un moto di euforia, appena mitigato dal sospetto che il suo cervello stia partendo per la tangente. In effetti, potrebbe essere in viaggio già da un po’. E se fosse?, si domanda. Quale sarebbe il problema?
Poteva farlo, e lo avrebbe fatto. Bastava crederci.
D’altro canto, la vita è piena di credenze sbagliate, di false sapienze in realtà frutto di ignoranza.
Ok, socio!
Si alza dalla panchina, rivolge un bel sorriso a una graziosa bimba e sale le scale che lo riportano alla macchina.
Lei gli cammina a fianco, tenendolo a braccetto.

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