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Posts Tagged ‘storie di vita’

Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e quindi spedì il manoscritto a sei differenti Case Editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro tra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili era pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca; rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

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UNA GIORNATA DI YASSEF

Questo racconto è stato già pubblicato, una vita fa, sulla piattaforma Splinder, che il Signore l’abbia in gloria; in seguito, l’ho riproposto qui, su WordPress, apportando soltanto minimi cambiamenti.
Mi è capitato di rileggerlo, e mentre procedevo nella lettura avvertivo come un senso di disagio… sì, tutto sommato, la storia mi piaceva, era oltremodo attuale e, perdonate la modestia, non era poi scritta tanto male. Però, mancava qualcosa: mancava quel “quid” che la rendesse meno piatta, meno compitino svolto con uno sguardo rivolto alla finestra per osservare i prati rivestiti di verde, spostandolo poi verso il cielo limpido e le rondini, con in bocca una gomma da masticare; il classico compitino, diligente finché si vuole, ma che compitino resta.
Sicché ho deciso di postarlo nuovamente, però con alcune aggiunte che reputo importanti. Il racconto è lo stesso, il protagonista anche, e la vicenda si svolge esattamente come nella prima stesura (Yassef non fa nulla di nuovo o di diverso). Con una differenza: adesso mi sembra più completo, più ricco, più aderente al quadro che, a suo tempo, decisi di tracciare. Mi auguro che questa nuova versione notevolmente ampliata vi piaccia. Buona lettura 🙂

Yassef si svegliò poco dopo l’alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto della sudicia locanda. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò un pensiero appassionato a Jasmine.
Ricordava bene l’ultima notte che aveva trascorso con lei. Avevano dormito abbracciati. Alla prima luce del giorno, il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef aveva percorso con gli occhi quel superbo corpo bruno, con calma, quasi lo stesse riprendendo con una telecamera: era partito dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, però estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell’anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L’aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Lei non immaginava che sarebbe rimasta sola, e questo gli faceva male al cuore.
Yassef aveva girato attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Sarebbe cresciuto libero, sano e forte. Aveva esaminato a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire per sempre nella memoria, poi con un profondo sospiro aveva lasciato la stanza ed era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Ora, comunque, non doveva pensare a loro.
Dopo essersi lavato con estrema cura, dedicò molti minuti alla preghiera, si vestì, e senza voltarsi uscì nella strada di Tel Aviv.
Benché fosse ancora inverno, faceva già caldo; un’umanità affaccendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell’autobus.
Il sole era apparso, a est, e preannunciava un’altra giornata afosa; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l’umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un’altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c’era più spazio per la compassione, non importa a chi fosse rivolta.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Questo era stato l’insegnamento che, stranamente, non gli era stato impartito da un fratello di fede: la volontà di agire, la forza necessaria per separare la distanza che intercorre fra pensiero e azione, la messa in pratica di un proposito destinato a non rimanere solamente vaga teoria, come un sogno che all’alba sbiadisce, il passo non seguito da un secondo passo, per calcolo, convenienza, incertezza o paura. Era un confine a un tempo sottile e incalcolabilmente arduo da superare. Non per lui.
Aveva imparato la lezione da Jock (sicuramente, quello non era il suo vero nome), un provisional irlandese, che mangiava bacon in abbondanza e beveva fiumi di birra. Jock era stato per un certo periodo nella valle della Beqaa. Jock combatteva gli inglesi, senza l’aiuto di Allah, ma sostenuto da un altro tipo di fede; aveva lottato sino alla fine, quando era caduto crivellato di pallottole in un sobborgo di Londra. Da lui Yassef aveva imparato il coraggio. Per contro, disprezzava Hamas. Parlavano molto, e concludevano molto poco, come del resto gli Stati arabi che fingevano di volerli aiutare ma in realtà non muovevano un dito, terrorizzati com’erano dal Grande Satana. Diffidava dell’Isis e di altri gruppi (bramavano il potere, accoglievano serpi nel seno e non seguivano la via indicata da Allah); aveva ammirato incondizionatamente solo Al Qaeda. Ne aveva discusso con Jock, il quale gli aveva spiegato che anche in Irlanda esistevano divisioni, ma che avrebbero in ogni caso vinto. Possedeva una fiducia incrollabile nella nuova ala dell’Ira. “Devi credere nella vostra causa, sino alle estreme conseguenze: il premio sarà rappresentato dal trionfo, e al diavolo i traditori! Da noi fanno una brutta fine. I bastardi inglesi”, aveva concluso portandosi alla bocca un boccale di birra scura (la valle era simile a un grande bazar: potevi trovare ciò che volevi, dagli alcolici a ogni tipo di arma), “vogliono tenere tutto sotto controllo, gli orologi, il tempo, e non riescono a immaginare che sono destinati alla sconfitta. Lo stesso vale per Israele. Ma bisogna crederci.”, aveva ripetuto. “Crederci veramente.” E Yassef ci aveva creduto; e ci credeva.
