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Archive for luglio 2013

La valle di Phil 2Elizabeth si medicò approssimativamente ciò che rimaneva dell’orecchio. Era sconvolta e squassata dalle vertigini. Non era facile ragionare in quelle condizioni. Sapeva solo due cose: che per il momento non era in grado di affrontarli, e che avrebbe dovuto lasciare subito la valle. Se fosse rimasta nella foresta, sarebbe morta. Pensò confusamente di rubare il pick-up, ma poi si rese conto che così avrebbe svelato la sua presenza. Era meglio che la credessero morta.
Aspettò il tramonto, rannicchiata per terra. Tremava e, a tratti, perdeva conoscenza. Molte persone si sarebbero arrese, lasciandosi semplicemente morire. Ma non lei. Era tenace ed era animata dall’odio, una delle pulsioni più forti dell’essere umano.
Si trascinò verso il sentiero che conduceva alla gola. Ogni passo le costava una fatica terribile. Facendo appello a tutte le sue risorse, riuscì a compiere un tragitto incredibilmente lungo. Poi si accasciò, incapace di muovere un solo muscolo. Precipitò in un sonno popolato da fantasmi; era divorata dalla febbre e scossa dai tremiti.
Si svegliò all’alba. Fu colta dalla disperazione all’idea dell’interminabile salita che la attendeva. Però ricordava gli insegnamenti di Weir. Trasse una serie di respiri profondi e liberò la coscienza.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Sebbene adesso disprezzasse Phil, non ignorava che in questo modo avrebbe rasserenato il proprio animo, trovando risorse inaspettate di coraggio. Chiuse gli occhi, lasciando la mente libera di vagare.
Aum
Dopo qualche minuto si alzò. Era una mattina luminosa; il sole splendeva in un cielo limpido, privo di nubi. Dal valico giungeva una piacevole brezza. Liz riprese il cammino.
Non avrebbe mai dimenticato la sofferenza atroce di quel giorno. Nel corso dell’ascesa perse due volte i sensi. E ogni volta fu l’odio a spingerla a continuare. Quando non riusciva a camminare, avanzava a carponi. Si fermava per riposare a intervalli regolari, tuttavia quelle soste sembravano debilitarla ancora di più. Alla fine decise che sarebbe andata avanti fino a quando fosse arrivata oppure che sarebbe morta per strada.
Una massa di aria fredda era rimasta intrappolata fra le Montagne Rocciose e la Sierra Nevada. A causa della pressione elevatissima, diede vita a una corrente che si scaraventò sulla California del Sud. La compressione adiabatica la rese rovente. Il Respiro del Diavolo investì la Green Valley a metà pomeriggio, con una velocità di ottanta chilometri orari. Portava con sé nubi di polvere e di terra.
Conosciuto anche come Santa Ana, secondo vecchie leggende proveniva dall’inferno: i demoni cavalcavano la rabbia degli elementi per tormentare gli uomini e rapire i bambini.
Liz si gettò al suolo, aggrappandosi a una roccia e chiudendo gli occhi. L’aria era secca e le penetrava nella gola mozzandole il respiro. Liz si tolse la canotta, avvolgendola sul viso. Si stese a faccia in giù.
La montagna rabbrividiva sotto le sferzate del vento. Il cielo si era oscurato e le cime dei monti avevano assunto l’aspetto di una fila di denti aguzzi che sembravano voler azzannare le nuvole. Una grosso macigno scese rotolando. Combinato all’azione del vento provocò uno smottamento del terreno. Fu come se una gigantesca mano invisibile avesse afferrato le caviglie di Liz e la stesse trascinando in basso. La ragazza perse la presa, si aggrappò a un ciuffo d’erba, ma non fece altro che sradicarlo. Continuò a scivolare all’indietro, cercando invano di trovare un appiglio.
La furia del Respiro del Diavolo aumentava, il calore era diventato intollerabile. Liz fu raggiunta da un’altra pietra che la ferì a una spalla. Poi precipitò in una voragine che si era aperta all’improvviso. Sapeva che doveva risalire immediatamente, altrimenti sarebbe stata sepolta dalla terra e dal pietrisco; ma era un’impresa che esulava dalle sue forze. Per un attimo pensò di arrendersi, poi si disse che se era sopravissuta fino a quel momento, ciò significava che il suo destino era vivere. Vivere per vendicarsi. Gridò senza sentire la sua voce, sommersa dall’urlo della tempesta. La canotta le fu strappata dal volto; serrò le labbra per non ingoiare sabbia e polvere. Anfanò, disperata.
Tastò alla cieca e trovò un appiglio, una sporgenza rocciosa sufficientemente salda. Si aggrappò con entrambe le mani. Era sul punto di svenire: ma se non avesse tenuto duro, sarebbe precipitata nel baratro che si stava allargando sotto ai suoi piedi. Si morse la lingua fino a farla sanguinare e restò sospesa con le braccia tremanti per la fatica.
Se il Santa Ana avesse superato i cento chilometri orari, sradicando alberi e provocando grandinate di sassi, Elizabeth non si sarebbe mai più rialzata. Per sua fortuna, non aveva ancora raggiunto la velocità massima. Passò con la furia di un demone e andò a sfogare la sua collera altrove. Liz si tirò su a fatica e cercò di rimettersi in piedi.
Ma aveva chiesto troppo al suo fisico. La sete la tormentava; non mangiava dal mattino del giorno prima.
Cadde per terra, picchiò la testa contro un tronco morto e svenne.

