Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘racconti’

IL DISCENDENTE

IL DISCENDENTEL’anziano studioso si sentiva sempre vagamente a disagio, quando l’imprenditore si recava da lui. Eppure era un uomo cordiale e alla mano, nonostante fosse uno degli individui più potenti d’Italia, anche se ultimamente era caduto in disgrazia. Disgrazia relativa, pensò il ricercatore, poiché deteneva ancora intatte ricchezza, influenza politica e capacità di stregare le masse.
“Ha delle notizie per me, dottor Squillaci?”
Lo studioso annuì e gli fece segno di seguirlo. L’uomo politico si era presentato da solo, senza guardie del corpo. Lo seguì attraverso un cucinino, una camera alquanto disordinata che assomigliava piuttosto a un ripostiglio e dopo un breve corridoio, con tracce di muffa sulle pareti, in uno studio ingombro di libri, documenti, scartoffie di ogni genere. In fondo, davanti a una finestra che dava sulla strada, c’era una scrivania. Sulla scrivania un computer. “Si accomodi.”, disse il ricercatore, indicando una sedia al suo ospite e prendendo posto dietro alla scrivania. L’altro gli lanciò uno sguardo ansioso. “Allora, dottor Squillaci?”
Lo studioso congiunse le mani sul tavolo, trasse un breve respiro ed estrasse da un cassetto alcuni fogli battuti a macchina. “Come lei sa”, esordì con un tono di voce sicuro – questo era il suo elemento, e nessuno poteva impartigli lezioni in quel campo – “ho trascorso vent’anni a studiare tali fatti. Ho svolto le indagini più meticolose, ho consultato eminenti scienziati di tutto il mondo, ho trovato libri antichi e preziosi, sono persino andato a Gerusalemme.”
“Tutto questo lo so.”, replicò l’imprenditore in modo bonario, ma allo stesso tempo con una sfumatura di impazienza; la voce di chi era abituato a impartire ordini e a vederli eseguire sollecitamente. “Vorrei conoscere le sue conclusioni.”
“Certo.” Lo studioso indicò il pc e sospirò. “Senza questi arnesi che peraltro detesto, senza il DNA, senza tutte le recenti scoperte in materia, malgrado i miei sforzi, non sarei approdato a nulla. E, invece, nelle pagine che lei si trova davanti è racchiusa una verità sorprendente.” Tacque per un momento, quindi aggiunse: “E se parlo di verità è perché ne sono sicuro.”
L’uomo che fino a poco tempo prima era stato Cavaliere lo scrutò attentamente. “Quindi?”, chiese, resistendo alla tentazione di leggere gli incartamenti. Preferiva ascoltare quello che Squillaci aveva da dirgli.
“E’ assodato”, proferì lentamente il ricercatore, come se scegliesse le parole, “che Gesù ebbe fratelli e sorelle; preferisco non spingermi oltre… a proposito di Maddalena, sebbene…” Scosse il capo e continuò: “Questi fratelli, queste sorelle, procrearono, come è ovvio. La discendenza da loro, intendo dagli ebrei, è costituita dal ramo femminile della famiglia; per questo motivo mi sono concentrato soprattutto sulle sorelle. Ebbene, la figlia di una di esse, dunque una nipote di Gesù, affrontò mari e burrasche per giungere infine in Francia, assieme a due anziane zie. Approdarono sulla costa di Saintes Maries de la Mere, dove Sarah, la regina degli zingari, si convertì e fu battezzata. Ancora oggi, tale evento viene ricordato e festeggiato da tutti i gitani d’Europa. E’ una festa splendida e vale la pena di assistervi; comunque questo esula dalla mia ricerca e da ciò che lei desidera sapere. Quello che ci interessa è che, mediante la datazione al carbonio-14, si stabilì che l’ossatura di tre corpi, rinvenuti dal re Renato il Buono, apparteneva a donne orientali del primo secolo dopo Cristo. La provenienza era chiara: l’odierno Stato d’Israele.”
L’imprenditore non si perdeva una parola; raramente aveva ascoltato qualcosa di più interessante.
“La figlia della nipote di Gesù, per qualche ragione, abbandonò la Francia e si trasferì in Italia, precisamente nell’attuale Toscana. Duecento anni più tardi, una sua diretta discendente andò ad abitare a Firenze.”
Lo studioso cambiò posizione sulla poltroncina e si immerse nei suoi pensieri per qualche istante, poi riprese a parlare. “Trascorsero secoli.”, affermò. “E per chiunque sarebbe stato estremamente difficile trovare le tracce, ricostruire alberi genealogici, insomma pervenire a quanto io sono riuscito a scoprire. Difficile, ma non impossibile. Le mie conclusioni sono inoppugnabili. Ho appurato che una sua pronipote sposò un certo Renzi, nativo di quella città. E, naturalmente, anche loro misero al mondo figli, da cui derivarono nipoti.”
L’imprenditore impallidì leggermente. “Quindi, quel suo articolo apparso su “Repubblica” conteneva un fondo di verità?”
“Oh, no, Cavaliere… ah, mi scusi! Volevo dire: nessun fondo di verità, togliamo quel fondo, e avremo la vera verità. Per riguardo a lei, dopo la sua precedente visita, ho fatto ulteriori controlli, benché non fosse necessario. In ogni caso, li ho effettuati con il massimo scrupolo. Era doveroso da parte mia, considerata la sua generosità.”
“Perciò lui è?”
“Discendente di Gesù.”, confermò lo studioso. “Mi creda, senza alcun dubbio.”
Se l’imprenditore era sgomento, non lo diede comunque a vedere. Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Come sempre, a Roma il traffico era caotico. Tornò a sedersi e fissò lo studioso. “Mi consenta.”, disse. “Se così fosse, se così è, per lui, per Matteo, sarebbe possibile mentire? Simulare, dissimulare?”
Il dottor Squillaci scosse la testa. “Non credo proprio. Certamente l’uomo non è esente da difetti, come ogni altro essere umano del resto, ma data la sua discendenza ritengo che sia da escludere ogni ipotesi di menzogna. Lui è cristallino.”
“Capisco.”
“Ne sono lieto.” Lo studioso sorrise.
“Veda”, disse l’imprenditore, “ho sempre pensato che quel ragazzo fosse mio figlio”.

