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Archive for the ‘il crepuscolo della Lubjanka’ Category

Tanto per ricordare che il libro è uscito ed è disponibile da Giunti, e da altre parti (non so esattamente quali). A presto con qualcosa di nuovo 🙂

Se Monica Squire avesse assistito al colloquio fra Martin Yarbes e Miloslav Pomarev, non ne sarebbe rimasta certamente entusiasta. Obbedire agli ordini, quali che fossero, calpestare le vite altrui, torturare, ammazzare, inquisire. Forse per Yarbes era normale, non per lei.
Monica era un’agente della CIA e, in quanto tale, non aveva mai disobbedito a un superiore, dimostrandosi sempre ligia al proprio dovere; ciò, tuttavia, non le impediva di mantenere una posizione etica e di essere scettica nei confronti di azioni che, dentro di sé, giudicava riprovevoli.
Per Yarbes provava sentimenti contrastanti. Un tempo lui l’aveva derisa, sostenendo che non era riuscita a resistere al solletico ai piedi che le aveva praticato la spia russa, Aglaja. Non era vero. Baba Yaga, il nome in codice di Aglaja, non era interessata a quelle sciocchezze, aveva una mentalità molto più pratica. Monica non aveva subito il solletico, bensì torture assai peggiori, ripetute scosse elettriche e il terribile waterboarning.
Yarbes si confondeva con Nicole Parker, una ex collega che in Cina aveva patito quel supplizio e che in seguito si era uccisa. (Ma i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa). Yarbes era intransigente con chi tradiva, e Monica, comunque la si volesse mettere, aveva tradito.
Poi, però, Martin l’aveva difesa davanti alla commissione disciplinare della CIA. Era un uomo enigmatico, apparentemente privo di emozioni. Imperscrutabile… come Matrioska.
Monica aveva visto morire John Lodge davanti alla sua casa, e dato che ciò era successo a causa della sua debolezza non si era mai veramente perdonata; aveva ucciso Aglaja e Matrioska: ma nessuno di questi fatti, per vari versi devastanti, era paragonabile alla morte di Nadiya.
John Lodge era stato un valido compagno d’azione e un amore mancato, Aglaja una spietata serpe, Matrioska un uomo insondabile che, in altre circostanze e se lui fosse stato diverso, avrebbe potuto amare.
Nadiya in teoria sarebbe dovuta essere la sua carnefice, in realtà era diventata la sua schiava, e poi, forse, il talismano che avrebbe saputo rendere i suoi giorni felici. Si era sacrificata per lei, e non esiste al mondo una prova più grande dell’amore vero.
Se Yarbes era freddo e cinico, Monica era diversa.
Forse debole, forse troppe volte insicura. Guardò a lungo la donna russa che le aveva donato tutto: il suo cuore, la lealtà per l’Unione Sovietica, i suoi sogni. Sadica? Masochista? Parole sciocche, vuote, prive di significato, a fronte del sentimento che era nato e si era sviluppato fra loro. Più sincera Nadiya, più calcolatrice Monica, e questa consapevolezza rendeva il suo strazio maggiore.
Si inginocchiò accanto alla salma e continuò a piangere.
Per qualche motivo, si soffermò ancora a riflettere su Martin. Forse perché dopo Lodge, dopo Nadiya, rappresentava il suo ultimo appiglio. Era più ciò che li divideva di ciò che li accomunava; però entrambi amavano la natura (Yarbes le aveva svelato il suo sogno giovanile di diventare guardiacaccia), servivano la loro patria e avevano sempre considerato il comunismo come il principale nemico da sconfiggere. E, forse, Martin Yarbes conservava un fondo di umanità, sconosciuto a Matrioska, del quale in ogni caso lei si era invaghita.
Di Yarbes ammirava la forza, la mancanza di paura, il senso di protezione che a volte le infondeva. Se esisteva dell’altro, non lo sapeva. Non ancora, almeno.
Quando si rialzò, raccolse la Tokarev di uno degli assassini e si avviò verso la Duma, camminando come una sonnambula, gli occhi rigati di lacrime e il cuore a pezzi.
A un tratto scorse il maggiore del Gruppo Alpha che puntava una pistola su Yarbes.
Si sentì cattiva, cattiva e spietata, oltre ogni limite.
Pomarev era il responsabile della morte di Nadiya.
Nella piazza la confusione era indescrivibile. Scorreva vodka a fiumi e gli sguardi di tutti erano rivolti allo starets Zosima, che inneggiava al trionfo del popolo e alla sconfitta dei malvagi. Nessuno badò a lei.
Un istante prima che Pomarev premesse il grilletto, Monica appoggiò la canna della Tokarev sulla sua nuca.
Pomarev lasciò cadere a terra l’arma.
“Brava, Squire!”, esclamò Yarbes. “Ora lascia fare a me.”
Tese una mano, ma Monica scosse la testa.
“No.”, disse. “Questa è una faccenda solo mia.”
Martin avrebbe voluto obiettare, ma qualcosa nell’espressione della donna lo dissuase dal farlo.
Monica si rivolse al russo. “Mi segua, maggiore.”
La mente di Yarbes corse a Cannes: anche in Francia Squire gli aveva soffiato il bersaglio, qui però gli aveva salvato la vita. In America era stato lui a salvarla, quando aveva fatto irruzione nel cottage vicino al lago; quindi, ora erano pari. Ma c’era dell’altro. Se sulla Costa Azzurra Monica aveva già ripagato ampiamente il suo debito nei confronti della CIA, a Mosca era andata oltre. Era come se, in una partita di basket, avesse segnato un canestro da tre punti tirando dalla propria area, o realizzato un fuoricampo, in un incontro di baseball. Era una vincente.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Monica e il suo prigioniero si allontanarono.
A circa dieci metri di distanza, due soldati li stavano osservando. Uno era alto e biondo, dai tratti nordici, l’altro, scuro di pelle, sembrava di origini tartare. Il biondo si mosse per tentare di seguirli, ma inciampò. Era completamente ubriaco. “Lascia perdere!”, bofonchiò l’orientale. Anche lui si reggeva a stento in piedi. Dalle mani gli cadde una bottiglia di pessima vodka. Fortunatamente era vuota.
Squire e Pomarev attraversarono la piazza e imboccarono una strada laterale.
“Fermiamoci qui.”, disse Monica.
Pomarev le rivolse uno sguardo beffardo.
“D’accordo. E adesso cosa pensa di fare?”
“Non lo indovina, maggiore?”
Lui rise. “Le manca il coraggio, americana! Mi consegni la pistola, e sarò clemente con lei.”
Monica ricordò il suo ultimo confronto con Matrioska. Pomarev gli assomigliava: non manifestava il minimo timore, era arrogante e sicuro di sé.
Ma con lui non c’era stata alcuna relazione sessuale.
Poi accadde.
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a  Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