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IL FATTORE B 3

Il generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, lesse incredulo la breve nota firmata da Putin, e lasciata sulla sua scrivania, che autorizzava il capitano Stavrogin a prendersi un mese di ferie.
Era a un tempo perplesso e contrariato.
Entrambe le reazioni nascevano dallo stesso motivo: il presidente lo aveva scavalcato senza neppure prendersi la briga di informarlo in anticipo. Il generale si alzò e andò alla finestra. Guardò la neve scendere dal cielo e intanto rifletteva. Non era il tipo d’uomo da lasciarsi sopraffare dalle emozioni, quali che fossero: ira, paura, risentimento, frustrazione. In questo aveva preso da suo padre, l’eroe di Stalingrado: il comandante del Fronte Sud-Ovest Nikolaj Vatutin. E, come l’illustre genitore, era abituato a ponderare ogni questione, valutandola non per ciò che “sembrava” ma per ciò che “era”.
Tornò alla scrivania e osservò pensoso un rapporto che in teoria non avrebbe dovuto riguardarlo, ma che un collega e amico del FSB gli aveva fatto pervenire la sera prima. Benché fosse un’ora tarda, Vatutin come d’abitudine stava ancora lavorando. Sua moglie, ormai, non protestava più.
Ora lo esaminò nuovamente.
Era accaduto qualcosa di strano. Di molto strano.
Il mattino precedente, Martin Yarbes, famigerato cekista della CIA, era arrivato a Mosca provvisto di documenti perfetti, sebbene falsi, e il personale dell’aeroporto aveva finto di non vederlo, a causa di ordini giunti dall’alto. A semplice titolo informativo era stato seguito con discrezione. Si era appurato che aveva cenato in un ristorantino con il presidente della Russia e che nel corso della serata era sopraggiunto il capitano Stavrogin.
Poche ore più tardi il capitano veniva gratificato con una licenza che non gli spettava. Tutto questo, si disse Vatutin, non era affatto casuale. Esisteva un preciso nesso che collegava i quattro avvenimenti: la presenza a Mosca del direttore della CIA, l’incontro con Putin in un locale assai modesto e fuori mano, la convocazione di Stavrogin e il mese di vacanza. Aveva tutta l’aria di un’operazione all’estero, gestita personalmente da Putin, e dalla quale l’SVR era indebitamente e volutamente escluso.
Boris Nikolaevic Vatutin escludeva a priori un’accusa di avventurismo. Putin era troppo freddo, calcolatore e abile per cadere nella trappola che gli americani avevano preparato per Nikita Kruscev. Quello che invece non escludeva affatto era che si stava preparando un’azione congiunta, o qualcosa di simile, con la CIA.
Questo era inaccettabile. Vatutin detestava gli americani e rimpiangeva i tempi in cui il vecchio e glorioso KGB li combatteva in ogni angolo del mondo.
La CIA era un’associazione a delinquere. Allende era uno dei tanti nomi che gli venivano in mente, ma quante erano state le vittime di quei cekisti? Il primo capo di Langley si era avvalso dell’operato degli scienziati tedeschi che per conto della I.G. Farben avevano creato lo Zyklon-B, ottimamente utilizzato ad Auschwitz. Non avrebbe mai collaborato con loro!
Una telefonata effettuata con un apparecchio ultra sicuro gli permise di apprendere che Yarbes avrebbe preso il volo della British Airways per Londra-Heathrow quel pomeriggio stesso. Naturalmente, gli ordini non erano cambiati: si sarebbe dovuto fingere che fosse chi sosteneva di essere. Cosa andasse a fare in Gran Bretagna gli era indifferente. Però voleva scoprire quello che portava con sé, di qualsiasi cosa si trattasse.
Chiamò l’autista personale e fissò l’orario in cui si sarebbe fatto condurre all’aeroporto di Domodedovo.
Si presentò in largo anticipo rispetto al volo. Il responsabile del FSB di Domodedovo lo accolse con stupore, poi lo ascoltò freddamente. “Impossibile.”, dichiarò dopo che Vatutin gli disse ciò che voleva da lui. “E ora, generale, ho molto lavoro da svolgere. Se vuole scusarmi…”
Vatutin non accettò il commiato. “Lei sa chi sono io?”, gli chiese con calma.
“Certamente, generale!”
“Lei conosce il ruolo che ricopro?”
L’uomo non rispose. Era una domanda retorica. Si limitò ad annuire.
“Bene.”, disse Vatutin. “Io ho la facoltà di impartirle questo ordine. E lei ha l’obbligo di obbedire.”
Era un’affermazione alquanto dubbia, e Vatutin lo sapeva.
L’ufficiale del FSB posò una mano sul telefono.
“Mi ascolti con molta attenzione.”, disse Vatutin indicando l’apparecchio. “Se lei telefonerà a chicchessia, trasgredendo a un mio preciso comando, le posso garantire che domani si troverà a dirigere gli inservienti che puliscono i bagni di Chabarovsk, in Siberia.”
L’uomo del FSB tolse la mano dal telefono, tuttavia non sembrava per nulla convinto. “Io ho anche la facoltà di farla promuovere.”, continuò Vatutin. “In cambio, le chiedo poco. Due sole cose: una breve perquisizione. Valigia. Borsa. Sicuramente ci sarà un doppiofondo in una delle due. E discrezione. Massima discrezione. Sto agendo in base a una disposizione personale e privata del presidente Putin. Il presidente non vuole che la faccenda trapeli, e lui soltanto sa il perché. In quanto al cekista americano, con lui sarete gentili e cordiali. Se troverete dei documenti – come è pressoché certo -, li fotograferete, dopodiché tante scuse e arrivederci.”
Vatutin era perfettamente consapevole di correre un enorme rischio. Non aveva alcuna autorità sul suolo russo. Se Putin fosse venuto a conoscenza di quella iniziativa, di sicuro non ne sarebbe stato entusiasta. Avrebbe potuto destituirlo, degradarlo, o peggio ancora. Ma l’uomo del FSB finiva il suo turno di lì a un’ora. E purtroppo per lui sarebbe stato vittima di un pirata della strada. Se i subalterni avessero parlato, la colpa sarebbe ricaduta sullo sfortunato ufficiale.
“Domani stesso lei sarà promosso.”, concluse. Altro non aveva da aggiungere.
Si augurò di averlo finalmente persuaso. Lo fissò, in silenzio. Vatutin conosceva a fondo gli uomini. Era il suo lavoro. Intuì che il suo interlocutore era in preda a forti dubbi. Era ancora titubante, ma la prospettiva di una promozione e il timore di sgradevoli conseguenze stavano inclinando il piatto della bilancia nella direzione da lui voluta.
Dopo un momento, l’altro annuì. “Saremo estremamente cortesi.”, affermò. “Io, comunque, non risponderò di questa iniziativa.”
“Naturalmente.” D’altro canto, gli sarebbe stato molto difficile farlo dal luogo dov’era diretto.
Quella sera, il generale Boris Nikolaevic Vatutin studiò con la massima attenzione il “Rapporto B”. Capì il senso della missione di Stavrogin.
E decise di sabotarla.

