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Archive for the ‘la valle di Phil’ Category

In linea (molto) teorica, WordPress garantisce la possibilità di effettuare un sondaggio, ma allo stato dei fatti ciò risulta impossibile. In questo, mi ricorda Splinder…
Per farla breve, sarei lieta di apprendere se volete il sequel di questo racconto, oppure no. Grazie ^^

La valle di PhilQuando fu vicino al cadavere di Jack Straw, Phil si chinò e raccolse la pistola che aveva lasciato cadere dopo aver ucciso il bandito.
Con calma tornò sui suoi passi. Vide che Patsy aveva rinunciato a lottare. Fu colto dal panico: era troppo tardi. Poi notò che muoveva debolmente le gambe. Era ancora viva, sebbene fosse questione di poco. Per l’ultima volta si chiese se era giusto intervenire. Forse Patsy era destinata a soccombere. La natura ha leggi proprie; quando una leonessa sbrana una gazzella segue quelle leggi, e nessuno la giudicherebbe colpevole per aver assecondato il suo istinto. Avrebbe potuto separarle, certo; ma ormai erano divise dall’odio: una delle due se ne sarebbe andata, lasciandolo. E in ogni caso non era questa la visione che aveva avuto.
Esitò, ma fu solo un attimo.
Appoggiò la canna sulla nuca di Elizabeth.
Premette il grilletto.
Non riuscì a trattenere le lacrime. L’aveva amata profondamente. Gli sfuggivano le ragioni del suo comportamento: lo aveva tradito, schierandosi con Sugar; era stata sul punto di togliere la vita a Patsy, dimenticandosi di tutte le promesse che si erano scambiati, rinnegando i loro ideali, desiderando il male di una persona che sarebbe dovuta essere sua sorella. Si passò una mano fra i capelli, cercando invano una spiegazione plausibile. Alla fine concluse che Liz aveva perso il lume della ragione.
Per rasserenare l’animo, si arrotolò uno spinello.
Patsy si rialzò a fatica.
Phil le cinse la vita con un braccio e le passò la canna.
Patsy aspirò avidamente.