Annunci

Read Full Post »

IL POSTINO DI CIMAGROTTA

Qualche anno fa in un paesino della Toscana c’era un postino. Si chiamava Giacomo Fabbri ed era molto brutto. Oltre a non essere bello di natura, a causa dei lineamenti del viso sgraziati, era anche tutto storto. Ogni cosa nel suo corpo era fuori posto, quasi fosse stato creato da uno scultore pazzo. Di normale aveva soltanto le gambe, che erano muscolose e ben fatte; il resto induceva a pensare a un incubo, oppure al protagonista di un film dell’orrore. Giacomo Fabbri consegnava sempre la posta in bicicletta e, sebbene pedalasse con vigore, rappresentava uno spettacolo grottesco, la caricatura di un uomo con quella postura assurda da personaggio dei cartoni animati: nessuno andava in bicicletta in modo tanto ridicolo.
Ci furono pressioni perché venisse licenziato, dato che disonorava il paese con la sua sola presenza; ma naturalmente non era possibile. Inviperiti, gli abitanti di Cimagrotta, questo è il nome dello sperduto villaggio immerso nel verde della campagna toscana, lo aspettavano sull’uscio di casa per insultarlo e schernirlo. I bambini lo inseguivano lungo le vie del paese, deridendolo e prendendolo a sassate. Indifferente a tutto ciò, ogni mattina Giacomo inforcava regolarmente la sua vecchia bici e incominciava il giro delle consegne. E ogni giorno, puntualmente, veniva bersagliato dal sarcasmo feroce e senza cuore di grandi e piccini. Persino le ragazze lo prendevano in giro, e solo una di esse, una timida biondina di nome Silvia, gli aveva parlato gentilmente, consigliandogli di abbandonare la bicicletta, e di consegnare la posta a piedi o con un motorino. In questo modo, forse le molestie sarebbero cessate. Ma Giacomo l’aveva ringraziata scrollando le spalle ricurve, e aveva continuato imperterrito a svolgere il suo lavoro in bici. Con il sole e con la pioggia, d’inverno e d’estate. Sempre accompagnato, giorno dopo giorno, da lazzi e da insulti.
Poi ci furono i campionati mondiali di ciclismo. Vinse un italiano, Mario Cipollini, che i tifosi chiamavano  affettuosamente “Re Leone”. Quando si trovò sul palco della premiazione, Cipollini alzò una mano per salutare la moltitudine di fans che lo acclamava, quindi parlò brevemente al microfono dell’operatore della Rai. Disse che desiderava dedicare quel grandissimo successo a un ragazzo che aveva incominciato con lui, e che era tre volte più bravo di lui. Purtroppo era stato investito da un camion, e la sua carriera era finita prima di nascere; inoltre aveva riportato lesioni gravissime che lo avevano rovinato per sempre. “Sei nel mio cuore, Giacomo Fabbri!”, concluse prima di portarsi alla bocca la rituale bottiglia di champagne.
Il mattino dopo, il postino incominciò il giro delle consegne. Era una giornata fresca, allietata dal cielo azzurro e da un sole garbato; una brezza leggera accarezzava gli alberi allineati lungo la strada principale di Cimagrotta. Gli abitanti del paese lo attendevano fuori di casa, così come avevano fatto per mesi e mesi. Giacomo si incurvò ancor più del solito e continuò a pedalare, aspettando il consueto coro di schiamazzi, offese e volgarità. Ma attorno a lui c’era un grande silenzio. Quando arrivò a metà via si udì un timido applauso. Era stato un vecchio, noto per la sua crudele ironia, generalmente fra i primi a deriderlo. Dopo qualche secondo fu imitato da una donna. Poi da un ragazzino. E infine si levò un unico immenso applauso che lo accompagnò mentre procedeva ingobbito.
Un applauso interminabile. Infinito.
Giacomo Fabbri continuò a pedalare. Se possibile, più curvo che mai.

