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Posts Tagged ‘racconti’

IL DISCENDENTE

IL DISCENDENTEL’anziano studioso si sentiva sempre vagamente a disagio, quando l’imprenditore si recava da lui. Eppure era un uomo cordiale e alla mano, nonostante fosse uno degli individui più potenti d’Italia, anche se ultimamente era caduto in disgrazia. Disgrazia relativa, pensò il ricercatore, poiché deteneva ancora intatte ricchezza, influenza politica e capacità di stregare le masse.
“Ha delle notizie per me, dottor Squillaci?”
Lo studioso annuì e gli fece segno di seguirlo. L’uomo politico si era presentato da solo, senza guardie del corpo. Lo seguì attraverso un cucinino, una camera alquanto disordinata che assomigliava piuttosto a un ripostiglio e dopo un breve corridoio, con tracce di muffa sulle pareti, in uno studio ingombro di libri, documenti, scartoffie di ogni genere. In fondo, davanti a una finestra che dava sulla strada, c’era una scrivania. Sulla scrivania un computer. “Si accomodi.”, disse il ricercatore, indicando una sedia al suo ospite e prendendo posto dietro alla scrivania. L’altro gli lanciò uno sguardo ansioso. “Allora, dottor Squillaci?”
Lo studioso congiunse le mani sul tavolo, trasse un breve respiro ed estrasse da un cassetto alcuni fogli battuti a macchina. “Come lei sa”, esordì con un tono di voce sicuro – questo era il suo elemento, e nessuno poteva impartigli lezioni in quel campo – “ho trascorso vent’anni a studiare tali fatti. Ho svolto le indagini più meticolose, ho consultato eminenti scienziati di tutto il mondo, ho trovato libri antichi e preziosi, sono persino andato a Gerusalemme.”
“Tutto questo lo so.”, replicò l’imprenditore in modo bonario, ma allo stesso tempo con una sfumatura di impazienza; la voce di chi era abituato a impartire ordini e a vederli eseguire sollecitamente. “Vorrei conoscere le sue conclusioni.”
“Certo.” Lo studioso indicò il pc e sospirò. “Senza questi arnesi che peraltro detesto, senza il DNA, senza tutte le recenti scoperte in materia, malgrado i miei sforzi, non sarei approdato a nulla. E, invece, nelle pagine che lei si trova davanti è racchiusa una verità sorprendente.” Tacque per un momento, quindi aggiunse: “E se parlo di verità è perché ne sono sicuro.”
L’uomo che fino a poco tempo prima era stato Cavaliere lo scrutò attentamente. “Quindi?”, chiese, resistendo alla tentazione di leggere gli incartamenti. Preferiva ascoltare quello che Squillaci aveva da dirgli.
“E’ assodato”, proferì lentamente il ricercatore, come se scegliesse le parole, “che Gesù ebbe fratelli e sorelle; preferisco non spingermi oltre… a proposito di Maddalena, sebbene…” Scosse il capo e continuò: “Questi fratelli, queste sorelle, procrearono, come è ovvio. La discendenza da loro, intendo dagli ebrei, è costituita dal ramo femminile della famiglia; per questo motivo mi sono concentrato soprattutto sulle sorelle. Ebbene, la figlia di una di esse, dunque una nipote di Gesù, affrontò mari e burrasche per giungere infine in Francia, assieme a due anziane zie. Approdarono sulla costa di Saintes Maries de la Mere, dove Sarah, la regina degli zingari, si convertì e fu battezzata. Ancora oggi, tale evento viene ricordato e festeggiato da tutti i gitani d’Europa. E’ una festa splendida e vale la pena di assistervi; comunque questo esula dalla mia ricerca e da ciò che lei desidera sapere. Quello che ci interessa è che, mediante la datazione al carbonio-14, si stabilì che l’ossatura di tre corpi, rinvenuti dal re Renato il Buono, apparteneva a donne orientali del primo secolo dopo Cristo. La provenienza era chiara: l’odierno Stato d’Israele.”
L’imprenditore non si perdeva una parola; raramente aveva ascoltato qualcosa di più interessante.
“La figlia della nipote di Gesù, per qualche ragione, abbandonò la Francia e si trasferì in Italia, precisamente nell’attuale Toscana. Duecento anni più tardi, una sua diretta discendente andò ad abitare a Firenze.”
Lo studioso cambiò posizione sulla poltroncina e si immerse nei suoi pensieri per qualche istante, poi riprese a parlare. “Trascorsero secoli.”, affermò. “E per chiunque sarebbe stato estremamente difficile trovare le tracce, ricostruire alberi genealogici, insomma pervenire a quanto io sono riuscito a scoprire. Difficile, ma non impossibile. Le mie conclusioni sono inoppugnabili. Ho appurato che una sua pronipote sposò un certo Renzi, nativo di quella città. E, naturalmente, anche loro misero al mondo figli, da cui derivarono nipoti.”
L’imprenditore impallidì leggermente. “Quindi, quel suo articolo apparso su “Repubblica” conteneva un fondo di verità?”
“Oh, no, Cavaliere… ah, mi scusi! Volevo dire: nessun fondo di verità, togliamo quel fondo, e avremo la vera verità. Per riguardo a lei, dopo la sua precedente visita, ho fatto ulteriori controlli, benché non fosse necessario. In ogni caso, li ho effettuati con il massimo scrupolo. Era doveroso da parte mia, considerata la sua generosità.”
“Perciò lui è?”
“Discendente di Gesù.”, confermò lo studioso. “Mi creda, senza alcun dubbio.”
Se l’imprenditore era sgomento, non lo diede comunque a vedere. Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Come sempre, a Roma il traffico era caotico. Tornò a sedersi e fissò lo studioso. “Mi consenta.”, disse. “Se così fosse, se così è, per lui, per Matteo, sarebbe possibile mentire? Simulare, dissimulare?”
Il dottor Squillaci scosse la testa. “Non credo proprio. Certamente l’uomo non è esente da difetti, come ogni altro essere umano del resto, ma data la sua discendenza ritengo che sia da escludere ogni ipotesi di menzogna. Lui è cristallino.”
“Capisco.”
“Ne sono lieto.” Lo studioso sorrise.
“Veda”, disse l’imprenditore, “ho sempre pensato che quel ragazzo fosse mio figlio”.

