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ON WRITING

Questi sono miei spunti di riflessione, che ho voluto condividere con voi. Non intendo assolutamente fare la maestrina!

I DIALOGHI
Nel mio primo romanzo pubblicato, “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, i dialoghi erano praticamente assenti, perché non sapevo scriverli e di conseguenza li vedevo come il fumo negli occhi. Poi, qualcosa si impara o si può imparare o si tenta di imparare, non sta a me dirlo. A meno che non stiate lavorando a un pezzo di teatro, essi non vanno intesi come un continuo scambio di battute: occorre intercalare con pensieri oppure gesti dei protagonisti o altro ancora (descrizioni della natura, eventuali reazioni di terze persone, ricordi del passato, etc.); in questo “fondamentale” ritengo che Stephen King sia un Maestro, e leggendolo con attenzione (i primi libri, direi) è possibile imparare molto.
Solamente a livello di impostazione del dialogo, però: cioè per la giusta scansione e alternanza tra frasi e necessario contorno, ma non per i pistolotti che il Re mette in bocca ai suoi personaggi. Infatti, benché usino un linguaggio aderente al racconto, alla mano e scorrevole, parlano tuttavia come un libro stampato, utilizzando un gergo fantasioso che non trova riscontri nella realtà. Non conosco nessuno al mondo che si esprima in quel modo, e di gente ne conosco tanta.
Tornando ai dialoghi in genere – un punto importante -, qui di seguito ne propongo due.
Il primo:
“Come stai?”, chiese Dario.
“Bene. Grazie.”, rispose Lucia.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna.
A me sembra che non funzioni.
Vediamo il secondo:
“Come stai?”, chiese Dario, accendendosi una sigaretta.
“Bene. Grazie.” Lucia distolse lo sguardo per osservare un punto imprecisato della parete. C’era un quadro su quella parete, che le ricordava momenti più felici.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario, sorridendo.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna. Proprio lì, in riva al mare, aveva amato ed era stata amata, in un tempo così lontano da sembrare un sogno, di quelli che all’alba svaniscono, cancellati dal nuovo giorno.
Credo che vada meglio questo; naturalmente è soltanto un esempio.
Un dialogo efficace concorre a una buona caratterizzazione dei personaggi. Qui sopra abbiamo scoperto che Lucia non è felice e rimpiange un amore perduto (Dario? Un altro uomo?).
Proseguendo, sarebbero venute a galla altre cose.
Attenzione, poi, ai lunghi monologhi, se non si è Dostoevskij.
E’ importante, infine, rispettare una semplice regola: parla come mangi. Un agricoltore del Maine NON si esprimerà mai come un laureato di Harvard.

PAURA DELLA PAGINA BIANCA
Chi più, chi meno, penso che sia successo a tutti, tranne qualche esemplare robotico. Come combattere questo timore? Non serve (e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe risultare addirittura controproducente) sforzarsi, costringersi a scrivere. Un rimedio efficace è quello di deporre penna, matita, macchina per scrivere (o spegnere il pc) e fare una bella passeggiata, oppure un giro in macchina, o dedicarsi alla lettura, agli svaghi preferiti, alla musica, senza tornare con il pensiero a ciò che nel frattempo si è provvisoriamente lasciato.
Un mio personale metodo consiste nello scrivere la prima frase del capitolo o del racconto in questione, lasciandola poi in sospeso. Da lì parto il giorno successivo, e non è detto che alla fine tale incipit non sparisca, oppure venga sostanzialmente modificato; d’altro canto, ha già svolto la sua funzione. Sempre riguardo al “blocco dello scrittore” (anche se nel mio specifico caso preferisco il termine “autrice”), vanno bene, a seconda del momento, sia il silenzio, sia Bruce Springsteen.
Anche il luogo scelto per scrivere appartiene alla sfera soggettiva. Esistono mille opzioni. In casa, davanti al computer o chini su un quaderno, seduti al tavolino di un bar, in macchina, nel verde di un parco (il mio preferito. Mi piace pure la spiaggia, benché abbia ancora vivido il ricordo di quando – l’estate scorsa – le mie natiche divennero il bersaglio di una carabina ad aria compressa, di quelle che sparano pallini, forse non pericolosi ma certamente dolorosi).
Ho letto opinioni in merito che non condivido affatto, tipo: appartatevi, chiudete le finestre, lasciando il mondo fuori, concentratevi, senza lasciarvi distrarre da alcunché. Quanta presunzione in queste parole! Ogni persona è diversa dalle altre, e naturalmente ciò vale anche per gli stimoli. Io mi distraggo in continuazione e, per citare degli esempi più illustri, J.R.R. Tolkien disegnava rune, invece di scrivere; Georges Simenon scriveva – benissimo – nei caffè, in mezzo alla gente; qualcuno – adesso non rammento chi – produceva il meglio sulla metropolitana di Londra. Gli autori che lavorano da ubriachi meriterebbero un capitolo a parte. Non è davvero questo il punto.
Concludendo il discorso, i risultati ottenuti indicheranno la soluzione migliore.

ALTERNARE PERIODI BREVI E LUNGHI E IL PRIMO COMANDAMENTO
Secondo me, il miglior modo di procedere è questo.
Troppe frasi brevi, una dopo l’altra, danno a ciò a cui si sta lavorando un sapore, come dire, telegrafico, inutilmente ansiogeno. L’estremo opposto – periodi lunghi in successione – appesantisce la struttura del testo, e non invoglia alla lettura. Lo schema che mi sento di suggerire ricorda i giardini inglesi a coltivazione alternata: uno spettacolo superbo.
Leggere è il Primo Comandamento. Leggendo si acquisisce quella padronanza del linguaggio (e del ritmo) atta ad applicare ai propri testi i concetti sopra esposti.
La stessa formula, anche se in realtà la definizione suona impropria, può essere adoperata per confezionare la trama di un racconto, soprattutto in merito alla ricerca della suspense. Il cosiddetto climax generalmente viene raggiunto non prima di un periodo di attesa, propedeutico a quanto accadrà successivamente. Il colpo di scena, se e quando arriva, deve essere quasi inaspettato, come un lampo in una notte estiva. Sono, però, necessari i “segni premonitori”. Queste non sono regole matematiche, piuttosto una base di partenza: la sensibilità, un istinto “musicale” rappresentano i venti favorevoli che condurranno la nave in porto. Leggere molto rafforza tali venti. In certi casi, li fa nascere.
E’ un comandamento scolpito nella roccia.

SECONDA STESURA
Durante la seconda stesura, o correzione che dir si voglia, è bene interpretare all’incontrario il famoso detto latino “melius est abundare quam deficere”. “Tagliare” risulta doloroso (si rinuncia consapevolmente a una parte di se stessi), ne sono pienamente consapevole, mentre “aggiungere” è un esercizio gratificante; ma sono i necessari “tagli”, il lavoro di forbici, a migliorare la qualità di quanto si è scritto.
Un’analisi oggettiva, che esuli da considerazioni narcisistiche, dimostrerà infatti che molti aggettivi, per non parlare di interi brani, risultavano inutili, a volte persino dannosi. In questi casi, la ragione deve prevalere sull’istinto. E’ consigliabile, a tale fine, prendere in mano i libri di Hemingway e di Bukowski. Non quelli di Stephen King: ridotti di una buona metà, i suoi romanzi acquisterebbero moltissimo. (Con lui da sempre ho un rapporto di amore e odio; cerco peraltro di essere onesta).
Viceversa, “Arrivarono al fiume; il fiume era lì” di Ernest Hemingway è un illuminante esempio di scrittura scorrevole (nonché evocativa).

