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Archive for febbraio 2016

Patricia corrugò la fronte. Qual era lo scopo di Sparrows? Perché costringere la donna che sosteneva di amare a rinunciare alla parte più importante di sé? Per piegarla alla propria volontà? Per umiliarla? Per un malinteso senso di onnipotenza? Qualunque fosse la ragione, solo una persona egoista e meschina avrebbe avanzato una simile pretesa. Oppure un folle.
Alexandra era a pezzi: Patricia non se la sentiva di lasciarla sola. La invitò a cena. Malgrado fosse riluttante, la scrittrice finì per accettare, dopo che l’amica ebbe insistito a lungo. Era una calda serata estiva. Durante il giorno l’afa era stata opprimente; ora spirava una lieve brezza che rinfrescava l’aria. Le due donne si incamminarono dirette al loro ristorantino preferito, dove si recavano spesso a pranzo: era un locale tranquillo e intimo, l’ideale per conversare con calma. Da lontano si udì il suono di una campana. Sull’altro lato della strada due innamorati si stavano baciando. Patricia sospirò: quella sarebbe stata una notte perfetta, se solo lei avesse avuto qualcuno con cui condividerla e se la sua amica non fosse stata stregata da un farabutto. Erano entrambe sfortunate, pensò, anche se in modo diverso. Quando entrarono nel ristorante il proprietario le accolse calorosamente; era uno scozzese gioviale che sembrava sempre di buon umore, forse a causa dell’enorme quantità di birra che riusciva a ingurgitare nei momenti di pausa. Il locale era ancora deserto. Patricia e Alexandra presero posto al loro solito tavolo, accanto a una grande finestra. Una cameriera raccolse le ordinazioni e le servì.
Davanti a un piatto di roast beef e a un boccale di Guinness, Patricia sferrò il suo attacco. Era fermamente decisa a persuadere Alexandra che liquidare Sparrows fosse la cosa migliore da fare. “Non puoi smettere di scrivere per tre motivi.”, affermò. “Il primo, perché non riusciresti a vivere senza il tuo mondo fatato, e questo lo sai bene; il secondo motivo, che sarebbe un’enorme delusione per tutti i tuoi lettori; il terzo, infine, che lui non ha il diritto di chiedertelo. In nome di quale amore, dovresti compiere questo sacrificio?”
Alexandra annuì. “Lo so.”, replicò. “Me lo sono ripetuta anch’io almeno mille volte, però…”
A costo di apparire brutale, Patricia le domandò: “Che cosa ti lega a quell’individuo? Il sesso?”
La scrittrice arrossì. Quello che le aveva chiesto Patricia era alquanto sconveniente. Se non si fosse sentita in colpa con lei, probabilmente si sarebbe risentita e avrebbe risposto con asprezza.
Prima di parlare, rifletté.
Era vero? Jack era arguto e intelligente, tuttavia non particolarmente affettuoso. Quando finivano di fare l’amore, lui si girava dall’altra parte. Era una cosa che la feriva. E aveva scritto un libro che White considerava disgustoso, sebbene non avesse mai trovato il coraggio per dirglielo. Era un libro perverso, con un fondo di malvagità che forse rispecchiava l’animo di Jack.
Ma a letto era fantastico. Aveva la capacità diabolica di capire al volo ciò che lei in quel momento desiderava, sembrava conoscere il suo corpo meglio di lei… ed era instancabile: poteva amarla per tutta una notte.
Alexandra distolse lo sguardo. “Sì.”, ammise a bassa voce.
“Lo immaginavo.” Patricia con un gesto delicato le sollevò il mento per poterla guardare negli occhi. “Benissimo. Allora devi scegliere fra sesso e vita, fra l’amore vero che un giorno sicuramente incontrerai e la lussuria. Se accetterai questo infame ricatto, se ti piegherai a lui, perderai il rispetto di te stessa. Ma non solo”, aggiunse severa, “sarai profondamente infelice.”

