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Quando arrivò la visione, Aidan, seduto su una panchina, stava contemplando il lago. Mangiucchiava un cheesburger acquistato nel malconcio McDonalds di Lecco, posto alle sue spalle, sull’altro lato della strada diretta a Colico.
La visione giunse all’improvviso, come un lampo in una notte estiva.
Arrivò, subentrando all’immagine dell’acqua increspata dalla breva.
Era come se un film dell’orrore avesse sostituito su uno schermo una bella pellicola dedicata alla natura. Il sole era tramontato, ma c’era ancora abbastanza luce per distinguere la riva opposta, dove cadeva una lieve pioggerella che diventava più intensa lontano dal molo, al largo. Dal suo punto di osservazione Aidan poteva scorgere una barca a vela, una “stella”, che bordeggiando si dirigeva da Malgrate – il paese situato di fronte a lui – verso Mandello; sullo scafo c’erano due giovani, protetti da tele cerate di un giallo acceso.
La visione cancellò tutto, ogni cosa, lasciando l’immagine di una donna.
Aidan trasalì.
Ciò che vide era chiaro.
Era il viso di Giulia.
Giaceva supina con gli occhi spalancati, però privi di qualsiasi espressione. Questo ci poteva anche stare, pensò Aidan; tuttavia molti altri particolari indicavano senza possibilità di errore che era morta. Non ultimo fra questi, l’uomo che usciva in modo furtivo dalla stanza, tenendo una siringa in mano.
Con un disperato sforzo di volontà scacciò da sé quella tremenda immagine. Rimase immobile sulla panchina, mentre la sua mente correva. I pensieri si trasformarono in un turbine di emozioni. Dapprima venne il dolore: forte, brutale, devastante. La logica diceva che Giulia era ormai un’anima persa; in ogni caso era comunque un’anima, e lui l’aveva amata, e l’amava, sebbene non ci fossero speranze di guarigione. Poi, la consapevolezza che questa era opera di Flagg. Esattamente come la visione, e ciò significava che mentre l’Uomo Nero aveva accresciuto i propri poteri, Aidan li aveva mantenuti al livello di prima, senza un’evoluzione. I loro piani erano avvolti in una coltre di mistero e non sempre riusciva a capirli. Lo avevano punito a causa di Giulia? Ma allora perché quel giorno lo avevano mandato a salvarla o quantomeno a tentare di farlo?
Una riflessione ne portava a un’altra, alcune vaghe e confuse, altre nitide come una giornata di sole. La sua mente spaziò, tornando indietro nel tempo, fino a un lontano passato.
Il guardiano del cielo

