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Archive for dicembre 2015

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 20.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 7 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Mio padre tornava spesso di notte
il rumore dell’auto mi era amico
svaniva l’incubo di oscure grotte
solo del vento il suono antico
il sole danzava sul mare al mattino
giocare su un prato verde
non conoscevo il sapore del vino
non avrei mai conosciuto l’acido che perde
al Petit Lapin una cena
compivo gli anni in quella serata
di una vita ancora senza pena
a correre scalza sulla sabbia bagnata
mio padre aveva gli occhi grigi come il mare
parlava poco ma narrava fiabe incantate
le fiabe, le fiabe mi diventarono care
e le notti non erano mai ghiacciate
mio padre tornava spesso di notte
ma solo quando ero innocente
poi le stelle smarrirono le rotte
adesso lui è lassù e so che mi sente.

Lassù il Tuo..
forse
insieme al Mio
fra giochi di luci
apostrofi di lune
e sillabe di stelle
e il cielo
al vento narra
la Loro presenza…

Buon 2016 a tutti!

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ANATOMIA DI UN SUICIDIO ANNUNCIATO

negozio_fioriIl ragazzo usava la fionda con crudele determinazione. L’uomo gli si avvicinò e con gentilezza lo dissuase dal continuare. In realtà, il ragazzo avrebbe voluto proseguire perché gli piaceva colpire gli uccelli, abbatterli… tanto a che servivano? Ma anche se con riluttanza si infilò la fionda in una tasca e a passi lenti si avviò verso il limitare del bosco. Sebbene non fosse un vile e sebbene a dispetto dell’età fosse grande e grosso, qualcosa che aveva visto negli occhi di quell’emerito sconosciuto lo aveva convinto, non tanto ad abbandonare il suo hobby preferito ma a rimandarlo a un’altra occasione.
L’uomo lo osservò allontanarsi, poi, quando fu scomparso dalla sua visuale, fissò lo sguardo sugli alberi. Erano quasi spogli, ormai; l’inverno incombeva e presto un bianco abbraccio avrebbe sostituito la straordinaria suggestione dei colori dell’autunno, i tappeti di foglie che rilucevano al sole, i rossi bruniti, le sfumature dorate, le tinte calde, oltre allo scricchiolio delle foglie sotto i piedi. L’uomo amava i boschi e gli alberi, si perdeva in quell’incanto ed era capace di trascorrere intere ore a camminare o anche solo a sostare per immergersi in un mondo che per lui era fatato. Si sedette su un grosso sasso, accese una sigaretta e lasciò che i suoi pensieri corressero liberi, come cavalli selvaggi in una vasta prateria. Ma, benché non fossero trattenuti dalla volontà cosciente, malgrado potessero spaziare ovunque, essi, come sempre negli ultimi tempi, si focalizzarono su un’unica persona, la stessa con cui egli divideva i momenti che precedono il sonno, gli attimi sovente confusi che seguono il risveglio, nell’alba ancora fredda e oscura, le interminabili ore del giorno.
Nel corso di un’esistenza ormai lunga, aveva avuto molte donne, troppe. Una sera, davanti alla quarta birra e a due amici, aveva ripercorso l’alfabeto, scoprendo con generale ilarità che gli mancavano soltanto quattro lettere per completarlo con l’elenco di tutte le sue conquiste.
Ora, invece, non rideva più. Era solo. E lei era irraggiungibile.
Lavorava in un negozio che vendeva fiori. Quando vi si era recato in occasione della ricorrenza dei defunti, gli aveva rivolto parole gentili; e successivamente, tornato grazie a una banale scusa, era riuscito a parlarle per più di un’ora. Avevano parlato di molte cose, scoprendo sensibilità affini, interessi condivisi. Marco, questo era il nome dell’uomo, aveva anche appreso alcuni particolari che tagliavano la testa a un ipotetico toro: Letizia era sposata e aveva tre figli; inoltre era più giovane di ventidue anni.
In altri tempi probabilmente ciò non lo avrebbe dissuaso, ma quei tempi erano finiti, così come il successo, il denaro e le auto di lusso. Era giunto al crepuscolo, ed era un triste crepuscolo, avvolto dalla bruma della solitudine, scandito dalla pioggia incessante delle occasioni gettate al vento.
Poi era arrivata Letizia, cogliendolo di sorpresa.
Un bene o un male?, si domandò spegnendo con cura la sigaretta.
Tornò da lei una terza volta per comprare una pianticella invernale, e si stupì di se stesso poiché si aprì completamente, raccontandole episodi di un lontano passato. Il profumo dei fiori e in sottofondo le note di una melodia di Mozart, unitamente all’arredamento semplice ma ricco di gusto, infondevano un senso di calore. Era bello stare lì e le parole uscivano da sole, come dotate di volontà propria. Letizia lo ascoltò con attenzione. Quella fu l’ultima visita.
Marco si rialzò, dirigendosi a est, nel folto del bosco. Lì scorreva un ruscello che presto sarebbe ghiacciato; scendeva dai monti che si stagliavano nel cielo limpido. Più avanti il terreno digradava fino a un piccolo lago, oltre al quale un sentiero tortuoso portava a una chiesetta abbandonata. Poi il bosco finiva e apparivano le prime case.