ATTENDIBILITA’ E DUE PAROLE SUL GENERE HORROR
E’ importante (fondamentale) conoscere la “materia del contendere”. E, anche se si è ferrati su un dato argomento, non vanno comunque tralasciate le opportune ricerche, selezionando bene le fonti. Così si eviterà di incorrere nelle sviste di Ken Follett (sotto altri aspetti, lungi da me l’idea di criticarlo). In uno dei suoi romanzi ambientati nel Medioevo, egli descrive un campo di fagioli… prima della scoperta dell’America.
Quando, invece, mi capita di leggere un libro di Forsyth, di Tom Clancy, di Wilbur Smith, vado sul sicuro; tutto ciò di cui parlano è vero, a parte la storia, ovvio.
Personalmente, ho scritto vari romanzi di spionaggio e posso assicurarvi che ho dedicato alle ricerche un tempo assai maggiore di quello riservato alla scrittura. Non mi sognerei mai, però, di dar vita a un legal-thriller: se sei a zero, non sai nemmeno dove incominciare a svolgere ricerche, per quanto impegno tu ci metta.
Il “fantasy-horror” è un altro campo da gioco; lì non occorrono conoscenze specifiche, e questo è il motivo per cui sto postando “Come Randall Flagg”… stress da ricerca… eh eh eh 🙂
Riguardo all’horror: qualora non si riesca a spaventare il lettore (fidatevi, è facile accorgersene), alimentando le sue paure inconsce, l’alternativa consiste nel suscitare repulsione, o almeno un senso di disagio. A tale scopo è consentito il gioco duro; i falli sono ammessi: l’arbitro interromperà la partita soltanto nel caso di un deliberato tentativo di ingannare il lettore (e questo vale per ogni genere letterario). Lasciamo gli inganni alla NASA. L’unico libro di Dan Brown che mi è piaciuto, “La verità del ghiaccio”, affronta proprio questo tema, della serie: “Inventiamo qualcosa, poi si vedrà.”

CONCLUSIONE
Ci sarebbe molto altro da dire, ma non voglio annoiarvi, posto che non ci sia già riuscita.
Potrei suggerire di non eccedere in subordinate, avverbi e quelle brutte cose lì. Potrei anche sottolineare il fatto che in una buona narrazione è superfluo specificare uno stato d’animo, quando esso risulta già chiaro. Se Joe scaglia il telefono contro una parete significa che è furibondo. Perché, dunque, aggiungere il termine “irato”? Scagliò irato il telefono: via irato!
Una rapida annotazione relativa ai cambi di tempo (dall’imperfetto al passato remoto). Vanno utilizzati con doverosa cautela. E’ un mare insidioso a causa degli scogli che affiorano dall’acqua; per superarne le insidie, rafforzate dalla foschia che impedisce una chiara visuale, è necessaria una certa dose di esperienza. Centomila parole già scritte e corrette dovrebbero bastare. Al di sotto di questa soglia, si rischia il naufragio. Io, comunque, li adoro.
Mi fermo, quindi, qui.
The game is over.
Esprimerò solo un ultimo pensiero, forse banale, ma non per questo meno vero: per chi ama farlo, scrivere è vivere. Ed è una gran bella vita, ci potete contare.

Il corvo era giunto dall’altra parte delle montagne e aveva scelto come punto di osservazione la ringhiera che delimitava il piccolo terrazzo riservato ai fumatori, quando il cinema non aveva ancora chiuso i battenti. Da lì guardava la scena senza manifestare particolare interesse, simile al conducente di un carro funebre nel momento in cui i becchini scaricano la bara per trasportarla al cimitero.
Vide arrivare i lupi. Si fecero avanti in silenzio, non un ringhio, non un ululato, come se volessero passare inosservati o, forse, questi erano gli ordini: sistemare la faccenda nel minor tempo possibile sfruttando l’elemento sorpresa, dopodiché intraprendere un rapido rientro verso casa, ovunque essa si trovasse.
Il primo a scorgerli fu il capo della banda. Impallidì e alzò le braccia in un inutile tentativo di difesa. La lotta, posto che si potesse definirla tale, durò pochissimo, secondo la volontà dell’oscuro Essere che aveva predisposto quell’assalto. Nel giro di pochi minuti il sole illuminava i cadaveri, orribilmente mutilati, dei tre teppisti.
Il quarto, al volante dell’auto, inorridì, si portò una mano tremante alla bocca e ingranò la marcia. La macchina partì sobbalzando e raggiunse la prima curva… oltre la quale si ergeva un muro. L’uomo si voltò. Trasse un sospiro di sollievo: i lupi lo avevano ignorato. Fece manovra, girò la macchina, rilasciò la frizione e inserì nuovamente la prima, poi la seconda. Tornò al luogo della carneficina, evitò con uno slalom i corpi dei suoi amici e imboccò la strada che avevano percorso all’andata. Era sconvolto sicché non si pose troppe domande, la più semplice (e ovvia) delle quali sarebbe stata: “cosa diavolo ci facevano dei lupi in un paese?”
Lanciò uno sguardo allo specchietto retrovisore, ciò che gli procurò un altro sospiro di sollievo; quegli orrendi animali erano scomparsi, quasi fossero stati inghiottiti dal suolo. Adesso sarebbe tornato a Milano, avrebbe bevuto sei o sette birre per dimenticare l’accaduto, pianto qualche lacrima e non sarebbe mai più tornato in Brianza, un luogo evidentemente maledetto.
Allungò la destra per prendere le sigarette e l’auto si fermò.
Sconcertato, girò la chiave più volte, provò a cambiare le marce, il tutto senza esito alcuno. Sbirciò dietro una spalla, scrutando sospettosamente la strada. Per fortuna era deserta. Dopo un attimo di esitazione, scese, aprì il cofano e cercò di capire cos’era successo, impresa difficile poiché non era ferrato in materia. Sopra di lui, il sole splendeva gagliardamente, presto si ritrovò tutto sudato; la camicia si era come incollata alla pelle, vaste chiazze di sudore si erano formate sul torace, sulla schiena, nelle ascelle. Ignorando il disagio, continuò a indagare sulle possibili cause del guasto. Mosse alcuni fili, quindi risalì sulla vettura. Provò a far ripartire la macchina. Con grande soddisfazione udì il suono rassicurante del motore che si avviava. Tese un braccio per richiudere la portiera e fu raggiunto da un dolore lancinante. Si voltò di scatto. Un lupo lo stava azzannando. Benché fosse stato preso alla sprovvista, il teppista non perse tempo. Si liberò con uno strattone (e subì una nuova ondata di dolore), lanciandosi poi sul sedile del passeggero. Si protese in direzione dello sportello, abbassò la maniglia e si catapultò fuori; rotolò su se stesso, si rialzò e iniziò a correre. Da ragazzo era stato il più veloce della compagnia e, sebbene non fosse in piena forma a causa delle troppe sigarette e del numero eccessivo di birre che trangugiava, non aveva perso del tutto la capacità di correre forte. Il centro di Oggiono era relativamente vicino, se lo avesse raggiunto avrebbe trovato aiuto. Ammettendo (e non lo credeva) che il lupo lo avesse seguito, la storia sarebbe finita lì. “Bastardo!”, ringhiò.
Come se lo avesse evocato, in quel momento percepì distintamente il rumore di un altro ringhio, proprio alle sue spalle. Accelerò disperatamente e gli parve di guadagnare terreno. Senza diminuire l’andatura, si passò una mano sugli occhi per liberarli dalle gocce di sudore. Incominciava ad ansimare, la sua riserva di fiato andava esaurendosi. La mancanza di esercizio fisico (tralasciando le frequenti risse) e di una corretta alimentazione si facevano sentire. “Maledetto bastardo!”, grugnì di nuovo, mentre si produceva in un ulteriore, faticoso, scatto. Di fronte a lui, circa a un centinaio di metri di distanza, apparve una motocicletta, guidata da un ragazzo.
“Sono salvo!”, pensò euforico. “Se riesco a montare sulla dannata motocicletta, il fottuto lupo non potrà mai prendermi.” Si trattava di una prospettiva alquanto confortante che lo colmò di gioia. Non sarebbe stato diverso nel caso di un gatto, allorché il cane che gli stava facendo la posta fosse stato richiamato in casa dal padrone.
A un tratto, una sirena emise un suono lugubre, come un richiamo di fantasmi. Il teppista rabbrividì.
Fu allora che il lupo gli balzò addosso.
In alto, il corvo gracchiò. Un istante dopo, volava verso le montagne.