IL GUARDIANO DEL CIELO 1
Il ragazzo concluse la discesa con una derapata, quindi lanciò un’occhiata al tabellone. Primo! “Bravo, Flavio.”, si congratulò con lui Paolo Rotondo. Paolo era il miglior amico di Flavio Toffol. Tutto intorno, la neve scintillava al sole. Si sentirono degli applausi, una ragazza stava strillando entusiasta, le guance rosse per l’eccitazione. Toffol si tolse i vecchi Spalding – erano appartenuti a suo padre – e sorrise all’amico. “Bravo anche tu.”, disse. “Ti sei piazzato terzo.” L’altro scosse il capo. “A parità di sci, nessuno potrebbe competere con te.”
“Beviamo una cioccolata.”
I due si diressero verso il bar. Presero posto a un tavolino d’angolo e ordinarono cioccolata con panna e pasticcini. Mentre la cameriera li serviva, nel locale entrò un uomo. Era alto, con folti capelli ricci striati di bianco; si sedette vicino a una finestra e sembrò ignorare i due giovani. Chiese una birra e la bevve a piccoli sorsi. Dopo qualche minuto ci fu la premiazione, poi Flavio salutò Paolo dandogli appuntamento per l’indomani presso la pista di pattinaggio. Mezz’ora più tardi raggiungeva la pensione dei genitori. Era situata alla periferia di Cortina: una costruzione del tipo austriaco, piccola e graziosa; vantava un’ottima cucina. Le camere, disposte su due piani, erano poche, non particolarmente spaziose ma linde e provviste di una bella vista sulle montagne. La mamma cucinava, il padre teneva i conti e si occupava degli acquisti. Inoltre, controllava che le cameriere non trascurassero i clienti.
Flavio si cambiò e andò ad aiutare in sala. Era quasi ora di cena. Il tempo stava cambiando. Grossi nuvoloni scuri anticipavano il tramonto, un vento freddo calava dai monti. Flavio uscì per dare da mangiare al cane, un vecchio lupo spelacchiato che lui, quando era ancora bambino, aveva trovato in un campo, solo e affamato. Si accertò che le finestre fossero ben chiuse – il vento aumentava sempre più – e fece per rientrare. Dalla cucina proveniva un buon profumo di cibo: aveva l’acquolina in bocca, anche se avrebbe dovuto aspettare che l’ultimo dei clienti finisse di mangiare prima di potersi accomodare in cucina per cenare a sua volta. Sapeva che la mamma aveva preparato una delle sue specialità, la gulasch süppe, e questo gli bastava. Era a un passo dalla porta che dava sul retro, la mano già sulla maniglia, quando si sentì toccare una spalla. Una cosa che non sopportava.
Si voltò.
Era un fisionomista nato, riconobbe il tipo che aveva preso una birra al bar. Nonostante il fastidio dovuto al contatto fisico, lo salutò educatamente. “Buona sera.”
“Buona sera.”, replicò lo sconosciuto. Due sole parole, sufficienti però per rivelare una voce dura, autoritaria, abituata, pensò Flavio, a comandare.
“Anche a obbedire, se è del caso.” Era come se gli avesse letto dentro. Flavio era sbigottito. Lo fissò, incapace di parlare. Se l’uomo aveva notato il suo stupore, non lo diede comunque a vedere. Alzò gli occhi al cielo scuro. “Non è bene affrontare determinati argomenti con il buio.”
“Quali argomenti, signore?”
La risposta pervenne mediante un gesto vago. “Avete una camera libera?”, chiese invece.
“Credo di sì.”
“Mi hanno detto che qui si mangia bene.”
Flavio annuì.
“Allora mi concederò una buona cena. Fammi strada, per favore.”
In attesa di gustare l’appetitosa gulasch süppe, il giovane sbarazzò i tavoli, sbirciando di tanto in tanto lo strano individuo. Si domandava continuamente come avesse fatto a leggere i suoi pensieri. Poiché quella sera non si parlarono più, dovette rimandare la curiosità all’indomani.
Il sole sorse illuminando la ridente conca. Era piena stagione, Cortina era invasa dai turisti, italiani, francesi, austriaci, tedeschi. Flavio stava spalando la neve davanti all’ingresso della pensione, quando l’uomo si fece vivo, scivolandogli alle spalle senza fare il minimo rumore. Durante la notte si era formato del ghiaccio, perciò in teoria si sarebbero dovuti udire i suoi passi, ma si muoveva silenzioso come un gatto. Indossava dei pantaloni di velluto a coste, un pesante maglione di lana e in testa portava un cappello simile a quello che metteva il papà di Flavio. “Mi chiamo 3C”, dichiarò.
Flavio lo osservò, sconcertato. Che fosse un pazzo? Eppure non dava l’aria di esserlo.
“Per l’esattezza CCC, ma 3C è più pratico. “Vieni che ti offro un caffè.”
Dieci minuti dopo erano seduti all’unico tavolo libero del bar dell’hotel Posta, uno degli alberghi più rinomati di Cortina d’Ampezzo. C’erano molte belle donne vestite elegantemente, le pellicce si sprecavano. 3C le ignorò. Flavio prese una cioccolata. Una ragazza sui diciotto anni gli rivolse un sorriso civettuolo. Era un giovane attraente e suscitava l’interesse di villeggianti e valligiane; qualcuna si spingeva oltre, immaginando le sue mani sui propri seni.
3C si protese verso di lui. “Ieri sera (a proposito: si mangia veramente bene da voi) ho accennato ad argomenti che è preferibile evitare nelle ore di oscurità; adesso c’è il sole, dunque possiamo parlarne.”
Flavio fece un cenno di assenso, intrigato e perplesso allo stesso tempo.
Quali argomenti?
3C sorseggiò il caffè. “Hai letto Il Signore degli Anelli?”
“Sì. L’ho letto. Molto bello.”
“Benissimo. Naturalmente è un’opera di fantasia, ciò nonostante riflette una certa realtà. Come uno specchio. Vedi, non tutti gli specchi sono uguali: la maggior parte di essi si limita a mostrare quello che tutti riuscirebbero a vedere, semplicemente girandosi. Alcuni, però, una esigua minoranza, vanno oltre… indicano fatti e circostanze che sono al di fuori della comprensione umana, dato che l’uomo di oggi è privo di una visione spirituale del mondo.”
Era un discorso complicato. Flavio era tutto fuorché uno stupido, aveva completato gli studi al liceo scientifico ottenendo voti brillanti, addirittura eccellenti in fisica e filosofia, e si era preso un anno libero in attesa di iscriversi all’università, anno che trascorreva aiutando i suoi (non un vero e proprio anno sabbatico, quindi); leggeva e si interessava di politica, non era superficiale come molti suoi coetanei: ma gli sfuggiva il senso delle parole di 3C. Rimase in silenzio.
“La gente”, riprese questi, “si è scordata della magia. Peggio ancora: la considera uno sciocco passatempo per bambini, però le cose non stanno così. Sai perché mi chiamo CCC?”
Ovviamente la risposta era negativa.
“E’ un acronimo.
C Colui
C Che
C Cerca.”
“E lei cosa o chi sta cercando?”
L’uomo sorrise.
“Forse:
A Ascoltare
I Intervenire
D Difendere
A Aiutare
N Notare.”
“E?” Flavio non capiva.
“Potresti essere tu.”
“Io?” Flavio sgranò gli occhi.
“Sei stato notato dai miei superiori, ciò che rientrerà nei tuoi compiti se accetterai di unirti a noi. Solo che tu dovrai notare persone bisognose d’aiuto. Prima ho citato il libro di Tolkien. Come nel Signore degli Anelli, pure qui, nel mondo reale, il Male risorge sempre dopo una sconfitta; possono passare dieci, venti o cinquant’anni – un’inezia nel disegno dell’universo – comunque, alla fine, Esso si trasforma, assume nuove vesti e torna. E ora è tornato.”
“Una replica di Sauron?”
3C fece “no” con il dito.
“Tanti Sauron. E noi cerchiamo un Gandalf. Se questo non fosse possibile, almeno un Sam.”
Erano personaggi del Signore degli Anelli.
Flavio Toffol meditò su tali parole.
Pura follia!, dedusse.

