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Archive for dicembre 2013

A GENTILE RICHIESTA, INCONTRO 2

IsabellaSebbene fosse il 14 febbraio, il clima era mite. Nel cielo azzurro splendeva un sole che sapeva di primavera. Antonio Malinverno si fermò a pochi passi da Isabella. Sorrise nuovamente. Questa volta in modo più convinto. Ma poi… vide un’ombra passare nello sguardo della ragazza.
Cercò di interpretare l’espressione di quel viso tanto bello, di dare un senso alla nuova luce che passava in quegli occhi, di capire il motivo della strana piega che aveva assunto la sua bocca.
Non ne ebbe il tempo.
Isabella si voltò e fuggì via.

Non saprai mai perché, quando ti vidi, scappai.
Non era per l’aspetto fisico, a quello ero già preparata; come ti avevo scritto innumerevoli volte era altro ciò che volevo da te. La tua anima, l’intelligenza, la bontà d’animo, la profonda cultura.
Il sesso è certamente importante, ma, malgrado la mia giovane età, credo di averlo già sperimentato fin troppo: con ragazzi dotati di corpi atletici e con qualche compagna di scuola, all’inizio tutta reticenze, salvo poi dimostrarsi la più passionale fra le due.
E di sesso ne avrò ancora. Quanto ne vorrò. Mi sarà sufficiente scegliere.
Ma io cercavo te, pinguino mio!
Nella mia mente avevo creato infinite suggestioni. Ti avrei osservato mentre scrivevi le tue poesie, i tuoi racconti; e avrei avuto il privilegio di leggerli per prima, come una discepola prediletta. Poi, avremmo camminato, mano nella mano, parlando del più e del meno, scherzando e ridendo oppure ricordando Kafka. Ricordi il finale del “Processo”? Mai lettura mi colpì di più, al cuore, all’anima, allo stomaco. « “Come un cane!” disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere. »
E saremmo andati al cinema, e saremmo andati al mare, e avremmo guardato le stelle di notte. Una per te, una per me.
Sapevo bene che da te avrei ricevuto molto più di quanto io avessi potuto donarti. E, se un giorno, malaugurato ma reale, avessi dovuto accompagnarti per l’ultimo viaggio, le mie lacrime sarebbero state asciugate dal vento dei ricordi. Sommo vento che raccoglie ogni ora, ogni minuto, ogni briciola di felicità per poi trattenerle in grembo nell’attesa di farne dono a chi più ne ha bisogno.
Quanto mi dispiace di averti deluso! Davvero, non puoi immaginarlo. E chissà cosa penserai di me. Una sciocca, stupida, bambina che gioca con i sentimenti altrui. Che illude, inganna, in cerca di nuove distrazioni.
No, pinguino mio: non è così, te lo giuro. Sto scrutando il mare al tramonto, il cielo che lentamente si ammanta di stelle, la luna nuova che cresce… così come sarebbe potuto crescere il nostro amore, non importa se per mesi o per anni. Spazio, tempo, ciò che conta è l’intensità; e un minuto, un minuto solo, può valere un’eternità.
Tua moglie aveva avuto un aborto, ricordi? Ma nella sua follia era un inganno. Semplicemente non tollerava l’idea che un figlio oppure una figlia le sottraesse il tuo amore.
Io sono cresciuta in un’altra famiglia, per mia buona sorte circondata da affetto e protezione. Voglio molto bene ai miei genitori adottivi. Lo meritano. E come! Mi hanno dato tutto. Anche una vecchia foto che forse non avrei dovuto vedere. Loro sono la mia famiglia.
Ma… io amo te, papà.