Jack Sparrows aveva un’espressione gelida. La ascoltò in silenzio senza mai interromperla. Il suo viso non tradiva la minima emozione. Questo era singolare, pensò Alexandra, visto che aveva sempre dichiarato di amarla. Alla scrittrice tremavano le mani e spesso la voce le si incrinava; gli occhi erano pieni di lacrime. Patricia era riuscita a convincerla; più esattamente le aveva dato la spinta risolutiva, dato che lei non avrebbe mai potuto rinunciare a scrivere. Però, aveva paura: per quello l’intervento dell’amica era stato determinante.
In cuor suo, tuttavia, White nutriva ancora una speranza.
“Se mi ami davvero”, disse in tono angosciato, “se non mi hai mentito quando sostenevi che ero la donna della tua vita, se…” Si interruppe, in parte per l’emozione e soprattutto perché temeva la sua risposta. “Cerca di comprendere quanto sia importante per me scrivere! Non potremmo rimanere insieme ugualmente, anche se ti ho delusa?” Lo guardò, ansiosa, torcendosi le mani. Se lui l’avesse lasciata, avrebbe provato un dolore immenso; non osava immaginare come avrebbe trascorso i prossimi giorni, le settimane, i mesi… gli anni, forse. Per un momento fu tentata di fare marcia indietro, di correre fra le sue braccia rimangiandosi ogni parola: gli avrebbe obbedito, non avrebbe più scritto. Fu frenata dal ricordo di ciò che le aveva detto Patricia, cose che ben conosceva ma che sentite da un altro acquistavano un peso maggiore.
Jack ricambiò il suo sguardo e scosse la testa. “Non hai voluto obbedirmi.”, replicò in modo freddo. “Ci sarà un prezzo da pagare per questo. Ti sei dimostrata ostinata e cocciuta. Sei solo una donna viziata, meschina ed egoista.” Si versò da bere, allontanandosi di qualche passo. “Amarti?”, le domandò sarcasticamente. “Ti sei illusa. Per me è un sollievo non dover più vedere quel tuo corpo insignificante. Quando andavamo a letto pensavo alla tua segretaria, altrimenti non mi sarei mai eccitato. Amarti?”, ripeté con la voce colma di disprezzo. “Una scrittrice che sa soltanto padroneggiare la lingua, i tempi dei verbi e gli aggettivi, ma che non è in grado di dar vita a una storia sensata? La tua stupida fata che vince sempre è irreale, e invece anche nel mondo della fantasia occorrerebbe restare aderenti a quello che ci circonda, alle pulsioni vere, autentiche. Amarti?”, ripeté per la terza volta. “Io non ti ho mai amata.”
Alexandra lo fissava disperata. Non era possibile. Non poteva credere che per fare l’amore con lei lui pensasse a Patricia. Fu ciò che la ferì maggiormente, più del disprezzo che manifestava per i suoi libri. Si era preso gioco di lei, ma perché?
Jack parve averle letto nel pensiero. “Ho un compito da svolgere.”, affermò solennemente. “Un compito molto importante: ripulire l’Inghilterra da tutti gli scrittori che vivono di buoni sentimenti, di personaggi insulsi e banali sempre pronti a combattere per il bene, di fanciulle ingenue che trepidano per stolti eroi dai nobili principi. Tu sei solo la prima. Altri ti seguiranno. E alla fine sarà il mio libro a trionfare, quando tutti avranno capito il vostro inganno, quando sarà stata fatta piena luce sulle vostre misere storie che non meritano di esistere. Quel giorno, “The Black Land” verrà pubblicato e diventerà l’unico esempio da seguire.”
Alexandra lo ascoltava incredula. Quel discorso delirante, sebbene le straziasse il cuore, le aveva anche aperto gli occhi. Aveva ragione Patricia! Com’era possibile che lei si fosse innamorato di un individuo simile? Jack le aveva reso le cose più facili.
Trasse un profondo respiro e, senza salutarlo, si diresse verso la porta. Non vedeva l’ora di uscire da quella casa e di dimenticarlo per sempre. Forse a volte lo avrebbe rimpianto, ma le sarebbe bastato ripensare alle sue ultime parole per superare ogni genere di nostalgia. Incominciava anche a pensare che fosse un malato di mente, anche se si era saputo camuffare molto bene. Adesso il futuro le faceva meno paura.
Aprì la porta. Sarebbe corsa subito da Patricia per confidarsi con lei e per ringraziarla.
Sparrows si mosse molto velocemente.
In un attimo fu alle sue spalle.