Read Full Post »

LA STORIA DI DESI 2 DI 2

A tratti Agia era spiritoso, a tratti caustico; ma spesso Desi non capiva se stesse scherzando o provocando: forse entrambe le cose. Saint-Tropez era illuminata dal sole di luglio, il mare sembrava splendere: una distesa di acqua azzurra su cui il vento giocava, creando barbagli di luce simili a cristalli scintillanti.
“Brigitte Bardot non era bella.”, affermò Agia. “Affascinante, ma non bella. Con quei denti da cavallo… Anna Tatangelo sì che è un’autentica bellezza.”
Desi non sapeva chi fosse Anna Tatangelo.
Il viaggio da Cannes a Saint-Tropez era stato molto piacevole; Agia guidava con sicurezza, né troppo forte, né troppo piano, affrontava le curve con prudenza per poi accelerare sul rettilineo seguente. Desi era in jeans, una maglia da marinaio e portava allacciato in vita un golf di cotone blu. Calzava scarpe da ginnastica. “Mangiamo qualcosa?”, propose. Agia si guardò attorno e le indicò un ristorantino dall’aspetto accogliente. “Benissimo.”, disse lei. Aveva scoperto altre cose sul conto di Agia. Il suo “vocabolario” era limitato ma sufficiente per parlare di tutto e, chiacchierando con lei, migliorava, dato che apprendeva termini nuovi. Desi era una maestra paziente. Si diressero verso il ristorante. La moto, una MV Brutale 910 S, era parcheggiata lì vicino, negli appositi spazi. Desi aveva notato che Agia era pignolo. “Sono del segno della Vergine.”, le aveva spiegato. “Io Ariete.”, disse la ragazza.
Agia lasciò scegliere a lei. “So leggere in francese, anche se lentamente.”, disse. “Ma spesso i nomi dei cibi sono incomprensibili per uno straniero e ciò naturalmente vale anche per l’Italia: pensa solo alle orecchiette con cime di rapa.”
Desi ordinò loup de mere e insalata mista. Quando finirono di mangiare lo condusse al porto. Vide che si poteva noleggiare una vecchia star. Era uno scafo elegante e slanciato, rigorosamente bianco. Agia la guardò allarmato. “Non sono mai salito su una barca a vela!”
Desi rise. “Fidati di me. Vedrai che ti divertirai.” Isabelle possedeva una “stella” e le due donne spesso andavano in mare assieme, anche se era Isabelle a stare al timone, non perché l’imbarcazione fosse sua ma perché era più brava ed esperta di Desi. Peraltro, anche Desi se la cavava bene. Armò da sola la star, mise Agia al fiocco, gli spiegò le due o tre cose essenziali che doveva fare, e uscì in mare aperto. Il primo tratto fu di bolina. Man mano che si spingevano al largo il Mistral rafforzava e la star si inclinava sempre di più. “Non preoccuparti.”, disse notando che Agia sembrava spaventato. “Questa barca non si può rovesciare. Cazza un po’ quel fiocco.” Agia obbedì prontamente.
Ormai Saint-Tropez era un punticino lontano. Desi virò e passò all’andatura di poppa, cioè con il vento a favore. A un tratto il Mistral calò, sino a trasformarsi in un lieve refolo; poi raggiunsero un punto dove la bonaccia regnava assoluta. Desi si spogliò, rimanendo in costume da bagno, quindi senza dire una parola si tuffò in mare. Agia la osservò ammirato: nuotava con uno stile perfetto, fluido e armonioso; si capiva che si trovava nel suo elemento. La ragazza si allontanò di un centinaio di metri, poi tornò alla barca e si issò a bordo con la forza delle braccia. Aveva gli occhi che brillavano di entusiasmo. Agia la fissò. Era giovane, bella, piena di vitalità. Provò un moto di autocommiserazione, ma fu solo questione di un istante. La star galleggiava pigramente, il sole splendeva alto nel