All’improvviso, si pose una strana domanda: come avrebbe reagito Jasmine, il più tardi possibile si augurava, quando lo avrebbe raggiunto nel giardino di Allah e lo avesse visto con quaranta vergini? Scrollò le spalle. Erano interrogativi inutili, e forse pure blasfemi. Soprattutto erano domande sciocche. Ciò nonostante, un sorriso gli affiorò sulle labbra. Poi, scandagliando dentro di sé, percorrendo i dedali oscuri che racchiudono pensieri ed emozioni, sovente celati alla parte cosciente dell’intelletto, scoprì, senza stupirsene troppo, che l’idea della ricompensa, delle splendide vergini, gli era sostanzialmente indifferente: Jock, e i suoi amici, erano duri come il ferro, irremovibili e fermi nei propositi, ma non aspiravano ai giardini di Allah, né conoscevano le parole di Muhammad, che riposasse in pace. Mangiavano bacon, bevevano birre. E agivano.
Dopo una seconda sigaretta, arrivò l’autobus.
Yassef salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò di lato in modo che l’autista non potesse vedere quello che faceva.
Una donna lo stava fissando, Yassef distolse lo sguardo. Si spostò di nuovo e si chinò.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Estrasse la parte superiore dell’ordigno.
Mosse lentamente una mano verso un pulsante.
Ce n’erano due: uno giallo e uno rosso. Se avesse premuto il primo, avrebbe avuto quindici minuti di tempo per mettersi in salvo; con il secondo, invece, l’effetto era immediato.
Un grande incendio può nascere a causa di una piccola fiamma tremolante, un luccichio nella notte buia, un’esigua scintilla che trascinata dal vento si propaga sempre più rapidamente; era una cosa che sapevano tutti, ciò che ignoravano era il fatto che proprio quel giorno di sole e del sapore di un’arancia succosa sarebbe stato lui ad appiccare l’incendio, a trasformare il fuoco in purezza. Non che non ci avesse riflettuto. Nei suoi ragionamenti erano balenate mille idee, mille ipotesi, di volta in volta lucide, razionali, oppure sconcertanti e sciocche (la reazione di Jasmine alla vista delle vergini) o ancora stravaganti, senza contare autentiche chimere (un ordigno nucleare più potente del suo che radesse al suolo New York). Da tale caleidoscopio mentale era rimasta esclusa un’unica cosa: un qualsiasi pensiero che riguardasse la sua salvezza personale.
Jock sarebbe stato dello stesso avviso. Jock… gli era sempre sembrato un nome scozzese; forse lo aveva scelto per trarre in inganno gli inglesi, o forse era in memoria di un amico. Malgrado fossero molto diversi, i loro ideali erano simili; ne era scaturita un’amicizia. Cosa contava se Jock beveva grandi boccali di birra? E mangiava bacon in abbondanza? Il fine era lo stesso: combattere contro l’ingiustizia.
Non era la rivolta dei brutti contro i belli, e neppure l’inverso; non gli straccioni contro i ricchi; e nemmeno la voluttà del delirio, della distruzione, dello sgomento. Era di più. Era un viaggio dovuto e voluto, un percorso che lo avrebbe purificato. Sarebbe uscito dagli angusti sentieri dell’accettazione per imboccare un viale, attorniato da alberi alti e verdi, che lo avrebbe condotto fino al mare. Lì avrebbe visto i gabbiani. Da bambino aveva raccolto conchiglie, giocando in mezzo alle onde, sotto lo sguardo amorevole della madre. Ecco! L’amore. Quello era.
Era l’amore che lo sospingeva, non conosceva il Dio dei cristiani (conosceva, però, Gesù e Maria); non aveva mai letto molto, e nel novero non rientrava il poema di Dante (e forse non avrebbe compreso il senso di quelle ultime parole): eppure era proprio l’amore che, simile a un forte vento di scirocco, lo trasportava e lo innalzava. Allah gli avrebbe concesso il mare.
Scrutò la gente intorno a lui. Visi che gli parvero freddi, ostili, come avvolti in una coltre di indifferenza e di sdegnata apatia. Non li vedeva in qualità di vittime. Essi rappresentavano il simbolo dell’oppressione, e i simboli possono essere cancellati. Spazzati via.
Questo gli chiedeva l’amore.
