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Archive for maggio 2017

Se non fosse stato per quell’uomo, pensò Stradilasi spostando lo sguardo sul ragazzo dall’aria ebete che sedeva di fronte a lui, adesso con ogni probabilità lui si sarebbe trovato in galera. Gli altri detenuti avrebbero cercato di fargli la pelle, dal momento che nelle carceri vigeva una sorta di codice d’onore: guai ai seviziatori di bambini, e questo valeva per tutti, ladri e assassini, trafficanti di droga e terroristi fuori di testa. Si sarebbe difeso, ma anche se fosse riuscito a salvare la pelle non avrebbe certo passato momenti felici. Sarebbe rimasto dentro a lungo, una prospettiva alquanto angosciosa. Non sapeva perché Flagg lo avesse tirato fuori dai guai; ignorava che si era trattato solo di una prova, un incontro del tutto casuale, in attesa che l’Uomo Nero fosse davvero pronto, una specie di tiro di riscaldamento, e anche se lo avesse saputo non gli sarebbe importato più di tanto. Quello che contava era il risultato. E ora? Aveva ricevuto l’ordine di venire a Consonno, un paese stravagante quanto morto, e naturalmente aveva obbedito. Guardò il tugurio fatiscente nel quale si trovava, poi ricordò a se stesso che Flagg era pericoloso e che era bene continuare a fare ciò che voleva, qualsiasi cosa fosse.
Fu in quel momento che Flagg parlò.
Aveva un’espressione soddisfatta. “Dall’altra parte delle montagne.”, disse. “Un ragazzino, una giovane donna piuttosto attraente, e questi due sono per voi; in più, un professore americano di cui si occuperà una certa megera, e infine uno slavo, e sarà mia cura sistemarlo.” Sembrò perdere per un attimo il buon umore: Berisha era strano, per taluni versi indecifrabile, riusciva e entrare nei suoi sogni… ma c’era dell’altro… visioni che sembravano come protette da un muro, qualunque fosse il loro significato. Bene, avrebbe abbattuto quel muro. Un passo alla volta.
“Forse vi starete domandando”, continuò prendendo una cartina dalla tasca del giubbotto, “perché ho scelto proprio voi. Non vi deve interessare saperlo.” Preparò la sigaretta, l’accese e aspirò una boccata di fumo. “La ricompensa è già contenuta nella missione che svolgerete. Bambino, ragazza, a vostra disposizione. In ogni senso.”
Sorrise, e Stradilasi rabbrividì davanti a quel sorriso.
Per scacciare l’apprensione, si ripeté che adesso lui faceva parte della sua squadra. Avrebbe potuto disporre come meglio credeva di un ragazzino, era libero e non stava scontando una lunga pena detentiva; se Flagg possedeva un sorriso raggelante, era semplicemente un fatto da accettare. Non essendo uno stupido, si era reso conto del modo in cui l’Uomo Nero li osservava, sia il tipo dall’aria ebete, sia lui stesso: da quegli occhi trapelava una forma di disprezzo, sebbene si comportasse in maniera gentile, o quasi. Be’, un po’ di disprezzo era meritato, considerò ripensando al suo folle tentativo di sedurre Paolo; e in quanto all’altro, dava per scontato che l’aria ebete corrispondeva a un quoziente intellettivo molto basso. Almeno io sono intelligente… quando riesco a controllare i miei impulsi.
E nel futuro prossimo non sarebbe stata necessaria alcuna forma di controllo.
Un’idea assai appagante.