“Sì. E’ così.”, ammise Berisha.
“I sogni, invece, riguardano l’Uomo Nero?”
Berisha annuì. “Non solo i miei.”, aggiunse dopo un momento.
“Di chi altri?” Aidan lo scrutava, attento.
“Uno è morto.”, rispose il giovane. “Era un professore americano, in gamba. A parte lui e me, Paola e Vale, un bambino.”
“Devo incontrarli. E’ necessario.”, disse Aidan. Se prima era sembrato distratto e assorto in pensieri tutti suoi, ora fissava Berisha con grande interesse, quasi volesse imprimersi nella mente ogni singola parola.
“Lei, però, non ha risposto alla mia domanda.” Berisha non riusciva a capire… com’era possibile che un perfetto sconosciuto sapesse di visioni e di sogni, e perché gli interessavano, e per quale ragione intendeva incontrarsi con Paola e con Vale? Era un mistero, e i misteri, se non appartenevano a libri o film, non gli piacevano molto.
Aidan fece un cenno alla graziosa cameriera e ordinò un altro caffè. “Non è facile rispondere alla tua domanda, e questo comporterebbe ancora altre domande… magari più avanti… non abbiamo molto tempo davanti a noi, e non è bene sprecarlo. Desidero parlare con i tuoi amici. Lui “entra” nei sogni di chi vuole “catturare”, meglio non saprei spiegarlo. Però, con te… ” Lasciò la frase in sospeso e si dedicò al caffè.
“Con me?”, volle sapere Berisha.
“Non riesce a penetrare nelle tue visioni. Ciò, naturalmente, lo irrita. Egli dispone di vasti poteri, e per lui risulta inammissibile che qualcuno gli si opponga, anche solo erigendo un muro a propria difesa; peraltro, non è Dio, e neppure Lucifero.” Scosse la testa. “Diciamo che, sebbene siano pochi, non è immune da alcuni limiti, che in qualche caso lo frenano. Tuttavia il suo orgoglio è vasto, e lui agirà in base a tale orgoglio.”
Berisha si sporse verso di lui. “Lei lo conosce? Intendo: di persona?”
Aidan giocò con il cucchiaino, quindi si alzò, depositando delle monete sul tavolo. Consultò l’orologio. “So che cenate presto da queste parti. Ci incontreremo qui, questa sera alle otto. E’ importante: non mancate!”
Uscì dal bar, incamminandosi con il sostegno del bastone in direzione della moto.
Berisha restò fermo, immobile, a interrogarsi su quell’uomo così singolare e così refrattario a dare semplici risposte. Infine, dovette ammettere con se stesso che tanto semplici non erano.
Out of the Blue.
Into the Black.
Le immagini sfrecciarono improvvise nella sua mente come proiettili intrisi di veleno.
Neil Young. Travnik.
Morte e distruzione.
E un’entità maligna che da lontano sogghignava.

Grazie ai 547 followers. Anche se 530 di questi da me non li ho mai visti 🙂

Questo racconto è stato già pubblicato, una vita fa, sulla piattaforma Splinder, che il Signore l’abbia in gloria; in seguito, l’ho riproposto qui, su WordPress, apportando soltanto minimi cambiamenti.
Mi è capitato di rileggerlo, e mentre procedevo nella lettura avvertivo come un senso di disagio… sì, tutto sommato, la storia mi piaceva, era oltremodo attuale e, perdonate la modestia, non era poi scritta tanto male. Però, mancava qualcosa: mancava quel “quid” che la rendesse meno piatta, meno compitino svolto con uno sguardo rivolto alla finestra per osservare i prati rivestiti di verde, spostandolo poi verso il cielo limpido e le rondini, con in bocca una gomma da masticare; il classico compitino, diligente finché si vuole, ma che compitino resta.
Sicché ho deciso di postarlo nuovamente, però con alcune aggiunte che reputo importanti. Il racconto è lo stesso, il protagonista anche, e la vicenda si svolge esattamente come nella prima stesura (Yassef non fa nulla di nuovo o di diverso). Con una differenza: adesso mi sembra più completo, più ricco, più aderente al quadro che, a suo tempo, decisi di tracciare. Mi auguro che questa nuova versione notevolmente ampliata vi piaccia. Buona lettura 🙂