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IL POSTINO DI CIMAGROTTA

Qualche anno fa in un paesino della Toscana c’era un postino. Si chiamava Giacomo Fabbri ed era molto brutto. Oltre a non essere bello di natura, a causa dei lineamenti del viso sgraziati, era anche tutto storto. Ogni cosa nel suo corpo era fuori posto, quasi fosse stato creato da uno scultore pazzo. Di normale aveva soltanto le gambe, che erano muscolose e ben fatte; il resto induceva a pensare a un incubo, oppure al protagonista di un film dell’orrore. Giacomo Fabbri consegnava sempre la posta in bicicletta e, sebbene pedalasse con vigore, rappresentava uno spettacolo grottesco, la caricatura di un uomo con quella postura assurda da personaggio dei cartoni animati: nessuno andava in bicicletta in modo tanto ridicolo.
Ci furono pressioni perché venisse licenziato, dato che disonorava il paese con la sua sola presenza; ma naturalmente non era possibile. Inviperiti, gli abitanti di Cimagrotta, questo è il nome dello sperduto villaggio immerso nel verde della campagna toscana, lo aspettavano sull’uscio di casa per insultarlo e schernirlo. I bambini lo inseguivano lungo le vie del paese, deridendolo e prendendolo a sassate. Indifferente a tutto ciò, ogni mattina Giacomo inforcava regolarmente la sua vecchia bici e incominciava il giro delle consegne. E ogni giorno, puntualmente, veniva bersagliato dal sarcasmo feroce e senza cuore di grandi e piccini. Persino le ragazze lo prendevano in giro, e solo una di esse, una timida biondina di nome Silvia, gli aveva parlato gentilmente, consigliandogli di abbandonare la bicicletta, e di consegnare la posta a piedi o con un motorino. In questo modo, forse le molestie sarebbero cessate. Ma Giacomo l’aveva ringraziata scrollando le spalle ricurve, e aveva continuato imperterrito a svolgere il suo lavoro in bici. Con il sole e con la pioggia, d’inverno e d’estate. Sempre accompagnato, giorno dopo giorno, da lazzi e da insulti.
Poi ci furono i campionati mondiali di ciclismo. Vinse un italiano, Mario Cipollini, che i tifosi chiamavano  affettuosamente “Re Leone”. Quando si trovò sul palco della premiazione, Cipollini alzò una mano per salutare la moltitudine di fans che lo acclamava, quindi parlò brevemente al microfono dell’operatore della Rai. Disse che desiderava dedicare quel grandissimo successo a un ragazzo che aveva incominciato con lui, e che era tre volte più bravo di lui. Purtroppo era stato investito da un camion, e la sua carriera era finita prima di nascere; inoltre aveva riportato lesioni gravissime che lo avevano rovinato per sempre. “Sei nel mio cuore, Giacomo Fabbri!”, concluse prima di portarsi alla bocca la rituale bottiglia di champagne.
Il mattino dopo, il postino incominciò il giro delle consegne. Era una giornata fresca, allietata dal cielo azzurro e da un sole garbato; una brezza leggera accarezzava gli alberi allineati lungo la strada principale di Cimagrotta. Gli abitanti del paese lo attendevano fuori di casa, così come avevano fatto per mesi e mesi. Giacomo si incurvò ancor più del solito e continuò a pedalare, aspettando il consueto coro di schiamazzi, offese e volgarità. Ma attorno a lui c’era un grande silenzio. Quando arrivò a metà via si udì un timido applauso. Era stato un vecchio, noto per la sua crudele ironia, generalmente fra i primi a deriderlo. Dopo qualche secondo fu imitato da una donna. Poi da un ragazzino. E infine si levò un unico immenso applauso che lo accompagnò mentre procedeva ingobbito.
Un applauso interminabile. Infinito.
Giacomo Fabbri continuò a pedalare. Se possibile, più curvo che mai.