Berisha si scostò di qualche passo. In apparenza il discorso della vecchia era ridicolo, ma non ignorava che contenesse anche del vero. L’Uomo Nero non era ridicolo! Non comprendeva il motivo per cui la megera svizzera era venuta a cercarlo, né perché si fosse confidata con lui, quasi si trovasse davanti a un prete. Forse era un trucco. Le rivolse uno sguardo sospettoso. La tentazione di scacciarla era forte. Controvoglia, le domandò: “Lei è qui di sua iniziativa o a causa di un altro ordine del suo padrone?”
La donna scosse la testa, portando alla luce un sorriso triste. “Basta ordini!”, esclamò. “Basta con il maestro dei burattini.”
A Berisha venne in mente Master of Puppets, una canzone dei Metallica. Basato principalmente sugli assoli di Kirk Hammett, il gruppo aveva riscosso un enorme successo con un trash-metal veloce e aggressivo, poi era passato al rock e alle ballate. A Berisha non dispiacevano, benché il loro non fosse il suo genere preferito. Comunque, sempre meglio della musica di oggi. Il rap italiano!
Accantonò le considerazioni sui Metallica, tornando alle questioni concrete. Doveva credere alla vecchia? Ammesso e non concesso che fosse sincera, cosa l’aveva spinta a cercarlo? Cosa voleva da lui?
“Se sono qui”, proseguì la donna, “è per una ragione precisa. Un conto sono i peccatucci, altro assecondare quel demonio. Se sono stata costretta a farlo, ciò non significa che questo mi sia piaciuto.”
Berisha si sentiva indeciso. Prestarle fede? Forse, si disse, però era necessario qualcosa di più convincente. A parole sono tutti bravi, ma poi devono seguire i fatti. E questi “peccatucci”, di cui aveva già accennato, sostenendo che aveva ottenuto il perdono di Dio, di che genere erano? Aveva rubato, accusato qualcuno ingiustamente, praticato il male sotto diverse forme? Non gli importava granché, in effetti; le domande più importanti riguardavano lui e la presenza inattesa della vecchia. Cercò di cogliere qualche segno di falsità dall’espressione del suo viso, ma non c’era luce a sufficienza per un esame attento.
Il tempo era cambiato, stava arrivando un temporale estivo, nel cielo balenavano i primi lampi, la pioggia era imminente. “Senta, adesso devo andare.”, disse Berisha, corrugando la fronte.
“Soltanto un attimo! Io vorrei aiutarla.”
Ci fu un silenzio. Berisha cambiò piede d’appoggio. Alla fine stabilì che non mentiva. Più che alla razionalità, si affidò all’istinto; in genere non lo tradiva. Aveva già degli alleati – il misterioso Aidan, Paola, il piccolo Vale – aggiungere alla lista la “strega” tutto sommato sarebbe potuto essere d’aiuto. D’altro canto, non vedeva rischi eccessivi in questo. Nondimeno, conservava ancora qualche dubbio.
“Perché si è rivolta a me? E come fa a conoscermi?”, chiese in tono brusco.
“Ho sentito parlare di lei in occasione del mio incontro con Lui.
“Ah. E cosa ha sentito?” Berisha era incuriosito.
La donna distolse lo sguardo.
“Che la distruggerà.”

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“Notte. Night.
Sogno. Dream.
Sogni che si avverano.
Dreams that si avverano.
La frase completa era troppo difficile per il suo inglese imparato dai fumetti.
Si fermò, ansimando leggermente, e scrutò il panorama davanti a sé. Il sole stava calando in un prodigio di colori; ma non era questo che gli interessava.
Avvertiva un flusso crescente di calore, come una sensazione di forza e di benessere, e sentiva che il suo momento era arrivato. Indossava un paio di jeans stinti, un logoro giubbotto provvisto di varie tasche, e calzava stivali scalcagnati. Come Randall Flagg, pensò. Non era riuscito a leggere “The Stand” per intero, a causa dell’eccessiva lunghezza del libro e della complessità di molte parti, però aveva visto lo sceneggiato a puntate in tv, accompagnando la visione con innumerevoli lattine di birra chiara, e il resto se lo era comunque inventato.”
Come Randall Flagg comincia così: con una breve descrizione dell’Uomo Nero, il quale avverte un Potere sempre più forte circolare in lui, Potere che sarà usato per scopi malvagi.
Dopo l’Antagonista vengono presentati i protagonisti principali: Paola, una bella ragazza, Vale, un bambino intelligente, il professor Brenden Reed, un americano che si è trasferito in Italia per viverci gli ultimi anni (il paese dove abitano è presumibilmente Inverigo, in provincia di Como) e Berisha, un giovane slavo che assieme alla famiglia ha trovato lavoro nel bel Paese. Flagg entra nei loro sogni, terrorizzandoli, però non riesce a “vedere” le strane visioni di Berisha, riguardanti Neil Young e un eccidio a Travnik.

Travnik. Non erano bosniaci quei giovani, e neppure soldati croati fatti prigionieri: si trattava di volontari che appartenevano a un gruppo di aiuti umanitari, spinti fin lì dalla volontà di aiutare per quanto era possibile e adesso spinti a viva forza nel letame, finché le teste non scomparivano sommerse da quell’orribile sudario. Il capo dei serbi aveva sbiaditi occhi celesti, privi d’espressione; fumava e rideva, portandosi alla bocca la bottiglia di birra. Il sole al tramonto sembrava voler fuggire da quell’atroce scenario di morte. Travnik… fu come una stilettata di ghiaccio che scacciò la musica di Neil Young, e le sue parole d’amore e il suo canto avverso il razzismo.

Non cogliere tali visioni irrita non poco l’Uomo Nero: è come se un muro si frapponesse tra loro e il suo sguardo.
Flagg trova dei seguaci, salvandoli in vari modi dai pericoli in cui si sono cacciati. Essi sono Luca, un masturbatore ossessivo che in seguito sarà punito con la morte dallo stesso Flagg poiché non ha portato a termine un compito affidatogli, e Stradilasi, maestro di scuola pedofilo, ricercato per aver tentato di seviziare un bimbo. Vi è poi una vecchia svizzera, chiamata “la strega”, donna singolare che non rivestirà un profilo particolarmente attivo.
Il primo a essere eliminato è il professore americano, che aveva assunto il ruolo di guida per Paola, Vale e Berisha. Nel frattempo, Flagg sconfigge grazie ai suoi poteri magici un essere maligno che per i suoi oscuri fini aveva reso Consonno un luogo abbandonato. Flagg ne prende il posto, insediandosi nel paese fantasma (esiste veramente ed è in provincia di Lecco).