cielo, erano soli in mezzo al mare: all’improvviso si sentì felice, ed era da molto tempo che questo non accadeva. Se ne stupì un poco, poi scrollò le spalle. Sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella giornata: la corsa in moto, il caffè bevuto a Saint-Raphael, il pranzo squisito e la gita in barca… ma soprattutto Desi. Era bella, pulita dentro, affamata di vita, radiosa e solare. Agia aveva colto delle ombre in lei, attribuendole a qualche oscuro fatto che in passato l’aveva segnata, e certamente la vita l’avrebbe colpita ancora, poiché questo è il destino ineluttabile degli uomini; tuttavia Desi era provvista di una grande forza interiore che le avrebbe permesso di superare indenne i momenti tristi. Le ferite si sarebbero rimarginate, le lacrime asciugate e lei avrebbe proseguito il suo cammino, avida di vita, di emozioni, di felicità.
Fu in quel momento che capì che poteva farlo. Le avrebbe regalato un dolore, che però presto si sarebbe trasformato in un ricordo importante, venato di malinconia certo ma anche legato a un giorno per entrambi indimenticabile. Muovendosi goffamente la raggiunse a poppa. Non servirono parole. Desi comprese che ora lui voleva e provò lo stesso desiderio. Per vari versi Agia era un uomo strano, enigmatico, ma in lui c’era qualcosa che la attraeva in modo irresistibile, come non era mai successo con Bernard, né con i ragazzi che aveva frequentato prima.
Fu bello. Molto bello. Quando lo sentì dentro di sé, Desi provò una gioia talmente intensa che quasi si sentì soffocare. Poi rimasero a lungo abbracciati, senza parlare, gli occhi fissi sul mare che scintillava al sole.
Desi ricondusse la star al porto. Agia, tornato al fiocco, spesso si voltava a guardarla e nel suo sguardo c’era un’intensità così forte che la ragazza si sentì commossa. Era certa di amarlo, benché lo conoscesse soltanto da pochi giorni; ed era certa, assolutamente certa, che anche lui l’amava. Quegli occhi non potevano mentire. Desi si rivestì, ormeggiò la barca, la disarmò e saltò agilmente sul molo. Agia la seguì con qualche impaccio.
Quella sera cenarono all’Auberge Provencale, il più antico ristorante di Cannes. Quando arrivarono al dolce, Agia le prese una mano e disse: “E’ stata la più bella giornata della mia vita.” Non sorrideva, mentre parlava. “Forse mi sono comportato da egoista.”, aggiunse dopo un momento. “Però non me ne pento. Perché credo che ti resterà un ricordo di me, e una volta superato il dolore, nel tuo cuore rimarrà qualcosa di importante: un amore fugace ma che avrebbe potuto essere eterno… e la consapevolezza di avermi dato una felicità che non credevo fosse più possibile. Quando penserai a me, non disprezzarmi. Non penso di meritarlo.”
Pagò il conto e la riportò a casa.
Lei si sentiva inquieta, a causa di quelle strane parole.
Ma lui la abbracciò, stringendola forte a sé. “Ti resta la tua amica Isabelle.”, disse. “E un domani un altro amore.” Sorrise, lanciò un’occhiata al mare illuminato dalla luce delle stelle, e aggiunse a voce molto bassa: “Ma tu per me sei l’amore eterno.”
Risalì in moto, la guardò per un’ultima volta, come per imprimersi per sempre il suo viso nella memoria, quindi partì rombando, allontanandosi nella notte.
Desi sapeva che non l’avrebbe più rivisto.
Né si stupì quando un mese dopo ricevette una lettera da un dottore italiano. Lo aveva già capito e non le serviva quella conferma.
Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
E, lentamente, sorse il sole.