Marco era stato sposato. Non aveva mai compreso fino in fondo le ragioni che avevano indotto sua moglie a lasciarlo e adesso lo strazio profondo che aveva provato era stato sostituito da una sorta di limbo dei sentimenti, un sonno della mente spesso visitato da incubi… fino a quando aveva conosciuto Letizia.
Cosa c’è in lei che mi attrae?, si chiese non per la prima volta.
La bellezza? Indubbiamente era bella, però non era quello, non solamente quello almeno. Dopo tutto, era maturato, un po’ tardi forse, anzi: senza forse. Ricordi improvvisi balenarono in lui, simili a frecce scagliate da un arciere provetto. Ragazze che aveva illuso, ignorando il loro chagrin, ragazze che rappresentavano unicamente bersagli raggiunti da aggiungere alla sua collezione. Con la moglie, no, con lei era stato diverso: nessun tradimento, la volontà di provarci sul serio. Però qualcosa non aveva funzionato, forse a causa di un’aridità di sentimenti innata.
Letizia possedeva ben altro, oltre alla bellezza. Lo spirito vivace, l’intelligenza, la prontezza, la sensibilità.
Continuò a camminare. Quando fu in prossimità della chiesetta si fermò di colpo, travolto da un’immagine come scaturita dal nulla. Una spiaggia bianca, un cielo talmente blu da far male al cuore, l’acqua verde, i delfini visibili dopo la barriera corallina, alle spalle un bungalow con una veranda dove poter bere un cocktail con lime alla sera… lui e Letizia.
Rimase stupefatto per l’intensità di quella visione. Il cuore batteva forte. La mente era in subbuglio. Scosse la testa con rabbia, inghiottì quattro Tavor e raggiunse il paese. Entrò nell’unico negozio di alimentari e si guardò attorno. Per fortuna, vide una bottiglia di bourbon, la acquistò e tornò sui suoi passi.
Giunto che fu al laghetto, ne aveva bevuta la metà.
Lanciò un’occhiata in alto, quasi a cercare l’ispirazione giusta; quindi, tracannò un altro sorso.
Vedi, disse a se stesso: niente moglie, nessuna Letizia, e credo che sia quello che mi merito. Quante donne ho fatto soffrire, quanti sentimenti ho calpestato, di quali disgustose colpe mi sono macchiato? La vita ti rende ciò che tu dai, e cosa ho mai dato io? Poco. Molto poco.
D’altro canto, cosa mi riservano queste giornate vuote? Morire si deve morire, che differenza fa il quando o il perché? E’ una mia decisione, no? Portò di nuovo la bottiglia alla bocca. Tre quarti.
Una risata vacua. Sapeva che a dispetto delle sue proporzioni il laghetto era sufficientemente profondo.
Immerse i piedi nell’acqua.
Scagliò la bottiglia lontano.
Uno, due, dieci passi.
Guardò in basso; gli parve di vedere scheletri e teschi ghignanti che gli rivolgevano inviti osceni. Un’allucinazione dovuta all’effetto combinato della benzodiazepina e dell’alcool, si disse. Un vento freddo calò all’improvviso dai monti: Marco rabbrividì. Mani adunche si agitavano sul fondale, cercando di afferrargli le caviglie. L’acqua era diventata torbida, ciò nonostante riuscì a distinguere una specie di botola, oltre la quale si intravedeva un tunnel buio che scendeva, scendeva fino a un baratro fiammeggiante. In quella voragine fisionomie note e sconosciute sembravano fluttuare trascinate da un fiume di sangue. Voci remote lo chiamavano. Marco barcollò in preda alla nausea e allo stordimento.
E poi… feti abortiti, bambini sventrati, donne scarmigliate che con le unghie protese si cavavano gli occhi l’un l’altra, un cavallino frustato senza pietà, cani che guaivano, bimbe che si offrivano orribilmente lascive, e sterco, e lezzo di urina, mostruosità partorite dall’inferno. Dagli anfratti più profondi di tale abominio si levava una coltre di velenosa nebbia, percorsa da artigli che laceravano cuori, speranze, ogni parvenza di luce.
Simile a un condannato che osserva il patibolo che lo aspetta, Marco si perse in quelle visioni. Meglio morire subito!, pensò.
In quel momento una mano si posò con forza sulla sua spalla.
“Eppure hai fatto anche del bene, no?”, dichiarò una voce limpida come una sorgente di montagna. “Me lo raccontasti tu. Quel ragazzo nero cui pagasti il biglietto dell’aereo per permettergli di tornare in Africa in modo che potesse dissuadere i genitori dal divorziare. Ricordi? E la notte trascorsa pregando al capezzale di una persona che stava per lasciare questo mondo. E le persone che hai aiutato. E le opere di bene…”
Incredulo, Marco si voltò.
Non c’era nessuno, però la voce proseguì: “Basta soffrire, Marco! Ti aspetta un futuro molto migliore di quanto tu possa immaginare.”
“Mah…”
“Torna subito a casa!”, gli intimò Letizia.
E lui obbedì.
Vomitò quanto c’era da vomitare e intraprese il cammino del ritorno.
Lungo la strada, un bastardino gli si accodò.

Vi auguro buone feste. Dato il periodo natalizio, “Guerra Totale” e “Caro Diario” torneranno con l’anno nuovo.