Yassef si svegliò poco dopo l’alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto della sudicia locanda. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò un pensiero appassionato a Jasmine.
Ricordava bene l’ultima notte che aveva trascorso con lei. Avevano dormito abbracciati. Alla prima luce del giorno, il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef aveva percorso con gli occhi quel superbo corpo bruno, con calma, quasi lo stesse riprendendo con una telecamera: era partito dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, però estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell’anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L’aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Lei non immaginava che sarebbe rimasta sola, e questo gli faceva male al cuore.
Yassef aveva girato attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Sarebbe cresciuto libero, sano e forte. Aveva esaminato a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire per sempre nella memoria, poi con un profondo sospiro aveva lasciato la stanza ed era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Ora, comunque, non doveva pensare a loro.
Dopo essersi lavato con estrema cura, dedicò molti minuti alla preghiera, si vestì, e senza voltarsi uscì nella strada di Tel Aviv.
Benché fosse ancora inverno, faceva già caldo; un’umanità affaccendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell’autobus.
Il sole era apparso, a est, e preannunciava un’altra giornata afosa; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l’umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un’altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c’era più spazio per la compassione, non importa a chi fosse rivolta.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Questo era stato l’insegnamento che, stranamente, non gli era stato impartito da un fratello di fede: la volontà di agire, la forza necessaria per separare la distanza che intercorre fra pensiero e azione, la messa in pratica di un proposito destinato a non rimanere solamente vaga teoria, come un sogno che all’alba sbiadisce, il passo non seguito da un secondo passo, per calcolo, convenienza, incertezza o paura. Era un confine a un tempo sottile e incalcolabilmente arduo da superare. Non per lui.
Aveva imparato la lezione da Jock (sicuramente, quello non era il suo vero nome), un provisional irlandese, che mangiava bacon in abbondanza e beveva fiumi di birra. Jock era stato per un certo periodo nella valle della Beqaa. Jock combatteva gli inglesi, senza l’aiuto di Allah, ma sostenuto da un altro tipo di fede; aveva lottato sino alla fine, quando era caduto crivellato di pallottole in un sobborgo di Londra. Da lui Yassef aveva imparato il coraggio. Per contro, disprezzava Hamas. Parlavano molto, e concludevano molto poco, come del resto gli Stati arabi che fingevano di volerli aiutare ma in realtà non muovevano un dito, terrorizzati com’erano dal Grande Satana. Diffidava dell’Isis e di altri gruppi (bramavano il potere, accoglievano serpi nel seno e non seguivano la via indicata da Allah); aveva ammirato incondizionatamente solo Al Qaeda. Ne aveva discusso con Jock, il quale gli aveva spiegato che anche in Irlanda esistevano divisioni, ma che avrebbero in ogni caso vinto. Possedeva una fiducia incrollabile nella nuova ala dell’Ira. “Devi credere nella vostra causa, sino alle estreme conseguenze: il premio sarà rappresentato dal trionfo, e al diavolo i traditori! Da noi fanno una brutta fine. I bastardi inglesi”, aveva concluso portandosi alla bocca un boccale di birra scura (la valle era simile a un grande bazar: potevi trovare ciò che volevi, dagli alcolici a ogni tipo di arma), “vogliono tenere tutto sotto controllo, gli orologi, il tempo, e non riescono a immaginare che sono destinati alla sconfitta. Lo stesso vale per Israele. Ma bisogna crederci.”, aveva ripetuto. “Crederci veramente.” E Yassef ci aveva creduto; e ci credeva.
All’improvviso, si pose una strana domanda: come avrebbe reagito Jasmine, il più tardi possibile si augurava, quando lo avrebbe raggiunto nel giardino di Allah e lo avesse visto con quaranta vergini? Scrollò le spalle. Erano interrogativi inutili, e forse pure blasfemi. Soprattutto erano domande sciocche. Ciò nonostante, un sorriso gli affiorò sulle labbra. Poi, scandagliando dentro di sé, percorrendo i dedali oscuri che racchiudono pensieri ed emozioni, sovente celati alla parte cosciente dell’intelletto, scoprì, senza stupirsene troppo, che l’idea della ricompensa, delle splendide vergini, gli era sostanzialmente indifferente: Jock, e i suoi amici, erano duri come il ferro, irremovibili e fermi nei propositi, ma non aspiravano ai giardini di Allah, né conoscevano le parole di Muhammad, che riposasse in pace. Mangiavano bacon, bevevano birre. E agivano.
Dopo una seconda sigaretta, arrivò l’autobus.
Yassef salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò di lato in modo che l’autista non potesse vedere quello che faceva.
Una donna lo stava fissando, Yassef distolse lo sguardo. Si spostò di nuovo e si chinò.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Estrasse la parte superiore dell’ordigno.
Mosse lentamente una mano verso un pulsante.
Ce n’erano due: uno giallo e uno rosso. Se avesse premuto il primo, avrebbe avuto quindici minuti di tempo per mettersi in salvo; con il secondo, invece, l’effetto era immediato.
Un grande incendio può nascere a causa di una piccola fiamma tremolante, un luccichio nella notte buia, un’esigua scintilla che trascinata dal vento si propaga sempre più rapidamente; era una cosa che sapevano tutti, ciò che ignoravano era il fatto che proprio quel giorno di sole e del sapore di un’arancia succosa sarebbe stato lui ad appiccare l’incendio, a trasformare il fuoco in purezza. Non che non ci avesse riflettuto. Nei suoi ragionamenti erano balenate mille idee, mille ipotesi, di volta in volta lucide, razionali, oppure sconcertanti e sciocche (la reazione di Jasmine alla vista delle vergini) o ancora stravaganti, senza contare autentiche chimere (un ordigno nucleare più potente del suo che radesse al suolo New York). Da tale caleidoscopio mentale era rimasta esclusa un’unica cosa: un qualsiasi pensiero che riguardasse la sua salvezza personale.
Jock sarebbe stato dello stesso avviso. Jock… gli era sempre sembrato un nome scozzese; forse lo aveva scelto per trarre in inganno gli inglesi, o forse era in memoria di un amico. Malgrado fossero molto diversi, i loro ideali erano simili; ne era scaturita un’amicizia. Cosa contava se Jock beveva grandi boccali di birra? E mangiava bacon in abbondanza? Il fine era lo stesso: combattere contro l’ingiustizia.
Non era la rivolta dei brutti contro i belli, e neppure l’inverso; non gli straccioni contro i ricchi; e nemmeno la voluttà del delirio, della distruzione, dello sgomento. Era di più. Era un viaggio dovuto e voluto, un percorso che lo avrebbe purificato. Sarebbe uscito dagli angusti sentieri dell’accettazione per imboccare un viale, attorniato da alberi alti e verdi, che lo avrebbe condotto fino al mare. Lì avrebbe visto i gabbiani. Da bambino aveva raccolto conchiglie, giocando in mezzo alle onde, sotto lo sguardo amorevole della madre. Ecco! L’amore. Quello era.
Era l’amore che lo sospingeva, non conosceva il Dio dei cristiani (conosceva, però, Gesù e Maria); non aveva mai letto molto, e nel novero non rientrava il poema di Dante (e forse non avrebbe compreso il senso di quelle ultime parole): eppure era proprio l’amore che, simile a un forte vento di scirocco, lo trasportava e lo innalzava. Allah gli avrebbe concesso il mare.
Scrutò la gente intorno a lui. Visi che gli parvero freddi, ostili, come avvolti in una coltre di indifferenza e di sdegnata apatia. Non li vedeva in qualità di vittime. Essi rappresentavano il simbolo dell’oppressione, e i simboli possono essere cancellati. Spazzati via.
Questo gli chiedeva l’amore.
Avevano dei figli? Certo che sì. Ma i bambini israeliani sarebbero diventati adulti israeliani. E il cerchio si sarebbe riformato, come prima, se possibile più di prima. Di conseguenza, non avrebbe ucciso bimbi innocenti, bensì futuri carnefici.
Dall’autobus non poteva scorgere il cielo, tuttavia lo portava con sé. Chissà se Jock lo aveva visto, prima di spirare.
Yassef ora era pronto.
Allah akbar!
Poi, all’improvviso, cambiò idea.
Era meglio aspettare di raggiungere il centro della città. Così ci sarebbero stati più morti. Circa centomila persone, calcolò.
Mancavano quattro fermate.
La mattina era inondata dal sole, poche nubi si inseguivano pigramente e il caldo gravava su Tel Aviv come scaturito da una gigantesca fornace.
Dieci minuti più tardi, Yassef scese dall’autobus.
Percorse un centinaio di metri, quindi si accovacciò, lanciò un’ultima occhiata al cielo e tirò fuori la bomba. Nessuno lo stava guardando.
Con calma avvicinò un dito ai due pulsanti.
Scelse quello rosso.