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FLUSSO DI COSCIENZA

Vorrei dire una cosa. Potete abbassare quelle luci, per favore? Da ragazzino andai a fare un corso di vela, credo che avevo quattordici anni, mi divertivo molto, mi ero anche preso una cotta per una ragazza. Come si chiamava? Daniela? Simona? Non mi ricordo, ma comunque mica è importante. Dunque, io in barca andavo bene, mi piaceva, ho sempre amato il mare, il vento, le onde, insomma tutte quelle cose lì, anche se poi non sono più andato al mare. Vita di merda, senza soldi, ho potuto permettermi solo vacanze sul lago, in campeggio, e la notte c’erano certi spifferi gelati che ti entravano nelle ossa e così poi mi veniva anche il mal di schiena.
Posso avere una sigaretta? Grazie. Ecco, io non sapevo fare i nodi. I nodi da marinaio sono maledetti, la gassa o cosa diavolo; non era colpa mia, proprio non ero capace, non mi entravano in testa, anche se ci provavo, eccome se ci provavo. Beh non sempre, a volte preferivo guardare le gambe nude di Cristiana. O Daniela? Sì sì credo proprio che si chiamava Daniela, occhi neri, capelli neri, un corpo bellissimo anche se aveva solo due anni più di me. Arrivo al sodo. Un giorno l’istruttore mi dice: vieni nel mio bungalow che ti insegno a fare i nodi. Va bene, rispondo io, così è la volta buona che finalmente imparo, non puoi andare in barca se non sai fare i nodi. Il bungalow, sapete quelle costruzioni in legno… ma certo che lo sapete, è un mio difetto, mi capita di pensare che la gente non sa quello che so io, quando invece è l’incontrario, perché io non so quasi niente, e quel poco che so lo so anche male. Insomma il bungalow era buio, no, non troppo buio, diciamo che era avvolto nella penombra, questa è una frase che ho letto su un libro, bella vero? Ho letto tre libri in vita mia, ma dieci volte l’uno e adesso li conosco a memoria, potrei recitarli come il prete recita la Bibbia o il Vangelo, come quando parla durante la Messa. Ci sediamo sul lettino, io e l’istruttore, era un uomo non molto giovane, molto abbronzato ma è ovvio perché stava tutto il giorno fuori, in barca, al sole. Incomincio a fare i nodi, e naturalmente sbaglio. Mica sbagliavo apposta, non ero capace, non mi entrava proprio nella zucca, anche se poi invece con il timone ero bravo. Ricordo che avevo dei calzoncini corti e una maglietta gialla, i pantaloncini corti invece non mi ricordo di che colore erano. A un tratto lui mi infila una mano dentro, dentro ai calzoncini, e poi dentro alle mutande e si mette a toccarmi il pisello. Ansimava, questo me lo ricordo bene, come se fosse oggi, ansimava e con l’altra mano mi stringeva i capezzoli. Fai i nodi, su fai i nodi. E intanto tocca, tocca. Mica ero eccitato io, mi faceva schifo, ma avevo paura, sapete come quando si hanno le gambe molli molli, come di gelatina, e il cuore batte così forte che hai paura che da un momento all’altro scoppi? Ecco, io ero proprio così e lui insisteva, non smetteva, ma il pisello non diventava duro, era floscio, come faceva a diventare duro se provavo schifo?
Posso avere un’altra sigaretta, per favore? Grazie. Poi, ho preso tutto il mio coraggio e sono scappato. Ho corso, corso come un pazzo, e mi sono fermato davanti al mare. Pensavo di uccidermi, e forse era meglio se lo facevo, ma poi invece ho cambiato idea. Lui non mi ha più molestato, ma la cosa brutta, quella veramente brutta, deve ancora arrivare. Quando sono tornato a casa, ho raccontato tutto al papà e alla mamma, con calma, senza esagerare i toni. O si dice: enfatizzare i toni? Ho letto anche questo su un libro, però non mi ricordo quale dei tre era. Va beh, ho raccontato ogni maledetta cosa. E loro?
Loro non mi hanno creduto. Non mi hanno mai creduto, e questo è stato il dolore più grande della mia vita; non è mai passato, ce l’ho ancora oggi. E’ qui, dentro di me che mi strazia. Mio padre pensava che io fossi un frocio, un pervertito e che calunniassi una persona innocente. Che poi cosa c’entrano queste due cose? Potevo essere un frocio, e non lo ero, ma perché avrei dovuto inventarmi quella palla assurda? Oppure potevo inventarmi la palla, ma non essere frocio.
No, non mi hanno mai creduto, e io sono cresciuto sapendolo, giorno dopo giorno. E’ brutto, che i tuoi genitori non ti credono? E’ come se ti dicessero che fai schifo, che sei una merda, e poi tu ti convinci di essere una merda per davvero, e vedi una ragazzina, non una bambina, cazzo!, una ragazzina con già le tette e tutto il resto. E ti piace, e te la sogni la notte, e te la porti su quel maledetto prato, e te la scopi. Ma poi, quando scopri che a lei piace, che invece di ribellarsi geme e gode e si dimena e chiede ancora!, quando vedi che ci sta, che è sporca esattamente come te, né più né meno, allora le metti le mani intorno al collo, e poi stringi, stringi. Per cancellare il peccato, per lavare per sempre l’anima. Non so se sono stato chiaro, ma adesso è come se sto meglio. Adesso, se fossero ancora vivi, papà e mamma potrebbero finalmente dire che sono una merda. Potete abbassare quelle luci, per favore?

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Patricia Thompson era sconcertata.
Alexandra si era sempre rapportata con lei alla pari; chiaramente, essendo la sua datrice di lavoro, le impartiva degli ordini ma lo faceva con estremo garbo e, se Patricia la pensava diversamente su un dato argomento, Alexandra non si imponeva con la forza: accettava il confronto dialettico e sovente modificava la sua opinione. In pratica, il loro rapporto era molto simile a quello di due colleghe. Inoltre, erano amiche e condividevano i medesimi ideali; Patricia non esitava a confidarsi con White, e ciò valeva anche per la scrittrice. Spesso ridevano insieme, dato che avevano lo stesso senso dell’umorismo. Alexandra era gentile con tutti, ma in maniera particolare con lei, e Patricia era sicura che le volesse bene.
Però, nell’ultimo mese, Alexandra White era cambiata.
Si poneva in maniera arrogante e dispotica, le parlava in tono sprezzante e sembrava che provasse un sottile piacere ad umiliarla. Se prima si dimostrava cordiale ed espansiva, adesso era ostile e altera.
Quel giorno era più antipatica del solito.
Patricia aveva preparato con grande cura una relazione che prendeva in esame i vari scontri avvenuti fra la la fata di “Fairies” e il malvagio Lord Ascher. Sarebbe servita ad Alexandra per il suo nuovo libro: rileggendo quegli appunti, avrebbe evitato di ripetersi.
Alexandra la stracciò davanti ai suoi occhi.
Patricia la guardò allibita.
Trovava che il comportamento di White fosse profondamente ingiusto. Non ragionava in termini di amicizia. Quando cercava di farla ridere con una battuta spiritosa perché la vedeva malinconica non era certo mossa da secondi fini: semplicemente, nutriva dell’affetto per lei e sapendo che, a causa del suo temperamento malinconico, Alexandra a volte appariva depressa, voleva aiutarla.
Ma stracciare quella relazione che le era costata impegno e fatica era un gesto offensivo che esulava dai rapporti personali. Rappresentava un atto di violenza: era come se l’avesse schiaffeggiata e in tutto questo l’amicizia non c’entrava niente; Alexandra aveva irriso il suo lavoro, mancandole di rispetto. Quel rispetto dovuto a una persona che svolge seriamente la propria professione.
La scrittrice ricambiò il suo sguardo. Nei suoi occhi si accese un lampo di sfida. Forse, pensò Patricia, era curiosa di vedere la sua reazione; ma in tal caso si sarebbe trattato di una curiosità veramente meschina.
Fino a quel momento, Patricia aveva sopportato in silenzio sgarberie e scatti d’ira, pensando che Alexandra stesse attraversando un periodo di particolare tensione, forse dovuto allo sforzo di scrivere; ma la sua pazienza aveva un limite.
“Perché lo hai fatto?”, le domandò con calma.
“Come osi interrogarmi?”, replicò stizzita White.
Patricia scosse la testa. “Così non va bene, Alexandra. Non accetto di essere trattata in questo modo.”
La scrittice divenne paonazza. “Ti pago lautamente, Thompson, più di quello che meriti. Di conseguenza, ti tratto come voglio!”
“Molto bene.” Patricia si diresse verso la porta. Posò una mano sulla maniglia, quindi si voltò. “Mi dispiace moltissimo, e so già che ne soffrirò a lungo, però non posso continuare a lavorare per te. Sembra che tu ti diverta a rendermi la vita impossibile. Non sei più la Alexandra che conoscevo. Forse mi sono sbagliata sul tuo conto; comunque sia, mi dimetto.”
Fece per uscire, ma uno strano rumore la fermò.
Si girò di nuovo e vide che Alexandra stava piangendo.

