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Archive for marzo 2015

RAGE 39

Martin YarbesJosé López aveva commesso il primo furto all’età di dodici anni. Adesso ne aveva trenta e si occupava d’altro: un’attività più redditizia.
Quando si era reso conto che nella comunità ispanica il suo nome cominciava a circolare troppo e che erano previsti guai, si era affrettato a togliere le tende. Dopo aver lasciato la natia San Diego aveva girovagato senza una meta precisa, arrangiandosi con qualche rapina ai distributori di benzina e ai piccoli spacci di provincia. Infine si era stabilito a Miami, e qui era entrato nel giro giusto, da principio come spacciatore, poi come esattore.
In questo nuovo ruolo aveva dato ampie prove di sé. Era freddo, crudele e inflessibile; non accettava mai scuse e portava sempre a termine il compito che gli avevano affidato. I casi erano solamente due: o riscuoteva la somma dovuta oppure dava un primo avvertimento, spaccando le braccia. Se non fosse bastato, si sarebbe rifatto vivo con una pistola e le pistole servono per sparare. Il boss era molto soddisfatto di lui e tre anni più tardi lo aveva scelto come suo braccio destro.
José López ora si godeva la vita. Indossava abiti firmati, calzava scarpe italiane e cenava nei locali più esclusivi. C’era anche il lavoro, certo, ma era un lavoro che gli piaceva. Amava il rischio, la violenza, l’adrenalina.
Si trovava a Washington da due giorni. Doveva risolvere una questione: erano spariti dei soldi e il suo capo non gradiva troppo essere derubato. Mentre, dopo un giro di esplorazione, nell’oscurità del parco aspettava che i due bastardi si presentassero con il denaro rubato, secondo gli accordi presi il giorno precedente, udì una donna gridare.
Accese il visore notturno schermato e si guardò attorno. Quello che vide non gli piacque. José López non provava alcuna simpatia per la maggioranza degli uomini, ma con le donne il discorso era diverso. Innanzi tutto, sebbene mancasse da casa da un’eternità, senza aver mai scritto o telefonato, non aveva dimenticato sua madre, l’unica persona al mondo che avesse mai amato. In secondo luogo, le donne erano nate per essere corteggiate, portate nei ristoranti di lusso, gratificate con gioielli e profumi costosi. Sedurre una bella femmina era una soddisfazione immensa, pari a uccidere, terrorizzare, costringere la gente a inginocchiarsi per chiedere pietà nel lezzo della propria urina. Sedurre, in tutti i casi. Non violentare.
Consultò il Cartier d’oro. Mancavano ancora quaranta minuti all’appuntamento: arrivare in anticipo era una sua prerogativa. Bisognava studiare il terreno, occorreva accertarsi che non fosse stata preparata una trappola, era necessario prepararsi a ogni evenienza. José López era molto scrupoloso; nel suo mestiere era indispensabile esserlo.
Quindi, il tempo non gli mancava.
Più che gridare, adesso la donna emmetteva rauchi rantoli frammisti a singhiozzi. “Hola, hombre! Que pasa?”, urlò José.
E’ un linguaggio universale, ma per ironia della sorte Henry era spagnolo.
L’assassino balzò in piedi.
Se José López era la spalla di un potente boss della droga, Henry era un killer professionista. Estrasse la pistola, individuò l’uomo e fece fuoco. Una. Due. Tre volte. Tre colpi in rapida successione, che centrarono tutti il bersaglio.
Però l’assassino aveva commesso un errore.

Alcune ore prima Martin Yarbes, che si era eclissato in un anonimo ufficio di Langley, aveva avuto una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin.
Non erano mancati i momenti di attrito. I due si conoscevano dall’estate del 1991. Putin gli aveva salvato la vita e aveva finto di aiutarlo nel viaggio verso la dacia di Gorbaciov, in realtà intralciandolo, dato che, pur restando nell’ombra, a Dresda, preferiva che il golpe avesse successo. Questo per i suoi fini personali. In altre occasioni lo aveva effettivamente aiutato, premurandosi sempre di ribadire che desiderava che gli alti papaveri della CIA ne venissero informati. Sapeva che un giorno avrebbe avuto bisogno dei dollari degli americani.
L’argomento della conversazione verté su una soffiata che Yarbes aveva ricevuto da Brian Stevens, il direttore della CIA, con il quale era in ottimi rapporti. La National Security Agency aveva intercettato una telefonata dalla quale risultava che per la seconda volta i russi erano riusciti a scovare Ibrahim al-Ja’bari, mentre gli Stati Uniti continuavano a brancolare nel buio.
Se esiste una legge nel mondo dello spionaggio è che non bisogna mai svelare al nemico, o al potenziale nemico, i mezzi con cui si è entrati in possesso di informazioni riservate. Yarbes la conosceva bene e si mantenne sul vago, ma Putin comprese perfettamente cosa era successo e si irritò moltissimo: con la CIA ma soprattutto con l’FSB, l’organismo che aveva sostituito la seconda direzione centrale del KGB e che si occupa di controspionaggio e di repressione all’interno della Russia.
Alla fine Yarbes, che a sua volta aveva capito le intenzioni di Vladimir, la spuntò giurando che non lo avrebbe mai saputo nessuno, in particolare Monica.
“Io chiedo solo il diritto di uccidere.”, dichiarò.
Forse fu questa frase a convincere lo zar, e non certe assurde promesse, anche se Putin, non essendo a conoscenza della rottura tra marito e moglie, ignorava che tali promesse erano false come una banconota da tre dollari.