A un cenno di Flagg, dal nulla prese forma una scala mobile. Era del tipo di quelle che si trovano nei centri commerciali, nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti. Un tapis roulant che conduceva in basso, quanto in basso non era possibile stabilirlo perché sembrava procedere all’infinito. Dopo un attimo di esitazione, la Creatura lasciò cadere la spada, voltò le spalle ai lupi e saltò sul primo gradino. La scala prese a muoversi, in principio quasi con aggraziata lentezza, quindi in maniera sempre più veloce.
L’Uomo Nero accolse con una fragorosa risata le minacce che il suo Nemico gli rivolgeva urlando… solo che presto furono inghiottite dalla distanza, perdendosi in flebili eco, fino a lasciare campo a un silenzio assoluto.
Sotto vi erano fiamme scarlatte, e ancora più sotto un luogo che da migliaia di anni terrorizza l’umanità intera. Se la Creatura non ricordava da dove proveniva, lo scoprì nei successivi, pochi, secondi.
Randall Flagg congedò i lupi.
Poi tornò a sedersi e accese un’altra sigaretta.

Si presenta un nuovo, misterioso, personaggio: Aidan. Costui a sua volta conosce la magia, però a fin di bene. Dopo aver salvato Berisha da un pestaggio, raduna i tre superstiti e racconta loro di come Flagg aggredì, rendendola pazza, Giulia, la sua donna. Da molto tempo, Aidan è a caccia dell’Uomo Nero.

“Lei conosce l’Uomo Nero!”, sbottò d’un tratto Berisha. “Di persona.” Non era più una domanda, come nel pomeriggio, bensì un affermazione. Vale, Paola e Berisha aspettarono in religioso silenzio il responso dell’oracolo.
Aidan parve assentarsi. L’espressione del suo volto denotava che era immerso in profondi, inaccessibili pensieri; o forse erano ricordi, pensò Paola.
La cameriera si aggirava per il bar con aria annoiata.
Passarono due o tre minuti.
Poi Aidan rispose.

Paola è fortemente attratta da Aidan, sebbene intuisca che presto o tardi “il cavaliere errante” (così se lo figura) se ne andrà. Berisha è infastidito dalle sue molte reticenze; in ogni caso, è pronto a seguirlo. Vale stravede per lui.
Stradilasi si reca nella clinica dove è ricoverata Giulia e la sopprime, per ordine di Flagg. La vecchia svizzera si incontra con Berisha, dichiarando di non essere una strega e di aver ottenuto il perdono divino per certi suoi “peccatucci” di gioventù.
Chiedo scusa, ma non so scrivere i riassunti! A presto con il capitolo 22.

Negli ultimi tempi i giornali hanno spesso affrontato un argomento: la lenta agonia dei blog in contemporanea con l’ascesa dei cosiddetti “social”. In realtà, tale fenomeno non è affatto recente; semplicemente, la forbice si è allargata, con conseguenze, secondo me, disastrose.
Tra blog e – poniamo – la piattaforma Fabeboock esistono due differenze, l’una strutturale, l’altra relativa ai contenuti. Riguardo alla prima differenza, è facilmente identificabile: il blog, in linea di massima, comporta un impegno, quasi del tutto assente per chi sceglie di comunicare tramite FB. La seconda differenza, quella dei contenuti, rappresenta il vero lato negativo, fortemente negativo, di FB e degli altri “social”, vale a dire la totale mancanza di affidabilità. Notizie fasulle, “voci” di dubbia provenienza riportate senza il benché minimo controllo, per arrivare a insulti, minacce, bestemmie, incitamenti alla violenza. E’ questo il motivo che mi ha indotta – mesi fa – a lasciare un mondo che considero diseducativo e portatore di falsi ideali – direi, il nulla elevato a ideale.
In massima parte, le esternazioni più grossolane, volgari e farneticanti sono da ascrivere a coloro i quali rifiutano in toto il concetto di politica, dimenticando che da oltre duemila anni, pur con i suoi difetti, politica significa comunque confronto, dibattito, ricerca del bene comune e, laddove non vige una dittatura, democrazia. Combatterla a suon di slogan o propugnando improbabili assalti a un fantomatico Palazzo d’Inverno porta solo a una semplificazione priva di qualsiasi base culturale e colma, invece, di frustrazioni individuali. A differenza di chi nel ’68 si batteva, magari ingenuamente, per un “sistema” più giusto e umano, costoro mancano di spessore intellettuale. Sono il prodotto di una asocialità astratta che niente si propone al di fuori del concetto di rifiuto.
Lo schieramento è in ogni caso vasto e composito, fra chi si limita a insultare, chi invoca la pena capitale per deputati e senatori – specchio del Paese che li ha votati -, chi reclama a causa di governi non eletti dal popolo sovrano, scordando – o ignorando – che in Italia è il Presidente della Repubblica a nominare il primo ministro (quando furono Spadolini e Craxi a presiedere il governo non avevano certo la maggioranza dei voti).
Ai margini del “partito della negazione” troviamo persone che vivono alimentando in sé l’odio per i diversi, omosessuali, neri, slavi, e invidia per quanti si sono realizzati anteponendo i fatti alle parole (e lavorando, senza aspettare la manna dal cielo). Le cronache di ogni giorno testimoniano la gravità di questi esempi.
Non sono fenomeni circoscritti all’Italia, qui in Francia la situazione è uguale, così come gli atti di violenza.
Il resto è innocuo. Qualche battuta di spirito, rari spunti interessanti, poesie d’amore copiate da Google, polemiche calcistiche, resoconti di cene. Ma la spirale di incitamento all’odio, alla disgregazione, aumenta quotidianamente.
Risulta ovvio che i “social” non costituiscono tutto il male del mondo, né era mio intento sposare tale tesi. Non sono nemmeno, però, una fonte di bene.
Per questo io scelgo i blog.

