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Archive for febbraio 2012

ALESSANDRA
A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

MICHELLE (VENTIDIPRIMAVERA)
A Cannes soffiava il Mistral
su istantanee di immagini
dove il tempo che scorre
-custodisce i ricordi-
su una cornice a colori
stemperata di battiti
-e-
traboccante di sogni
attraverso emozioni
-depositate-
negli occhi e nel cuore
incanto -forse- sciolto
di una bambina scalza
che amava il mare e il vento.

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MATRIOSKA 17

Aleksandr si chinò per osservare qualcosa sotto di sé.
La pallottola di John Lodge gli sfiorò la testa.
Lodge aveva un’ottima mira, però non aveva previsto che il russo si muovesse proprio in quel momento. Aleksandr si voltò di scatto e Lodge sparò di nuovo. Lo mancò ancora. Aleksandr fece fuoco a sua volta e l’americano vacillò. Tese il braccio per sparare nuovamente, ma un attimo dopo scivolò e stramazzò al suolo.
Aleksandr si avvicinò. Sapeva di averlo ferito ma sapeva anche che non l’aveva ucciso, dato che aveva mirato in basso. Prima di morire, Lodge doveva parlare.
John cercò di raccogliere la pistola. Con un calcio Aleksandr glielo impedì: l’arma finì lontano. Si mise a gambe larghe sopra a Lodge e lo guardò freddamente. In un certo senso era ammirato, perché era riuscito a sorprenderlo alle spalle, mai nessuno prima di allora era arrivato a tanto.
“Monica Squire sta per morire.”, annunciò con voce piatta. “Una morte atroce.”
Lodge lo fissò senza ribattere.
“Tu puoi impedirlo.”, continuò il russo.
John pensò a Monica. Al suo coraggio, alla sua determinazione… al suo fascino. Benché non ne fosse del tutto sicuro, non riteneva di essere stato ferito in maniera grave e non avvertiva molto dolore. Per un momento meditò di rialzarsi e di saltare addosso al suo nemico. Oppure di fargli uno sgambetto. Ma, se avessero lottato e se lui avesse vinto, avrebbe decretato la condanna di Monica: non dubitava minimamente delle parole di Matrioska. “Cosa vuoi da me?”, gli domandò stancamente.
“Quando tornerà Massoud?”
“Non lo so.”
Aleksandr gli sferrò un potente calcio allo stomaco.
“Quando tornerà Massoud?”
Lodge trasalì per il dolore, ma si impose di non gemere.
“Non lo so.”
Questa volta Aleksandr mirò all’inguine. Lodge si contorse e per un istante sperò di perdere i sensi. La sofferenza era insopportabile.
Ma lui era un agente della CIA, addestrato a combattere contro il dolore, a estraniare la mente e a non arrendersi mai, in qualsiasi circostanza. Vide partire un nuovo calcio, diretto alla testa; però non fu questo a indurlo a cedere.
Non poteva accettare che Monica morisse.
“Fra due giorni.”, gridò.
Aleksandr evitò di colpirlo.
“Quali sono i suoi piani?”
Lodge respirava affannosamente. Faticava a ragionare con chiarezza. Si sentiva avvilito e sconfitto. Tutti gli sforzi e i pericoli che aveva corso per cogliere Matrioska di sorpresa si erano rivelati inutili. Forse se si fosse fatto aiutare dagli afghani le cose sarebbero andate diversamente; era stato incauto e troppo sicuro di sé. In ogni caso, biasimarsi non serviva a nulla.
“Quid pro quo.”, mormorò.
Aleksandr gli rivolse uno sguardo interrogativo.
Lodge si sforzò di spiegare. In effetti si era espresso in un gergo tipicamente inglese e se anche Matrioska avesse conosciuto il latino – e lo riteneva improbabile – quella frase non c’entrava niente con la lingua degli antichi romani. “Do ut des.”, provò comunque.
Matrioska conosceva il latino. “Bene.”, disse. “Se mi comunicherai ciò che Massoud ha in animo di fare, vi lascerò liberi. Tutti e due. Naturalmente ve ne andrete subito da qui.”
In realtà, avrebbe ammazzato Lodge.
“Va bene. Prima, però, voglio vedere Monica.”
Aleksandr lo fissò, pensoso. Poi decise di acconsentire a quella richiesta: se la donna fosse morta, Lodge non avrebbe parlato. Avrebbe potuto torturarlo per ore, ma era certo che l’americano avrebbe resistito a qualunque supplizio, e lui avrebbe perso inutilmente del tempo prezioso.
“Alzati.”, disse. “Ti porto da lei.”
Lodge si strappò i pantaloni per esaminare la ferita, notando con sollievo che non c’era traccia di sangue arterioso. Fece una medicazione di fortuna, utilizzando il laccio emostatico che portava sempre con sé (come qualsiasi militare americano), quindi si tirò su e zoppicando si incamminò nella direzione indicata da Matrioska. Il russo lo seguiva a pochi passi di distanza con la pistola puntata sulla sua schiena. Percorsero in senso inverso il cammino che Aleksandr aveva intrapreso, mentre controllava le mosse di Lodge. Quando giunsero al termine del lastrone, il sole scomparve dietro le cime delle montagne. Si alzò un vento freddo e sferzante. Nel cielo c’erano ancora poche stelle, ma la luce della luna garantiva una buona visibilità.
“Siamo quasi arrivati.”, dichiarò Aleksandr.
Fu allora che un’ombra si materializzò all’improvviso alle sue spalle.