Nel primo commento, ho postato Incontro 1

Buon anno dalla vostra panettiera 😛

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LA SCELTA DI SOPHIE

La scelta di SophieLe onde si scagliavano sulle rocce sospinte dalla violenza del vento. Il mare era tutto un ribollire di cavalloni; al largo il Mistral era ancora più forte e investiva con furia un vecchio peschereccio che arrancando faticosamente cercava di riguadagnare l’approdo.
Protetti dai vetri delle finestre del piccolo ristorante, Michel e Sophie stavano terminando di pranzare. Sophie era una giovane donna, bruna e graziosa; Michel un uomo già attempato di una ventina d’anni più anziano. Lei volse lo sguardo verso il cielo: grandi nubi scure lo attraversavano cancellando quel poco di azzurro che ancora rimaneva; a tratti il sole emergeva creando un magico contrasto fra la luce vivida che sprigionava e l’oscurità dilagante. I colori sembravano mischiarsi, quasi fossero creati dalle furibonde pennellate tracciate da un pittore sovrumano.
“E’ finita.”, disse Michel.
Sophie si ravvivò i capelli, un gesto che lui aveva sempre trovato irresistibile; quindi annuì guardandolo negli occhi. “Una parte di me muore, oggi.”
Michel allontano da sé il piatto vuoto. Cosa avrebbe dovuto rispondere? Che per lui non si trattava di una semplice parte, grande o piccola che fosse? Provò un moto di fastidio all’idea di essere paragonato a uno spicchio d’arancia, quando invece Sophie aveva rappresentato la ragione stessa della sua esistenza. Non aveva mai amato nessuna come lei. La donna stava ancora parlando, ma Michel non riusciva ad ascoltarla, perso com’era in un vortice di ricordi, dolci e amari, a seconda che lo vedessero con lei oppure solo, intento ad aspettare una decisione continuamente procrastinata.
Una lama di luce improvvisa lo costrinse a socchiudere gli occhi. Adesso il sole era emerso trionfante dal baldacchino di nubi scure, mentre il cielo si rivestiva di azzurro, e l’arcobaleno disegnava un’immagine prodigiosa. Un cameriere venne a sbarazzare. Michel rivolse la sua attenzione a un pomeriggio di poche settimane prima. Si erano amati nel mare, cullati dai flutti, e mentre Sophie godeva gli aveva urlato che l’amava, che avrebbe lasciato Paul e che si sarebbe sposata con lui.
“Dammi solo qualche giorno.”, aveva poi aggiunto sulla spiaggia. Ancora una volta lui le aveva creduto, sebbene non fosse la prima volta che ascoltava quelle parole, promesse che non venivano mai mantenute, continue docce scozzesi fra speranza e delusione, gioia e angoscia. Il problema era che Paul aveva solo dieci mesi più di Sophie, era il fidanzato ufficiale ormai da quattro anni, il classico bravo ragazzo per cui la famiglia di lei stravedeva. “Ma io amo te.”, aveva detto Sophie.
Si erano rivestiti e avevano lasciato il lido, si erano fermati a bere un aperitivo in un bar vicino al porto, avevano passeggiato mano nella mano, e poi erano andati a cenare nello stesso locale in cui si trovavano ora.
“Ti amo.”, aveva ripetuto Sophie.
Michel distolse lo sguardo dal passato per tornare a rivolgerlo al presente. Nella rada il mare si stava calmando; i raggi del sole scintillavano sull’acqua creando tappeti di luce. Una barca a vela uscì dal porto; al timone c’era un giovane dall’aspetto atletico, a prua una bella ragazza bionda. Intanto Sophie spiegava, parlava: era molto brava a costruire castelli di carta e poi ad abbatterli, a trovare infinite giustificazioni per se stessa, a scrivergli lettere meravigliose in cui disegnava scenari luminosi e felici fatti dell’eterno amore che li avrebbe accompagnati per il resto della vita. L’aveva conosciuta a una mostra d’arte, lui architetto lei pittrice. Si era avvicinato per farle i complimenti; era scoccata immediata una scintilla. Ma il fuoco da essa sprigionata era durato troppo poco. E infine si era spento.
Michel si lasciò sfuggire un sorriso. Tutto sommato, provava quasi pena per lei. Sophie che si sarebbe sposata con il cuore spezzato, Sophie che avrebbe pianto lacrime amare mentre trascorreva lunghe notti insonni. Sophie che però non poteva opporsi al volere dei genitori. Sophie che in quei mesi aveva fatto soffrire entrambi, lui e l’incolpevole Paul.
Prese dalla tasca della giacca il pacchetto di Gitane, ma poi notò i suoi occhi lucidi. Lo lasciò cadere sul tavolo.
Trasse un profondo respiro, le sfiorò delicatamente una mano e la consolò con le parole più dolci che il suo cuore riuscì a trovare.

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NipotinaBuon Natale, cari amici.
Vi auguro giorni lieti e sereni.
Questa è una parte del capitolo 32 del mio romanzo “Alex Alliston”.