La telefonata giunse mentre Melnikov si apprestava a tornare a casa. Cinque minuti dopo fu lui a comporre un numero. Quando Volkov rispose, il primo vicecapo del SVR disse con calma: “Dovrete rinviare la partenza di un giorno. E’ in arrivo un ospite.”
“E chi sarebbe?”, domandò il maggiore.
“Lo conoscete già. Martin Yarbes. CIA. O meglio: ex CIA.”
Volkov non ne comprendeva la ragione, ma era abituato a eseguire gli ordini, non a discuterli.
Melnikov riagganciò e si soffermò a riflettere su quanto Putin gli aveva detto. Da tempo pensava che i colleghi del FSB fossero piuttosto lenti di comprendonio – “ottusi” era una definizione che probabilmente li inquadrava meglio -; ma ciò che aveva appreso era molto grave, sempre che la notizia fosse vera.
D’altra parte era sempre stato così. Ai tempi del KGB, gli uomini della prima direzione centrale rischiavano quotidianamente la vita nei vari teatri di guerra sparsi per il globo, Asia, Africa, Sudamerica, Stati Uniti, Gran Bretagna; nel frattempo, la seconda direzione centrale spadroneggiava con arroganza entro i confini dell’Unione Sovietica. Qui, intelligenza, intuito, meticolosa preparazione dei piani; lì violenza e brutalità, ma scarso acume.
Melnikov stimava di più gli inglesi del MI5, un po’ meno FBI e Central Intelligence Agency.
Telefonate intercettate! Era inaudito. Incapaci. Putin doveva fare piazza pulita.
Con un sospiro spense la luce e uscì dall’ufficio. Ci voleva una buona vodka. Magari due.
Qualche istante prima, Miloslav Pomarev era stato informato della novità. “Bene.”, disse a Volkov con aria cupa, e intanto pensava: forse, questa volta, regoleremo i vecchi conti in sospeso.

MOSCA 1991
Mentre, davanti al palazzo della Lubjanka, la folla smantellava la statua di Felix Edmundovich Dzerzhinsky, il fondatore della Ceka, accaddero due fatti.
Gli agenti della seconda direzione centrale che avevano seguito Pomarev furono richiamati freneticamente all’interno del Cremlino: un carro armato delle forze “lealiste” lo stava prendendo d’assalto.
Un momento dopo, risuonò uno sparo. Pomarev fu colpito a una spalla. Malgrado fosse stato colto di sorpresa, reagì con incredibile prontezza. Si gettò a terra, si girò e fece fuoco. William Weber barcollò e si accasciò al suolo. Morì pochi secondi più tardi.
Il maggiore del Gruppo Alpha si rialzò prontamente, puntando la pistola su Yarbes. “Anglichanin!”, disse con disprezzo. “Pessima mira: ho solo un graffio.”
Yarbes lo fissò. “Noi due non siamo diversi.”, affermò in tono pacato. “Tutti quelli che partecipano al grande gioco sono simili. Obbediscono agli ordini, quali che siano; non hanno il tempo per soffermarsi a riflettere su concetti vaghi quali pietà, umanità, leggi morali. Agiscono.”
Lanciò uno sguardo al corpo inanimato di Weber, quindi aggiunse: “Da parte mia, compagno maggiore, non ho esitato a uccidere un agente dell’FBI, né a mentire a un traditore dell’Office of Security. Si chiamava Dan Capshaw. Prima l’ho torturato, poi gli ho promesso che sarebbe finito in un carcere federale.” Scosse la testa. “Non ho mantenuto la promessa.”
“E’ la sua orazione funebre?”, gli chiese ironicamente Pomarev.
Yarbes ignorò la domanda. “Io non la giudico, maggiore. Come me, fa ciò che le è stato comandato di fare. Ma quello che voglio dirle è che il golpe è fallito. Tutti i suoi sforzi ormai sono vani. La biscia si è rivoltata al ciarlatano. Adesso l’Armata Rossa sta dalla parte di Eltsin. Voi siete finiti.”

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Il ragazzo che amava ValentinaI racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Capita che parlino di angeli. O di demoni. Oppure di un ragazzo che amava Valentina.
La sera prima era uscito dalla caserma per fare l’amore con lei. Sebbene i loro incontri sessuali fossero sempre stati passionali e ricchi di un’emotività del tutto speciale, quella volta raggiunsero il culmine, superando definitivamente i vincoli carnali per approdare nella terra dei sogni, oltre le nubi del cielo, dove il desiderio si sublima trasformandosi in poesia e le pulsioni della carne entrano nel cuore, nel sangue, nell’anima, per diventare amore assoluto.
Quando raggiunsero l’orgasmo rimasero a lungo abbracciati, mentre la notte passava leggera, un buio illuminato dalle stelle più vivide quasi la natura volesse celebrare la loro unione che, entrambi sapevano, li avrebbe accompagnati per tutta la vita. I “ti amo” furono detti e ripetuti, ma ogni volta, ogni singola volta, esprimevano un significato più profondo della precedente, simile a una sinfonia che si rafforza in un crescendo celestiale, a un quadro che acquista colori nuovi e sorprendenti a ogni visione, a un libro che scava nelle profondità assolute dell’anima.
Salvo tornò in caserma felice. Pensava al futuro matrimonio, a un’esistenza che Valentina avrebbe colmato di gioia, giorno dopo giorno, sino alla fine.
Trovò i tedeschi che lo attendevano. Inizialmente, richiesero la sua collaborazione in qualità di rappresentante della legge italiana: il maresciallo era assente e lui, come vice brigadiere, aveva il grado più elevato.
Poi, però, le cose mutarono e, assieme ad altri, fu condotto in uno spiazzo, dove vennero muniti di vanghe. Dovevano scavare una grande fossa, sufficientemente profonda per accogliere ventidue persone. Gli ordini del maresciallo Kesselring erano chiari e, in mancanza di un colpevole, sarebbero stati fucilati tutti. Inutilmente Salvo spiegò che non si era trattato di un attentato, perché l’esplosione era stata incidentale. Con i tedeschi non si poteva parlare. Salvo leggeva il terrore negli occhi dei condannati; vide i pantaloni di un giovane macchiarsi di urina, percepì il lezzo degli escrementi, del sudore che nasce dalla paura e dallo sgomento, udì il suono del pianto e della disperazione.
Si estraniò da quel luogo di angoscia per trasferire il suo pensiero altrove, ignorando i vincoli del tempo e dello spazio. Una spiaggia bianca lambita dall’acqua del mare, un cielo di un azzurro commovente. Valentina scalza camminava sulla battigia. Gli si fece incontro, abbracciandolo. Lo strinse forte, confermandogli il suo amore eterno. Avrebbero trascorso insieme la vita, nessun vento del destino sarebbe mai stato in grado di separarli. Salvo le sorrise. Non aveva paura, ma solo l’amaro rimpianto della rinuncia. Provava una smisurata compassione per lei, avrebbe voluto asciugare tutte le sue lacrime, penetrare nel suo cuore per scaldarlo. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”, pensò.
Poi parlò. “Sono stato io.”, disse.
L’ufficiale tedesco lo guardò, sorpreso. “Tu? Un carabiniere! Non ti credo.”
“Sono stato io.”, ripeté con calma.
Non aveva paura mentre i prigionieri venivano liberati, mentre il plotone di esecuzione si preparava. Non aveva paura quando sentì dare l’ordine. E non provò nemmeno molto dolore quando le pallottole lo raggiunsero. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”
I racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Ma capita che il mare li consegni alla spiaggia perché ci sia una memoria.