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La ragazza con la valigia colorata 2Nel primo commento – per chi vuole – ho inserito la prima parte, che fu postata il due ottobre 2012.

E infine ci incontrammo.
Dopo tutti quei mesi non me lo sarei mai aspettata.
Prima, c’era stato il lungo tempo delle domande: non riuscivo a capire se eri sincero, se quella sera mi avevi mentito, oppure, ed era quello che ritenevo più probabile, se alla fine ti eri convinto che io non avrei mai potuto sostituire Paolo. Non perché tu mi stimassi di meno, e nemmeno perché non mi volessi veramente bene. Ritenevo, e con il passare dei giorni la mia convinzione si rafforzava sempre più, che tu avessi preso una decisione dettata dalla logica, da una tua logica personale, che escludeva i sentimenti per mettere invece sulla bilancia della tua vita quella che era l’idea che ti eri fatto di te stesso. Tu ritenevi di essere omosessuale, e se c’era stato un incidente di percorso, non era riconducibile alla tua relazione con Paolo, bensì alla notte che avevi trascorso con me.
Ti era piaciuto, una donna non ha bisogno di conferme per capirlo; mi avevi amato quasi con disperazione, come se già avessi intuito che “la tua ragazza con la valigia colorata” non sarebbe tornata mai più. E infatti al telefono ti dimostravi brusco e scostante; la tua gentilezza e il tuo garbo erano scomparsi. Quando ti avevo chiesto se sarei potuta venirti a trovare a fine mese, ti eri trincerato dietro a scuse vaghe e scarsamente credibili. Io avevo continuato a telefonarti e a scriverti, ma arrivasti al punto di spegnere il cellulare. Né mi mandasti mai una riga, una sola, unica, riga, che mi spiegasse, anche nel più brutale dei modi, la ragione del tuo comportamento.
Infine, il silenzio.
Ripresi la mia vita, e con rabbia autodistruttiva tornai a percorrere sentieri che speravo di aver abbandonato per sempre. Avevo trovato un buon lavoro e guadagnavo bene: ma spendevo un terzo dello stipendio in cocaina. Andai a letto con una donna, quasi per rivalsa, e la cosa mi piacque. Frequentai altri uomini. Forse, troppi. Per qualche strano motivo mi tinsi i capelli di biondo. Non so se a causa di Paolo.
Tu eri sempre nel mio pensiero, e in certe sere dense di malinconia, scandite dal monotono suono della pioggia che scende, mi rintanavo nella mia camera, e ricostruivo mentalmente i momenti che avevo trascorso con te. Mi avevi parlato di Dostoevskij; ti eri adirato perché ti avevo chiesto di interrompere la visione di un film che mi angosciava; mi avevi fatto ascoltare la tua musica, risentendoti se non la gradivo.
Ma mi avevi regalato anche attimi meravigliosi, di quelli che non si scordano mai, perché l’intensità di un momento non si misura in termini di quantità. Può superare perfino il baratro di lunghi anni scevri di emozioni vere, di palpiti vissuti dal cuore, di sensazioni che possano dare un reale significato all’esistenza. E forse dovrei cambiare verbo, dato che “possano” suona aleatorio, fugace, quasi un lontano lampo nel cielo, quando invece dovrebbe rappresentare la notte stellata, il profumo del vento, la grande distesa del mare che riluce al sole in mille sfumature diverse. Il tempo è un concetto relativo: con te avevo visitato i fondali degli oceani, scalato montagne innevate, passeggiato per giardini rigogliosi. Eri riuscito a farmi apprezzare l’estate, stagione che contrariamente a te non amo; e mi avevi fatto sognare l’autunno.
Infine, il silenzio.
E in quel silenzio la mia anima si lacerava, nella consapevolezza che ci sono cose che non tornano, e che non potrai mai rivivere, perché non esistono surrogati, sebbene tu sostenessi che le occasioni sono infinite, e il coglierle o meno dipende unicamente dal caso.
Poi arrivò l’e-mail.
Strana, singolare, addirittura paradossale.
“Vieni da me. Sabato. Ti aspetto.”
D’impulso decisi che non l’avrei mai fatto, e non ti risposi.
Confesso che ti detestai, fantasma emerso dagli abissi del tempo; fantasma arrogante, che non si degnava neppure di chiedermi come stavo, se ero fidanzata, se avevo trovato la felicità. Fantasma che non spiegava, forse ritenendo che tutto quello che era successo fosse normale. Come se fossero passati solo pochi giorni dall’ultima telefonata.
Ma erano trascorsi interi secoli.
Una volta stabilito di lasciarti nel tuo mondo inconcludente e attraversato da sensazioni indecifrabili, mi sentii subito meglio. Ecco: era finita. Adesso, finalmente, era finita! Per sempre. E forse proprio quel tuo messaggio sconclusionato mi avrebbe permesso di riguadagnarmi una vita normale, dalla quale tu saresti rimasto irrimediabilmente escluso.
Decisi di fare un gioco. Ignoro i motivi che mi indussero a trasformarmi in ragazzina. E’ possibile che nascessero dal sollievo, dal forte senso di liberazione che provavo, dall’idea che mi sarei creata nuove prospettive, e che soprattutto avrei ricominciato a vivere. Probabilmente avevi ragione tu: le occasioni sono infinite, e il coglierle o meno dipende unicamente dal caso. E io avrei saputo coglierle.
Era un venerdì mattina limpido, pieno del sapore di maggio. Mi recai alla stazione e consultai l’orario. Incredula, constatai che non era cambiato; il treno del sabato mattina partiva sempre alla stessa ora. Ancora per gioco, mi avvicinai alla biglietteria. Mi misi in coda, sapendo che era come un rituale: quando mi fossi trovata davanti allo sportello, avrei finto di aver dimenticato i soldi a casa; sarei ritornata all’aperto, avrei assaporato il calore del sole, e mi sarei incamminata con l’animo leggero. Avrei preso la metropolitana, sarei andata in ufficio, inventandomi un pretesto credibile per il ritardo, e quella sera sarei uscita a cena con i miei amici.
Non so come successe, credo che non lo saprò mai. Il bigliettaio mi stava osservando con un’espressione a un tempo curiosa e irritata; ero ferma davanti a lui, come se mi trovassi in uno stato di trance. Dietro di me, la fila si ingrossava, e quelli che mi erano più vicini mostravano già vistosi segni di insofferenza.
Ma era soltanto un gioco.
Tirai fuori dalla borsetta il portafoglio, e chiesi un biglietto di sola andata.
Sono una persona razionale: non ho mai prestato fede a fenomeni strani, non riconducibili alla realtà; ma all’improvviso provai un senso di comunanza, un’empatia di tale sconvolgente entità, da farmi sentire, sentire veramente, tutto quello che avevi provato.
Quando uscii dalla stazione, compresi che il tempo del dolore era finito. Mi immaginai i tuoi tormenti, l’angoscia che avevi vissuto, l’indecisione, l’apatia, la paura.
Capii anche un’altra cosa.
La tua e-mail non era arrogante, e non era nemmeno il frutto di una mente malata.
A modo tuo, significava ti amo.
Tranquillo, tesoro mio, domani la ragazza con la valigia colorata sarà da te.
E, questa volta, non partirà mai più.