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Monica Squire Il Crepuscolo della LubjankaSe Monica Squire avesse assistito al colloquio fra Martin Yarbes e Miloslav Pomarev, non si sarebbe certamente entusiasmata.
Obbedire agli ordini, quali che fossero, calpestare le vite altrui, torturare, ammazzare, inquisire. Forse per Yarbes era normale, non per lei.
Monica era un’agente della CIA e, in quanto tale, non aveva mai disobbedito a un superiore, dimostrandosi sempre ligia al proprio dovere; ciò, tuttavia, non le impediva di mantenere una posizione etica e di essere scettica nei confronti di azioni che, dentro di sé, giudicava riprovevoli.
Per Yarbes provava sentimenti contrastanti. Un tempo lui l’aveva derisa, sostenendo che non era riuscita a resistere al solletico ai piedi che le aveva praticato la spia russa, Aglaja. Non era vero. Baba Yaga, il nome in codice di Aglaja, non era interessata a quelle sciocchezze, aveva una mentalità molto più pratica. Monica non aveva subito il solletico, bensì torture assai peggiori, ripetute scosse elettriche e il terribile waterboarning.
Yarbes si confondeva con Nicole Parker, una ex collega che in Cina aveva patito quel supplizio e che in seguito si era uccisa. (Ma i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa). Yarbes era intransigente con chi tradiva, e Monica, comunque la si volesse mettere, aveva tradito.
Poi, però, Martin l’aveva difesa davanti alla commissione disciplinare della CIA. Era un uomo enigmatico, apparentemente privo di emozioni. Imperscrutabile… come Matrioska.
Monica aveva visto morire John Lodge davanti alla sua casa, e dato che ciò era successo a causa della sua debolezza non si era mai veramente perdonata; aveva ucciso Aglaja e Matrioska: ma nessuno di questi fatti, per vari versi devastanti, era paragonabile alla morte di Nadiya.
John Lodge era stato un valido compagno d’azione e un amore mancato, Aglaja una spietata serpe, Matrioska un uomo insondabile che, in altre circostanze e se lui fosse stato diverso, avrebbe potuto amare.
Nadiya in teoria sarebbe dovuta essere la sua carnefice, in realtà era diventata la sua schiava, e poi, forse, il talismano che avrebbe saputo rendere i suoi giorni felici. Si era sacrificata per lei, e non esiste al mondo una prova più grande dell’amore vero.
Se Yarbes era freddo e cinico, Monica era diversa.
Forse debole, forse troppe volte insicura. Guardò a lungo la donna russa che le aveva donato tutto: il suo cuore, la lealtà per l’Unione Sovietica, i suoi sogni. Sadica? Masochista? Parole sciocche, vuote, prive di significato, a fronte del sentimento che era nato e si era sviluppato fra loro. Più sincera Nadiya, più calcolatrice Monica, e questa consapevolezza rendeva il suo strazio maggiore.
Si inginocchiò accanto alla salma e continuò a piangere.
Per qualche motivo, si soffermò ancora a riflettere su Martin. Forse perché dopo Lodge, dopo Nadiya, rappresentava il suo ultimo appiglio. Era più ciò che li divideva di ciò che li accomunava; però entrambi amavano la natura (Yarbes le aveva svelato il suo sogno giovanile di diventare guardiacaccia), servivano la loro patria e avevano sempre considerato il comunismo come il principale nemico da sconfiggere. E, forse, Martin Yarbes conservava un fondo di umanità, sconosciuto a Matrioska, del quale in ogni caso lei si era invaghita.
Di Yarbes ammirava la forza, la mancanza di paura, il senso di protezione che a volte le infondeva. Se esisteva dell’altro, non lo sapeva. Non ancora, almeno.
Quando si rialzò, raccolse la Tokarev di uno degli assassini e si avviò verso la Duma, camminando come una sonnambula, gli occhi rigati di lacrime e il cuore a pezzi.
A un tratto scorse il maggiore del Gruppo Alpha che puntava una pistola su Yarbes.
Si sentì cattiva, cattiva e spietata, oltre ogni limite.
Pomarev era il responsabile della morte di Nadiya.
Nella piazza la confusione era indescrivibile. Scorreva vodka a fiumi e gli sguardi di tutti erano rivolti allo starets Zosima, che inneggiava al trionfo del popolo e alla sconfitta dei malvagi. Nessuno badò a lei.
Un istante prima che Pomarev premesse il grilletto, Monica appoggiò la canna della Tokarev sulla sua nuca.
Pomarev lasciò cadere a terra l’arma.
“Brava, Squire!”, esclamò Yarbes. “Ora lascia fare a me.”
Tese una mano, ma Monica scosse la testa.
“No.”, disse. “Questa è una faccenda solo mia.”
Martin avrebbe voluto obiettare, ma qualcosa nell’espressione della donna lo dissuase dal farlo.
Monica si rivolse al russo. “Mi segua, maggiore.”
La mente di Yarbes corse a Cannes: anche in Francia Squire gli aveva soffiato il bersaglio, qui però gli aveva salvato la vita. In America era stato lui a salvarla, quando aveva fatto irruzione nel cottage vicino al lago; quindi, ora erano pari. Ma c’era dell’altro. Se sulla Costa Azzurra Monica aveva già ripagato ampiamente il suo debito nei confronti della CIA, a Mosca era andata oltre. Era come se, in una partita di basket, avesse segnato un canestro da tre punti tirando dalla propria area, o realizzato un fuoricampo, in un incontro di baseball. Era una vincente.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Monica e il suo prigioniero si allontanarono.
A circa dieci metri di distanza, due soldati li stavano osservando. Uno era alto e biondo, dai tratti nordici, l’altro, scuro di pelle, sembrava di origini tartare. Il biondo si mosse per tentare di seguirli, ma inciampò. Era completamente ubriaco. “Lascia perdere!”, bofonchiò l’orientale. Anche lui si reggeva a stento in piedi. Dalle mani gli cadde una bottiglia di pessima vodka. Fortunatamente era vuota.        
Squire e Pomarev attraversarono la piazza e imboccarono una strada laterale.
“Fermiamoci qui.”, disse Monica.
Pomarev le rivolse uno sguardo beffardo.
“D’accordo. E adesso cosa pensa di fare?”
“Non lo indovina, maggiore?”
Lui rise. “Le manca il coraggio, americana! Mi consegni la pistola, e sarò clemente con lei.”
Monica ricordò il suo ultimo confronto con Matrioska. Pomarev gli assomigliava: non manifestava il minimo timore, era arrogante e sicuro di sé.
Ma con lui non c’era stata alcuna relazione sessuale.
Poi accadde.
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a  Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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Maggiore Miloslav PomarevDal Daily Telegraph, 31th December 1994
proseguendo in questa breve rassegna dedicata agli avvenimenti più importanti, o comunque degni di menzione, dell’anno che sta per finire, va citata la scarcerazione di Vladimir Aleksandrovich Kryuchkov.
Kryuchkov è stato probabilmente il peggior capo del KGB, l’ex servizio segreto della Russia; egli era sostanzialmente un burocrate, privo di esperienze sul campo, e doveva la sua carriera all’appoggio di Andropov, l’uomo che lo aveva preceduto al vertice di quella che un tempo era forse l’organizzazione più potente del mondo.
Kryuchkov fu uno dei principali artefici del fallito putsch dell’agosto del 1991. Un Colpo di Stato male organizzato, che non tenne in conto il sostegno che il popolo russo avrebbe dato a Gorbaciov e soprattutto all’attuale presidente, Boris Eltsin. Fonti attendibili attribuiscono la liberazione di Kryuchkov al fattivo interessamento di Vladimir Putin
John Wyman

Mentre, davanti al palazzo della Lubjanka, la folla smantellava la statua di Felix Edmundovich Dzerzhinsky, il fondatore della Ceka, accaddero due fatti.
Gli agenti della seconda direzione centrale che avevano seguito Pomarev furono richiamati freneticamente all’interno del Cremlino: un carro armato delle forze “lealiste” lo stava prendendo d’assalto.
Un istante dopo, risuonò uno sparo. Pomarev fu colpito a una spalla. Malgrado fosse stato colto di sorpresa, reagì con incredibile prontezza. Si gettò a terra, si girò e fece fuoco tre volte, in rapida successione. William Weber barcollò e si accasciò al suolo. Morì pochi secondi più tardi.
Il maggiore del Gruppo Alpha si rialzò prontamente, puntando la pistola su Yarbes. “Anglichanin!”, disse con disprezzo. “Pessima mira: ho solo un graffio.”
Yarbes lo fissò. “Noi due non siamo diversi.”, affermò in tono pacato. “Tutti quelli che partecipano al grande gioco sono simili. Obbediscono agli ordini, quali che siano; non hanno il tempo per soffermarsi a riflettere su concetti vaghi quali pietà, umanità, leggi morali. Agiscono.”
Lanciò uno sguardo al corpo inanimato di Weber, quindi aggiunse: “Da parte mia, compagno maggiore, non ho esitato a uccidere un agente dell’FBI, né a mentire a un traditore dell’Office of Security. Si chiamava Dan Capshaw. Prima l’ho torturato, poi gli ho promesso che sarebbe finito in un carcere federale.” Scosse la testa. “Non ho mantenuto la promessa.”
“E’ la sua orazione funebre?”, gli chiese ironicamente Pomarev.
Yarbes ignorò la domanda. “Io non la giudico, maggiore. Come me, fa ciò che le è stato comandato di fare. Ma quello che voglio dirle è che il golpe è fallito. Tutti i suoi sforzi ormai sono vani. La biscia si è rivoltata al ciarlatano. Adesso l’Armata Rossa sta dalla parte di Eltsin. Voi siete finiti.”
“Interessante.”, replicò il russo. “Quello che invece voglio dirle io è che non mi importa minimamente se ha eliminato un traditore e ammazzato un uomo dell’FBI. Per quanto mi riguarda, potrebbe anche aver ucciso Kennedy, se avesse qualche anno in più. La sua filosofia, chiamiamola così, non mi interessa e, riguardo alla nostra azione patriottica, essa non è affatto fallita. Entro domani prenderemo la Duma. Molte teste cadranno. E la sua sarà la prima. Adesso andiamo!”
Gli indicò la direzione. Yarbes si incamminò. Pomarev lo seguì.
Tornarono verso il parlamento. Da lì sarebbero andati a Lefortovo; prima, però, il maggiore intendeva controllare la situazione. Quando furono in vista della Duma, scrutò la folla, si rese conto che ogni tentativo di attacco era cessato e notò i soldati che familiarizzavano con la gente, sempre più numerosa, che era accorsa per occupare la piazza e difendere le istituzioni. Fu investito da una fredda collera.
Guardò allibito i veterani di guerra con le medaglie appuntate sul petto. Alla luce dei fuochi, distinse tre reduci di Stalingrado. Naturalmente erano più numerosi quelli che avevano combattuto in Afghanistan, ma fu la vista dei primi ad aumentare la sua collera. Avrebbero dovuto stare dalla sua parte!
“E’ una causa persa.”, lo provocò Yarbes, voltandosi. “La realtà è davanti ai suoi occhi: non può fingere di non vederla.”
“Bene.”, disse Miloslav Pomarev. “Allora, procediamo.”
Sollevò lentamente la pistola e mirò alla testa dell’americano.