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copertina libroEntrò in un negozio di King’s Road e osservò disorientato la merce esposta. C’era una tale varietà di abiti che non riusciva a decidersi. Una ragazza arrivò in suo soccorso. “Mi chiamo Helen.”, disse con un sorriso gentile. “Se posso aiutarti…”
Alex la guardò. Sebbene non fosse graziosa, Helen era molto attraente. Aveva folti riccioli scuri e un sorriso malizioso. Era piuttosto alta e ben formata, ma era più giovane di lui. Tuttavia era decisamente più esperta. Gli porse un abito di buona fattura, che non era troppo costoso: in base a una semplice occhiata era in grado di valutare i mezzi economici dei clienti. Alex si cambiò, indossando i nuovi capi, e pagò la somma dovuta. Avrebbe voluto invitarla a fare una passeggiata, ma non era mai stato con una ragazza e non sapeva come comportarsi. Rassegnato, si avviò verso l’uscita del negozio. Era l’ora di pausa: sarebbe andato da solo a Trafalgar Square. Lei parve leggergli nel pensiero. Malgrado la differenza di età – almeno sette anni, pensava Alex – era più disinvolta e sicura di lui. “Adesso chiudo.”, disse. “Ti andrebbe di fare due passi con me?” Alex arrossì. Non si fidava della sua voce, perciò si limitò ad annuire.
Per un po’ camminarono in silenzio.
Helen gli posò una mano sul braccio.
“Raccontami qualcosa.”, gli disse.
Alex avrebbe voluto parlarle della sua vita: era sicuro che lei lo avrebbe ascoltato con attenzione. Però, non era un argomento interessante. “Mi piace leggere.”, disse. “E inventare storie.”
“Inventare storie?”
Alex sorrise, vagamente imbarazzato. “Già. Ad esempio, la storia della principessa Helen. C’era una volta un drago cattivo…” Aveva una fantasia incredibile e in pochi minuti lei pendeva dalle sue labbra, completamente avvinta. Lui narrò di battaglie, di rapimenti e d’amore, perché alla fine la principessa veniva salvata da un coraggioso cavaliere che si chiamava Alex.
Quando tornarono al negozio, Helen si alzò sulla punta dei piedi per baciargli una guancia. Poi corse dentro, lasciandolo felice e senza fiato.

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eBook2I bambini erano cattivi.
Sebbene fossero orfani come Alex, capivano che lui era diverso da loro, e si comportavano di conseguenza. Gli facevano gli scherzi più crudeli: un giorno lo avevano costretto a mettere la testa in un cesso sporco, e poi lo avevano deriso.
“Testa di merda!”
Da allora questo era diventato il suo nome.
Richard aveva sette anni ed era uno spregevole codardo, ma, come tutti i codardi, quando si sentiva protetto dagli altri trovava il coraggio per esternare la sua perfidia. “Tua madre aveva le gambe molto lunghe.”, gli disse un mattino. Alex gli rivolse uno sguardo interrogativo: come faceva a saperlo, dato che non l’aveva mai conosciuta? Con un sorriso maligno, Richard gli spiegò che a furia di camminare di giorno e di notte dovevano esserle cresciute per forza; poi pensò bene di chiarirgli il significato del termine “prostituta”, che a detta sua si adattava perfettamente alla povera donna.
Però, Alex temeva soprattutto gli insegnanti, perché usavano spesso e volentieri la frusta, e le scudisciate erano più dolorose del sarcasmo. Alla sera piangeva nel suo lettino – una misera branda, in realtà. Pensava alla mamma. Si chiamava Margaret Alliston; di lei ricordava il sorriso dolce e l’odore che sapeva di buono, le passeggiate in riva al mare, mano nella mano, e la fiabe che gli narrava alla sera per farlo addormentare. Quando Margaret era ancora in vita, Alex mangiava minestrine saporite, uova con il bacon e aringhe affumicate. Adesso, sei giorni su sette, solo porridge annacquato e pane posso.
Alex non sapeva perché sua madre fosse morta, tuttavia nutriva un forte sospetto…

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BARBABIANCA

Era conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere. Da anni, ormai, stava davanti al cinema, avvolto in un sudicio cappotto che non si toglieva mai, neppure in estate. La barba lunga, i capelli arruffati e gli occhi dall’espressione vacua erano tratti caratteristici troppo evidenti, e inquietanti, per non suscitare un senso di repulsione in chi gli passava accanto. A volte, qualche persona di buon cuore lasciava scivolare una moneta nel cappello logoro che egli teneva sempre al suo fianco; ma la maggioranza distoglieva lo sguardo, accelerando il passo per lasciarselo al più presto alle spalle.
Aveva una sola amica, una bambina bionda di nome Sandra. Quando usciva da scuola andava sempre a trovarlo, spesso non aveva soldi da dargli ma non gli faceva mai mancare un sorriso o una parola gentile. Lui ricambiava il sorriso, ma non parlava.
Aveva smesso di parlare molti anni prima, quando la moglie e i due figli erano morti in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Pochi giorni dopo aveva abbandonato lo studio legale in cui lavorava per trasferirsi davanti al cinema. La banca si era presa la sua casa, avidi parenti erano riusciti a mettere le mani sulla liquidazione. E lui non si era più mosso da lì.
Sandra non sapeva se “Barbabianca” (così lo aveva battezzato) era in grado di capire quello che lei gli diceva, se possedeva ancora un barlume di intelletto; tuttavia le piaceva raccontargli piccoli aneddoti della vita scolastica, o spiegargli che in quel particolare giorno si sentiva felice perché c’era il sole e il cielo era azzurro. Barbabianca, comunque, la guardava, e talvolta negli occhi privi di espressione sembrava passare un lampo di interesse, simile a uno spiraglio di luce che tuttavia si spegne quasi subito.
Sandra gli portava delle mele. Aveva scoperto che gli piacevano molto. Lo osservava mangiare e intanto nella sua immaginazione se lo figurava ripulito, messo a nuovo, seduto a tavola con lei e i suoi genitori.
Lo vide per l’ultima volta un giovedì di febbraio. Quel giorno faceva molto freddo, spirava la tramontana, e Barbabianca sedeva tutto intirizzito sfregandosi le mani. Gli porse una sigaretta che aveva sottratto dal pacchetto di suo padre. Lo aveva già visto fumare, e pensava che forse quella sigaretta avrebbe potuto riscaldarlo, almeno un poco. Barbabianca la consumò sino al filtro, quindi le rivolse un sorriso che parve trasformare il suo viso; per qualche istante, forse per uno solo, lei vide il volto di una persona intelligente e consapevole. Ma subito calò il sipario, e l’espressione del vecchio tornò a farsi assente, al punto che la bambina pensò di aver visto male, oppure di aver guardato con gli occhi del cuore. Istintivamente gli tese una mano. Barbabianca la prese fra le sue, che erano gelide ma che per qualche strano motivo le sembrarono calde. Si guardarono in silenzio, poi lei lo salutò, avviandosi verso casa.
Aveva fatto solo due passi quando sentì distintamente il suono di una voce. “Grazie!” Si girò di scatto, sorpresa. Barbabianca le stava sorridendo.
Morì quella notte.