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UN SOGNO AMERICANO 3

La valle di Phil 2Quando riprese i sensi, la confusione e il senso di smarrimento lasciarono subito il campo al terrore. Una paura indicibile, senza nome, nera come la notte più cupa. Sovrastava il dolore fisico e si accompagnava all’asfissia. Non era in grado di ragionare, ma comprese istintivamente che stava per morire. Lottò contro il panico, sebbene fosse impossibile: quando aprì gli occhi per guardare e la bocca per respirare, si ritrovò cieca e ingoiò terra che le scese in gola, soffocandola.
Reagì d’impulso. Dove non poteva arrivare la sua parte cosciente, arrivò l’istinto primordiale di sopravvivenza, che accomuna uomini e animali fin dalla notte dei tempi. Incominciò disperatamente a raspare con le mani; poi sferrò una serie di calci con le gambe robuste. Ma era allo stremo delle forze. Si abbandonò alla morte, e la sua anima sembrò entrare in un tunnel fatto di oscurità che l’avrebbe condotta lontano, sottraendola al panico e a quell’orribile prigione di terra.
Poi ebbe una visione. Un uomo e una donna: alto e vigoroso lui, bionda ed esile lei. Sorridevano e si baciavano. La rabbia subentrò alla rassegnazione, un’ira violenta e incontrollabile scacciò il terrore. Riprese a lavorare febbrilmente con le mani; si inarcò per dare la massima forza alle cosce. Il movimento fu trasmesso ai piedi, che colpirono senza sosta come un martello. La terra umida si smosse; infilò un dito in un piccolo varco, lo allargò. Poi lavorando con le unghie liberò uno stretto passaggio. Sputò tutto quello che aveva in bocca, accostò le labbra al pertugio e respirò avidamente. L’ossigeno le invase il cervello, stordendola. Per un momento non ricordò più nulla; ma subito si riprese e continuò ad allargare quella via di uscita.
Quando fu sufficientemente ampia, si issò fuori a forza di braccia.
Rotolò sul terreno, scossa da una tosse irrefrenabile. La testa le bruciava come se fosse uscita da un forno, l’orecchio destro pulsava, trasmettendole vampate di un dolore talmente atroce che desiderò di morire. Si mosse a quattro zampe per allontanarsi da quel luogo infernale; però lo sforzo fu eccessivo: dopo pochi metri, un velo impenetrabile le oscurò la vista. Tentò di gridare, ma fu scossa da un tremito convulso e perse i sensi.
Riprese conoscenza gradualmente.
Risalì dall’abisso, e l’ascesa fu accompagnato dal risveglio della nausea e del male fisico. Non un solo punto del suo corpo ne era esente.
Pianse lacrime di frustrazione. Si accasciò di nuovo, incapace di resistere, come una piccola barca scossa dai furiosi marosi dell’oceano. Riprese a tossire convulsamente. Alla fine, vomitò.
Poi vide l’acqua. Strisciando raggiunse il ruscello. Si lasciò cadere dentro, quasi per fare ritorno al liquido amniotico, per dissolversi e dimenticare.
Occorse molto tempo prima che riuscisse a formulare un pensiero cosciente.
E fu quel pensiero, intriso d’odio e di desiderio di vendetta, che la ricondusse alla vita.

