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Archive for the ‘matrioska’ Category

MATRIOSKA 49

Monica premette il grilletto.
Aleksandr si portò le mani al torace, fissandola incredulo. Cadde all’indietro, sul letto; poi si rialzò, si avventò sulla donna, le strappò l’arma di mano, la afferrò per le braccia e la scaraventò contro la parete.
Monica lo guardò sgomenta. Non riusciva a credere di aver trovato il coraggio per sparargli a bruciapelo. Si rannicchiò per terra. Adesso sarebbe morta; però si era riscattata: e forse questo contava più della sua vita.
Matrioska torreggiò su di lei, pensando di ucciderla; ma la testa gli turbinava, si reggeva a stento sulle gambe. Comprese che gli restavano solo pochi minuti. Uscì dalla stanza e barcollando scese le scale dell’albergo.
Monica vide la porta sbattere, si sollevò a fatica e gettò la pistola sul pavimento. Le tremavano le mani. Avrebbe dimenticato quel terribile giorno soltanto molti anni dopo, quando, malgrado l’età ormai avanzata, concepì il suo primo e unico figlio.
Aleksandr passò davanti al portiere, che lo guardò sbalordito: un uomo seminudo, grondante sangue; era un’apparizione raccapricciante che lo colmò di terrore.

Di lì a breve, quando Elke Shurer varcò la frontiera italiana con Monica Squire a bordo della sua Mercedes, a Langley il direttore della CIA seppe che la carta che aveva gettato sul tavolo si era rivelata un asso. Un asso vincente.
Il capo della CIA si sarebbe concesso un sorriso.
Aveva sconfitto l’FBI, lo SDECE, il Servizio d’azione, il KGB, aveva ingannato il presidente degli Stati Uniti, e finalmente era riuscito a eliminare Matrioska.
Non più di un sorriso, però, perché la pensione era lontana e molto lavoro ancora lo attendeva.
Un giorno, Gorbaciov avrebbe fatto a pezzi il KGB in seguito a un fallito colpo di stato. Ma non sarebbero mancati nuovi nemici.
Tuttavia – ma questo il direttore ancora non poteva saperlo – nessuno di loro sarebbe stato all’altezza del tenente generale Aleksandr Sergeivic Stavrogin.
L’ultima decisione che prese, prima di tornarsene a casa a dormire, fu quella di promuovere Monica Squire.
Ma l’ultimo pensiero fu rivolto alla moglie.
Si augurò che non fosse arrabbiata con lui, a causa della lunga assenza.

Due ore più tardi – in America era notte, a Cannes mattino inoltrato, in Russia quasi mezzogiorno – Vladimir Putin apprese la notizia.
Osservò con aria cupa l’ufficiale che lo aveva informato, scosse la testa e lo congedò. Sebbene non fosse un uomo incline alle emozioni, provava un profondo rammarico.
Aveva perso il suo miglior agente.
“Maledetti cekisti americani!”, proferì a bassa voce.
Quindi, tornò al suo lavoro.

Matrioska attraversò la Croisette, scavalcò la transenna e percorse lentamente tutta la spiaggia, fino alla battigia.
Il motoscafo si stava avvicinando alla riva. Aleksandr non sarebbe mai salito su quel motoscafo.
Il sole si alzò maestoso nel cielo, disegnando arabeschi sulle onde che scintillavano come gioielli. Poco distante dal punto in cui si trovava il russo, qualcuno aveva acceso un fuoco. L’odore del fumo di legna lo riportò indietro nel tempo, quando era ragazzo e andava per boschi con Sonja. Prima di lasciarsi cadere in ginocchio, scrutò l’orizzonte. Quel mare era bello ma non era il suo mare.
Fu colto da un’angoscia indicibile al pensiero che non avrebbe mai più rivisto il suo dragone.
Con uno sforzo possente della mente lo ricreò nell’immaginazione.
E lo vide, come fosse davanti ai suoi occhi:
La barca virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia.
Fu allora che Matrioska sorrise.
Poi finì nell’acqua, a faccia in giù.
E lì giacque, cullato dal suono gentile del Mistral.

MATRIOSKA
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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MATRIOSKA 48

Quando bussarono alla porta, Aleksandr si svegliò immediatamente, come un soldato. Represse un sorriso. Elke era proprio insaziabile! Ma adesso non aveva più tempo. A minuti sarebbe arrivato il motoscafo. Con i soli boxer addosso andò ad aprire. La sveglia squillò in quel momento.
“Monica!”, esclamò, stupito. “Sei qui per seguirmi in Russia?”
“Non sarebbe possibile, e questo tu lo sai bene.”, replicò la donna in un tono meno convinto di quanto avesse voluto.
“Sciocchezze! Mi hanno promosso ai più alti vertici del KGB. Da domani io avrò la facoltà di impartire ordini a chiunque, a parte un ristretto numero di persone. Anche il segretario del partito ha paura del KGB. Tu non conosci bene la situazione dell’Unione Sovietica. Allo stato attuale, la struttura alla quale ho l’onore di appartenere detiene il potere assoluto. Gli altri… non contano più nulla.”
Monica lo fissò. “Lo desideri veramente, Aleksandr?”
“Ho una casa che è in capo al mondo. Lì nessuno potrebbe mai raggiungerci, nessuno potrebbe mai trovarti e, anche se accadesse, nessuno potrebbe mai toccarti.”
“Lo desideri veramente, Aleksandr?” Monica ripeté la domanda, guardandolo negli occhi. Ma quegli occhi erano gelidi, privi di espressione, di sentimento, del benché minimo calore umano.
Capì che una parte di lui lo voleva, tuttavia era la parte meno importante, succube del manto di gelo di cui Matrioska si era corazzato molti anni prima: e quella parte non sarebbe mai più riemersa veramente.
Lui intuì il corso dei suoi pensieri e distolse lo sguardo.
Sembrò riflettere, ma, secondo Monica, la decisione era già stata presa, subitanea come tutte le azioni di Matrioska.
“D’accordo.”, disse Aleksandr. “Sei libera di scegliere il tuo cammino. Ora io devo andare, con o senza di te.”
Prese i vestiti dall’armadio e li appoggiò sul letto, poi si chinò sul comodino per recuperare alcuni oggetti.
Monica estrasse la pistola.
Lui sorrise. Un sorriso vagamente sprezzante.
“Tu sei americana. Voi avete delle regole. Non potresti mai uccidere una persona a sangue freddo, altrimenti passeresti il resto della tua esistenza a struggerti, straziata dal rimorso.”
Non sai quanto è vero!, pensò Monica.
Quando parlò, la voce le tremava. “In un altro tempo e in un altro mondo, forse avrei potuto amarti: ma tu sei un nemico!”
Aleksandr la fissò per un istante in silenzio.
“Dovresti essermi riconoscente.”, affermò in modo pacato. “Il cottage? Ricordi? Se ti avessi lasciata nelle mani di Aglaja, lei ti avrebbe seviziata. Avresti sofferto in maniera indicibile.”
Questo era vero, e Monica lo sapeva già. Si sentì incerta, ma ritrovò subito la prontezza. “Lo so.”, ammise. “Però, mi avresti uccisa. Dicesti che ti dispiaceva, e ti credo, comunque lo avresti fatto.”
“Gli ordini.”, ribatté lui.
“Esatto: gli ordini. Anch’io ho i miei e anch’io, come te, devo eseguirli.”
“Sono situazioni diverse.”
“No, Aleksandr: sono situazioni uguali.”
Poi, all’improvviso, lei capì.
Matrioska non era affatto interessato a quel dialogo. Serviva solo a distrarla. Mentre parlavano, si era già avvicinato di due passi.
Monica arretrò, ristabilendo una distanza di sicurezza.
Lui sorrise nuovamente; questa volta era un sorriso ammirato.
Ma quando lei lo guardò negli occhi, vide che nel suo sguardo non c’era traccia di sorriso. La fissava con una luce implacabile, completamente priva di simpatia o di affetto. In quello sguardo, Monica vide la sua morte.
Cominciò a pensare che il suo piano era molto ingenuo. Da qualche parte Matrioska poteva avere un’arma e, a parte questo, le era sufficiente osservare il suo corpo, le spalle ampie, le braccia poderose, per rendersi conto che aveva agito come una sciocca.
Aleksandr allungò una mano.
“Dammi la pistola.”, disse.
Monica scosse la testa.
Lui avanzò di un altro passo.
Monica comprese che stava per balzarle addosso.
L’avrebbe disarmata e l’avrebbe uccisa a mani nude.
Aleksandr si fece ancora più vicino.
Monica indietreggiò e scopri con orrore di trovarsi con le spalle al muro. Ansimava, come dopo una lunga corsa o un allenamento in palestra.
Matrioska scattò per colpire di taglio il polso sottile della donna.