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MATRIOSKA 16

John Lodge avvertì la presenza di Matrioska.
Contrariamente alle sue previsioni, il russo si trovava proprio sopra di lui.
Non aveva elementi certi per stabilirlo, ma il suo istinto lo aveva salvato innumerevoli volte. Un istinto che nasceva dall’esperienza accumulata in anni e anni di missioni, da una predisposizione innata; un istinto che non lo aveva mai tradito.
Si appiattì contro la montagna e lanciò un’occhiata in alto. A rigore di logica, se Matrioska lo stava guardando, egli stesso sarebbe stato visibile, a meno che non si fosse celato dietro a uno sperone; ma anche in tal caso per vederlo avrebbe dovuto sporgersi. Lodge scorse il riflesso del sole sull’acciaio. Solo un lampo, ma che gli bastò per capire che il russo impugnava una pistola. Si chiese perché non avesse tentato di ucciderlo di notte, anziché rapire Monica.
Perché lo voleva vivo.
Tuttavia, in caso estremo, non avrebbe esitato a sparargli; perciò era meglio non essere troppo ottimisti. Lodge si spostò lateralmente finché non fu sicuro di essere fuori dalla portata della pistola.
Poi riprese a salire.
In quel punto era più arduo. La parete era quasi a strapiombo, tuttavia a saperli individuare non mancavano dei punti d’appoggio. Raggiunse una cengia e si fermò per un momento. Notò un burrone, sulla sua destra, che sembrava spaccare la montagna in due. Lì non c’erano appigli, la parete era liscia; ma appena sopra a un lastrone gli sembrò che il pendio fosse meno scosceso, vide anche qualche ciuffo d’erba rinsecchita.
Distolse lo sguardo e continuò a inerpicarsi. Era sudato e cominciava ad avvertire la stanchezza, ma la ignorò. Un piano si stava formulando nel suo cervello. Lasciò i pensieri liberi di vagare e man mano il piano prese forma compiutamente, come un quadro che all’inizio pare privo di senso ma che gradatamente si riempie di forme precise e di colori nitidi.
Proseguì l’ascesa, muovendosi obliquamente in modo da allontanarsi dalla postazione di Matrioska.
Chiaramente, se l’altro aveva osservato i suoi movimenti, questo non era sufficiente.
Lodge non sapeva se Matrioska era in grado di seguirlo dall’alto, ignorava la composizione della montagna in quel tratto: ma anche se il russo non avesse potuto continuare a sorvegliarlo, lo avrebbe aspettato nel punto a lui più propizio.
Soltanto un dilettante avrebbe pensato che grazie a quella diversione sarebbe riuscito a coglierlo di sorpresa. E Lodge non era un dilettante.
Vide un sasso, lo raccolse e lo scagliò in alto.
Quindi tornò sui suoi passi, ma giunto alla cengia proseguì in direzione opposta, verso il precipizio che aveva notato prima. Era profondo, però non troppo largo. Non per lui, almeno. Calcolò freddamente quante probabilità aveva di arrivare indenne dall’altra parte e stabilì che superavano il cinquanta per cento. Era un’opzione accettabile. Nel suo lavoro non si era mai sicuri al cento per cento, e una soglia di rischio inferiore al cinquanta era già buona. Inspirò profondamente e si concentrò sul balzo. Visualizzò mentalmente la potente spinta che si sarebbe dato, si vide in aria sopra la voragine, capì che non ce l’avrebbe fatta e allora impresse tutta la forza che aveva al suo corpo. Immaginò un grande arco che scagliava una freccia… e lui era la freccia che volava. In quel momento aveva la mente completamente sgombra, all’infuori della visione delle sue gambe che mulinavano come pistoni, delle braccia che si tendevano, delle mani che artigliavano la roccia, perdevano per un attimo la presa salvo un istante dopo recuperarla… e saltò.
Si afferrò a uno spuntone di roccia, trasse un sospiro di sollievo e a forza di braccia si issò sul lastrone.
Poi scivolò.
Cadde all’indietro. Non c’era il minimo dubbio che, se fosse precipitato da quell’altezza, si sarebbe sfracellato al suolo.
Un istante prima di venire inghiottito dal baratro, si aggrappò a una pietra che sporgeva dal fianco della montagna. Adesso Lodge si trovava due o tre metri sotto al lastrone, con il viso rivolto verso il basso. Con un colpo di reni si raddrizzò.
La pietra non era ancorata saldamente alla roccia e iniziò a cedere.
Lodge capì che era il peso del suo corpo a smuoverla. A parte questo, i suoi muscoli non reggevano più. Trattenne il fiato mentre cercava disperatamente un modo per salvarsi. Poi la pietra si staccò completamente e Lodge non ebbe più appigli. Rivolse un ultimo pensiero a Susie e sprofondò nel vuoto.
Sebbene non lo avesse notato da lontano, la parete non era perfettamente liscia. Lodge andò a sbattere contro una sporgenza della montagna e vide una crepa verticale. Si afferrò con le dita e con le unghie, poi incominciò a strisciare aiutandosi con le gambe. La fatica era intollerabile, ma riuscì a resistere: non poteva accettare l’idea di non vedere più Susie. Con un ultimo sforzo risalì sul cornicione.
Si lasciò cadere per riprendere fiato e calmare i battiti del cuore.
Dopo qualche minuto si rialzò e cautamente si accostò alla parete. In effetti, in quel punto la scalata era agevole; Lodge si inerpicò sulla montagna fin quando non scorse un sentiero che si insinuava nella roccia e che lo avrebbe portato fino a Matrioska. Era in leggera discesa. Lodge lo percorse a passo sostenuto. Il sole iniziava a declinare e le prime ombre si allungavano sulla valle. Un vento fresco calava dalla cima della montagna. Lodge lo accolse con piacere.
Il sentiero non dava segno di doversi interrompere, a tratti si restringeva, in altri punti fiancheggiava baratri che si aprivano all’improvviso; poi gradualmente divenne pianeggiante e tornò ad allargarsi. A circa un centinaio di metri un pinnacolo di roccia lo nascondeva agli occhi di un eventuale osservatore.
Lodge era sicuro che Matrioska si trovasse lì.
Percorse rapidamente l’ultimo tratto. Il rumore del vento copriva quello dei suoi passi. Lodge aggirò il pinnacolo e sbucò in una radura cosparsa di pietre e di una riarsa vegetazione.
Sul lato rivolto a valle un uomo scrutava la montagna sotto di sé.
Era alto, con le spalle larghe. Era perfettamente immobile, come un leopardo che aspetta la sua preda.
Lodge tirò fuori la pistola.
Detestava ciò che stava per fare.
Sapeva che sarebbe stato perseguitato dal rimorso e che avrebbe sognato il cadavere di quell’uomo. Gli era sempre successo quando aveva ucciso qualcuno a sangue freddo. Sparare alle spalle, poi, era vergognoso.
Però non aveva scelta.
Lasciare Matrioska vivo sarebbe stato insensato, oltre che pericoloso.
Prese la mira e premette il grilletto.