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Lady NadiaCARIS Come i miei amici sanno, le mie interviste non sono propriamente all’acqua di rose, perciò ti ringrazio per aver accettato di parlare con me. (Anche se dai tempi di Splinder mi sono addolcita un po’).
NADIA Accetto volentieri anche se con questa premessa non ti nascondo che mi sento un pochino intimorita!
CARIS Prima domanda: sembri un caso più unico che raro. Hai aperto un blog e in meno di un mese eri già piena di commenti quando c’è gente che ci mette secoli per farsi conoscere – se poi ci riesce. Scriverai anche bene, ma il mio sospetto è che tu abbia abilmente sfruttato la tua avvenenza. Nel mondo di oggi dove l’apparire conta più dell’essere l’immagine di una donna giovane e bella cattura l’attenzione generale. Quanto c’è di vero in ciò che ho detto?
NADIA Avvenente? Lo dici perché non hai notato i miei leggiadri baffetti, il mio occhio un po’ strabico e la mia taglia di reggiseno.
Penso che essere carine o presentabili ma soprattutto curate (anche solo evidenziando un particolare nella nostra persona) possa aiutare, si. Ma se non c’è anche altro, specialmente in questo campo, beh, credo che da solo non possa fare la differenza.
I commenti… probabilmente li ho perché ho deciso di approdare nel mondo dei blog per confrontarmi con un pubblico, rispondo volentieri ad essi come farei esattamente con un amico, e poi, sono una insuperabile chiacchierona.
CARIS Da uno a dieci, quanto te la tiri?
NADIA Sette. Me la tiro 7. Ma solo se accanto a me c’è gente che non merita la mia stima. Di solito impiego il mio tempo a migliorarmi e apprendere dagli altri anziché sprecarlo credendo di essere migliore rispetto a qualcuno, anche perché nella scrittura non esiste chi è avanti e chi indietro ma soltanto stili differenti, presupponendo ovviamente delle buone e necessarie basi grammaticali.
CARIS Hai presente il film “Eva contro Eva”? Ecco, la tua collaborazione con Alessandra Bianchi, una scrittrice ormai in palese declino, mi induce a sospettare che la stai usando per farle le scarpe. A pensar male si fa peccato, però…
NADIA Difatti hai peccato. Credo assolutamente che Alessandra Bianchi non sia affatto in declino e ti consiglio caldamente di andare a leggere il suo nuovo romanzo a puntate “Guerra Totale” , sicuramente cambierai idea. Tornando a noi, io non credo di aver “fatto le scarpe” a nessuno, infatti Alessandra, (lo dice chiaro anche la sua presentazione) ama stare scalza nei prati, le camminate nei boschi e correre, é libera e ribelle e non è certo una pivellina che si fa fare le scarpe dall’ultima arrivata.
Ancor prima di collaborare, ci siamo amichevolmente scambiate opinioni relative ai nostri scritti in Facebook. E’ stata lei in quelle occasioni, dapprima ad insistere nell’apertura di un mio blog personale e successivamente a chiedermi di elaborare con lei un primo racconto a puntate. Ne sono rimasta stupita e lusingata anche perché fino a quel momento avevo scritto solamente per me, per qualche amica, e il fatto di poter mettermi in gioco con un’autrice della sua portata mi ha dato forza e tanta tanta soddisfazione.
CARIS Che tu sia vanitosa è fuori questione, ma onestamente che voto ti dai come scrittrice?
NADIA Non credo di riuscire a darmi un voto, di sicuro un 6 per la passione, la grammatica e la struttura. Il risultato è soggettivo e non è giusto che sia io a giudicarlo. La vanità e l’autostima comunque non mi mancano, hai ragione.
CARIS Mi è giunta voce che vorresti scrivere un libro. Ritieni di avere le qualità per riuscirci?
NADIA Mi sto mettendo alla prova. Ho sempre scritto, più che altro racconti e poesie, sin da bambina tenevo un diario che era diventato così zeppo e voluminoso da sfiorare il soffitto della mia cameretta. Mi ero promessa che all’arrivo dell’idea che non avevo mai letto né trovato in nessun libro di quelli che vendo da vent’anni avrei cominciato un romanzo. Non so se devo questa trovata alla conoscenza della nostra amica Alessandra Bianchi, che più volte mi ha donato incoraggiamenti e complimenti, o se tutto questo è una coincidenza del destino… il fatto è che non da molto, questa idea mi è giunta con una forte ispirazione e come potevo non darle ascolto? Ma non ho fretta, non ho obblighi, scrivo soltanto se mi sento addosso la voglia di farlo o mi investe qualche buona idea. Sinceramente sono una persona che si annoia facilmente e penso che gli obblighi uccidano la creatività. E anch’io voglio essere libera di scrivere il libro, un racconto, una poesia o anche solo un biglietto di auguri.
CARIS Ok. Passata la prima “raffica”, entriamo in un merito diverso. A proposito della Bianchi, se tu dovessi scegliere un personaggio dei suoi improbabili racconti, opteresti per: A un’eroina pronta a battersi a mani nude contro i nemici (posto che tu abbia il fisico per farlo), B una fanciulla romantica e vagamente svenevole, C una donna dura pronta a manipolare e soggiogare maschi e femmine?
NADIA la risposta “A” senza ombra di dubbio. Sono forte.
CARIS Voglio conoscerti meglio. Libri e autori preferiti? Non un’arida lista, sono gradite le motivazioni.
NADIA Glenn Cooper per la sua fantasia, Fabio Genovesi per la sua filosofica semplicità, Nicholas Sparks per il suo lato romantico strappa lacrime, Stephen King per il suo talento di rendere reale il fantastico.