Liz ricordava molto poco di quel giorno.
Sapeva di aver strappato la pistola dalle mani di Phil. Il suo intento era stato quello di darla a Sugar, in modo che potesse difendersi. Si era innamorata di lui, nel momento in cui aveva capito che Weir era un egoista. Phil parlava di amore libero, di ideali condivisi, di assenza di gelosia: ma era facile nelle sue condizioni. Phil non aveva un rivale; non avrebbe mai visto un altro uomo prenderla fra le braccia. Lei, invece, era costretta a dividerlo con una donna arrogante e viziata. Per molto tempo aveva accettato quella situazione, poi non aveva più retto. Il fascino di Sugar aveva fatto il resto. Era un fuorilegge privo di scrupoli, ma era anche forte e deciso, sicuro di sé e non perso in un mondo di utopie hippy. Era certa di piacergli e intuiva che, se fosse diventata la sua donna, sarebbe stata l’unica.
Quando Patsy l’aveva afferrata per i capelli, la pistola le era sfuggita di mano. Avevano lottato, la bionda aveva cercato di scappare; ma lei l’aveva inchiodata a terra e aveva incominciato a strangolarla. Quello era l’ultimo ricordo cosciente. Altro non c’era nella sua memoria, benché sapesse che Phil le aveva sparato.
Pensava di essere stata molto fortunata, visto che non era morta.
Però ignorava cosa fosse successo.
Se lo avesse saputo, avrebbe sorriso per l’ironia della sorte.
Patsy era molto meno potente di Liz, e la disperazione non bastava a invertire le loro forze, né a renderle almeno uguali; non sarebbe mai riuscita a liberarsi dalla stretta micidiale che la stava uccidendo. Elizabeth le aveva imprigionato le gambe in una morsa d’acciaio. La pressione alla gola la soffocava e incominciava a vaneggiare. Tuttavia, l’angoscia le diede l’energia necessaria per un ultimo tentativo di ribellione che salvò paradossalmente la vita alla sua rivale. Phil aveva messo il colpo in canna e aveva abbassato il braccio all’altezza della nuca di Liz. Già faceva pressione sul grilletto, quando Patsy diede uno scossone che spostò sia pur di poco Elizabeth. Fu la sua fortuna: anziché perforarle il cervello, il proiettile le distrusse l’orecchio in un delirio di sangue e di dolore che le fece perdere i sensi inducendo Phil a crederla morta.
Weir la portò nella foresta. Poi tornò per prendere Sugar. Scavò due fosse, gettò dentro i cadaveri e li ricoprì di terra. Andò a cercare il corpo inanimato di Tom e lo sepellì dove lo aveva ucciso.
Si ripulì nell’acqua limpida del ruscello. Nessuno li avrebbe mai trovati.
Liz poteva solo immaginare in modo approssimativo quello che era accaduto.
Ma il passato non le interessava.
Contava soltanto il futuro.
Perché gliela avrebbe fatta pagare.