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LA STORIA DI DESI 2 DI 2

A tratti Agia era spiritoso, a tratti caustico; ma spesso Desi non capiva se stesse scherzando o provocando: forse entrambe le cose. Saint-Tropez era illuminata dal sole di luglio, il mare sembrava splendere: una distesa di acqua azzurra su cui il vento giocava, creando barbagli di luce simili a cristalli scintillanti.
“Brigitte Bardot non era bella.”, affermò Agia. “Affascinante, ma non bella. Con quei denti da cavallo… Anna Tatangelo sì che è un’autentica bellezza.”
Desi non sapeva chi fosse Anna Tatangelo.
Il viaggio da Cannes a Saint-Tropez era stato molto piacevole; Agia guidava con sicurezza, né troppo forte, né troppo piano, affrontava le curve con prudenza per poi accelerare sul rettilineo seguente. Desi era in jeans, una maglia da marinaio e portava allacciato in vita un golf di cotone blu. Calzava scarpe da ginnastica. “Mangiamo qualcosa?”, propose. Agia si guardò attorno e le indicò un ristorantino dall’aspetto accogliente. “Benissimo.”, disse lei. Aveva scoperto altre cose sul conto di Agia. Il suo “vocabolario” era limitato ma sufficiente per parlare di tutto e, chiacchierando con lei, migliorava, dato che apprendeva termini nuovi. Desi era una maestra paziente. Si diressero verso il ristorante. La moto, una MV Brutale 910 S, era parcheggiata lì vicino, negli appositi spazi. Desi aveva notato che Agia era pignolo. “Sono del segno della Vergine.”, le aveva spiegato. “Io Ariete.”, disse la ragazza.
Agia lasciò scegliere a lei. “So leggere in francese, anche se lentamente.”, disse. “Ma spesso i nomi dei cibi sono incomprensibili per uno straniero e ciò naturalmente vale anche per l’Italia: pensa solo alle orecchiette con cime di rapa.”
Desi ordinò loup de mere e insalata mista. Quando finirono di mangiare lo condusse al porto. Vide che si poteva noleggiare una vecchia star. Era uno scafo elegante e slanciato, rigorosamente bianco. Agia la guardò allarmato. “Non sono mai salito su una barca a vela!”
Desi rise. “Fidati di me. Vedrai che ti divertirai.” Isabelle possedeva una “stella” e le due donne spesso andavano in mare assieme, anche se era Isabelle a stare al timone, non perché l’imbarcazione fosse sua ma perché era più brava ed esperta di Desi. Peraltro, anche Desi se la cavava bene. Armò da sola la star, mise Agia al fiocco, gli spiegò le due o tre cose essenziali che doveva fare, e uscì in mare aperto. Il primo tratto fu di bolina. Man mano che si spingevano al largo il Mistral rafforzava e la star si inclinava sempre di più. “Non preoccuparti.”, disse notando che Agia sembrava spaventato. “Questa barca non si può rovesciare. Cazza un po’ quel fiocco.” Agia obbedì prontamente.
Ormai Saint-Tropez era un punticino lontano. Desi virò e passò all’andatura di poppa, cioè con il vento a favore. A un tratto il Mistral calò, sino a trasformarsi in un lieve refolo; poi raggiunsero un punto dove la bonaccia regnava assoluta. Desi si spogliò, rimanendo in costume da bagno, quindi senza dire una parola si tuffò in mare. Agia la osservò ammirato: nuotava con uno stile perfetto, fluido e armonioso; si capiva che si trovava nel suo elemento. La ragazza si allontanò di un centinaio di metri, poi tornò alla barca e si issò a bordo con la forza delle braccia. Aveva gli occhi che brillavano di entusiasmo. Agia la fissò. Era giovane, bella, piena di vitalità. Provò un moto di autocommiserazione, ma fu solo questione di un istante. La star galleggiava pigramente, il sole splendeva alto nel cielo, erano soli in mezzo al mare: all’improvviso si sentì felice, ed era da molto tempo che questo non accadeva. Se ne stupì un poco, poi scrollò le spalle. Sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella giornata: la corsa in moto, il caffè bevuto a Saint-Raphael, il pranzo squisito e la gita in barca… ma soprattutto Desi. Era bella, pulita dentro, affamata di vita, radiosa e solare. Agia aveva colto delle ombre in lei, attribuendole a qualche oscuro fatto che in passato l’aveva segnata, e certamente la vita l’avrebbe colpita ancora, poiché questo è il destino ineluttabile degli uomini; tuttavia Desi era provvista di una grande forza interiore che le avrebbe permesso di superare indenne i momenti tristi. Le ferite si sarebbero rimarginate, le lacrime asciugate e lei avrebbe proseguito il suo cammino, avida di vita, di emozioni, di felicità.
Fu in quel momento che capì che poteva farlo. Le avrebbe regalato un dolore, che però presto si sarebbe trasformato in un ricordo importante, venato di malinconia certo ma anche legato a un giorno per entrambi indimenticabile. Muovendosi goffamente la raggiunse a poppa. Non servirono parole. Desi comprese che ora lui voleva e provò lo stesso desiderio. Per vari versi Agia era un uomo strano, enigmatico, ma in lui c’era qualcosa che la attraeva in modo irresistibile, come non era mai successo con Bernard, né con i ragazzi che aveva frequentato prima.
Fu bello. Molto bello. Quando lo sentì dentro di sé, Desi provò una gioia talmente intensa che quasi si sentì soffocare. Poi rimasero a lungo abbracciati, senza parlare, gli occhi fissi sul mare che scintillava al sole.
Desi ricondusse la star al porto. Agia, tornato al fiocco, spesso si voltava a guardarla e nel suo sguardo c’era un’intensità così forte che la ragazza si sentì commossa. Era certa di amarlo, benché lo conoscesse soltanto da pochi giorni; ed era certa, assolutamente certa, che anche lui l’amava. Quegli occhi non potevano mentire. Desi si rivestì, ormeggiò la barca, la disarmò e saltò agilmente sul molo. Agia la seguì con qualche impaccio.
Quella sera cenarono all’Auberge Provencale, il più antico ristorante di Cannes. Quando arrivarono al dolce, Agia le prese una mano e disse: “E’ stata la più bella giornata della mia vita.” Non sorrideva, mentre parlava. “Forse mi sono comportato da egoista.”, aggiunse dopo un momento. “Però non me ne pento. Perché credo che ti resterà un ricordo di me, e una volta superato il dolore, nel tuo cuore rimarrà qualcosa di importante: un amore fugace ma che avrebbe potuto essere eterno… e la consapevolezza di avermi dato una felicità che non credevo fosse più possibile. Quando penserai a me, non disprezzarmi. Non penso di meritarlo.”
Pagò il conto e la riportò a casa.
Lei si sentiva inquieta, a causa di quelle strane parole.
Ma lui la abbracciò, stringendola forte a sé. “Ti resta la tua amica Isabelle.”, disse. “E un domani un altro amore.” Sorrise, lanciò un’occhiata al mare illuminato dalla luce delle stelle, e aggiunse a voce molto bassa: “Ma tu per me sei l’amore eterno.”
Risalì in moto, la guardò per un’ultima volta, come per imprimersi per sempre il suo viso nella memoria, quindi partì rombando, allontanandosi nella notte.
Desi sapeva che non l’avrebbe più rivisto.
Né si stupì quando un mese dopo ricevette una lettera da un dottore italiano. Lo aveva già capito e non le serviva quella conferma.
Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
E, lentamente, sorse il sole.