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MATRIOSKA 47

Monica Squire uscì dall’appartamento e a piedi si diresse verso l’hotel Martinez.
Non è un tratto di strada particolarmente lungo e può essere percorso in pochi minuti; molte persone sono solite recarsi da un’estremità all’altra della Croisette anche varie volte al giorno. Il fascino del panorama rende estremamente piacevole questo percorso.
Ma a Monica tremavano le gambe.
Le tremavano per due ragioni: perché aveva paura e perché era angosciata.
La paura nasceva dal fatto che conosceva bene Matrioska. Quando era ancora in vita, anche John Lodge aveva temuto di affrontarlo. Matrioska era il miglior agente segreto del mondo, il più freddo, il più spietato, il più astuto, il più forte. Con quali speranze poteva confrontarsi con lui? Era riuscita a uccidere Aglaja, grazie al diversivo causato da Yarbes; altrimenti sarebbe stata sopraffatta. E Matrioska valeva dieci volte Aglaja.
L’angoscia derivava dalla consapevolezza che, qualora fosse riuscita a sorprenderlo (e quello era l’unico modo per avere la meglio su di lui), poi avrebbe dovuto sparargli a sangue freddo.
Monica aveva già ucciso. Per un’agente della CIA ciò era naturale. Gli uomini che formavano l’equipaggio dell’Hind, in Afghanistan, e Aglaja, nel cottage vicino al lago. Ma, in entrambi i casi, lo aveva fatto per salvarsi la vita. Inoltre, se i russi dell’Hind erano dei perfetti sconosciuti, dei quali non sapeva assolutamente nulla, per Aglaja nutriva una profonda avversione o, più precisamente, odio allo stato puro.
Con Aleksandr era diverso.
Era un uomo glaciale e i suoi occhi sembravano un abisso scavato nel nulla. Da essi non trapelavano emozioni, paura, sentimenti. Eppure quell’uomo glaciale l’aveva fatta fremere di passione e, quando avevano fatto l’amore, lei lo aveva sentito vicino, ed è raro che una donna si sbagli su certe cose.
A causa della sua etica contorta, Matrioska non avrebbe mai esitato a ucciderla; tuttavia, in America, aveva rimandato il più possibile e le aveva promesso che non sarebbe stata Aglaja a sopprimerla.
Monica conosceva le intenzioni della russa, dato che Aglaja era stata esplicita al riguardo.
Avrebbe riempito la vasca da bagno e l’avrebbe costretta a immergersi nell’acqua. Sarebbe entrata con lei nella vasca. Presumibilmente, si sarebbe sistemata dietro con la schiena appoggiata al bordo e le gambe allacciate alle sue. La stretta sarebbe stata simile a quella di una tenaglia. Con una mano le avrebbe imprigionato i polsi, sollevandole le braccia fino all’altezza delle scapole. Con l’altra le avrebbe tenuto la testa sotto per un minuto. L’avrebbe lasciata respirare brevemente, quindi avrebbe ripetuto l’operazione. Questa volta per due minuti. Una nuova boccata di ossigeno e i minuti sarebbero diventati tre. Difficilmente ci sarebbe stata una quarta immersione.
Una morte atroce.
Aleksandr invece le avrebbe sparato. E quasi certamente in un momento in cui lei non se lo sarebbe aspettato: le avrebbe risparmiato l’agonia dell’attesa.
Un colpo di pistola e tutto sarebbe finito.
Con che coraggio avrebbe potuto ammazzarlo, mentre lui la guardava?
La tentazione di rinunciare era fortissima.
Aveva un appuntamento con Elke Shurer davanti al porto nuovo.
Poteva andarci subito e aspettarla.
La tedesca non le avrebbe rivolto domande. Era stata pagata per consegnarle una pistola e il suo compito si esauriva lì. Che Monica usasse o meno quella pistola non la riguardava.
Chiaramente, se si fosse tirata indietro, con la CIA avrebbe chiuso.
Scrollò le spalle. Grazie alla sua preparazione avrebbe potuto trovare mille altri lavori.
Però, esisteva anche un terzo aspetto.
Voleva dimostrare a se stessa, prima che agli altri, di non essere una codarda. Quanto era successo con Aglaja era stato solo un episodio, un incidente di percorso.
E c’era un quarto aspetto.
John Lodge era morto sulla porta di casa, mentre aspettava sua moglie e sua figlia. Non era armato: era indifeso.
Ed era stato Matrioska a ucciderlo.
Raggiunse l’hotel Martinez, esitò per un attimo, quindi tirò dritto. Il bar del Carlton era chiuso. Tagliò per una via interna e sboccò in Rue d’Antibes. In fondo, fra un cinema e una farmacia, vide un bar aperto. Entrò e ordinò un caffè, poi cambiò idea e chiese un cognac. Bevve lentamente, a piccoli sorsi, pagò la consumazione, domandandosi se era l’ultima cliente della notte o la prima del mattino, e uscì.
Si fermò a riflettere.
Un ragazzo le passò accanto e le rivolse un complimento in italiano.
Monica tornò sui suoi passi.