Salvo D’Acquisto fu fucilato il 23 settembre del 1943. Per salvare ventidue persone si dichiarò colpevole di un attentato che non aveva commesso. Aveva ventitré anni.

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RAGE 38

VolkovPiù o meno alla stessa ora, ma con un fuso orario diverso, e perciò quando a Washington mancava poco a mezzogiorno, il tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, era immerso nei propri pensieri. Davanti a lui, sulla lucida scrivania sgombra da incartamenti inutili, stava un solo fascicolo che aveva studiato attentamente.
In Russia, come in altri Paesi, vigono corruzione, nepotismo e avanzamenti di carriera immeritati. Questo non era il caso di Melnikov. Era arrivato al vertice per un unico motivo: sapeva fare il suo lavoro. Dapprima era stato un brillante agente operativo (aveva frequentato a lungo e con successo il traditore Aldrich Ames, mandando a monte una quantità impressionante di azioni della CIA), in seguito era entrato a far parte della Direzione KR. Gli americani avevano imparato a conoscerlo, a detestarlo e, benché con riluttanza, a rispettarlo. Furono loro a chiamarlo per primi Il Maestro della Disinformazione. Poi per cinque anni era stato a capo dell’importantissimo Direttorato “S”, che gestiva gli “illegali”, uomini che rischiavano la vita poiché privi di copertura diplomatica; sotto la sua guida ne erano morti molto pochi.
Infine era stato promosso alla carica più alta alla quale, ormai anziano e a un passo dalla pensione, poteva ragionevolmente ambire. Lo aspettavano la sua dacia a Usovo e una vecchiaia tranquilla, fra boschi e letture. Ma era ancora efficiente e in grado di scolarsi una bottiglia di vodka nella stessa sera. Spostò lo sguardo sulla foto dei figli, un maschio di trentasei anni e una femmina di ventinove che sorridevano all’obiettivo da una cornice situata su una mensola, poi sfogliò di nuovo il dossier.
Con un sospiro pensò che ai tempi del KGB le cose erano più semplici: qui i russi, lì americani e inglesi; il mondo come terreno di battaglia. Ora era tutto più complicato. Alzò gli occhi e contemplò la foto di Putin, sulla parete di destra dell’ufficio. Melnikov aveva capito che lo zar perseguiva due obiettivi. Il nemico era lo stesso, però i fini erano differenti.
Melnikov ammirava Putin per la straordinaria intelligenza di cui aveva dato prova in innumerevoli occasioni e perché, come lui stesso, veniva dal KGB. All’inizio, era rimasto sorpreso, quando, anziché decretare la condanna a morte di Volkov, non solo lo aveva graziato ma anche promosso maggiore. Successivamente ne aveva compresa la ragione. Danil Borisovic non aveva trovato il coraggio di giustiziare una donna che lo supplicava in ginocchio. Donna. Madre. E Putin, come sua mamma, era credente. Sebbene con qualche riserva, adesso Volkov era sul punto di tornare a essere il pupillo di Vasiliy Ivanovic, anche se il tenente generale continuava a trattarlo in modo gelido. Disprezzava Pomarev, tuttavia non ignorava la sua straordinaria efficienza. Una buona coppia.
Abbassò gli occhi sul dossier e con un vago sorriso ricapitolò mentalmente gli intenti del Presidente della Russia. Un nemico: Ibrahim al-Ja’bari. Due obiettivi: eliminarlo, come era doveroso, rendendo così un favore a Monica Squire e quindi acquisendo un importante credito. Nello stesso tempo, però, – ecco il colpo di genio -, umiliare gli Stati Uniti: voi avete fallito, noi invece abbiamo trionfato. E la notizia avrebbe fatto il giro del globo. Un gioco da gran Maestro degli scacchi, rifletté, mentre il sorriso si allargava. Uno per aiutare, uno per colpire.
Bisognava comunque riuscirci.
Prese il telefono e compose un numero.
A Noviy Arbat c’è uno degli otto locali della catena SPB: si spende poco e il cibo è buono. Il cellulare lampeggiò mentre Volkov stava finendo il suo piatto di pezzi di manzo serviti con una salsa a base di panna inacidita. Come antipasto aveva preso quella che in Italia è conosciuta come “insalata russa” ma che in Russia è chiamata insalata moscovita o insalata Olivier. Pomarev che aveva già mangiato le salsicce con cetrioli e pane nero lo fissava. I due non erano diventati amici, però l’antipatia iniziale era scemata quando avevano imparato a conoscersi meglio. Entrambi in tempi diversi avevano effettuato con successo l’addestramento Spetsnaz, e come accade per gli aviatori o per i sommergibilisti (anche di nazioni nemiche tra loro) questo aveva creato un clima di reciproco rispetto. Ambedue sapevano perfettamente di cosa era capace l’altro, e i pochi aneddoti che si erano raccontati avevano rafforzato il senso di comunanza. Volkov aveva sorriso quando Pomarev gli aveva parlato del campo di lavoro di Kolyma dove le guardie si erano dimostrate più dei servitori che dei custodi; e Miloslav aveva seguito con interesse il resoconto di ciò che Danil aveva fatto in America.
Volkov si portò il cellulare all’orecchio, ascoltò per qualche istante, quindi annuì. “Siamo convocati da Melnikov.”, disse. Chiese il conto e bevve l’ultimo sorso di acqua naturale. Niente birra e niente vodka al loro tavolo.
Quaranta minuti più tardi furono ricevuti dal primo vicecapo del SVR. Melnikov non si perse in chiacchiere.
“Mentre gli americani tergiversano, indecisi come sempre, e non hanno ancora stabilito se attaccare dal cielo o – come preferirebbe la signora Squire – inviare delle truppe, senza però ancora sapere dove, noi abbiamo dei dati.” Puntò un dito sul fascicolo posto sulla scrivania. Lo prese in mano e lesse: “Torah Borah, che gli abitanti locali chiamano Spin Ghar, è un complesso di caverne situato nelle montagne bianche dell’Afghanistan orientale, nella provincia del Distretto di Pachir a circa cinquanta chilometri dal passo di Khyber, in direzione ovest.”
Si alzò e raggiunse una grande carta geografica, appesa alla parete di fronte a quella che ospitava l’immagine di Putin. Con un lapis rosso tracciò un cerchio. “Qui.”, dichiarò. “Il fanatico pazzo Ibrahim al-Ja’bari si è rifugiato qui.”
Notò le espressioni perplesse con cui Volkov e Pomarev lo guardavano e aggiunse: “La notizia è certa. Ora sta a voi trovarlo. Questo è il preciso ordine del nostro Presidente!”