Se Berisha era ancora sconcertato per l’aggressione dei quattro teppisti, dopo la domanda dello sconosciuto, la dimenticò immediatamente.
Spalancò la bocca, passandosi la lingua sui denti per accertare che fossero ancora tutti intatti, e lo fissò, stupefatto. Cosa ne sapeva lui di Neil Young? Prima che potesse parlare si sentì rivolgere un’altra domanda. “C’è un medico qui nei paraggi?”
Berisha annuì. “Il dottor Brenna. Abita lì.” Indicò una villetta, leggermente rialzata rispetto alla strada, dalla quale la separavano un cancello e un piccolo prato in lieve pendenza, un po’ trascurato. (Si poteva pensare che gli studenti che avrebbero dovuto tagliare l’erba fossero scesi in sciopero, a causa della paga troppo scarsa). Dal retro, mediante un sentiero in terra battuta, si accedeva alla provinciale, fra Arosio e Lurago d’Erba, nei due sensi, nord e sud.
“Ha lo studio al pian terreno. Ma…”
“Andiamo.”, disse l’uomo, senza curarsi del manifesto sbalordimento del giovane. Si avviò, appoggiandosi al bastone; Berisha lo seguì.
Il dottor Brenna aveva oltrepassato da un pezzo l’età della pensione, ciò nonostante contava più pazienti del bambino travestito da medico che esercitava sull’altro lato del paese, a circa due chilometri di distanza, e che, di norma, non visitava mai, ritenendo che la sua professione prevedesse esclusivamente il ricorso agli specialisti e agli esami che prescriveva senza risparmiarsi. Brenna spesso era ubriaco: questo non gli impediva di mettere a frutto con competenza l’esperienza di una vita. La pancia prominente denotava che, oltre a essere un amante del vino (e del cognac), era anche una buona forchetta.
Osservò con curiosità il viso di Berisha, quindi lo invitò a spogliarsi. Dopo averlo esaminato e aver pulito e disinfettato le ferite, scrutò a lungo gli occhi del giovane, dichiarandosi infine soddisfatto. “Un bel match!”, commentò allegramente, prima di tirar fuori da un cassetto della scrivania il ricettario e di scarabocchiare qualcosa con una grafia pressoché illeggibile.
“Mi hanno aggredito.”, disse Berisha.
“Mmm… succede. Di questi tempi succede di tutto. Pensaci tu, se vuoi, alla denuncia: non è affar mio, anche se forse lo sarebbe. Questa è una zona tranquilla.”, considerò mentre raggiungeva il lavandino e afferrava l’erogatore di sapone liquido. “Ma per quanto ancora? Chi può dirlo?” Incominciò a lavarsi energicamente le mani. “Con tutti i dannati migranti, o come diavolo si chiamano, negri, albanesi, marocchini, presto saremo ridotti male, molto male, dico io. Di conseguenza, per oggi e per l’avvenire, ho deciso di infischiarmene. Mi limito a curare, che è poi il mio mestiere. Al resto ci pensino loro.” Non specificò a chi esattamente si riferiva con quel “loro”, se la polizia, i politici oppure gli stessi “dannati migranti”, di cui Berisha costituiva un esemplare. Finì di lavarsi e prendendo una salvietta pulita gracchiò: “Offerta libera!”
Berisha estrasse dalla tasca il portafoglio, esaminò ciò che conteneva e depose sul piano della scrivania una banconota da cinquanta euro.
“Prendi le medicine e fatti una bella dormita, figliolo.” Lo congedò Brenna. “Per me sei a posto, però se domani dovessi avvertire dei giramenti di testa o qualcos’altro di strano, be’ io sono qui. Torna pure.”
Berisha ringraziò il dottore e uscì dallo studio. Lo sconosciuto lo aspettava davanti al cancello. Gli tese la mano. “Mi chiamo Berisha.”, disse. “Berisha Nazif.” Anche se era un individuo enigmatico, gli era in ogni caso riconoscente: non fosse stato per lui…
“Aidan.” Non chiarì se quello era il nome oppure il cognome.
“Un caffè?”
Sotto il sole sfavillante, raggiunsero il bar più vicino. Una cameriera graziosa venne a servirli. Un bel ragazzo, considerò fra sé. Non pare in gran forma, ma un pensierino lo farei comunque. L’uomo, invece, le incuteva un senso di disagio, di paura. Sporse in fuori il seno, prendendo nota delle ordinazioni. Berisha chiese un caffè con il latte, Aidan lo prese senza zucchero.
“Neil Young…” Berisha saggiò cautamente il terreno. Aidan gli rivolse una breve occhiata, poi distolse lo sguardo. Sorseggiò la bevanda calda, ignorando sia la domanda inespressa, sia le implicazioni in essa contenute. Dava le spalle al resto del locale; davanti a lui una grande vetrata, che con il sole basso all’orizzonte più tardi avrebbe riflesso i raggi scintillanti del tramonto, offriva la visuale delle montagne, laggiù a est. Aidan assunse un’espressione indecifrabile, una via di mezzo fra una torva determinazione e un sentimento di tristezza. Così com’era apparsa svanì, nel giro di qualche secondo, lasciando il posto a un’aria quasi assente, come se la concatenazione di pensieri che gli erano passati per la mente fosse diventata all’improvviso inutile, superflua. O, forse, aveva semplicemente rinviato riflessioni e propositi, quali che fossero, per tornare immediatamente al presente. Se qualcuno, in quel momento, lo avesse osservato – ma nessuno lo fece – avrebbe pensato che nascondeva un terribile segreto, avvolto nelle nebbie del passato, uno di quei ricordi dai quali non ci si libera mai, oppure che fosse atteso da una prova complicata e difficile; di sicuro, non lo avrebbe invidiato. Avrebbe concluso quell’analisi reputando saggio stargli alla larga, soprattutto a causa dello sguardo freddo, gelido come una distesa di ghiaccio in una mattina di gennaio.
Berisha sfiorò con le dita i cerotti che gli aveva applicato il dottor Brenna. Si sentiva a disagio. Perplesso, insisté: “”Mi ha chiesto di Neil Young. Come… uhm, ecco, come fa a sapere?”
Dall’altra parte della strada un ragazzo camminava ascoltando del pessimo rap italiano. Fortunatamente, i vetri impedivano alla delirante voce di penetrare nel bar.
Aidan spostò di nuovo gli occhi sul giovane. “Lo vedi, vero? Non è un sogno, nemmeno un sogno da incubo, bensì una visione.”