Dal Daily Telegraph, 31th December 1999
Vladimir Vladimirovic Putin ha sostituito Boris Eltsin ed è il nuovo presidente della Russia. Già primo ministro, su nomina dello stesso Eltsin, Putin in passato fu un importante membro del disciolto KGB. Figlio di un’operaia e di un sommergibilista, grazie alla sua indiscussa intelligenza si laureò in Diritto Internazionale alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Leningrado nel 1975. Al termine degli studi fu arruolato dalla prima direzione centrale del KGB. Trascorse cinque anni a Dresda, mettendosi subito in luce a causa delle notevoli capacità organizzative.
Dopo aver conseguito un Master in economia all’Istituto Minerario di San Pietroburgo con una relazione che secondo alcuni traeva spunto da un analogo studio americano, fu nominato presidente del FSB, una delle due Agenzie di spionaggio con le quali Gorbaciov aveva sostituito prima e seconda direzione centrale del KGB, dopo il tentato putsch del 1991.
Putin ha scelto come nuovo presidente del FSB il generale Piotr Ivanovic Lebedev. Quest’ultimo ha vissuto a lungo a Londra e si ha motivo di credere che egli fosse il responsabile della locale stazione del KGB.
John Wyman

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Maggiore Miloslav PomarevLa notte era calda e limpida, ma non silenziosa. Dal piazzale antistante la Duma giungevano le urla della folla inferocita; risuonarono alcuni spari che  presto però cessarono. Si udivano le voci concitate degli agenti della seconda direzione centrale provenire da uno degli ingressi del Cremlino.
Ma non si sentì nessun rumore quando Martin Yarbes fece fuoco, poiché la sua arma era munita di silenziatore.
Un istante prima che l’americano premesse il grilletto, Pomarev si chinò per cercare di individuare chi lo aveva seguito fin lì. Percepì lo spostamento d’aria, causato dal proiettile, che lo mancò per meno di due centimetri.
Pomarev si gettò a terra, la pistola salda fra le mani, senza tuttavia sprecare inutilmente una pallottola. Doveva scoprire dov’era il suo nemico invisibile.
Yarbes soffocò un’imprecazione e sparò di nuovo, ma adesso il maggiore del Gruppo Alpha si trovava al riparo di un grande cespuglio.
Pomarev si allontanò, strisciando.
Yarbes provò per la terza volta, affidandosi all’istinto e mirando in basso. Questa volta il proiettile sfiorò una spalla del russo. Adesso Martin doveva ricaricare il fucile.
Pomarev si rialzò e correndo curvo si diresse verso il Cremlino. Ogni quattro passi, si buttava a terra, rotolava su se stesso e riprendeva a correre, evitando di muoversi in linea retta. Un minuto più tardi raggiunse un gruppetto di quattro agenti del KGB, mostrò loro il suo tesserino e indicò il parco. “C’è un americano.”, disse con calma. “Un uomo della CIA. Prendetelo. Lo voglio vivo.”
A Lefortovo, il cekista venuto da Langley avrebbe scoperto nuovi aspetti della vita. Rispetto a Squire, la sua agonia sarebbe stata più breve, ma non per questo meno dolorosa.
I quattro, armati della Tokarev calibro 9 d’ordinanza, si avviarono cauti verso i giardini Aleksandrovski. Il primo morì tre minuti dopo. Il secondo lo seguì nell’ultimo viaggio a distanza di dieci secondi. Erano abituati a spadroneggiare, a terrorizzare, ad arrestare e a torturare, ma, a differenza dei colleghi di Yazenevo o dei membri del Gruppo Alpha, non avevano l’esperienza necessaria per affrontare un nemico nascosto, non procedevano a ventaglio ed erano perfettamente visibili, quasi fossero sagome di un’esercitazione di tiro al bersaglio.
Miloslav Pomarev, invece, aveva esperienza da vendere.
Camminando silenzioso prese un sentiero che in apparenza si allontanava per poi riavvolgersi come le spire di un serpente, allargandosi e quindi restringendosi, e infine aggirando Yarbes.
I due superstiti si erano sistemati dietro a una panchina e si guardavano ansiosamente attorno.
Yarbes si mosse lentamente nella loro direzione.
E Pomarev finalmente lo vide.
Si portò alle sue spalle, senza produrre il minimo rumore – frutto del micidiale addestramento Spetsnaz – e gli premette la canna della pistola sulla nuca.
“Amerikanskiy”, disse glaciale, “lo sa come è morta la moglie del suo amico, il traditore Tarasov? E come ha finito i suoi giorni la sua complice, Susan Cooper? Oh, niente in confronto a ciò che subirà Monica Squire. Strillerà come un maiale, e morirà avvolta dalle sue feci, dopo aver sofferto in maniera indicibile. E ora, prego, mi segua.”
Yarbes lasciò cadere a terra il fucile.

Se Gennadij Janaev era stato arrestato ubriaco e in lacrime, poco dignitosamente nascosto sotto la sua scrivania, e se Boris Pugo aveva evitato l’arresto suicidandosi dopo aver ucciso la moglie, il Maresciallo Dmitry Timofeevic Yazov, ministro della Difesa dell’Unione Sovietica, forse a causa delle sue origini siberiane, si comportò in modo diverso.
Quando vennero a prenderlo, accolse gli uomini della Milizia con freddezza, e non pronunciò la frase che in seguito gli venne attribuita, e cioè “Sono un vecchio pazzo!” Non era nel suo carattere.
Era un soldato mediocre, ma un uomo coraggioso.
D’altro canto, molte furono le voci che si sparsero, in quei giorni e nei mesi successivi, e molte di esse risultarono infondate, tipiche leggende metropolitane
al pari di varie assurdità che circolano nel web, dall’attentato alle torri gemelle attribuito agli americani, al fatto che Armstrong non calcò mai il suolo lunare, o in ambito marittimo alle congetture più svariate sull’affondamento del sommergibile Kursk.
Yazov seguì i cinque della Milizia senza proferire una parola.

Dresda, in Sassonia, è una città che conta oltre mezzo milione di abitanti. Conosciuta anche come la Firenze sull’Elba per le sue bellezze artistiche, durante la seconda guerra mondiale fu bombardata più volte dagli aerei americani dato che era un importante centro industriale.
Patrick Keynes e Vladimir Putin si incontrarono nella latteria Pfund, da poco riaperta, che si trova al numero 79 di Bautzner Straße. Davanti a un piatto di formaggio e a un bicchiere di latte, Putin espose all’americano i suoi progetti.
In Russia, spiegò, il potere sarebbe passato nelle mani di Boris Eltsin, ma non per molto. Eltsin era sulla strada per diventare un alcolizzato (e quando Boris si recò negli Stati Uniti per una serie di conferenze se ne ebbe la riprova: due agenti dell’FBI avevano il compito di riportarlo in albergo tutte le sere e di metterlo a letto). Perciò non avrebbe retto a lungo. Putin prevedeva di sostituirlo nel giro di qualche anno. Intendeva riformare completamente la Russia, rilanciando l’economia e favorendo il progresso in ogni campo. Dichiarò di essere profondamente democratico e desideroso di una stretta collaborazione con l’America, per la quale provava sentimenti di sincera amicizia. Per questo aveva aiutato l’agente della CIA Martin Yarbes. Poi con nonchalance accennò agli aiuti economici di cui avrebbe avuto bisogno. La Siberia aveva più petrolio dei Paesi arabi e più materie prime del resto del mondo, però mancavano le strutture e la necessaria tecnologia per utilizzare al meglio quelle immense ricchezze. Se Washington gli avesse procurato il sostegno finanziario e tecnologico necessario, sarebbe diventata la principale beneficiaria di tale patrimonio.
Pregò Keynes di riferire tutto questo a Bush.
Keynes, che a Londra aveva avuto un breve colloquio assolutamente riservato con l’ex primo ministro Margaret Thatcher, che aveva conosciuto ai tempi della guerra delle Falkland e dalla quale era stimato, non poté esimersi dal fare un confronto fra i due: quanto la lady di ferro era diretta e spontanea, tanto Putin era freddo e imperscrutabile. Sebbene fosse stato piuttosto esplicito, celava dentro di sé una personalità enigmatica, che risultava impossibile decifrare.
Come una sfinge, pensò l’americano.

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MargaretLa foto che il Bastardo aveva scattato ritraeva un’infermiera, giovane e graziosa. Il suo sguardo rivelava un senso di stupore, tuttavia per uno di quei miracoli che raramente si verificano nel mondo della fotografia, elevandola in quei casi al rango di arte, allo stupore si univa come un senso di serenità, che forse celava amore. Istinto o fortuna, il Bastardo era riuscito a cogliere tutto questo con un unico scatto.
L’infermiera aveva portato le mani al ventre, dove la pallottola l’aveva colpita.
Ma non c’era dolore nei suoi occhi.
L’articolo di John Wyman fece piangere le donne di mezzo mondo e colmò di rabbiosa soddisfazione i lettori maschi per la dettagliata descrizione del linciaggio che era seguito.
Il pezzo non menzionava l’americana che, rialzatasi da terra, nei minuti successivi al barbaro assassinio aveva fissato sconvolta la salma dell’infermiera.
E non c’era una foto che ritraesse le sue lacrime.