Alex e Jane stavano finendo di far colazione. Alex aveva mangiato un piatto di rognone. Si verso un’altra tazza di the, e in quel momento comparve il maggiordomo. Aveva un’espressione sdegnosa dipinta sul volto; il sopracciglio alzato denotava una profonda disapprovazione. “Signore”, annunciò, “ci sarebbero due bambine che chiedono di conferire con voi. Le avrei scacciate, ma hanno insistito molto… solo una di loro, per la verità.”
“Due bambine?” Alex era incuriosito.
“Sì, signore. Ma sono impresentabili: scalze, lacere, sporche. Io credo che siano delle ladruncole, signore.”
Alex ripensò al furto della borsa. Era stata proprio una bambina a rubargliela, e un altro moccioso gli aveva impedito di raggiungerla. “Falle passare.”, disse. Il maggiordomo non nascose il suo disappunto, tuttavia si inchinò e andò a cercarle.
Dopo pochi attimi, le bimbe erano sul terrazzo.
“Io mi chiamo Joan, e lei è Nancy.”, disse la più grandicella. Poi gli porse un fascio di documenti. “Mi dispiace per la borsa. Ma mio padre l’ha venduta. Vi chiedo perdono!”
Alex si alzò in piedi e le tese solennamente la mano. “Grazie.”, disse. “Questo è un bel gesto da parte tua.”
Joan esitò per un istante, quindi restituì la stretta.
“Avrete fame, immagino.” Alex non attese una risposta. “Accomodatevi.” Poi chiamò la cameriera. “Mary, per cortesia, prepara due abbondanti porzioni di uova strapazzate, e anche pane, burro e marmellata.” Quando arrivò la colazione, le bimbe si gettarono avidamente sul cibo. Alex provò un moto di compassione. La Gran Bretagna era la più grande potenza del mondo, aveva un impero immenso, e incredibili ricchezze, eppure le vie di Londra erano piene di poveri… e di bambine costrette a rubare pur di sopravvivere. “Bene.”, disse, quando ebbero terminato di mangiare. “Adesso raccontatemi tutto.”
Joan si mise a parlare in maniera confusa. Lui la bloccò subito. “Con calma.”, disse. “Incomincia dall’inizio e cerca di farmi capire.”
Joan si guardò i piedi, mentre valutava se confidargli proprio ogni cosa. Alla fine decise di assecondarlo: raccolse le idee e iniziò a raccontare, partendo dal Canada. Parlò di suo padre, di quando aveva deciso di abbandonarlo, di Fagin. Nancy si limitava ad annuire: di lei disse solo che i suoi genitori erano morti, e che ormai non li ricordava più.
Alex osservava le due bambine. Entrambe erano intimidite, però in modo diverso. Negli occhi di Joan notò una luce che per qualche motivo gli ricordò Helen. Ascoltò il suo racconto e, man mano che apprendeva i particolari di quella storia agghiacciante, si convinse ancora di più che in lei c’era qualcosa della figlia di Flannigham. La stessa forza, forse. La determinazione con cui aveva affrontato Fagin. Tuttavia, a differenza di Helen, Joan presentava un lato selvaggio, ribelle. Mentre parlava, Alex la studiò