Shaban trovò Monica molto prima che risuonasse lo sparo.
Per un momento pensò che fosse morta, comunque la slegò con gesti rapidi ed efficienti. Era abituato ad agire e soltanto in un secondo tempo a riflettere. Lo sgomentava l’idea che quella donna forte e coraggiosa avesse trovato la morte in quell’orribile modo. Si rasserenò, quando si accorse che respirava ancora, sebbene in maniera flebile. Le praticò la respirazione bocca a bocca, le fece un massaggio al cuore, poi, notando che aveva smesso di respirare e poco convinto di quei metodi, andò a cercare un’erba che cresceva in quella zona, soprattutto in altura.
Quando tornò, Monica era cianotica e priva di coscienza.
Shaban accese un fuoco e mise a scaldare l’erba. Non sapeva esattamente a cosa servisse, ma riteneva che fosse il miglior rimedio per ogni tipo di male. Mentre l’erba abbrustoliva girò delicatamente Monica, si inginocchiò accanto a lei e le premette le scapole con il palmo delle mani, poi le prese i gomiti spostandoli in avanti. Erano cognizioni che gli erano state trasmesse da Massoud. A questo punto, Monica avrebbe dovuto opporre resistenza: segno che aveva ricominciato a respirare.
Monica non reagì al trattamento.
D’altra parte, erano stati i russi a istruire Massoud.
Shaban riponeva maggiore fiducia nelle consuetudini della sua gente.
Tornò accanto al fuoco e prese l’erba. Ne ricavò una sottile poltiglia, quindi la mise sotto al naso della donna. Lo aveva imparato da suo nonno, il quale a sua volta lo aveva appreso dal proprio nonno.
Monica riprese a respirare.
Un grande sorriso illuminò il volto del guerrigliero.
Shaban aveva amato una ragazza. Malgrado l’aspetto diverso, per certi versi Monica gliela ricordava: anche Bahara era stata intrepida e coraggiosa. Un giorno erano arrivati quegli uccelli mostruosi, vomitando fuoco e distruzione. Bahara era caduta mentre cercava di salvare un bambino. Quel giorno, come sempre, Shaban si era svegliato alle prime luci dell’alba. Era uscito di casa e si era recato al ruscello per lavarsi, poi aveva sentito quel terribile rombo che sembrava provenire dall’inferno. Era tornato indietro correndo. Gli abitanti del villaggio si sparpagliavano in tutte le direzioni, terrorizzati. I più fortunati riuscivano a raggiungere la montagna, dove avrebbero potuto ripararsi dentro a una grotta. Bahara era veloce e si era messa quasi in salvo, quando aveva visto il bambino abbandonato: allora era corsa verso di lui. Shaban non avrebbe mai dimenticato il suo corpo straziato.
Per questo voleva diventare bravo con gli Stinger.
Voleva abbattere tutti gli Hind di questo mondo.

COME DI CONSUETO, “MATRIOSKA”  TORNERA’ DOMENICA PROSSIMA.
MERCOLEDI’, INVECE, CI SARA’ UN RACCONTO.

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MISTER CHARLIE

Manuela uscì dalla metropolitana, risalì i gradini che portavano a San Babila e imboccò corso Vittorio Emanuele. Si era vestita in modo casual: un paio di scarpe da ginnastica, jeans a vita bassa e un giubbotto sportivo. Dato che era una bella ragazza, attirava comunque gli sguardi dei passanti; ci era abituata e, a seconda del suo umore, la cosa poteva infastidirla o colmarla di segreto orgoglio.
Camminando a passo sostenuto, raggiunse il luogo dell’appuntamento. Guardò l’orologio e vide che era in anticipo di qualche minuto. Meglio così: si sarebbe preparata mentalmente all’incontro.
Era da molto tempo che lo sognava, ma le erano occorsi infiniti sforzi per ottenerlo e, adesso che si trovava vicina alla meta, si sentiva agitata e quasi confusa. Aveva commesso una sciocchezza? Avrebbe dovuto ascoltare gli ammonimenti di Davide? Trasse un profondo sospiro, mentre involontariamente scrollava le spalle. Era sempre stata abituata a lottare per ottenere ciò che voleva, sapeva di non essere soltanto attraente ma anche intelligente e perspicace, e il desiderio di incontrare Mister Charlie era del tutto legittimo. Alla fine lui aveva ceduto, acconsentendo a conoscerla di persona: solo questo contava!
Come spesso accade, era entrata nel blog di Mister Charlie del tutto casualmente. Aveva letto il post, sgranando gli occhi per la meraviglia. Si trattava di un racconto bellissimo, scritto a tinte pastello, deliziosamente surreale e ricco di insegnamenti nascosti. Aveva lasciato un commento entusiasta, e il giorno dopo Mister Charlie era venuto da lei a ricambiare la visita. Il blog di Manuela, ManuFollia, era un diario vivace e spontaneo. Mister Charlie l’aveva gratificata con una nota di apprezzamento. Da quel giorno, lei aveva letto e commentato tutti i suoi post, rimanendo sempre più affascinata da un talento che, a suo giudizio, non aveva eguali in Splinder. Era stato inevitabile scrivergli un messaggio privato, al quale lui aveva risposto…
Quando Splinder aveva chiuso, dopo essersi consultati, erano andati entrambi su WordPress e si erano scambiati gli indirizzi e-mail.
Manuela si guardò intorno per vedere se Davide stava arrivando. Le aveva garantito di essere una persona puntuale, e la regolare cadenza con cui pubblicava i suoi racconti (inevitabilmente, al mercoledì e alla domenica) deponeva in tal senso. Sapeva che avrebbe visto un uomo anziano, basso di statura, piuttosto grasso, con una giacca blu e dei pantaloni di flanella. Un uomo che lei sentiva di amare, perché non aveva mai cercato la bellezza fine a se stessa, bensì l’ingegno, la sensibilità, la cultura e la bontà d’animo. E Davide possedeva ampiamente queste quattro caratteristiche: decine di pvt stavano a testimoniarlo. Mister Charlie l’aveva messa in guardia. Un conto era la rete, altro la vita reale. Anche lui sentiva di amarla, ma la delusione che lei avrebbe provato vedendolo avrebbe spento sul nascere quel rapporto idealizzato e virtuale. Non esisteva un futuro per loro, se non a livello di amicizia. Caparbiamente Manuela aveva insistito, ribadendo che sapeva quello che voleva; a venticinque anni non era più una ragazzina, e aveva le idee molto chiare. Certo: sarebbe stato meglio se Davide fosse stato più giovane, o almeno non obeso e flaccido (così si era descritto); tuttavia per lei l’amore nasceva dall’anima e non dal basso ventre.
Cambiò piede d’appoggio, chiedendosi se per caso lui non avesse cambiato idea. Era in ritardo di dieci minuti. Osservò le persone che le passavano accanto, ma nessuno era anziano, piccolo e grasso. Non c’erano giacche blu nei paraggi, né pantaloni di flanella. Dopo venti minuti di attesa incominciò a innervosirsi. Benché fosse una mattinata invernale, il sole splendeva alto nel cielo e iniziava a far caldo. Manuela sbuffò.
A un tratto un bel giovane di circa trent’anni le si avvicinò. Era moro, alto, con gli occhi verdi attraversati da pagliuzze dorate. In un altro momento l’avrebbe sicuramente attratta. Sembrava intimidito.
Lei lo guardò con fare interrogativo, visto che non accennava a parlare e si limitava a fissarla.
Finalmente lui parve trovare il coraggio. Sorrise e disse: “Il tuo post di ieri era splendido!”
Poi Mister Charlie la prese per mano.