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LA STORIA DI DESI 1 DI 2

Esistono varie gradazioni di oscurità, ma quella notte sembrava che il buio fosse assoluto, anche se probabilmente non era vero. Desi indugiò per qualche minuto, poi si alzò dal letto e, camminando a piedi nudi, andò alla finestra.
Non aveva bisogno di accendere la luce, dato che conosceva la stanza a memoria. D’altra parte c’era ben poco da vedere: il letto, un vecchio comodino e un tappeto consunto. La camera era lunga e stretta. Desi aveva sistemato alcune mensole sulle pareti per poter riporre i suoi libri, un vaso di fiori e la fotografia del padre, che aveva fatto incorniciare spendendo forse più di quanto potesse permettersi.
Desi aveva ventiquattro anni, era assai graziosa, vivace, e molto intelligente. Viveva in quell’appartamento, un piccolo soggiorno con angolo cottura, un bagno, la camera da letto e uno sgabuzzino dove aveva sistemato l’armadio e impilato per terra i libri che non stavano sulle mensole, da quando aveva lasciato i suoi. Il patrigno aveva cercato di sedurla, lei si era ribellata e lo aveva respinto, ma la mamma non le aveva creduto. “Sei una sgualdrina!” Quelle parole le bruciavano ancora.
All’epoca era già maggiorenne, perciò se n’era andata. Lavorava in un negozio di dischi; lo stipendio non era granché, però sufficiente per pagare l’affitto e comprarsi da mangiare. La sua migliore amica si chiamava Isabelle. Possedeva una boutique in Rue d’Antibes e spesso le regalava dei vestiti. Desi protestava, ma Isabelle scrollava le spalle, sostenendo che erano degli scarti. In realtà, non era vero. Ogni tanto Desi sgraffignava qualche cd per sdebitarsi, quantomeno in parte.
Aprì la finestra e guardò fuori. Molto lontano, a oriente, scorse una pallida striscia di luce. Osservò la strada, sotto di lei: i lampioni cominciavano a spegnersi. Spirava una fresca brezza. Ancora nascosta dal buio, a una cinquantina di metri di distanza, c’era una piccola spiaggia. Nei mesi estivi, quando rincasava dal lavoro, Desi attraversava la strada per camminare sulla sabbia. Poi entrava nel mare e nuotava vigorosamente fino a quando la spiaggia scompariva alla vista, quindi si metteva a dorso, lasciandosi trasportare dalla corrente. Quello era il momento più bello della giornata. Nei paraggi c’erano anche un porticciolo di pescatori, un ristorantino gestito da una coppia di anziani coniugi e alcune vecchie abitazioni. La casa di Desi era a est di Cannes; un promontorio la separava dalla città.
Preparò il caffé, forte e senza zucchero, e tornò alla finestra per berlo.  Guardò davanti a sé: il mare era scuro, tuttavia al largo brillavano delle luci. Una nave, pensò Desi. Suo padre, Antonio, era italiano, di Palermo; la madre invece era francese. Antonio l’aveva conosciuta al porto vecchio: era un marinaio. A quanto si diceva, la mamma, Mirelle, in gioventù era stata molto bella, sebbene poi fosse invecchiata precocemente. Desi aveva preso da lei, almeno stando alle foto che aveva visto. Dopo il matrimonio, Antonio si era trasferito a Cannes, la città di Mirelle. Era morto quando Desi aveva cinque anni. Non si era mai saputo con esattezza cos’era successo; secondo la versione ufficiale, era scivolato sul ponte della nave durante una tempesta, picchiando la testa. Ma circolavano anche voci diverse: che fosse deceduto in seguito a una rissa. Ciò nonostante, Desi amava le navi.
A volte sognava a occhi aperti. Le sarebbe piaciuto essere un maschio, imbarcarsi su un peschereggio diretto verso mari esotici, svegliarsi al mattino assaporando l’odore della salsedine, visitare paesi remoti e suggestivi; oppure salire a bordo di una nave da crociera ma non come cameriera, questo non le sarebbe interessato: avrebbe voluto fare il marinaio, iniziando dal livello più basso, mozzo, per poi guadagnarsi il rispetto del comandante.
Si staccò dalla finestra e andò in bagno a lavarsi. Indossò dei pantaloncini corti, un top, scarpe da ginnastica, e scese in cantina. Prese la bicicletta e pedalò fino a Cannes che distava circa quattro chilometri da casa sua. Mangiò un croissant in compagnia di Isabelle, passeggiò per un po’ sulla Croisette, sbirciando le vetrine dei lussuosi negozi e, quando fu l’ora, si recò al lavoro. Il negozio era situato in fondo a Rue d’Antibes, nelle immediate vicinanze del porto vecchio. Da lì, in due minuti, si arrivava alla Croisette; per lei che amava il mare era un’ubicazione perfetta.
Era l’anno di Miley Cyrus e di altre cantanti simili, però Desi preferiva un altro genere di musica. Mise nel lettore uno dei primi cd dei Metallica (dopo l’album “nero”, a suo giudizio, si erano appassiti) e pulì da cima a fondo il locale. Il proprietario non si faceva vedere quasi mai, ma ciò non  le impediva di lavorare coscienziosamente. Le piacevano anche le canzoni francesi, benché spesso fossero troppo tristi. Conosceva pochi artisti italiani: tra questi il suo prediletto era Vasco Rossi. Dopo i Metallica, inserì nel lettore il suo ultimo disco.
Desi si divertiva a cambiare tutti i giorni la vetrina: non era un compito strettamente necessario, ma pensava che in questo modo sarebbe riuscita ad attrarre più clienti, e comunque lei amava le novità e non sopportava la routine. Era il motivo per cui aveva lasciato Bernard, un ragazzo bello ma monotono, che sembrava desiderare che tutte le giornate fossero uguali. Desi lo aveva sopportato per sei mesi e alla fine, seppure dispiaciuta, aveva rotto la relazione. Quando gli aveva spiegato perché aveva preso quella decisione, lui era caduto dalle nuvole; per Bernard era normale andare in discoteca al sabato sera, al cinema la domenica e cenare sempre nello stesso posto. Per Desi, invece, era inconcepibile.
Quel suo modo di intendere la vita probabilmente aveva salvato il negozio. La commessa che l’aveva preceduta si limitava a eseguire gli ordini e, dato che il proprietario latitava e che lei non prendeva iniziative, man mano il catalogo si era assottigliato, riducendosi unicamente ai dischi nuovi e a qualche vecchio classico. La gente entrava e spesso non trovava quello che cercava. Desi aveva convinto il padrone a sborsare una grossa cifra per acquistare le discografie complete di tutti i principali gruppi e cantanti, e non appena gli affari erano migliorati aveva aggiunto alcune preziose rarità fatte venire appositamente dall’America. Non si era limitata solo a quello. Aveva diviso gli artisti per settori, in modo che fossero facilmente rintracciabili. Aveva creato una sezione dedicata al jazz e, ogni settimana, esponeva la classifica dei dieci cd più venduti. Grazie alle sue iniziative adesso era il negozio più rifornito di Cannes e le vendite si erano quadruplicate, anche se lo stipendio era rimasto quello di prima.