Avevano dei figli? Certo che sì. Ma i bambini israeliani sarebbero diventati adulti israeliani. E il cerchio si sarebbe riformato, come prima, se possibile più di prima. Di conseguenza, non avrebbe ucciso bimbi innocenti, bensì futuri carnefici.
Dall’autobus non poteva scorgere il cielo, tuttavia lo portava con sé. Chissà se Jock lo aveva visto, prima di spirare.
Yassef ora era pronto.
Allah akbar!
Poi, all’improvviso, cambiò idea.
Era meglio aspettare di raggiungere il centro della città. Così ci sarebbero stati più morti. Circa centomila persone, calcolò.
Mancavano quattro fermate.
La mattina era inondata dal sole, poche nubi si inseguivano pigramente e il caldo gravava su Tel Aviv come scaturito da una gigantesca fornace.
Dieci minuti più tardi, Yassef scese dall’autobus.
Percorse un centinaio di metri, quindi si accovacciò, lanciò un’ultima occhiata al cielo e tirò fuori la bomba. Nessuno lo stava guardando.
Con calma avvicinò un dito ai due pulsanti.
Scelse quello rosso.

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Non conosceva i nomi degli alberi, nel senso che non sapeva distinguere l’uno dall’altro, ma questo non gli impediva di amarli.
In quanto al fatto in sé, lo attribuiva alla mancata frequentazione dell’asilo, e tale tesi era suffragata (almeno ai suoi occhi) dalla circostanza che non conosceva neppure i colori, mentre poteva citare tranquillamente quasi tutte le capitali del mondo, tranne quelle proprio recentissime.
Da quando era andato in pensione, ogni mattina alle sei in punto si svegliava, preparava il caffè, faceva una rapida doccia e subito dopo – nelle stagioni calde – o un’ora più tardi – in autunno e d’inverno – usciva di casa, saliva in macchina e si recava nel vasto piazzale circondato da piante, dove avrebbe trascorso l’intera giornata. Anche con la pioggia e, se non era troppa, anche con la neve. Era bello, comunque, soprattutto nei giorni tiepidi e sereni: il cielo blu, il sole che compiva il suo percorso, l’aria frizzante che scendeva dalle montagne. Oppure con il caldo, che lì era sopportabile per via del verde; e c’era sempre una zona d’ombra: bastava spostare l’auto in modo da non esporla direttamente ai raggi del sire celeste, come gli piaceva chiamare il sole. Ad aprile e in altri mesi arrivava ancora con il buio e aspettava con calma la prima luce, e con essa sogni, ricordi e pensieri. Non leggeva e non intavolava discorsi di alcun genere, benché nel piazzale ci fosse quasi sempre un certo viavai. D’altro canto, non si sentiva mai solo, se non in rari momenti nei quali si impadroniva di lui una forma di nostalgia, non sempre attribuibile a una ragione specifica. Si presentava all’improvviso con la delicatezza di un fiocco di neve trasportato dal vento; talvolta invece in maniera quasi brutale. Egli si immergeva allora in quella atmosfera, senza lottare ma, al contrario, lasciando fluire sensazioni che in ogni caso richiamavano uno spicchio, grande o piccolo, di vita.
Il fatto che non conversasse con altra gente, neppure limitandosi a banali considerazioni sul tempo, non significava però che non parlasse in assoluto. Parlava agli alberi. Raccontava di sé, di come si sentiva quella data mattina o di cosa avrebbe mangiato per cena. Parlava di sua moglie, e ciò accadeva quando veniva assalito dalla nostalgia. Gli era stato detto (o forse lo aveva letto su qualche libro) che alberi, piante, fiori, steli d’erba amavano sentirsi rivolgere la parola, purché questo avvenisse con il dovuto garbo, con simpatia e gentilezza.
Poi taceva, e lasciava scorrere i pensieri.
Capitava che tali pensieri ondeggiassero sino a degenerare, da concreti divenissero fantasticherie per ritornare in seguito, senza un motivo apparente, allo stato iniziale, simili a nubi che appaiano improvvise, sostituite presto dall’azzurro immacolato del cielo limpido, dove non trovano posto, almeno per un certo periodo. D’altronde non è un procedimento matematico, da poter calcolare in anticipo e con esattezza, quanto piuttosto un succedersi di cambiamenti, nel tempo come nella predisposizione dell’animo.
Carlo – così si chiamava l’uomo – finiva tuttavia per opporsi a quei mutamenti capricciosi, riconducendo ragionamenti e ricordi là dove voleva, e cioè nella sfera razionale. Sua moglie non era fuggita con un cavaliere errante: lo aveva lasciato a causa di una serie di manchevolezze che alla fine non aveva più tollerato. Ne era consapevole. Da un lato a tratti la rimpiangeva, da quell’altro accettava quello che il destino aveva predisposto per lui.