In attesa del nuovo capitolo di “Come Randall Flagg” e di altri racconti, vi propongo alcuni finali di miei romanzi (o novelle, o “serie”) per avere un vostro giudizio. Operazione, questa, già effettuata una volta con “La Morte dei miei eroi” – Quale Preferisci?”, i cui testi di riferimento sono infatti qui esclusi.
Questo post non nasce da un impulso di autocompiacimento, ma dal desiderio di pareri e considerazioni per me molto utili.
A presto con L’Uomo Nero!

RAGE
E Yarbes li vide.
Per un istante non capì, poi fu come se la sua mente venisse abbagliata da quei segnali di fuoco. Non contava se era un’intuizione oppure un ragionamento cosciente: aveva compreso.
“Adesso!”, ruggì.
Il commando era pronto; si precipitarono in direzione del luogo dell’incontro, e dopo pochi momenti scorsero la vecchia casa.
David Chazan li precedette, scendendo di corsa dall’altura, si voltò e agitò una mano. “Stanno per decapitarla!”, urlò.
Soltanto Daigh udì quel grido e si girò di scatto per vedere cosa stava succedendo. Gli altri osservavano la donna in preda a sensazioni lascive; erano come ipnotizzati. In quanto a Ibrahim al-Ja’bari, era concentrato sul versetto del Corano.
Infine, diede l’ordine. “Procedi.”
Virdis sollevò l’ascia e si concentrò sul collo della donna, quindi sferrò il colpo.
Monica Squire avvertì lo spostamento d’aria e chiuse gli occhi. L’ultimo pensiero fu rivolto al suo amato John.
“Fermati.”, intervenne Ibrahim, un attimo prima della decapitazione. Daigh non stava riprendendo. “Cosa aspetti?” Lo sollecitò.
Poi fu l’inferno.
All’inizio non utilizzarono le flash-bang, riservandole per quando avrebbero fatto irruzione nella casa. Fecero fuoco con gli Ak-47, e ciò fu sufficiente. Era uno scontro fra comuni malfattori ed elementi dei Marines e dei corpi speciali degli Stati Uniti. Un confronto impari, tanto per usare un eufemismo.
“Non sparate all’arabo!”, sbraitò Yarbes.
I sardi, uno dopo l’altro, vennero falciati.
Knowles e De Beers penetrarono all’interno. Trovarono un solo uomo, che non ebbe neppure il tempo di respirare. “Libero!”, annunciò Knowles.
Wilkins prese per i capelli il Mago e lo trascinò a terra.
Ibrahim al-Ja’bari impugnò l’ascia sfuggita dalle mani di Virdis e la alzò su Monica. Lei si voltò e gli sferrò un calcio nei testicoli.
Knowles uscì dalla casa, prese il fondamentalista per il collo e lo costrinse a inginocchiarsi.
Quindi, guardò Yarbes.
Martin indicò l’ascia. “Eliminalo.” La voce era piatta, priva di emozioni.
Spostò lo sguardo su Daigh.
“E adesso alzati e riprendi.”, disse in tono gelido.
Quando la testa di Ibrahim al-Ja’bari rotolò grottescamente sul terreno, Martin Yarbes aggiunse: “E trasmetti questa immagine in tutto il mondo. Accompagnala con una sola parola: Rage.”

CARRICK E LO STRANO CASO DI JACK SPARROWS
Carrick tornò a Nizza.
In un mattino mite e soleggiato di inizio ottobre uscì di casa per intraprendere la solita passeggiata sulla Promenade des Anglais. Il mare si stendeva azzurro e limpido, appena increspato da una lieve brezza. Carrick camminava assorto in vaghi pensieri e per poco non andò a sbattere contro una giovane donna alta e bionda. Si scusò, e un istante dopo la riconobbe.
“Patricia!”
Lei gli sorrise timidamente.
“Cosa ci fa qui?”
Patricia lanciò uno sguardo al mare, quindi cercò i suoi occhi. “Ricordate quello che vi dissi quella notte, quando tutto fu finito?”
“E voi ricordate la risposta di Carrick?”, ribatté lui.
Patricia scosse la testa. “Non ho una buona memoria.”
“Insomma, Carrick vi aveva spiegato…”
La timidezza, comunque, non apparteneva alla giovane, che infatti riacquistò in breve la consueta determinazione. “Mi hai spiegato molte cose, Carrick: ma tutte stupide!”
L’investigatore sobbalzò per quell’insolenza.
Lei gli prese una mano e la strinse. “Perché gettare al vento la felicità?”
Lui la fissò. “Perché Carrick non sa amare.”, disse dopo un momento, liberandosi della sua mano.
“Ti insegnerò io.”, disse lei. “Non importa quanto durerà, se una settimana, un mese o un anno. Ciò che conta è che in quella settimana, in quel mese o in quell’anno, io ti renderò felice.”
Agitò i capelli biondi, e rise, una risata roca, irresistibile. Era bella, solare, radiosa. “Fidati di me!”
Carrick la guardava in silenzio.
“Per la prima volta in vita tua, sarai felice. Altrimenti che senso avrebbe l’esistenza?”
Si allontanò, diretta alla spiaggia. Si tolse le scarpe e, scalza, andò in cerca di conchiglie.
A un tratto si fermò e tirò fuori una vecchia moneta ricevuta in eredità da un lontano parente; l’aveva sempre considerata una specie di portafortuna. La contemplò per un momento, poi trasse un profondo respiro e la scagliò in alto.
Se fosse ricaduta dalla parte di Giorgio III, Carrick sarebbe arrivato.