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MATRIOSKA 15

Aleksandr non voleva uccidere Lodge.
Morto non gli sarebbe servito a niente.
Voleva costringerlo a parlare.
Sapeva che non sarebbe stato semplice. A differenza degli afghani, a Lodge non sarebbe importato nulla essere avvolto in una pelle di cinghiale; era stato addestrato a sopportare il dolore e forse in bocca aveva una capsula di cianuro da usare al momento opportuno. Non sarebbe stato neppure facile catturarlo, ma Aleksandr pensava che lui fosse informato sui movimenti di Massoud.
Quindi era indispensabile prenderlo vivo. Era certo che Monica Squire gli avesse detto la verità – difficilmente Massoud si sarebbe confidato con una donna -, altrimenti non avrebbe esitato a torturarla e lei non sarebbe riuscita a resistere a lungo. Stranamente, gli sarebbe dispiaciuto farlo, anche se non capiva bene il perché. Per Aleksandr uomini e donne erano uguali, e Monica era un’agente della CIA: di conseguenza non era una donna cui usare eccessivi riguardi. Tuttavia, per qualche strano motivo, l’aveva colpito. Tamara era più bella di lei, però Monica Squire aveva qualcosa di speciale. Non gli era mai accaduto di essere affascinato da una donna.
Aleksandr la scacciò dai suoi pensieri. Ora doveva concentrarsi sull’americano. Soltanto uno stupido sarebbe venuto a cercarlo risalendo il sentiero, e di certo Lodge non era stupido; perciò avrebbe seguito un altro percorso. Ad Aleksandr sembrava di leggere nella sua mente. Per prima cosa, Lodge avrebbe cercato un punto dove la scalata non fosse eccessivamente ostica. Dubitava che conoscesse a fondo la montagna, pertanto non si sarebbe spinto troppo lontano. Esaminò con il binocolo tutte le possibili vie che portavano in alto. A sinistra non scorse appigli, canaloni, mulattiere: la parete era liscia e, senza un’adeguata attrezzatura, era impossibile scalarla. Nemmeno lui ci sarebbe riuscito. Spostò lo sguardo a destra. Lì, invece, il pendio era meno scosceso; c’erano dei tratti molto ripidi ma nel complesso per un uomo forte, abituato a scalare le montagne, era possibile arrampicarsi.
Aleksandr si avviò in quella direzione, muovendosi cautamente su un lastrone di roccia che compiva un ampio giro, prima di arrestarsi davanti a un burrone. Non fu necessario arrivare fino a lì. Ogni venti passi il russo si fermava e guardava in basso. Al quinto tentativo, vide Lodge.
Sarebbe bastato attendere per qualche minuto e poi avrebbe potuto sparargli.
Per un attimo fu tentato di farlo.
Massoud sarebbe tornato, ne era sicuro. Ma quando? Non era un problema aspettare per tre o quattro giorni, o anche per una settimana; ma se il comandante dei guerriglieri avesse affidato il comando a Lodge contando di assentarsi per un mese? Nel frattempo i russi avrebbero attaccato e avrebbero potuto trovarsi di fronte a un vasto gruppo di Mujaheddin, ben organizzati e guidati da Massoud in persona. Era possibile che disponessero di un numero congruo di Stinger che avrebbero messo in difficoltà gli Hind, come era già successo altre volte. Forse Massoud si era allontanato proprio per quello: reperire armi, uomini e magari convincere altri capobanda a unirsi a lui.
No. Il suo piano iniziale era quello giusto: Lodge non doveva morire, almeno per il momento.
Si nascose dietro a una roccia e attese che arrivasse.

Shaban conosceva quella montagna come le sue tasche. Aveva osservato i movimenti di John Lodge e compreso ciò che aveva in animo di fare. Era vagamente offeso. L’americano non li aveva messi al corrente delle sue intenzioni. Questo significava che non si fidava di loro. Ma Shaban pensava alla donna. Forse era ferita, forse era imprigionata in qualche buio anfratto… forse aveva paura.
A Shaban Monica piaceva: era intrepida e coraggiosa, parlava il dari meglio di Lodge e come istruttrice non valeva meno di lui. Dato che era una donna era un fatto sorprendente, che lo aveva portato ad ammirarla. Armato di un lungo pugnale, si allontanò dal villaggio, trovò una via segreta, nota a pochissimi, e si inerpicò con l’agilità di una capra.