L’uomo sceso dall’elicottero portava guai.
Phil uscì dalla baracca, seguito da Patsy.
Avevano fatto l’amore. Per Weir era sempre bello; ma Patsy aveva raggiunto l’orgasmo più devastante della sua vita. Dal giorno in cui aveva rischiato di morire, il suo amore per Phil era aumentato. Ricordava ancora il terrore, la paura folle, che, simile a un fumo nero, la soffocava. Poteva risentire il respiro eccitato di Liz, e avvertire di nuovo la sua presa micidiale. Una notte si era svegliata urlando, ma Phil l’aveva abbracciata, sussurrandole parole dolci. Poi l’aveva posseduta, e lei aveva dimenticato l’incubo, anche se sapeva che sarebbe tornato. Non avrebbe mai scordato quei terribili momenti. Da allora faceva l’amore quasi con disperazione, come se fosse l’ultima volta.
Phil l’aveva rassicurata: era solo questione di tempo, presto avrebbe dimenticato.
L’uomo indossava una divisa dell’esercito. Aveva un’espressione arrogante. “Questa valle appartiene al governo degli Stati Uniti. Voi siete qui abusivamente. Avete tre giorni per andarvene.”
“Che fastidio vi diamo?” Phil era sconvolto.
“Siete dei dannati hippy, vero?” Il militare sorrise in modo sprezzante. “Comunque fino a oggi non ci avete dato alcun fastidio, però adesso la valle ci serve. Vedete di sgombrare in fretta!”
Tornò all’elicottero, senza salutare, lasciandoli costernati.
La mia valle.
La mia valle è sacra.
Phil provò il desiderio di uccidere quell’uomo, tuttavia si rese conto che sarebbe stato inutile. Ne sarebbero venuti altri. Molti altri. Osservò l’elicottero librarsi in volo, mentre una profonda tristezza si impadroniva di lui. Come avrebbe potuto continuare a vivere lontano da lì? Da più di due anni, ogni mattina si era svegliato presto, era uscito all’aria aperta e aveva camminato fino al ruscello per lavarsi. Poi aveva acceso il fuoco per preparare il caffè. Mentre aspettava che la bevanda fosse pronta, aveva guardato il profilo delle montagne, respirando a pieni polmoni l’aria pura e incontaminata della Green Valley. D’inverno aveva assaporato un profondo senso di pace e, quando la neve li aveva isolati, non si era sentito un prigioniero, bensì il più libero fra gli uomini. Con l’arrivo della primavera aveva goduto del risveglio della natura, e aveva vissuto con gioia le lunghe serate trascorse sulla veranda. Aveva accolto l’estate come se fosse una preziosa amica, sudando al sole mentre lavorava la terra o costruiva la staccionata di legno. L’autunno aveva portato con sé nuove meraviglie: la foresta si era rivestita di colori di sorprendente bellezza; all’imbrunire, si levava la nebbia, colmandolo di suggestioni che non avrebbe mai trovato in nessun altro luogo.
Alla notte aveva fatto l’amore con le sue donne: la focosa Elizabeth, la delicata Patsy. Adesso sarebbe stato costretto ad andarsene, ma piuttosto che tornare in una città sudicia e affollata, si sarebbe ucciso. Prima il tradimento di Liz, ora la prospettiva di abbandonare la valle: una parte di lui sarebbe morta per sempre.
Patsy lo prese per mano. “Il nostro sogno non finisce qui.”, disse dolcemente, quasi gli avesse letto nel pensiero.
Phil la fissò senza capire.
La donna arrossì. “Ti devo confessare una cosa: Liz aveva ragione. Io parlai con Sugar, ma lo feci perché avevo paura. Non gli raccontai dell’arco, e neppure di te; gli suggerii soltanto di stare attento a Elizabeth. Dissi che aveva una natura violenta e che, per il bene di tutti, avrebbe dovuto controllarla. Ammetto anche che ero gelosa di lei, ma, a differenza sua, non le avrei mai fatto del male. Credo di aver pagato il mio debito, quando ho visto la morte in faccia. Ma questo, ormai, appartiene al passato. Noi dobbiamo pensare al futuro. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.”
Tacque e lo guardò negli occhi. I suoi erano sereni; riflettevano una nuova forza, una determinazione consapevole che non le era mai appartenuta.
Phil Weir la abbracciò. “Ti amo, Patsy!”
La baciò sulla bocca; un bacio tenero. “Ora tocca a me spiegare.”, disse vagamente impacciato. “Ti sarai chiesta perché ho tardato ad aiutarti. Non è un argomento semplice…”
Patsy gli posò un dito sulle labbra. “Non importa. Non mi interessa saperlo. So solo che mi hai salvato la vita. Il resto non conta.”
“Ma io devo dirtelo! In un primo momento ho pensato che non era giusto interferire, però poi mi sono reso conto che non si trattava di un incontro sportivo, che vinca il migliore e sciocchezze del genere. Una di voi due sarebbe morta, e io non sapevo chi scegliere. Era una decisione importante: dovevo capire chi amavo di più. Alla fine l’ho capito.”
Patsy gli rivolse un sorriso radioso. “Ti amo, Phil!”
Rimasero abbracciati a lungo, mentre il sole illuminava la Green Valley, e il mondo continuava a girare come sempre.

La valle è circondata da imponenti montagne. Un ruscello attraversa i campi che si stendono a perdita d’occhio fino al limitare di una foresta di pini. Sull’altro lato, quello a meridione, una strada sterrata scende da una gola, serpeggiando per poi arrestarsi all’improvviso davanti a una grande cancellata di legno. L’aveva costruita Phil.