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IL FATTORE B 2

Alexsandr Alexsandrovic StavroginLa Brianza è un territorio situato nell’Italia settentrionale. I suoi confini sono, a nord, Asso, un paese posto sulla strada che conduce a Bellagio, dove i due rami del lago di Como, quello descritto da Manzoni e quello occidentale, si congiungono per formare un unico bacino; e a sud la città di Monza. Ai lati è delimitata da due fiumi, l’Adda e il Seveso. Sebbene non sia propriamente una regione, molti la considerano tale. I suoi abitanti hanno in comune tre caratteristiche: sono estremamente laboriosi, forti risparmiatori e piuttosto chiusi di carattere. L’industria prevalente è quella del mobile. In un’epoca di crisi, cittadine come Meda e Cabiate prosperano grazie ai ricchissimi acquirenti arabi.
Erba è una delle località più belle, immersa nel verde e in una cornice di ridenti colline. Dista pochi chilometri da Asso. La villa più grande di Erba è circondata da un vasto parco, delimitato da uno spesso muro, alto più di due metri, e sormontato da un reticolato di filo spinato. Il parco, così come il bosco, orientato a settentrione e a sua volta cintato, è sorvegliato giorno e notte da guardie armate. Al tramonto, vengono liberati i cani. Un sistema di telecamere controlla ogni centimetro della proprietà. Due macchine dei carabinieri stazionano in permanenza davanti all’unico ingresso. Da lì un lungo viale porta alla villa.
Silvio Berlini possedeva case a Milano, Roma, in Sardegna, in Giamaica, ma considerava la dimora di Erba il suo rifugio e vi trascorreva quasi tutti i fine settimana. Quando arrivava con l’elicottero personale si liberava dell’abito doppio petto blu, della camicia, della cravatta e indossava una comoda tuta da ginnastica.
Figlio di un dirigente di banca, Berlini aveva costruito un impero nel campo delle telecomunicazioni. Ma, in realtà, le sue attività erano talmente numerose e diversificate nei settori più disparati che era difficile stendere una mappa precisa dei campi di cui si occupava.
Anticomunista viscerale, mentre in Italia infuriava lo scandalo di tangentopoli e la Democrazia Cristiana si dissolveva, Berlini aveva fondato in tre mesi un partito, era riuscito nell’incredibile impresa di dar vita a un’alleanza con i neofascisti e la Lega – vale a dire, cani e gatti – e aveva vinto le elezioni. Successivamente, le aveva perse salvo poi rivincerle. Alla fine, era stato il presidente della repubblica a togliergli l’incarico di primo ministro.
Metà del popolo italiano lo amava, l’altra metà lo detestava. Ciò aveva reso l’Italia ingovernabile.
Negli ultimi tempi, il luminare che fungeva da suo medico personale a tempo pieno era alquanto preoccupato. Le dosi massicce di ormoni, uniti ad altri medicinali, che Berlini assumeva, contro il suo volere, per potersi permettere frequenti incontri sessuali con ragazze più giovani di quarant’anni, stavano minando il suo equilibrio mentale. Questo, almeno, era il pensiero del dottore.
Vero o meno che fosse, era comunque indubbio che da mesi Berlini coltivava un’ossessione quasi patologica.

Il capitano Stavrogin parlava correntemente quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo. Aveva preso dai nonni, in particolare quelli materni che erano originari della Baviera: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio e sotto l’auto; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità in entrambi i posti. E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia. In Russia era ancora pieno inverno, con i fiumi ghiacciati e i giardini coperti di neve; in Liguria il clima era già primaverile, sebbene fosse soltanto l’otto marzo. Stavrogin immaginava che probabilmente, più a nord, il tempo sarebbe stato meno mite. Ma il capitano amava il freddo.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Come aveva previsto, pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per andare a Erba a effettuare una prima ricognizione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

Benché fosse alquanto sorpresa, Maruska non manifestò in alcun modo il suo stupore.
Si limitò ad ascoltare, ad annuire e a prendere nota mentalmente di ogni dettaglio. Il mondo era strano, pensò, ma il suo compito non era quello di filosofeggiare, bensì di obbedire agli ordini e di agire.
Maruska aveva ventotto anni, era alta un metro e settantacinque, pesava sessantasei chili ed era in condizioni di forma invidiabili. Era anche decisamente attraente, anche se non graziosa. Soprattutto aveva un quoziente d’intelligenza elevatissimo. Questo le aveva permesso di affrontare con successo molte prove, e in un prossimo futuro – ne era certa – l’avrebbe fatta salire molto in alto. Se aveva un difetto era l’eccessivo orgoglio, che però a conti fatti poteva essere un pregio. Erano le due facce della stessa medaglia.
L’uomo seduto di fronte a lei non le fornì spiegazioni e Maruska non fece domande.
Quando uscì dall’ufficio, andò a casa a preparare i bagagli.

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IL FATTORE B 1

Alexsandr Alexsandrovic StavroginVladimir Vladimirovic Putin accolse con un sorriso il direttore della CIA e lo invitò ad accomodarsi.
“Quanti anni!”
“Davvero troppi.”, confermò l’americano restituendo il sorriso.
In realtà, sarebbe dovuto essere in pensione già da tempo: se, malgrado l’età avanzata, continuava a dirigere Langley era per una ragione precisa. Come altri suoi predecessori, e a differenza della Gran Bretagna dove si privilegiava la professionalità, Obama avrebbe voluto mettere a capo dell’Agenzia un politico. Alla base di quel desiderio c’era lo stesso motivo che aveva indotto altri inquilini della Casa Bianca ad effettuare tale scelta: un politico avrebbe svolto il proprio compito nel rispetto della legalità, riferendo sempre e comunque ogni cosa a Washington. Soprattutto non avrebbe mai preso decisioni azzardate, senza una preventiva autorizzazione.
Ciò non accadeva con i direttori che provenivano “dal campo”, i quali si sentivano liberi di organizzare segretamente azioni avventuristiche e spesso pericolose. L’elenco era lungo.
Tuttavia questo avrebbe causato problemi con i vertici della CIA. Perciò il presidente degli Stati Uniti tergiversava. Avrebbe potuto imporsi, ma preferiva evitare una controproducente serie di polemiche. Quando i tre o quattro papaveri più grossi si fossero ritirati a vita privata, sarebbe cessata ogni opposizione e lui avrebbe nominato il proprio candidato. Dato che mancava poco, nel frattempo Barack Obama pazientava.
Per quanto lo riguardava, il direttore sarebbe stato felice di trascorrere le sue giornate con la moglie, l’unico figlio e i suoi amati boschi. Però, conosceva il suo dovere.
Putin guardò con curiosità l’uomo che era arrivato a Mosca con un passaporto falso. Il nome riportato sul documento era William Baldwin e naturalmente era falso come il passaporto. “A cosa è dovuta la sua visita in Russia?”
Il direttore della CIA tolse dalla borsa un fascicolo e lo posò sulla scrivania. “Abbiamo un problema.”, disse.
Putin lo scrutò attentamente. “Di che genere?”.
“Riguarda due Paesi che rientrano nella nostra sfera d’influenza. Questo e quest’altro. Ma, per certi motivi, sarebbe preferibile un intervento… diciamo, esterno.”
“Russo?”
“Se fosse possibile, signor presidente. Naturalmente, ricambieremmo il favore. Sarà sufficiente una sua parola.”
“La ascolto.”
Yarbes parlò per circa venti minuti.
“Un compito per l’SVR.”, mormorò alla fine il russo. Prima di arrivare alla presidenza, era stato un agente del KGB e in seguito il capo del FSB, l’organizzazione che, dopo il fallito colpo di Stato del 1991, per volere di Gorbaciov aveva sostituito la seconda direzione centrale. L’SVR era succeduto alla prima direzione centrale. L’SVR agiva all’estero, l’FSB si occupava della sicurezza interna, della repressione e del controspionaggio entro i confini della Russia; in pratica quello che faceva un tempo il KGB, ma con minori poteri.
Putin aveva esperienza da vendere nel campo dello spionaggio e dei suoi diversi aspetti, anche quelli più oscuri. Forse, meditò, era preferibile un uomo abituato ad agire da solo. Nel SVR c’erano troppi spifferi. Represse un sospiro, rammentando che un tempo Yazenevo e la Lubjanka erano due inaccessibili fortezze. D’altro canto, allora gli Stati Uniti erano il nemico numero uno, ed era necessaria la massima allerta. Adesso tutto era cambiato.
“E volete qualcosa di definitivo?”
Yarbes chinò il capo.
Entrambi erano consapevoli che il politico da eliminare era un vecchio amico del russo. Oltre all’amicizia e alla simpatia reciproca, c’erano in gioco varie questioni di affari. Come sempre la Russia era affamata di soldi, ma realisticamente i dollari facevano più gola dell’euro.
“Potremmo sabotare l’operazione, senza uccidere l’uomo.”, osservò Putin meditabondo.
Yarbes scosse la testa. “Ci riproverebbe. Per lui questa è divenuta un’ossessione. E nella sua attuale situazione non ha nulla da perdere.”
“E’ anziano. Non vivrà ancora a lungo.”, obiettò il russo.
“Abbastanza a lungo per fare un secondo tentativo, e un terzo, se necessario.”
“Dovrò consultarmi.”, disse Putin.
Yarbes rimase impassibile. Tutti sapevano che Vladimir governava come un monarca assoluto. Politburo? Comitato centrale? Chi erano costoro? Per ironia della sorte era stato Boris Eltsin a dare tutti i poteri al presidente della Russia, proprio l’uomo che aveva salvato la democrazia in occasione del fallito putsch.
“Il risultato finale sarebbe un governo di destra. Senza la sua ingombrante presenza, quel che resta della sinistra perderebbe sicuramente le prossime elezioni.”, considerò fra sé Putin.
Yarbes scrollò le spalle. “E’ il nostro ultimo pensiero, signor presidente. Un esecutivo vale l’altro. Il problema è il concreto rischio di una tremenda destabilizzazione che riguarderebbe tutta l’Europa occidentale, e di conseguenza anche gli Stati dell’est.”
Putin si alzò e andò alla finestra. Cominciava a nevicare. Rifletté a lungo, quindi si voltò e fissò Yarbes.
“Lei si presenta sempre con notizie sorprendenti.” Si riferiva a quando l’americano lo aveva informato delle intenzione di Kryuchkov e Janaev, all’epoca del golpe.
“Però, vere.”, replicò Yarbes.
Putin annuì. “D’accordo. Provvederemo.”
Convocò la prima segretaria e le impartì alcuni brevi ordini.
“E adesso le offrirò una buona cena.”, disse all’americano, quando la donna si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle.
Uscirono nell’inverno gelido e, scortati da quattro macchine, raggiunsero un piccolo locale posto alla periferia orientale di Mosca. Yarbes lo ricordava bene. Lì i due si erano conosciuti.
Il ristorante era vuoto. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quella locanda, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo.
Mentre finivano di mangiare, una guardia del corpo annunciò che Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin era arrivato.
“Harasciò.”, disse Putin.

Il capitano Stavrogin era alto più di un metro e ottanta, indossava un lungo cappotto, aveva i capelli scuri e non assomigliava ai suoi genitori.
Si avvicinò al tavolo dove sedevano i due commensali e scattò, rigido, sull’attenti.
Putin gli fece cenno di sedersi. Incredulo, il capitano obbedì.
Era nato in Germania, figlio illegittimo. Sua madre non usava contraccettivi e, a differenza di due altri “incidenti di percorso”, quella volta si rifiutò di abortire. Il piccolo Aleksandr crebbe senza conoscere il nome del padre. Elke si dimostrava sempre molto vaga al riguardo. Ciò che apprese fu soltanto che era un soldato russo. La mamma lo amava moltissimo, tuttavia gli impartì un’educazione teutonica. Se altri bambini erano viziati, lui non lo era. Crescendo, si distinse negli studi, nello sport e trascorse le vacanze svolgendo mille lavoretti, sebbene Elke fosse ricca e non avesse bisogno del suo contributo. Quando compì quindici anni, scoprì finalmente chi era suo padre. Era morto nove mesi prima che lui nascesse. Da quel giorno studiò assiduamente il russo, che ora conosceva come il tedesco.
“Aleksandr Aleksandrovic”, esordì Putin guardandolo negli occhi, “tutto quello che le dirò questa sera, e in un successivo incontro, è un segreto di Stato.”
“Signor presidente!”
“Nessuno dovrà venire a conoscenza del piano che lei preparerà, attuerà e porterà a termine. Mi auguro con successo.”
Il capitano sostenne lo sguardo. Ogni risposta, pensò, era superflua.
“Questa operazione”, proseguì Putin, “non riguarda l’SVR, né l’FSB, né qualsiasi altra organizzazione. Non riguarda i suoi superiori. Riguarda solo lei. E lei riferirà soltanto a me. L’ho scelta perché la considero il migliore… un futuro generale.”
“Signor presidente!”
A diciotto anni, Aleksandr si era recato in Russia. Con sé aveva una lettera di sua madre, indirizzata personalmente a Vladimir Putin. Dopo tre mesi, Putin acconsentì a riceverlo, lesse la lettera, manifestò un certo stupore, dopodiché lo sottopose a un duro interrogatorio, degno di Lefortovo. Venti giorni più tardi, sostenuti gli esami del DNA oltre a innumerevoli visite mediche, e superata brillantemente una prova ostile con la macchina della verità, il giovane ottenne la cittadinanza russa, il diritto di portare il nome di suo padre e fu ammesso all’accademia preparatoria del SVR, dove risultò primo in tutti i corsi. Compì la sua prima missione a ventidue anni. Fu promosso capitano sei anni dopo.
“Dovrà andare in un Paese straniero. Per sua fortuna, non gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o qualche letamaio arabo. Una nazione poco organizzata, con servizi segreti e polizia alquanto inadeguati: ciò le faciliterà il compito. Anche se, comunque, non sarà un compito semplice.”
Putin fece una pausa.
Poi gli porse l’incartamento che Yarbes aveva portato dall’America. Il direttore della CIA si chiese che reazione avrebbe avuto il giovane ufficiale, se avesse saputo che era stata sua moglie, Monica, a uccidere suo padre.
“Studi attentamente questi fogli, si imprima tutto nella memoria e quindi li bruci. Nessuno, insisto nessuno, dovrà mai vederli. Se avrà successo, sarà promosso. Ma se, malauguratamente, dovesse fallire, io sarò costretto a dimenticarmi di chi è figlio.”
“Non fallirò, signor presidente.”

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DICONO CHE SOPRA LA TERRA NERA

Dicono che sopra la terra neraDicono che sopra la terra nera
la cosa più bella sia una fila di cavalieri,
o di opliti, o di navi.
Io dico: quello che s’ama.
Saffo

Da quando non ci sei più, sono come una nave alla deriva. Priva di direzione. Senza il timone affronta i marosi. Le onde la investono da ogni lato, sospingendola verso l’estremo confine, là dove il mare è percorso dal vento di settentrione. Scrosci di pioggia gelida cadono dal cielo livido; la schiuma si scompone, mostrando profondi abissi, scuri come la notte più cupa.
Da quando non ci sei più, non vedo il colore dei ciclamini; nessuna fragranza in una primavera che tarda a fiorire; anche il sentiero del bosco sembra condurre i miei passi lungo un cammino insensato.
Ricordo le giostre e il sapore della sera, rammento il profumo del caffè e il tuo sguardo. Giorni apparentemente neutri che tuttavia celavano incanti nascosti, risvegli felici per geometrie di vita dalle aggraziate proporzioni.
Parlammo dei minimalisti e ascoltammo il suono dell’ovest. Guardai il mare con occhi diversi. I miei occhi ora vedono una reiterata successione di passi inutili.
A cosa serve correre su una pista di cemento? Che significato può avere osservare cieli grigi e ostili, oppure volgere lo sguardo su ciò che è stato, sapendo che non tornerà? E’ peggio il dolore, lo strazio dell’anima lacerata e resa nuda, o la palese indifferenza con cui scruto un futuro ignoto che non mi interessa? Perché scrivere, quando la creazione si trasforma in un processo ostile, dove solo pochi frammenti emergono dall’oceano dei ricordi? Perché indugiare ancora, cercando musiche che evocano nostalgie, che non recano sollievo, simili a miraggi smascherati anzi tempo? E il tempo corre, scandido da meccanismi di ferro e di ghiaccio: ma non condurrà a un approdo sereno. Non ci saranno barche dalle gaie vele, né sabbia bianca, né lontani orizzonti.
La strada conduceva a una vecchia ferrovia, poco distante dal porto, a un ristorantino che nessuno più conosce, a una fiaba narrata in un giardino, alle palme e alla via segreta. I ricordi man mano svanirono, assorbiti da basse trame; si trasformarono in pulviscoli impalpabili, che la tramontana alla fine disperse.
Poi arrivasti tu.
E quello che sembrava perduto, rubato, svilito, riemerse da una nebbia antica per trasformare i miei giorni in raggi di sole. E sbocciarono fiori, i prati si rivestirono di verde, la brezza tiepida giunse convocata dall’amore. Il cielo divenne lo specchio blu delle mie emozioni; scomparve l’inverno, per lasciar posto a mattinate luminose, a un’estate imperitura del cuore.
Poi tu partisti.
Non ci furono parole. Non ci saranno più parole, tranne quelle che albergano, chiuse in cristalli gelati, dentro a qualche desolato anfratto della mia anima.

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