attentamente. Helen era cresciuta con un padre disonesto e crudele, un alcolizzato che aveva maltrattato la madre di Alex, arrivando ad ucciderla. Helen però aveva imboccato una strada completamente diversa. Alex ignorava dove ora fosse, ma era sicuro che si era trovata un lavoro stabile e che affrontava la vita secondo saldi principi. Joan aveva avuto un destino simile, gli sembrava buona d’animo, e la presenza di Nancy lo confermava, dato che era stata lei a salvarla; ciononostante, nel suo sguardo c’era come una traccia di malizia, che lo lasciò vagamente perplesso.
Avrebbe dovuto occuparsi di loro, pensò. Nancy aveva perso i genitori, Joan era fuggita dal padre: non poteva abbandonarle sulla strada. Londra pullulava di molti Fagin, e due bambine sole rappresentavano una preda ambitissima per una quantità di malfattori. Esistevano gli orfanatrofi, ma al solo pensiero gli si accapponò la pelle. Avrebbe voluto adottarle – da Jane non avrebbe mai avuto un figlio -, prima, però, avrebbe dovuto parlarne con lei. Ma se la conosceva bene, non pensava che si sarebbe opposta.
Sua moglie parve avergli letto nel pensiero. “Per il momento vi fermerete qui.”, disse. “Poi, in qualche modo, provvederemo al vostro avvenire. Vi piacerebbe avere una nuova famiglia? Una famiglia normale, vestiti puliti, pasti sostanziosi?” Guardò il marito in cerca di approvazione. Alex fece un cenno d’assenso e le rivolse un grande sorriso. Jane gli prese una mano. Era questo l’amore, rifletté Alex. La condivisione degli ideali, la comunanza del sentire. Forse esistevano diverse gradazioni d’amore. Lui aveva amato sinceramente Helen, ma il destino aveva deciso altrimenti. E se non era stato il destino, se Helen lo aveva abbandonato a causa delle sue incertezze, questo comunque significava che Jane sarebbe stata la donna della sua vita. Gli mancava il sesso, non poteva negarlo, tuttavia ne avrebbe fatto a meno. E forse un giorno Jane sarebbe cambiata. Magari in una notte illuminata dalle stelle, lo avrebbe cercato. A quel punto la sua felicità sarebbe stata completa.
Nancy scoppiò in lacrime. Quella giovane signora, vestita elegantemente, era bella come un angelo: sarebbe stato stupendo se lei fosse diventata la sua nuova mamma. Le piaceva anche l’uomo. Invece di sgridare Joan, o di picchiarla, le aveva parlato in tono pacato, e si era adoperato immediatamente per farle mangiare. Nancy aveva scordato il sapore di una colazione vera.
Di quanto affetto aveva bisogno quella bimba? si disse Alex. E che senso aveva la vita, se non la si destinava a uno scopo nobile?
Jane continuò: “Vi piacerebbe andare a scuola?”
Con gli occhi pieni di lacrime, Nancy annuì con forza.
“E tu Joan?”, le domandò gentilmente Jane.
“Oh, no!”, rispose la bambina. “Io non voglio andare a scuola. E non mi serve una famiglia.”