La finestra dello studio del vicepresidente dell’Unione Sovietica, Gennady Janaev, era spalancata ma da fuori non arrivava un filo d’aria.
Era una giornata particolarmente afosa e, quando entrarono nell’ufficio, gli uomini della Milizia erano sudati e di pessimo umore.
Si guardarono attorno, perplessi. Janaev non c’era. Eppure, sia la segretaria personale sia le due guardie del corpo avevano ammesso con riluttanza che il compagno “presidente” si era presentato tre ore prima e da allora non era più uscito dalla stanza.
Gli uomini della Milizia, accaldati e stanchi, non avevano nessuna intenzione di farsi prendere in giro. Uno di loro si diresse verso la porta per chiedere chiarimenti, ma a un tratto si fermò.
Aveva udito uno strano rumore. Sembrava un gemito. Proveniva da sotto la massiccia scrivania, posta di lato alla finestra. Si chinarono tutti e videro Janaev rannicchiato sul pavimento con in mano una bottiglia di vodka ormai quasi vuota.
Janaev stava piangendo.
Completamente ubriaco, si rese comunque conto di essere osservato da sei paia di occhi.
“Ho sempre sbagliato tutto nella mia vita.”, biascicò, mentre lo portavano via.

Margaret Beauchamp entrò nello Studio Ovale della Casa Bianca senza alcun timore reverenziale. Non poteva essere altrimenti, considerati il carattere e la brillante carriera che aveva compiuto nella CIA, passando di promozione in promozione, fino a diventare la numero due del settore che si occupava dell’ Unione Sovietica, con la concreta prospettiva di prendere il posto del suo mentore, Patrick Keynes, quando lui fosse andato in pensione.
Margaret era una donna di circa cinquant’anni, ancora attraente sebbene non graziosa, alta e provvista di un seno generoso che non trascurava di mettere in evidenza grazie alle scollature dei suoi abiti. Ma soprattutto era intelligente e determinata.
I cinque uomini la fissarono.
Lei salutò compitamente il presidente degli Stati Uniti, il segretario di Stato, il ministro della Difesa, il direttore della CIA e un generale del Pentagono che non conosceva.
Bush le fece cenno di accomodarsi.
Keynes si trovava a Londra per un incontro riservato con il suo equivalente del SIS, ma Margaret disponeva di tutte le informazioni necessarie.
Il direttore della CIA, William H. Webster, la presentò agli altri, sorrise fra sé notando che Skinner, il Capo di Stato Maggiore, le stava sbirciando il seno, dopodiché la invitò a parlare.
“Signor presidente”, disse Beauchamp, “signori, sono in grado di fornirvi tutte le ultime notizie.”
I cinque uomini si disposero all’ascolto con la massima attenzione.
Margaret Beauchamp aveva lavorato “sul campo” per sei anni, operando prevalentemente in Polonia e in Bulgaria. Parlava correntemente cinque lingue: oltre al polacco e al bulgaro, il russo, il tedesco e l’ucraino, che malgrado gli sforzi di Mosca restava l’idioma nel quale si riconoscevano gli abitanti di Kiev e delle altre città dell’Ucraina.
Margaret aveva svolto tale attività come agente “nero”, cioè senza copertura diplomatica, il che significava arresto, brutali interrogatori e probabilmente morte, nel caso l’avessero scoperta. Avvalersi di agenti privi di copertura non è una forma di sadismo del direttore della CIA: esiste una spiegazione ed è assai semplice. Un “addetto culturale” di un’ambasciata non corre particolari rischi, però non può muoversi facilmente, dato che, dopo essere stato individuato, viene costantemente sorvegliato; questo non vale per chi, almeno in teoria, risulta sconosciuto.
In seguito, Margaret era tornata a Langley, ottenendo la qualifica GS-16.
Sua mamma era cugina, per parte di padre, della moglie di un lord inglese, il quale era stato il più importante editore della Gran Bretagna dell’epoca. A lui si dovevano i capolavori di Thomas Mann, Joyce e Tolkien. Margaret aveva visitato il castello scozzese dove trascorrevano le vacanze i due coniugi, in occasione della sua unica missione in Inghilterra. Era stata mossa dalla curiosità di sapere qualcosa di più sul conto di Monica Beauchamp. Non aveva appreso molto, ma per qualche ragione le due tombe vicine avevano suscitato in lei una forte impressione; se a Margaret era sempre mancato un amore vero – diversi amanti, ma null’altro -, lo stesso non si poteva affermare a proposito della cugina di sua madre. Nel verde delle Highlands si percepiva, come per magia, un sentimento eterno.
Accantonò quei pensieri per concentrarsi su quello che doveva riferire.
Come d’abitudine, si espresse in modo chiaro e conciso. Bush non aveva certo tempo da perdere.
“Gorbaciov ha fatto a pezzi il KGB.”, annunciò trionfante. “Adesso, signor presidente, prima e seconda direzione centrale semplicemente non esistono più. In loro vece, vi sono Srv e Fsb ma con poteri di gran lunga inferiori e sottoposti a strettissimi controlli.”
Bush accolse quelle parole con grande soddisfazione.
“Boris Pugo si è suicidato.”, proseguì Margaret. “La notizia non è ufficiale, naturalmente, però è certa. Janaev è stato arrestato. Pare che fosse ubriaco fradicio e tremante. Non sappiamo ancora se sarà condannato a morte. Gorbaciov sta riflettendo.”
Skinner annuì, soddisfatto. Da sempre era un fautore della pena capitale.
Bush si disse che Patrick Keynes aveva fatto un lavoro formidabile, a partire dall’arruolamento del rezident di Londra, Lebedev.
Al numero dieci di Downing Street il premier britannico pensava la stessa cosa, riferita a William Weber.
In Italia, a Roma, Giulio Andreotti entrò in chiesa per ringraziare il Signore. Un imprenditore milanese prese il telefono e si congratulò con Vladimir Putin. Il russo, benché sconcertato, ringraziò.
“E c’è un fatto ancora più importante.”, riprese Margaret. “Abbiamo saputo da fonti sicure che a breve – questione di giorni – Michail Gorbaciov si dimetterà e sarà sostituito da Boris Eltsin.”
“Il che cambia poco.”, commentò Bush. “E ciò è positivo.”
“Qualcosa cambia, signor presidente.”, intervenne James Baker. “Credo in meglio.” Il segretario di Stato non ignorava che Eltsin era un riformista più convinto di Gorbaciov.
“Infine”, concluse Margaret, “vi è la questione Putin. Domani Patrick Keynes volerà a Dresda per conferire con lui. A quanto risulta – ma ne avremo la sicurezza quando Martin Yarbes presenterà il suo rapporto – Putin ha fatto tutto il possibile per aiutare il nostro uomo. E stando a quello che ha anticipato a Keynes…”
Ma il direttore della CIA aveva smesso di ascoltarla.
Yarbes non si era più messo in contatto con Langley.
Dov’era adesso?, si domandò William H. Webster.
Il suo migliore agente era ancora vivo?

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Maggiore Miloslav PomarevNadiya Nicolajevna Drosdova aveva assistito all’arresto di Monica.
Era meno ottimista di Yarbes.
Come un’ombra furtiva, scivolò dietro ai due uomini del Gruppo Alpha. Nel frattempo, rifletteva. Se anche fosse stata in perfetta forma, non avrebbe mai potuto avere la meglio su un uomo del Gruppo Alpha, e quelli erano due. In quanto a Squire, che procedeva in mezzo a loro pallida come uno straccio, dubitava fortemente che potesse esserle d’aiuto.
Li raggiunse e disse: “Dove la state portando, compagni?”
Il più giovane la osservò e soffocò la risposta brusca che gli era salita alla bocca. Non era autorizzato a rivolgere la parola ai dimostranti, però l’infermierina era molto graziosa, con un’aria di ingenuità mista a malizia che lo intrigava. E forse non stava dalla parte di Eltsin. Si chiese oziosamente perché non si fosse cambiata, prima di uscire dall’ospedale. “In un brutto posto, compagna, che è meglio che tu non conosca.”
“E’ una traditrice?”, gli domandò Nadiya, ignorando Monica ed evitando di posare gli occhi su di lei.
“Americana!”, sibilò l’uomo. “Una spia.”
“Taci!”, fece l’altro, che era immune al fascino dell’infermiera.
“Una spia!” Nadiya guardò per la prima volta Squire. “Mi auguro che la frustiate a dovere!” Poi le sputò in faccia. “Bl’ad’! Ot’ebis’!”, esclamò con rabbia. L’espressione del suo viso era improntata allo sdegno e al disgusto.
“Hai detto bene, compagna.”, approvò il giovane. “Beh, buona serata.”
Se Monica era rimasta stupita dal comportamento di Nadiya, ritrovò subito la presenza di spirito. Parlava correntemente il russo, aveva capito le ingiurie e le rispose per le rime. “Suka!”
Nadiya la colpì con un violento manrovescio.
Monica finì a terra.
“Calma!”, disse l’anziano. Sferrò un piccolo calcio alla donna che giaceva al suolo, ma senza ottenere risultati. Evidentemente, era svenuta. “Hai esagerato.”, disse a Nadiya in tono di blando rimprovero. “Ci stai facendo perdere tempo.”
Lei annuì. E un attimo dopo iniziò a gridare. “Stanno ammazzando un’altra persona! Questa donna”, e indicò il corpo esanime di Squire, “lavora per un’importante azienda farmaceutica. E’ venuta qui, a Mosca, per firmare un contratto che prevede la vendita a prezzi di assoluto favore di nuovi medicinali americani. Medicine per i bambini, per gli anziani. Medicine che in Russia noi non abbiamo. E loro vogliono ucciderla!”
Adesso urlava, paonazza in volto, con voce stridula. “Medicine americane. E questa è la ricompensa! C’è qualcuno, fra voi, che ha il coraggio di salvarla, di difenderla? O siete troppo vili?”
John Wyman, il Bastardo, scattò una foto.
Quella foto sarebbe comparsa su tutti i giornali del mondo.