CARIS Il tuo “genere” letterario preferito?
NADIA Narrativa in generale, tendente al noir.
CARIS Sei laureata in filosofia. Il tuo pensiero su Kant?
NADIA Mi piacerebbe laurearmi in filosofia, l’informazione è errata! :-). Comunque penso che Kant avesse ragione, non bisogna avere guide, anche se in realtà occorre imparare prima di agire.
CARIS Parentesi “easy”. Cibi e bevande preferiti?
NADIA Patatine fritte, melanzane alla parmigiana, porcini, frutti di mare, crostacei, lasagne, crespelle, salsiccia, salame… birra.
CARIS Attore e attrice che ti “prendono” maggiormente?
NADIA Keanu Reeves per il suo fascino, Brad Pitt per la sua bellezza, Demi Moore per la sua naturale sensualità e Mr Bean per la sua goffa simpatia.
CARIS Musica prediletta?
NADIA Assolutamente rock, tendente al metal. Guns n roses, Metallica, Nirvana, Queen. Italiani Vasco e Lorenzo e non mi dispiace nemmeno J Ax.
CARIS Altezza, peso, numero di scarpe?
NADIA 1.65 (piccolina?), 50 kg (51 dopo le lasagne), pinne incorporate, 39.
CARIS Come ti piace vestirti?
NADIA Se non è sera e non è una particolare occasione, jeans streatch e maglietta o maglione se fa freddo! Ma adoro i tacchi 10\12 cm e rigorosamente a spillo, non al lavoro però.
CARIS Eventuali sport praticati… so che ti arrampichi sugli alberi…
NADIA Cammino anch’io, sempre e volentieri, mountain bike e quando riesco tiro con l’arco, e si, mi arrampico volentieri sugli alberi, che tra l’altro adoro e spesso mi incanto ad osservarli.
CARIS Quanto è forte il tuo lato infantile? (Anche se non sembrerebbe, esiste un collegamento con la domanda precedente).
NADIA Molto, a volte sorprende anche me e avevo colto l’ironia della sequenza.
CARIS Di recente Ibra ha indicato il suo “quintetto ideale” per un certo gioco. La stampa ha vergognosamente travisato le sue parole, riportando che lui si considera fra i cinque migliori calciatori di sempre e non era quanto Ibra intendeva. Bene, qual è, se esise, il tuo quintetto-writer ideale… tu e altri quattro?
NADIA Ideale? King, io, Alessandra, Genovesi e Saint Exupery per le sue metafore. Chissà quanta roba da imparare!
CARIS In media, quanto tempo ti occorre per scrivere un post?
NADIA Un racconto medio due o tre ore, più un’oretta di correzione.
CARIS Scrivi di getto e in seguito correggi oppure mediti frase per frase?
NADIA Ecco, se riesco ad udire la voce dei personaggi del racconto, allora scrivo di getto. Se non riesco a sentirli, a parte che si mette male, in alcuni passaggi, medito cercando idee o soluzioni che spero siano originali.
CARIS Conosci già in partenza la trama?
NADIA Si. Spesso vengo ispirata all’improvviso, mentre lavoro, faccio la spesa, sono in bagno. Allora mi annoto l’idea e aspetto che la voglia di scrivere si faccia sentire prepotentemente.
CARIS Miglior carburante della scrittura è la tristezza o la felicità?
NADIA Sicuramente per me la tristezza. La felicità è necessaria, ma la tristezza è più profonda.
CARIS Tornando alla Bianchi, lei nutre una grande stima per te. Quanto deriva dalla vostra amicizia? O l’hai forse plagiata? O Alessandra è sincera?
NADIA Inizialmente mi ero stupita del suo interesse, ma in seguito, conoscendola (ormai da tempo e anche di persona) mi sono ricreduta. Anzi mi sono arresa ai suoi complimenti quando, (sebbene lei sia più brava e più rodata di me) collaborando con lei mi sono accorta che le tematiche, le passioni e gli interessi dei nostri scritti si amalgamavano alla perfezione, gli argomenti trattati erano affini e lo stile, alla larga, molto simile. Non lo pensiamo solo noi due ma abbiamo ricevuto numerosi commenti che hanno dimostrato questa teoria.
E ora credo che sia completamente sincera e anche molto generosa come hai enunciato tu.
CARIS Non ricevi mai una critica. E’ perché sei la numero uno, oppure per ragioni legate alla logica dei blog?
NADIA Ah, sicuramente per ragioni legate alla logica dei blog. La numero uno? Il mio numero preferito è il due, meno rischioso e più simpatico. Però penso che i commenti nei blog dovrebbero essere fatti a priori, anche se negativi, ovviamente soltanto dopo una accurata lettura, servirebbero altrettanto per migliorarsi, perché nessuno arriva, mai.
CARIS Sei una donna felice? A volte sei malinconica?
NADIA Felice, soddisfatta ma spesso malinconica!
CARIS Hai senso dell’umorismo? (Mi è stato detto che è molto forte.)
NADIA Credo di si, mi piacciono le barzellette, solo che poi non le capisco. Ahahaha!!!
CARIS Il finale è tutto tuo! Flusso di coscienza…
NADIA Ecco, per la seconda volta nella mia vita mi chiedono un’intervista, e mi sono davvero divertita. La prima (tanto so che me l’avresti chiesto) accadde tanti anni fa, così tanti, che ora, su due piedi, sinceramente non ne ricordo neanche il motivo. E per cui ti ringrazio per questa possibilità e per il tuo interesse, mi sono davvero divertita.
CARIS Ti ringrazio ancora per avere accettato la mia intervista. Peraltro, non credo di essere stata molto cattiva. Su Splinder feci piangere diverse persone. Non sto scherzando!
NADIA Le tue premesse mi avevano spaventata infatti, ed invece con me sei stata buona… ma io non piango nel rispondere a delle domande. Forse perché non ho nulla da nascondere??? (Per ora, metto già le mani avanti nel caso tra qualche anno tu me ne voglia dedicare una seconda).
CARIS Questo è molto probabile. Un caro saluto.
NADIA A te, è stato un piacere!