All’una andò a pranzo con Isabelle. Lei indossava una gonna lunga, vagamente gitana, e calzava sandali aperti. Erano molto diverse tra loro. Isabelle era alsaziana, perciò per metà tedesca; il suo aspetto confermava quelle origini: alta, bionda, con gli occhi azzurri. Più che bella era appariscente. Desi era piccola e minuta, anche lei bionda, con lineamenti più fini. Isabelle generalmente non si truccava, Desi riservava particolare cura agli occhi, talvolta eccedendo con il mascara.
Presero moules avec frittes e due birre. Mentre mangiavano chiacchierando allegramente, nel locale entrò un uomo vestito da motociclista. Si tolse il casco e si guardò attorno in cerca di un tavolo libero. L’unico posto disponibile era vicino alle due donne. L’uomo si sedette, prese il menù e gli diede una rapida scorsa. Poi lo depose con un’aria vagamente imbarazzata. Desi pensò che fosse uno straniero e che non sapesse leggere il francese; la sua supposizione fu confermata quando arrivò la cameriera. Infatti l’uomo indicò il loro piatto,  però ordinò il vino in francese, quindi lo parlava, sebbene con un forte accento italiano.
Fu questo ad attrarla.
Desi non era mai stata in Italia, ma ricordava ancora quando suo padre le diceva qualche parola nella sua lingua; una sera le aveva addirittura raccontato una fiaba e Desi per sommi capi era riuscita a capirla. Gli italiani la affascinavano: erano simpatici e cordiali, e poi la lora terra era quella di papà. Lei stessa aveva sangue siciliano nelle vene.
L’uomo si accorse che lo stava osservando e le sorrise timidamente. Dimostrava circa trentacinque anni, non era né bello né brutto; in ogni caso, per qualche ragione aveva un aspetto interessante. Più volte sembrò sul punto di rivolgerle la parola, ma gli mancò il coraggio per farlo, forse a causa di Isabelle, fredda e imperiosa, che non lo degnava di uno sguardo e che anzi pareva infastidita dalla sua presenza.
Desi, però, voleva conoscerlo. Fu quindi lei a rompere il ghiaccio, presentandosi e chiedendogli se era in ferie e da quale regione italiana proveniva. “Mi chiamo Agia.”, disse lui. Desi si domandò se quello fosse il nome o il cognome. Agia era pugliese ed era venuto a Cannes in moto per trascorrere una vacanza di  una quindicina di giorni. Desi visualizzò mentalmente la carta geografica dell’Italia: la Puglia era a sud, come la Sicilia.
Nel giro di pochi minuti avevano fatto amicizia. Una volta superato l’imbarazzo iniziale, Agia in realtà non era affatto timido. Ma, sebbene Desi lo trovasse piacevole e spiritoso, si rese conto che Isabelle era esclusa dalla conversazione e guardava accigliata il mare; perciò chiese il conto, salutò l’italiano e uscì dal ristorante a braccetto con l’amica. Percorsero a piedi tutta la Croisette fino al porto nuovo. Era una magnifica giornata di sole, allietata dal Mistral. Il clima ideale: caldo ma non umido. Mangiarono un gelato, quindi tornarono indietro e Desi andò ad aprire il negozio.
Erano circa le quattro del pomeriggio quando entrò Agia.
Desi lo fissò sorpresa. L’aveva seguita oppure si trattava di una semplice coincidenza? Probabilmente era valida la seconda ipotesi, perché Agia voleva acquistare qualche cd francese. Le spiegò i suoi gusti musicali e Desi lo aiutò a scegliere tre o quattro album.
Poi lui la invitò a cena.
Non c’era niente di male in quella proposta e Desi fu tentata di accettare, poi però si disse che molto probabilmente l’invito non si estendeva solamente alla cena. Aveva sentito dire che gli italiani erano sempre in cerca di avventure e, per quanto fosse una ragazza libera e aperta, non voleva andare a letto con il primo venuto. Agia intuì ciò che le stava passando per la mente. “Un invito a cena.”, disse. “Senza secondi fini. Non conosco nessuno qui e tu mi sei simpatica, ma se non ti va non intendo insistere.”
Desi lo guardò negli occhi e non vi trovò traccia di malizia. “Pourquoi pas?”, acconsentì. “Ci vediamo alle nove davanti all’hotel Carlton.”
Agia annuì. “So dov’è. Il mio albergo è lì vicino.”
Quando chiuse il negozio, Desi inforcò la bicicletta, andò a casa, si fece una doccia, aprì l’armadio e passò in rassegna i vestiti, anche se sapeva già che non avrebbe trovato niente di nuovo. Alla fine scelse una minigonna e scarpe con i tacchi. Infilò le scarpe in una borsa a tracolla, rimontò sulla bici e tornò a Cannes. Alle nove in punto era davanti al Carlton. Agia era già lì. Anche lui si era cambiato: indossava dei jeans, una camicia azzurra e una giacca blu. Quell’insieme gli donava, pensò Desi. Quella sera scoprì che Agia non era soltanto arguto e divertente ma anche colto e profondo. Parlarono di molte cose e al momento del dolce Desi capì che le piaceva. Tuttavia esitava. Si sarebbe fermato a Cannes per due settimane e poi sarebbe tornato in Italia; a lei non interessavano le avventure e non vedeva un futuro con lui: non che sognasse il matrimonio, però nemmeno una relazione di quindici giorni. Cionondimeno, quando uscirono dal ristorante, fu lei a prendere l’iniziativa e a baciarlo. Agia ricambiò il bacio, ma con una certa freddezza. Desi si sentì ferita. “Grazie per la bella serata.”, disse staccandosi da lui. Gli voltò le spalle e si avviò per recuperare la bicicletta. Lui rimase immobile a guardarla andar via.
Trascorsero quattro giorni. Desi aveva smesso di pensare ad Agia. Chiaramente lei aveva equivocato. Lui l’aveva invitata a cena perché era solo in una città che non conosceva, provava della simpatia per lei, ma non altro. Desi aveva dato per scontato ciò che invece non lo era affatto. Forse Agia aveva una ragazza in Puglia che lo aspettava. Ma allora perché era andato in vacanza senza la fidanzata? Probabilmente perché le loro ferie non coincidevano. Comunque fosse, lei non gli piaceva; era inutile girarci troppo intorno.
Quando lo vide entrare nel negozio, lo guardò perplessa. Non era uno stupido e non poteva non aver colto il senso di quello che era accaduto dopo la cena: lei lo aveva baciato, lui non aveva manifestato entusiasmo e lei se n’era andata dopo averlo ringraziato in modo molto formale. Non c’era motivo di  frequentarsi ancora. Se desiderava comprare altri dischi, avrebbe potuto scegliere un altro negozio, pensò acidamente.
“Domani è domenica.”, disse Agia. “Ti andrebbe di fare un giro in moto con me?”
Desi non rispose subito. Sulle labbra le era affiorato immediatamente un “no”, però non era una ragazza impulsiva e si impose di riflettere prima di rifiutare. Non era giusto biasimare Agia se desiderava la sua amicizia. Non era attratto fisicamente da lei, tuttavia questo non escludeva che potessero continuare a vedersi. Era l’esatto opposto di quello che aveva pensato in precedenza, ma nella vita è lecito cambiare idea. Le previsioni davano bel tempo e andare in moto le era sempre piaciuto. “Va bene.”, disse. “Puoi passare a prendermi a casa? Ora ti spiego dove abito.”