Sebbene nella stessa Italia siano in pochi a saperlo, i giardini Alexandrovski furono realizzati da un italiano, Giuseppe Bova, su incarico dello zar Alessandro I. Essi corrono attorno alle mura del Cremlino, e lì, fra i ricordi della vittoria su Napoleone e altri cimeli storici, arde una fiamma imperitura dedicata al milite ignoto. La tomba sottostante contiene il corpo di un soldato caduto durante la Grande Guerra Patriottica, nel punto più vicino a Mosca raggiunto dai carri armati degli invasori tedeschi.
Pomarev tornò sui suoi passi, scrutando fra le tenebre. Era certo di aver avvertito una presenza. Sapeva anche che non era una presenza amica; benché non ne fosse del tutto certo immaginava chi potesse essere l’individuo che lo stava seguendo. In questo caso l’addestramento Spetsnaz contava relativamente: Pomarev si era affidato al ragionamento. Un russo, uno degli uomini che presto avrebbe spazzato via dal piazzale antistante la Duma, non avrebbe mai avuto il coraggio di seguirlo. Questo valeva sia per i normali cittadini, sia per qualche traditore dell’Armata Rossa. Tutti vivevano nel terrore del Gruppo Alpha, in misura anche maggiore della paura che incuteva il KGB.
Non gli americani, però.
Bene, se era davvero così, quella notte avrebbe regolato ogni conto in sospeso.
Miloslav Pomarev estrasse la pistola e procedette guardingo, con tutti i sensi all’erta.
A circa cinquanta metri da lui, Yarbes lo osservava attraverso il mirino a intensificazione di immagine. Rispetto al classico mirino a raggi infrarossi, esso ha il vantaggio di poter essere utilizzato in mancanza di una qualsiasi forma di energia. Non può essere usato nel caso di buio assoluto, poiché deve sfruttare almeno una minima fonte di luce; ma questo non era un problema, perché nel parco di luce ce n’era a sufficienza. Il fucile munito di tale congegno era stato nascosto da Sasha in un anfratto del terreno, sotto a una panchina. L’arma, che proveniva dagli Stati Uniti, era un grazioso regalo di Putin.
Yarbes prese accuratamente la mira.

Boris Pugo non fu mai tratto in arresto.
Quando venne informato che la Milizia si apprestava a raggiungere il ministero degli Interni, ripose con calma i documenti che stava esaminando e li chiuse in un cassetto. Lanciò un’occhiata all’ampio ufficio, dopodiché chiamò la segretaria e le disse di far preparare la sua Chaika. L’aria condizionata era regolata al minimo, ma egli non era sudato. Aveva sempre trovato risibili gli americani, che sprecavano energia a tutto spiano, e che, fosse estate o inverno, nel loro luogo di lavoro erano sempre in maniche di camicia.
Fra i quattro principali congiurati, Pugo era il “duro”. Era nato in Russia, benché fosse di origine lettone. Laureato in ingegneria, aveva fatto parte del KGB, prima di diventare presidente della commissione centrale di controllo del PCUS, l’ organismo incaricato della disciplina interna al partito. Quando Gorbaciov aveva mandato l’esercito a Vilnius, Pugo aveva assunto il comando delle operazioni, distinguendosi per efficienza, cioè spietatezza, e la sua nomina a ministro degli Interni era stata accolta con entusiasmo da chi voleva che la Russia continuasse a dominare sull’impero.
Come tutti i membri del Politburo, disponeva di tre abitazioni: un sontuoso appartamento a Mosca, in Kutuzovsky Prospect, la dacia a Usovo e una villa al mare.
Due automobili lo scortarono fino all’indirizzo moscovita. Quattro uomini, i più fedeli, lo accompagnarono all’interno del palazzo, altri quattro si posero di guardia, davanti all’abitazione.
Pugo cenò con la moglie, si concesse una vodka al termine del pranzo, quindi lui e la consorte si ritirarono in camera da letto. Boris baciò la moglie e le augurò la buonanotte.
Quando capì che dormiva, prese la pistola e le sparò.
Poi si uccise.

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CremlinoPomarev aveva cambiato idea riguardo alla donna.
Non l’avrebbe uccisa e gli mancava il tempo per occuparsene personalmente; però aveva trovato una soluzione molto più intrigante: l’avrebbe mandata a Kolyma. Comunque finisse il golpe, se fosse partita quella notte stessa, senza alcun documento che riguardasse il suo arresto e la sua destinazione, nessuno avrebbe mai più sentito parlare di lei.
Avrebbe imparato alcune cose spiacevoli. Lì, vicino al fiume da dove prende il nome il campo di lavoro forzato, nel corso dei decenni erano morte circa tre milioni di persone, soprattutto ai tempi di Stalin. Il gulag si trova nella Siberia orientale e i prigionieri avevano il compito di estrarre l’oro nelle gelide miniere. La sveglia suonava alle quattro del mattino, poi, dopo una misera colazione, i deportati venivano sospinti fuori nel freddo irreale della steppa. Lavoravano fino al tramonto, quando consumavano uno squallido rancio. Per un po’ di cibo a volte si accendevano risse, davanti agli occhi indifferenti delle guardie. Un uomo particolarmente forte poteva reggere anche per diversi anni, una donna difficilmente sopravviveva per più di qualche mese. Ma quei pochi mesi rappresentavano l’inferno in terra. Solgenitsin ha descritto tutto ciò con uno stile asciutto e sobrio nell’imperdibile libro “Una giornata di Ivan Denisovic”. Per quanto possa apparire assurdo e paradossale, Ivan era stato condannato… per essere stato prigioniero dei tedeschi nella seconda guerra mondiale; anziché un merito, questa era una colpa, poiché aveva conosciuto il mondo occidentale. Inoltre, chi poteva dire che avesse combattuto con coraggio?
Sebbene molti scettici, in Europa, prima dell’avvento di Gorbaciov avessero attribuito queste notizie alla propaganda antisovietica, ritenendole delle esagerazioni – nello stesso modo in cui si era finto di ignorare i campi di concentramento nazisti –  esse erano tremendamente reali.
Pomarev reputava che l’americana avrebbe retto almeno per un anno. Quell’anno si sarebbe dimostrato il più terribile della sua vita.
Accelerò il passo, la raggiunse e le posò una mano sulla spalla.
Monica si fermò e si voltò. Lo fissò, impietrita.
“Ci rivediamo, signora.”, disse il maggiore del Gruppo Alpha. Le rivolse un sorriso che non si estendeva agli occhi. “Desidero informarla che lei è in procinto di partire per una splendida vacanza. Andrà in un luogo incantevole che non dimenticherà fino al termine dei suoi giorni.” La perquisì con gesti calmi ed efficienti, trovò la pistola e se la mise in tasca. Quindi impartì un secco ordine e due dei suoi uomini trascinarono Monica verso l’altro lato della piazza.
Miloslav Pomarev tornò a concentrarsi sul compito di occupare la Duma. Si rendeva conto che a causa dei numerosi e continui tradimenti era alquanto difficile. Sarebbe potuto rientrare in caserma per cercare qualche elemento ancora fidato: in fondo non ne occorrevano molti, gli sarebbero bastati cinquanta uomini decisi. Tuttavia l’azione doveva essere immediata. Si era già perso troppo tempo. Il Cremlino era più vicino, e lì c’erano sessanta o settanta fidatissimi agenti della seconda direzione centrale del KGB. Decise di andare nell’antica reggia degli zar. “Aspettatemi qui e vigilate”, disse agli altri otto membri della sua squadra.
Si incamminò, senza accorgersi che Martin Yarbes lo stava seguendo.
L’agente della CIA pensava che Squire venisse condotta alla Lubjanka; l’avrebbe liberata più tardi. Non immaginava il lungo viaggio nella notte dell’anima che Monica stava per intraprendere.
Mentre l’americano e il russo si allontanavano, lo starets Zosima tuonava su un palco improvvisato, a una cinquantina di metri dalla Duma. Deprecava l’assassinio di tre innocenti e invitava il grande popolo russo a resistere a quell’infame tentativo di portare indietro l’orologio della Storia, che invece – affermò con voce stentorea – avrebbe continuato a scandire le ore di un futuro migliore, nella libertà e nella parola di Dio. Agitò l’indice, figura imponente e maestosa. “I traditori cercavano il potere! Bramavano il potere! Ma otterranno il giusto castigo, prima in terra e poi al cospetto del tribunale divino.”
Pomarev gli lanciò uno sguardo colmo d’odio. Non ricordava quello che un giorno Zosima gli aveva predetto; forse, se lo avesse rammentato, sarebbe salito su una macchina per scomparire al di fuori dei confini dell’Unione Sovietica. Più probabilmente, avrebbe continuato la sua battaglia personale.