“E chi è senza colpe, poi?”, si chiedeva retoricamente. Posto che le sue fossero talmente gravi e imperdonabili, lei era forse un angelo sceso dalle stelle, oppure una santa? Non lo credeva. Ciò nonostante, non covava risentimenti; e, una volta inquadrata la situazione in modo per lui soddisfacente (a ciascuno i suoi meriti e le sue colpe), non gli restava che allargare le braccia e dire: “Così è stato, dunque, caro il mio destino.”
Dopo aver pranzato – consumava il pasto in una trattoria all’aperto, lì vicino, che raggiungeva a piedi – intraprendeva una piacevole passeggiata. Sulla sinistra del piazzale, guardando a ovest, c’era un sentiero che si incuneava in un bosco, dapprima solo costeggiandolo, più avanti attraversandolo. La pista terminava davanti a una vecchia chiesa, edificata in tempi lontani, e ormai quasi sicuramente sconsacrata. Di fatto, era sempre chiusa, né aveva mai visto un prete. Tornando alla macchina, accoglieva – anzi, sollecitava, come un affabile padrone di casa farebbe con ospiti graditi – nuovi pensieri, o meglio: brandelli di pensieri. Più tardi li avrebbe ampliati, secondo un certo ordine e in base a una determinata logica.
Quel pomeriggio, un ricordo emerse nitido, senza che lui lo bloccasse; risaliva a quando era giovane. Riguardava un bambino. Era un bimbo biondo, con gli occhi azzurri, i lineamenti del viso fini e delicati, il corpo sottile in via di formazione. In quegli occhi chiari a volte appariva una scintilla, specialmente nei momenti in cui pensava di essere inosservato, da cui trapelava un senso di orgoglio, forse addirittura di superiorità. Questo inebriava Carlo.
Nell’aria calda, benché non propriamente afosa di giugno, sotto una luce abbacinante, che fuori dal bosco incendiava parte dello spiazzo, ricostruì meticolosamente le emozioni che lo avevano travolto allora. Per pagarsi l’università, egli lavorava in un collegio in qualità di prefetto, o qualcosa di simile. Aiutava i ragazzi a svolgere i compiti, manteneva l’ordine nelle ore di studio, controllava che alla sera tutti dormissero. Il bambino biondo lo colpì fin da subito. Era come un incantesimo.
“Il mio non fu un peccato.”, mormorò a bassa voce, sottolineando quelle parole con un’alzata di spalle. Non si trattava di una conclusione nuova: da molto si era già assolto. In precedenza, non aveva mai manifestato, o avvertito, pulsioni omosessuali, e neppure in seguito. Se anche fosse stato così, ma non lo era, ciò sarebbe stato dovuto alla natura, agli ormoni, e quindi in nessun caso aveva commesso un atto indegno. Infine, il bimbo si dimostrò consenziente, ed era in grado di intendere e volere, essendo maturo a dispetto dell’età.
Era comunque un capitolo chiuso, lontano, remoto, sebbene…
Da quel ricordo ne subentrò un altro.
Intanto, era tornato alla macchina. Un uccellino cinguettava da un albero. Lo incuriosiva, perché sembrava che ripetesse sempre “cinque euro, cinque euro”. Sorrise, prendendo posto sul sedile. Il secondo ricordo, benché indissolubilmente legato a doppio filo al primo, era assai diverso. Presentava varie chiavi di lettura. E’ lecito, e corretto, frugare in un cassetto, trovare una chiave e con essa aprire una piccola cassaforte del tipo dei mini salvadanai, da tempo avvolta nella carta di un giornale e trasferita lì il giorno in cui aveva cambiato automobile? E’ giusto, e onesto, scovato un taccuino, sfogliarlo e poi leggere quanto vi è stato scritto? La curiosità, d’accordo, ma queste sono azioni spregevoli, rappresentano una totale mancanza di rispetto, un assoluto disinteresse riguardo all’etica; sono una forma di appropriazione indebita del passato e del privato altrui. E’ una prevaricazione bella e buona. Senza contare che, non essendo destinate alla pubblicazione, le righe in questione risultavano una sorta di telegrafico resoconto, prive di approfondimento, di psicologia, scritte e dimenticate, com’erano.