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IL PUPAZZO DI NEVE

La neve scendeva, ammantando il grande parco di bianco. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava la meraviglia di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un cane si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che peraltro non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Katia. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco,  protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi non aveva mai voglia di mangiare, e neppure di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo vasto talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo fantasy su WordPress, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando pigiava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu fatale che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e la sua originalità, quella di unire una vicenda magica all’introspezione dei personaggi, avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Katia firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di tennis, ma rinunciò al campionato societario che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventisette, tuttavia non si presentò più agli esami universitari. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Dario; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di ottobre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Katia ignorò le sue missive.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Katia si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, poiché non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incomparabile suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. Un culmine mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un bar. Non era stato Dario a parlargliene, ma un certo Francesco, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, del tennis. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Katia sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Katia viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva l’unica estasi che avesse mai sperimentato.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano presentati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Katia rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami solo un minuto di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi, con gli occhi delle fate, rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Katia sorrise.
Al resto avrebbe provveduto il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli.

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OH SE TU SAPESSI

Te ne andasti in un freddo giorno di dicembre.
Ho sempre amato l’estate. Ho sempre detestato l’inverno.
D’estate il mare è capace di assumere mille colori, e mille sfumature di colori; il mare profuma di vita, è solcato da barche a vela, che si spingono fino al lontano orizzonte, oltre al quale soltanto l’immaginazione può scorgere gli infiniti tesori di cui il suo scrigno è colmo: gioielli preziosi che alimentano l’esistenza, che ispirarono racconti ed epopee, che la mano del poeta seppe tradurre in versi simili alle pennellate di un pittore dell’anima.
L’estate dalle albe incantate e dai lunghi tramonti, preludio a notti calde, contenitori delle nostre speranze più audaci, in un orgoglioso anelito a quell’immortalità del pensiero, che coglieremo insieme come il più prezioso dei diamanti.
L’inverno è l’afasia. Le parole che si ghiacciano nel momento stesso in cui escono dalla bocca; cambiano significato, lo perdono e infine si ritirano, smarrite, in zone d’ombra, dove soffia il vento gelido di settentrione. E poi pioggia e neve, e buio incombente, che le stelle non riescono a rischiarare.
Oh se tu sapessi, amore mio.
Quanti sogni è in grado di creare il mio cuore!
Sogni che saranno destinati a rimanere tali, ma che tuttavia nasceranno ugualmente, cresceranno, come una pianta accudita da un bravo giardiniere, dando vita a giorni diversi, intessuti dei miei palpiti più profondi. Ti porterò a Lisbona, e a Costantinopoli. Ti condurrò ovunque tu vorrai, e sarà come se tu non fossi mai partita: quelle valigie non esisteranno più; esse saranno scomparse, lasciando in loro vece una borsa da viaggio.
Parleremo di libri, di film; mangeremo sdraiate sul letto infischiandocene delle briciole; saliremo sulle giostre, i volti arrossati per l’eccitazione. Ti regalerò un cagnolino. Sceglieremo il suo nome assieme, e sarà il nostro fido amico, suggello d’amore. Dimenticheremo le frasi aspre; con la potenza dell’immaginazione costruirò nuovi giorni, e ciascuno di essi sarà completamente differente dai precedenti, perché ogni mattino sceglierò percorsi inediti. Osserverò i tuoi occhi, cogliendone anche la minima espressione, certa di trovarvi una felicità che finalmente ti apparterrà.
Torneremo in quel ristorante, ancora ci scambieremo promesse; e la bonaria invidia di chi ci osserverà in quella sera sarà la testimonianza di un nuovo inizio.
E infine nuoteremo fino al largo, sotto al cielo più blu che esista. L’acqua sarà verde e tiepida; i delfini, muti testimoni del nostro amore. Di ritorno sulla spiaggia, troverò una conchiglia magica e te ne farò dono. Essa sarà il viatico della tua serenità, di sogni gioiosi e non più cupi, di aspettative ardenti che renderanno ogni giornata luminosa, di quella luminosità assoluta, scevra di nubi, perché io le manderò lontano. Per te ci saranno solo tappeti di stelle, cieli radiosi di sole, e sabbia bianca, e grandi prati cosparsi di fiori, e colline dal profilo gentile, e boschi colmi di meravigliosi piccoli amici: scoiattoli, tassi, volpi, lepri, che io ti farò conoscere.
Caccerò l’oscuro nemico. Edificherò una casa con il tetto d’ardesia e la cospargerò di piante; essa sarà protetta dal male, perché questo sarà il più grande sortilegio creato dal mio amore.
Tu avrai solo risvegli felici, e nulla potrà turbare la tua anima.
Amore mio, ti stringerò forte e dirò quelle parole che non seppi mai pronunciare; la tiepida brezza primaverile finalmente scioglierà il ghiaccio della mia mente.
Farò tesoro degli errori del passato, affinché non abbiano a ripetersi mai più. Forse ce ne saranno di nuovi, ma questa volta risulteranno talmente piccoli e trascurabili da non spegnere, nemmeno per un istante, il tuo sorriso.
Dipingerò quel sorriso. Sarà un quadro impalpabile, che soltanto i miei occhi potranno vedere. Ma sarà anche un quadro capace di trascendere il tempo e lo spazio; vivrà fino a quando i miei giorni volgeranno al termine.
Quello sarà l’ultimo momento, e io saprò, senza possibilità di errore, di non aver sprecato la mia vita. Le nostre mani si sfioreranno, e io porterò il tuo ricordo sulle bianche spiagge da dove non si fa ritorno.
Ma sìì tranquilla, tesoro mio: mancano ancora molti anni.
Che io colmerò del più grande amore.