Alexandra White si trovava davanti a un bivio.
Doveva fare una scelta. In un caso o nell’altro, la sua esistenza sarebbe cambiata.
La scelta era fra l’amore per un uomo e quello per la scrittura. Per molti anni scrivere era stata la sua principale ragione di vita; nei suoi libri aveva riversato tutta la passione, l’energia e l’entusiasmo che possedeva. Rinunciare alla fata, a Lord Ascher, al suo mondo immaginario le sarebbe costato moltissimo. D’altro canto, l’idea di perdere Jack la terrorizzava, sebbene avesse capito che non era un uomo buono.
Si scusò con Patricia. Sapeva di averla trattata in modo ingiusto, quasi fosse lei la responsabile del suo dramma privato, ed era pentita. Non riusciva a spiegarsi perché avesse sfogato la sua angoscia su di lei, comportandosi così male; comunque le giurò che da adesso in avanti avrebbe cambiato atteggiamento. Le chiese perdono in maniera tanto drammatica che alla fine Patricia si sentì quasi in colpa: Alexandra era fragile, e il suo compito era quello di proteggerla, anziché lasciarsi prendere dal risentimento.
Tuttavia non era semplice aiutarla.
Secondo Patricia, Jack Sparrows era un essere ignobile, e forse un pazzo. Oltretutto doveva essere un codardo, altrimenti si sarebbe trovato in Francia a combattere. Ma White le confidò fra le lacrime che non poteva vivere senza di lui. Alexandra era una donna estremamente intelligente, pensò Patricia, però era caduta in una trappola fin troppo nota, comune a molte altre donne. Patricia amava un uomo che non la ricambiava, ma, se anche lui l’avesse corrisposta, lei non avrebbe mai accettato di sottoporsi al suo volere. Alexandra, invece, era succube di Jack; in certi frangenti l’intelligenza non serviva a granché. Le sarebbe occorso un po’ di coraggio, ma evidentemente ne era priva. Era sensibile e fantasiosa, ma delicata come un fiore bellissimo che però necessita di infinite cure. Per questo Patricia si sentiva in dovere di intervenire. Se Alexandra fosse stata una ragazzina, l’avrebbe chiusa in camera e sarebbe andata a parlare personalmente con Jack Sparrows. Visto che non era così, doveva convincerla a lasciarlo.
“Sparrows non ti ama.”, le disse in tono pacato. “Se ti amasse, non ti avrebbe chiesto una cosa del genere.” White la fissò, senza ribattere. Rimase a lungo in silenzio, cupa in volto. Probabilmente lo sapeva anche lei, però non voleva ammetterlo. Benché la disapprovasse, Patricia poteva capirla. In genere, nelle questioni sentimentali l’aspetto emotivo finiva quasi sempre per prevalere su quello razionale, e Alexandra non faceva eccezione, nonostante fosse una persona equilibrata e dotata di buon senso. Ripensò a ciò che le aveva raccontato. Mentre parlava, la scrittrice piangeva e non era facile seguirla, dato che spesso si interrompeva o ripeteva cose già dette; il senso delle sue parole, comunque, era chiaro.
Patricia meditò su quella situazione. Jack Sparrows le aveva fatto una richiesta sconcertante: Alexandra doveva smettere di scrivere. In caso contrario, lui l’avrebbe lasciata. Glielo aveva annunciato già la prima sera, ma la scrittice aveva pensato che stesse scherzando. Invece Sparrows non scherzava affatto e la settimana successiva aveva ribadito il concetto. Alexandra lo aveva guardato allibita. Non credeva alle proprie orecchie. Gli aveva domandato il motivo di quella pretesa che lei giudicava assurda, ma Jack si era rifiutato di risponderle. “Devi fidarti di me.”, si era limitato a dire in modo vago. “E’ per il tuo bene.” A nulla era valso insistere. Jack si era chiuso in un silenzio ostinato, aggiungendo soltanto che al momento opportuno glielo avrebbe spiegato. Allora, lei avrebbe compreso.
Alexandra aveva escluso categoricamente di poter rinunciare alla scrittura, e lui le aveva indicato freddamente la porta di casa; a quel punto, la scrittrice era scoppiata in lacrime, implorandolo di ripensarci. Jack si era dimostrato irremovibile. Invano, lei gli aveva detto che era come pretendere che si tagliasse un braccio. Alla fine, disperata, gli aveva chiesto di concederle almeno il tempo di abituarsi all’idea; Jack aveva stabilito il termine di un mese, dopodiché avrebbe troncato definitivamente la relazione.
Alexandra avrebbe dovuto comunicargli la sua decisione entro l’indomani sera.