Read Full Post »

LA STORIA DI DESI 1 DI 2

Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
Non aveva bisogno di accendere la luce, dato che conosceva la stanza a memoria. D’altra parte c’era ben poco da vedere: il letto, un vecchio comodino e un tappeto consunto. La camera era lunga e stretta. Desi aveva sistemato alcune mensole sulle pareti per poter riporre i suoi libri, un vaso di fiori e la fotografia del padre, che aveva fatto incorniciare spendendo forse più di quanto potesse permettersi.
Desi aveva ventiquattro anni, era assai graziosa, vivace, e molto intelligente. Viveva in quell’appartamento, un piccolo soggiorno con angolo cottura, un bagno, la camera da letto e uno sgabuzzino dove aveva sistemato l’armadio e impilato per terra i libri che non stavano sulle mensole, da quando aveva lasciato i suoi. Il patrigno aveva cercato di sedurla, lei si era ribellata e lo aveva respinto, ma la mamma non le aveva creduto. “Sei una sgualdrina!” Quelle parole le bruciavano ancora.
All’epoca era già maggiorenne, perciò se n’era andata. Lavorava in un negozio di dischi; lo stipendio non era granché, però sufficiente per pagare l’affitto e comprarsi da mangiare. La sua migliore amica si chiamava Isabelle. Possedeva una boutique in Rue d’Antibes e spesso le regalava dei vestiti. Desi protestava, ma Isabelle scrollava le spalle, sostenendo che erano degli scarti. In realtà, non era vero. Ogni tanto Desi sgraffignava qualche cd per sdebitarsi, quantomeno in parte.
Aprì la finestra e guardò fuori. Molto lontano, a oriente, scorse una pallida striscia di luce. Osservò la strada, sotto di lei: i lampioni cominciavano a spegnersi. Spirava una fresca brezza. Ancora nascosta dal buio, a una cinquantina di metri di distanza, c’era una piccola spiaggia. Nei mesi estivi, quando rincasava dal lavoro, Desi attraversava la strada per camminare sulla sabbia. Poi entrava nel mare e nuotava vigorosamente fino a quando la spiaggia scompariva alla vista, quindi si metteva a dorso, lasciandosi trasportare dalla corrente. Quello era il momento più bello della giornata. Nei paraggi c’erano anche un porticciolo di pescatori, un ristorantino gestito da una coppia di anziani coniugi e alcune vecchie abitazioni. La casa di Desi era a est di Cannes; un promontorio la separava dalla città.
Preparò il caffé, forte e senza zucchero, e tornò alla finestra per berlo.  Guardò davanti a sé: il mare era scuro, tuttavia al largo brillavano delle luci. Una nave, pensò Desi. Suo padre, Antonio, era italiano, di Palermo; la madre invece era francese. Antonio l’aveva conosciuta al porto vecchio: era un marinaio. A quanto si diceva, la mamma, Mirelle, in gioventù era stata molto bella, sebbene poi fosse invecchiata precocemente. Desi aveva preso da lei, almeno stando alle foto che aveva visto. Dopo il matrimonio, Antonio si era trasferito a Cannes, la città di Mirelle. Era morto quando Desi aveva cinque anni. Non si era mai saputo con esattezza cos’era successo; secondo la versione ufficiale, era scivolato sul ponte della nave durante una tempesta, picchiando la testa. Ma circolavano anche voci diverse: che fosse deceduto in seguito a una rissa. Ciò nonostante, Desi amava le navi.
A volte sognava a occhi aperti. Le sarebbe piaciuto essere un maschio, imbarcarsi su un peschereggio diretto verso mari esotici, svegliarsi al mattino assaporando l’odore della salsedine, visitare paesi remoti e suggestivi; oppure salire a bordo di una nave da crociera ma non come cameriera, questo non le sarebbe interessato: avrebbe voluto fare il marinaio, iniziando dal livello più basso, mozzo, per poi guadagnarsi il rispetto del comandante.
Si staccò dalla finestra e andò in bagno a lavarsi. Indossò dei pantaloncini corti, un top, scarpe da ginnastica, e scese in cantina. Prese la bicicletta e pedalò fino a Cannes che distava circa quattro chilometri da casa sua. Mangiò un croissant in compagnia di Isabelle, passeggiò per un po’ sulla Croisette, sbirciando le vetrine dei lussuosi negozi e, quando fu l’ora, si recò al lavoro. Il negozio era situato in fondo a Rue d’Antibes, nelle immediate vicinanze del porto vecchio. Da lì, in due minuti, si arrivava alla Croisette; per lei che amava il mare era un’ubicazione perfetta.