Buon Ferragosto a tutti 🙂

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UN, DUE, TRE!

Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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TIE-BREAK

Il pubblico del campo centrale di Wimbledon tratteneva il fiato. Serena Williams, la grande favorita del torneo, si era aggiudicata senza problemi il primo set della finale, poi dopo una furibonda battaglia aveva perso il secondo. E ora si trovava uno a cinque, zero a quaranta, nel terzo. Jane trasse un profondo respiro e si preparò a servire la palla del match point.
Jane rappresentava una sorpresa assoluta: proveniva dalle qualificazioni, era sconosciuta ai più e nel corso del suo cammino aveva eliminato, una dopo l’altra, Francesca Schiavone e la sorella di Serena. Socchiuse gli occhi per un istante, infastidita dal sole, quindi prima di prodursi nel suo fantastico servizio, ripensò agli ultimi mesi.
Jane era nata a Windsor. Di famiglia benestante, aveva dimostrato sin da piccola una naturale predisposizione per lo sport. I suoi genitori le avevano regalato un cavallo che lei adorava; tuttavia eccelleva soprattutto nel tennis. Passata precocemente al professionismo, aveva partecipato a tre tornei minori, aggiudicandosi l’ultimo dei tre; dopodiché si era iscritta a Wimbledon. A differenza di molte ragazze prodigio,  Jane non era una macchina costruita appositamente per macinare ore di allenamento. Talento innato e doti fisiche le permettevono di vivere una vita normale, senza dover sottostare alle privazioni che generalmente un’atleta deve affrontare. Nel corso di una festa aveva conosciuto Keith. Era un giovane bello e inquietante; aveva fatto sesso con lui quella notte stessa.
Con un gesto elastico e perfettamente coordinato lanciò in aria la pallina, quindi la indirizzò sul lato sinistro del campo. La violenta risposta della Williams la sorprese; non tentò nemmeno di opporsi a quell’autentico proiettile. Tornò alla battuta e commise doppio fallo. Quaranta a trenta.
Si era innamorata di Keith. Era la prima volta che le succedeva: ma lui era speciale. Realizzava quadri stupendi, scriveva poesie profonde e ispirate, e faceva l’amore in modo superbo. A seconda dei casi, poteva dimostrarsi tenero e affascinante oppure scontroso e cupo. Ma quando era dell’umore giusto la faceva sentire una regina.
Tre passanti micidiali di Serena Williams le tolsero il servizio. Perse il successivo game a zero. Adesso conduceva per cinque a tre, e aveva una nuova occasione di chiudere l’incontro.
Keith l’aveva portata a Parigi, dove avevano trascorso un weekend magnifico. Avevano esplorato il quartiere degli artisti e si erano fermati a mangiare nei deliziosi ristorantini della rive gauche. Avevano fatto all’amore per ore, regalandosi emozioni di un’intensità quasi sconvolgente. Keith era un pittore affermato e non badava a spese. L’aveva condotta a Cannes, donandole l’incanto del mare e delle palme. Nella lussuosa camera dell’hotel Carlton si erano letteralmente divorati a vicenda, fermandosi soltanto alle prime luci dell’alba per poi dormire teneramente abbracciati fino a mezzogiorno. Alla sera cenavano da Pierrot, e Jane mangiava avidamente una dozzina di ostriche sostenendo che erano il cibo più afrodisiaco che esistesse in natura. Passeggiavano mano nella mano sulla Croisette, soffermandosi ad osservare il meraviglioso scenario del mare illuminato dalla  luna. Guardavano il cielo stellato e poi tornavano in albergo a fare nuovamente l’amore.
“Cinque a cinque”, annunciò lo speaker con la voce resa metallica dall’altoparlante. Serena Williams era diventata incontenibile. Jane non riusciva più a ribattere ai suoi colpi, era sballottata per il campo come un pugile rintronato per i troppi pugni subiti. “Sei a cinque per la signorina Williams.”
Tornati in Inghilterra, avevano continuato a frequentarsi raggiungendo un’intimità sempre maggiore. Jane era convinta che Keith l’amasse. A parte gli sbalzi d’umore, sapeva essere incredibilmente dolce con lei. Un giorno le fece un regalo stupendo: il suo ritratto. Aveva lavorato di nascosto, affidandosi solamente alla memoria. Il risultato era sorprendente: si trattava di un dipinto di prodigiosa bellezza, capace di raffigurare non solo il suo viso ma anche la sua anima.
Jane era stravolta dalla stanchezza. Madida di sudore, dolorante a un piede, accettò intimamente la sconfitta. Finalista alla sua prima partecipazione a Wimbledon! Era comunque uno sbalorditivo successo, pensò nella maniera che è propria dei perdenti. E’ vero: si era trovata a un passo dalla vittoria, ma l’altra era troppo forte. Avrebbe ritentato l’anno successivo. Trascinata dalla sua stessa furia agonistica Serena commise tre errori gratuiti. Sei pari e conclusione al tie-break.
Una sera aveva voluto fargli una sorpresa. Senza avvisarlo si era recata da lui. Aveva con sé una bottiglia di champagne, desiderava essere coccolata, amata; voleva trascorre una notte indimenticabile. Entrò in casa con le chiavi che le aveva dato. Keith era in camera da letto, con la luce accesa. Jane pensò maliziosamente che ambedue preferivano la luce al buio; i loro corpi giovani e belli non meritavano di essere celati alla vista. Aprì la porta della stanza.
La Williams si aggiudicò il primo punto del tie-break con un passante di rovescio. Poi fece un ace. Due a zero.
Keith era letto con una ragazza. Una perfetta sconosciuta, per Jane. Era mora, molto avvenente; lo stava cavalcando. Jane guardò la scena impietrita, resistendo all’impulso di scagliarsi su di loro; non avrebbe saputo chi picchiare per primo. Keith la vide ma non fece nulla per fermarla. Lei uscì dalla camera, e dalla sua vita.
Jane si asciugò il sudore dalla fronte. Il caldo era insopportabile, il sole picchiava implacabile con la stessa forza dei colpi di Serena Williams. Alzò lo sguardo verso la tribuna, cercando con gli occhi suo padre. E li vide. Keith e la bruna, stretti l’un l’altra che ridevano e si accarezzavano, indifferenti alla partita e incuranti degli altri spettatori indignati.
Toccava a Jane servire.
Andò alla battuta per vincere.