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

L’UOMO DI GHIACCIO
Indifferente a quando stava accadendo a Yazenevo e a Langley, e ai pensieri rivolti alla sua persona, Matrioska aprì un contenitore di metallo, dal quale estrasse un’arma ultra piatta, priva di munizioni. Prese una manciata di neve e, dopo averla schiacciata e ridotta a una piccola palla, la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, come avrebbe fatto con la sabbia. In questo secondo caso, la sabbia si sarebbe trasformata in vetro. La neve invece divenne ghiaccio. Micidiali proiettili di ghiaccio.
Benché le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana, Matrioska le apprezzava molto.
Prese accuratamente la mira e sparò.
Non è dato sapere ciò che in quel momento Altmann pensava, osservando attonito il fantoccio di stracci che aveva scambiato per il russo. E neppure se, prima di morire, si pentì delle atrocità che aveva commesso nella sua vita scellerata.
Aleksandr gli fu sopra, mentre agonizzava, e lo fissò senza provare alcuna emozione. Aveva svolto il suo lavoro, nient’altro.
Se qualcuno avesse assistito alla scena, ne avrebbe dedotto, non a torto, che se esisteva un Uomo di Ghiaccio, quello era l’agente del KGB.
Matrioska si allontanò nella notte.
Ancora non poteva saperlo, ma un giorno, per volere di Vladimir Putin, Aleksandr Sergeivic Stavrogin sarebbe diventato tenente generale.

Amiche e amici vi auguro giorni lieti e sereni. Riprenderò a scrivere dopo Ferragosto.

La riunione si prolungò, e per Aidan arrivarono altri caffè. Rispose a nuove domande, ne lasciò cadere alcune, spiegò che soltanto a posteriori aveva appreso l’identità del criminale responsabile di ciò che era accaduto a Giulia. Dopo aver fissato un nuovo appuntamento, uscì dal bar e si eclissò nella notte. A bordo della moto, andò a Lecco, dove prese alloggio in un vecchio albergo prospiciente il lago. Dalla camera scrutò le acque scure, sulle quali si riversava la pioggia, mentre in cielo i lampi si rincorrevano. Da lì Consonno, ugualmente bersagliata dal maltempo, era invisibile, sebbene fosse poco distante: ma Aidan sapeva perfettamente dove si trovava.
Rimase immobile a guardare il lago, immerso in profonde riflessioni.

Trascorsero due giorni, in cui non successe alcunché di significativo; al termine del secondo, verso l’imbrunire, una nebbia quasi autunnale si era impossessata del panorama circostante. Un uomo, abbigliato in maniera inadeguata al tempo, percorreva a piedi il viottolo che conduceva all’entrata principale di un fabbricato. La struttura era situata nel verde di una conca, ciò nonostante aveva un aspetto vagamente sinistro.
L’uomo era spaventato e ansioso. Era anche in parte stizzito, nonché stanco a causa del lungo viaggio in treno che lo aveva portato a intraprendere una missione per lui odiosa.
Lo spavento nasceva dall’orribile morte di Luca Barbenni. E se in qualche modo avesse deluso il suo Padrone? Gli sarebbe toccata un’identica sorte, e non era per nulla una prospettiva piacevole. L’ansia derivava da quello che stava per fare: molte cose potevano andare storte, non ultima che qualche poliziotto si mettesse sulle sue tracce. Di lì a un’ora avrebbe preso il treno per il rientro e, se informati da un infermiere di ciò che aveva fatto, lo avessero atteso alla stazione? La stizza era dovuta alla promessa di un piacevole incontro con un ragazzino, che era stato rimandato. Prima, doveva portare a termine quanto gli era stato ordinato di fare (con questo non metteva in dubbio che la promessa sarebbe stata mantenuta, però avrebbe preferito anticipare i tempi). La missione, infine, era odiosa: gli piacevano i bambini, ma non era un assassino.
Seguendo le istruzioni ricevute, girò intorno all’edificio. Il terreno era umido per via della pioggia caduta in abbondanza nelle prime ore del pomeriggio. Un prato separava l’altro lato della costruzione da un piccolo bosco; ai margini del prato c’era una vasca di pesci rossi (senza pesci) e sulla sinistra del bosco un orto che aveva conosciuto tempi migliori. Oltrepassò la porta di servizio e qualche metro più avanti trovò – come da indicazioni – un’altra entrata, accanto a una catasta di legnami. Non era chiusa a chiave, la aprì senza problemi. C’era un corridoio, lungo e buio. In fondo, una porticina immetteva nel locale caldaie, oltre a questo una scala portava ai piani superiori. I gradini necessitavano di un buon lavoro di manutenzione, sembravano sul punto di rompersi da un momento all’altro. Con circospezione Stradilasi li affrontò per giungere a un’ulteriore porta. Ed ecco il reparto che cercava. Si guardò attorno: non vide nessuno. I pazienti avevano già cenato e ora si apprestavano a dormire oppure a causare problemi, a seconda dei casi. Stradilasi individuò la stanza che cercava ed entrò. Era una singola perché qualcuno pagava la differenza per lei; Stradilasi ignorava chi fosse, ma L’Uomo Nero lo sapeva. A quanto pareva, sapeva tutto.
Una sola luce era accesa.
La donna giaceva supina sul letto, lo sguardo assente rivolto al soffitto. Il vassoio con i resti della cena – in realtà, la gran parte della cena – era rimasto sul comodino; evidentemente l’infermiera o chi per essa aveva iniziato a sbarazzare, tuttavia senza completare l’opera. Le ragioni potevano essere svariate: noia, pigrizia, una chiamata improvvisa. Ciò significava che presto sarebbe tornata, quindi bisognava far presto.
Stradilasi tirò fuori da una tasca la siringa preparata da Flagg.
Gli sembrò pesantissima… una tonnellata e forse più.
In bocca sentiva un sapore viscido, qualcosa di molto più che sgradevole, e a un tratto si accorse che sudava. Brandì la siringa come fosse un’arma, e in effetti lo era, ma si bloccò quando fu vicina al braccio scoperto della sua vittima. Gli tremavano le mani. Non posso, si disse. Non posso farlo. Poi pensò all’Uomo Nero.
Mi perdonerà. Capirà.
No. Non avrebbe capito e non lo avrebbe perdonato. Sotto questi aspetti ormai lo conosceva bene; a sufficienza, comunque, per escludere a priori ogni parvenza, sia pur minima, di comprensione. Flagg non ammetteva la disobbedienza, non accettava gli errori, non stava ad ascoltare le giustificazioni.
Stradilasi rimase fermo a fissare la donna, la mano che stringeva la siringa tremante, il sudore copioso, benché nella camera non facesse affatto caldo.