MOSCA 1991
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”
Monica Squire era a gambe larghe su di lui.
Se c’era una persona al mondo che Miloslav Pomarev detestava e che aveva invano cercato di uccidere in tutti i modi era lei. Per qualche motivo la considerava responsabile del fallimento del golpe; e adesso sarebbe morto a causa sua.
Le lanciò uno sguardo di sfida.
“Coraggio, americana!”, la provocò in tono beffardo.
Monica prese la mira.
Pomarev non batté ciglio.

Monica percepì una presenza alle sue spalle. Henry, pensò.
Fece per girarsi, ma l’assassino le afferrò un polso e le torse il braccio dietro alla schiena strappandole un gemito di dolore e di paura.
Anche da giovane, Squire non era mai stata molto forte fisicamente. Più di una donna normale, questo è ovvio, ma meno di parecchie colleghe. Possedeva altre doti. Intelligenza, intuito, determinazione. Non potenza. Era atletica, esperta di judo, però non ai massimi livelli.
E ora era in là con gli anni. Tentò di lottare, di divincolarsi; per un attimo riuscì a sfiorare la pistola che teneva in una tasca del giubbotto, poi fu costretta a inginocchiarsi. Henry le portò il braccio quasi all’altezza delle scapole. Monica finì bocconi al suolo.
L’assassino la inchiodò con un ginocchio, senza lasciarle il braccio. Con un coltello lacerò i jeans. Lavorò con calma. L’attesa era il momento più bello. Quando il varco fu sufficientemente ampio le strappò gli slip.
Monica era vergine da quella parte. Urlò per il disgusto e per la sofferenza.
Urlò disperata, mentre Henry, in uno stato prossimo all’estasi, la sodomizzava.

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RAGE 37

Monica Squire All’inizio del 1963, il servizio di sicurezza francese che si occupava di proteggere il generale Charles de Gaulle, allarmato per i continui attentati messi in atto dall’OAS, in particolare l’agguato di Petite-Clamart, inviò una delegazione negli Stati Uniti con lo scopo di esaminare i metodi di sorveglianza degli americani. Andare a Londra sarebbe stato più comodo, ma all’epoca i rapporti tra Gran Bretagna e Francia erano pessimi. Ciò che i francesi videro non li soddisfò per nulla e tornarono a Parigi con la (giusta) convinzione di aver intrapreso un viaggio inutile. Pochi mesi più tardi John F. Kennedy fu ucciso a Dallas.
Da allora le cose cambiarono. E’ vero: ormai i buoi erano scappati dalla stalla, ma sarebbero arrivati altri buoi…
Nel 2013 Monica Squire era la persona più protetta del mondo. A parte i messaggi minacciosi che venivano esaminati e scremati dagli uomini dell’USSS (United States Secret Service) per individuare le farneticazioni dei pazzi, gli scherzi di ragazzi provvisti di dubbia intelligenza e gli impulsi maniacali di individui egocentrici, costretti a un’esistenza mediocre, e separarli dai pericoli reali, ogni passo compiuto dal Presidente era sottoposto alla prevenzione più meticolosa. Quando Squire si muoveva in macchina, tutte le strade che avrebbe percorso erano accuratamente controllate, e questo valeva anche per gli immediati dintorni: la Death Zone brulicava di agenti in costante contatto radio.
In quanto all’automobile, essa era generalmente una Cadillac denominata “la bestia”. Sotto la vernice nera della Cadillac Deville c’erano incredibili tecnologie, che sarebbero state molto apprezzate da James Bond. Lo spessore di ogni parte della carrozzeria era realizzato con materiali in grado di resistere non a colpi di fucile, bensì a razzi e bombe. Chi, nonostante il cordon sanitaire, fosse riuscito ad avvicinarsi – eventualità pressoché impossibile – avrebbe avuto la sgradevole sorpresa di essere raggiunto da flash accecanti. Dalla vettura una serie di telefoni satellitari era collegata con le forze armate, l’FBI e la CIA, sebbene Langley in teoria avrebbe dovuto restarne fuori.
Per i viaggi all’estero o in località distanti veniva utilizzato l’Air Force One, una versione speciale del Boeing 747-200B, una fortezza inaccessibile. Per gli spostamenti più brevi due elicotteri erano a disposizione ventiquattro ore su ventiquattro: il VH-3D e il VH-60, entrambi muniti delle apparecchiature più sofisticate e all’avanguardia. I piloti erano marines superbamente addestrati e in forma fisica perfetta. E’ inutile aggiungere altro.
Squire suscitò quindi un enorme scalpore quando annunciò che intendeva “fare un giro” da sola per meditare e rilassarsi e che non voleva usare la Cadillac. Furono sollevate obiezioni a non finire, ma alla fine la volontà del Presidente prevalse.
L’opinione generale era che bisognava seguirla di nascosto, tuttavia esisteva un problema: Monica era stata esplicita al riguardo. Chi ci avesse provato sarebbe stato licenziato in tronco. E, malauguratamente, lei proveniva dalla CIA, perciò era esperta in fatto di pedinamenti.
Margaret Collins prese un telefono e chiamò Milton Brubeck.
Mai, in precedenza, aveva ascoltato un simile flusso di volgarità irripetibili.

