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Archive for febbraio 2012

ALESSANDRA
A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

MICHELLE (VENTIDIPRIMAVERA)
A Cannes soffiava il Mistral
su istantanee di immagini
dove il tempo che scorre
-custodisce i ricordi-
su una cornice a colori
stemperata di battiti
-e-
traboccante di sogni
attraverso emozioni
-depositate-
negli occhi e nel cuore
incanto -forse- sciolto
di una bambina scalza
che amava il mare e il vento.

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MATRIOSKA 17

Aleksandr si chinò per osservare qualcosa sotto di sé.
La pallottola di John Lodge gli sfiorò la testa.
Lodge aveva un’ottima mira, però non aveva previsto che il russo si muovesse proprio in quel momento. Aleksandr si voltò di scatto e Lodge sparò di nuovo. Lo mancò ancora. Aleksandr fece fuoco a sua volta e l’americano vacillò. Tese il braccio per sparare nuovamente, ma un attimo dopo scivolò e stramazzò al suolo.
Aleksandr si avvicinò. Sapeva di averlo ferito ma sapeva anche che non l’aveva ucciso, dato che aveva mirato in basso. Prima di morire, Lodge doveva parlare.
John cercò di raccogliere la pistola. Con un calcio Aleksandr glielo impedì: l’arma finì lontano. Si mise a gambe larghe sopra a Lodge e lo guardò freddamente. In un certo senso era ammirato, perché era riuscito a sorprenderlo alle spalle, mai nessuno prima di allora era arrivato a tanto.
“Monica Squire sta per morire.”, annunciò con voce piatta. “Una morte atroce.”
Lodge lo fissò senza ribattere.
“Tu puoi impedirlo.”, continuò il russo.
John pensò a Monica. Al suo coraggio, alla sua determinazione… al suo fascino. Benché non ne fosse del tutto sicuro, non riteneva di essere stato ferito in maniera grave e non avvertiva molto dolore. Per un momento meditò di rialzarsi e di saltare addosso al suo nemico. Oppure di fargli uno sgambetto. Ma, se avessero lottato e se lui avesse vinto, avrebbe decretato la condanna di Monica: non dubitava minimamente delle parole di Matrioska. “Cosa vuoi da me?”, gli domandò stancamente.
“Quando tornerà Massoud?”
“Non lo so.”
Aleksandr gli sferrò un potente calcio allo stomaco.
“Quando tornerà Massoud?”
Lodge trasalì per il dolore, ma si impose di non gemere.
“Non lo so.”
Questa volta Aleksandr mirò all’inguine. Lodge si contorse e per un istante sperò di perdere i sensi. La sofferenza era insopportabile.
Ma lui era un agente della CIA, addestrato a combattere contro il dolore, a estraniare la mente e a non arrendersi mai, in qualsiasi circostanza. Vide partire un nuovo calcio, diretto alla testa; però non fu questo a indurlo a cedere.
Non poteva accettare che Monica morisse.
“Fra due giorni.”, gridò.
Aleksandr evitò di colpirlo.
“Quali sono i suoi piani?”
Lodge respirava affannosamente. Faticava a ragionare con chiarezza. Si sentiva avvilito e sconfitto. Tutti gli sforzi e i pericoli che aveva corso per cogliere Matrioska di sorpresa si erano rivelati inutili. Forse se si fosse fatto aiutare dagli afghani le cose sarebbero andate diversamente; era stato incauto e troppo sicuro di sé. In ogni caso, biasimarsi non serviva a nulla.
“Quid pro quo.”, mormorò.
Aleksandr gli rivolse uno sguardo interrogativo.
Lodge si sforzò di spiegare. In effetti si era espresso in un gergo tipicamente inglese e se anche Matrioska avesse conosciuto il latino – e lo riteneva improbabile – quella frase non c’entrava niente con la lingua degli antichi romani. “Do ut des.”, provò comunque.
Matrioska conosceva il latino. “Bene.”, disse. “Se mi comunicherai ciò che Massoud ha in animo di fare, vi lascerò liberi. Tutti e due. Naturalmente ve ne andrete subito da qui.”
In realtà, avrebbe ammazzato Lodge.
“Va bene. Prima, però, voglio vedere Monica.”
Aleksandr lo fissò, pensoso. Poi decise di acconsentire a quella richiesta: se la donna fosse morta, Lodge non avrebbe parlato. Avrebbe potuto torturarlo per ore, ma era certo che l’americano avrebbe resistito a qualunque supplizio, e lui avrebbe perso inutilmente del tempo prezioso.
“Alzati.”, disse. “Ti porto da lei.”
Lodge si strappò i pantaloni per esaminare la ferita, notando con sollievo che non c’era traccia di sangue arterioso. Fece una medicazione di fortuna, utilizzando il laccio emostatico che portava sempre con sé (come qualsiasi militare americano), quindi si tirò su e zoppicando si incamminò nella direzione indicata da Matrioska. Il russo lo seguiva a pochi passi di distanza con la pistola puntata sulla sua schiena. Percorsero in senso inverso il cammino che Aleksandr aveva intrapreso, mentre controllava le mosse di Lodge. Quando giunsero al termine del lastrone, il sole scomparve dietro le cime delle montagne. Si alzò un vento freddo e sferzante. Nel cielo c’erano ancora poche stelle, ma la luce della luna garantiva una buona visibilità.
“Siamo quasi arrivati.”, dichiarò Aleksandr.
Fu allora che un’ombra si materializzò all’improvviso alle sue spalle.