Paola uscì di casa per sbrigare una commissione. Era tardi e forse avrebbe trovato la lavanderia già chiusa. Niente vestito a fiori: sua madre avrebbe dovuto svegliarsi prima, e in ogni caso quell’abito non le donava; lo avrebbe indossato l’indomani l’altro.
Era stata una bella giornata di sole, priva d’afa, e adesso la sera calava come un incantesimo, preannunciando una notte scintillante di stelle. Incrociò alcuni ragazzini diretti al campo di calcio; la conoscevano e la salutarono con entusiasmo.
La lavanderia era chiusa. Paola girò sul retro e suonò il campanello di una casa confinante con l’esercizio. Lì abitava Sabrina, la simpatica proprietaria. La donna si affacciò alla finestra, dischiudendo le labbra in un sorriso che l’avrebbe resa molto attraente, non fosse stato per i denti da cavallo. Seguì uno scambio di battute scherzose. “Spedisco giù mio marito.”, dichiarò infine Sabrina. La frase suscitò ilarità in chi l’aveva pronunciata e in chi l’aveva ascoltata, ma se Sabrina rideva di gusto, non altrettanto si sarebbe potuto dire di Paola che la imitava per una forma di cortesia.
Di punto in bianco, infatti, e non per la prima volta durante le ultime settimane, era stata raggiunta dall’immagine dell’Uomo Nero, così come se la figurava (e c’era una differenza rispetto ai sogni, benché lei stessa non avrebbe saputo spiegarsene il motivo). Mentre rideva, o più esattamente fingeva di farlo, aveva poi pensato a Luca Barbenni e alla sua tragica fine. Davanti alla morte, non esistevano antipatia e disprezzo; questo, almeno, era il suo convincimento. Il pensiero successivo fu rivolto al forestiero, Aidan. Per assonanza, si concentrò su Attilio. Non aveva mai ritenuto di amarlo, amarlo veramente come facevano le eroine dei libri che leggeva o le protagoniste di certi film; adesso, però, si rendeva conto che non provava più nulla per lui, se non uno sbiadito affetto. Paragonato allo sconosciuto cavaliere errante – in questo modo considerava Aidan – egli scompariva. Attilio era un bravo ragazzo, di indole gentile; non aveva mai preteso ciò che lei non intendeva dargli, solo qualche tentativo di andare oltre, pronto a ritrarsi a seguito di una sua occhiata severa. Un amico. Un buon amico. Gli augurava una fidanzata meno complicata. Aidan era qualcosa d’altro. Ma chi era veramente? Aveva evitato di rispondere a una domanda relativa al bastone cui si appoggiava per camminare. Disponeva di poteri… magici, come aveva fatto notare Berisha. Tuttavia era un argomento sul quale preferiva sorvolare.
Era talmente assorta che non si accorse della presenza di Guido, il marito di Sabrina, se non quando si sentì toccare un braccio. “Non ti avrò spaventata!”, commentò, vedendola sobbalzare. Lei gli sorrise. Era un uomo gioviale, forse un po’ troppo gioviale quando esagerava con il vino. Sempre meglio di quelli che diventavano rissosi e violenti. Estrasse una grossa chiave da una tasca dei pantaloni, armeggiò con la serratura e finalmente riuscì a entrare dalla porta sul retro. Il vestito era pronto, lo prese e confezionò un pacco con movimenti laboriosi, quindi lo porse alla giovane. “Questa sera, risotto con i funghi e pollo alla cacciatora!”, dichiarò soddisfatto. “I funghi li ho trovati io, di mattina presto. Sono andato fino in Svizzera, c’è un posto speciale che pochi conoscono, però guai a tardare, altrimenti qualcuno li fa sparire e tu rimani a bocca asciutta. Il momento migliore è poco dopo l’alba. Non che mi piaccia svegliarmi con il buio, ma ne valeva la pena. L’importante è non farsi beccare, non ci mettono niente a sbatterti dentro! Alla frontiera bisogna nasconderli bene. Ti va un calice di rosso?” Dall’alito e dalla raffica di parole Paola arguì che era già sulla buona strada di una bella sbronza; declinò l’offerta, ringraziandolo, e, dopo aver salutato Sabrina che era ancora alla finestra, intraprese il cammino di ritorno. Intanto, continuava a pensare al “cavaliere errante”.
I sogni muoiono all’alba o al tramonto? Paola scrollò le spalle. Era un interrogativo stupido. Semplicemente, non bisognerebbe sognare, perdersi in fantasticherie inutili. Presto o tardi, Aidan sarebbe ripartito e lei non lo avrebbe più visto. La vita non è una soap opera, concluse acidamente. Svegliati, ragazza!