Questo gesto, questo “furto”, perpretato da sua moglie, portò a una rottura. Lei equivocò, ignorando spiegazioni (peraltro non dovute, e rese soltanto come forma di cortesia). Lei si inventò episodi simili, avvenuti e prima e dopo. Lei attribuì a tutto questo i recenti “fallimenti” coniugali, in realtà dovuti a stanchezza o a preoccupazioni relative al lavoro. Lei, infine, non intese sentir ragioni. “Separazione!”, strillava. “Divorzio.” E quella orribile parola: pervertito! E se la reazione sdegnata fosse stata un trucco, magari per nascondere la presenza di un amante? Già che c’era, gli rinfacciò una vasta gamma di colpe, alcune delle quali inesistenti. Ce n’erano di reali, beninteso, tuttavia la bilancia era in equilibrio, e lui sarebbe passato sopra agli errori di sua moglie, quali che fossero. E al diavolo il cavaliere errante, ammesso e non concesso che esistesse veramente. L’astio era escluso.
Pervertito… quanta luce, invece, in quel bambino, e in ciò che accadde! Una luce che sarebbe potuta provenire dal paradiso. Non semplice sesso, mai!, ma l’unione splendente di due cuori, che purtroppo la vita, le circostanze, naturalmente la famiglia del piccolo, provvidero a spezzare. Sul taccuino, inizialmente, avrebbe voluto riportare tutto questo. Non essendo uno scrittore, aveva finito per lasciar perdere.
Quante chiavi di lettura! E altre ce ne sarebbero, solamente a cercarle.
Carlo scosse la testa con uno strano sorriso.
Ricordava bene i procedimenti mentali che lo avevano accompagnato, fra urla e strepiti.
Se il matrimonio era destinato a finire, ebbene che finisse. Ma un divorzio non era accettabile: carte bollate, avvocati, giudici. Inoltre, la Chiesa lo proibisce, e ogni buon cristiano si deve attenere a regole precise, stabilite in origine da chi “sa”, da chi conosce la verità, ed essa è unica e immutabile.
Non era ubriaco, quando prese la decisione. Poiché lei era risoluta (stava gettando alla rinfusa dei vestiti in una valigia), stabilì in fretta cosa doveva fare, però dopo aver riflettuto. Calcolò le conseguenze, valutò i pericoli, comprese che non ci sarebbero stati rimorsi. In quanto alla nostalgia, alla malinconia, non sarebbe stato diverso in caso di separazione legale.
Scelse anche – in anticipo – il luogo esatto dove avrebbe seppellito il cadavere di sua moglie.

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Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

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DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

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Si allontanarono dalla villa in macchina. Elisa gli aveva tirato un bordo della giacca, invitandolo a seguirla, senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui aveva obbedito. Si erano diretti verso il parcheggio. Per un attimo pensò alle scuse da trovare per aver lasciato la festa troppo discretamente. Sorrise. Forse… sicuramente, anzi, nessuno se ne sarebbe accorto. Avrebbero magari notato la mancanza di quell’efebico essere, quello che gli camminava un passo più avanti. Se avessero visto che se ne andavano assieme, ecco, forse si sarebbero ricordati anche di lui.
Arrivati alle prime macchine, lei si fermò. “Beh? Dove hai parcheggiato?”, gli chiese. Il lago si sfilava al loro fianco come un nastro di feltro scuro. Mauro non sapeva dove andare. Tra la cena e l’albergo, non immaginava cosa fosse la cosa più improbabile. Non che non avesse voglia di sesso, ma non era quello. Non voleva quasi neanche toccarla. Avrebbe voluto piuttosto immergersi nel verde dei suoi occhi e andare in fondo e una volta arrivato là, dove il colore prendeva sostanza, fermarsi a nutrirsi, a banchettare come uno di quei pesci i cui contorni poteva solo abbozzare.
Elisa guardava fuori dal finestrino. Si teneva le braccia al petto come se avesse freddo. Ma non faceva freddo. Le piaceva quella serata. Era sufficientemente opaca. Il paesaggio si confondeva in toni di grigio, una specie di Braque. Sarebbe bastato un filo di rosso, a disegnare una sagoma netta, per rendere impagabile il tutto. Non sapeva ancora che farsene di Mauro. Ma stava per mettersi a piangere alla festa, e questo proprio non poteva permetterselo. Ma non voleva stare tutta la notte a girare come una cretina. Almeno questo, no.
Chi era, poi, Elisa?, si domandò pigramente Mauro. E sono veramente sicuro di anelare a quegli occhi verdi, tanto diversi da altri occhi, del colore delle foglie autunnali?