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copertina libroEntrò in un negozio di King’s Road e osservò disorientato la merce esposta. C’era una tale varietà di abiti che non riusciva a decidersi. Una ragazza arrivò in suo soccorso. “Mi chiamo Helen.”, disse con un sorriso gentile. “Se posso aiutarti…”
Alex la guardò. Sebbene non fosse graziosa, Helen era molto attraente. Aveva folti riccioli scuri e un sorriso malizioso. Era piuttosto alta e ben formata, ma era più giovane di lui. Tuttavia era decisamente più esperta. Gli porse un abito di buona fattura, che non era troppo costoso: in base a una semplice occhiata era in grado di valutare i mezzi economici dei clienti. Alex si cambiò, indossando i nuovi capi, e pagò la somma dovuta. Avrebbe voluto invitarla a fare una passeggiata, ma non era mai stato con una ragazza e non sapeva come comportarsi. Rassegnato, si avviò verso l’uscita del negozio. Era l’ora di pausa: sarebbe andato da solo a Trafalgar Square. Lei parve leggergli nel pensiero. Malgrado la differenza di età – almeno sette anni, pensava Alex – era più disinvolta e sicura di lui. “Adesso chiudo.”, disse. “Ti andrebbe di fare due passi con me?” Alex arrossì. Non si fidava della sua voce, perciò si limitò ad annuire.
Per un po’ camminarono in silenzio.
Helen gli posò una mano sul braccio.
“Raccontami qualcosa.”, gli disse.
Alex avrebbe voluto parlarle della sua vita: era sicuro che lei lo avrebbe ascoltato con attenzione. Però, non era un argomento interessante. “Mi piace leggere.”, disse. “E inventare storie.”
“Inventare storie?”
Alex sorrise, vagamente imbarazzato. “Già. Ad esempio, la storia della principessa Helen. C’era una volta un drago cattivo…” Aveva una fantasia incredibile e in pochi minuti lei pendeva dalle sue labbra, completamente avvinta. Lui narrò di battaglie, di rapimenti e d’amore, perché alla fine la principessa veniva salvata da un coraggioso cavaliere che si chiamava Alex.
Quando tornarono al negozio, Helen si alzò sulla punta dei piedi per baciargli una guancia. Poi corse dentro, lasciandolo felice e senza fiato.