LA VALLE DI PHIL

GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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La valle di PhilNon hai completato il tuo percorso.
Sarebbe grave arrendersi senza lottare.
Phil non avrebbe mai saputo dire da dove provenivano quelle parole. La prima reazione fu di fastidio: lo avevano strappato dalla visione incantata dell’oceano, gli avevano tolto i delfini, lo avevano privato di quella gioia innocente che valeva molto di più di qualsiasi affanno terreno. Poi tornò in sé. L’istinto di sopravvivenza prese possesso dei suoi pensieri, e lo costrinse a ragionare.
Stava morendo.
Tom lo strangolava con letale concentrazione.
Doveva reagire.
Fece appello alle sue ultime risorse, alzò lentamente un braccio, quindi colpì di taglio. Prese il bandito alla tempia. Senza fermarsi a riflettere, colpì di nuovo nello stesso punto, e questa volta fu un colpo micidiale.
Tom lo lasciò. Barcollando, cercò di allontanarsi; ma Weir lo incalzò. Sferrò un calcio di inaudita violenza, centrando i testicoli. Tom finì a terra, rantolante. Phil prese la pistola e gliela puntò contro. Attese che il bandito si riprendesse, almeno parzialmente. Voleva che sapesse. Aveva osato violare la valle e doveva essere consapevole del suo destino.
Tom si inginocchiò. Aveva il viso stravolto dal dolore, e gli occhi pieni di paura. “Pietà!”, mormorò con voce soffocata. “Ti supplico: non uccidermi.”
Phil Weir lo guardò freddamente. Non provava emozioni; ciò che stava per fare era giusto e legittimo.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Prese la mira e gli sparò in bocca.
Si tolse il rudimentale giubbotto antiproiettile, perché lo impacciava. “Mithril”!, esclamò ridendo.
Il mithril è un metallo magico presente nelle opere di John Ronald Reuel Tolkien, e da ragazzo Phil aveva letto “The Lord of the Rings”.
Adesso toccava a Sugar.

Jack Straw era consapevole di aver commesso un errore. Un grave errore, dato che fin dal primo momento aveva capito che Phil poteva rivelarsi un avversario temibile. Forse stava invecchiando. Non avrebbe dovuto fidarsi di Tom: era un idiota. Per qualche minuto si gingillò con l’idea che Tom si fosse attardato per strada. Ma era trascorso troppo tempo da quando aveva sentito lo sparo.
E adesso l’hippy sarebbe venuto a cercarlo. Jack aveva un coltello, ma Weir aveva la pistola.
Pensò di salire sul pick-up e di scappare. Avrebbe portato con sé la bionda come ostaggio. Poi cambiò idea: voleva la bruna. Il problema, però, era un altro. Phil era intelligente. Forse aveva bloccato il sentiero con un tronco d’albero. Quando lui si fosse fermato, avrebbe potuto sparargli. Inoltre, la sera era calata rapidamente. Weir conosceva quella valle come le sue tasche; era meglio andarsene con la luce. Avrebbe atteso l’alba nel capanno, assieme alle due donne. Non pensava che Phil lo avrebbe attaccato di notte e, comunque, all’interno della baracca sarebbe stato al sicuro. Avrebbe bloccato la porta e sarebbe stato all’erta: se Weir fosse riuscito a entrare, ci sarebbe stato un corpo a corpo, e lui lo avrebbe ucciso con il coltello.
Era pericoloso rimanere vicino al fuoco.
Si alzò. “Torniamo dentro!”
Il mattino arrivò fin troppo presto.
Jack Straw non aveva dormito. Gli era sembrato di sentire degli strani rumori, ma forse erano un frutto della sua immaginazione. In ogni caso, sapeva che il suo nemico era lì fuori.
Aspettare non aveva senso. Svegliò le ragazze e le sospinse fuori dal capanno. I primi raggi del sole lo ferirono agli occhi. Usando Patsy come scudo, si diresse verso il pick-up. Si sentiva ottimista: si era trovato in guai ben peggiori ed era sempre riuscito a cavarsela. Era l’uomo più dannatamente in gamba della California e aveva dalla sua la fortuna. Era nato fortunato.
“Buongiorno!”
Si girò di scatto. Phil Weir era a pochi metri di distanza. Gli stava puntando addosso la pistola. Jack tirò fuori il coltello e afferrò Patsy per un braccio.
Poi tutto si svolse rapidamente.
Liz si avventò contro Phil. Lo colse di sorpresa e gli strappò la pistola dalle mani.
Stupida! Perché non me lo avevi detto?, pensò Jack. Se avesse saputo di poter contare su Elizabeth si sarebbe comportato in modo diverso.
Si liberò di Patsy e scattò per recuperare l’arma.
Patsy fu più veloce.
Con un balzo si portò alle spalle di Elizabeth e la prese per i capelli.
Liz lasciò cadere la pistola per terra. Riuscì a girarsi e colpì la bionda con un violento manrovescio. Patsy finì a gambe all’aria, e Liz le fu sopra.
Weir anticipò di una frazione di secondo Jack Straw. Impugnò la pistola e gli fece cenno di arretrare. Jack obbedì.
Conosceva troppo bene gli uomini per non sapere che l’hippy lo avrebbe ucciso senza pietà. Ciò nonostante, fece un tentativo. “Ok, amico.”, disse alzando le braccia in segno di resa. “Hai vinto. Io cercavo soltanto un rifugio sicuro. Non volevo che tu morissi: è stata un’iniziativa di Tom. Ora me ne andrò, e vi lascerò in pace. Pagherò qualcuno, giù al paese, perché vi riporti il pick-up.”
Phil scosse la testa.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Jack Straw fece per replicare, ma Weir non gliene diede il tempo.
Sparò a bruciapelo.