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GUERRA TOTALE 4

Martin YarbesQuella tiepida sera di giugno il Restaurant Russkie Sezony ospitava solo due commensali. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quel locale, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo. Due macchine con otto uomini armati stazionavano fuori, altri quattro uomini del servizio segreto erano divisi in due coppie: la prima controllava l’ingresso, la seconda aveva scelto una posizione da cui poteva vedere sia l’interno della cucina, sia la sala da pranzo. Naturalmente avevano tutti la giacca sbottonata.
Putin mangiò poco, limitandosi a un po’ di caviale. La scorta aveva portato dal Cremlino piatti, posate e tovagliolo, come da consuetudine. Yarbes, invece, aveva appetito. Dopo la tartina, si dedicò all’insalata Olivier (quella che in Italia viene chiamata insalata russa) per poi proseguire gustando una squisita Borsht, una minestra a base di barbabietole, e infine dandoci dentro con un tipico piatto russo di pezzi di manzo saltati, serviti in una salsa con smetana. Chi aveva detto che negli States la cucina era di gran lunga migliore?
Il quadro geo-politico che Martin aveva ricavato dalle numerose letture era complesso come la realtà del medioriente. La religione (intesa anche come forma di potere) dominava su tutto e a questo riguardo gli americani avevano commesso un grave errore attaccando per la seconda volta l’Iraq, uno Stato fondamentalmente laico che fungeva da cuscinetto fra il Paese più popolato, l’Iran (che arabo non è), e le nazioni arabe. Era stato come scoperchiare il vaso di Pandora. Per quanto folle e crudele fosse, Saddam Hussein governava con pugno di ferro, eliminando ogni forma di dissidenza e impedendo ai fondamentalisti di attecchire sul territorio. La sua caduta era assimilabile alla morte di Tito, che aveva portato alla dissoluzione della Yugoslavia, con conseguenze ancora peggiori poiché non circoscritte ai Balcani (dove il petrolio non c’è e pertanto l’interesse della comunità internazionale è minimo).
Non a caso, Abu Bakr al-Baghdadi era iracheno. E lo stesso valeva per il nuovo Califfo.
Il cuore dell’Islam è comunque l’Arabia Saudita, dove si trovano le città sante, La Mecca e Medina. E sebbene in date circostanze avesse appoggiato gli Usa (o chiesto l’appoggio come ai tempi dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, a causa del pericolo concreto di perdere pozzi petroliferi) manteneva tuttavia un atteggiamento ambiguo.
Vi era poi la disputa fra sunniti e sciiti. E infine l’odio generalizzato nei confronti di Israele.
Un bel ginepraio, rifletté Yarbes.
Putin interruppe il corso dei suoi pensieri. Benché di malavoglia, ammise: “Forse anche noi abbiamo sbagliato, anche se al momento ci ritenevamo soddisfatti. Eliminando Abu Bakr pensavamo di aver risolto il problema, ma chi lo ha sostituito si è dimostrato più intelligente e perfido. Se lei lo ammazzerà, avrà reso un gran servigio al mondo intero.”
Yarbes inghiottì l’ultimo pezzo di carne. “Prima devo trovarlo.”