La Ford anonima su cui viaggiava Squire e che apparteneva a un funzionario di grado non elevato passò per Columbia Heights, arrivò a Road Creek Park, imboccò la 16th St NW., in direzione di Silver Spring, e trenta minuti dopo raggiunse la New Hampshire Estates Elementary School. Qui Monica ordinò all’autista di fermarsi e di aspettarla in macchina.
L’uomo bestemmiò mentalmente, maledicendo il cielo per essere di turno quel tardo pomeriggio. Altro non poté fare.
Squire scese dall’auto e si incamminò verso un parco poco distante.
Prima di uscire dalla Casa Bianca si era cambiata. Indossava un paio di jeans, felpa sportiva, un ampio giubbotto di pelle nera e calzava sneakers. Per i suoi standard era un abbigliamento insolito, però, se fosse stato un giorno festivo, non lo era in assoluto. Diversi suoi predecessori, alla domenica, avevano amato sfoggiare tute da ginnastica oppure maglioni sportivi con la camicia aperta. In certi casi, si erano esibiti così anche alla televisione, specie nei momenti più gravi, in modo di “entrare” nelle case degli americani come un bonario, vecchio amico.
Il sole tramontò e l’oscurità calò sugli alberi e sui sentieri del parco.
Monica percorse un centinaio di metri poi, ricordando le istruzioni ricevute, svoltò a destra. Proseguì per altri cento metri, affidandosi alla luce di una torcia elettrica. Trovò un bivio. A sinistra intravedeva un piccolo bosco e fu lì che si diresse.

“Quale cazzo di macchina?”, sbraitava Milton Brubeck.
“Moderi il linguaggio.”, esclamò risentita Margaret.
“Va bene. E allora?”
Collins glielo disse, e il direttore dell’FBI esplose.
Margaret attese pazientemente che l’altro finisse una sequela quasi interminabile di parole e frasi che avrebbero inorridito una gran quantità di persone. Aveva ragione, e lei lo sapeva. L’auto del mite Stephen Jones era un’auto qualunque, irrintracciabile, a meno di un colpo di fortuna, il che era molto improbabile.
“Direttore, lei sa meglio di me quanto può essere ostinata la signora Squire.”
Brubeck abbaiò qualcosa e riagganciò.
Se Margaret Collins era madida di sudore, Brubeck aveva il volto paonazzo. Picchiò un pugno sulla scrivania e si costrinse a riflettere. Cinque minuti più tardi, richiese i tabulati relativi alle telefonate giunte negli ultimi tre giorni alla Casa Bianca. A differenza di John Edgar Hoover non era un despota paranoico che amava controllare tutto e tutti, allo scopo di ricattare, costruire o distruggere le carriere degli uomini politici più influenti per essere universalmente temuto. Non lo interessava quel genere di potere. Ma non era nemmeno uno stupido. E conosceva a fondo il suo mestiere.
Un’ora dopo comprese da chi si era recata Squire, però non sapeva dove. Impartì un comando preciso: trovatela! A ogni costo. La morte di John gli pesava ancora sulla coscienza, e non avrebbe mai accettato un destino simile per la madre.

Proprio prima dell’inizio del bosco Monica scorse una panchina. Era il luogo dell’appuntamento. Nelle giornate calde non era insolito che venisse occupata da un impiegato, uno studente oppure un rappresentante di commercio intenti a consumare il pranzo; ma a quell’ora non c’era nessuno.
Squire avanzò di qualche passo e la torcia si spense. Nel cielo non erano ancora apparse le stelle; si preannunciava una notte fredda e buia. Squire incespicò e soffocò un’imprecazione. L’addetto alla manutenzione non aveva svolto con diligenza il proprio lavoro: avrebbe dovuto controllare quella dannata torcia!
Cercò di aguzzare la vista, ma era difficile vedere qualcosa.

L’assassino l’aveva osservata arrivare e adesso controllava i suoi movimenti grazie al rivelatore di calore a raggi infrarossi. Quello strumento gli permetteva di cogliere la differenza di temperatura fra il terreno e la donna. La torcia per qualche ragione si era spenta – o l’aveva spenta lei? – ma questo non importava. Ormai era molto vicino e di lì a breve l’avrebbe violentata e poi strangolata. Sebbene non fosse più giovane, era ancora attraente; comunque, l’avrebbe posseduta anche in caso contrario: l’eccitazione derivava dalla paura e dal disgusto della vittima, dalla sua impotenza, non dalla bellezza. Il Presidente degli Stati Uniti! La donna che comandava il mondo ridotta a una femmina terrorizzata, umiliata e sconvolta, che lo avrebbe implorato.
Si era accertato che nessuno l’avesse seguita. Poteva dedicarle dieci minuti del suo tempo: Henry era sempre stato fortunato.