Quello che Pomarev non poteva sapere era che poche ore più tardi, dopo essersi consultato con Pugo, Janaev e Kryuchkov, Dmitriy Yazov sospese le operazioni e allontanò le truppe da Mosca.
I congiurati erano indecisi sul da farsi. In ogni caso, avevano capito che il colpo di Stato ormai poteva ritenersi fallito. Alla fine, quasi seguendo il consiglio di Weber, si stabilì che il presidente del KGB doveva recarsi subito in Crimea allo scopo di conferire con Gorbaciov.
Le idee, però, non erano chiare. “Bisogna convincerlo a firmare!”, dichiarò Boris Pugo. Kryuchkov scosse la testa. “Non lo ha voluto fare, quando per lui la situazione sembrava perduta. Adesso sicuramente è stato informato. Sa di Eltsin, sa degli ammutinamenti. Non firmerà di certo”.
“Esistono dei metodi per convincere le persone, compagno, e tu li dovresti conoscere bene.”, osservò Dmitriy Yazov, in tono mellifluo. Kryuchkov lo guardò, meditabondo. Andropov non avrebbe esitato, pensò. Ma lui non era Andropov. Fu Gennady Janaev a intervenire, rosso in viso e allarmato. “Per favore, compagni! Siamo già nei guai fino al collo!”
Seguì un silenzio carico di tensione. Se qualcuno di loro stava prendendo in considerazione l’idea di fuggire all’estero, si guardò bene dal dirlo. Presumibilmente, aspettavano prima la reazione di Gorbaciov. In fondo, pensavano, era stato trattato con tutti i riguardi. Lo avevano solamente isolato, senza torcergli un capello.
Di norma, un naufrago si aggrappa anche al più sottile fuscello.
Peraltro, nessuno dei quattro ignorava che il fuscello in questione era quasi trasparente. Il riformista Gorbaciov era lo stesso uomo che aveva inviato l’Armata Rossa a Vilnius, in Lituania.
“Cosa dice il compagno Putin?”, domandò Pugo.
“Non lo sento da giorni.”, rispose Kryuchkov. Mentiva. Si erano parlati al telefono e Putin gli aveva promesso che lo avrebbe aiutato, a patto che si mostrasse ragionevole e accettasse la sconfitta. In seguito, Putin mantenne la parola; ma nel corso della telefonata non aveva esteso la sua benevolenza agli altri congiurati.
L’ultima parola spettò al “successore” – molto momentaneo – di Gorbaciov, Janaev. La sua proposta, quella di patteggiare con il segretario generale, venne accolta, benché fosse alquanto vaga.
Accompagnato da alcuni funzionari, Kryuchkov salì sull’aereo, ma quando giunse a Foros, Gorbaciov si rifiutò di incontrarlo.
Le trasmissioni erano state perfettamente ristabilite. Il segretario generale del PCUS si mise in contatto con Mosca, ordinando l’arresto del ministro della Difesa, del ministro degli Interni e del vicepresidente: Yazov, Pugo e Janaev.

Il Cremlino, che significa fortezza, è uno spettacolare insieme di costruzioni, delimitato da un muro alto quindici metri e lungo due chilometri, su cui si ergono venti torri. Una vasta parte è aperta alle comitive dei turisti, i quali possono visitare cattedrali, sontuosi saloni, tutto quello che ricorda il tempo degli zar.
All’interno di questa zona “libera”, sorvegliati notte e giorno, si trovano gli uffici dove viene gestito il potere: la sede del Politburo, il massimo organo dell’Urss, e quella del Consiglio dei Ministri, istituzione assai meno importante. Poi, al di là  di interminabili scalinate e di altri immensi saloni, che racchiudono un’infinità di tesori, dagli specchi scintillanti ai quadri di valore inestimabile, alle statue a grandezza d’uomo, ad armi antiche e ad autentiche carrozze di ogni epoca, sono situati i locali personali del segretario generale del PCUS, posti di fronte all’ambasciata britannica.
Pomarev raggiunse una delle tre porte, la porta Borovitski, sul lato occidentale. A un tratto si fermò, si girò e scrutò in direzione dei giardini Aleksandrovski.
Sembrava una belva che, nella notte, abbia fiutato l’odore della preda.

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Martin YarbesIl presidente del KGB scosse la testa. “Lei non è un semplice funzionario dell’ambasciata britannica: lei appartiene al SIS e ha un grado elevato.”
Weber chinò il capo sorridendo. “Non poi così elevato.”
Kryuchkov non rispose al sorriso. “Una spia inglese”, lanciò un’occhiata di fuoco a Lebedev, “e un traditore! Nel mio ufficio! Comunque, la ascolto. Ma sia breve.”
Weber annuì. “Sarò estremamente breve. In tutta onestà, io credo che le sue intenzioni siano sincere e che ciò che ha fatto risponda al desiderio di migliorare la situazione economica e politica dell’Unione Sovietica; tuttavia ha tralasciato un fattore molto importante. Il popolo sta dalla parte di Gorbaciov, e di Eltsin. E questo vale anche per il Gruppo Alpha, nonché per vasti settori dell’Armata Rossa. Quello che è successo davanti alla Duma ne è la prova. Si sarà chiesto perché le sue guardie del corpo non mi hanno fermato. La risposta è semplice. Hanno ricevuto una telefonata che li informava dell’unica conseguenza cui stavano andando incontro: la pena capitale. E hanno deciso di andarsene, in modo da dissociarsi dal colpo di Stato.”
Weber fece una pausa. Lebedev lo osservava con uno strano sguardo. Il viso di Kryuchkov era una maschera impenetrabile.
“La persona che ha parlato con i suoi agenti”, riprese Weber, “è in grado di salvarle la vita. Ma a un patto. Che salga subito su un aereo e vada da Gorbaciov. Il golpe è fallito, compagno presidente.”
“E chi sarebbe questa persona?”, domandò freddamente Kryuchkov.
“L’uomo che un giorno avrà in mano la Russia.”
“Eltsin?”
“Oh, no.”, disse Weber.
Con un cenno della mano Kryuchkov li invitò a uscire dallo studio.
Rimasto solo, fissò a lungo un punto imprecisato della parete.

Tali affermazioni erano però quantomeno premature.
Di lì a breve Janaev dichiarò lo stato d’emergenza. Per motivi che sfuggono alla comprensione il telegiornale di quella sera trasmise le immagini di Boris Eltsin che balzava sul carro armato e arringava la folla: forse l’intento era quello di screditarlo; ma certamente raggiunse l’effetto opposto. Alcuni membri minori del GKChP (Comitato di Stato per l’emergenza) accolsero con allarme la notizia che il maggiore Evdokimov della Tamanskaya si dissociava dall’operato dei golpisti. Non così Yazov e Pugo, i ministri della Difesa e degli Interni. Ci fu una riunione che si protrasse fino a notte inoltrata, nel corso della quale un Kryuchkov visibilmente turbato dalle parole di William Weber fu convinto a procedere.
Il venti agosto, a mezzogiorno, il generale Kalinin annunciò il coprifuoco nell’arco di tempo compreso fra le dieci di sera e le cinque del mattino dopo.
Era il segnale.
Nel pomeriggio di quel giorno si decise l’attacco finale alla Duma.
Malgrado le defezioni, il GKChP poteva contare sul Gruppo Vympel, sugli elementi del Gruppo Alpha rimasti fedeli a Pomarev, su tre compagnie di carri armati con il supporto degli elicotteri.
L’assalto era previsto per le due di notte, quando la gente che difendeva con barricate e armi di fortuna l’edificio che ospitava il parlamento sarebbe stata stanca e demoralizzata. Scarseggiavano cibo e acqua, anche se circolava qualche bottiglia di vodka. Soprattutto mancavano mezzi adeguati. A prima vista non sarebbe stato un problema occupare la Casa Bianca e conquistare definitivamente il potere, senonché si avverò ciò che aveva previsto Weber. Gruppo Alpha e Vympel si rifiutarono di muoversi dopo che tre civili erano stati uccisi.
Poi i primi veicoli corazzati comparvero, avanzando lentamente.
Ne seguirono molti altri.
Le sagome minacciose dei carri armati circondarono da ogni lato la Duma. La vista di un carro armato ha sempre un effetto terrorizzante e il panico si diffuse rapidamente. Qualcuno pensò bene di eclissarsi, ma la maggioranza non si mosse.
I mezzi corazzati presero posizione.
Sarebbe stato un massacro, ben più terribile di quando le truppe zariste avevano sparato sulla folla che chiedeva pane e giustizia.
Tuttavia, quando venne impartito l’ordine di fare fuoco, i carristi non obbedirono. Non erano afghani o ceceni gli uomini e le donne che avrebbero dovuto sterminare. Era il grande popolo russo.
La notizia giunse ai capi del GKChP.
Yazov era intenzionato a insistere.
Kryuchkov vacillava e fu il primo a cedere.