Non molto lontano da lì, a Oggiono, al di qua delle montagne e di Consonno, il capo della sfortunata spedizione contemplava furioso la linea ondulata delle colline rivestite di verde che si protendeva verso sud, parallela ai monti. Era andato tutto male! Primo, non avevano potuto arraffare soldi; secondo, le avevano prese; terzo… interruppe il corso di quei pensieri cupi alla vista di un tale che, posteggiata una moto, si dirigeva lentamente (cautamente, gli sembrò) verso l’entrata di un discount. Non era vestito particolarmente bene, anzi non lo era affatto, ma l’istinto del cacciatore gli suggeriva che forse quel tipo poteva rivelarsi una buona preda. Non era tanto il desiderio di arraffare denaro a spingerlo, quanto la voglia di sfogarsi, di rivalersi, non importa a danno di chi. In giro non si vedeva anima viva. Ottimo.
A un incrocio avevano sbagliato strada, imboccando una via secondaria che non portava da nessuna parte. Su ambo i lati c’erano soltanto vecchie fabbriche, alcune delle quali chiuse, distanziate fra loro come cani sospettosi, un deposito di legnami, una trafileria, un cinema che aveva conosciuto tempi migliori, prima dell’avvento delle multisala, e il discount. In più, il caldo era soffocante e induceva la gente a tenersi lontana dalle strade, anche in centro, per quanto aveva notato. Uno scenario perfetto!
Fece cenno al guidatore di accostare, e saltò giù dall’automobile, seguito subito dagli altri. Quello al volante fu l’unico a rimanere in macchina. Tenne il motore acceso in vista di eventuali guai; da come la vedeva lui, sarebbe stato meglio tirare dritto fino a Milano.
In seguito, Stradilasi avrebbe ricordato ben poco di quanto accadde. Tre malviventi gli si erano avventati contro e, senza un motivo apparente, senza pronunciare una sola parola, avevano incominciato a pestarlo. Stradilasi non era in grado di difendersi, era finito a terra, proteggendosi la testa con le mani, e aveva pensato all’Uomo Nero.
Lui lo aveva salvato, facendolo scendere da quel treno; lui gli aveva trovato un rifugio nascosto, prima di trasferirlo a Consonno; lui gli aveva procurato documenti perfetti, benché falsi; lui lo aveva scelto; sebbene lo terrorizzasse, a lui doveva la vita… ma adesso Flagg non c’era, e non avrebbe potuto aiutarlo.
Perse i sensi. E non vide il corvo.

Non conosceva i nomi degli alberi, nel senso che non sapeva distinguere l’uno dall’altro, ma questo non gli impediva di amarli.
In quanto al fatto in sé, lo attribuiva alla mancata frequentazione dell’asilo, e tale tesi era suffragata (almeno ai suoi occhi) dalla circostanza che non conosceva neppure i colori, mentre poteva citare tranquillamente quasi tutte le capitali del mondo, tranne quelle proprio recentissime.
Da quando era andato in pensione, ogni mattina alle sei in punto si svegliava, preparava il caffè, faceva una rapida doccia e subito dopo – nelle stagioni calde – o un’ora più tardi – in autunno e d’inverno – usciva di casa, saliva in macchina e si recava nel vasto piazzale circondato da piante, dove avrebbe trascorso l’intera giornata. Anche con la pioggia e, se non era troppa, anche con la neve. Era bello, comunque, soprattutto nei giorni tiepidi e sereni: il cielo blu, il sole che compiva il suo percorso, l’aria frizzante che scendeva dalle montagne. Oppure con il caldo, che lì era sopportabile per via del verde; e c’era sempre una zona d’ombra: bastava spostare l’auto in modo da non esporla direttamente ai raggi del sire celeste, come gli piaceva chiamare il sole. Ad aprile e in altri mesi arrivava ancora con il buio e aspettava con calma la prima luce, e con essa sogni, ricordi e pensieri. Non leggeva e non intavolava discorsi di alcun genere, benché nel piazzale ci fosse quasi sempre un certo viavai. D’altro canto, non si sentiva mai solo, se non in rari momenti nei quali si impadroniva di lui una forma di nostalgia, non sempre attribuibile a una ragione specifica. Si presentava all’improvviso con la delicatezza di un fiocco di neve trasportato dal vento; talvolta invece in maniera quasi brutale. Egli si immergeva allora in quella atmosfera, senza lottare ma, al contrario, lasciando fluire sensazioni che in ogni caso richiamavano uno spicchio, grande o piccolo, di vita.
Il fatto che non conversasse con altra gente, neppure limitandosi a banali considerazioni sul tempo, non significava però che non parlasse in assoluto. Parlava agli alberi. Raccontava di sé, di come si sentiva quella data mattina o di cosa avrebbe mangiato per cena. Parlava di sua moglie, e ciò accadeva quando veniva assalito dalla nostalgia. Gli era stato detto (o forse lo aveva letto su qualche libro) che alberi, piante, fiori, steli d’erba amavano sentirsi rivolgere la parola, purché questo avvenisse con il dovuto garbo, con simpatia e gentilezza.
Poi taceva, e lasciava scorrere i pensieri.
Capitava che tali pensieri ondeggiassero sino a degenerare, da concreti divenissero fantasticherie per ritornare in seguito, senza un motivo apparente, allo stato iniziale, simili a nubi che appaiano improvvise, sostituite presto dall’azzurro immacolato del cielo limpido, dove non trovano posto, almeno per un certo periodo. D’altronde non è un procedimento matematico, da poter calcolare in anticipo e con esattezza, quanto piuttosto un succedersi di cambiamenti, nel tempo come nella predisposizione dell’animo.
Carlo – così si chiamava l’uomo – finiva tuttavia per opporsi a quei mutamenti capricciosi, riconducendo ragionamenti e ricordi là dove voleva, e cioè nella sfera razionale. Sua moglie non era fuggita con un cavaliere errante: lo aveva lasciato a causa di una serie di manchevolezze che alla fine non aveva più tollerato. Ne era consapevole. Da un lato a tratti la rimpiangeva, da quell’altro accettava quello che il destino aveva predisposto per lui.
“E chi è senza colpe, poi?”, si chiedeva retoricamente. Posto che le sue fossero talmente gravi e imperdonabili, lei era forse un angelo sceso dalle stelle, oppure una santa? Non lo credeva. Ciò nonostante, non covava risentimenti; e, una volta inquadrata la situazione in modo per lui soddisfacente (a ciascuno i suoi meriti e le sue colpe), non gli restava che allargare le braccia e dire: “Così è stato, dunque, caro il mio destino.”
Dopo aver pranzato – consumava il pasto in una trattoria all’aperto, lì vicino, che raggiungeva a piedi – intraprendeva una piacevole passeggiata. Sulla sinistra del piazzale, guardando a ovest, c’era un sentiero che si incuneava in un bosco, dapprima solo costeggiandolo, più avanti attraversandolo. La pista terminava davanti a una vecchia chiesa, edificata in tempi lontani, e ormai quasi sicuramente sconsacrata. Di fatto, era sempre chiusa, né aveva mai visto un prete. Tornando alla macchina, accoglieva – anzi, sollecitava, come un affabile padrone di casa farebbe con ospiti graditi – nuovi pensieri, o meglio: brandelli di pensieri. Più tardi li avrebbe ampliati, secondo un certo ordine e in base a una determinata logica.
Quel pomeriggio, un ricordo emerse nitido, senza che lui lo bloccasse; risaliva a quando era giovane. Riguardava un bambino. Era un bimbo biondo, con gli occhi azzurri, i lineamenti del viso fini e delicati, il corpo sottile in via di formazione. In quegli occhi chiari a volte appariva una scintilla, specialmente nei momenti in cui pensava di essere inosservato, da cui trapelava un senso di orgoglio, forse addirittura di superiorità. Questo inebriava Carlo.
Nell’aria calda, benché non propriamente afosa di giugno, sotto una luce abbacinante, che fuori dal bosco incendiava parte dello spiazzo, ricostruì meticolosamente le emozioni che lo avevano travolto allora. Per pagarsi l’università, egli lavorava in un collegio in qualità di prefetto, o qualcosa di simile. Aiutava i ragazzi a svolgere i compiti, manteneva l’ordine nelle ore di studio, controllava che alla sera tutti dormissero. Il bambino biondo lo colpì fin da subito. Era come un incantesimo.
“Il mio non fu un peccato.”, mormorò a bassa voce, sottolineando quelle parole con un’alzata di spalle. Non si trattava di una conclusione nuova: da molto si era già assolto. In precedenza, non aveva mai manifestato, o avvertito, pulsioni omosessuali, e neppure in seguito. Se anche fosse stato così, ma non lo era, ciò sarebbe stato dovuto alla natura, agli ormoni, e quindi in nessun caso aveva commesso un atto indegno. Infine, il bimbo si dimostrò consenziente, ed era in grado di intendere e volere, essendo maturo a dispetto dell’età.
Era comunque un capitolo chiuso, lontano, remoto, sebbene…
Da quel ricordo ne subentrò un altro.
Intanto, era tornato alla macchina. Un uccellino cinguettava da un albero. Lo incuriosiva, perché sembrava che ripetesse sempre “cinque euro, cinque euro”. Sorrise, prendendo posto sul sedile. Il secondo ricordo, benché indissolubilmente legato a doppio filo al primo, era assai diverso. Presentava varie chiavi di lettura. E’ lecito, e corretto, frugare in un cassetto, trovare una chiave e con essa aprire una piccola cassaforte del tipo dei mini salvadanai, da tempo avvolta nella carta di un giornale e trasferita lì il giorno in cui aveva cambiato automobile? E’ giusto, e onesto, scovato un taccuino, sfogliarlo e poi leggere quanto vi è stato scritto? La curiosità, d’accordo, ma queste sono azioni spregevoli, rappresentano una totale mancanza di rispetto, un assoluto disinteresse riguardo all’etica; sono una forma di appropriazione indebita del passato e del privato altrui. E’ una prevaricazione bella e buona. Senza contare che, non essendo destinate alla pubblicazione, le righe in questione risultavano una sorta di telegrafico resoconto, prive di approfondimento, di psicologia, scritte e dimenticate, com’erano.
Questo gesto, questo “furto”, perpretato da sua moglie, portò a una rottura. Lei equivocò, ignorando spiegazioni (peraltro non dovute, e rese soltanto come forma di cortesia). Lei si inventò episodi simili, avvenuti e prima e dopo. Lei attribuì a tutto questo i recenti “fallimenti” coniugali, in realtà dovuti a stanchezza o a preoccupazioni relative al lavoro. Lei, infine, non intese sentir ragioni. “Separazione!”, strillava. “Divorzio.” E quella orribile parola: pervertito! E se la reazione sdegnata fosse stata un trucco, magari per nascondere la presenza di un amante? Già che c’era, gli rinfacciò una vasta gamma di colpe, alcune delle quali inesistenti. Ce n’erano di reali, beninteso, tuttavia la bilancia era in equilibrio, e lui sarebbe passato sopra agli errori di sua moglie, quali che fossero. E al diavolo il cavaliere errante, ammesso e non concesso che esistesse veramente. L’astio era escluso.
Pervertito… quanta luce, invece, in quel bambino, e in ciò che accadde! Una luce che sarebbe potuta provenire dal paradiso. Non semplice sesso, mai!, ma l’unione splendente di due cuori, che purtroppo la vita, le circostanze, naturalmente la famiglia del piccolo, provvidero a spezzare. Sul taccuino, inizialmente, avrebbe voluto riportare tutto questo. Non essendo uno scrittore, aveva finito per lasciar perdere.
Quante chiavi di lettura! E altre ce ne sarebbero, solamente a cercarle.
Carlo scosse la testa con uno strano sorriso.
Ricordava bene i procedimenti mentali che lo avevano accompagnato, fra urla e strepiti.
Se il matrimonio era destinato a finire, ebbene che finisse. Ma un divorzio non era accettabile: carte bollate, avvocati, giudici. Inoltre, la Chiesa lo proibisce, e ogni buon cristiano si deve attenere a regole precise, stabilite in origine da chi “sa”, da chi conosce la verità, ed essa è unica e immutabile.
Non era ubriaco, quando prese la decisione. Poiché lei era risoluta (stava gettando alla rinfusa dei vestiti in una valigia), stabilì in fretta cosa doveva fare, però dopo aver riflettuto. Calcolò le conseguenze, valutò i pericoli, comprese che non ci sarebbero stati rimorsi. In quanto alla nostalgia, alla malinconia, non sarebbe stato diverso in caso di separazione legale.
Scelse anche – in anticipo – il luogo esatto dove avrebbe seppellito il cadavere di sua moglie.