Dopo le luci di un bar, c’era uno spiazzo non asfaltato che finiva praticamente sulla riva. Mauro rallentò ed accostò. Spense i fari e aprì lo sportello. “Ti va?”, le chiese. Elisa lo guardò per un attimo e scese anche lei, senza dire nulla. A qualche metro da loro c’erano due panchine. Presero possesso della prima e si sedettero accanto. Il lago era così buio, adesso, che avrebbe potuto inghiottirli. Guardavano davanti, oltre il lago, ma la notte aveva cancellato anche il bordo delle montagne. Elisa cominciò a guardargli le scarpe. Nere, con la suola abbastanza alta. Immaginò il corpo di lui, sotto la stoffa del vestito. Doveva essere una carne senza alcuna pretesa, dimenticata, doveva essere ciò che restava di ore di macchina, bugie sul lavoro, discussioni stantie con la moglie. “Ti odio, lo sai?”, gli disse. Passò qualche attimo. “E odio anche me.”. Mauro non le rispose. Non c’erano risposte. Era rimasto fermo, a quelle parole, fermo e immobile come se guardasse il suo cadavere da qualche metro d’altezza. L’unica cosa che riuscì a fare fu di spostarsi accanto a lei, sulla panchina. Non se la sentiva di abbracciarla. Gli bastava sentire il braccio di lei a contatto col suo. La panchina era una zattera, loro erano naufraghi e quella sera e il lago e la loro vita, anche loro, lo erano.
Adesso Elisa stava meglio. Il verde dei suoi occhi s’era riacceso. Aveva un buon profumo, addosso, si tirò le gambe al petto ed annusò il maglione per sentirlo meglio. Magari domani lo avrebbe anche rivisto, Mauro. Chissà. Non aveva fatto neanche caso ai suoi occhi. Magari nascondevano qualcosa, un odore di castagne, una parte di bosco che viveva nascosta da anni, visitata soltanto dalle farfalle e da qualche riccio intimidito. Qualcosa che avesse ancora un po’ di magia.

In realtà, lui aveva un pensiero fisso. Più che un pensiero, un ricordo. Più che un ricordo, un’ossessione. Un’immagine danzava sempre davanti ai suoi occhi, si celava in qualche angolo buio della stanza, quando a tarda ora si decideva a riporre il libro che stava leggendo senza capirlo, e si abbandonava a un dormiveglia composto da brevi momenti di sonno e bruschi risvegli. Questo fino alle prime luci del mattino.
Se poi c’era il sole, poteva ancora andare; se pioveva e il cielo era grigio e intristito, si abbandonava a pensieri foschi, al desiderio inconfessato di non vivere. Non così, almeno. Sole o pioggia, comunque l’immagine non lo abbandonava. Per quanto possa sembrare strano, essa conteneva anche un profumo, più precisamente diversi profumi. Quello di lei, inebriante, l’alito del mare condotto dal Mistral, perfino l’odore dei campi bagnati, e quello del fuoco di legna.
Perché tutto ciò che è bello, che è vivo, che è palpitante di emozioni, perché deve finire? Per quale ragione la magia deve essere sottratta, come per il sortilegio di un negromante malvagio?
Osservò Elisa, e trovò in se stesso un minimo di buon gusto per evitare raffronti, paragoni, che l’avrebbero vista perdente. Ristorante oppure sesso… alla fine il risultato non cambiava. Momenti effimeri, così diversi dall’assoluto. E l’assoluto aveva un nome, un viso, un rimpianto.
Si era interrogato spesso sui motivi che avevano indotto Cristiana a lasciarlo. Poi, aveva preferito lasciar perdere. Se una ragione c’era, egli la ignorava.
Guardò di nuovo Elisa. Conosciuta a una festa stupida, che fino all’ultimo aveva meditato di disertare.
Come aveva conosciuto, invece, Cristiana?
Lo rammentava bene: il ghiaccio della pista di pattinaggio riluceva ai raggi del sole; presto si sarebbe sciolto, ma non ancora. Era rimasto immobile a fissare la ragazza – all’epoca di dieci anni più giovane – che con la sua sola presenza oscurava tutte le altre. Era splendente, come i profili delle montagne innevate, come l’azzurro cupo dell’oceano al tramonto, come una notte scintillante di stelle cadenti.
Poi c’era stato il mare. La campagna fertile e verde, cosparsa di fiori sbocciati all’improvviso. Le città che avevano visitato, musei che racchiudevano impagabili capolavori, stradine sconosciute, imponenti palazzi edificati in tempi lontani, bistrot e pub, grande rouge e birre alla spina, giardini, percorsi da sentieri misteriosi, creati appositamente per loro. Così aveva creduto.
Assaporò il profumo di Elisa. Lo portava con sé la brezza del presente. Una donna indecifrabile, pensò. Ma poi, in fondo, che gliene importava? Non poteva scacciare la sua ossessione; questa si chiamava matematica, fisica, logica. E lui altro non desiderava che crogiolarsi in una teoria di ricordi che lentamente appassivano; ma quando questo accadeva, quando “sentiva” che era sul punto di avvenire, interveniva a colpi d’ascia mentali per impedire che succedesse.