Flash. Un lampo. Come se la natura volesse partecipare, una luce apparve, a est, in direzione di Lecco. Effetto del calore, ritenne Berisha. Là era già notte, e presto sarebbe arrivata anche qui. Si estraniò dai discorsi, alcuni di dubbia utlità, altri più interessanti, per accogliere, volente o nolente, l’immagine di Neil Young. Stava camminando, con studiata lentezza gli sembrò, in mano una chitarra acustica che finì di accordare. Ma non era un concerto, mancava il pubblico e comunque si trovava in uno spazio aperto, illuminato dal sole. Iniziò a suonare, e a cantare. My my, hey hey (Out of the blue), il brano di apertura di un grande album, però durò poco: la sua voce si incupì, al pari dell’espressione del volto. My, my, hey hey (Into the black). Travnik!, mormorò Berisha. Ed ecco il letamaio, la morte, la distruzione e l’odio della guerra. Visioni che conosceva fin troppo bene: non per questo, cessavano di colpirlo, di ferirlo, di fargli desiderare che tutto ciò finisse, che non fosse reale, eppure sapeva bene che era vero, era accaduto; e per qualche oscura ragione lui era costretto ad assistere a quello scempio.
Fu un sollievo quando le immagini scomparvero, lasciandolo come sempre scosso e amareggiato. Al suo fianco, Vale ascoltava il professore americano, sorseggiando una bibita. Paola beveva una birra, lo sguardo assorto, le spalle rivolte agli ultimi raggi del sole. Brenden Reed chiuse il taccuino rilegato in pelle rossa su cui aveva fissato i suoi appunti, comprese le osservazioni riguardo al racconto del ragazzino.
Molte chiacchiere inutili, pensò anche lui, ciò nonostante si era fatto un passo avanti: era ragionevole prendere in considerazione quanto era avvenuto (e stava avvenendo) attribuendogli un significato che, se non proprio preciso, esulava comunque da sogni bizzarri e fini a se stessi. No. L’Essere si era palesato con chiarezza. Corrugò la fronte. Questo significava che era sul punto di agire. Come? E perché? La seconda domanda poteva essere rimandata, ma la prima era importante. Tuttavia non conosceva la risposta… era impossibile, tranne che… tranne che forse Berisha… Già. Se Berisha fosse riuscito a incanalare, secondo la propria volontà, le sue visioni, indirizzandole sul momento attuale, e sul pericolo attuale, ebbene, in tale caso, avrebbero avuto un’arma, uno scudo, qualcosa da opporre al Nemico. Difficile? Sicuramente! D’altro canto, quella era l’unica strada. Non ne esistevano altre.

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Quella notte faticò a prendere sonno, si girava e si rigirava nel letto mentre fantasticava su quello che avrebbe fatto al bambino.
E finalmente arrivò il momento tanto atteso. La mamma di Paolo si presentò a casa sua con il figlio. La donna lo ringraziò nuovamente e Stradilasi si schermì ancora con fare modesto. Lui amava i bambini. La sua era una missione, ripeté. Poi la donna uscì (non prima di avergli consegnato una torta, accompagnata da un sorriso radioso) e li lasciò soli.
Stradilasi fece accomodare Paolo davanti al tavolo del piccolo soggiorno. Il ragazzino tirò fuori i quaderni dalla cartella (era tra i pochi che la usavano) e incominciò a fare i compiti. Stradilasi lo controllava amorevolmente.
Paolo commise un errore.
“No, qui hai sbagliato.”, disse l’insegnante in tono comprensivo. “Aspetta, adesso ti faccio vedere. Perché non ti siedi qui? Così sarai più comodo.”
Il bambino era imbarazzato.
Stradilasi insistette e lui si mise a sedere sulle sue ginocchia. Indossava dei calzoncini corti, la pelle delle gambe era morbida e liscia. Emanava un profumo fresco. Stradilasi iniziò a sudare. Paolo riprese a svolgere il suo compito.
La mano dell’uomo si infilò sotto ai pantaloncini.
Paolo trasalì.
La mano entrò nelle mutandine.
Il bambino si irrigidì, ma ormai Stradilasi non riusciva più a controllarsi: aveva sognato troppe volte quell’istante. Incominciò ad accarezzargli il pene. Paolo era palesemente a disagio, ma non disse nulla. Stradilasi lo accarezzò più velocemente; intanto ansimava.
Il ragazzino non prestava più attenzione al compito, sedeva teso e pallido in volto, mentre la mano dell’insegnante lo masturbava sempre più forte.
Paolo non si eccitava.
Stradilasi provò un moto di stizza, tuttavia era anche elettrizzato; un’idea balenò in lui, sconvolgendolo per le implicazioni che comportava. Sarebbe stato stupendo. Fece scendere il bambino dalle ginocchia e si alzò in piedi. “Vieni.”, gli disse con voce rotta.
Lo guidò nella camera da letto. Probabilmente era il momento più alto della sua vita, il momento che avrebbe ricordato per sempre. Era sconvolto dall’eccitazione. Con frenesia si svestì, poi spogliò Paolo. Lo fece sdraiare sul letto e si sistemò accanto a lui. Lo baciò sulla bocca. Gli succhiò i capezzoli.
Paolo non reagiva, era rigido e distante.
Doveva scuoterlo. Si sdraiò sulla schiena e disse: “Prendimelo in bocca, bello. Vedrai che ti piacerà.”
Paolo non si mosse.
“Coraggio!” Lo prese delicatamente per la testa e la spinse verso il suo bacino.
Paolo obbedì. Stradilasi chiuse gli occhi e si rilasciò, pregustando l’intenso piacere che avrebbe provato. Poi avrebbe reso il servizio e anche il bambino avrebbe goduto. Paolo lo morse con ferocia. Con un urlo di dolore Stradilasi scattò a sedere. Colpì Paolo con un violento manrovescio che lo buttò giù dal letto. Il bambino si alzò, aveva gli occhi pieni di collera. “Lo dirò alla mamma! Lo dirò alla mamma!”, strillò, quindi corse fuori dalla camera.
Stradilasi era agghiacciato. Per un lungo momento fu incapace di pensare; il mondo gli turbinava addosso come una trottola impazzita, il membro gli trasmetteva lampi di dolore. Si costrinse a ritrovare la calma. Non poteva permettergli di denunciarlo, sarebbe stata la sua fine.
“Lo dico a papà!”, gridò il bambino dal soggiorno, dopodiché corse giù per le scale.
Devi fermarlo.
Stradilasi saltò giù dal letto e lo inseguì. Visto che era nudo come un verme, doveva prenderlo prima che uscisse dal portone.
Paolo era veloce e scendeva le scale agilmente: non ce l’avrebbe mai fatta.
Spiccò un balzo e atterrò pesantemente a pochi passi dal bambino. Il colpo si trasmise dai piedi alla testa, percorrendogli la spina dorsale come una frustata. Si lanciò verso Paolo con le braccia protese.
Il bambino stava trafficando con la maniglia.
Stradilasi allungò una mano per afferrarlo.
Paolo aprì il portone e schizzò fuori, in strada.
Stradilasi era perduto.