Mentre Paola si avviava verso casa e Stradilasi esitava davanti al letto della stanza numero quattordici, Berisha fissava cupamente la casa dove aveva vissuto il professor Brendeen Reed. Si era recato a Erba per acquistare alcuni prodotti che servivano per intrecciare cesti di vimini e, portata a termine l’incombenza, aveva intrapreso quel pellegrinaggio forse privo di senso.
La serata, tiepida e piacevole, non migliorava il suo umore. Era scontento per varie ragioni. Innanzi tutto, non amava ciò che non capiva, e la morte di Luca Barbenni gli appariva assurda, al limite della fantascienza. Quando mai gli uccelli – questa era la versione ufficiale – assalivano gli esseri umani? Se Aidan ne conosceva il motivo, dalla sua bocca non era trapelata una parola.
Poi, lo stesso Aidan, con tutti i suoi misteri, le allusioni, i concetti spesso espressi in modo oscuro, la ritrosia nell’affrontare determinati argomenti. Era lì per aiutarli, questo sì, ma si comportava in maniera strana; a volte sembrava che li considerasse – lui, Paola, Vale – come fossero dei bambini. D’accordo, Vale lo era, però era l’unico. In ultimo, non si era attenuato il dolore causato dalla dipartita del professore americano. E le visioni? E i dannati sogni? Ulteriori tasselli di un puzzle stravagante. A giorni alterni il puzzle assumeva significati diversi.
Naturalmente non aveva sentito le esternazioni, dettate dal vino, di Guido, e quindi i riferimenti alla verde Svizzera: in caso contrario, la sua sorpresa sarebbe stata grande. Quasi evocata dal racconto di funghi, all’improvviso comparve la vecchia megera, appunto di nazionalità elvetica. Lo stava osservando da qualche minuto, senza che lui se ne fosse accorto; ora si era fatta avanti.
Come tutti in paese, Berisha la conosceva solo di vista, non si erano mai parlati e, se possibile, egli la evitava. In lei ravvisava un’aura sinistra, simile a una nube scura in una giornata altrimenti bella. Emanava vibrazioni negative che, unite al suo aspetto, facevano pensare che fosse una strega. Trascorreva il tempo girando per vie e piazze, borbottando frasi incomprensibili. Adesso lo guardava, lo scandagliava con gli occhietti maligni. A dispetto del clima estivo, indossava indumenti pesanti e, in palese contraddizione, si faceva aria con un ventaglio dall’aria pretenziosa. Le scarpe, tuttavia, erano logore e i vestiti dimessi. Con la mano sinistra reggeva una sporta, tenendo libera la destra per agitare il ventaglio.
Parlò a voce bassa, guardandosi alle spalle come se temesse di essere spiata. Un italiano avrebbe notato la classica cadenza ticinese, non Berisha, dato che essendo straniero non era in grado di cogliere sfumature e inflessioni, sebbene si esprimesse più che correttamente nella lingua del Paese d’adozione. Il giovane le lesse sul viso debolezza e paura. E c’era dell’altro: un senso di inquietudine, una parvenza di trattenuto rimorso, l’idea che il mondo fosse andato avanti, lasciandola, suo malgrado, indietro. Tutto questo colse nel breve spazio di pochi secondi, poi si limitò ad ascoltare.
Era stata costretta, lei disse. Era stata costretta a entrare in un ingranaggio perverso, contro la sua volontà, contro i suoi sentimenti. Aveva lasciato la Svizzera a causa di certi eventi, aggiunse senza specificare quali. Si era trasferita lì, nell’appartamentino che aveva in affitto al confine con Arosio in seguito a un’inserzione apparsa sul Corriere del Ticino. Trascorreva serenamente gli ultimi anni, esclusi gli acciacchi dovuti all’età avanzata; le piaceva camminare, respirare aria buona, osservare colline e montagne. Forse non era molto, continuò seguendo un filo che a Berisha parve quantomeno contorto, ma per lei andava bene. Si accontentava. Aveva dimenticato certi peccatucci commessi quando era ancora giovane, li aveva proprio rimossi, perciò era come se Dio l’avesse assolta (un ragionamento che Berisha accolse con scetticismo). Ma un brutto giorno aveva incontrato Lui, preferiva non pronunciare quel nome, ed era stata incaricata di una missione. Era una cosa semplice, le aveva detto per rassicurarla, facile come bere un bicchier d’acqua. In realtà non doveva fare nulla in prima persona, soltanto fungere da tramite. Le era stato fornito un indirizzo – questa casa! – e un nome. “Vai lì”, le aveva ordinato, “e aspetta di vedere quell’uomo in faccia. Il resto, accadrà per mezzo mio.” Quanto era fredda quella voce! Gelida, da ghiacciare il sangue nelle vene. Lei aveva obbedito, non poteva opporsi, anche se lo avrebbe tanto voluto.
Finita la confessione, o quello che era, fissò Berisha con aria ansiosa, quasi si aspettasse una nuova assoluzione.

Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e quindi spedì il manoscritto a sei differenti Case Editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro tra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili era pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca; rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

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