Era l’anno di Miley Cyrus e di altre cantanti simili, però Desi preferiva un altro genere di musica. Mise nel lettore uno dei primi cd dei Metallica (dopo l’album “nero”, a suo giudizio, si erano appassiti) e pulì da cima a fondo il locale. Il proprietario non si faceva vedere quasi mai, ma ciò non  le impediva di lavorare coscienziosamente. Le piacevano anche le canzoni francesi, benché spesso fossero troppo tristi. Conosceva pochi artisti italiani: tra questi il suo prediletto era Vasco Rossi. Dopo i Metallica, inserì nel lettore il suo ultimo disco.
Desi si divertiva a cambiare tutti i giorni la vetrina: non era un compito strettamente necessario, ma pensava che in questo modo sarebbe riuscita ad attrarre più clienti, e comunque lei amava le novità e non sopportava la routine. Era il motivo per cui aveva lasciato Bernard, un ragazzo bello ma monotono, che sembrava desiderare che tutte le giornate fossero uguali. Desi lo aveva sopportato per sei mesi e alla fine, seppure dispiaciuta, aveva rotto la relazione. Quando gli aveva spiegato perché aveva preso quella decisione, lui era caduto dalle nuvole; per Bernard era normale andare in discoteca al sabato sera, al cinema la domenica e cenare sempre nello stesso posto. Per Desi, invece, era inconcepibile.
Quel suo modo di intendere la vita probabilmente aveva salvato il negozio. La commessa che l’aveva preceduta si limitava a eseguire gli ordini e, dato che il proprietario latitava e che lei non prendeva iniziative, man mano il catalogo si era assottigliato, riducendosi unicamente ai dischi nuovi e a qualche vecchio classico. La gente entrava e spesso non trovava quello che cercava. Desi aveva convinto il padrone a sborsare una grossa cifra per acquistare le discografie complete di tutti i principali gruppi e cantanti, e non appena gli affari erano migliorati aveva aggiunto alcune preziose rarità fatte venire appositamente dall’America. Non si era limitata solo a quello. Aveva diviso gli artisti per settori, in modo che fossero facilmente rintracciabili. Aveva creato una sezione dedicata al jazz e, ogni settimana, esponeva la classifica dei dieci cd più venduti. Grazie alle sue iniziative adesso era il negozio più rifornito di Cannes e le vendite si erano quadruplicate, anche se lo stipendio era rimasto quello di prima.
All’una andò a pranzo con Isabelle. Lei indossava una gonna lunga, vagamente gitana, e calzava sandali aperti. Erano molto diverse tra loro. Isabelle era alsaziana, perciò per metà tedesca; il suo aspetto confermava quelle origini: alta, bionda, con gli occhi azzurri. Più che bella era appariscente. Desi era piccola e minuta, anche lei bionda, con lineamenti più fini. Isabelle generalmente non si truccava, Desi riservava particolare cura agli occhi, talvolta eccedendo con il mascara.
Presero moules avec frittes e due birre. Mentre mangiavano chiacchierando allegramente, nel locale entrò un uomo vestito da motociclista. Si tolse il casco e si guardò attorno in cerca di un tavolo libero. L’unico posto disponibile era vicino alle due donne. L’uomo si sedette, prese il menù e gli diede una rapida scorsa. Poi lo depose con un’aria vagamente imbarazzata. Desi pensò che fosse uno straniero e che non sapesse leggere il francese; la sua supposizione fu confermata quando arrivò la cameriera. Infatti l’uomo indicò il loro piatto,  però ordinò il vino in francese, quindi lo parlava, sebbene con un forte accento italiano.
Fu questo ad attrarla.
Desi non era mai stata in Italia, ma ricordava ancora quando suo padre le diceva qualche parola nella sua lingua; una sera le aveva addirittura raccontato una fiaba e Desi per sommi capi era riuscita a capirla. Gli italiani la affascinavano: erano simpatici e cordiali, e poi la lora terra era quella di papà. Lei stessa aveva sangue siciliano nelle vene.
L’uomo si accorse che lo stava osservando e le sorrise timidamente. Dimostrava circa trentacinque anni, non era né bello né brutto; in ogni caso, per qualche ragione aveva un aspetto interessante. Più volte sembrò sul punto di rivolgerle la parola, ma gli mancò il coraggio per farlo, forse a causa di Isabelle, fredda e imperiosa, che non lo degnava di uno sguardo e che anzi pareva infastidita dalla sua presenza.
Desi, però, voleva conoscerlo. Fu quindi lei a rompere il ghiaccio, presentandosi e chiedendogli se era in ferie e da quale regione italiana proveniva. “Mi chiamo Agia.”, disse lui. Desi si domandò se quello fosse il nome o il cognome. Agia era pugliese ed era venuto a Cannes in moto per trascorrere una vacanza di  una quindicina di giorni. Desi visualizzò mentalmente la carta geografica dell’Italia: la Puglia era a sud, come la Sicilia.