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eBook2I bambini erano cattivi.
Sebbene fossero orfani come Alex, capivano che lui era diverso da loro, e si comportavano di conseguenza. Gli facevano gli scherzi più crudeli: un giorno lo avevano costretto a mettere la testa in un cesso sporco, e poi lo avevano deriso.
“Testa di merda!”
Da allora questo era diventato il suo nome.
Richard aveva sette anni ed era uno spregevole codardo, ma, come tutti i codardi, quando si sentiva protetto dagli altri trovava il coraggio per esternare la sua perfidia. “Tua madre aveva le gambe molto lunghe.”, gli disse un mattino. Alex gli rivolse uno sguardo interrogativo: come faceva a saperlo, dato che non l’aveva mai conosciuta? Con un sorriso maligno, Richard gli spiegò che a furia di camminare di giorno e di notte dovevano esserle cresciute per forza; poi pensò bene di chiarirgli il significato del termine “prostituta”, che a detta sua si adattava perfettamente alla povera donna.
Però, Alex temeva soprattutto gli insegnanti, perché usavano spesso e volentieri la frusta, e le scudisciate erano più dolorose del sarcasmo. Alla sera piangeva nel suo lettino – una misera branda, in realtà. Pensava alla mamma. Si chiamava Margaret Alliston; di lei ricordava il sorriso dolce e l’odore che sapeva di buono, le passeggiate in riva al mare, mano nella mano, e la fiabe che gli narrava alla sera per farlo addormentare. Quando Margaret era ancora in vita, Alex mangiava minestrine saporite, uova con il bacon e aringhe affumicate. Adesso, sei giorni su sette, solo porridge annacquato e pane posso.
Alex non sapeva perché sua madre fosse morta, tuttavia nutriva un forte sospetto…

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BARBABIANCA

Era conosciuto da tutti gli abitanti del quartiere. Da anni, ormai, stava davanti al cinema, avvolto in un sudicio cappotto che non si toglieva mai, neppure in estate. La barba lunga, i capelli arruffati e gli occhi dall’espressione vacua erano tratti caratteristici troppo evidenti, e inquietanti, per non suscitare un senso di repulsione in chi gli passava accanto. A volte, qualche persona di buon cuore lasciava scivolare una moneta nel cappello logoro che egli teneva sempre al suo fianco; ma la maggioranza distoglieva lo sguardo, accelerando il passo per lasciarselo al più presto alle spalle.
Aveva una sola amica, una bambina bionda di nome Sandra. Quando usciva da scuola andava sempre a trovarlo, spesso non aveva soldi da dargli ma non gli faceva mai mancare un sorriso o una parola gentile. Lui ricambiava il sorriso, ma non parlava.
Aveva smesso di parlare molti anni prima, quando la moglie e i due figli erano morti in un incidente stradale provocato da un ubriaco. Pochi giorni dopo aveva abbandonato lo studio legale in cui lavorava per trasferirsi davanti al cinema. La banca si era presa la sua casa, avidi parenti erano riusciti a mettere le mani sulla liquidazione. E lui non si era più mosso da lì.
Sandra non sapeva se “Barbabianca” (così lo aveva battezzato) era in grado di capire quello che lei gli diceva, se possedeva ancora un barlume di intelletto; tuttavia le piaceva raccontargli piccoli aneddoti della vita scolastica, o spiegargli che in quel particolare giorno si sentiva felice perché c’era il sole e il cielo era azzurro. Barbabianca, comunque, la guardava, e talvolta negli occhi privi di espressione sembrava passare un lampo di interesse, simile a uno spiraglio di luce che tuttavia si spegne quasi subito.
Sandra gli portava delle mele. Aveva scoperto che gli piacevano molto. Lo osservava mangiare e intanto nella sua immaginazione se lo figurava ripulito, messo a nuovo, seduto a tavola con lei e i suoi genitori.
Lo vide per l’ultima volta un giovedì di febbraio. Quel giorno faceva molto freddo, spirava la tramontana, e Barbabianca sedeva tutto intirizzito sfregandosi le mani. Gli porse una sigaretta che aveva sottratto dal pacchetto di suo padre. Lo aveva già visto fumare, e pensava che forse quella sigaretta avrebbe potuto riscaldarlo, almeno un poco. Barbabianca la consumò sino al filtro, quindi le rivolse un sorriso che parve trasformare il suo viso; per qualche istante, forse per uno solo, lei vide il volto di una persona intelligente e consapevole. Ma subito calò il sipario, e l’espressione del vecchio tornò a farsi assente, al punto che la bambina pensò di aver visto male, oppure di aver guardato con gli occhi del cuore. Istintivamente gli tese una mano. Barbabianca la prese fra le sue, che erano gelide ma che per qualche strano motivo le sembrarono calde. Si guardarono in silenzio, poi lei lo salutò, avviandosi verso casa.
Aveva fatto solo due passi quando sentì distintamente il suono di una voce. “Grazie!” Si girò di scatto, sorpresa. Barbabianca le stava sorridendo.
Morì quella notte.