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hammadaMonica Squire, un’agente operativa con brillanti trascorsi in Afghanistan e nell’ex Unione Sovietica ai tempi del fallito golpe, viene nominata direttore della CIA e poco più tardi si presenta alle elezioni presidenziali come candidata del partito democratico. Dopo un acceso confronto televisivo con il senatore repubblicano, suo antagonista, durante il quale non mancano – come da tradizione – i colpi bassi, viene eletta, sia pur d’un soffio.
Nel mese di febbraio dell’anno successivo, suo figlio, il quattordicenne John, viene rapito, e la scorta che lo proteggeva sterminata. Ciò che i sequestratori chiedono è la liberazione di sei terroristi condannati a morte. Monica, sebbene sia disperata, rifiuta. Milton Brubeck, il direttore dell’FBI, promette che riuscirà a scovarli e a liberare il ragazzo. Ma, nonostante i mezzi più sofisticati, i federali non riescono nell’intento.
Dietro a tutto questo c’è un uomo, un fanatico che aveva abbandonato Hamas in quanto troppo tollerante nei confronti di Israele e che adesso agisce in proprio, Ibrahim al-Ja’bari.
Per volere di Putin, il servizio segreto russo interviene, ma un dirigente della CIA, a causa di risentimenti personali, insabbia il documento che gli è stato trasmesso da Mosca.
Allora, l’SVR (ex KGB) invia negli Stati Uniti il capitano Danil Volkov, uno dei migliori elementi di quella che un tempo era stata la prima direzione centrale, smantellata per volere di Gorbaciov.
All’insaputa di Monica, e contro il suo volere, viene organizzata un’operazione congiunta cui partecipano la CIA e Volkov, con il beneplacito dell’FBI: scopo di tale operazione è liberare i fondamentalisti islamici, non prima che Volkov, fintosi un medico, gli pratichi un’iniezione il cui contenuto è un veleno mortale a effetto ritardato. Il piano riesce grazie alla collaborazione forzata del direttore del carcere, scoperto a letto con un ragazzo e quindi ricattato.
Secondo i patti, John viene lasciato libero dai quattro irlandesi dell’IRA, che lo avevano sequestrato dietro compenso; ma una donna, la spietata Danielle Williams, elimina sia i rapitori sia il figlio di Monica. Questi sono gli ordini che ha ricevuto da Ibrahim al-Ja’bari, il quale in seguito rivendica su internet quanto è successo, promettendo in nome di Allah la distruzione di Israele (egli possiede un ordigno nucleare) e del Grande Satana americano.
Quando Monica Squire apprende la tragica notizia, subisce un crollo psicologico e pensa di dimettersi. Margaret Collins, la sua vice, sembra pronta a subentrarle, benché sia a lei devota, perché disapprova l’intransigenza di cui Monica ha dato prova. (Margaret stravedeva per John). Sarà l’arrivo di Putin, in visita ufficiale, a ridare alla madre sconvolta forza e determinazione.
A questo punto, si sviluppano tre piste parallele.
La prima vede in azione Sarah Gabai, una formidabile agente del Mossad isreaeliano: il suo compito è quello di rintracciare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari. Poiché il fanatico le sfugge, la giovane torna a Tel Aviv, dove viene allestita una nuova missione. Il kidom di dodici elementi comprende anche Martin Yarbes, il padre di John, ormai in rotta con la moglie di cui non condivideva – come quasi tutti gli americani – la cosiddetta “linea della fermezza”. Sebbene egli sia un gentile, e perciò avversato da Zeev, il comandante del kidom (ma non da Sarah che lo prende in simpatia), il capo del Mossad, Aaron Ben-David, impone la sua presenza in considerazione del profondo dolore di un genitore. A parte questo, Ben-David conosce bene il passato di Yarbes, che per molti anni era stato il numero uno della CIA. La loro meta è Al Bukamal.
La seconda riguarda il lungo inseguimento di Danielle Williams a opera di Volkov; il russo se la fa sfuggire in Gran Bretagna ma non in Australia. Quando la donna si inginocchia e gli chiede pietà, Volkov la risparmia. A seguito di ciò, tornato a Mosca, viene convocato da Putin che anziché mandarlo in Siberia o condannarlo a morte lo congeda promuovendolo maggiore.
Nel frattempo, a causa del rimorso, Danielle si uccide.
La terza pista, infine, riguarda gli Stati Uniti: la Delta Force è pronta a mettersi in movimento. Ibrahim al-Ja’bari sarà trovato grazie ai Global Hawk, che tutto vedono, in ogni angolo del mondo.
In realtà tutte e tre le piste vanno incontro a un fallimento: il kidom cade in un’imboscata, causata da un traditore del Mossad, e dieci israeliani vengono decapitati; si salvano soltanto Yarbes e Sarah, grazie al micidiale intervento di Volkov e di Miloslav Pomarev, un ex maggiore del Gruppo Alpha, riabilitato da Putin, sebbene fosse stato uno dei principali esecutori del golpe del 1991. Ferito a entrambe le gambe da Monica Squire, era stato poi condannato e deportato in Siberia. Ma ora è tornato. Ciò nonostante, Ibrahim al-Ja’bari riesce a fuggire, a bordo di un Hind.
I Global Hawk falliscono nel loro compito, a differenza dei russi che sono riusciti a individuare il rifugio di Ibrahim al-Ja’bari.
Anche lui, comunque, conosce uno smacco, dato che l’uomo che doveva far esplodere una bomba atomica a Tel Aviv viene fermato e ucciso, grazie all’intervento di un membro dell’Yehidat Misthara Meyuhedet.
Dopo essersi incontrato con Federica Mogherini, Putin ordina a Danil Volkov e a Miloslav Pomarev di scovare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari.
Ma Ibrahim al-Ja’bari ha un altro obiettivo, ancora più ambizioso: eliminare Monica Squire. A tale scopo invia negli Stati Uniti un infallibile killer, che lavora  per denaro e perché è un sadico: Henry.
L’assassino si mette in contatto con Monica, che nel frattempo ha annunciato a Yarbes la sua intenzione di divorziare, e la convince a incontrarlo. Sostiene di avere informazioni utili per catturare il mandante del rapimento e dell’uccisione di suo figlio; ciò che induce Monica ad accettare la proposta è il fatto che lui conosce le parole che, nel corso delle trattative, i sequestratori avevano dovuto dire come prova che il ragazzo fosse vivo.
A presto con la nuova puntata.