“Non sarà semplice.”, disse Putin. “Noi ci stiamo provando da tempo. Però abbiamo qualche elemento, dati non sicuri, certo, più che altro spifferi che possono corrispondere al vero o risultare del tutto fasulli. A tale proposito, ho il piacere di presentarle una persona che da sei mesi sta lavorando a questo caso. Non sarà Matrioska o il suo vecchio “amico” Pomarev, ma è in gamba. Le interessa avvalersi di un aiuto?”
Yarbes esitò. In realtà, preferiva lavorare in proprio; peraltro sei mesi, specie se intensi, superavano i suoi pochi giorni. Annuì, quindi rivolse uno sguardo interrogativo allo “zar”. Putin fece un cenno del capo all’uomo che stava vigilando accanto alla porta della cucina. Questi si affrettò a uscire. Un minuto più tardi rientrò nel ristorante, accompagnato da una bionda. Dimostrava circa trentacinque anni, era alta e aveva lo sguardo freddo. Si avvicinò al tavolo e chinò la testa in segno di saluto. Putin la invitò ad accomodarsi. “Il capitano Nadyenka Andreevna Sokolova.”, la presentò. “Non Nadiya.”, precisò con un sorriso. Poi si rivolse alla donna. “Questo signore è… ehm… il generale Martin Yarbes.”
“Credo che Yarbes sia sufficiente.”, replicò divertito l’americano. Aveva colto l’allusione a Nadiya Nicolajevna Drosdova della quale da Monica aveva appreso vita, morte e qualche miracolo. Ignorava che la sua ex moglie fosse andata a letto con lei; sapeva, però, che da carceriera si era in seguito trasformata in angelo custode sacrificando la propria vita per salvarla, il tutto ai tempi del fallito golpe del 1991. Poi si concentrò sulla nuova venuta, valutandola. Era un buon conoscitore di maschi e femmine e la prima impressione che ne ricavò fu che era sveglia, dura e determinata; il resto lo avrebbe appreso a tempo debito.
“Io ho il compito di uccidere il Califfo.”, disse con calma. “Lei ha individuato il suo rifugio?”
Si era espresso in russo. La risposta venne data in un buon inglese, non perfetto come quello di Vladimir Putin, ma più che accettabile. “No. Ho dei contatti, tramite i quali ho potuto farmi delle idee. E sono in procinto di incontrare altri contatti. L’idea è quella di sganciare una bomba sul suo tetto… con al-Baghdadi ha funzionato.”
“Già.”, convenne Yarbes. “Il mio piano è leggermente diverso. Lei saprà certamente ciò che è successo da noi. Una strage. Una strage insensata e infame. Mia… la mia ex moglie è viva per miracolo, pertanto questa è anche una questione personale. Io voglio eliminare il Califfo con le mia mani, e penso di essere in grado di farlo. Lei cosa dice?”
Nadyenka lo guardò negli occhi, a sua volta valutandolo. Quello che vi lesse le piacque. Scorse come immagini di un passato che lo aveva visto agire in modo implacabile, a volte al di fuori degli schemi, delle leggi vigenti, dell’umana comprensione. C’era in lui un fondo di glaciale durezza e, sebbene non fosse più giovane, c’era pure la capacità di tradurla in pratica. D’altro canto, Putin le aveva parlato di quel cekista. CIA! I nemici per antonomasia del suo popolo. Però i tempi cambiano, così come le prospettive. E adesso il traguardo era uno soltanto. L’avversario, almeno l’avversario principale, non risiedeva più a Washington, ma in una sperduta località della Siria o dell’Iraq. Se l’uomo della Central Intelligence Agency poteva essere d’aiuto per togliere di mezzo il porco musulmano, allora era il benvenuto.
Nadyenka, agente dell’SVR e campionessa di tiro con l’arco, per la prima volta sorrise.