In linea di massima, quella piccola regione non riconosciuta ufficialmente come tale, cioè la Brianza (che si estende da Asso, sulla via per Bellagio, a Monza, delimitata ai lati dai fiumi Seveso e Adda) non conosce molta delinquenza, o almeno così era fino a pochi anni fa, vale a dire precedentemente all’avvento di molti stranieri, non tutti animati da buone intenzioni.
Finito il gelato, Berisha proseguì la sua passeggiata, sempre diretto a sud. Indossava un abito estivo abbastanza elegante (l’unico che possedeva) per via del funerale, e fu questo ad attirare l’attenzione di quattro giovani che, in mancanza di meglio, erano saliti su una vecchia auto priva di assicurazione e bollo per cercare qualche ragazza disponibile; venivano dalla periferia di Milano. Immerso in profondi pensieri, Berisha non li notò; passò accanto a loro, ignorandoli. In un primo momento non si accorse nemmeno che lo stavano chiamando. Si esprimevano in un italiano incerto, però del tutto comprensibile. Visto che quello stronzo fingeva di non sentirli, il più alto dei quattro lo afferrò per un braccio, strattonandolo. Preso completamente alla sprovvista, Berisha sussultò.
“Una piccola offerta, amico.”, gli alitò in faccia l’energumeno. Berisha lo guardò, perplesso. Intanto, gli altri tre lo avevano circondato. “Soldi!”, esclamò l’altro. Aveva l’alito che sapeva di aglio. Portava un paio di jeans tutti strappati, una maglietta nera. Gli occhi erano piccoli e cattivi. Berisha cercò di divincolarsi. Un attimo dopo, cadde sotto una gragnuola di pugni. Una volta a terra, venne preso a calci. Benché non fosse un giovane debole, era solo contro quattro, l’avevano colto di sorpresa, ed erano abituati alle risse, mentre lui le aveva sempre evitate. Continuarono a picchiarlo. Aspettavano che svenisse, poi gli avrebbero frugato nelle tasche. Magari quello poteva dimostrarsi un giorno fortunato. Un anziano signore, richiamato da urla e risate stridule, si affacciò alla finestra; abitava proprio lì di fronte, fra le rotaie del treno e la strada. Non amava la violenza e detestava gli stranieri, in particolare slavi, arabi e neri, tuttavia, dopo una breve riflessione, decise di non immischiarsi; si ritrasse e chiuse le persiane.
I quattro seguitarono ad accanirsi, sebbene ormai non ce ne fosse più bisogno: la vittima non si difendeva.
A un tratto si udì una voce.
“Forse, è meglio smetterla.”, disse con calma un uomo. Fino a quel momento, era passato inosservato, poiché un albero lo copriva parzialmente. Era seduto su un muretto, vicino a una grossa moto bianca, con alcune strisce rosse, che stava ancora raffreddandosi. Si alzò in piedi. Di media statura, aveva una di quelle fisionomie che, di primo acchito, difficilmente rimangono impresse: non era né bello né brutto, né grasso né magro. Dimostrava circa quarant’anni. Il viso era comune, non tale da ispirare particolari sensazioni, le orecchie, grandi e leggermente a sventola, sembravano l’unico tratto distintivo. Una seconda occhiata, più attenta, avrebbe colto però un altro tratto degno di nota. Lo sguardo. Era freddo, addirittura gelido, imperscrutabile; gli occhi, scuri, parevano avvolti in una nebbiolina impalpabile. Tale sguardo, privo di espressione, avrebbe potuto nascondere vari tipi di personalità, a seconda di chi avesse preso in esame la questione, cosa che peraltro accadeva assai di rado, e delle inclinazioni dell’eventuale osservatore. Poteva affascinare una donna? Oppure l’avrebbe spaventata? Celava una sottile intelligenza? O era uno stupido? Il capo dei quattro delinquenti optò per l’ultima ipotesi. “Sparisci!”, ringhiò, mostrandogli i denti. Lo sconosciuto scosse la testa, come rattristato, depose il casco sul muretto e muovendosi lentamente si avvicinò al gruppetto. Zoppicava lievemente e si appoggiava a un bastone.
“Non è un confronto leale.”, disse a bassa voce, strascicando le parole. Parlava un italiano perfetto, ma avrebbe potuto essere anche di un’altra nazionalità; ciò a causa della mancanza di inflessioni dialettali e della cura con cui si esprimeva.
In tre si avventarono su di lui. Il quarto rimase a gambe larghe su Berisha, che era ancora pienamente cosciente, anche se risultava un po’ malconcio.
L’uomo scansò l’attacco, chinandosi e spostandosi di lato, poi vibrò una bastonata che prese il capo dei quattro proprio sulla faccia, rompendogli il naso e facendolo strillare di dolore. Un nuovo colpo, fulmineo, raggiunse i testicoli del secondo. Infine, mirò al terzo, che però si girò e corse via.
“E adesso andatevene! Altrimenti…” Lo disse in tono quasi annoiato, non ansimava e non sembrava provare alcun interesse per tutta la faccenda in generale.
Annuì, vedendoli scappare (a fatica quello che era stato preso ai testicoli), quindi abbassò lo sguardo su Berisha. Gli tese una mano, aiutandolo a rialzarsi. Mentre ascoltava i suoi ringraziamenti, spostò gli occhi in direzione delle montagne, e forse non lo ascoltò nemmeno.
Trascorse circa un minuto, poi gli rivolse la seguente domanda: “Dov’è Neil Young?”