Il portiere notturno del Martinez era convinto che l’affascinante signorina Shurer e monsieur Delpech fossero amanti. Ma quando Monica Squire dichiarò che la tedesca l’aveva autorizzata ad attenderla in camera sua, fu colto da un sospetto che lo intristì.
Che spreco!, pensò.
Sebbene non fosse all’altezza di Elke, anche la nuova venuta era attraente, benché fosse molto pallida e avesse i lineamenti tesi.
D’altro canto, esisteva un solo motivo plausibile che giustificasse quell’appuntamento a un’ora così insolita. Memore della lauta mancia ricevuta, le consegnò la chiave della stanza della signorina Shurer.
Monica si diresse verso l’ascensore, e il portiere sospirò.

Lontano da lì, sull’aereo che lo riportava in patria, Yarbes rifletteva.
Era stato il suo capo a suggerirgli di ricorrere allo SDECE, e questo si era rivelato un errore. L’errore, comunque, era anche suo, dato che non aveva mosso obiezioni. C’era però un secondo errore, forse più grave del primo. Yarbes aveva pensato che, visto che si comportava da innocuo turista, gli sbirri francesi ormai lo avessero lasciato perdere, per tornare a incombenze più importanti. Non aveva immaginato che invece avrebbero continuato a seguirlo.
Sorseggiò il bourbon senza ghiaccio che aveva ordinato alla graziosa hostess. Mentre lo serviva, la donna aveva sporto il seno in fuori. Ma a Yarbes le avventure di una notte non interessavano.
Tornò a riconsiderare ciò che era successo. Accadeva molto di rado che il direttore della CIA si sbagliasse e nei rari casi in cui questo si verificava generalmente reagiva con prontezza: aveva sempre un piano di riserva, e talvolta più d’uno. Ciò significava che presto Yarbes avrebbe avuto un’altra occasione, e alla prossima non avrebbe fallito. Era molto capace, e sapeva di esserlo. Quello che non sapeva era che il piano di riserva era già scattato, e che non sarebbe stato lui a portarlo a termine.

Le camere di Elke e di Aleksandr erano sullo stesso piano.
Monica entrò nella stanza della tedesca e appese fuori dalla porta il cartellino “non disturbare.” Richiuse la porta e si avvicinò alla camera del russo. Erano soltanto pochi metri, ma le sembrarono infiniti. Quando fu davanti trattenne il respiro. Era ancora in tempo per cambiare idea. Sarebbe potuta scendere, fingersi indignata per il ritardo di Elke, e lasciare quel maledetto albergo. Oppure far passare qualche minuto per rendere più credibile la scena. Aveva in bocca un sapore cattivo, forse dovuto al cognac: non era abituata a bere alcolici e certo non all’alba. Ma il caffè l’avrebbe resa ancora più nervosa.
Un giorno, a Los Angeles, aveva conosciuto casualmente un giovane brooker. Era un tipo simpatico e aveva accettato di bere qualcosa con lui. Phil Weir – questo era il nome del brooker – le aveva insegnato un metodo, secondo lui infallibile, per estraniarsi da ogni emozione negativa. Weir sosteneva che era in grado di congiungersi con il cosmo, di entrarne a far parte: in quei momenti viveva sensazioni talmente fulgide da fargli dimenticare tutto il male che esisteva sulla Terra. Diventava potente, puro spirito, un’entità in grado di indirizzare il proprio futuro. Ovviamente, lui era molto esperto, ma Monica avrebbe potuto apprendere i primi rudimenti della meditazione trascendentale. Monica sospettava che in realtà lui si fosse fumato il cervello, però qualche volta aveva tentato di applicare quelle tecniche. Visti i risultati, aveva deciso di lasciar perdere.
Ora, forse, le sarebbe servito rallentare il respiro… astrarsi… pensare alle stelle…
Tutte sciocchezze!, si disse.
Ciò che le serviva veramente era una cosa sola: il coraggio. E quello non poteva regalarglielo nessuno.
Trasse un profondo respiro e bussò alla porta di Matrioska.

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MATRIOSKA 46

Matrioska tornò in camera e preparò la valigia. Il passaporto di Delpech non gli serviva più. All’alba sarebbe salito su un potente motoscafo che lo avrebbe condotto in Liguria. Per gli italiani il documento “quasi perfetto” che Delpech gli aveva portato in America era più che sufficiente.
Si spogliò e si concesse un lungo sonnellino.
Si svegliò a tardo pomeriggio. Si rasò e fece una doccia. Eliminò la tintura grigia dai capelli, si passò una crema speciale sul viso e sulle mani, e gettò le lenti a contatto. Indossò una giacca nuova e una camicia pulita. Era elegante, anche se un inglese avrebbe storto il naso vedendo il colletto della camicia spuntare dalla giacca, alla russa.
Quella sarebbe stata la sera del commiato, e quella notte avrebbe fatto l’amore per l’ultima volta con Elke Shurer.
Decise che l’Auberge Provencale valeva una seconda visita.
Il vento era cambiato: il Mistral aveva sostituito lo scirocco, ma l’aria era ancora tiepida, e il cielo punteggiato di stelle.
Consumarono una cena deliziosa, accompagnata dall’eccellente Beaujolais (sempre un solo bicchiere per Aleksandr).
Dopo essere tornati al Martinez, Matrioska procurò quattro orgasmi all’appassionata Elke, quindi si assopì.
Lei si alzò dal letto e lo baciò in punta di piedi. “Buona fortuna, tenente generale Aleksandr Sergeivic Stavrogin.”, gli sussurrò; quindi scalza raggiunse la sua camera. Non era il tipo di donna da addii patetici.

Mentre Matrioska dormiva e Monica avvilita preparava la valigia (da molte ore ormai aveva capito che le cose erano andate storte, e una breve visita al Martinez le era valsa da conferma), Yarbes aspettava cupamente che tutte le formalità venissero espletate e che lo imbarcassero sul primo volo diretto negli Stati Uniti.
Nelle ultime ore si erano susseguite diverse telefonate.
Hanault con il suo cipiglio più severo aveva informato gli americani che avrebbe trattenuto il prigioniero per “un tempo adeguato”.
Alla fine, lo aveva chiamato il direttore della CIA in persona. L’uomo di Langley era troppo esperto e acuto per lasciarsi andare in escandescenze. Aveva messo le cose su un piano amichevole, ricordando allo scorbutico interlocutore gli stretti legami che da sempre univano le due grandi nazioni (in realtà non sopportava i francesi), ed era ricorso anche a velate minacce, tanto velate che un funzionario meno accorto di Hanault con ogni probabilità non le avrebbe nemmeno colte. Aveva accennato a una possibile telefonata personale del presidente degli Stati Uniti. Qui bluffava, ma l’altro non poteva saperlo, sebbene lo intuisse.
Nauseato, Hanault decise di finire quella farsa. Yarbes sarebbe stato rispedito subito in America.
Ma c’era un altro problema. “E la donna?”
“Quale donna?”
“Quella che lo ha accompagnato: tale Monica Squire.”
Seguì un attimo di silenzio.
“Ah. Non è una dei nostri. E’… uhm… l’amante di Yarbes.”
“La mando a prendere.”
“Sarebbe meglio di no. Soffre di cuore, potrebbe spaventarsi. Senta, ci penseremo noi. Domani sarà fuori dalla Francia.”
Il disgusto di Hanault crebbe. Ma, in fondo, che differenza faceva?
“D’accordo.”, disse.
Il direttore della CIA ringraziò e riappese.
Ordinò una caraffa di caffè nero e forte. Malgrado in America fosse notte fonda, non era solo: oltre alle guardie, si erano trattenuti la segretaria e l’assistente personale.
Dunque Yarbes non era stato avvertito in tempo e aveva fallito. Era chiaro che il piano era stato studiato male. L’errore principale, da cui dipendeva tutto il resto, stava a monte: Yarbes non avrebbe dovuto mettersi in contatto con lo SDECE. Matrioska poteva essere rintracciato in altri modi.  Monica Squire era a Cannes, probabilmente in procinto di tornare negli Stati Uniti. Il direttore della CIA considerò la questione. Monica non aveva un’arma con sé. Tuttavia, a Cannes c’era anche un’altra persona.
Valeva la pena di rischiare?
Il direttore si alzò e andò alla finestra. Il buio regnava assoluto. La notte era fredda e silenziosa. Mise sui due piatti della bilancia la vita di Squire e la morte del russo. Una donna debole che aveva tradito Lodge per viltà e il più micidiale killer che avesse mai conosciuto. La bilancia si inclinò da un lato.
Il capo di Langley fissò il telefono, poi premette il pulsante dell’interfono e ordinò alla segretaria di comporre un certo numero.