Monica era fradicia di sudore.
Si era costretta a rimanere immobile per lunghi, interminabili, minuti. Lavorando per la CIA aveva coltivato l’arte della pazienza. Ciò nonostante, sebbene avesse un corpo forte e allenato, e fosse agile e snodata, quella posizione era insopportabile. L’unica consolazione era rappresentata dal fatto che Aleksandr sarebbe tornato e l’avrebbe slegata. Si augurava che non tardasse troppo e soprattutto che non uccidesse Lodge.
Per ingannare il tempo era ricorsa a un vecchio trucco, astraendosi dalla realtà presente. Aveva ripensato a quello che era successo fra lei e John. John la desiderava, tuttavia l’aveva respinta. Lei aveva reagito comportandosi freddamente con lui. Da un lato provava un riluttante senso di ammirazione: era un uomo fedele e degno di rispetto; da quell’altro, però, lo voleva per sé. Aveva flirtato con Massoud solamente per ingelosirlo ed era compiaciuta perché sapeva di esserci riuscita. Il capo dei Mujaheddin possedeva un notevole fascino, e Monica aveva capito di piacergli, ma non esisteva un futuro per loro. Al contrario, non era ancora disposta a rinunciare  a Lodge.
E se fosse stato lui ad ammazzare il russo? Era un’ipotesi plausibile.
In tal caso, nessuno l’avrebbe mai più ritrovata.
A quel pensiero, perse il controllo.
Non le era mai capitato in precedenza, ma sentiva male dappertutto, il caldo era micidiale e la prospettiva di finire i suoi giorni imprigionata su quella montagna era quanto di più angosciante potesse esserci.
Si dimenò nel tentativo di liberarsi, non rendendosi conto che non soltanto era impossibile ma che, dibattendosi, sarebbe andata incontro alla morte.
La corda si tese e lei cominciò a soffocare. Praticamente si stava strangolando da sola. Annaspò in cerca di ossigeno, mentre la lingua si gonfiava e la pressione sulla giugulare diventava insostenibile. Rimpianse amaramente di essersi comportata in modo sconsiderato. Eppure sapeva che non avrebbe dovuto compiere il benché minimo movimento! Fu invasa da un terrore cieco; aveva sempre pensato di non temere la morte, ma un conto era perire a causa di una coltellata o di una pallottola, altro affrontare quell’atroce agonia.
La disperazione la avvolse, come un fumo nero.
Ma, a un tratto, panico e sofferenza la abbandonarono.
Scivolò in uno strano mondo, attraversato da ombre vaghe e impalpabili.
Poi una scena prese nitidamente forma nella sua mente, riportandola indietro nel tempo. Quel giorno era stata decorata per aver brillantemente portato a termine una missione, il suo capo si era congratulato con lei e così i colleghi più vicini, fra cui Lodge.
Alla sera c’era stata una festa. Non sarebbe durata a lungo perché l’indomani si sarebbe svegliata presto: lei e John sarebbero partiti per la Bolivia, dove erano attesi da un compito non particolarmente gradevole. Intanto, però, era eccitata ed euforica, fiera di sé. Pensava ai suoi genitori, all’ottima educazione che aveva ricevuto, e in un moto di autocompiacimento a quanto era stata brava. Lodge le si avvicinò  con due bicchieri di Chardonnay californiano e lei gli sorrise, trionfante. Indossava un abito che arrivava poco sopra al ginocchio e calzava sandali bianchi.
Era stata una delle più belle giornate della sua vita e riviverla la colmò di gioia.
Così com’era arrivato, il ricordo scomparve e Monica Squire precipitò in un baratro scuro, dove ogni suo pensiero cessò di esistere.

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LA LEGGENDA DEL LUPO

Quando il signor Mercuri arrivò a Casatevecchio, prendendo alloggio nell’unica locanda disponibile, non suscitò alcun interesse, dato che era una persona assolutamente normale. Esistono individui che passano praticamente inosservati, perché il loro aspetto è talmente comune, il modo di vestirsi così poco personale, la maniera di porsi tanto convenzionale, che inevitabilmente finiscono per confondersi con la massa, con la parte più grigia e insignificante di essa, a tal punto che, se commettessero un reato, difficilmente si troverebbero testimoni in grado di ricostruire la loro identità.
Il signor Mercuri apparteneva senza ombra di dubbio a questa vasta categoria, presente in ogni città e paese. Tuttavia, riuscì a catturare l’attenzione generale sin dalla prima cena che consumò nel modesto ristorante della locanda. Era un locale adibito anche a osteria, e a quell’ora molti avventori stavano terminando di giocare a carte, di bere un bicchiere di vino oppure di rinfrescarsi con una birra gelata, dopo un lungo pomeriggio trascorso a lavorare nei campi, sotto il sole cocente di quei giorni. Qualcuno aveva già cenato, e poi era uscito di casa per farsi un goccio con gli amici. Le prime ombre della sera invogliavano a lasciare le pareti domestiche per godere di un soffio di brezza che al tramonto solitamente calava dalle montagne circostanti. La meta della passeggiata generalmente era la locanda, considerato che l’altro bar del paese era frequentato da giovani dediti a fumare spinelli oppure a inscenare volgari gazzarre.
Il signor Mercuri aveva finito di mangiare un succulento arrosto con patate (malgrado l’aspetto dimesso e vagamente triste, la cucina di quell’esercizio era ottima) e stava sorseggiando un bicchiere di vino bianco. Alzò gli occhi dal tavolo, perlustrò la sala cercando un interlocutore sufficientemente anziano, e infine, individuatolo, lo apostrofò con compita cortesia.
“Permettete che mi presenti.”, disse alzandosi e avvicinandosi a lui. “Mi chiamo Giovanni Mercuri.” Parlava a voce alta, e per il fatto di essere un forestiero, e a questo punto anche a causa della sua eccessiva “normalità” (un paradosso, forse, ma capita che una data peculiarità assuma in certe circostanze un significato opposto a quello di partenza), in un attimo portò al silenzio il locale, attirandosi vari sguardi curiosi o perplessi. Quando si trovò vicino all’uomo che si era scelto, disse, scandendo bene le parole: “Vi sarei grato se foste così gentile da ragguagliarmi in merito alla vicenda del lupo.”
Il silenzio incuriosito si trasformò immediatamente in un silenzio ostile; molti visi si rabbuiarono, qualche espressione si alterò.
“Non so di cosa stiate parlando.”, replicò seccamente l’anziano avventore, la cui fisionomia rammentava quella di un gufo.
“Quale lupo?”, chiese un uomo più giovane, evidentemente in preda ad una curiosità sconveniente. Fu zittito all’istante da una serie di occhiate, che erano fredde come lame.
“Non c’è mai stato nessun lupo!”, sentenziò con un tono definitivo l’interlocutore di Mercuri. In questo caso, gli sguardi furono di approvazione.
Restando sempre in piedi, senza accennare a sedersi ad un tavolo, dove in tutta evenienza non era gradito, il signor Mercuri diede prova di una certa ostinazione, insistendo. “Eppure ho letto un libro che racconta…”
“E’ meglio non affrontare simili argomenti!”, esclamò un uomo corpulento, appoggiando bruscamente il boccale di birra sul tavolo ed asciugandosi la schiuma dal mento con il dorso della mano. “Specie di sera!”
Mercuri esibì un sorriso soddisfatto. “Quindi, un lupo è esistito… o, per meglio dire, un lupo mannaro.”
Nella sala calò il gelo.
“Venga, si accomodi.”, disse un uomo dall’aspetto elegante, con folti baffi grigi e capelli bianchi ben curati. “Sono il dottor Brenna, il medico del paese, e forse posso darle qualche informazione su questa vecchia leggenda.”
“Leggenda?”, replicò Mercuri prendendo posto accanto a lui.
“Una leggenda, certo!”, ribadì il dottore. “I lupi mannari esistono solo nelle vecchie storie che un tempo si raccontavano davanti a un caminetto.” Versò del vino in un bicchiere pulito, che poi porse a Mercuri. “Mi permetta una domanda, piuttosto. A cosa è dovuto questo suo strano interesse?”
Il signor Mercuri ringraziò il dottore per il vino, quindi fece un gesto vago, quasi ad indicare che il motivo del suo interessamento non era poi così importante. Resosi, tuttavia, conto che una spiegazione era forse dovuta, accennò a un certo libro che intendeva scrivere.
“Un libro sulle antiche leggende?”, gli chiese il medico.
Mercuri scosse la testa. “No.”, disse, suscitando il muto rimprovero di tutto il locale. “Un libro su una serie di fatti oscuri che accaddero in passato. Ho già raccolto un vasto materiale, e mi manca solo la parte relativa al lupo mannaro di Casatevecchio. Quello sarà il capitolo più importante del libro.”
Il dottor Brenna si accarezzò distrattamente i baffi, poi si rivolse al primo interlocutore di Mercuri. “Tagliabue”, disse con una nota malinconica nella voce, “questo signore si ostina a credere alle fiabe.”
Spesso risulta difficile interpretare correttamente lo svolgimento dei pensieri umani; a volte essi seguono percorsi bizzarri, il cui punto di arrivo è inspiegabilmente distante da quello di partenza; può succedere persino di giungere a una conclusione che sia in palese contrasto con il postulato iniziale.
Infatti il signor Tagliabue si alzò faticosamente dal tavolo e, prima di accomiatarsi, disse, rivolgendosi a Mercuri: “Domani. Con la luce. A casa mia.”