Davanti alla Duma, confuse nella folla, si trovavano quattro persone.
Due erano americane. Martin Yarbes aveva lasciato il rifugio di Sasha, dopo aver trascorso ore intere al telefono e al laptop. Aveva pianificato l’intervento di Weber e sollecitato Putin a chiamare la Lubjanka per minacciare le guardie del presidente del KGB. Vladimir si era limitato ad annunciare l’arrivo imminente di Gorbaciov, e questo era stato sufficiente per mettere in fuga gli agenti della seconda direzione centrale.
Yarbes aveva contattato più volte Patrick Keynes, il quale si affrettava a far giungere le notizie a Bush.
Sasha aveva mandato dieci energumeni armati fino ai denti per scortare Weber e Lebedev fuori dall’edificio, mentre Martin informava l’inglese in tempo reale che la strada era libera. Se anche Kryuchkov avesse voluto fermarli, al momento non era in grado di farlo.
Sebbene fossero passati molti anni da quando Yarbes era un hacker, e benché la tecnologia nel frattempo si fosse rapidamente evoluta, egli si era sempre tenuto aggiornato ed era ancora un mago del computer. Prima di uscire dalla casa sicura di Sasha, riuscì a collegarsi con la Crimea e trasmise le notizie che voleva che Gorbaciov apprendesse.
Fu lui a scorgere l’uomo armato, seguito da una decina di irriducibili, che scrutava rabbioso la folla. La sua figura spiccava inconfondibile nella luce dei fuochi che illuminavano la piazza.
Era il maggiore Miloslav Pomarev del Gruppo Alpha.
A poche decine di metri dall’agente della CIA, una donna scarmigliata e dall’aspetto esausto osservava ciò che stava accadendo. Malgrado le sofferenze patite, la paura, l’ansia e i dubbi che l’avevano attraversata, un osservatore attento avrebbe notato che era comunque una donna attraente, né gli sarebbe sfuggita l’espressione decisa che trapelava dal suo sguardo – l’espressione di chi ha rinunciato ai timori per affrontare la realtà. C’era tempo per soffermarsi a meditare sul senso del suo lavoro, su concetti relativi all’etica e alla giustizia: ma non era quello il momento. Se era stata Magdalina a convincerla a recarsi a Mosca oppure il suo orgoglio non è dato saperlo. Forse entrambe le cose.
Mentre si faceva largo per avvicinarsi alla Duma, Pomarev la vide e la riconobbe immediatamente.
Per qualche ragione, la riteneva responsabile di quanto stava succedendo.
Si diresse verso di lei.
Le altre due persone erano un cittadino inglese, fuori di sé per l’entusiasmo, e una giovane russa leggermente claudicante.
Il Bastardo sapeva che l’indomani sarebbe diventato il giornalista numero uno della Gran Bretagna, e non solo: la sua fama avrebbe varcato l’oceano.
Nadiya aveva lo strano presentimento che Monica Squire fosse lì, da qualche parte, mentre nella notte i carri armati vigilavano, e il mondo tratteneva il respiro.

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Pavel Sergeevic GracevPer alcuni la noetica è una nuova entusiasmante scienza, l’ultima frontiera dell’uomo, più importante della conquista dello spazio. Per molti è un confuso miscuglio di esoterismo, magia e New Age a buon mercato.
Fra le “rivelazioni” di tale disciplina ne rientrano due, la prima delle quali alquanto sconcertante: l’anima possiede uno spessore materiale, non è cioè puro spirito. Sembra che sia stata “pesata” grazie al contributo di una persona morente e a macchinari fantascientifici. Non esistono prove al riguardo.
La seconda “rivelazione” prende in esame il pensiero collettivo in presenza di un avvenimento che colpisca l’immaginazione di una vasta parte di una popolazione o di più di una. La morte di J.F. Kennedy, Neil Armstrong che cammina sulla superficie lunare; molti anni dopo, l’attentato alle due torri. Il pensiero di una moltitudine concentrato sullo stesso fatto produce reazioni concrete, fisiche.
Un cultore di noetica avrebbe interpretato in questo modo la reazione della folla alle parole di Eltsin. Mentre sopraggiungevano uomini, donne, vecchi, ragazzi, quasi magicamente richiamati dall’appassionato discorso di Boris, la popolazione moscovita raccolta davanti al parlamento cominciò a erigere barricate; ma elevò anche un muro diverso, metafisico, davanti ai carri armati che affluivano sempre più numerosi, e condizionò la mente dei soldati.
In realtà, esiste una spiegazione più pratica. Il golpe era stato preparato in maniera perfetta, tuttavia soltanto a livello tecnico. Tempi d’azione, dislocazione delle forze speciali, l’impiego delle divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, il raid in Crimea per mettere fuori gioco Gorbaciov, la costruzione di 250.000 paia di manette.
Non si era tenuto conto, però, di un fattore importante: l’umore del popolo russo. La maggioranza approvava le riforme del segretario generale, condivideva l’apertura al mondo occidentale, non rimpiangeva il clima di cupa paranoia dei tempi di Andropov. Benché qualche anno più tardi diverse opinioni sarebbero cambiate, in quell’estate del 1991 la maggioranza desiderava libertà, benessere, liberazione dai lunghi tentacoli del KGB che tutto controllava, facoltà di esprimere la propria opinione. Ciò che Gorbaciov stava realizzando o almeno tentando di fare.
Inoltre, Boris Eltsin aveva dato un’impressione ben diversa dal tentennante Gennadij Janaev, e questo aveva infuso coraggio e determinazione.
E, indotta o meno dal pensiero collettivo, la reazione ci fu.
Alcuni mezzi corazzati si posero in difesa del parlamento con le armi puntate verso l’esterno.
Il Gruppo Alpha, compatto, si rifiutò di sparare sulla folla.
Il generale Pavel Sergeevic Gracev dichiarò che non avrebbe eseguito gli ordini e si schierò dalla parte di Eltsin. Pochi mesi più tardi Boris lo ricompensò nominandolo ministro della Difesa. Gracev non diede grande prova di sé: durante l’invasione della Cecenia, quando ordinò il fallimentare attacco alla città di Grozny era completamente ubriaco. In seguito, Eltsin lo allontanò. Grachev concluse la propria carriera accusato di corruzione nonché di essere il mandante dell’assassinio di un giornalista che aveva indagato su di lui. Il tribunale, comunque, lo assolse. In ogni caso, il suo appoggio alla causa di Gorbaciov fu di notevole importanza, visto che aveva combattuto in Afghanistan ed era uno degli ufficiali più influenti dell’Urss. Infatti, il suo esempio fu seguito da altri.
Miloslav Pomarev si allontanò furioso per conferire con il maggiore generale Viktor Karpuchin, suo superiore diretto. Lo seguì un esiguo gruppo di fedelissimi.

Da un telefono protetto situato in una delle case sicure di Sasha, Yarbes riferiva gli avvenimenti a Patrick Keynes, il quale era in costante contatto con il direttore della CIA. A sua volta, William H. Webster comunicava le notizie a Bush.
Sasha aveva interpellato Putin. Era irritato per la nuova comparsa del cekista americano, ma da Dresda Vladimir gli aveva ordinato di obbedire all’agente della CIA e senza fiatare. Sasha fece buon viso a cattivo gioco e consegnò i suoi preziosi laptop a Yarbes e Weber. Lebedev e l’inglese poi si erano diretti alla Lubjanka, mentre Yarbes si era installato nell’abitazione. Sasha mandò i suoi uomini alla Duma: venne organizzata una catena umana che in tempo quasi reale forniva i dati relativi all’evolversi della situazione. Che al momento era di stallo.

Il primo impulso di Nadiya fu quello di scappare.
Avevano capito che non era un’infermiera.
Ma, sebbene fosse stata curata con competenza e avesse in corpo una forte dose di antidolorifici, non era certamente in grado di correre. Si voltò lentamente. I due agenti la fissavano. Nadiya si domandò quale sarebbe stata la punizione. Scrollò le spalle. Niente in confronto a quanto avrebbe dovuto subire al momento stabilito da Pomarev. Era perfettamente a conoscenza dei metodi che venivano usati a Lefortovo. Poteva solo augurarsi che eccedessero in violenza, così sarebbe morta prima di impazzire.
Notò che l’uomo più giovane la scrutava con una strana espressione compiaciuta. Era naturale: pregustava ciò che di lì a breve sarebbe accaduto. Nadiya non ignorava che per molti tormentare una bella donna rappresenta una fonte di godimento, e nel novero c’erano anche Monica Squire e lei stessa.
Fu l’agente anziano a parlare. “Ci faresti un piacere, compagna?”
Nadiya gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“Abbiamo fame!”, esclamò lui in tono risentito. “Là fuori giocano alla rivoluzione, credono di abbattere il Palazzo d’Inverno. Potresti dire a qualcuno di mandarci salsicce e pane nero, prego?”
Lei trasse un sospiro di sollievo. I due non avevano guardato in viso l’infermiera, che probabilmente non conoscevano neppure. “Provvederò subito, compagno.”, rispose sorridendo.
Scese la scala con il cuore leggero.
“Mi chiamo Ivan!”, le gridò dietro il giovane.