Nel giro di pochi minuti avevano fatto amicizia. Una volta superato l’imbarazzo iniziale, Agia in realtà non era affatto timido. Ma, sebbene Desi lo trovasse piacevole e spiritoso, si rese conto che Isabelle era esclusa dalla conversazione e guardava accigliata il mare; perciò chiese il conto, salutò l’italiano e uscì dal ristorante a braccetto con l’amica. Percorsero a piedi tutta la Croisette fino al porto nuovo. Era una magnifica giornata di sole, allietata dal Mistral. Il clima ideale: caldo ma non umido. Mangiarono un gelato, quindi tornarono indietro e Desi andò ad aprire il negozio.
Erano circa le quattro del pomeriggio quando entrò Agia.
Desi lo fissò sorpresa. L’aveva seguita oppure si trattava di una semplice coincidenza? Probabilmente era valida la seconda ipotesi, perché Agia voleva acquistare qualche cd francese. Le spiegò i suoi gusti musicali e Desi lo aiutò a scegliere tre o quattro album.
Poi lui la invitò a cena.
Non c’era niente di male in quella proposta e Desi fu tentata di accettare, poi però si disse che molto probabilmente l’invito non si estendeva solamente alla cena. Aveva sentito dire che gli italiani erano sempre in cerca di avventure e, per quanto fosse una ragazza libera e aperta, non voleva andare a letto con il primo venuto. Agia intuì ciò che le stava passando per la mente. “Un invito a cena.”, disse. “Senza secondi fini. Non conosco nessuno qui e tu mi sei simpatica, ma se non ti va non intendo insistere.”
Desi lo guardò negli occhi e non vi trovò traccia di malizia. “Pourquoi pas?”, acconsentì. “Ci vediamo alle nove davanti all’hotel Carlton.”
Agia annuì. “So dov’è. Il mio albergo è lì vicino.”
Quando chiuse il negozio, Desi inforcò la bicicletta, andò a casa, si fece una doccia, aprì l’armadio e passò in rassegna i vestiti, anche se sapeva già che non avrebbe trovato niente di nuovo. Alla fine scelse una minigonna e scarpe con i tacchi. Infilò le scarpe in una borsa a tracolla, rimontò sulla bici e tornò a Cannes. Alle nove in punto era davanti al Carlton. Agia era già lì. Anche lui si era cambiato: indossava dei jeans, una camicia azzurra e una giacca blu. Quell’insieme gli donava, pensò Desi. Quella sera scoprì che Agia non era soltanto arguto e divertente ma anche colto e profondo. Parlarono di molte cose e al momento del dolce Desi capì che le piaceva. Tuttavia esitava. Si sarebbe fermato a Cannes per due settimane e poi sarebbe tornato in Italia; a lei non interessavano le avventure e non vedeva un futuro con lui: non che sognasse il matrimonio, però nemmeno una relazione di quindici giorni. Cionondimeno, quando uscirono dal ristorante, fu lei a prendere l’iniziativa e a baciarlo. Agia ricambiò il bacio, ma con una certa freddezza. Desi si sentì ferita. “Grazie per la bella serata.”, disse staccandosi da lui. Gli voltò le spalle e si avviò per recuperare la bicicletta. Lui rimase immobile a guardarla andar via.
Trascorsero quattro giorni. Desi aveva smesso di pensare ad Agia. Chiaramente lei aveva equivocato. Lui l’aveva invitata a cena perché era solo in una città che non conosceva, provava della simpatia per lei, ma non altro. Desi aveva dato per scontato ciò che invece non lo era affatto. Forse Agia aveva una ragazza in Puglia che lo aspettava. Ma allora perché era andato in vacanza senza la fidanzata? Probabilmente perché le loro ferie non coincidevano. Comunque fosse, lei non gli piaceva; era inutile girarci troppo intorno.
Quando lo vide entrare nel negozio, lo guardò perplessa. Non era uno stupido e non poteva non aver colto il senso di quello che era accaduto dopo la cena: lei lo aveva baciato, lui non aveva manifestato entusiasmo e lei se n’era andata dopo averlo ringraziato in modo molto formale. Non c’era motivo di  frequentarsi ancora. Se desiderava comprare altri dischi, avrebbe potuto scegliere un altro negozio, pensò acidamente.
“Domani è domenica.”, disse Agia. “Ti andrebbe di fare un giro in moto con me?”
Desi non rispose subito. Sulle labbra le era affiorato immediatamente un “no”, però non era una ragazza impulsiva e si impose di riflettere prima di rifiutare. Non era giusto biasimare Agia se desiderava la sua amicizia. Non era attratto fisicamente da lei, tuttavia questo non escludeva che potessero continuare a vedersi. Era l’esatto opposto di quello che aveva pensato in precedenza, ma nella vita è lecito cambiare idea. Le previsioni davano bel tempo e andare in moto le era sempre piaciuto. “Va bene.”, disse. “Puoi passare a prendermi a casa? Ora ti spiego dove abito.”