Il signor Tagliabue abitava in una graziosa villetta all’estremità settentrionale del paese, vicino ai primi contrafforti delle montagne. Sebbene fosse vedovo, la casa era linda e profumata. Mercuri si presentò di buon’ora, dopo essersi fatto indicare il percorso dal proprietario della locanda.
Il padrone di casa preparò il caffè. La finestra del soggiorno dava sul bosco che si estendeva per parecchie miglia a est. Tagliabue aveva gli occhi fissi in quella direzione; sembrava profondamente assorto, quasi dimentico della presenza del suo ospite. All’improvviso, si scosse. “Non dovete scrivere un libro, vero?” In apparenza era una domanda, ma in realtà conteneva in sé la sicurezza di un’affermazione ponderata, probabimente scaturita da un attento lavoro psicologico. O forse tirava a indovinare. Quale che fosse la verità, ottenne l’effetto desiderato. Mercuri parve sorpreso; l’espressione del suo viso denotava lo stupore che una persona prova quando un’altra riesce a penetrare nel suo animo, superando barriere che a prima vista apparivano invalicabili. Ci fu un silenzio, che alla fine il forestiero ruppe. “Avete ragione.”, disse, senza tuttavia palesare troppo disagio. Evidentemente non dava peso a quella piccola menzogna. Lo scopo che si era prefisso era più importante e, a questo punto, gli interessava solo conoscera la storia, la vera storia del lupo.
“Lo avevo capito subito, fin dal primo momento.”, disse il signor Tagliabue. “Ma non sono curioso di natura: siete libero di racontarmi la verità oppure di tacere. In ogni caso, vi dirò quello che so.” Attese una risposta e, quando vide che tardava ad arrivare (e che forse non sarebbe mai arrivata), dopo aver messo le tazzine del caffè nel lavello, invitò Mercuri ad uscire all’aperto. “Accomodiamoci sotto al portico.”, disse. Era una mattinata fresca, allietata da un vento non troppo forte; l’aria era asciutta e il calore del sole piacevole. Dal punto in cui si trovavano guardavano a occidente, verso i campi coltivati; il bosco si trovava alle loro spalle. “Quando avevo sedici anni”, esordì il signor Tagliabue, “a Casatevecchio c’erano due fratelli dai caratteri assai singolari. Credo che il termine più appropriato per definirli sia “teppisti”; forse è una parola ormai desueta, non conosco il linguaggio di oggi, tuttavia ritengo che li inquadri alla perfezione. Picchiavano i ragazzi più giovani, li derubavano, molestavano le ragazze, spaccavano le vetrine dei negozi, appiccavano incendi. I carabinieri sospettavano di loro, ma non avevano prove, se non riguardanti episodi marginali non sufficienti per assicurarli alla giustizia. I due infatti erano molto astuti; non che disponessero di un alto quoziente intellettivo, però possedevano quella atavica furbizia contadina, elementare e rozza quanto si vuole, ma capace di farli agire in modo prudente. Naturalmente erano malvagi d’animo, in particolare il maggiore, Simone, che era anche il capo. Un giorno litigarono a causa di una fanciulla. Penso che fosse la più bella del paese e, benché lei non li degnasse di uno sguardo, entrambi erano risoluti a conquistare le sue grazie. Simone la pretendeva per sé. Fu allora che Giorgio, il minore, per la prima volta si ribellò. Vennero alle mani (con gran gioia di noi ragazzi) e Giorgio riportò nettamente la peggio.”
Tagliabue si alzò, scusandosi, e rientrò in casa. Ne sortì poco dopo con una caraffa di vino bianco e due bicchieri. Servì da bere, assaggiò il vino facendo schioccare la lingua, e con un sospiro soddisfatto riprese il racconto.
“Giorgio prese il vecchio fucile di suo padre, aspettò che Simone rincasasse e gli sparò a bruciapelo. Ovviamente sarebbe finito in prigione, e la cosa non gli garbava. Fuggì nel bosco, dove contava di potersi nascondere. Probabilmente meditava di lasciare passare un po’ di tempo, per poi abbandonare definitivamente il paese. Forse pensava di trasferirsi in Svizzera, in Francia, o magari addirittura in Australia; aveva da parte un bel gruzzoletto con cui avrebbe potuto pagare il viaggio. Ma quella notte c’era la luna piena.”
Un soffio d’aria gelida calò improvvisamente dalle montagne, quasi a sottolineare quelle ultime parole. Il signor Tagliabue rabbrividì. “Nessuno seppe cosa era successo, chi o cosa incontrò; a Casatevecchio non c’erano mai stati lupi mannari, nemmeno in tempi antichi, eppure…”
Si versò nuovamente da bere, Mercuri non aveva ancora toccato il suo bicchiere. “Presto il lupo mannaro diventò il terrore della valle; nelle notti di luna piena usciva dalle ombre del bosco, entrava nelle case… evitatemi i particolari, per favore!”
Mercuri lo fissò per alcuni istanti in silenzio. “Quindi il lupo mannaro era Giorgio. E dopo cosa accadde?”
“Organizzammo una battuta di caccia, muniti di torce, fucili, proiettili d’argento benedetti dal prevosto, asce e pugnali. Esplorammo a fondo il bosco, senza tralasciare il minimo anfratto. Non lo scovammo, ma da quella notte lui scomparve. Ritornò dieci anni dopo per gettare nuovamente il paese nel terrore, ma il giorno dopo era sparito. Da allora, ogni dieci anni, in una notte estiva di luna piena lui ricompare. E’ la maledizione di Casatevecchio.”
Mercuri finalmente bevve un sorso di vino. “Bene. Il quadro è completo. Mi manca soltanto un’ultima informazione.”
Tagliabue annuì pensosamente. “Sì.”, disse. “Tornerà questa notte, la data coincide.”
“Lo immaginavo.” Il signor Mercuri si alzò. “Vi devo una risposta.”, disse mentre prendeva congedo. “Nessun libro. Io sono un cacciatore di lupi mannari e sono stato ingaggiato da una persona che un tempo viveva qui per fare giustizia una volta per tutte. Il lupo gli prese la figlia.”
Tagliabue annuì ancora. “So di chi parlate.”, disse. “Vi auguro buona fortuna!”