Quando squillò il telefono, Elke Shurer era già a letto.
La donna sollevò il ricevitore, ascoltò in silenzio, disse qualcosa e riagganciò. Sebbene fosse sorpresa, non perse tempo in riflessioni inutili. Si alzò, indossò un paio di jeans che le lasciavano scoperti i polpacci e un morbido maglione di lana che l’avrebbe riparata dal freddo, calzò scarpe nere da ginnastica, quindi uscì dalla stanza. Anche vestita così faceva colpo: il portiere di notte se la mangiò con gli occhi. Elke gli chiese di chiamare un taxi. Aspettava una visita, disse. Forse avrebbe tardato a rientrare; in tal caso, l’uomo era pregato di lasciar salire in camera sua l’ospite che attendeva. Il portiere stava per obiettare, ma si affrettò ad annuire non appena vide le banconote. Sparirono in una tasca della giacca. Elke gli rivolse un sorriso smagliante.
Era una notte limpida.
Elke aspettò la macchina fuori dall’albergo, fumando una sigaretta. Quando arrivò il taxi prese posto sul sedile posteriore e indicò la sua destinazione. Una volta arrivati, pagò la corsa: non sarebbe tornata al Martinez. Il garage faceva servizio notturno, avrebbe saldato il conto e sarebbe partita per l’Italia.
Suonò a un citofono. Non fu semplice convincere la donna ad aprirle; ma Elke era paziente e sapeva spiegarsi molto bene. Parlava un inglese perfetto, oltre al russo, all’arabo, al francese e ad altre quattro o cinque lingue. Per la sua professione era un fattore indispensabile.
L’americana non le fece una grossa impressione. Elke era una bellezza statuaria: rispetto a lei, l’altra sembrava una ragazzina fragile. Era molto pallida e visibilmente tesa. Si era messa dei calzoncini corti e una canotta. La invitò a sedersi su un divano, accanto al quale era pronta una valigia. Elke la studiò per un momento. Non le dava una possibilità su cento, ma non era pagata per fare valutazioni. Ripeté ciò che aveva già detto al citofono, poi le porse una pistola, la informò che sarebbe ripartita entro due ore e uscì dal Palais des Dunes.
Elke Shurer lavorava per la Stasi, per il KGB, per il Mossad, per la CIA e per alcune organizzazioni private. Era rischioso: esistevano due precedenti. Riguardavano un russo e una francese. L’uomo era precipitato da un elicottero, la donna aveva finito i suoi giorni nella stanza di uno squallido albergo algerino. Però, era anche un lavoro molto remunerativo. Il suo patrimonio personale, equamente depositato in varie banche sicure, ammontava a cinque milioni di dollari. Questo senza aver mai ucciso una persona. Elke detestava la violenza. Quando le veniva assegnato un incarico, poneva un’unica condizione: che non le chiedessero di sporcarsi le mani. La pistola era solamente uno strumento di difesa.
In realtà con la CIA aveva chiuso da tempo, perché non si fidavano di lei; dopo una sola missione, l’avevano liquidata. Tuttavia non avevano preso provvedimenti, in considerazione del fatto che almeno fino a quel giorno non aveva mai cospirato apertamente contro gli Stati Uniti e che comunque aveva portato a termine con successo quella sola missione. Si limitavano a controllarla, ormai sapevano che faceva il triplo (o quadruplo) gioco e che era mossa soltanto dall’avidità. Con discrezione seguivano i suoi movimenti, specialmente quando all’orizzonte si profilava una crisi.
Ad alcuni funzionari sfuggiva il motivo di questo interesse. Un’opinione diffusa lo attribuiva alla paranoia del capo. Da tempo, ai vertici dell’Agenzia, circolava una battuta: se il “vecchio” avesse potuto, avrebbe indagato anche su se stesso, e non era escluso che ci avesse provato, magari con successo.
Ma non l’avrebbero più cercata. In nessun caso. E per nessuna ragione.
O quasi.
Non sapevano più a chi rivolgersi, pensò cinicamente la tedesca.
Lo stesso cinismo di cui avevano dato prova in innumerevoli occasioni gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, considerò fra sé. Mentre infuriava la guerra tra Iran e Irak, tanto per fare un esempio recente, gli Stati Uniti appoggiavano indirettamente l’Iran, e direttamente l’Iraq; l’Unione Sovietica, dal canto suo, si comportava esattamente nello stesso modo, aiutando direttamente l’Irak e indirettamente l’Iran per tramite della Siria. In confronto a loro, Elke si considerava una dilettante.

Mentre Elke Shurer a bordo della sua Mercedes percorreva rombando la Croisette per un ultimo saluto a Cannes, Monica Squire finiva di vestirsi e Michelle Anglade ripartiva per Parigi dopo aver trascorso buona parte della giornata dormendo nella camera di Yarbes, a Langley il direttore della CIA si predisponeva all’attesa.
Aveva gettato sul tavolo la sua ultima carta.