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LO SPECCHIO DELL’ANIMA

Chiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della  multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati  alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli  Mondo senza fine  di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

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COMING BACK TO ME

Rosalba, sapevo che te ne saresti andata, visto che me lo avevi annunciato con grande anticipo. Dovevi solo trovare una nuova casa. Pensavo che ci sarebbe voluto molto tempo, qualche mese almeno, e cercavo di non pensarci, quasi illudendomi che in realtà non sarebbe mai successo. E invece quella sera trovai il tuo biglietto.
Nella mia vita avevo già conosciuto una grande infelicità, perciò credevo di essere, se non proprio immune, quantomeno temprato, pronto ad accogliere e a metabolizzare questo nuovo schiaffo del destino. Ma l’infelicità ha molti nomi. E sa presentarsi in vari modi, differenti nella forma tuttavia uguali nella sostanza. Anche le reazioni sono diverse; ma la sofferenza, lo strazio del’anima, non cambiano mai, simili a un coltello affilato che fa a pezzi il cuore.
Rimorso. Andrea, tu mi hai regalato un pacco di solitudine! Eppure io, nella mia superficialità, ritenevo che non fosse vero, perché per me non era affatto così. La tua presenza era talmente importante da dare un senso alla mia esistenza, che in passato ne era stata scevra. Quando alla sera rincasavo, sapere che tu c’eri, indipendentemente dal fatto che poi ci fossimo parlati o meno, mi colmava di serenità e di gioia.
Al mattino spesso chiacchieravamo a lungo, bevendo caffè, soprattutto nei giorni del weekend: lo consideravo il momento più bello della giornata. Talvolta ci divertivamo a polemizzare su fatti o idee sostanzialmente futili; ma anche questo appartiene alla vita di coppia. Significa comunque stare assieme. Vicini.
Andrea, non ti cambierei mai con nessun altro! So che era vero; fra i tuoi difetti non c’è la menzogna. Perché allora la nostra strada si è interrotta? Ci sono molte risposte, alcune le conosco io; altre, che non sono necessariamente le stesse, tu. Ma ormai tutto questo non ha più significato. Rimangono i ricordi, e quelli non me li potrà togliere nemmeno il diavolo in persona. Anche se vivere di ricordi significa morire un po’ alla volta. Amavo scrivere, ma adesso che non ci sei mi sembra di assemblare parole prive di senso, quasi messe lì a casaccio. Se il cuore è vuoto, non può esistere la poesia. E all’inferno gli scrittori maledetti! Io non sono come loro, sono diverso.
Non ho fede, non ho un domani, non ho nulla. Un’unica compagna viene a trovarmi e, sebbene io cerchi di scacciarla, essa è risoluta e tenace, non demorde mai, ogni volta proponendomi un episodio della nostra vita in comune. E’ anche sadica, poiché spesso mi mostra gli errori che ho commesso: sembra proprio che si diverta a proiettarli nella mia mente, come un film disperato e tragico dove non è previsto il lieto fine. Non starò qui a elencarli. E’ possibile che alcuni di essi per te non siano così importanti, mentre altri che magari ignoro hanno una valenza superiore. Cosa conta? Non è il campionato di calcio, ma un altro gioco. Il gioco di Andrea, e ti assicuro che non è un bel gioco.
Stando a quanto dicevi, non avevamo molti interessi in comune: ma io credo invece che cambiasse la gradazione degli interessi, però che nell’insieme ci fossero. Ma, lo sai, non sono un mostro di perspicacia. Mi mancano intuito e psicologia; e quello che pensavo di offrirti, molto probabilmente era poco. E non solo ai tuoi occhi. E’ possibile che fosse poco in assoluto.
E’ difficile accettare il peso di questa sconfitta. Ricordo che una volta dissi a un mio amico che un divorzio non rappresenta un fallimento. Feci questo paragone: sono due persone che nel cammino della loro vita hanno compiuto un tratto di sentiero assieme, e quella parte del percorso rimane. Che idiozia! Rimangono vuoto e tristezza, rimangono sere piene di alcool e mattini colmi di un’angoscia e di un’infelicità tanto grande quanto può esserlo il mare.
Questa notte era buia, poche stelle nel cielo; ascoltavo una canzone dei Jefferson Airplane

Strolling the hill,
Overlooking the shore,
I realize I’ve been here before.
The shadow in the mist
Could have been anyone
I saw you, I saw you,
Coming back to me.*

Alle prime luci dell’alba ti ho vista tornare; ma certi sogni sono molto pericolosi perché nascono da un inganno della mente. Procurano una gioia illusoria che al risveglio è destinata a svanire, con il cuore che batte più forte e gli occhi che diventano lucidi.
Probabilmente non spedirò questa lettera; ma forse sarà il vento che attraversando ogni spazio verrà da te per sussurrarti che ti auguro tanta felicità. E’ ancora presto e tu starai dormendo, però lui saprà sfiorare dolcemente il tuo viso e per un attimo mi sentirai vicino. Ti porterà il ricordo più bello, sarai tu stessa a sceglierlo, e nel sonno sorriderai. Quel sorriso che io non potrò mai dimenticare.
Adesso andrò in cucina.
Preparerò il caffè.
E lo berrò da solo, amore mio.
Amore mio grande.
Andrea

*Comin’ Back To Me (Marty Balin)

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