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VUOI LA MIA VITA?

Vuoi la mia vita?
No, dico: vuoi la mia vita?
Non ti basta quello che mi hai tolto?
I giorni scorrevano sereni, sembravano sentieri luminosi: attraversavano un grande bosco e giungevano a un prato dove c’era sempre il sole. Poi, le consuetudini, belle per me, ingenua che sono, e probabilmente noiose per te. Però, quella è la vita. Non è fatta soltanto di arcobaleni, di cieli stellati, di vento e di mare; esistono anche momenti interlocutori, a volte forse un po’ di noia: ma insieme si supera tutto. Si può togliere la pioggia, si può far riapparire il sole. Tante cose si possono fare.
Ricordi quel mattino sulla spiaggia? L’acqua lambiva i nostri piedi, le onde ci trascinavano lontano, oltre la barriera corallina, a giocare con i delfini.
Adesso l’uomo di ghiaccio passa e ripassa, cammina strano, le spalle curve; vende sogni, ma io non gli credo. La vicina di casa sbatte sempre la porta: non è cattiva, va in chiesa, va e torna, va e torna. Crede nelle preghiere. E sbatte la porta. Il cancello è aperto, lì vedi rottami arrugginiti, macchine sconvolte, cassoni pieni di rifiuti che nessuno sistema.
Vuoi la mia vita?
Ecco, l’hai avuta. Era polvere nelle tue mani. Lo scirocco danzante provvide a dispenderla.
L’uomo di ghiaccio parla, dice cose insensate. Qualche bambino si ferma ad ascoltarlo, gli adulti scuotono la testa e vanno via. Io mi affaccio alla finestra. Lo guardo, poi torno in cucina per prendere il latte. Bianco, rosso sangue. Il sangue di chi è morto invano, inseguendo un futuro migliore, cercando una strada, uno scopo, un ideale. Le rondini tornano sempre a primavera, magari arrivano dall’Africa. Una tromba stonata, un pianoforte scordato, una chitarra senza più corde, appesa all’incontrario.
Perché mi cerchi ancora?
I soldati attaccarono all’alba e distrussero il villaggio. Erano alti, biondi, occhi azzurri e nessuna pietà. Nonno li vide giungere, vide il massacro, fu ferito a una gamba e venne trascinato in un campo recintato, dove le sentinelle vigilavano. Cibo scarso, percosse per ogni lamentela, raggi di luce infuocati. Nonno era diverso, non era ariano. Ciò che pensava, ciò in cui credeva a loro non interessava. Subumano. Come altri, milioni di altri. Il vento di settentrione soffiava forte, liberava l’aria dal fumo prodotto dalle fornaci, dai gas, dall’inferno in terra.
L’uomo di ghiaccio mi chiama. Sembra conoscere quello che accadde. Ascolto, in silenzio. La porta della vicina sbatte. Non riesco a sopportare quel rumore.
E tu, perché mi cerchi ancora?
Mi hai rubato i tramonti più belli, hai riso delle mie fantasie, non ti importava nulla di nonno. Ma tu, li hai mai visti i carri armati? Forse Dio si commosse. Li mandò dall’est. Erano forti e irriducibili. Spezzarono le catene ai reietti; si spinsero avanti, fra fuoco e fiamme, assediarono infine la capitale del Male.
Non ti è mai importato. Altro cui pensare. Affari, soldi, automobili di lusso.
Io avrei voluto che fosse diverso. Così non è stato.
Ognuno per la sua strada.
Fu una scelta tua.

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PROMESSE DA MANTENERE

Ho fatto una solenne promessa a Lady Nadia e a Ili6, inoltre ho un amico che mi segue da più di nove anni: Univers81. Se non fosse per questo, adesso chiuderei il mio blog. Motivo? Palese mancanza di interesse, fatica inutile, tempo sprecato. Ma… non sono una marinaia e le promesse le mantengo 🙂 Buona serata.