Paola trovava sgradevole la presenza di un mentecatto al funerale del professor Brenden Reed. Luca Barbenni era un noto masturbatore (molte ragazze lo sapevano, sebbene facessero finta di nulla) e, a voler essere generosi, possedeva il quoziente intellettivo di un’anguria. Era un pensiero negativo, del quale quasi si vergognava, ma valido lo stesso. Dopo la funzione in chiesa, in pochi avevano raggiunto il camposanto (perlopiù gente che chiacchierava dei fatti propri), quindi perché Barbenni si trovava lì? Distolse l’attenzione da Luca per soffermarsi su quanto era accaduto. Si augurava che il professore fosse spirato serenamente. Accanto a lui erano stati rinvenuti un pacchetto tutto sgualcito di Camel e una lattina di birra; non c’era traccia di un testamento, almeno in casa, però Reed aveva riempito la pagina di un taccuino con una serie di piccoli “lasciti”, probabilmente a suo uso e consumo, per non scordarsene o magari per passare il tempo. I libri erano per Paola. I dischi, “The Dark Side Of The Moon”, vari album dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead, oltre al catalogo pressoché completo di Bob Dylan, a Berisha. Un processore dual six core con 32 giga di RAM, sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 – alla faccia dei gioielli! – a Vale. Comunque, a parte l’abitazione, Brendeen non sembrava molto ricco. Viveva della pensione e di qualche risparmio. Forse, rifletté la ragazza, aveva parenti in America. Berisha le si avvicinò, cupo in volto. “Il dottore sbaglia!”, dichiarò. Paola gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Non è morto per cause naturali. Lui stava bene di salute.” Questo poteva essere vero, considerò lei, però non rappresentava un dato di fatto, una prova medica. A quanti era successo di lasciare questo mondo in (apparenti) buone condizioni di salute? Ciò era valso anche per Brendeen Reed. Berisha parve leggerle nella mente. “Vedrai che lo scopriremo.”, disse. Poi si allontanò.

Non molto distante da loro, Luca Barbenni soppesava la preda. Non soffiava un alito di vento, il caldo era soffocante, e l’ultima doccia che aveva fatto risaliva a tre o quattro giorni prima: non emanava esattamente il profumo di un fiore. Gli era indifferente. Benché nutrisse un sacro terrore per Flagg, si fidava ciecamente di lui. Paola sarebbe stata sua! Avrebbe potuto dimenticare le fantasiose classifiche e immergersi nella realtà. L’Uomo Nero manteneva le promesse. L’uomo chiuso nella bara ne era una prova. Provava avversione per Stradilasi, ma era solo un fattore trascurabile; adesso girava con una bella moto, accuratamente nascosta in un cascinale quando non la usava, che gli consentiva di andare e tornare da Consonno: un regalo di Flagg. Una nuova vita lo aspettava. A causa dei misteriosi piani di Randall, si sarebbe aperta come una finestra; da tale finestra, avrebbe assistito a scenari per altri inimmaginabili, e naturalmente sarebbe diventato parte attiva. Era tutto già scritto, a chiare lettere. Il capitolo che lo riguardava si sarebbe intitolato “Paola”. Fantastico!

E’ stato ucciso, rimuginava tetro Berisha, lasciando il camposanto. Ignoro come, però io lo so chi è stato. La ragione potrebbe essere questa o quella. Forse, ipotizzò, aveva a che vedere con certe ordinazioni via internet, o forse era stato individuato come il principale antagonista. Data l’età e la cultura, ciò era possibile. Ma la cosa non sarebbe finita così. Ora, a chi sarebbe toccato? A Paola? Oppure a lui stesso? Se non lo avessero fermato, il mostro avrebbe proseguito; d’altro canto, la domanda che si poneva sembrava senza una risposta possibile: come fermarlo? Esisteva un modo? Doveva esserci! Si incamminò in direzione sud, verso Arosio, incurante dell’afa, procedendo parallelo alle rotaie del treno. Muoversi gli giovava, era meglio che macerarsi inutilmente. Mentre procedeva, provava a liberare il cervello da ogni pensiero superfluo, separando il grano dal loglio. Nitido, affiorò un ricordo: il professore lo aveva invitato a creare un collegamento fra le immagini di Neil Young e gli incubi che turbavano i loro sogni. O qualcosa di simile. Facile a dirsi. Eppure, da qualche parte, celata in un buio anfratto, una soluzione attendeva soltanto di essere portata alla luce. Posto che esistesse veramente… Indugiò davanti al carretto abusivo che vendeva gelati, ogni giorno in un posto diverso per non attirare indebite attenzioni, e acquistò un cono al limone e alla vaniglia. Non notò la vecchia megera, seduta su una panchina; la laida donna lo fissò senza interesse: aveva già compiuto il suo dovere. Berisha attraversò la strada. Uno strano impulso lo indusse a guardare a est, dove, oltre le montagne, era ubicato il paese fantasma chiamato Consonno.

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