Le due donne stavano lottando selvaggiamente, ma Elizabeth era molto più forte. Immobilizzò Patsy spalle a terra e le strinse la gola con le mani. Vide il panico nei suoi occhi, e provò una vampata di eccitazione. Era la resa dei conti finale: mentre la strangolava, incominciò a venire. Aveva sognato quel momento, e infine si avverava.
Weir distolse lo sguardo da Jack per osservarle. Era indeciso. Avrebbe dovuto intervenire o sarebbe stato meglio lasciare che se la sbrigassero da sole? Liz stava vincendo; forse questo significava che il suo percorso sarebbe continuato con lei. Se Patsy era più debole, voleva dire che aveva un karma negativo.
Tuttavia, non ne era del tutto convinto.
Liberò lo spirito dal corpo.
Aum

Con uno sforzo disperato Patsy riuscì a spingere via Liz. Cercò di allontanarsi a quattro zampe, ma Elizabeth le fu subito sopra. Questa volta la prese da dietro, cingendole la gola con un braccio. Patsy strabuzzò gli occhi. Capì che stava per morire e provò un terrore indicibile. Il suo ultimo pensiero cosciente fu rivolto a Phil. Perché non la salvava?
Aum
Weir sentiva l’energia del cosmo fluire in lui, simile a un grande mare fatto di luce. Assaporò una straordinaria sensazione di benessere. Era sospeso in un mondo di purezza, distante da ogni meschinità, dall’invidia, dai sentimenti volgari che appartenevano alla maggioranza degli uomini. Poteva osservarsi dal di fuori. E leggere i propri pensieri con estrema chiarezza. Tutto era perfetto. Aveva salvato la valle; il suo cammino verso l’illuminazione sarebbe proseguito.
Guardò le donne. La lotta era finita. Probabilmente, Patsy era già morta. Poi vide che graffiava disperatamente il braccio di Liz. Non si era ancora arresa, ma non avrebbe mai potuto liberarsi.
Cosa devo fare?
Finalmente ebbe la visione che cercava.
Si voltò e si incamminò in direzione del capanno.