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MATRIOSKA 45

La donna si chiamava Michelle Anglade.
Malgrado fosse inverno era affannata e sudata. Aveva ricevuto la comunicazione da Langley soltanto il pomeriggio precedente, accompagnata dal divieto assoluto di usare telefoni o computer. Doveva consegnare il messaggio di persona. Lavorando vicino ad Hanault, ciò risultava praticamente impossibile.
Però, Michelle era intraprendente e risoluta. Dopo una breve meditazione, aveva accusato un’emicrania intollerabile; mai in vita sua aveva sofferto tanto.
Hanault si rivelò comprensivo e la invitò a rincasare. Un buon sonno era quello che ci voleva.
Michelle Anglade avrebbe voluto precipitarsi sul primo aereo in partenza per Nizza, ma sapeva che era rischioso. Gli aeroporti erano sorvegliati e, se qualcuno l’avesse riconosciuta, poi sarebbe stato complicato spiegare ad Hanault che il mare della  Costa Azzurra rappresentava il miglior antidoto contro il mal di testa. Lo stesso discorso si applicava in parte alle stazioni ferroviarie.
Perciò era salita sulla sua vecchia Renault.
Dimostrò una buona resistenza fermandosi soltanto due volte, vicino a Lione per fare il pieno, bere un doppio caffè e andare in bagno e poi in prossimità di Marsiglia ancora per la benzina e per andare in bagno.
Arrivò a Cannes, sfinita, dopo quasi dieci ore di viaggio.
Michelle apparteneva allo SDECE, ma era una talpa degli americani. Fra le due nazioni i rapporti erano buoni, tuttavia esisteva un unico Paese al mondo che fosse esente da agenti doppi che erano al servizio della CIA: l’Inghilterra.
In Italia ve n’erano almeno venti, quasi come in Germania e in Belgio. Si trattava di Stati amici ma questo non impediva agli americani di voler sapere con certezza ciò che succedeva all’interno delle loro strutture di intelligence.
In Francia, le talpe erano due. Per ragioni di sicurezza non si conoscevano, pertanto non potevano scambiarsi informazioni. La talpa numero uno aveva avvisato Langley che due uomini del Servizio d’azione, Bernard Leblanc e Antoine Guimard, avevano seguito Yarbes a Cannes. Era presumibile che stessero osservando sia lui, sia Julien Delpech, la sua potenziale vittima, l’ex militare che aveva combattuto per Charles de Gaulle ma che adesso sembrava in combutta con il KGB.
Appresa la notizia, la CIA l’aveva comunicata, attraverso mille misure precauzionali, a Michelle Anglade. Ciò aveva comportato una notevole perdita di tempo. Se Michelle avesse potuto parlare personalmente con la talpa numero uno – dalla quale magari la dividevano soltanto pochi metri – tutto sarebbe stato più semplice e più veloce. A volte, la donna si chiedeva quanto la paranoia influisse su tali complicate procedure.
Michelle non era un’idealista: si era venduta per denaro, dato che amava il lusso. Era bruna, carina e le piaceva vestirsi bene. Per non destare sospetti abitava in un monolocale, che peraltro era stato arredato senza badare a spese. Beveva spesso champagne e in certi casi ne faceva un uso particolare. Ma quello che contava era che un giorno – così le avevano promesso – sarebbe andata a vivere a San Francisco a spese della CIA.
Nel frattempo, dopo aver suonato invano al citofono dell’appartamento del Palais des Dunes, dopo aver girato in lungo e in largo la Croisette e Rue d’Antibes, e aver fissato per un’ora l’entrata del Martinez, e dopo essere entrata nell’albergo inventando un pretesto per sapere se monsieur Delpech si trovava in camera ed essersi sentita rispondere di sì, in preda al panico era tornata al Palais des Dunes. Aveva cercato la concergie. Purtroppo era una donna bisbetica che aveva messo a dura prova i suoi nervi. Ma alla fine aveva scoperto qualcosa di molto importante.
L’americano non era venuto da solo in Francia – come invece credevano a Langley.
Con lui c’era una donna.
Ricorrendo a tutta la sua pazienza, e devolvendo una generosa mancia, era riuscita a farsela descrivere.
Ma dove si trovava ora? Nell’appartamento non c’era.
La portinaia le aveva indicato la spiaggia. “Sta passeggiando.”, disse. “Scalza.”, precisò con un tono di voce che stava a significare che la considerava un’eccentrica (d’altro canto, tutti gli americani lo erano).
Michelle si era tolta le scarpe a sua volta e aveva esplorato la spiaggia.
Non era stato difficile individuarla, dato che in quel momento era l’unica donna presente. La scrutò con attenzione e trasse un sospiro di sollievo: corrispondeva alla descrizione che le aveva fatto la concergie.
Il messaggio di cui era latrice Michelle era importantissimo.
L’operazione andava annullata.
Si mise a correre verso di lei.
Monica Squire la guardò arrivare, perplessa.
Finalmente Michelle la raggiunse. Era senza fiato. Farfugliò alcune parole incomprensibili. Monica la invitò a calmarsi.
Michelle riprese fiato e, in un buon inglese, spiegò rapidamente la situazione.
Monica consultò l’orologio.
“Mi dispiace.”, disse. “Ormai è troppo tardi.”
L’altra parve smarrita.
“Il russo è morto. Ed è quello che volevamo.”, aggiunse Monica.

Bernard Leblanc e Antoine Guimard appartenevano da anni al Servizio d’azione, il quinto dipartimento dello SDECE.
Il Servizio d’azione godeva di una fama sinistra: non era detestato soltanto dai nemici, ma anche dalla stessa polizia francese, nonché da altri settori dello SDECE e del DST (Direction de la Surveillance du Territoire).
Era una fama meritata, che risaliva ai tempi della guerra in Algeria. Non si contavano le azioni feroci dapprime rivolte contro gli algerini e successivamente nei confronti dell’OAS, una potente organizzazione militare che si era opposta alla decisione di Charles de Gaulle di abbandonare quella colonia francese. L’OAS colpiva duro – aveva attentato più volte alla vita di De Gaulle, considerandolo un traditore -, il Servizio d’Azione ribatteva con eguale spietatezza. I suoi uomini non erano esattamente dei gentiluomini, e per loro ogni mezzo era lecito.
Per quello, Hanault si era raccomandato con il responsabile del quinto dipartimento che venissero inviati a Cannes due elementi di provata fiducia, e non due semplici assassini.
Bernard era un uomo calmo e riflessivo, Antoine il suo braccio armato.
Attraversarono rapidamente la spiaggia. Erano a piedi nudi e correvano senza fare rumore, addestrati da sempre a sapersi muovere silenziosamente. Antoine Guimard era giovane, ma Bernard Leblanc, pur non essendo ancora vecchio, aveva combattuto in Algeria, e in seguito in Francia contro l’OAS. All’epoca aveva vent’anni e aveva imparato subito una cosa importante: nel suo lavoro non erano ammessi sbagli, pena la morte. E fare rumore rientrava nella categoria degli errori più gravi.
Quando giunsero alle spalle di Yarbes, l’americano stava per sparare.
Se fosse dipeso da lui, Guimard non avrebbe esitato: una pallottola nel cranio dell’Américain e la faccenda si sarebbe chiusa lì; però aveva ricevuto ordini precisi, e, in ogni caso, Leblanc lo avrebbe fermato.
Perciò si limitò a sferrare un calcio alla preziosa arma di Yarbes. Nel frattempo, Leblanc gli puntò la pistola alla testa.
“Faccia a terra e braccia allungate davanti al corpo!”, sibilò in un inglese poco più che pessimo.
Sconcertato, Yarbes obbedì.
Lo perquisirono, quindi gli intimarono di alzarsi.
Leblanc gli mostrò il distintivo, mentre Guimard recuperava il fucile.
L’agente della CIA valutò la situazione. Erano in due, entrambi armati e dall’aspetto deciso. Se si fosse mosso velocemente, avrebbe potuto metterne fuori combattimento uno, però l’altro gli avrebbe sparato. E, a parte questo, non erano sovietici: non gli era permesso di aggredirli in casa loro. Scoccò un’occhiata carica di rimpianto al ristorante dove Matrioska, all’oscuro di tutto, stava pranzando con calma.
C’era mancato così poco!
Un secondo. Un solo maledetto secondo!
Leblanc, in un inglese se possibile ancora più tremendo, gli ordinò di seguirli. Accompagnò le parole con un gesto, che probabilmente risultò più comprensibile.
A testa china, Yarbes si incamminò, come un prigioniero.
E in effetti, lo era.