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Carrick osservava il mare di Nizza.
Il tempo era mite: soleggiato, ma rinfrescato dal Mistral. Il vento increspava le onde, e l’acqua scintillava dando vita a suggestivi giochi di luce; l’odore della salsedine giungeva fino al terrazzo della casa, che era ubicata in fondo alla Promenade des Anglais , in prossimità di un porticciolo.
Carrick aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza godendo dell’incantevole clima della Costa Azzurra, dove, a differenza di Londra, le giornate erano lunghe e soleggiate. A Nizza, bruma e freddo erano sconosciuti.
Carrick era un investigatore privato, il migliore del Regno Unito, a suo parere. A volte tornava in Inghilterra, nei limiti consentiti dallo svolgimento delle vicende belliche. Era il 1918 e la Gran Bretagna, insieme agli alleati francesi, era in guerra contro la Germania. Le truppe tedesche stazionavano nel nord della Francia. Questo costringeva Carrick a intraprendere un lungo viaggio fino a Lisbona, da dove si imbarcava per l’Inghilterra. A causa di ciò, si erano diradate le sue visite a Londra.
In quella città aveva compiuto le sue imprese più memorabili, prima fra tutte l’uccisione di Jack the Ripper, il mostro che aveva terrorizzato il quartiere di Whitechapel, ammazzando e mutilando orrendamente le prostitute che battevano quelle strade.
Carrick detestava le prostitute, ma aveva agito in base ai dettami della legge morale che considerava superiore a quella dei giudici. Aveva ucciso Jack lo Squartatore a sangue freddo, e non si era mai pentito di averlo fatto. In circostanze diverse lo avrebbe consegnato alla polizia, però sapeva che Jack non sarebbe stato condannato, a causa della mancanza di prove certe, nonché della sua influenza: Jack the Ripper era un uomo molto potente, fra le massime autorità di Londra.
Per quello Carrick aveva premuto il grilletto.
In precedenza aveva arrestato la sua complice, Jill the Ripper, al secolo Mary Pearcey, che era stata giustiziata. Dato che gli omicidi poi erano cessati, per Scotland Yard e per il ministero degli Interni il caso si era chiuso lì.
Ma non per Carrick.
Aveva dovuto attendere che cadesse il governo, e ancora, che tutti i funzionari di grado elevato venissero sostituiti. Anni prima, infatti, aveva ricattato il primo ministro per fare ottenere una parìa al suo principale cliente, Pilgrim, un ricco mobiliere; in cambio, aveva promesso di sospendere le indagini. Ma aveva sempre saputo aspettare: d’altro canto, l’attesa rappresentava una parte essenziale del suo lavoro, ed egli era provvisto di una pazienza infinita. L’unico rammarico che provava, in merito a quella vicenda, era di non essere riuscito a salvare Ginger, l’ultima prostituta uccisa.
Ricordare la sinistra figura di Jack the Ripper gli rammentò che presto sarebbe partito per Londra. Alex Alliston lo aveva pregato di svolgere un importante incarico per lui, e Carrick non se l’era sentita di rifiutare. Alliston era stato il pupillo di Pilgrim, e doveva la sua carriera proprio a Carrick. Quando era molto giovane, era stato accusato ingiustamente di un furto e l’investigatore aveva provato la sua innocenza, smascherando l’uomo che lo aveva calunniato. Quell’uomo era il patrigno di Alliston e l’assassino di sua madre; per un’ironia del destino, Alliston amava – ricambiato – la sua bella figlia, Helen. Dopo la morte della mamma, Alex era cresciuto in un orfanatrofio. Carrick disprezzava gli orfani. Prima di scagionare Alliston, aveva pronunciato una filippica che aveva lasciato esterrefatti tutti i presenti: “Sappiamo bene quello che accade in quei luoghi di depravazione: gli insegnanti sodomizzano gli allievi, i quali a loro volta si sodomizzano a vicenda. Alex Alliston si sarà fatto sodomizzare, come tutti, e in seguito avrà reso egual servigio a qualche altro orfano. Sono pervertiti: non può sortire nulla di buono da loro. Imparano a rubare, a mentire e a commettere atti contro natura. Andrebbero eliminati subito, perché da grandi si dedicheranno al furto, al sotterfugio. Cercheranno innocenti fanciulle per soddisfare le loro miserabili brame. Le sodomizzeranno nei portoni, protetti dal buio della notte.”
Cionondimeno aveva salvato il giovane e con il tempo gli si era affezionato. L’avversione che Carrick provava per orfani e prostitute aveva comunque una ragione, legata a sua madre.
L’investigatore lanciò un’ultima occhiata al mare, quindi trasse un sospiro rassegnato. Incominciava a sentirsi stanco e i viaggi gli pesavano; si ripromise che quello sarebbe stato uno degli ultimi.

Sparrows portò Alexandra da Rules, a Charing Cross.
Ordinarono brodo di piccione, agnello croccante e un’insalata di uova di quaglie. Come dessert, white chocolate and raspberry tart.
Per qualche motivo, Alexandra aveva preferito non informare Patricia di quella cena. Naturalmente era un suo diritto, tuttavia era strano perché in genere non aveva segreti per lei. Sparrows era simpatico e affascinante, la fece ridere e sentire a proprio agio. Ciononostante, malgrado il cibo fosse ottimo, Alexandra si limitò a piluccarlo; Jack, invece, divorava avidamente le pietanze. La donna si sorprese a pensare che forse Sparrows amava con la stessa intensità con cui mangiava; si immaginò fra le sue braccia, fremente di passione. Era la prima volta in assoluto che un uomo le faceva questo effetto; si sforzò di controllare le emozioni: le sembrava di essere una ragazzina e non una persona matura ed equilibrata. Poi, però, si disse di non essere sciocca. Non si era mai innamorata e forse era giunto il momento in cui finalmente avrebbe conosciuto il significato di quel sentimento.
Nei suoi libri non parlava mai d’amore. Era logico, dato che scriveva di fate e di maghi, però non era soltanto quello il motivo: era difficile descrivere qualcosa di sconosciuto, qualcosa che non si era mai provato e di cui si era solo sentito parlare in maniera vaga. Patricia si confidava con lei e spesso le aveva espresso il suo rammarico per non essere corrisposta dall’uomo che amava. Alexandra cercava di consolarla, però non riusciva a immedesimarsi nelle sue sensazioni. A volte aveva pensato di essere una donna arida, ma adesso Jack Sparrows stava dimostrandole che non era vero.
Quando lui le chiese se poteva mostrarle la sua abitazione, Alexandra non si scandalizzò. Naturalmente era una richiesta sconveniente che lei avrebbe dovuto respingere, magari fingendo di indignarsi oppure accogliendola come un mot d’esprit che non valeva una risposta al di fuori di un sorriso ironico. Invece Alexandra accettò con entusiasmo.
Si domandò se l’avrebbe baciata. E se fosse andato oltre? Provò un senso di grande aspettativa: desiderava Jack con tutta se stessa e se lui l’avesse presa fra le sue braccia, lei si sarebbe concessa senza alcuna esitazione. Fino a quella sera la sua vita era stata soddisfacente; era una scrittrice affermata e una convinta suffragetta, aveva ottenuto molte soddisfazioni professionali, Patricia era una cara amica… ma, in quel momento, capì che Jack Sparrows poteva donarle ciò che le era sempre mancato: la felicità.