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L'intervista di Rodixidor– Perché scrivi ? (lo so è la domanda standard ma prova a darmene una risposta impulsiva).
AB Perché ne ho bisogno, così come si ha bisogno di bere o di mangiare.
– Miglior carburante della scrittura è la tristezza o la felicità?
AB Entrambe. Per i racconti direi la tristezza (e, infatti, in genere i miei racconti sono tristi), per i romanzi è meglio uno stato d’animo sereno, se non proprio felice.
– Uno scrittore si fa per talento o per perseveranza ?
AB Premesso che non so se posso definirmi una scrittrice, anche qui la risposta è duplice. Se hai talento ma ti manca la perseveranza non vai molto lontano, e viceversa. Poi, come sempre, esistono le eccezioni: una su tutte, J.R.R. Tolkien. Lui, pur di non scrivere, si inventava ogni sorta di distrazione.
– Quale è se esiste un libro per il quale terminata la lettura ti sei detta: “Tempo buttato!” ?
AB Gli ultimi che ho letto di Stephen King.
– Per la buona scrittura è più importante la giusta alimentazione o il sesso?
AB Ahahah 🙂 Per me, acqua minerale Evian, scarpe scalciate via e, possibilmente, sole.
– Quale è il primo libro in assoluto che hai letto nella tua vita ?
AB Mmmm. Forse, ma non ne sono affatto sicura, “Biancaneve”.
– Quale è lo scrittore irraggiungibile ?
AB Sono molti. Sicuramente Dostoevskij.
– Hai mai paura che non ti venga l’estro per scrivere ?
AB Spesso sì.
– Il fatto che ora è possibile a tanti pubblicare un libro senza passare attraverso i correttori di bozze delle case editrici secondo te è un vantaggio o uno svantaggio ?
AB Un enorme svantaggio, ca va sans dire.
– Nei tuoi racconti sei molto meticolosa e dettagliata nelle descrizioni storiche, geografiche ed anche tecniche che fanno pensare ad uno studio accurato di luoghi e circostanze di cui narrare. Questo tuo approccio deriva dal tuo perfezionismo o dalla tua insicurezza ?
AB Sono del segno della Vergine, perciò molto pignola. Io parto dal presupposto che, soprattutto in una spy-story, è necessario, anzi fondamentale, creare un quadro che risulti verosimile. Per questo, mi piace spiegare cosa sono le I.M., come funziona il “water-boarding”, quali sono le caratteristiche di una data arma, cosa c’è “dietro il racconto”.
– Alberto Moravia ed Ernest Hemingway, chi butti giù dalla torre ? (non eludere la domanda)
AB Moravia tutta la vita!
– Quante volte hai deciso di lasciar perdere ?
AB Di scrivere? Almeno cinquanta.
– Quante volte ti sei detta: “Però sono brava !”?
AB Uhm, lo confesso: è accaduto. Quante volte? Cinque o sei.
– Si scrive più per vanità o più per bisogno degli altri ?
AB Per passione.
– Se potessi scegliere uno scrittore con cui andare a cena chi sceglieresti?
AB Non Dostoevskij perché avrei paura. Tolkien. Tra i viventi, la Mazzantini.
– Ti annoiano le interviste ?
AB Dipende dalle domande. Le tue sono molto belle.