Aleksandr finì tranquillamente di mangiare il prelibato piatto di moules avec frittes.
Ordinò un gelato e poi il caffè.
Pagò il conto, si alzò, rivolse un cenno di saluto al cameriere che lo aveva servito in quei giorni e con calma tornò al Martinez.
Aveva individuato Yarbes fin dal primo momento; in quanto ai due francesi, che seguivano l’uno l’americano e il secondo lui, gli erano sfuggiti soltanto la prima sera, quando aveva cenato all’Auberge Provencale, forse a causa della stanchezza o dell’atmosfera magica che si respirava in quel locale. Dopo di allora era sempre stato consapevole di due fatti: Yarbes lo seguiva per ucciderlo, i due agenti dello SDECE per proteggerlo, poiché era un cittadino francese. Dato che Yarbes non si era accorto di loro, non correva alcun rischio. Aleksandr non ignorava che il Servizio d’azione, cui quasi certamente appartenevano i due francesi, era uno dei migliori del mondo, e fra i più violenti.
Perciò non prese nessuna precauzione e trascorse una vacanza rilassante e più piacevole del previsto. Anche per merito dell’esuberante Elke.
Aveva meditato di procurarsi un giubbotto antiproiettile, ma sarebbe stato inutile: l’americano avrebbe mirato alla testa.
Per gioco, si mise nei panni di Yarbes. Se fosse venuto in Francia con una macchina, o un camion, avrebbe potuto celare all’interno della vettura l’arma destinata ad ammazzarlo; ma in tal caso avrebbe già tentato di farlo. Se, invece, avesse preso un aereo, non avrebbe potuto portare armi con sé. Quindi giocoforza avrebbe dovuto procurarsene una in loco. Non era difficile, però per questo occorreva del tempo, soprattutto se – come immaginava – l’americano avesse voluto uno strumento perfetto. Scommise con se stesso che avrebbe effettuato il suo tentativo l’ultimo giorno. Per facilitargli il compito andò a mangiare sempre allo stesso ristorante, riservandosi le novità per la sera.
Il luogo era molto adatto, e Matrioska stesso lo avrebbe scelto. Sulla Croisette o in Rue d’Antibes sarebbe stato impossibile, a meno di voler intraprendere un’azione suicida ma si sentiva di escludere che Yarbes nutrisse un simile proposito. Gli avrebbe sparato da lontano, e lì esistevano le condizioni migliori per poterci riuscire. Nei mesi estivi sarebbe stata una follia, ma a gennaio quella spiaggia era quasi sempre deserta.
Mentre si dedicava al pranzo (in quel ristorantino si mangiava davvero bene), scorse prima i due uomini dello SDECE e subito dopo l’americano.
Sebbene fosse piuttosto distante da lui, notò comunque la perizia con cui assemblava l’arma e la calma che traspariva da ogni suo gesto: era un bravo professionista.
Scosse il capo, commiserandolo, quando uno dei due francesi gli puntò la pistola alla testa.
Poi li vide andar via.

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MATRIOSKA 44

Quando Yarbes bussò nuovamente alla porta del francese, questi lo accolse con un gran sorriso.
“Il fucile è pronto, monsieur.”, dichiarò mentre lo precedeva nel laboratorio. “Ed è esattamente ciò che voleva: estrema precisione, cento metri di portata di tiro, mirino laser, munizioni del tipo a punta cava.”
Gli consegnò una sacca da golf con una serie di mazze. Il manico di una di esse conteneva la canna, nella testa più grossa di un’altra c’era il calcio, in una terza il sistema di scatto. Tutti i pezzi dell’arma erano stati approntati con estrema cura e sistemati in modo perfetto. Era il classico lavoro realizzato a regola d’arte. Yarbes esaminò attentamente le varie componenti, poi fece una prova. Impiegò dieci secondi ad assemblare il tutto. Annuì, soddisfatto.
Il francese lo guardava con ammirazione. “Parbleu!”, esclamò. Non aveva mai visto nessuno più rapido di lui, nonostante annoverasse fra i suoi clienti killer professionisti, guardie del corpo marsigliesi e sicari provenienti dalla Corsica.
Yarbes gli diede il resto della somma dovuta e gli strinse la mano. “Davvero un ottimo lavoro.”, disse.
Il francese sorrise compiaciuto. Poi gli indicò un posto isolato a pochi chilometri di distanza, nell’entroterra, dove avrebbe potuto sperimentare il bijoux. Yarbes decise di andarci subito in modo da essere di ritorno al massimo per le undici. La prova superò le sue più ottimistiche previsioni.
Quando tornò in città con la vecchia Citroen presa a nolo, posteggiò nei pressi del Martinez e attese. Aveva impiegato più tempo del previsto, a causa del traffico. Malgrado fosse mattino un camionista era già ubriaco e aveva tamponato un furgoncino del latte. In compenso, la località che gli aveva suggerito l’armaiolo era perfetta e il fucile aveva mantenuto tutte le promesse: era un ordigno micidiale. Rientrando in città, Yarbes si augurò che Matrioska non cambiasse abitudini proprio quel giorno.
Fu fortunato.
Quaranta minuti più tardi, Matrioska uscì dall’albergo e prese la solita direzione. Camminava piano, godendosi la passeggiata.
Yarbes aspettò che si allontanasse.
Poi si incamminò lungo la Croisette.
Passò davanti al Martinez, al Carlton, al Majestic. Si teneva dall’altro lato della strada, sulla passeggiata a mare, confuso fra decine di turisti. La sua tenuta da giocatore di golf non dava affatto nell’occhio, anche perché non si era messo addosso nulla di stravagante. Era stata Monica a scegliere e ad acquistare gli indumenti adatti in un negozio sportivo di Rue d’Antibes, durante un raro momento di libertà. E, in ogni caso, a meno di dieci chilometri di distanza dall’hotel Martinez, alla Napoule, c’è un bellissimo campo di golf, circondato da suggestivi filari di pini. E’ lungo 5676 metri, cioè poco più della metà del percorso che Yarbes avrebbe dovuto seguire. L’americano poteva essere un patito del moto oppure avere la macchina parcheggiata lì nei dintorni. Il campo è aperto tutti i giorni.
Yarbes si fermò per qualche istante a osservare un clown capace di restare immobile dal mattino fino alla sera e lasciò cadere una banconota nel suo cappello. Conteneva già un discreto gruzzolo, segno che la gente era stata generosa (perlopiù si trattava di turisti inglesi).
Notò una ragazza bionda che indossava calzoncini corti e scarpe da ginnastica; prese atto che aveva delle belle gambe, ma le dedicò soltanto una rapida occhiata. Le gambe di quella francese che stava facendo jogging avrebbero potuto ricordargli Leila, dato che erano slanciate come le sue, e  la sua maniera di correre, sulla punta dei piedi, era simile; perfino il viso aveva dei tratti in comune: ma non era il momento adatto per lasciarsi prendere dalla nostalgia. Aveva già sofferto anche troppo per quello che era successo in quel giorno ormai lontano. Se fosse stato un uomo diverso forse le avrebbe dedicato un pensiero, ma nel corso degli anni si era costruito una corazza, probabilmente non pari a quella di Matrioska, però sufficientemente robusta.
Se un tempo Yarbes aveva nutrito dei sentimenti, adesso quel tempo era finito. Desiderava solo compiere il proprio dovere e compiacere il direttore della CIA, a cui doveva tutto e che stimava immensamente. Sebbene le decisioni che prendeva a volte potessero sembrare incomprensibili, alla loro base c’era sempre una logica inappuntabile, che a posteriori gli avrebbe dato ragione. Lo paragonava a un giocatore di scacchi, capace di ingannare l’avversario al punto da fargli credere di aver quasi vinto, tranne poi riservargli lo scacco matto. Yarbes sapeva che, grazie a lui, sarebbe salito molto in alto. Naturalmente, a patto di non fallire.
Guardò il parco giochi situato di fronte all’hotel Majestic, raggiunse il porto vecchio e infine imboccò Boulevard Jean Hibert.
Si era levato lo scirocco e faceva insolitamente caldo per un giorno invernale. D’altro canto, il clima della Costa Azzurra è assai diverso da quello di Londra, di Langley o di Mosca. Il cielo era limpido, solcato da pochissime nubi.
Yarbes scese sulla spiaggia, mantenendosi vicino al mare. Al largo, c’era ancora la nave da guerra americana.
Quando giunse davanti al ristorante vide subito Matrioska. Stava mangiando al solito tavolo e come d’abitudine era solo.
Yarbes si guardò attorno. In quel punto non c’era nessuno. Scorse due o tre figure molto distanti, che si stavano allontanando. Si spostò di circa una quarantina di metri, calcolò che lì l’angolo di tiro sarebbe stato più che soddisfacente, poi con calma depose a terra la sacca da golf.
Estrasse le mazze e mise insieme i vari pezzi.
Impiegò dieci secondi per completare l’operazione.
Si inginocchiò e prese accuratamente la mira.
Poteva vedere gli occhi del russo: freddi, grigi, privi di espressione. Avrebbe sparato tre centimenti al di sopra. E sarebbe stato sufficiente un colpo solo.
Appoggiò delicatamente il dito sul grilletto.
Cominciò a premerlo.