Perché il signor Mercuri aveva mentito?
“C’è sempre una ragione alla base di una menzogna.”, pensò mentre finiva di cenare. Gli avventori della locanda evitavano di guardarlo, ma si trattava di una precauzione inutile, dato che lui non sollevava gli occhi dal piatto, immerso com’era in profonde riflessioni. Quella sera non si erano visti né il dottor Brenna, né Tagliabue: e di questo Mercuri era quasi contento.
Quando terminò di mangiare, si alzò dal tavolo, avviandosi lentamente verso l’uscita del locale. Imbruniva. Il vento calava dalle montagne portando con sé un po’ di refrigerio; la luna stava nascendo.
Il signor Mercuri non aveva paura. Si incamminò in direzione del bosco, con un’espressione quasi crudele dipinta sul volto. Il suo volto tanto comune, il suo aspetto così ordinario, il modo di fare uguale a quello di moltitudini di altre persone.
Sapeva che avrebbe trovato il lupo.
Da cosa nascono certe convinzioni, apparentemente non suffragate dalla realtà, da dati precisi e concreti? E’ vero: era la sera indicata; dopo dieci anni il lupo mannaro si apprestava a tornare. Tuttavia, non era detto che avrebbe incrociato la strada di Mercuri. Era possibile che entrasse in paese da un’altra parte, per poi penetrare furtivo nella camera di qualche fanciulla ignara oppure nella stanzetta di un povero bambino innocente. Ma Mercuri “sentiva” nel profondo di se stesso, al di là di ogni dubbio, che lo avrebbe trovato. Erano cinque anni che aspettava quel momento. Ed era impossibile che si sbagliasse, perché quelle convinzioni, quelle certezze, provengono da luoghi misteriosi, nei quali è ammesso unicamente chi per lungo tempo li ha sognati, nella inflessibile ricerca di un fato da plasmare a proprio piacimento.
Mercuri entrò nel bosco, mentre la luna sorgeva. Il chiarore era sufficiente per permettergli di orientarsi agevolmente. Teneva le mani in tasca, e si guardava attorno con attenzione. Lo avrebbe scovato!
Il “cacciatore di lupi mannari” procedeva indifferente ai rami adunchi che nella luce lunare apparivano simili ad artigli, ai fruscii e alle ombre, a strani rumori che avrebbero fatto sobbalzare molti uomini coraggiosi, alle sagome sinistre dei vecchi alberi. Si inoltrò nel folto del bosco, camminando con passo regolare e calmo. Si fermò per un istante, e fu allora che percepì distintamente la presenza del lupo. Era vicino. Molto vicino.
Mercuri sorrise, e la sua espressione diventò ancora più crudele. Poi sentì l’ululato.
Il suo pensiero corse a Sara, che incurante del suo amore non lo aveva mai degnato della minima attenzione; in rapida successione, passò in rassegna visi che gli erano odiosi, gente che a causa del suo aspetto non lo aveva mai considerato. Restò fermo, immobile, ad aspettare il lupo.
Venne fuori da un grosso cespuglio, che in quel punto ostruiva il sentiero. Era un’apparizione terrificante, resa ancora più spaventosa dal fatto che la trasformazione era in atto. Lo stavano abbandonando gli ultimi tratti umani, tuttavia per qualche momento Mercuri ruscì a discernere la fisionomia alterata di un giovane. Ma rapidamente ogni traccia umana scomparve, il volto si deformò assumendo le sembianze del muso di un lupo, gli occhi divennero rossi, denti acuminati spuntarono dalle fauci spalancate. Mercuri fronteggiò quella tremenda creatura degli inferi senza provare alcun timore.
Il lupo mannaro spiccò un balzo e gli fu addosso. Emanava un odore ripugnante, un fetore di carogne imputridite.
Un istante prima di venire azzannato alla gola, Mercuri rise. Un riso agghiacciante e malvagio, forse più terribile del lupo stesso.
“Regalami la notte!”, esclamò con la perfidia di chi è atteso da una lunga vendetta da compiere.

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