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MATRIOSKA 16

John Lodge avvertì la presenza di Matrioska.
Contrariamente alle sue previsioni, il russo si trovava proprio sopra di lui.
Non aveva elementi certi per stabilirlo, ma il suo istinto lo aveva salvato innumerevoli volte. Un istinto che nasceva dall’esperienza accumulata in anni e anni di missioni, da una predisposizione innata; un istinto che non lo aveva mai tradito.
Si appiattì contro la montagna e lanciò un’occhiata in alto. A rigore di logica, se Matrioska lo stava guardando, egli stesso sarebbe stato visibile, a meno che non si fosse celato dietro a uno sperone; ma anche in tal caso per vederlo avrebbe dovuto sporgersi. Lodge scorse il riflesso del sole sull’acciaio. Solo un lampo, ma che gli bastò per capire che il russo impugnava una pistola. Si chiese perché non avesse tentato di ucciderlo di notte, anziché rapire Monica.
Perché lo voleva vivo.
Tuttavia, in caso estremo, non avrebbe esitato a sparargli; perciò era meglio non essere troppo ottimisti. Lodge si spostò lateralmente finché non fu sicuro di essere fuori dalla portata della pistola.
Poi riprese a salire.
In quel punto era più arduo. La parete era quasi a strapiombo, tuttavia a saperli individuare non mancavano dei punti d’appoggio. Raggiunse una cengia e si fermò per un momento. Notò un burrone, sulla sua destra, che sembrava spaccare la montagna in due. Lì non c’erano appigli, la parete era liscia; ma appena sopra a un lastrone gli sembrò che il pendio fosse meno scosceso, vide anche qualche ciuffo d’erba rinsecchita.
Distolse lo sguardo e continuò a inerpicarsi. Era sudato e cominciava ad avvertire la stanchezza, ma la ignorò. Un piano si stava formulando nel suo cervello. Lasciò i pensieri liberi di vagare e man mano il piano prese forma compiutamente, come un quadro che all’inizio pare privo di senso ma che gradatamente si riempie di forme precise e di colori nitidi.
Proseguì l’ascesa, muovendosi obliquamente in modo da allontanarsi dalla postazione di Matrioska.
Chiaramente, se l’altro aveva osservato i suoi movimenti, questo non era sufficiente.
Lodge non sapeva se Matrioska era in grado di seguirlo dall’alto, ignorava la composizione della montagna in quel tratto: ma anche se il russo non avesse potuto continuare a sorvegliarlo, lo avrebbe aspettato nel punto a lui più propizio.
Soltanto un dilettante avrebbe pensato che grazie a quella diversione sarebbe riuscito a coglierlo di sorpresa. E Lodge non era un dilettante.
Vide un sasso, lo raccolse e lo scagliò in alto.
Quindi tornò sui suoi passi, ma giunto alla cengia proseguì in direzione opposta, verso il precipizio che aveva notato prima. Era profondo, però non troppo largo. Non per lui, almeno. Calcolò freddamente quante probabilità aveva di arrivare indenne dall’altra parte e stabilì che superavano il cinquanta per cento. Era un’opzione accettabile. Nel suo lavoro non si era mai sicuri al cento per cento, e una soglia di rischio inferiore al cinquanta era già buona. Inspirò profondamente e si concentrò sul balzo. Visualizzò mentalmente la potente spinta che si sarebbe dato, si vide in aria sopra la voragine, capì che non ce l’avrebbe fatta e allora impresse tutta la forza che aveva al suo corpo. Immaginò un grande arco che scagliava una freccia… e lui era la freccia che volava. In quel momento aveva la mente completamente sgombra, all’infuori della visione delle sue gambe che mulinavano come pistoni, delle braccia che si tendevano, delle mani che artigliavano la roccia, perdevano per un attimo la presa salvo un istante dopo recuperarla… e saltò.