eBook2Ancora auguri, amici miei!
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ESPRIMI UN DESIDERIO

Esprimi un desiderioUn uomo anziano camminava in un bosco. Era il primo giorno d’estate, un tardo pomeriggio limpido e ventoso; il cielo era ancora azzurro, e lungo il sentiero che correva in mezzo alle piante l’aria era fresca e profumata. L’uomo rifletteva sulla sua vita. Era stato un bambino infelice, solitario e malinconico; aveva avuto pochi amici, dato che spesso la sua compagnia risultava deprimente. Crescendo, non era cambiato: aveva trovato un impiego grigio, ed era vissuto per molti anni da solo.
Ricordava che gli unici momenti piacevoli delle sue giornate erano quelli serali, quando, dopo essere rincasato dal lavoro, si sedeva in veranda a godere lo spettacolo incantato del tramonto, a guardare le fronde degli alberi accarezzate dalla brezza di ponente, ad assaporare l’odore magico della natura che si preparava ad abbracciare la notte.
Un giorno, conobbe Michela, una bella donna bruna di circa quarant’anni, divorziata e senza figli. Lei vide in Gianni, questo era il nome dell’uomo, tutto quello che gli altri non avevano saputo scorgere: la profonda sensibilità, la bontà d’animo, l’amore per gli animali e per la natura. Si trattò del classico colpo di fulmine; si sposarono, e la vita di Gianni cambiò, diventando meravigliosa.
Era un matrimonio perfetto, fra due persone molto simili, entrambe riservate, di carattere mite e dai gusti semplici: la lettura, le passeggiate, la scoperta quotidiana dei piccoli miracoli che, giorno dopo giorno, la vita offre a chi sa coglierli. Il volo di un uccello sullo sfondo immacolato del cielo, l’affettuosa compagnia di un cane, l’alito fragrante del vento.
Dieci anni dopo, Michela morì. Gianni rimase nuovamente solo; ma ora quella solitudine era peggiore, perché aveva conosciuto la felicità, per poi perderla per sempre. La sua esistenza si trasformò in un cammino grigio e triste, che lui nella sua mente paragonava al desolato sobborgo di una metropoli, confrontato a una verde vallata, incuneata fra dolci colline perennemente baciate dal sole.
Questi erano i pensieri che lo accompagnavano quel pomeriggio, mentre il tramonto dipingeva i colori più belli nel cielo, colori che mai un pittore sarebbe stato in grado di eguagliare. Fu allora che la vide. All’improvviso se la trovò davanti, come scaturita dal nulla. Gianni strabuzzò gli occhi.
Per quanto da sempre amasse le fiabe, tuttavia sapeva che le fate non esistevano. Così come non c’erano le streghe, gli elfi o gli hobbit. Eppure, la splendida giovane che lo stava osservando da pochi passi era inequivocabilmente una figura magica, non soltanto per com’era vestita, ma anche per l’aura che emanava, e che quasi lui riusciva a intravedere. Era un’aura che trasmetteva bontà. E compassione.
Completamente sconcertato, Gianni la fissò in silenzio. Non osava parlare, né muoversi, aveva quasi paura che un gesto affrettato, una mossa avventata, l’avrebbero fatta fuggire.
Poi lei parlò. Aveva una voce stupenda, simile alla melodia di un ruscello che corre fra i campi, o al suono della risacca in un mattino di primavera. “Oggi è il ventuno giugno”, disse, “e mi è consentito esaudire un tuo desiderio. Ma sbrigati a esprimerlo, perché sono attesa da un bambino. E’ tanto infelice e io farò qualcosa per lui. Però, ora tocca a te!”
Gianni non rispose subito. Era confuso. Frastornato. Gli sembrava di vivere un sogno, anche se nel profondo del suo cuore capiva invece che quello che stava accadendo era assolutamente reale. Lei gli sfiorò delicatamente un braccio. “Presto!”, lo incitò. “Altrimenti sarò costretta ad andare e tu perderai la tua opportunità.”
Stupendosi dell’assurdità della sua richiesta, Gianni disse: ”Vorrei tanto rivedere Michela!” Lei gli rivolse un sorriso colmo di tenerezza, quindi annuì. Un istante dopo era scomparsa.
Quella notte, Gianni andò a coricarsi verso le undici. Prima di addormentarsi, rivisse lo straordinario incontro nel bosco, convincendosi definitivamente che si era trattata di un’allucinazione.

Il mattino dopo non si svegliò.