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MATRIOSKA 43

In attesa che l’arma fosse pronta, Yarbes non restò con le mani in mano. Lui e Monica alloggiavano al Palais des Dunes, in un grazioso appartamento provvisto di due camere da letto, di un bagno, cucina, soggiorno e di un piccolo giardino. Il Palais des Dunes è un’ampia costruzione situata all’inizio della Croisette, sul lato est, vicina al porto nuovo. Non sono consentiti contratti di locazione inferiori a un mese, ma questo naturalmente non rappresentava un problema.
Al mattino Yarbes si svegliava presto, preparava da sé la colazione, si lavava e si radeva, quindi usciva senza svegliare Monica, ed esplorava la città.
Alle prime luci dell’alba, infilava un paio di grossi occhiali scuri e si appostava nei pressi dell’hotel Martinez. Quando Matrioska usciva dall’albergo, in genere di buon’ora e da solo, Yarbes lo seguiva tenendosi a debita distanza. Non ricorreva a nessuno dei banali trucchi di cui si servono gli agenti più sprovveduti: niente giornale dietro al quale nascondersi, qualora il russo si fosse voltato, niente vetrine da fingere di guardare, nessuna sigaretta da accendere chinandosi per sfuggire al vento. Matrioska conosceva questi e almeno altri dieci stratagemmi. Semplicemente, Yarbes si affidava all’esperienza. Non gli stava sempre alle costole, anche perché non era necessario, e quando cominciò a individuare i suoi due o tre percorsi preferiti (il porto vecchio, dove Matrioska contemplava per ore le barche, le vie interne e la Croisette), talvolta lo precedeva.
Annotava meticolosamente su un taccuino orari e abitudini, e allorché fu soddisfatto smise di pedinarlo. Aveva appreso ciò che gli interessava sapere: alla sera il sovietico, accompagnato da una bionda appariscente, cambiava spesso ristorante; invece consumava sempre i pasti di mezzogiorno nello stesso posto, un piacevole locale che dava sul mare. Era ubicato in Boulevard Jean Hibert, il lungo litorale situato oltre la Croisette, in direzione della Napoule, cioè a ovest della città. Qui mangiava da solo. Per comodità o per un vezzo, quando si sedeva a tavola immancabilmente toglieva le lenti a contatto che poi riponeva con cura in un astuccio.
Yarbes si augurava due cose: che Matrioska non partisse all’improvviso, e che continuasse a tornare nello stesso ristorante. Ma ovviamente non era abituato a basare i suoi piani sulla speranza. Riguardo alla durata della sua permanenza a Cannes, esistevano due modi per appurarla. Avrebbe potuto entrare nel computer dell’albergo, oppure più semplicemente scambiare quattro chiacchiere con il portiere. Trecento dollari passati con discrezione da una mano all’altra gli fornirono la risposta. Matrioska avrebbe lasciato l’hotel Martinez, dopo tre giorni dalla consegna dell’arma. Ciò significava che Yarbes avrebbe potuto prepararsi con tutta calma. Nell’ipotesi che alla data stabilita il russo avesse scelto un altro ristorante, Yarbes avrebbe improvvisato. Non era certo la prima volta che lo faceva.
Al giorno convenuto si recò dall’armaiolo.
L’arma non era pronta.
Yarbes fissò freddamente il francese. “Mi avevano garantito che lei era un professionista, forse il migliore, ma evidentemente si sbagliavano.”
“No, monsieur. Avevo detto subito che sarebbe stato molto difficile. Sto preparando un vero e proprio bijoux, ma ci vuole tempo!”
“Aveva comunque promesso che avrebbe finito il lavoro per oggi… intascando metà della somma dovuta.”
“Posso renderle il denaro, se è questo che desidera.”
“No.”, disse Yarbes. “Io desidero avere l’arma, e nei tempi concordati.”
L’altro abbassò lo sguardo, a disagio.
Yarbes lo costrinse a sollevare il mento per poterlo guardare negli occhi. “Se al mio posto ci fosse qui l’uomo che farà da bersaglio, lei sarebbe già morto.”
“E’ possibile.”, ammise il francese. “Però, dove andrebbe poi? A Marsiglia? Ci sono dei buoni artigiani, è vero, ma prima sarebbe necessario trovarli e, in ogni caso, nessuno di loro vale quanto me.” Si scostò con l’aria risentita. “E’ solo un piccolo ritardo! Non una tragedia.”
Yarbes era furibondo, ma sapeva controllarsi. “Quando?”
“Monsieur, al più presto.”
“Quando?”
“Domani l’altro. Alle otto di mattina. Trascorrerò la notte in bianco.”
Yarbes rifletté rapidamente. Se il francese avesse mantenuto la promessa, sarebbe stato ancora in tempo. E se non l’avesse mantenuta, lo avrebbe ucciso.
“Bene. Domani l’altro. Alle otto di mattina. Con me avrò i soldi. Ma non solo quelli: avrò anche un cappio.”
Il francese impallidì. “Non sarà necessario, monsieur. Lo giuro.”
Yarbes si avviò alla porta.
“Un’ultima cosa.”, disse l’armaiolo. “Cerchi di presentarsi come se fosse in procinto di andare a giocare a golf.”