Monica non si sentiva esattamente male, certo non bene. Di quanto era accaduto non ricordava niente, né le interessava assolutamente indagare. Sdraiata sul letto, stava pensando a Martin. Al modo in cui l’aveva guardata, alla tenerezza che aveva colto nella sua espressione. Lo aveva lasciato, incolpandolo per la morte di John. Era stata una decisione giusta? Non si trovava nelle condizioni migliori per esplorare a fondo la vastità dei sentimenti che provava. Erano così diversi l’uno dall’altro! Da un lato, la ragionevole sicurezza di avere agito secondo coscienza; da un altro lato, il dubbio, ora crescente, che esisteva una morale superiore ai risentimenti, per quanto motivati essi potessero essere.
La morale che nasceva dalla condivisione degli affetti. E forse Martin non aveva amato John quanto lei, sia pure in forma differente?
E se aveva sbagliato, non esisteva la parola “perdono”?
Dubbi che non l’avevano sfiorata prima dell’incidente, non avrebbe saputo descriverlo in altra maniera; nessuno le aveva fatto il conto dei morti, e lei era troppo debole per chiedere chiarimenti.
“Perdono”?
Non lo sapeva.
Non lo sapeva ancora.

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diario1Paola ha il fiato corto mentre saliamo due piani di scale semibuie della palazzina. Mi pare insicura, trema e questo mi intenerisce.
Apre la porta del suo appartamento, mi accoglie un localone lucido e chiaro, al centro del quale è posto un grande tavolo in legno quasi nero: nel complesso un arredamento retro’ ma elegante. Mi indica con un lieve cenno della testa una delle pesanti sedie dallo schienale imbottito in alcantara sulla quale mi accomodo senza proferire parola. Lei mi osserva come fossi un qualcosa di fuori posto dentro casa sua, attraverso quei piccoli occhi umidi di lacrime e riflessi di terrore.
“Vado a fare il caffè!” Si rivolge a me con la voce rotta e un tono rassegnato e sparisce dietro una porta dalla quale intravedo la cucina.
Io mi guardo attorno mentre attendo la sua ricomparsa e noto che quel senso di eleganza e ordine è in parte dovuto all’assenza di soprammobili. La casa è abbastanza spoglia, fredda. Un unico quadretto con una cornice argentata di una natura morta dai colori spenti appeso alla parete più grande e una fotografia appoggiata alla bella e meglio sul ripiano di un mobile che ritrae lei e quello che penso possa essere suo marito rilassati e sorridenti tra nevi e montagne.
Paola mi distoglie dai miei pensieri ricomparendo dalla cucina, pallida, portando con sé un piccolo vassoio con due tazzine fumanti e una zuccheriera d’argento.
Si siede accanto a me porgendomi il caffè.
Mi fissa così profondamente da mettermi quasi soggezione.
“Abbiamo poco tempo.”, esordisce lei, aggiungendo: “Alle otto mio marito sarà di ritorno e non vorrei che la trovasse qui.”
“Berrò questo caffè e toglierò il disturbo.”, rispondo io e mi piego per aprire lo zaino. Tiro fuori il diario e lo poso sul tavolo. Alla sua vista lei cambia espressione, comincia a piangere. Si asciuga le lacrime estraendo di tasca un fazzoletto di carta e poi con titubanza allunga una mano e la appoggia su di esso carezzandone la copertina.
Dopo qualche minuto di silenzio si rivolge di nuovo a me con un filo di voce: “L’ha letto tutto?”
Io imbarazzatissimo non oso mentire e mi scappa un “si” soffocato.
“Allora pensa di denunciarmi?”
Rifletto sulla risposta e poi lentamente indago. “Per ciò che è successo a sua madre?”
Non potevo prevedere la sua reazione, ha quasi uno svenimento e sta per cadere dalla sedia.
Mi alzo e tempestivamente la sorreggo. La rimetto bene appoggiata allo schienale, dichiarando: “Non si preoccupi, io non giudico. Intendevo solo riportarle il diario che ho trovato in un albero, nel bosco non lontano da casa mia”.
Lei lo apre muovendo lentamente le mani, indugiando, quasi fosse un oggetto misterioso. Ha delle belle mani. Ma molte cose sono belle in lei.
Poi la sua espressione cambia, si rasserena; quando infine sorride sembra una bambina e anche questo mi affascina. Comincia a leggere piano con gli occhi ora sognanti.
Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.Credo che voglia dire pure un’altra cosa: e cioè che io non ci sono più. Non dico che sia sicuro, che sia un dato di fatto incontrovertibile, però è probabile. Magari oggi ero stanca e non mi sentivo abbastanza forte per venire qui, ma non ci credo molto. Credo di più alla prima ipotesi. Quindi questo diario lo puoi anche tenere, anche leggere pagina per pagina se ti fa piacere!
Ripone il diario e scuote la testa. “Quel giorno”, spiega, “mi sentivo tornata indietro negli anni, era come se fossi nuovamente una ragazzina. E allora ho imitato chi affida un messaggio al mare, pensando che prima o poi qualcuno troverà la bottiglia in cui esso è contenuto. Naturalmente qui non abbiamo il mare e poi io amo i boschi. Ho commesso una pazzia, lo so.”
“Be’, un’imprudenza senz’altro. Poteva finire nelle mani sbagliate. Per fortuna non è così. Stia tranquilla Paola, il suo segreto con me è al sicuro, ora tolgo il disturbo, se ha piacere vorrei si segnasse il mio numero di telefono. Se avesse qualsiasi bisogno di parlare… beh, io sarò disponibile”.
Le detto il mio numero che lei annota nel suo cellulare dopodiché lascio l’appartamento.
Quella donna sembra così fragile, così bisognosa di aiuto… e mi sta succedendo qualcosa che non comprendo fino in fondo. Forse mi sono davvero affezionato a lei conoscendola un po’ attraverso quelle pagine e dentro di me nutro la speranza di risentirla, poco mi importa per quale ragione.
Torno al parcheggio e alla mia macchina.
A tarda sera sto pensando ancora a lei. Sorseggio una birra, ascoltando un vecchio disco dei Metallica, e intanto rifletto. D’accordo, mi dico, Paola è una donna affascinante, che mi ha colpito profondamente, però… però… ha compiuto un gesto terribile, posto che sia vero e su ciò nutro alcuni piccoli dubbi, piccolissimi, che tuttavia si ingrandiscono man mano, come seguendo il ritmo di Enter Sandman. E nel momento in cui la voce di un bimbo si unisce a quella di Hetfield nella parte recitata rimango folgorato da un’intuizione netta. Mi alzo dal divano, raggiungo la finestra e guardo fuori. La notte è serena, nel cielo splendono le stelle. Le montagne sono lontane sagome scure. E la mia intuizione diventa quasi certezza.
Paola non mi telefonerà, non lo credo proprio.
Ma io devo assolutamente rivederla.