Si afferrò a uno spuntone di roccia, trasse un sospiro di sollievo e a forza di braccia si issò sul lastrone.
Poi scivolò.
Cadde all’indietro. Non c’era il minimo dubbio che, se fosse precipitato da quell’altezza, si sarebbe sfracellato al suolo.
Un istante prima di venire inghiottito dal baratro, si aggrappò a una pietra che sporgeva dal fianco della montagna. Adesso Lodge si trovava due o tre metri sotto al lastrone, con il viso rivolto verso il basso. Con un colpo di reni si raddrizzò.
La pietra non era ancorata saldamente alla roccia e iniziò a cedere.
Lodge capì che era il peso del suo corpo a smuoverla. A parte questo, i suoi muscoli non reggevano più. Trattenne il fiato mentre cercava disperatamente un modo per salvarsi. Poi la pietra si staccò completamente e Lodge non ebbe più appigli. Rivolse un ultimo pensiero a Susie e sprofondò nel vuoto.
Sebbene non lo avesse notato da lontano, la parete non era perfettamente liscia. Lodge andò a sbattere contro una sporgenza della montagna e vide una crepa verticale. Si afferrò con le dita e con le unghie, poi incominciò a strisciare aiutandosi con le gambe. La fatica era intollerabile, ma riuscì a resistere: non poteva accettare l’idea di non vedere più Susie. Con un ultimo sforzo risalì sul cornicione.
Si lasciò cadere per riprendere fiato e calmare i battiti del cuore.
Dopo qualche minuto si rialzò e cautamente si accostò alla parete. In effetti, in quel punto la scalata era agevole; Lodge si inerpicò sulla montagna fin quando non scorse un sentiero che si insinuava nella roccia e che lo avrebbe portato fino a Matrioska. Era in leggera discesa. Lodge lo percorse a passo sostenuto. Il sole iniziava a declinare e le prime ombre si allungavano sulla valle. Un vento fresco calava dalla cima della montagna. Lodge lo accolse con piacere.
Il sentiero non dava segno di doversi interrompere, a tratti si restringeva, in altri punti fiancheggiava baratri che si aprivano all’improvviso; poi gradualmente divenne pianeggiante e tornò ad allargarsi. A circa un centinaio di metri un pinnacolo di roccia lo nascondeva agli occhi di un eventuale osservatore.
Lodge era sicuro che Matrioska si trovasse lì.
Percorse rapidamente l’ultimo tratto. Il rumore del vento copriva quello dei suoi passi. Lodge aggirò il pinnacolo e sbucò in una radura cosparsa di pietre e di una riarsa vegetazione.
Sul lato rivolto a valle un uomo scrutava la montagna sotto di sé.
Era alto, con le spalle larghe. Era perfettamente immobile, come un leopardo che aspetta la sua preda.
Lodge tirò fuori la pistola.
Detestava ciò che stava per fare.
Sapeva che sarebbe stato perseguitato dal rimorso e che avrebbe sognato il cadavere di quell’uomo. Gli era sempre successo quando aveva ucciso qualcuno a sangue freddo. Sparare alle spalle, poi, era vergognoso.
Però non aveva scelta.
Lasciare Matrioska vivo sarebbe stato insensato, oltre che pericoloso.
Prese la mira e premette il grilletto.