Read Full Post »

IL PUPAZZO DI NEVE

La neve scendeva, ammantando il grande parco di bianco. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava la meraviglia di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un cane si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che peraltro non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Katia. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco,  protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi non aveva mai voglia di mangiare, e neppure di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo vasto talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo fantasy su WordPress, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando pigiava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu fatale che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e la sua originalità, quella di unire una vicenda magica all’introspezione dei personaggi, avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Katia firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di tennis, ma rinunciò al campionato societario che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventisette, tuttavia non si presentò più agli esami universitari. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Dario; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di ottobre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Katia ignorò le sue missive.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Katia si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, poiché non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incomparabile suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. Un culmine mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un bar. Non era stato Dario a parlargliene, ma un certo Francesco, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, del tennis. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Katia sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Katia viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva l’unica estasi che avesse mai sperimentato.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano presentati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Katia rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami solo un minuto di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi, con gli occhi delle fate, rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Katia sorrise.
Al resto avrebbe provveduto il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli.

Read Full Post »

OH SE TU SAPESSI

Te ne andasti in un freddo giorno di dicembre.
Ho sempre amato l’estate. Ho sempre detestato l’inverno.
D’estate il mare è capace di assumere mille colori, e mille sfumature di colori; il mare profuma di vita, è solcato da barche a vela, che si spingono fino al lontano orizzonte, oltre al quale soltanto l’immaginazione può scorgere gli infiniti tesori di cui il suo scrigno è colmo: gioielli preziosi che alimentano l’esistenza, che ispirarono racconti ed epopee, che la mano del poeta seppe tradurre in versi simili alle pennellate di un pittore dell’anima.
L’estate dalle albe incantate e dai lunghi tramonti, preludio a notti calde, contenitori delle nostre speranze più audaci, in un orgoglioso anelito a quell’immortalità del pensiero, che coglieremo insieme come il più prezioso dei diamanti.
L’inverno è l’afasia. Le parole che si ghiacciano nel momento stesso in cui escono dalla bocca; cambiano significato, lo perdono e infine si ritirano, smarrite, in zone d’ombra, dove soffia il vento gelido di settentrione. E poi pioggia e neve, e buio incombente, che le stelle non riescono a rischiarare.
Oh se tu sapessi, amore mio.
Quanti sogni è in grado di creare il mio cuore!
Sogni che saranno destinati a rimanere tali, ma che tuttavia nasceranno ugualmente, cresceranno, come una pianta accudita da un bravo giardiniere, dando vita a giorni diversi, intessuti dei miei palpiti più profondi. Ti porterò a Lisbona, e a Costantinopoli. Ti condurrò ovunque tu vorrai, e sarà come se tu non fossi mai partita: quelle valigie non esisteranno più; esse saranno scomparse, lasciando in loro vece una borsa da viaggio.
Parleremo di libri, di film; mangeremo sdraiate sul letto infischiandocene delle briciole; saliremo sulle giostre, i volti arrossati per l’eccitazione. Ti regalerò un cagnolino. Sceglieremo il suo nome assieme, e sarà il nostro fido amico, suggello d’amore. Dimenticheremo le frasi aspre; con la potenza dell’immaginazione costruirò nuovi giorni, e ciascuno di essi sarà completamente differente dai precedenti, perché ogni mattino sceglierò percorsi inediti. Osserverò i tuoi occhi, cogliendone anche la minima espressione, certa di trovarvi una felicità che finalmente ti apparterrà.
Torneremo in quel ristorante, ancora ci scambieremo promesse; e la bonaria invidia di chi ci osserverà in quella sera sarà la testimonianza di un nuovo inizio.
E infine nuoteremo fino al largo, sotto al cielo più blu che esista. L’acqua sarà verde e tiepida; i delfini, muti testimoni del nostro amore. Di ritorno sulla spiaggia, troverò una conchiglia magica e te ne farò dono. Essa sarà il viatico della tua serenità, di sogni gioiosi e non più cupi, di aspettative ardenti che renderanno ogni giornata luminosa, di quella luminosità assoluta, scevra di nubi, perché io le manderò lontano. Per te ci saranno solo tappeti di stelle, cieli radiosi di sole, e sabbia bianca, e grandi prati cosparsi di fiori, e colline dal profilo gentile, e boschi colmi di meravigliosi piccoli amici: scoiattoli, tassi, volpi, lepri, che io ti farò conoscere.
Caccerò l’oscuro nemico. Edificherò una casa con il tetto d’ardesia e la cospargerò di piante; essa sarà protetta dal male, perché questo sarà il più grande sortilegio creato dal mio amore.
Tu avrai solo risvegli felici, e nulla potrà turbare la tua anima.
Amore mio, ti stringerò forte e dirò quelle parole che non seppi mai pronunciare; la tiepida brezza primaverile finalmente scioglierà il ghiaccio della mia mente.
Farò tesoro degli errori del passato, affinché non abbiano a ripetersi mai più. Forse ce ne saranno di nuovi, ma questa volta risulteranno talmente piccoli e trascurabili da non spegnere, nemmeno per un istante, il tuo sorriso.
Dipingerò quel sorriso. Sarà un quadro impalpabile, che soltanto i miei occhi potranno vedere. Ma sarà anche un quadro capace di trascendere il tempo e lo spazio; vivrà fino a quando i miei giorni volgeranno al termine.
Quello sarà l’ultimo momento, e io saprò, senza possibilità di errore, di non aver sprecato la mia vita. Le nostre mani si sfioreranno, e io porterò il tuo ricordo sulle bianche spiagge da dove non si fa ritorno.
Ma sìì tranquilla, tesoro mio: mancano ancora molti anni.
Che io colmerò del più grande amore.

Buon Ferragosto a tutti 🙂

Read Full Post »

UN, DUE, TRE!

Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: