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Archive for marzo 2014

Il lato oscuro - MegQuando Meg riprese i sensi, cercò di alzarsi dal letto, ma era impossibile. Era legata mani e piedi e non poteva muoversi. La stanza era avvolta nella penombra, però una luce la feriva agli occhi. Lentamente, cominciò a ricordare. Il dolore. Insostenibile. Le sue urla disperate. Infine, la promessa di morte. Nessuno sarebbe mai riuscito a trovarla e quella promessa sarebbe stata mantenuta. Si domandò cosa era successo. La testa le pulsava e faticava a concentrarsi. Le scosse elettriche. La sofferenza inaudita. Ancora sofferenza. Ma perché? Poi rammentò tutto, fin dall’inizio. Fu colta da un terrore indicibile. Sapeva che, prima di morire, l’avrebbe torturata di nuovo. Sapeva che avrebbe supplicato invano. Sperò di impazzire. Non aveva altro in cui sperare.
Poi udì i passi.

Heather esaminò cupamente per la quarta volta il breve messaggio battuto a macchina che qualcuno aveva infilato nella cassetta della posta. Catherine contemplava la strada, affacciata alla finestra. Patricia piangeva. Non si trattava di uno scherzo, lo sapevano tutte e tre. Perché Meg era scomparsa.
Il messaggio era chiaro. Poche agghiaccianti parole. La vostra amica, la sgualdrina, morirà a breve. Ma non prima di aver subito un duro castigo. E’ in un luogo isolato e urlerà, invocherà pietà, piangerà, senza che anima viva se ne accorga. Merita la punizione che io le infliggerò.
“Un pazzo!”, esclamò Heather, gettando per terra il foglio di carta che conteneva quel sinistro avvertimento. “Dobbiamo fare qualcosa!”
Catherine si voltò. “Piangere non serve a nulla.”, disse in tono freddo, rivolta a Patricia. Quindi, spostò lo sguardo su Heather. “E nemmeno fare scene isteriche.”
“Tu non sai…”
“Oh, certo che lo so. E anche Patricia lo sa. Ma non credere che le vogliamo meno bene di te. Forse non la amiamo, comunque è una differenza relativa. Ciò che conta è che è una di noi.”
“E allora?”, domandò aggressivamente Heather.
“E allora proviamo a ragionare con calma.” Catherine si versò da bere. Il caffè ormai era freddo, ma non se ne accorse. Era immersa in profondi pensieri. La chiave era il messaggio. “Un pazzo.”, disse. “Questo è irrilevante, che sia vero o meno. Invece, sono importanti le parole, e precisamente: duro castigo e merita la punizione. Di norma, perché una persona viene punita?”
“A causa di qualcosa che ha fatto.”, osservò Patricia.
“Meg non ha fatto niente di male!”, gridò Heather.
“Dal tuo punto di vista.”, la corresse Catherine. “Prendiamo in considerazione altre visuali, altri modi di vedere le cose.”
“E’ legato a una sua indagine.”, disse Patricia, annuendo.
“Già. E deve essere un’indagine recente. Il “pazzo” la definisce “sgualdrina”: un sintomo di odio, di rabbia, un’emozione che non può essere repressa a lungo. In caso contrario, quella specie di lettera sarebbe stata scritta in modo più freddo. La punizione, poi, coinvolge anche noi: altrimenti, perché avvisarci? Semplice, per farci soffrire. Perciò, si tratta di qualcosa che Meg ha iniziato, ma che abbiamo portato a termine tutte e quattro. Nella mente di chi l’ha rapita, lei è la principale colpevole, tuttavia non l’unica.”
Catherine si avvicinò allo schedario, ne trasse alcuni fascicoli che posò sulla scrivania. Li indicò con un dito. “Qui troveremo la risposta.”

Era a piedi nudi; le erano stati tolti calzini e scarpe da ginnastica, ed era lì che si erano dirette le scariche. Uno dei punti maggiormente vulnerabili del corpo.
“Ti prego, ti scongiuro: abbi pietà! Sto impazzendo.” Anche se era umiliante perdere così il controllo, Meg non riusciva a trattenersi. La sofferenza era atroce, non aveva mai sperimentato niente di simile in vita sua.
“Hai fretta di morire? No, sgualdrina, abbiamo molto tempo davanti a noi. E mi stupisce la tua scarsa intelligenza: non capisci che le tue suppliche mi riempiono di soddisfazione?”
Meg svenne, ma fu sufficiente un secchio d’acqua gelida per farla tornare in sé.
E il tormento riprese.
Immobilizzata al letto, Meg pensò che, se esisteva l’inferno, lei ne faceva già parte.

Patricia depose la cornetta del telefono. “Non c’è nulla di intestato a nome suo, ma una mia “fonte” sa che possiede una seconda casa, in campagna, un posto sperduto.”
Era alla decima telefonata.
Catherine la fissò, riflettendo.
Heather scattò in piedi. “Andiamo!”
Catherine la guardò. “Sì, andiamo. Sperando che non sia troppo tardi.”
Heather aveva il volto rigato di lacrime.
Catherine la abbracciò. “Coraggio, ce la faremo.”

La donna era molto alta. Circa un metro e ottanta, si disse Meg. Aveva le spalle larghe e gambe e braccia forti e muscolose. Benché non fosse bella, né graziosa, aveva un aspetto attraente. Ed era particolarmente gentile. “Non desidero soldi da lei.”, affermò con un sorriso. “Le chiedo soltanto di leggere questo opuscolo per comprendere la parola del Signore, il Suo Verbo.”
“D’accordo.”, acconsentì garbatamente Meg. “Intanto, le preparo un caffè.”
“Non si disturbi. Sa, il mio giro non è ancora finito.”
Uscirono entrambe. Il piccolo prato che separava la villetta dalla strada era illuminato dal sole. Meg le porse la mano. A un tratto, provò un brivido di apprensione, uno strano presentimento. Gli occhi della sconosciuta sembravano colmi d’odio.
Un istante dopo, la donna la sollevò di peso e la portò verso la macchina. Meg tentò di lottare, ma era stretta in una morsa di ferro. Le mancava il respiro. Fu scaraventata nell’auto. Mentre l’altra raggiungeva il posto di guida, aprì la portiera e corse verso casa. Sentiva i passi di quella squilibrata che la seguivano. Lei è più forte ma io sono più veloce, pensò.
Era a un metro dalla porta, quando venne colpita alla testa.
Fu l’inizio del suo personale inferno.

Catherine affrontava le curve come un pilota di Formula Uno. Accanto a lei, Heather trepidava. Meg era l’amore che non aveva mai avuto, inizialmente soltanto un sogno che lei giudicava irrealizzabile, ma adesso realtà: non più un sogno, bensì la consapevolezza di una grande gioia. L’idea di perderla era insopportabile.
Dietro a loro, Patricia pregava in silenzio.
Abbandonarono la statale per imboccare un sentiero sterrato.
La casa era lì, in fondo. Aveva un aspetto cupo, ma forse era solo suggestione.

“Bene. Sei pronta per il viaggio?”
Meg ansimò. Se prima si era augurata la morte, ora era in preda al panico. Desiderava vivere.
“Non voglio morire!”, urlò.
Jane, la moglie di Bugsy, rise. “Non sta a te decidere, sgualdrina. Non avresti mai dovuto impicciarti degli affari di mio marito. C’è un prezzo da pagare.” Si sedette su di lei, schiacciandola sotto il suo peso, prese un cuscino e glielo premette sul viso.
Mentre soffocava, Meg non riusciva nemmeno a dibattersi.
La mancanza di ossigeno era terribile. Il suo ultimo pensiero, rivolto a Heather, svanì… mentre la vita la abbandonava.
Non sentì il rumore di uno sparo.
Attraversò un lungo tunnel buio; in lontananza scorse una luce.

Quando, in un letto d’ospedale, riemerse dalle tenebre, la prima cosa che vide fu il volto di Heather.

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Il lato oscuro CatherineTom era il migliore, ma aveva commesso un errore. Per tre sere consecutive si era recato nello stesso ristorante, pagando sempre il conto con una banconota da cento dollari, e intascando il resto. Per sua somma sfortuna il locale apparteneva alla moglie di un agente dell’FBI, che insospettita consultò il marito. Quella sera, casualmente, l’uomo stava cenando proprio lì. Tom trascorse alcuni anni in prigione. Lo trattarono bene, e quando uscì le guardie lo abbracciarono.
Sebbene fosse un falsario, era un brav’uomo.
Ed era di natura cordiale e molto simpatico. Ascoltò con attenzione Patricia, quindi trasse un profondo respiro. “Prima un buon caffè.”, disse. “Poi un sigaro fumato in santa pace, dopodiché “visualizzerò” e infine procederò. Sarà il mio capolavoro, glielo prometto.”
Il giorno dopo si mise all’opera.

Mick Powell si era introdotto nell’ufficio del suo editore con la consueta arroganza. Poteva permetterselo, poiché i thriller che scriveva andavano regolarmente in cima alle classifiche di vendita. Poco contava che fossero basati solo su tre elementi, sempre gli stessi: violenza, sesso e azione. Ai lettori piacevano lo stile crudo e asciutto e la descrizione particolareggiata degli omicidi o degli strupri.
Posò sulla scrivania una risma di fogli. “Un capolavoro!”, dichiarò.
John Malgreave abbozzò un sorriso ironico. “Ancora violenza allo stato puro?”, domandò.
Powell scosse la testa. “Quando avrai la bontà di leggerlo, ti stupirai. Questa volta parlo di sentimenti. Voglio il Premio Pulitzer!”
Malgreave incarcò le sopracciglia. “Tu che parli di sentimenti? Sentimenti veri? Moti dell’anima? Mi sorprendi, Mick.”
“Leggilo e vedrai.”, fu la replica.
Malgreave lesse, e rilesse. In effetti, “Storia d’amore?” era un libro fantastico, scritto in modo eccezionale. Ciò che lo colpì fu il brano in cui veniva descritto in maniera superba lo stupro di Jane. Di sera, su una spiaggia illuminata dalla luna. Però, c’era un particolare che stonava. Un particolare inquietante. Un particolare che non lo fece dormire per molte notti.

Il romanzo fu pubblicato e balzò subito al primo posto. Arrivò anche il Premio Pulitzer, e un noto produttore si fece avanti per trasformarlo in un film. Nel frattempo, Malgreave rifletteva e tornava con il pensiero al passato. Jane. Occhi blu come il mare, capelli biondi simili a una distesa di grano, il sorriso sulle labbra, l’intelligenza pronta, l’arguzia e il candore. Dopo di lei, non aveva più amato. Il lavoro era un rifugio, nient’altro. Un rifugio dall’angoscia, dal tormento: Jane si era uccisa, in seguito a una violenza subita. Per lei, che amava le cose belle della vita, era stato un peso insopportabile, come un macigno.
Un giorno, invitò a pranzo Powell. Mentre attendevano le costate, gli chiese: “Trovo molto interessante la scena dello stupro. E’ un sacco della tua farina oppure un episodio reale?”
“Ero ubriaco e lei non voleva.”, rispose lo scrittore, versandosi un bicchiere di vino californiano. “Ma quello che conta è il libro.”
“Non ti sei mai pentito?”
“Pentito? Se non fosse stato per quella notte, non avrei mai scritto un simile capolavoro.”
“Capisco.”, disse Malgreave.

Dapprima, comparve misteriosamente su cinque bancarelle un romanzo scritto da un autore ormai deceduto e non particolarmente famoso. In seguito, fu inoltrata una denuncia per plagio da parte della vedova. Mentre si teneva il processo, Catherine si introdusse nella casa di Powell e nascose “Stupro sulla sabbia” dietro a una fila di volumi. Era il lavoro di Tom, perfetto. La carta era quella giusta, la patina di sporcizia dimostrava che si trattava di un’opera non nuova.
L’avvocato difensore di Powell, contrariamente al volere del suo cliente, si appellò a una forma di malattia che portava a dimenticare certi episodi del passato e non altri. In breve, lo scrittore aveva completamente dimenticato di aver letto “Stupro sulla sabbia”.
Il giudice annuì, e commutò una multa a Powell.
Niente di speciale, ma non per Powell, che tornò nel suo appartamento furibondo e sconvolto. Passò in rassegna tutti i libri che possedeva, e che occupavano un’intera parete del suo studio. Li scaraventò per terra, sempre più furioso, finché non vide “Stupro sulla sabbia”. Sfogliò le pagine, incredulo.

L’indomani, appresa la notizia del suicidio, Catherine si rivolse una precisa domanda: era giusto ciò che faceva?

Liberamente tratto da “Tiré a part” di Jean-Jacques Fiechter.

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Il lato oscuroSneakers Tiger ai piedi, jeans larghi piuttosto scoloriti, chiodo nero, i capelli raccolti a coda di cavallo, un paio di baffetti che non stonavano su quel viso. Si avvicinò al lungo banco che occupava metà della parete di destra e con voce roca ordinò una birra.
Sull’altro lato del locale c’erano vari tavolini, avvolti nella penombra. In fondo, un divisorio separava il bar propriamente detto da alcuni separè che permettevano un’intimità maggiore. Sguardi incuriositi seguirono i suoi movimenti, si udì qualche squittio. Le “femmine” distolsero presto lo sguardo, indignate per quell’intrusione assai poco gradita. Era chiaro che era una di loro. I “maschi” osservarono con una certa ingordigia il corpo quasi efebico, la sigorilità con la quale beveva, a piccoli sorsi, dal boccale (e non direttamente dalla bottiglia), la postura delle spalle, le gambe slanciate che si indovinavano nonostante i jeans abbondanti.
Qualche minuto più tardi, un uomo massiccio, di mezza età, tatuato e borchiato, si alzò e andò a prender posto accanto al nuovo venuto. Lo sgabello più vicino era libero e lui se ne impossessò, lanciando minacciose occhiate di sfida agli altri avventori “maschi”. Una “femmina”, vistosamente truccata, meditò di sfoderare le unghie o magari di artigliare la chioma bionda dello sfacciato ragazzo: ma l’energumeno la bloccò con un cenno della mano prima che potesse entrare in azione. “Lei” mise il broncio, però obbedì all’ordine implicito e, benché fosse rosa dalla gelosia, non si mosse dal suo tavolo.
“Posso offrirtene un’altra?”, propose il borchiato. “A proposito, per gli amici sono Joe.”
“Daniel. Danny.”, rispose il giovane efebo. “Grazie, sì. Comunque, non sei il mio tipo?”
“Sarebbe a dire?”
“Quello che ho detto. Sei forte, aitante, ma un po’ troppo in là con gli anni per me. E, in ogni caso, questa sera voglio solo guardarmi attorno. Domani, chissà, potrei anche cambiare idea.”
“Intende scroccarti una birra, ma non te la darà.”, intervenne la rivale, che rispondeva al nome di Rose, sebbene si chiamasse Keith.
“Tu stai zitta!”, replicò bruscamente Joe. Rose si affrettò a chiudere il becco, e da quel momento non parlò più.
Il barman, alto, magro, con gli occhi bistrati, servì le due birre. Non sopportava le risse, le grida stridule, le sedie rovesciate. Portavano soltanto guai.
“Dunque, Danny, da dove vieni?”
Danny fece un gesto vago con la mano. Era sottile. A Joe piaceva quel genere di “femmina”. Rispetto a Rose, petulante e volgare, era decisamente più fine. “Scommetto che non sei vergine. Fai la preziosa, perché vuoi essere corteggiata… conosco il genere.”
“Forse.”, ammise Danny con un risolino. “Domani sera potresti scoprirlo. Per ora, ti ringrazio per la birra.”
“E’ una promessa?”, domandò Joe, comunque deluso perché l’avrebbe voluta subito.
Un sorriso enigmatico comparve sul volto di Danny. “Forse.”, ripeté; poi, con grande soddisfazione di Rose, si avviò all’uscita del “Mulholland Drive”.
In realtà, sapeva che sarebbe tornata, poiché l’indomani si sarebbe presentato Bugsy. Lui era sempre puntuale.

Se gli sguardi potessero incenerire, Danny sarebbe morto all’istante. Ma, quando ventiquattro ore dopo, tornò nel bar, Rose non andò oltre a un’occhiata velenosa. Aveva paura di Joe e, a parte questo, non si fidava molto della sua forma fisica. La sua rivale era magra, tuttavia dava la sensazione di essere atletica. La violenza poteva essere affascinante, però a date condizioni.
Danny la ignorò e andò a sedersi sullo stesso sgabello della sera precedente. Joe accorse immediatamente, come un lupo affamato. “Sei stata di parola.”
“E’ una mia abitudine.” Lo scrutò per alcuni secondi, quindi aggiunse: “E forse ho cambiato idea su di te.”
Joe le posò una mano sulla coscia. Danny lo lasciò fare, finché lui non cercò di accarezzarle il torace. Si ritrasse e dichiarò che desiderava una birra. Indicò la parete in fondo al locale. “Se ti comporti bene, poi non sarebbe male appartarci. Qui c’è troppa confusione.” Joe annuì, entusiasta. Danny sorseggiò con calma la birra, consultando ogni tanto l’orologio. Quando le lancette indicarono un certo orario, si alzò e ancheggiando si diresse verso i separè.
Il borchiato la seguì. Non c’era niente di particolarmente strano nel nuovo ambiente. Divani ma non letti. Era un luogo dove ci si poteva baciare, accarezzare, senza andare oltre. Malgrado le apparenze, il “Mulholland Drive” era un esercizio rispettabile.
Danny respinse con garbo il tentativo di approccio di Joe. “Calma!”, disse. Poi, danzando sulla punta dei piedi, si accostò a una porta, mentre il tatuato sentiva montare l’eccitazione. Sarebbe stato un sogno. L’avrebbe portata a casa sua: impazziva all’idea di sodomizzarla. Danny applicò un piccolo congegno a un minuscolo foro ricavato con precisione nella porta, sorrise e, sempre danzando – ora più lasciva – tornò da lui e accettò un breve contatto solo di labbra. Due minuti dopo…

“Questa è la situazione.”, aveva spiegato affranto Sam Collins. “Io e il mio socio siamo gay e abbiamo aperto un bel localino. Non facciamo niente di male e non permettiamo che si faccia uso di droghe, né che si ricorra al vero sesso. Qualche innocente gioco, nient’altro. Chi vuole di più può andare in un albergo o dove diavolo vuole; ma non al “Mulholland Drive”. Il nostro è un semplice ritrovo.”
“Quindi il problema è Bugsy?” Catherine era al corrente di questa e altre discutibili usanze di troppi poliziotti.
“Già. Una sera viene a farci visita, pretende di bere gratis, poi ci “convoca” nel nostro ufficio. “Da oggi avete un nuovo socio.”, afferma in modo arrogante. “Funziona così: si divide in tre.” Collins incominciò a piangere. “Gli feci osservare che, dopo aver pagato l’affitto, le tasse, le spese correnti, ci rimaneva giusto il minimo per vivere. Non ci interessava diventare ricchi. Lavoravamo per passione. Ma, se lui si fosse preso un terzo degli utili, presto o tardi saremmo stati costretti a chiudere.”
Catherine ribolliva d’ira, al pensiero di suo padre, un poliziotto integerrimo. Come lui ce n’erano molti, ma esistevano anche troppe mele marce.”
“Affari vostri.”, dice Bugsy. “O pagate o vi faccio chiudere subito. E’ facile, sapete?”
“Cosa potevamo fare? Lo stiamo pagando da tre mesi. Tutti i conti ora sono in rosso!”
“Stia tranquillo, signor Collins. Adesso le presenterò una persona. Vieni, Meg.”

… Due minuti dopo, Danny mostrò un tesserino a Joe. “Sono un’investigatrice privata, regolarmente iscritta all’albo. E mi trovo qui per lavoro. No, non spaventarti. Non sei tu che mi interessi.”
Mentre il borchiato la guardava sbigottito, Meg si tolse i baffi finti, sciolse i capelli e si accostò nuovamente alla porta. La aprì e fece partire la registrazione del colloquio che si era svolto in quella stanza. Bugsy, un uomo corpulento con il viso rubizzo del bevitore, si scagliò su di lei, ma Meg era estremamente agile e lo scansò così come un torero evita l’assalto del toro. Se il poliziotto corrotto pensava di poterla sistemare come aveva fatto in precedenza con mille altre, si sbagliava di grosso. Eppure era esperto in fatto di sgualdrinelle. Le detestava quanto i froci, e dalla loro attività traeva sempre un lauto guadagno. Quattro schiaffi ben assestati e l’impicciona sarebbe stata ridotta al silenzio. Se non fossero stati sufficienti, avrebbe potuto spezzarle un braccio. Da sempre, era un buon sistema. Si davano molte arie, ma all’atto pratico erano pronte a implorare, a supplicare; e allora era bello farle soffrire di più. Vederle strisciare.
Tentò ancora di afferrarla, ma con lo stesso esito.
Dieci secondi più tardi nell’ufficio irruppero Catherine, Heather e Patricia.
C’erano dei soldi sulla scrivania. Catherine scattò diverse foto. Patricia compose un numero sul cellulare.
“Forse sei nei guai, Bugsy.”, disse con voce gelida Catherine. “Guai grossi!”

All’alba due donne festeggiarono l’esito della missione in maniera molto particolare.
“Non avrei mai immaginato…”, sussurrò Meg, stravolta.
“Rilassati. Non ho ancora finito con te.”, replicò Haether.
Meg si inarcò, gemendo di piacere.

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AleksandrEra più ciò che li accomunava di quello che li divideva. Entrambi erano freddi, risoluti, esperti e spietati. L’unica differenza stava nel fatto che Stavrogin uccideva per necessità, Altmann perché gli piaceva farlo. Per il resto, ambedue erano abituati a eseguire gli ordini e a portare a termine le loro missioni con successo. E ciascuno dei due credeva fermamente – o, nel caso del tedesco, aveva creduto – in un’ideologia. Il nazismo e il comunismo. Altmann era troppo intelligente per cullarsi nei sogni sciocchi di chi sperava che un giorno qualcuno avrebbe raccolto l’eredità di Hitler e guardava con disprezzo i gruppuscoli che inscenavano ridicole manifestazioni a favore di uno Terzo Reich, che mai sarebbe più esistito. Da uomo pragmatico, qual era, aveva messo a disposizione della CIA le sue capacità per combattere contro quello che considerava il nemico storico, il regime sovietico. Deflorare, sfregiare e terrorizzare le piccole ebree era una parte della ricompensa che gli spettava; ammazzare rappresentava un sottile piacere.
Matrioska agiva secondo quanto gli era stato insegnato, con una sola eccezione che rappresentava proprio l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. Non poteva dimenticare la morte di Klavdij. Per questo era estremamente soddisfatto: la viscida carogna nazista aveva avuto quello che meritava. In altre situazioni, si sarebbe limitato a stendere un succinto rapporto e ad attendere nuove disposizioni. Nella fattispecie, ora doveva tornare a Berlino per finire ciò che aveva incominciato: debellare completamente la rete dei traditori e, risentimenti personali a parte, senza Klaus Altmann sarebbe stato molto più semplice. In ogni modo, provava qualcosa che si avvicinava, seppure alla lontana, a un’emozione. In precedenza, era accaduto un’unica volta, anni prima, quando aveva difeso sua sorella in un bosco.
Adesso, comunque, voleva appurare se Altmann possedeva dei documenti riservati e, poiché non li aveva trovati nella macchina, uscito dall’albergo dove si era concesso un lungo sonno, dopo aver inviato un messaggio criptato, si avviò a piedi verso l’hotel Du Lac.
Un battello attraccò al molo, scaricando pochi intrepidi passeggeri. Non era la stagione ideale per visitare il lago di Como. Nel cielo, sole e nubi si rincorrevano; la breva soffiava regolare, increspando l’acqua e creando suggestivi giochi di luce e di penombra. Un maestro della fotografia ne avrebbe tratto immagini esemplari.
Indifferente al paesaggio, Matrioska passò davanti a un bar, provvisto di una grande vetrata.
La donna lo vide e lo riconobbe.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Il respiro affannoso della piccola Rivka, gli occhi da cerbiatta impaurita, le urla di dolore. Fuori della baracca, l’inferno in Terra. Era stato uno dei momenti più felici della vita di Altmann, e su di essi si concentrò mentre si trascinava sulla strada chiamata Valassina per raggiungere Bellagio.
Si fermò due volte a vomitare. Il capitano Abhisar Subramanian lo aveva avvertito. Provocare uno stato di morte apparente era rischioso e non privo di conseguenze. Gli girava la testa e sentiva le gambe deboli, ma non poté chiedere un passaggio, dato che in quel solitario panorama notturno non passò neppure un’automobile.
Eppure sapeva che il russo sarebbe andato a curiosare nella sua camera. Perciò doveva muoversi in fretta, ignorando stanchezza e dolore. Doveva trovare un’arma, magari un coltello o meglio ancora una pistola, posto che in quel paese esistesse un negozio che le vendeva, ed era improbabile. Ci avrebbe pensato più tardi; allo stato attuale, non riusciva a ragionare con lucidità.
Alle prime luci dell’alba affrontò l’ultimo ripido tratto in discesa che porta alla cosiddetta “perla del Lario”. A quel punto, le forze lo abbandonarono definitivamente.
Riuscì a gettarsi per terra dietro un cespuglio e cadde in un sonno che forse era l’anticamera della morte vera.

Londra. Il rezident del KGB Sergej Vadimovic Sokolov stava riflettendo davanti alla finestra. Benché non avesse minimamente creduto al “passaggio di campo” di Monica Squire, aveva tuttavia preso atto di quanto la CIA aveva maldestramente organizzato: predisporre una trappola che aveva lo scopo di eliminare Aleksandr Sergeivic Stavrogin. Il messaggio, ricevuto tramite one-time pad, lo tranquillizzò sotto questo aspetto. Matrioska aveva ucciso il tedesco.
Quello che al MI5 e a Langley non sapevano era che Sokolov disponeva di una vera “talpa” all’interno del servizio segreto britannico. Non era un uomo geniale come Philby, né spregiudicato come Aldrich Ames: comunque era utile.
Mentre i suoi superiori si riposavano nella campagna inglese, con al seguito mogli e cani, Miller si era dato da fare. In linea teorica, Sokolov avrebbe potuto affidare l’incarico a un agente “illegale”, cioè privo di copertura diplomatica, ma preferiva preservarli per altre incombenze; e se si fosse avvalso di un elemento della prima direzione centrale che operava regolarmente all’interno dell’ambasciata sovietica, era pressoché certo che sarebbe stato seguito.
Miller aveva appurato due cose. La prima, che Squire nella scacchiera rappresentava una semplice pedina; la seconda, che la “regina” – proseguendo nel paragone scacchistico – aveva lasciato di soppiatto Londra per andare in Italia. E dove, se non a Bellagio? Miller aveva anche tentato di approcciare Monica Squire: purtroppo, però, se non possedeva il carisma di Philby e la sfacciataggine di Ames, condivideva con loro la passione per l’alcool. La giovane donna aveva rifiutato con fermezza l’invito a cena di un individuo palesemente ubriaco.
Ma andava bene così. Anzi, male, si disse il rezident. Se Kris Howe aveva raggiunto Altmann, sebbene in ritardo visto che ormai era morto, era per un motivo preciso: aiutarlo. Sokolov non immaginava, né gli sarebbe interessato saperlo, che Howe aveva in animo di eliminare il tedesco, una volta che Stavrogin fosse stato ucciso; quello che invece sapeva e che lo preoccupava era che Matrioska non conosceva Howe. Questo lo esponeva a un serio rischio.
Impossibile mettersi in contatto con lui.
Sergej Vadimovic Sokolov tornò alla scrivania e compose un numero di telefono.
A Milano qualcuno ricevette la chiamata su una linea sicura.

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MargaretIl catalogo non era certo all’altezza di quelli di Christie’s o di Sotheby’s a Londra e nemmeno della prestigiosa casa d’aste Alexandra di Los Angeles.
D’altro canto era piena estate e i ricchi intenditori e collezionisti si trovavano in vacanza nelle loro ville lussuose o in qualche remota e bellissima isola, circondata dall’acqua color smeraldo dell’oceano. Anche la sede scelta non era quella principale, bensì una saletta che in genere fungeva da magazzino ma che per l’occasione era stata sgomberata e resa lustra. I dipinti esposti erano perlopiù opere mediocri adatte a gente senza troppe pretese. Era un’operazione strana, voluta dalla direttrice e maggiore azionista, e, com’era prevedibile, non suscitò particolare interesse.
“Non è per me.”, disse Diego Gomez. “Io fra un po’ me ne andrò”, e porse a Catherine un duplicato del suo testamento. La donna lo scorse rapidamente, appurando che i pochi beni dell’uomo basso e tarchiato che stava seduto di fronte a lei sarebbero andati ad alcuni istituti di beneficenza. Catherine gli restituì il documento annuendo con un sorriso triste. Da ciò che aveva letto trapelava che il signor Gomez sarebbe passato a miglior vita nel giro di qualche mese. Lui le porse un altro foglio e ribadì: “Non e’ giusto.”
Catherine esaminò il secondo documento, quindi guardò l’uomo con fare interrogativo. “E’ un normale contratto, perfettamente in regola. Ha ricevuto la somma pattuita?”
Diego annuì.
“Allora, cosa non è giusto, signor Gomez?”
“Io non ho studiato”, rispose l’ispanico, “ma un mio amico ha visto per caso il catalogo della prossima vendita all’asta di Alexandra ed è rimasto allibito quando ha saputo che avevo venduto quel quadro per soli mille dollari. La foto era sbiadita, ciò nonostante lui ha riconosciuto il tocco del Maestro. “Sei un pazzo e uno sprovveduto, Dieguito!”, mi ha detto. “Ma io che ne sapevo?” Scrollò il capo. “Chiaramente anche lei l’ha riconosciuto immediatamente e si è affrettata a tirar fuori il libretto d’assegni. A posteriori, ricordo di aver notato una luce avida nei suoi occhi. Da parte mia, ero convinto di aver concluso un buon affare.”
“Lei chi?”, domandò Catherine.
“Margaret Headgreve. Una donna giovane, attraente, carismatica – si dice così? -, sicura di sé… troppo sicura di sé, oserei aggiungere. Vincente, il mio amico, mi ha spiegato la procedura. Se la signora avesse venduto personalmente il dipinto, avrebbe rischiato un’incriminazione, o qualcosa di simile. Di conseguenza, ha organizzato un’asta in modo quasi clandestino. Un catalogo dimesso, distribuito in poche copie. Nessuna pubblicità, o quasi. E ha scelto un periodo “morto” per le gallerie; non solo: ha evitato di esporre il quadro nella sede principale per non correre il rischio che qualcun altro lo vedesse. Questo mi ha detto Vincente.”
“Lei, signor Gomez, com’è venuto in possesso di tale presunto capolavoro?”
“Presunto? Oh, no! Vincente è pronto a mettere le mani sul fuoco sull’autenticità dell’opera, e lui è un esperto. Lo portò con sé mio nonno dalla Spagna. Come lo ha avuto, è un mistero. Ma a mio padre non piaceva, così è finito in soffitta, coperto di polvere. Io l’ho ignorato per anni, poi un giorno, mentre sistemavo le mie cose, l’ho visto e ho pensato che potesse valere un centinaio di dollari. Meglio che niente. Però, lì per lì, ho dimenticato la cosa. E’ stato un mese più tardi che l’ho preso, ho cercato di pulirlo (senza grandi risultati) e, dopo essermi informato, mi sono recato dalla signora Headgreve. Lei non mi ha ricevuto. Nel frattempo, un’impiegata compilava vari moduli, credo che sia la prassi. Io mi guardavo attorno e a un tratto è comparsa, per ragioni sue, Margaret Headgreve in persona. Ha dato un’occhiata al quadro e, se non ricordo male, è improvvisamente arrossita. Sarà per via del caldo, ho pensato io. Poi lei mi ha detto di seguirla nel suo ufficio.”
Gomez assunse un’aria vagamente imbarazzata. “Mi ha invitato ad accomodarmi, lei invece si è seduta sulla scrivania; probabilmente è un metodo studiato per mettere a proprio agio l’interlocutore, per creare un clima confidenziale. Però quelle gambe… se avessi avuto vent’anni in meno, avrei perso la testa. E’ davvero una mujer fantastica. Lunghi capelli scuri, un corpo da favola; ma lo sguardo duro, tagliente, benché ostentasse una cordialità, che, a detta di Vincente, era falsa. E sicuramente lui ha ragione.”
Ci fu un silenzio. Catherine offrì un caffé al signor Gomez, aspettò che lo bevesse, gli permise di fumare, dopodiché gli chiese: “Secondo il suo amico…”
“Vincente.”
“Secondo Vincente, qual è il valore reale del dipinto.”
Diego scoppiò a ridere. “Non dubito di lui, e gli ho creduto subito perché è un uomo che non parla mai a vanvera, però, se sono matto io, lui è tre volte più matto. Secondo me, la signora Margaret avrebbe dovuto offrirmi almeno quattro o cinquemila dollari. Che, come le ho mostrato, andrebbero in beneficenza. Sa cosa rappresenterebbe quella cifra? Quante buone azioni diventerebbero possibili?”
Gomez si rilasciò sulla sedia.
Catherine lo fissò per alcuni istanti. “Questa è la sua valutazione.”, osservò poi in tono pacato. “Mi interesserebbe conoscere quella di Vincente.”
Gomez si schiarì la voce, spense la sigaretta e indicò una cifra. Quindi, rise di nuovo, fino a tossire convulsamente.
Catherine rimase impietrita.
Quando si fu ripresa, disse al signor Gomez che desiderava parlare con Vincente.
Nei giorni seguenti svolse una indagine molto discreta sul conto dell’affascinante mercantessa d’arte. Ciò che apprese non le piacque. Margaret era una donna avida di denaro, priva di scrupoli, seduttrice e incantatrice. Amava soltanto se stessa. Ricorreva a un mobbing spietato nei confronti di chi per una ragione o per l’altra non le andava a genio.
Se fosse finita in prigione, come meritava, poiché aveva ingannato e truffato i clienti più sprovveduti, avrebbe scoperto il lato oscuro della vita. Per le altre detenute sarebbe stata un bocconcino troppo appetitoso. E le notti in galera sono lunghe. Ma Catherine aveva piani diversi.

Nella saletta, c’era poca gente. L’asta veniva seguita con scarso entusiasmo, anche a causa del caldo torrido di quel pomeriggio. Il sudore imperversava. Margaret Headgreve, che sorprendentemente presentava personalmente i quadri, era tuttavia fresca come una rosa. Indossava un abito Armani e calzava sandali Jimmy Choo, perfetti per valorizzare i suoi piedi abbronzati e arcuati.
Furono vendute sette o otto croste; e giunse il momento del dipinto del signor Gomez. La prima offerta fu di duemila dollari, la seconda di tremila. All’improvviso, dal fondo del locale qualcuno alzò la paletta e scandì chiaramente: “Ventimila dollari.”
La tensione, in precedenza totalmente assente, vibrò nell’aria. Sguardi incuriositi cercarono l’uomo disposto a dilapidare una piccola fortuna per acquistare un’opera qualunque, un lavoro semplicemente dignitoso. Teste vennero scosse, in segno di disapprovazione o di compatimento.
Margaret non riuscì a trattenere un sorriso, annuì in direzione del dipendente che aveva fatto quella folle offerta e lasciò l’asta alla sua assistente. Mentre usciva dalla sala, la udì pronunciare le fatidiche parole: ventimila dollari uno, due… Poi si chiuse la porta alle spalle e abbandonò l’edificio. Era euforica. La attendevano a un cocktail esclusivo. E, in effetti, c’era molto da festeggiare, grazie a quello stupido ispanico.
Se avesse aspettato solo qualche secondo di più, avrebbe sentito una voce di donna che diceva: “Cinquantamila dollari.”
Due file dietro a Catherine, il direttore della banca che le aveva prestato quella somma sbiancò in viso, convincendosi una volta per tutte che sua moglie aveva ragione: era un imbecille!
Lo stupore fu così grande che nessuno reagì con la necessaria prontezza: né il dipendente che aveva il compito di acquistare il dipinto per “la casa” (successivamente lo avrebbe piazzato a suo nome), né la giovane assistente.
Il quadro fu aggiudicato a Catherine.
Trascorsero due mesi, poi il Los Angeles Times pubblicò in prima pagina una notizia sorprendente.
Un Goya, di cui nessuno era a conoscenza, era stato venduto per un milione di dollari.

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Klaus AltmannLo scontro era impari. Aleksandr Stavrogin era giovane, perfettamente addestrato, forte e rapidissimo nei movimenti. Altmann era un uomo anziano, anche se ancora in ottima forma. Matrioska lo colpì con un violento pugno allo stomaco e gli strappò la pistola dalle mani. Poi si accinse a sparargli.
Non fu necessario. Il tedesco si portò le mani al torace, esalò un gemito e, dopo aver barcollato, finì a terra.
Stavrogin conosceva questo e altri trucchi. Si chinò su di lui e gli sentì il polso. Controllò il battito cardiaco. Gli sferrò un calcio alla testa. Niente.
L’Hauptsturmführer della Gestapo aveva concluso la sua ingloriosa carriera ed era inequivocabilmente morto. Non sussisteva alcun dubbio al proposito. Matrioska gli rivolse uno sguardo colmo di disprezzo, quindi, munito di una torcia elettrica, andò a cercare la sua macchina. Un’attenta perquisizione non servi a granché. Nell’automobile non c’era nulla di significativo. In ogni caso, era soddisfatto. Nonostante il disgusto che provava per quell’individuo, non era la sua morte in sé a essere importante. Scomparso Altmann, sarebbe crollata tutta la rete di spregevoli traditori che aveva infestato Berlino est; ai vertici del KGB avrebbero apprezzato molto il suo lavoro. L’ordine e la sicurezza sarebbero tornati a regnare sovrani, a dispetto della CIA e dei fantocci inglesi di Langley.
Nei pressi c’era un burrone. Matrioska tolse il freno a mano e sospinse la vettura finché non la vide precipitare, in un assordante rumore di vetri schiantati e di lamiere distrutte. Poi la notte avvolse tutto con il suo silenzio. L’unico suono che si udiva era quello del vento di settentrione.
Tornato sui suoi passi, Stavrogin trascinò il cadavere nel bosco, quindi spostò i tronchi d’albero e si diresse a Bellagio, dove, malgrado l’ora tarda, riuscì a trovare un albergo ancora aperto.
Dopo una veloce doccia, andò a letto e si addormentò subito.

Nella seconda guerra mondiale Adolf Hitler aveva trascurato tre fattori. Il primo riguardava l’immensa estensione territoriale dell’Unione Sovietica, le strade ridotte a pantani durante l’autunno, il rigido clima invernale e lo smisurato numero di uomini che man mano Stalin chiamò alle armi. Il secondo e il terzo fattore sottovalutati valevano anche per le alte sfere militari del Giappone: la potenza industriale e bellica degli Stati Uniti e i Paesi che gradualmente intervennero a sostegno della Gran Bretagna, inviando truppe su vari fronti.
Per quanto riguarda l’America è sufficiente pensare che, sebbene inizialmente la flotta nipponnica fosse superiore e più moderna di quella degli Usa (a causa dell’attacco a Pearl Harbor), a partire dalla battaglia di Midway, i cantieri americani produssero portaerei con un ritmo insostenibile per i loro nemici asiatici. E ciò valeva anche per altre navi, aereoplani, mezzi da sbarco, carri armati; senza contare le capacità logistiche e i radar. In seguito, circolò una battuta: se il Führer avesse visitato gli stabilimenti della General Motors non si sarebbe mai sognato di dichiarare guerra alla nazione dalla bandiera stelle e strisce.
Venendo al Regno Unito, poté avvalersi del contributo delle forze armate del Canada, del Sudafrica, dell’Australia, della Nuova Zelanda e dell’India. Il British Indian Army arrivò a contare su due milioni e mezzo di soldati.
Un contigente di quell’esercito era stato fatto prigioniero dai tedeschi a El Alamein e successivamente tradotto in Germania. Mentre l’offensiva delle Ardenne del dicembre del 1944, che inizialmente aveva sfondato il fronte degli Alleati, iniziava ad arenarsi, segnando così le sorti del conflitto, scienziati pazzi, anziché dedicarsi allo sviluppo di nuove armi e alla progettazione di ordigni nucleari, compivano esperimenti farneticanti sui prigionieri di guerra, in particolare sui russi e sulle altre razze “inferiori”. Inglesi e americani, in genere, ne erano esenti: non gli indiani, però.
L’Hauptsturmführer della Gestapo Nikolaus Barbie era interessato relativamente a tali esperimenti. Preferiva sfogare la sua collera per la guerra ormai perduta uccidendo e infliggendo torture. Era un maestro in questo campo, ma un giorno incontrò il capitano Abhisar Subramanian.
Prima di arruolarsi, Subramanian aveva trascorso cinque anni in uno sperduto villaggio del Tibet, lo stesso villaggio dove si erano recati, prima di lui, suo padre e suo nonno. La sapienza accumulata dal nonno era stata trasmessa al padre, il quale a sua volta l’aveva riversata sull’unico figlio. Di conseguenza, Abhisar rappresentava l’anello forte di un’ipotetica catena. E, grazie a questo bagaglio, il soggiorno in Tibet lo aveva avvicinato ai massimi livelli dei più eccelsi Maestri.
Barbie scoprì con grande sorpresa che il capitano sembrava refrattario al dolore, sopportava i tormenti più atroci senza battere ciglio. Incuriosito, l’ufficiale della Gestapo cessò di seviziarlo, gli assegnò una piccola baracca personale, fece in modo che avesse cibo buono e abbondante e tentò di stabilire un rapporto non conflittuale, interrogandolo con garbo sui suoi trascorsi in Tibet.
Non furono né i pasti sostanziosi, né le premure che indussero Subramanian a collaborare, ma la sua visione della vita. Se poteva aiutare il tedesco a diventare un uomo migliore – così ragionava – era giusto farlo.
Barbie era straordinariamente intelligente e imparò molte cose in breve tempo, anche perché Subramanian si dimostrò un insegnante eccezionale. Avrebbe appreso di più, ma l’aprile del’45 arrivò troppo in fretta. Comunque, adesso possedeva un bagaglio di conoscenza sconosciuto alla maggior parte degli occidentali. Ringraziò il capitano Abhisar Subramanian sparandogli alla nuca in una mattina fredda e ventosa.
Lo ringraziò una seconda volta, quella notte, quando riprese i sensi e si rialzò, dopo circa un’ora dalla partenza di Matrioska.
Era stato Subramanian a renderlo edotto di un procedimento assai complesso, ma realizzabile, benché soltanto da pochi eletti: come ottenere uno stato di morte apparente.

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Il lato oscuroLa polizia aveva svolto delle indagini discrete, su richiesta dei genitori che non volevano vedere il nome dell’unica figlia apparire sui giornali. Rabbrividivano all’idea della loro casa presa d’assalto dai fotografi ed erano terrorizzati dall’eventualità che arrivassero addirittura quelli delle televisioni. Purtroppo le indagini erano state così discrete da non approdare ad alcun risultato concreto. A parte questo, ogni giorno c’erano omicidi, rapine, regolamenti di conti tra bande rivali, mitomani che minacciavano di far saltare in aria lo U.S. Bank Tower. Risultato: il caso era stato archiviato, anche se a parole veniva sostenuto il contrario. In effetti, il fascicolo era ancora aperto, ma sepolto sotto un mare di scartoffie, e presto fu dimenticato.
“E’ successo al campo sportivo.”, dichiarò John Williams. “No, non quello della scuola, dato che stanno ristrutturando le tribune e migliorando il fondo erboso. Potevano farlo prima, ma si svegliano sempre tardi. Perciò hanno trasferito le gare di atletica in un campetto distante un paio di miglia: non è granché, però è circondato da un bel bosco e l’aria è senz’altro migliore che altrove. Mia figlia Michelle era la favorita nella gara di velocità. Sulla breve distanza è imbattibile… e invece ha perso. E’ partita male e non è riuscita a rimontare. Un secondo posto non è da buttar via, dico io, ma lei detesta perdere, soprattutto quando è convinta di poter vincere facilmente. Fatto sta che mentre le sue compagne tornavano a casa per lavarsi – lì non ci sono docce -, lei è rimasta seduta su una panchina a rimuginare. Poi, è arrivato l’uomo. L’ha trascinata nel folto degli alberi e l’ha stuprata. Michelle è una ragazza forte, sono certo che si riprenderà; ma quel maiale non deve passarla liscia. Laura, mia moglie, è una donna distrutta. La polizia? Inefficiente come sempre! Bene, vi pagherò qualsiasi cifra perché venga fatta giustizia.” Tirò fuori da una tasca della giacca un libretto d’assegni e fissò Catherine.
Lei scosse la testa. “A lavoro ultimato.”, disse.
Dieci minuti più tardi convocò Meg, Heather e Patricia. “Chi di voi non possiede indumenti sportivi attillati e sexy, calzoncini corti e magliette molto, molto aderenti, si affretti ad acquistarli. Patricia, tu provvederai anche per me, conosci la mia taglia. Nel frattempo, io andrò ad affittare un certo campo sportivo per qualche giorno.”
Vide che la osservavano perplesse e spiegò: “Ho deciso di organizzare le nostre Olimpiadi. Un modo come un altro per tenersi in forma.”
“Noi siamo in forma.”, protestò Heather. Spostò lo sguardo su Meg. “E non mi va di vederla vincere sempre!”
Meg rise, ma Catherine era seria e raccontò loro quanto era successo.
Erano belle giornate di sole di fine primavera e, benché avessero tutti i sensi all’erta, le quattro ragazze si divertirono molto. L’unica che non si divertì affatto fu proprio Meg, che venne regolarmente sconfitta, tre volte da Catherine e tre volte da Heather, forse a causa dell’eccessiva sicurezza. Il quarto giorno, risentita, propose di passare a distanze più lunghe… e perse di nuovo.
A Catherine non interessava vincere. Incominciava a pensare di aver sbagliato piano. Probabilmente, l’uomo che aveva violentato Michelle aveva cambiato zona o forse era tornato “in letargo”. Magari avrebbe agito dopo sei mesi, un anno, chi poteva dirlo?
Fu al quinto giorno che comprese il suo errore. Erano in quattro e tutte atletiche e aitanti; se anche lo stupratore le stava osservando, non era in grado di affrontarle. Provò un moto d’ira nei confronti di se stessa. Si era comportata come una sciocca, tuttavia poteva rimediare.
Con un sorriso, si rivolse a Meg. “Visto che sei la perdente, sarebbe opportuno che tu restassi sola, sconsolata, a meditare sul tuo ego ferito. Noi saremo nei dintorni, non preoccuparti.” Meg annuì, ma per altri due giorni non accadde nulla. Il sudore scorreva copioso, compensato dall’endorfina provocata dall’esercizio fisico. Tutto si può dire, tranne che non si impegnassero al massimo. Malgrado l’assenza di competività personale, a nessuno fa piacere perdere.
Quando finalmente Meg vinse la sua prima gara, e poi in rapida successione la seconda e la terza, toccò a Heather fermarsi. Sebbene non fosse minimamente sconvolta per essersi classificata ultima, la ragazza si lasciò comunque cadere sul prato con un’espressione avvilita. Faceva caldo e si tolse la sgargiante maglietta rossa. Non portava il reggiseno.

L’uomo la stava scrutando. Era al culmine dell’eccitazione. Aveva sognato a lungo quei corpi, le gambe slanciate, le movenze sinuose, i muscoli tesi nello sforzo di primeggiare. Ma era prudente: per questo non lo avevano mai preso. In alcune città, erano comparsi degli identikit, però si sarebbero adattati a migliaia di persone, in quanto era un individuo di aspetto comune, privo di particolari segni distintivi. Media statura, media corporatura, un volto simile a quello di centinaia di altri uomini.
Uscì dal bosco e si avvicinò a quella, che fin dal primo giorno, era stata la sua preferita.

Heather non oppose resistenza. Lui la portò nel bosco, pregustando il piacere che avrebbe provato. Se era stato bello con la giovane studentessa, ora – pensava – lo attendeva il paradiso. Posò le mani sulle spalle della ragazza ed esercitò una spinta che fu sufficiente a farla cadere. Lui le finì sopra. Con mani febbrili cominciò ad accarezzarle le cosce, lambì il seno con la lingua e l’erezione fu immediata e potente.
Si sentiva diviso a metà. Impazziva per Heather – ormai conosceva i nomi a memoria, poiché le aveva udite chiamarsi a vicenda durante tutti quei giorni di spasmodica attesa -, ma ciò non toglieva che avrebbe voluto anche concludere una vecchia storia, che era stata interrotta sul nascere. Pazienza, si disse. L’indomani, sul volo che lo avrebbe riportato a Boston, si sarebbe immerso nel suo mondo personale, di cui nessuno era a conoscenza. Avrebbe rivissuto gli attimi trascorsi con la bella giovane che stava sotto di lui… e immaginato di possedere anche…
Fu proprio lei a interrompere quei pensieri.
“Porco bastardo!”, esclamò Meg, sferrandogli un violento calcio alla testa.
Era venuta fuori all’improvviso, assieme a Catherine e a Patricia.
“Il mio patrigno.”, disse.
E’ preferibile non sapere ciò che accadde all’uomo.
Quello che invece si sa con precisione è che, dopo aver incassato il lauto compenso del signor Williams, mentre brindavano nel loro bar preferito, Heather inaspettatamente trovò il coraggio per dichiararsi a Meg.
L’effetto dell’alcool, quando lo si assume in dosi esagerate.
Fu questo il motivo per cui Meg la baciò sulla bocca?

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