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RAGE 36

Monica Squire L’assassino aveva letto pochissimi libri in vita sua, perlopiù manuali che riguardavano armi, e un solo romanzo che gli era stato consigliato anni prima. Non era l’unico killer ad averlo acquistato e non era il solo ad esserne rimasto fortemente impressionato; in questo lo avevano preceduto due personaggi: Yigal Amir, che aveva assassinato il primo ministro d’Isaele, Rabin, e, su tutt’altra sponda politica, Ilich Ramírez Sánchez detto Carlos lo Sciacallo, al momento ospite di un carcere francese dove sta scontando una condanna all’ergastolo. Ambedue ne possedevano una copia.
Entrambi avevano applicato i metodi e le regole del protagonista di quel libro. Ciò valeva anche per l’uomo assoldato da Ibrahim al-Ja’bari. Trascorse tre giorni a Washington consultando ogni fonte utile a conoscere e capire Monica Squire, come donna, come ex agente segreto della CIA e come capo di Langley. Non solo: trovò anche notizie relative alla sua infanzia. Apprese molte cose, alcune delle quali assolutamente inutili; altre, però, gli permisero di creare un quadro completo dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Studiò i luoghi dove viveva e lavorava, i sistemi di sicurezza – per quanto possibile -, meditò sui suoi brillanti trascorsi nell’allora Unione Sovietica, valutò l’intensità dello sguardo, apprezzò gli abiti che indossava. Era la lezione del biondo inglese, protagonista de “Il giorno dello Sciacallo” di Frederick Forsyth.
Poi l’assassino telefonò alla Casa Bianca.
Con voce pacata, ma autorevole, chiese di parlare con lei. Non disse chi era, ma prima che l’operatrice riagganciasse, mandandolo silenziosamente al diavolo, elencò quattro nomi. Aggiunse che aveva informazioni precise sul mandante del sequestro e dell’uccisione del povero John e dichiarò che avrebbe richiamato un’ora più tardi.
Erano le quattro del pomeriggio di una giornata piovosa. Squire stava aspettando ragguagli circa l’operazione Rage, volta a scovare, catturare e “terminare” Ibrahim al-Ja’bari. Quando si sentì dire dalla spaventata telefonista le parole “Shakira, Red Sox, Boston Celtics e Flavia Pennetta”, impallidì e con grande sorpresa della ragazza le ordinò di passarle immediatamente la telefonata, appena fosse giunta.
Esistono vari modi per rendere difficile il compito di chi deve rintracciare il segnale di un cellulare e quindi l’ubicazione di chi sta effettuando una chiamata. Un cellulare criptato rende incomprensibile i “dati voce”, però non serve a tale scopo; il killer utilizzava un metodo diverso: grazie a un sofisticato algoritmo, il suo apparecchio cambiava il numero IMEI (il codice identificativo) rendendo pressoché impossibile la localizzazione, almeno in tempi rapidi. Inoltre, una vibrazione e un messaggio sul display informavano immediatamente che era in atto un tentativo di intercettazione.
“Buon giorno, signora. Mi chiamo Henry. Non ci riprovi, se desidera vendicare la morte di suo figlio.” L’inglese era buono, anche se con un leggero accento spagnolo.
“Io… D’accordo.”, ribatté Monica.
“Mi dia la sua e-mail privata. Così comunicheremo con maggiore tranquillità. Si fidi di me e sarà ricompensata.”
Squire obbedì, e Henry riagganciò.
Venti minuti dopo arrivò il messaggio.
Henry si avvaleva di un computer assolutamente sicuro. Lui stesso lo aveva programmato. Neppure un asso dell’informatica poteva monitorare i dati prodotti dal database Heterogenous Image Transaction. Per un esperto hacker il security kit è una porta aperta, il sistema di Henry era un muro di acciaio.
L’e-mail indicava un posto, un’ora e una somma. Di quest’ultima all’assassino non importava nulla, serviva da specchietto per le allodole.
Monica confermò e promise di presentarsi da sola.
Henry spense il pc.
In realtà il suo vero nome era un altro.
Era nato in un paesino a sud di Madrid. Fin da piccolo aveva dimostrato una inspiegabile inclinazione per il sadismo oltre a una grande capacità di apprendimento: in particolare per l’informatica, a quell’epoca introdotta in via sperimentale. Se la cavava bene con le lingue, mentre era un disastro in spagnolo, dato che non amava leggere.
Poiché era di famiglia benestante, aveva potuto compiere studi regolari in una scuola privata esclusiva, fino al giorno in cui era stato espulso perché scoperto a torturare un compagno. In seguito, si venne a sapere che lo aveva già fatto con altri ragazzi, nonché con una docente, giovane, graziosa e timida, troppo spaventata per denunciarlo.
Suo padre possedeva un’azienda agricola. Henry non era minimamente interessato a trascorrere la vita in mezzo ai campi. Aveva altre idee. Cominciò a metterle in pratica strangolando la moglie infedele di un ricco commerciante. Fu soltanto l’inizio.
Nel giro di qualche anno era diventato un killer infallibile. Quando Ibrahim al-Ja’bari lo aveva contattato, spiegandogli quello che voleva da lui, non aveva battuto ciglio. Si erano accordati per un compenso di due milioni di dollari, metà subito, metà a lavoro eseguito.
In una democrazia occidentale uccidere un uomo politico non è un’impresa impossibile, anche se il soggetto in questione è un autentico pezzo grosso, apparentemente invulnerabile. Un esempio su tutti è rappresentato dall’assassinio di John F. Kennedy. Anzi, tutto sommato, è un’azione relativamente semplice.
Ma a una condizione. Che il sicario sia disposto a intraprendere una missione suicida. In caso contrario, le cose sono molto più complicate. Gli uomini dell’OAS erano molto in gamba – rappresentavano l’élite dell’esercito francese – eppure, malgrado vari tentativi, non riuscirono a eliminare Charles De Gaulle. E la ragione è semplice: nessuno di loro era pronto all’estremo sacrificio; perciò tentarono, ma fallirono. Aldo Moro fu sequestrato, tenuto in prigionia e infine eliminato, però i suoi rapitori finirono in prigione.
Henry intendeva trascorrere il resto della sua vita in qualche sperduta isola dell’Atlantico meridionale, godersi i due milioni di dollari oltre a quello che aveva già guadagnato in precedenza, e che non era poco, e concedersi tutte le donne che voleva. Di conseguenza, escludeva a priori l’idea di comportarsi da kamikaze. D’altro canto, non agiva per motivi ideologici, bensì per denaro e per il sottile piacere di far soffrire e poi ammazzare un essere umano.
E aveva un’enorme fiducia in se stesso.

Monica Squire fissò a lungo lo schermo del computer.
Non si stupì più di tanto quando la informarono che non erano riusciti a individuare il luogo da dove era stato inviato il messaggio. Ciò che invece la sorprendeva era il fatto che quello sconosciuto conoscesse le risposte che i sequestratori di John avevano dovuto dare come prova che il ragazzo fosse vivo. Shakira, Red Sox, Boston Celtics, Flavia Pennetta. Questo significava che faceva parte della banda. Perché allora era disposto a tradire il suo capo? Soldi, si disse. C’era da fidarsi di lui? Scrollò le spalle. Era impossibile stabilirlo, comunque non aveva paura. Aveva affrontato Pomarev da sola e aveva vinto. Ripensò alle poche parole che le aveva detto Yarbes. In Siria, lui e un’agente del Mossad erano stati salvati da due russi, uno dei quali era proprio l’esecrabile Miloslav Pomarev.

MOSCA 1991
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi…”
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.

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