Elisa… ristorante, sesso, solamente un momento fugace, destinato a sommarsi a tutti gli attimi inutili dell’esistenza, quantomeno della sua.
Eppure, quegli occhi verdi. Così differenti dai tappeti di foglie bruciate, dalle suggestioni dei boschi in autunno, dal passato che non tornava. O che, quando tornava, era solo a causa di un sogno che mai si sarebbe realizzato. La figura esile, il modo di muoversi, uno strano senso di contagio. Una malinconia trattenuta, che con il passare dei minuti era parsa svanire, sostituita forse da vaghe aspettative. Ma erano le stesse? Forse non era una donna felice, però poteva diventarlo; e magari, chissà, il destino gli offriva quell’opportunità. Se le sue spalle non erano sufficientemente ampie per scacciare i propri fantasmi, era tuttavia possibile che insieme ci sarebbero riusciti, vicendevolmente, ciascuno a modo suo, senza regole prestabilite. Non per consolarsi a vicenda – sarebbe stato ambiguo, un’illusione, un ingannare se stessi e nient’altro -, ma per intraprendere un cammino nuovo, posto che fosse ciò che il fato prevedeva.
Spostò lo sguardo sullo specchio d’acqua, ora illuminato dalla luna. Da ragazzo, la chiamava la Signora degli Incantesimi. In seguito, aveva cambiato opinione su questa e su molte altre cose.
Esistono magie che si ripetono? Indugiò, in cerca di un responso sensato a un quesito che non avrebbe mai immaginato di porsi. Dopo un attimo, convenne che era meglio non pensare, analizzare, razionalizzare, e via dicendo… seguire l’istinto, ecco!
“Tua moglie?”, gli domandò a un tratto Elisa, rompendo un silenzio che si era protratto troppo a lungo.
Lui si sfilò la vera e scosse la testa.
“Anch’io ti odio, sai?”
Lei lo scrutò, incuriosita.
“Perché?”
Non ci fu risposta.
Soltanto un bacio.
E un anello gettato nel lago.
Provocò un’unica piccola increspatura.
Poi l’acqua tornò tranquilla.

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IL NODO DI GORDIO

Dorme.
Dormire.
Quando una persona dorme non esercita alcun tipo di potere… questo almeno in teoria, perché le cose non stanno esattamente così. Non era un concetto semplice, e non lo erano neppure le implicazioni che esso comportava, ma, benché fosse ancora un bambino, Pippo Bartolomei era molto sveglio, e sicuramente più maturo degli altri ragazzini della sua classe.
Spostò lo sguardo dalla culla alla finestra che dava sul giardino e, oltre la recinzione, sugli alberi che, simili a mendicanti infreddoliti, tendevano al cielo i loro rami ancora parzialmente spogli. Splendeva il sole, però era il classico sole di marzo, bello a vedersi e tuttavia freddo. Il vento da nord contribuiva a rinfrescare l’aria.
Pippo tornò a contemplare il neonato. Marco riposava sereno, protetto dal mondo, amato dai genitori, apparentemente inerme quando invece era proprio lui a determinare i destini della famiglia. E questo ancor prima di nascere. Pippo non aveva dimenticato che dopo l’annuncio, proclamato con espressione radiosa e voce squillante dalla mamma – il padre se ne stava in disparte, appoggiato alla parete, una lattina di birra in mano, il sorriso che affiorava dalle labbra – erano andati persi due appuntamenti, due consuetudini, per lui assai importanti. Il primo riguardava la corsa. Partivano entrambi dal retro, uscendo dalla cucina, attraversavano il prato, varcavano il cancello che delimitava la proprietà e prendevano per il bosco. Seguivano un sentiero a tratti abbastanza agevole, in alcuni punti più impervio, che alla fine conduceva a uno spiazzo circolare dove si fermavano a riprendere fiato. Vinceva sempre lui e non gli dispiaceva, sebbene sapesse benissimo che era la madre a lasciarlo vincere, fingendo una stanchezza inesistente negli ultimi decisivi metri. Poi, seduti su due massi, chiacchieravano di tutto e di niente: Pippo parlava della scuola, di un nuovo film che avrebbe desiderato vedere, di quanto era buffo il vicino di banco, sempre pronto ad arrossire e a vergognarsi di quel rossore e a balbettare per la vergogna. Pippo lo aiutava con i compiti, la madre annuiva come a significare che era cosa ben fatta, dopodiché gli raccontava qualche episodio divertente – la parrucchiera che aveva sbagliato colore e la signora Mizzi che era andata in escandescenze, partendo per la tangente: lacrime, strilli, la latente minaccia di uno svenimento; era comunque un’attrice nata, degna di miglior causa.