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L’UOMO DI GHIACCIO 2

Klaus AltmannPer i londinesi la loro città è la più bella del mondo in qualsiasi stagione dell’anno. Kris Howe non condivideva tale opinione, soprattutto in un freddo giorno di gennaio, e riteneva che Washington fosse decisamente migliore sotto ogni aspetto.
Ma il suo malumore non nasceva dalla pioggia monotona che fin dalla sera precedente non aveva smesso di cadere incessante, né dalla missione che le era stata assegnata e che avrebbe potuto farle guadagnare una promozione. D’altro canto, a Langley Kris era considerata una stella in ascesa e lei ambiva a riconoscimenti e “medaglie”.
Snella, di una bellezza che non emergeva di primo acchito, intelligente, colta, raffinata e affascinante, aveva due soli difetti: era un’inguaribile individualista – il che non piaceva ai suoi capi, che amavano il lavoro d’equipe – ed era lunatica, con un fondo di pigrizia che irritava i colleghi.
Per il resto, era perfetta: sapeva sparare meglio di un uomo, possedeva un grande intuito, era psicologa e razionale. Benché fosse di corporatura esile, e non particolarmente alta, negli ultimi dodici mesi aveva perso un solo incontro di lotta, e non perché la sua avversaria fosse più forte – come in effetti era – ma per il semplice motivo che quel giorno non aveva alcuna voglia di battersi.
Per le colleghe più giovani costituiva comunque un importante punto di riferimento – un modello da seguire -, e per i grandi capi un talento, cui perdonare quasi tutto malgrado i mal di testa che causava. La sua seguace più promettente si chiamava Monica Squire; Kris l’aveva portata con sé a Londra in qualità di assistente e Monica ora la stava aspettando al May Far Hotel, non avendo titoli per partecipare a quella riunione riservata. Più tardi, Howe si sarebbe confrontata con lei. Le intuizioni di Squire erano spesso rivelatrici.
Prima, però, si sarebbe concessa un lunghissimo bagno, magari mentre Monica le serviva un drink.
Ma era il momento di concentrarsi.
Kris trasse un profondo respiro.
Seduta in una stanza insonorizzata al terzo piano della Century House, la donna osservava indignata il tedesco che negli ultimi minuti aveva esposto le sue idee con arrogante sicurezza ai due funzionari inglesi, rispettivamente John Baker del MI5 (sicurezza interna e controspionaggio) e Martin Forbes del SIS, che molti chiamano anche MI6 (operazioni all’estero). Il suo malumore derivava dal fatto che detestava il tedesco e quello che egli rappresentava.
Nikolaus Barbie, ex Hauptsturmführer della Gestapo, noto come il boia di Lione, era riuscito a far perdere le sue traccia dopo la caduta di Berlino. Un anno dopo fu però riconosciuto e arrestato. Anziché essere impiccato, come sarebbe stato giusto e doveroso (era responsabile di 1.424 omicidi, in massima parte di ebrei ma anche di bambini), la CIA decise di arruolarlo.
In seguito, ci furono forti pressioni perché fosse processato e condannato, ma dai piani alti giunse un “no” secco. A Langley ritenevano che potesse rendersi estremamente utile… e poi i morti, ormai, erano morti.
La cosa non deve suscitare eccessivo stupore, se si considerano molti casi analoghi e se si tiene presente che le bombe che gli americani scaricarono sul Vietnam erano state realizzate con il contributo di scienziati tedeschi, fra i quali gli ideatori dello Zyklon B, utilizzato ad Auschwitz con particolare entusiasmo.
Adesso Barbie si faceva chiamare Klaus Altmann, disponeva di documenti perfetti e operava a Berlino, lautamente ricompensato dagli anglo-americani.
Il solo guardarlo dava a Kris un forte senso di nausea.
Se Altmann aveva notato quell’ostilità, gli risultava del tutto indifferente.
“Il problema”, concluse “nasce dall’arrivo di un tenente del KGB. In base alla mia esperienza, posso affermare che è l’agente più pericoloso con cui abbiamo avuto a che fare fino a oggi. Diventerà capitano, maggiore, colonnello… tutto quello che vorrà, perché è un fuoriclasse. Io conosco gli uomini.”
E anche i bambini, pensò acidamente Kris.
“Cosa propone?”, domandò Forbes.
“Semplice. Va eliminato. E al più presto: ha già fatto mettere sotto controllo tutti i conducenti della linea della metropolitana che passa a ovest e, a meno di un miracolo, il nostro uomo è spacciato. E farà di più. Va ucciso. Senza indugio. Naturalmente, c’è un prezzo da pagare.”
“Naturalmente.”, disse Baker con voce piatta. Anche lui disprezzava Altmann ma, come tutti, doveva obbedire agli ordini.” Raccolse le sue carte e si alzò. “Le faremo sapere. Ci servirebbe un curriculum di questo tenente.”
Klaus fece un sorriso gelido. “Ecco. Tre copie.” Le porse ai due inglesi e all’americana che la prese con la punta delle dita.
Altmann puntò l’indice sul fascicolo che Baker stava infilando nella borsa. “Lì c’è tutta la sua storia. Studiatelo.”
Nessuno degli altri tre gli rispose.
“Buona giornata, signori.” Altmann batté i tacchi e uscì dall’ufficio.
“Nazista di merda!”, esclamò Baker, quando la porta si chiuse alle sue spalle.