L’errore che aveva commesso il generale Vladimir Kryuchkov era dovuto alla convinzione, in altri tempi valida, che, poiché era il presidente del KGB, egli era intoccabile. Di riflesso, non aveva tenuto conto che la Lubjanka era pressoché deserta. Gli agenti della seconda direzione centrale erano fuori, per le strade di Mosca, e, sebbene lui non lo sapesse, stavano cambiando idea.
Erano rimaste poche guardie e qualche vecchio funzionario. Al centralino, era scoppiata una crisi di panico, e molti operatori avevano abbandonato spaventati l’edificio. Come spesso succede nei periodi di confusione, giravano, incontrollate, strane voci. Una di esse – peraltro assolutamente infondata – riguardava la divisione Tamanskaya, che stava per arrivare e che avrebbe assalito la Lubjanka.
Ciò permise a William Weber di entrare nel suo ufficio. Kryuchkov era sul punto di congedare Lebedev e guardò sbalordito l’uomo del SIS britannico. Come aveva fatto a entrare nel palazzo e, soprattutto, come era riuscito a giungere fino al suo studio? Dov’erano le sue guardie del corpo?
Lo avrebbe scoperto in seguito e paradossalmente la sua futura riabilitazione dipese proprio da chi aveva fatto in modo che Weber varcasse quelle porte proibite.
Almeno fino a quel momento, Weber non correva eccessivi rischi. Data l’immunità diplomatica, qualora fosse stato arrestato, sarebbe stato espulso dall’Unione Sovietica ma non torturato né ucciso.
Weber alzò le mani con i palmi rivolti verso Kryuchkov. “Sono disarmato.”, disse con calma. “E non ho alcuna intenzione di farle del male.” Indicò la grande scrivania del capo del KGB. “Senza contare che in quei cassetti ci saranno sicuramente una o più pistole. Se lo desidera, mi spari. Come credo saprà, sono un funzionario dell’ambasciata britannica. Le chiedo soltanto di ascoltarmi.”

Miloslav Pomarev osservò in silenzio il maggiore generale Viktor Karpuchin, quindi annuì.
Non aveva mai avuto dubbi.
Ogni operazione presenta qualche incognita. Ma ogni uomo forte supera qualsiasi incognita.
L’indomani tutto sarebbe finito.

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Maggiore Miloslav PomarevDmitry Timofeyevich Yazov si affacciò alla finestra del suo ampio studio, situato all’ultimo piano del ministero della Difesa.
Sebbene i più lo considerassero un individuo mediocre, era stato proprio Gorbaciov ad affidargli quel prestigioso incarico, favorevolmente impressionato dal suo operato in Cecoslovacchia e successivamente nell’estremo oriente dell’Unione Sovietica. Di origini siberiane, aveva comunque combattuto con valore contro la Germania di Hitler.
Tornò alla scrivania e scrutò l’ultimo rapporto che aveva ricevuto. Le notizie erano buone. Secondo i suoi ordini, le potenti divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya stavano prendendo possesso di Mosca; Gorbaciov era agli arresti in Crimea; e il Gruppo Alpha aveva circondato il parlamento.
Il ministro della Difesa dell’Urss era soddisfatto. Il piano, preparato alla perfezione, prevedeva l’azione congiunta dell’esercito, del KGB e del suo braccio armato. Si trattava di reparti superbamente addestrati, che avrebbero obbedito agli ordini e svolto nel migliore dei modi il proprio compito.
Il Gru dipendeva dal dicastero di Yazov, mentre il KGB, che in teoria avrebbe dovuto rispondere al Soviet Supremo, in realtà godeva di vasta autonomia; ma sulla seconda direzione centrale egli avrebbe messo le mani sul fuoco.
Dopo essersi versato una generosa dose di vodka, sollevò il ricevitore e telefonò a Kryuchkov per annunciargli che ormai si trattava di una questione di ore. Poi tutto sarebbe finito.

Come di consueto, per le strade di Mosca c’erano molti anziani, e alcuni di essi guardavano con sgomento ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi, mentre con la memoria tornavano a una terribile estate di cinquant’anni prima.
In quell’estate, i carri armati tedeschi avevano devastato l’Unione Sovietica, fino ad arrivare, ai primi di dicembre, alle porte della capitale.
Lì, però, furono fermati.
Adesso, invece, i poderosi mezzi blindati percorrevano le strade della città, diretti al parlamento, l’unico centro di potere che non era ancora caduto nelle mani dei golpisti. Lo spettacolo, benché agghiacciante, era tuttavia anche vagamente irreale, dato che a fianco dei carri armati transitavano tranquillamente le macchine dei cittadini, persone che probabilmente non sapevano ancora nulla di quanto stava succedendo e che si stavano recando al lavoro. Pensavano che quella fosse un’esercitazione, malgrado fosse strano che si svolgesse proprio nel centro. E se accesero la radio – i pochi che ne possedevano una – non appresero niente di particolare, almeno per diversi minuti.
Infine, Kryuchkov aveva impartito l’ordine di far cessare le riprese televisive e i notiziari: al momento le emittenti trasmettevano musica classica, intervallata ogni tanto da spezzoni del discorso di Janaev, soprattutto i passi in cui rassicurava i Paesi Occidentali sostenendo che le riforme sarebbero continuate.
Nel frattempo, davanti alla Duma, la folla aumentava, e tutti videro l’uomo corpulento che con agilità insospettata balzava su un carro.
Ironia della sorte, pochi anni più tardi quello stesso uomo, dopo aver dichiarato che la pazienza era finita, avrebbe ordinato ad altri carri armati di sparare contro i deputati di sinistra guidati da Ghennadi Zyuganov.
Ma quel giorno il suo intento era assolutamente diverso.
Boris Eltsin parlò senza l’ausilio di un microfono: con voce chiara e ferma, lesse il documento di condanna del colpo di Stato che sua figlia Tatiana aveva battuto a macchina, poi proclamò lo sciopero generale e invitò tutta la popolazione di Mosca a scendere in piazza per difendere le istituzioni e restituire il potere a Gorbaciov. “Questo si chiama folle avventurismo!”, tuonò.
Accanto a lui, il conducente del carro armato, dopo avergli stretto la mano, si era tolto l’elmetto e lo ascoltava. La folla accolse il suo intervento con entusiasmo.
Non così Miloslav Pomarev.
Ma non sarebbe stato certo quel politicante da strapazzo a cambiare il corso degli eventi! Di lui Pomarev sapeva che era ancora peggiore dell’ex segretario generale; i due si erano scontrati fra loro varie volte, ma non perché Eltsin si opponesse alle assurde decisioni di Gorbaciov, bensì per l’esatto opposto: pretendeva che le riforme venissero fatte più in  fretta e non si accontentava della glanost e della perestroika, voleva di più.
Il maggiore del Gruppo Alpha si voltò verso i suoi uomini. “Preparatevi a sparare!”
Capì subito che qualcosa non andava. L’umore era cambiato. Pomarev ripeté il comando.
Nessuno obbedì.
Pomarev sibilò: “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
Lo fissarono in silenzio.
Il maggiore estrasse la pistola e la puntò a caso su uno di loro, un sergente.
Il sergente lasciò cadere per terra il fucile.

Quando gli comunicarono che il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev si era presentato a rapporto, Kryuchkov accolse la notizia con fastidio. Lo aveva convocato lui, è vero, ma il rezident di Londra era in ritardo e, in ogni caso, l'”arruolamento” di Patrick Keynes era l’ultima cosa che lo interessava in quel momento. Nonostante le rassicurazioni di Yazov, si sentiva inquieto. Se poi, stando alla denuncia della segretaria, Lebedev era veramente colpevole, ormai questo contava poco: Gorbaciov era fuori gioco. Di cosa avrebbe potuto informarlo Lebedev che l’ex segretario non sapesse già? In altre circostanze gli avrebbe rivolto alcune domande, ciò che Novikov e Golubev avevano tralasciato di fare. Perché non aveva informato subito il suo superiore quando era avvenuto il primo contatto con l’americano? Per quale ragione si era attardato a stendere un rapporto che avrebbe dovuto preparare già a Londra? E dal tenore delle risposte avrebbe capito se il colonnello mentiva.
Ma la sua mente vagava in tutt’altra direzione.
Ciò nonostante, acconsentì a riceverlo, trascurando un fatto importante che un uomo più accorto di lui avrebbe invece preso in considerazione.

Nadiya Nicolajevna Drosdova trasse un profondo respiro e raggiunse i due agenti della seconda direzione centrale. Contava sulla circostanza che poiché svolgevano quel noioso compito a turni era pressoché impossibile che conoscessero tutte le infermiere. Inoltre, quasi certamente non conoscevano lei. Per contro, avevano visto passare l’infermiera soltanto pochi minuti prima. Non era detto, però, che l’avessero osservata con attenzione, intenti com’erano a parlare del colpo di Stato. L’agente più anziano stava scuotendo la testa. Nadiya lo sentì dire che  Kryuchkov aveva commesso un grave errore. “Non è mai stato un genio.”, affermò. “Neppure quando comandava a Yazenevo. A quei tempi, Andropov lo bacchettava spesso. E’ un mistero che sia diventato presidente del KGB.”
L’altro, invece, sprizzava fiducia ed entusiasmo. Fu lui ad aprire la porta per consentire a Nadiya di uscire.
La giovane si allontanò di qualche passo con il cuore che batteva forte. Non poteva muoversi con scioltezza: sperava che non se ne accorgessero. Davanti a lei c’era la scala che l’avrebbe portata al piano inferiore. A quel punto, andarsene dalla Lubjanka non sarebbe stato un problema. Immaginava che l’edificio fosse semivuoto. La gran parte degli agenti era fuori, in azione, e i pochi che erano rimasto a presidiare la Lubjanka sicuramente seguivano ciò che stava accadendo. Nessuno avrebbe badato a lei.
La mossa successiva sarebbe stata rintracciare Monica Squire, il che peraltro era più facile a dirsi che a farsi. Intanto, comunque, sarebbe stata libera.
Si sforzò di camminare con calma, senza affrettare il passo.
Mise un piede sul primo gradino.
“Un momento!”, la fermò l’uomo più anziano.

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