Jack abitava in una casa isolata, appena fuori Londra. Era situata ai margini di un bosco; sull’altro lato c’erano alcune costruzioni dall’aria dimessa che appartenevano a tre o quattro famiglie di contadini. Campi ben coltivati separavano la dimora di Jack da quelle abitazioni; disse di aver scelto di vivere lì perché gli piacevano silenzio e tranquillità. Aggiunse che amava i boschi, poiché nascondevano mille segreti. Senza contare che in autunno offrivano uno spettacolo impagabile. In realtà, era andato ad abitare lì perché era un luogo appartato, ma questo non lo disse.
Alexandra si sporse dal finestrino della macchina per guardare la casa alla luce della luna. Vista dall’esterno sembrava un tipico casolare di campagna, ma dall’idea che si era fatta di Sparrows immaginò che fosse arredata in modo sontuoso. Jack parcheggiò la sua Talbot 50 hp davanti alla porta d’ingresso e le fece strada.
Quando entrarono le chiese se desiderava bere qualcosa, ma Alexandra aveva aspettato anche troppo: con un’audacia che non pensava le appartenesse gli gettò le braccia al collo e lo baciò sulla bocca. Smaniava di essere posseduta da lui; si staccò per togliersi gli indumenti, si liberò delle scarpe con un calcio e si lasciò cadere su un soffice divano posto accanto a un grande camino. Jack la imitò. Si svestì rapidamente e si stese su di lei. Quando la penetrò, Alexandra ebbe un immediato orgasmo, cui ne seguirono molti altri. Le sembrava di toccare il cielo con un dito: non aveva mai provato una passione così smodata. Si mise a cavalcioni su di lui e cominciò a muoversi selvaggiamente, rovesciando la testa all’indietro.
Per eccitarsi, Jack aveva chiuso gli occhi e si era figurato di essere con Patricia. Aveva ricostruito mentalmente il suo corpo statuario: le lunghe gambe, i fianchi larghi, il seno superbo; e aveva cercato di ricordare con precisione i lineamenti del suo viso. Le bionde non lo attiravano particolarmente e, a parte questo, Alexandra era graziosa ma minuta; lui prediligeva le donne alte e prosperose.
Rimase sorpreso dalla foga della scrittrice e se ne rallegrò: era pazza di lui. Ciò facilitava le cose. Naturalmente era sempre stato certo di riuscire a sedurla, tuttavia aveva calcolato che sarebbe occorsa qualche settimana prima che lei si innamorasse. Ma adesso era pronto a scommettere che, pur di non perderlo, sarebbe stata disposta a diventare la sua schiava.
Quando finalmente fu sazia, Jack le parlò per la prima volta di “The Black Land”. Appagata e felice, Alexandra White lo ascoltava, osservandolo rapita.
Poi Sparrows le disse cosa voleva da lei.

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diario1Decidiamo di ritrovarci l’indomani allo stesso posto e alla stessa ora.
E’ stata una giornata di sole, molto più calda del consueto; e io ho trascorso gran parte del tempo a scrutare il cielo azzurro e a riflettere.
A furia di pensare, ponderare, sollevare dubbi per poi cancellarli, a un tratto sono stato colto da una nuova intuizione, alquanto diversa dalla precedente. Ma non posso di dire di esserne sicuro: cos’è un’intuizione, alla fine? Su quali basi si regge? La matematica, la fisica, si basano su intuizioni? No. Sì.
Paola appare decisamente diversa dai nostri precedenti incontri. Più serena, rilassata. Indossa jeans molto stretti, scarpe da ginnastica, una maglia che le allarga le spalle; sembra un’altra donna.

Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.

E in quel diario c’era una cartolina. Una pura dimenticanza… o qualcosa di profondamente diverso. Prendo la mia birra e per un istante colgo nei suoi occhi un lampo di malizia. Solo un istante, solamente un attimo, però appare…