Era tornato di sopra, si era rivestito ed era corso alla stazione. Il primo treno stava per partire. Aveva preso il biglietto e si era scelto uno scompartimento vuoto. Con il viso appoggiato al finestrino, aveva guardato fuori ansiosamente, aspettandosi di vedere da un momento all’altro i carabinieri: avrebbero impedito la partenza del treno e sarebbero saliti per ispezionarlo. Naturalmente, lo avrebbero trovato. Il treno si mise in movimento e Stradilasi esalò un sospiro di sollievo. Però, non sapeva dove andare; il futuro gli appariva sconosciuto e misterioso: fino a quel giorno la sua vita si era dimostrata comoda e piacevole, basata su alcune solide sicurezze, ora invece era atteso da una serie di eventi che non era in grado di prevedere. Inoltre, prima o poi, sarebbe stato arrestato, forse addirittura alla prima fermata. Era possibile che qualcuno lo avesse notato mentre correva diretto alla stazione.
Era immerso in quei pensieri cupi, quando la porta dello scompartimento si aprì. Preceduto da una folata di aria gelida, entrò un uomo. Prese posto accanto a lui.
Lo sconosciuto lo guardò e disse: “E così hai commesso un errore.” Aveva l’aria divertita, quasi Stradilasi fosse un personaggio umoristico. Era un uomo alto, vestiva jeans, giubbotto e stivali scalcagnati. Attorno a lui pareva esserci un’ombra che non permetteva di distinguerne i lineamenti; dentro all’ombra come due luci rosse, simili ai tizzoni di un fuoco di campo quando il vento cala ululando dalle montagne. E in quelle luci… Emanava calore, quantomeno questa era la sensazione iniziale: un istante dopo, l’impressione era che trasmettesse freddo, non un freddo normale, qualcosa di molto più intenso, gelo, il gelo totale… e, insieme, il caldo bruciante di un deserto. Un cerchio infuocato, ecco da cosa era avvolto. Stradilasi comprese che, se solo avesse voluto, quell’uomo avrebbe potuto salvarlo.

 

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Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

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