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L’UOMO DI GHIACCIO 1

AleksandrBerlino, zona est. E’ una gelida serata invernale, la pioggia scende mista a neve, il cielo è cupo e ostile e la gente corre verso casa nella speranza di trovare un po’ di tepore.
L’americano alto che sarebbe morto un minuto più tardi uscì da un locale che forse ai tempi di Hitler aveva conosciuto momenti migliori. Mentre varcava la soglia effettuò la consegna e nessuno se ne accorse. Il tedesco si diresse verso un tavolo, l’uomo della CIA attraversò la strada. Gli spararono un istante prima che raggiungesse il marciapiede situato sul lato opposto.
“Idiota!”, sibilò Aleksandr Stavrogin all’agente della Stasi.
Da quando era stato eretto il Muro, ogni contatto fra la parte occidentale e quella orientale di quella che anni prima era stata la capitale più potente e orgogliosa d’Europa era vietato. Ciò nonostante, esistevano dei modi per trasferire informazioni importanti e, benché fossero estremamente pericolosi, alcuni uomini avevano deciso di correre il rischio in nome della libertà e della lotta al comunismo.
L’agente della CIA si chiamava Tom Parker e agiva senza copertura diplomatica. Questo implicava che, in caso di cattura, sarebbe stato torturato e ucciso. Ma non era la sua sorte che interessava al tenente della prima direzione centrale del KGB Stavrogin: lui voleva mettere le mani sul misterioso tedesco che reggeva le fila dell’organizzazione clandestina che tanti danni aveva procurato all’Unione Sovietica.
Quell’uomo ora si trovava all’interno del bar, ma qualsiasi cosa gli avesse passato l’americano, essa era già scomparsa. Era anche possibile che il traditore fosse uscito dalla porta di servizio e, in tal caso, era praticamente irrintracciabile. Inoltre, Stavrogin aveva visto soltanto una figura di media statura, avvolta in un pesante cappotto, e l’aveva vista solo di schiena. Era tutto da dimostrare, poi, che fosse lui e non un altro il nemico che cercava.
L’agente della Stasi era giovane e sciocco. Dopo aver pedinato a lungo l’inviato di Langley, preso da un’insulsa euforia, derivante dall’inesperienza, aveva deciso di sopprimerlo, senza considerare le conseguenze. E Stavrogin, almeno nominalmente, non era al comando dell’unità impegnata in quella missione. Toccava ai tedeschi dell’est, sebbene allo stato dei fatti fossero solamente dei servi di Mosca.
Il tenente del KGB scrutò i quattro agenti della Stasi. Nonostante indossassero indumenti adeguati, erano intirizziti. Il russo li valutò per quello che erano: nullità. Non erano mai stati in Unione Sovietica; in caso contrario, avrebbero appreso ciò che significava la parola “freddo”. E se avessero prestato servizio in Siberia, non sarebbero durati più di due mesi. Girò loro le spalle e si allontanò, incurante della neve che ora scendeva abbondante, ammantando la città di bianco.
Stavrogin, il cui nome in codice era Matrioska, conosceva diversi sistemi per trasmettere notizie provenienti dall’Urss al di là del Muro.
Uno di essi era legato alla metropolitana. Naturalmente, i vagoni erano blindati, tuttavia vi era un punto dove per un breve tratto il mezzo sconfinava all’aperto nel territorio occidentale e se i passeggeri potevano unicamente guardare, la cabina di guida non era sigillata. Però, quanti erano i conducenti?
Esistevano molti altri modi, alcuni dei quali assai fantasiosi, ma non per questo meno efficaci. La casistica era vasta quanto l’intelletto umano.
Per quello sarebbe stato importante fermare e interrogare l’americano, anche se Matrioska non ignorava che difficilmente un agente della CIA fosse sprovvisto di una capsula di cianuro.
Quello che Matrioska non sapeva era che, malgrado non raggiungesse il metro e ottanta, l’uomo cui stava dando la caccia un tempo era appartenuto alla Gestapo; di conseguenza possedeva esperienza da vendere, nervi solidi e un autocontrollo formidabile. Non si sarebbe potuto spiegare altrimenti la mancanza dell’altezza regolamentare.
Non a caso, nell’ambiente egli veniva chiamato L’Uomo di Ghiaccio.
Lavorava per gli americani e per gli inglesi in cambio di denaro, ma anche per un piacere più intimo e sottile: uccidere.
Vi era poi una terza ragione.

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Berlino, zona est. E’ una gelida serata invernale, la pioggia scende mista a neve, il cielo è cupo e ostile e la gente corre verso casa nella speranza di trovare un po’ di tepore.
L’americano alto che sarebbe morto un minuto più tardi uscì da un locale che forse ai tempi di Hitler aveva conosciuto momenti migliori. Mentre varcava la soglia effettuò la consegna e nessuno se ne accorse. Il tedesco si diresse verso un tavolo, l’uomo della CIA attraversò la strada. Gli spararono un istante prima che raggiungesse il marciapiede situato sul lato opposto.
“Idiota!”, sibilò Aleksandr Stavrogin all’agente della Stasi.

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