“Accetto il tuo aiuto!” Mi sorprende senza troppi giri di parole.
Incredulo la osservo sorseggiare la sua birra mentre appoggia le sue belle labbra ancora indecise sull’orlo del bicchiere e socchiude un po’ gli occhi. Oggi mi appare davvero diversa. La vedo forte quella strana luce provenire da lei ed espandersi fino a coinvolgermi in un quasi abbraccio, e in me si consolida l’ipotesi che Paola, per quanto mi riguarda, può davvero essere una creatura magica. Un diario ritrovato nella corteccia di un albero nel bosco, il mio morboso interesse verso questa vicenda proprio ora che l’apatia aveva fortemente intaccato ogni mia giornata privandola di qualsiasi speranza, di entusiasmo e di voglia di fare. Questa forse non si può chiamare magia?
E se invece mi fossi solo fatto suggestionare da ciò che ho letto, desiderando qualche stimolo, qualcosa di nuovo che potesse ridare del dinamismo alla mia vita; se soltanto fosse stato questo il risultato?
Per qualsiasi sconosciuta causa mi sento trascinato a mulinello verso abissi sconosciuti, ma anche assolutamente desideroso di scoprirne ogni minimo dettaglio, ogni particolare nascosto, a me golosamente offerto.
Lei aspetta, è tesa. Ci tiene molto, ha bisogno di me. Il suo piede batte veloce e senza tregua sotto il tavolo, facendo vibrare tutto ciò che vi è appoggiato.
Mi sento improvvisamente spinto dalla gratificazione e rispondo: “Dimmi tutto, cosa posso fare per te?” Anche se mi rendo conto di avere le mani sudate e la fronte umida. Forse sono eccitato all’idea di poter essere parte integrante di questa assurda storia e di poter in qualche modo aiutare la donna di fronte a me a risolvere un grosso problema. Per la prima volta, e non mi capitava da svariati anni, mi sento finalmente utile.
Lei pare sollevata ma solo per poco, subito ripone lo sguardo nel suo bicchiere, noto che ha le mani tremanti. Mentre con l’altra mano si carezza la nuca e i capelli castani, la sua voce roca prosegue ipnotica: “Ti devo confidare che… mio marito…” e ora cerca con lo sguardo il mio appoggio. Io invece, dal canto mio, sono già più che certo che non la pianterò mai in asso. Le devo molto, si è fidata di me. Infatti dopo aver letto nei miei occhi pieno interesse prosegue: “Tra noi non va molto bene… E’ pericoloso. Credimi! Ho paura di lui, tanta paura! Negli ultimi anni, senza un motivo, è diventato sempre più violento. E mia madre, non la soffriva proprio. Non si sopportavano e dopo tutto quello che ha fatto, ed è stata davvero pessima in ogni cosa e verso di me, la odiava con tutto se stesso. Non che avesse torto nel considerarla una buona a nulla ma ha esagerato.”
Paola si guarda attorno, appoggiando sul tavolo il bicchiere, quasi a voler misurare la distanza che ci separa dagli altri tavoli e dalle altre persone e poi, bisbigliando appena, sporgendosi in avanti verso di me aggiunge: “L’ha uccisa! E’ brutto da dire ma io, inizialmente, mi ero sentita sollevata. Ma non è facile convivere con un tale segreto, con questo rimorso e per quanto io odiassi quella donna… non avrei mai commesso un gesto così efferato. In verità ci avevo pensato anch’io, più volte. Ma se non avesse agito lui, beh, io non l’avrei fatto veramente. Mai. Comunque, il problema è anche un altro: in quest’ultimo periodo mio marito è eccessivamente nervoso e si mostra assai insofferente anche con me, temo molto per la mia vita, ho visto di cosa è capace e ti assicuro che non riesco più a vivere tranquilla, ho l’ansia e sto male. Sto male!”
Io rimango di stucco, col mio bicchiere a mezz’aria, con la sensazione di dover rispondere ma senza sapere proprio cosa dire. Non immaginavo nemmeno lontanamente un intrigo del genere.
Per fortuna riprende lei la parola:” Mia madre mi odiava, beveva, era un’alcolizzata. Mi picchiava, mi trattava male, era assente e soprattutto, sin da piccola, ha trascurato la mia malattia: l’artrite reumatoide. Ed ora mi ritrovo qui, con un sacco di dolori, con le ossa di cristallo e non si torna più indietro, si può solo peggiorare. Non ci sono cure, solo palliativi. E inoltre mi ha reso sterile. Sterile capisci? Questa malattia a causa delle medicine che devo assumere mi ha impedito di avere una vita felice, di avere figli, una normale famiglia.”
Noto delusione e i suoi occhi si fanno lucidi. Anche i miei, forse.
Certo, i suoi guai sono più grandi di quello che pensavo, mi sento catapultato in un film giallo, ma non ci sto bene sulla scena. Sono impacciato, inesperto, impaurito. Cerco di nasconderlo come meglio posso.
Mi morsico le labbra, ne stacco qualche pezzetto di pelle secca e, senza farmi notare la ingoio con l’amaro di queste rivelazioni.
“Allora mi aiuterai o ti tiri indietro?” Mi domanda sgranando gli occhi e inclinando la testa.
E io non so né come né perché mi ritrovo a rispondere un “Si!” Solo un po’ strozzato col meglio della voce che riesco a trovare. Nemmeno io ho famiglia, non ho nulla da perdere e sono ormai succube di lei.
Mi stupisco delle mie parole:”Dovremo parlare, tanto e poi studiare un piano per riuscire ad allontanare da te tuo marito. Un piano intelligente. Vorrei pensarci qualche giorno. Ci ritroveremo presto e cercheremo una soluzione, agiremo con calma, con furbizia a meno che i fatti si rendano rischiosi. In quel caso mi chiamerai subito e ti porterò al sicuro. Ma niente passi falsi, ok?”
Paola accenna un sorriso nervoso, termina la sua birra, si alza e mi stringe la mano, e, sempre a bassa voce, conclude:” Ti ringrazio tanto, di cuore. Non so cosa avrei potuto fare senza di te. Ora vado prima che rientri mio marito. La prossima volta ci incontreremo più a lungo, in un altro posto più sicuro. Ti chiamo. Grazie. Grazie infinite!”
Esce dal bar, voltandosi almeno un paio di volte ad osservarmi. Dalle vetrate la vedo sfilare titubante sul marciapiede finché, confondendosi con i passanti, diventa una qualunque che, se non fosse stato per quel diario, non avrei mai conosciuto.
Ordino un’altra birra nel tentativo di riordinare le mie idee ma la testa mi frulla di varie emozioni, nemmeno tutte positive, e sono lento di riflessi, perciò mi abbandono senza cognizione di tempo al non pensare; a volte, ne sono convinto, questo stato genera le idee migliori. Mi auguro che questo mi possa accadere oggi.

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