Shaban trovò Monica molto prima che risuonasse lo sparo.
Per un momento pensò che fosse morta, comunque la slegò con gesti rapidi ed efficienti. Era abituato ad agire e soltanto in un secondo tempo a riflettere. Lo sgomentava l’idea che quella donna forte e coraggiosa avesse trovato la morte in quell’orribile modo. Si rasserenò, quando si accorse che respirava ancora, sebbene in maniera flebile. Le praticò la respirazione bocca a bocca, le fece un massaggio al cuore, poi, notando che aveva smesso di respirare e poco convinto di quei metodi, andò a cercare un’erba che cresceva in quella zona, soprattutto in altura.
Quando tornò, Monica era cianotica e priva di coscienza.
Shaban accese un fuoco e mise a scaldare l’erba. Non sapeva esattamente a cosa servisse, ma riteneva che fosse il miglior rimedio per ogni tipo di male. Mentre l’erba abbrustoliva girò delicatamente Monica, si inginocchiò accanto a lei e le premette le scapole con il palmo delle mani, poi le prese i gomiti spostandoli in avanti. Erano cognizioni che gli erano state trasmesse da Massoud. A questo punto, Monica avrebbe dovuto opporre resistenza: segno che aveva ricominciato a respirare.
Monica non reagì al trattamento.
D’altra parte, erano stati i russi a istruire Massoud.
Shaban riponeva maggiore fiducia nelle consuetudini della sua gente.
Tornò accanto al fuoco e prese l’erba. Ne ricavò una sottile poltiglia, quindi la mise sotto al naso della donna. Lo aveva imparato da suo nonno, il quale a sua volta lo aveva appreso dal proprio nonno.
Monica riprese a respirare.
Un grande sorriso illuminò il volto del guerrigliero.
Shaban aveva amato una ragazza. Malgrado l’aspetto diverso, per certi versi Monica gliela ricordava: anche Bahara era stata intrepida e coraggiosa. Un giorno erano arrivati quegli uccelli mostruosi, vomitando fuoco e distruzione. Bahara era caduta mentre cercava di salvare un bambino. Quel giorno, come sempre, Shaban si era svegliato alle prime luci dell’alba. Era uscito di casa e si era recato al ruscello per lavarsi, poi aveva sentito quel terribile rombo che sembrava provenire dall’inferno. Era tornato indietro correndo. Gli abitanti del villaggio si sparpagliavano in tutte le direzioni, terrorizzati. I più fortunati riuscivano a raggiungere la montagna, dove avrebbero potuto ripararsi dentro a una grotta. Bahara era veloce e si era messa quasi in salvo, quando aveva visto il bambino abbandonato: allora era corsa verso di lui. Shaban non avrebbe mai dimenticato il suo corpo straziato.
Per questo voleva diventare bravo con gli Stinger.
Voleva abbattere tutti gli Hind di questo mondo.

COME DI CONSUETO, “MATRIOSKA”  TORNERA’ DOMENICA PROSSIMA.
MERCOLEDI’, INVECE, CI SARA’ UN RACCONTO.