Elke era la compagna ideale per una vacanza, pensava Aleksandr.
Era attraente, abile e insaziabile a letto, era sufficientemente colta per non risultare noiosa; amava mangiare bene e scegliere con cura i migliori vini; era spigliata e divertente: ma non anelava a nulla in più di quanto lui le potesse dare. Quando fosse tornato in Unione Sovietica, non si sarebbero più rivisti, il che era quello che lui voleva. Certamente, non a causa di Tamara. Fra Matrioska e Tamara il rapporto era più o meno lo stesso, tranne che per il fatto che si frequentavano da anni.
Aleksandr non desiderava impegnarsi in una storia vera. Non era mai accaduto in passato e non sarebbe mai successo in futuro.
Mentre osservava con vivo interesse uno scafo slanciato, ormeggiato a una delle estremità del molo, prese in considerazione il suo nuovo futuro. Sarebbe diventato un pezzo grosso della Prima Direzione Centrale. Il KGB si divideva in due settori principali: la Prima Direzione si occupava soprattutto dell’attività esterna, fuori dei confini dell’immenso impero; la Seconda Direzione vigilava invece all’interno. Entrambi i compiti erano molto importanti. Non mancava la rivalità, un po’ come fra CIA e FBI negli Stati Uniti, e il lavoro era spesso noioso a causa della gigantesca mole di incartamenti che andavano esaminati, vivisezionati, controllati e ricontrollati. Ma non avrebbe svolto a lungo quel compito. L’uccisione di John Lodge era stato il suo canto del cigno, e i tre o quattro anni che avrebbe trascorso a Mosca un modo per concludere bene una grandissima carriera.
Poi avrebbe rivisto il suo dragone e la casa davanti alla baia; avrebbe riassaporato l’odore del mare e del vento: ma questa volta per sempre.
Era una visione che gli piaceva. Il miglior tramonto possibile per chiudere una vita lunga e avventurosa. In questo quadro, un abile pittore dell’anima probabilmente avrebbe inserito una figura femminile. Aleksandr la vide con gli occhi della mente. Vide il suo corpo agile ma forte, l’espressione estatica che assumeva quando raggiungeva l’orgasmo ma anche lo sguardo che poteva farsi duro, e la determinazione che trapelava da quello sguardo. Monica Squire sarebbe potuta essere la donna del dipinto immaginario. Con lei – Aleksandr lo sentiva dentro di sé – forse avrebbe potuto ottenere ciò che non aveva mai avuto. Amore? Felicità? Beh, sicuramente qualcosa di simile.
Tuttavia, se era contento di non averla uccisa, questo non gli avrebbe impedito di farlo, nel caso di un nuovo ipotetico incontro. Matrioska era stato addestrato a eseguire gli ordini, e non avrebbe mai tradito la fiducia di un superiore. Al pari di Vladimir Putin, sebbene senza saperlo, anch’egli avvertiva il degrado crescente, il declino continuo e ormai pressoché inarrestabile dell’Unione Sovietica. Ma il suo dovere non cambiava: servire la patria ed eliminare i nemici. Se fosse nato in Germania intorno agli anni Venti, sarebbe morto durante l’ultima disperata difesa di Berlino.
Monica apparteneva alla CIA. Non un semplice avversario, quindi, ma il nemico numero uno.
Il quadro fantasioso svanì così com’era arrivato.
Nessuna donna con lui.
Soltanto il suo vecchio dragone.

Monica si sentiva del tutto inutile.
Era confinata fra le quattro mura dell’appartamento con la proibizione assoluta di uscire. Yarbes le permetteva soltanto una breve passeggiata serale, ma mai in direzione dell’hotel Martinez. Non doveva allontanarsi dal piccolo quartiere posto alle spalle del Palais des Dunes. Quella passeggiata serale costituiva il suo unico momento di svago. Faceva la spesa ed esplorava le strade situate ai due lati della ferrovia. Perlopiù i negozi di quella zona erano piccoli e modesti, ben diversi da quelli del centro, e non avevano molto da offrire. In un paio di occasioni ignorò le istruzioni del collega e, con un foulard in testa, scese fino alla spiaggia senza però allontanarsi troppo e soprattutto evitando di procedere verso il porto vecchio.
Trascorreva la maggior parte delle giornate da sola e ciò la induceva a pensare. I pensieri non erano gradevoli. In Afghanistan si era comportata egregiamente, aveva anche abbattuto un Hind; tuttavia non poteva dire altrettanto di quello che aveva fatto in America.
Aveva tradito John Lodge. Sebbene davanti alla commissione disciplinare si fosse difesa, e benché la irritassero gli sguardi ironici che riceveva nei corridoi di Langley, nel profondo del suo cuore non ignorava che loro avevano ragione, e lei torto. Adesso, per causa sua, Sherilyn non aveva più un marito e la piccola Susan era senza il suo papà. Yarbes le aveva spiegato il motivo per il quale era stata sorprendentemente prosciolta. Era stata una decisione “politica” del direttore della CIA. Non c’era da andarne fiera.
Monica si affacciò alla finestra e cercò di cambiare corso ai suoi pensieri.
Matrioska… se non fosse appartenuto al KGB, se non avesse ucciso Lodge e decine di altre persone, se non avesse avuto l’assoluta certezza che lui non avrebbe esitato un istante a sopprimerla… avrebbe potuto amarlo.
E non soltanto perché avevano fatto l’amore assieme in maniera divina. Avrebbe voluto eliminare, una a una, tutte le bambole che componevano il mistero di quell’uomo; scavare a fondo, fino a raggiungere la sua nuda anima, e indirizzarla in tutt’altra direzione. Sciogliere quel gelo interiore, vedere i suoi occhi aprirsi al sorriso, dare un senso diverso a un’esistenza che le sembrava dura e insensata.
Insegnargli ad amare.
Trasse un profondo respiro.
Ma questo non era il loro destino.

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