Oppure tirava fuori dalla sacca un libro di miti e leggende e, con la bella voce che le apparteneva, leggeva un brano, talvolta un intero capitolo. Fra i tanti, il preferito di Pippo era il racconto di Alessandro Magno e del nodo di Gordio (in ultimo, spazientito, il grande re lo tagliò con la spada).
Ma, in seguito all’annuncio (Habemus Papam, non erano queste le parole del cardinale?), la corsa in mezzo agli alberi era stata soppressa perché avrebbe potuto nuocere a Marco.
E anche un secondo appuntamento era finito nel dimenticatoio. Qui si entrava in un terreno minato, Pippo ne era consapevole nel modo vago in cui molti fatti vengono assimilati e digeriti; è meglio non fare esatta chiarezza, è preferibile vivere il momento senza interrogarsi troppo… vivere e poi scordare, fatta eccezione per il senso di compiuta soddisfazione, di estrema letizia, che si accompagnava a tale rendez-vouz, del quale anche papà era all’oscuro. Accadeva di notte, quando babbo era di turno giù alla fabbrica, non proprio tutte le notti: una su due rappresentava la giusta proporzione, senza peraltro una regolarità di intervalli (due sì, due no, ad esempio) e ciò accresceva il piacere quasi mistico che quella visita nel suo lettino, quella mano leggera ma incalzante, quelle frasi sussurrate dolcemente all’orecchio, gli arrecavano, un dono soltanto a lui riservato, di cui era a conoscenza forse qualche gatto e nessun altro.
A causa di un bimbo non ancora nato, stop alle corse e stop ai palpiti notturni!
Il quadro poi era andato peggiorando. Bastava un pianto per richiamare ambedue i genitori, l’interesse nei confronti di Pippo era via via scemato, i suoi resoconti delle prodezze scolastiche venivano accolti con un interesse che gli sembrava tiepido (o freddo?), e lo stesso valeva per ogni altra attività che lo aveva visto protagonista.
Dormire.
E disporre dei destini di un’intera famiglia.
Così va il mondo, cercò di consolarsi Pippo.
Solo che… solo che sarebbe andato avanti così per sempre, non c’erano prove al riguardo, ma a questo portava una semplice riflessione. Con il passare del tempo il piccolo mostriciattolo (mostrino, lo chiamava dentro di sé) avrebbe preteso maggiori attenzioni e, dato che la sua strada sarebbe stata la medesima del fratello maggiore, le avrebbe di certo ottenute. Comprese la corsa e gli appuntamenti notturni? Sì. Sicuro.
Si traferì in cucina per prepararsi una merenda a base di pane, burro, marmellata, nutella e zucchero. Sorseggiò un bicchiere di latte, osservando oziosamente le piastrelle, i piatti lavati e riposti negli appositi contenitori, gli strofinacci dai colori vivaci.
“Accettare la realtà è sinonimo di intelligenza.”, aveva sproloquiato un giorno la bibliotecaria, mentre prendeva nota del libro che si era scelto. Per poi aggiungere: “L’importante è adeguarsi, e combattere per viverla nel migliore dei modi, non per contrastarla, il che sarebbe comunque inutile.”
Già. Chissà cosa diceva la Bibbia in proposito? Rammentava alcuni brani dell’edizione per bambini che aveva letto, nessuno di essi però affrontava simili problemi. Finì di mangiare, lavò il bicchiere e gettò un occhio all’orologio a parete. Fra dieci minuti la mamma sarebbe tornata, lo sapeva perché a quell’ora alla tv davano il suo sceneggiato preferito e difficilmente avrebbe mancato quell’appuntamento.
E i miei appuntamenti? Dove sono finiti?
Mentre un’idea prendeva vagamente forma in lui – oh, ma solo vagamente! E’ un gioco, no? -, tornò nella camera del fratellino.
Mobili pastello, stickers raffiguranti animaletti e personaggi dei cartoni alle pareti dipinte di un tenue azzurro, la finestra affacciata sul giardino, dove a breve sarebbero comparsi i fiori. La mia stanza era più o meno simile, ricordò. Tranne che io non rubavo niente a nessuno!
L’idea era buona, fu il pensiero successivo; se non si trattasse di un’assurdità (una contraddizione in termini scusabile, considerato il contesto), potrei addirittura metterla in pratica.
Alessandro il Grande stette forse lì a rimuginarci?
Colpito da quella considerazione, Pippo si fermò in mezzo alla stanza, boccheggiando.
Cinque minuti!, lo avvertì una vocina.
E allora?, sbraitò mentalmente.
E allora, e allora… vuoi che tutto torni come prima?
Pippo soppesò la proposta.
Un cuscino, si disse.

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