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MISTER CHARLIE

Manuela uscì dalla metropolitana, risalì i gradini che portavano a San Babila e imboccò corso Vittorio Emanuele. Si era vestita in modo casual: un paio di scarpe da ginnastica, jeans a vita bassa e un giubbotto sportivo. Dato che era una bella ragazza, attirava comunque gli sguardi dei passanti; ci era abituata e, a seconda del suo umore, la cosa poteva infastidirla o colmarla di segreto orgoglio.
Camminando a passo sostenuto, raggiunse il luogo dell’appuntamento. Guardò l’orologio e vide che era in anticipo di qualche minuto. Meglio così: si sarebbe preparata mentalmente all’incontro.
Era da molto tempo che lo sognava, ma le erano occorsi infiniti sforzi per ottenerlo e, adesso che si trovava vicina alla meta, si sentiva agitata e quasi confusa. Aveva commesso una sciocchezza? Avrebbe dovuto ascoltare gli ammonimenti di Davide? Trasse un profondo sospiro, mentre involontariamente scrollava le spalle. Era sempre stata abituata a lottare per ottenere ciò che voleva, sapeva di non essere soltanto attraente ma anche intelligente e perspicace, e il desiderio di incontrare Mister Charlie era del tutto legittimo. Alla fine lui aveva ceduto, acconsentendo a conoscerla di persona: solo questo contava!
Come spesso accade, era entrata nel blog di Mister Charlie del tutto casualmente. Aveva letto il post, sgranando gli occhi per la meraviglia. Si trattava di un racconto bellissimo, scritto a tinte pastello, deliziosamente surreale e ricco di insegnamenti nascosti. Aveva lasciato un commento entusiasta, e il giorno dopo Mister Charlie era venuto da lei a ricambiare la visita. Il blog di Manuela, ManuFollia, era un diario vivace e spontaneo. Mister Charlie l’aveva gratificata con una nota di apprezzamento. Da quel giorno, lei aveva letto e commentato tutti i suoi post, rimanendo sempre più affascinata da un talento che, a suo giudizio, non aveva eguali in Splinder. Era stato inevitabile scrivergli un messaggio privato, al quale lui aveva risposto…
Quando Splinder aveva chiuso, dopo essersi consultati, erano andati entrambi su WordPress e si erano scambiati gli indirizzi e-mail.
Manuela si guardò intorno per vedere se Davide stava arrivando. Le aveva garantito di essere una persona puntuale, e la regolare cadenza con cui pubblicava i suoi racconti (inevitabilmente, al mercoledì e alla domenica) deponeva in tal senso. Sapeva che avrebbe visto un uomo anziano, basso di statura, piuttosto grasso, con una giacca blu e dei pantaloni di flanella. Un uomo che lei sentiva di amare, perché non aveva mai cercato la bellezza fine a se stessa, bensì l’ingegno, la sensibilità, la cultura e la bontà d’animo. E Davide possedeva ampiamente queste quattro caratteristiche: decine di pvt stavano a testimoniarlo. Mister Charlie l’aveva messa in guardia. Un conto era la rete, altro la vita reale. Anche lui sentiva di amarla, ma la delusione che lei avrebbe provato vedendolo avrebbe spento sul nascere quel rapporto idealizzato e virtuale. Non esisteva un futuro per loro, se non a livello di amicizia. Caparbiamente Manuela aveva insistito, ribadendo che sapeva quello che voleva; a venticinque anni non era più una ragazzina, e aveva le idee molto chiare. Certo: sarebbe stato meglio se Davide fosse stato più giovane, o almeno non obeso e flaccido (così si era descritto); tuttavia per lei l’amore nasceva dall’anima e non dal basso ventre.
Cambiò piede d’appoggio, chiedendosi se per caso lui non avesse cambiato idea. Era in ritardo di dieci minuti. Osservò le persone che le passavano accanto, ma nessuno era anziano, piccolo e grasso. Non c’erano giacche blu nei paraggi, né pantaloni di flanella. Dopo venti minuti di attesa incominciò a innervosirsi. Benché fosse una mattinata invernale, il sole splendeva alto nel cielo e iniziava a far caldo. Manuela sbuffò.
A un tratto un bel giovane di circa trent’anni le si avvicinò. Era moro, alto, con gli occhi verdi attraversati da pagliuzze dorate. In un altro momento l’avrebbe sicuramente attratta. Sembrava intimidito.
Lei lo guardò con fare interrogativo, visto che non accennava a parlare e si limitava a fissarla.
Finalmente lui parve trovare il coraggio. Sorrise e disse: “Il tuo post di ieri era splendido!”
Poi Mister Charlie la prese per mano.

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