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GUERRA TOTALE 3

Martin YarbesAvere “carta bianca” significa fare ciò che si vuole senza dover interpellare nessuno, a parte le persone con le quali si desidera confrontarsi. Di conseguenza, Martin Yarbes non si prese la briga di informare Brian Stevens circa un viaggio che intraprese quattro giorni più tardi, dopo essere tornato all’ospedale e aver parlato finalmente con Monica, grata per la visita sebbene alquanto distaccata.
L’uomo che adesso sedeva di fronte a lui aveva una lunga storia alle spalle. Date le basi di partenza era stato protagonista di un percorso sorprendente, assolutamente non pronosticabile da chi lo aveva frequentato quando era un giovane teppista dal carattere chiuso, ma capace di grandi slanci come quando aveva aspettato al varco un bullo più grande e grosso di lui, e maggiore d’età, per metterlo al tappeto in modo da vendicare un amico, preso a botte quella mattina stessa. A causa del suo temperamento, dell’aggressività più volte palesata (in apparente contrasto con l’indole fredda) era stato escluso dai Giovani pionieri, l’equivalente sovietico dei Balilla fascisti, della Hitler-Jugend nazista e di altre organizzazioni simili presenti in diversi Stati del mondo. Una pessima partenza, soprattutto considerando la realtà rigida e paranoica dell’Urss di quei tempi, dove si rischiava di finire in Siberia, se non peggio, anche per via di semplici sospetti. Ne accennò molti anni dopo in un’intervista. “Certo.”, disse. “Non ero affatto un pioniere, ero un farabutto.”
Poi il giovane Volodja era cambiato, diventando il primo della classe. In seguito era riuscito a entrare nel KGB – prima direzione centrale – suscitando approvazione dai superiori per l’intelligenza, la determinazione e la volontà. Era ancora chiuso e spesso taciturno, ma questo veniva accettato.
Yarbes lo conosceva dall’estate del 1991. Fra i due c’era empatia, nonostante certi “trucchi” di cui Vladimir Vladimirovic Putin si era avvalso per aiutarlo a metà, salvandogli la vita, però impedendogli di andare in Crimea a parlare con Michail Gorbaciov.
Acqua passata. E ne era passata tanta sotto i ponti.
Lo “zar” stava bevendo acqua minerale, Yarbes sorseggiava una squisita vodka.
Negli ultimi giorni Martin aveva trascorso quasi tutto il tempo a leggere – rapporti dei servizi segreti, giornali, riviste -, ricostruendo la successione degli avvenimenti e pervenendo a una chiara conclusione: soltanto Putin si era mosso bene, a differenza dei francesi e dei suoi connazionali. Tuttavia ciò non era stato sufficiente. Aveva tagliato teste su teste, ma all’idra esse erano ricresciute.
“Cosa ne pensa del vostro nuovo presidente?”, gli domandò Vladimir.
Yarbes assaggiò una tartina al caviale. “Ci siamo parlati una sola volta.”, rispose. “Troppo poco per esprimere un giudizio; la mia sensazione comunque è che sia un politico determinato.”
Putin annuì. “E’ anche intelligente. Credo che Bernard Stowe sia il migliore. I suoi predecessori – Monica a parte – erano degli imbecilli. Margaret Collins appoggiava la Turchia contro di noi! Stowe mi ha garantito che cambierà strada.” In realtà gli americani erano spesso incomprensibili e anticipare le loro mosse aveva costituito l’incubo del KGB e dei servizi segreti che lo avevano sostituito. Già, credere o meno a Stowe?
Putin riportò l’attenzione sul vecchio amico, posto che si potesse definirlo tale. “Ma… lei, mister Yarbes?”
Martin sorrise. “Cosa ci faccio qui? Mi hanno tirato fuori dalla naftalina. Ho un compito da svolgere, e lo porterò a termine. Sono venuto a Mosca per avere alcuni chiarimenti. Poi cercherò l’assassino.”

Tutto era cominciato molti anni prima.
Era cominciato nel segno dell’odio. Era cominciato guardando con disgusto le donne occidentali, prive della benché minima pudicizia. Era cominciato osservando con disprezzo i Paesi che in nome di falsi ideali perseguitavano i fratelli di fede. Era cominciato con la consapevolezza che tali Paesi erano deboli e corrotti. Andavano colpiti, nel modo più feroce possibile, per la gloria di Allah.
Fin da subito aveva preso le distanze da Ibrahim al-Ja’bari e da Osama bin Laden, che pure stimava. Avevano compiuto imprese notevoli – la perfetta programmazione ed esecuzione del raid dell’undici settembre era stata un capolavoro – però non avevano compreso una cosa importante: la guerra andava combattuta su un fronte più vasto, e per ottenere questo risultato occorreva radunare e forgiare un grande esercito. Non soltanto nei territori amici, ma anche nel cuore dell’Occidente, plasmando giovani al momento irresoluti che cercavano una Causa per esprimere in maniera fattiva quello che era solamente un vago sentimento di ribellione. Laddove gli insegnamenti morali non si dimostravano sufficienti, era più che plausibile ricorrere all’hashish, come era già accaduto in secoli ormai lontani. Infine, c’era il premio: la benedizione di Allah il Misericordioso.
E ora stava vincendo.
Aveva attaccato a Parigi, a Madrid, a Roma, a Washington – sempre con successo, dato che le perdite erano inevitabili e quindi secondo il suo metro di giudizio non dolorose, non tali da offuscare il significato delle vittorie. Aveva messo gli uni contro gli altri. I russi avevano bombardato, eccome! Però il risultato non era stato quello voluto, perché ogni vittima aveva trovato un sostituto, e la marea non finiva di crescere.
Quando passava in rassegna la “libera” stampa dei miscredenti, veniva colto da una profonda soddisfazione. Ogni opinione era diversa, la stessa valutazione dei fatti era soggetta a interpretazioni che divergevano, le critiche ai loro pessimi governi aumentavano di pari passo con le affermazioni del movimento da lui diretto.
Non “creato”, poiché era arrivato dopo. Era arrivato nel tempo stabilito da Allah.
Ed era stato per il Suo volere che chi lo aveva preceduto al comando aveva raggiunto il paradiso, a causa di una delle tante bombe.
Avrebbero pagato a caro prezzo per quegli ordigni che nella maggior parte dei casi non sapevano discernere l’obiettivo voluto! Avrebbero pagato. Oh, sì!
La partita era appena cominciata. Sarebbe proseguita con la morte di bambini, donne e uomini. Nessuna pietà. Non la meritavano.

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