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La valle di PhilSi fermarono dopo aver percorso circa due miglia.
Si trovavano sul limitare di un piccolo bosco. Sembrava una giornata di luglio, il sole picchiava con ferocia sulla valle ed entrambi erano sudati. Tom aveva il fiatone; probabilmente non era più abituato agli sforzi fisici. La foresta era ancora distante, ma il bandito giudicò quel luogo perfetto. Tirò fuori la pistola e la puntò contro Phil. “Bene, amico. Il tuo viaggio finisce qui.”
Phil se lo aspettava: non occorreva essere dei geni per capire il motivo di quella camminata. Non ebbe paura. Non aveva completato il suo percorso, ma si sentiva comunque vicino all’illuminazione. Gli dispiaceva soltanto separarsi dalle due donne. Avrebbe voluto trascorrere ancora qualche anno con loro.
Però, non era detta l’ultima parola.
Tutto dipendeva da un particolare.
Cercò di penetrare nella mente di Tom per indirizzarla, poi capì che non era neccessario.
Il bandito non stava mirando alla testa.
Trasse un profondo respiro e abbassò le mani lungo i fianchi. Coraggio, spara!
Tom premette il grilletto.
Phil finì a terra.
Il bandito gli fu sopra per appurare che fosse morto.
Weir lo colpì con un violento calcio. Lo prese alla caviglia. Tom incespicò, mugolando per il dolore.
Phil gli fu addosso.
Tom lo colpì con un diretto allo stomaco.
Un attimo dopo, si massaggiava la mano: era come se avesse dato un pugno a una roccia.
Weir gli affondò i pollici negli occhi, spingendo a fondo. Il bandito urlò. Finirono contro un albero. Tom riuscì a liberarsi, afferrò Phil e lo abbracciò alla vita. Incominciò a stringere con tutta la forza che aveva. Weir comprese che gli stava spezzando la spina dorsale; reagì con una violenta testata. Ma, benché fuori forma, Tom aveva una forza incredibile: lo prese per il collo, lo sollevò di qualche centimetro da terra e lo inchiodò all’albero. Phil annaspò, cercando invano di respirare. Tentò di spingerlo via, ma i muscoli non rispondevano più ai suoi comandi. Stava soffocando. Per qualche secondo, fu invaso dal terrore; ma fu questione di poco.
A un tratto si sentì leggero, felice. Vide una spiaggia bianca, lambita dall’oceano. Entrò nell’acqua, spingendosi fino alla barriera corallina. Lo aspettavano i delfini per giocare con lui. Provò una gioia smisurata, simile a quella di un bambino.
Tom continuò a strangolarlo.

Non avrebbe mai creduto che potesse accadere. Aveva sempre pensato che Phil fosse l’uomo della sua vita: non lo avrebbe cambiato con nessun altro e per lui sarebbe stata pronta a uccidere. Ma incredibilmente le cose erano mutate. Non se n’era accorta subito; era stato un processo veloce, tuttavia graduale. Si rendeva conto che non lo amava più. I suoi discorsi, la meditazione, lo stile di vita che le aveva imposto, le sembravano tessere di un mosaico inutile e noioso. Era un bravo amante, però era anche supponente. Credeva di agire per il bene comune, senza rendersi conto che le sue ragazze lo avevano seguito spinte dall’amore.
Venendo a mancare questo sentimento, la valle si era trasformata in un castello di cartapesta. E l’uomo che lo aveva fatto crollare sedeva di fronte a lei, accanto al fuoco. Era un uomo spietato e brutale, ma avvertiva la sua forza, la sua implacabile determinazione: non si perdeva a caccia di sogni. Agiva. Vivere al suo fianco sarebbe stata un’esperienza emozionante; avrebbe cavalcato la tigre, e alla notte lo avrebbe accolto dentro di sé. Guardò l’altra donna. Aveva il viso rigato di lacrime. Phil Weir era morto, lo sapevano tutte e due; ma lei non soffriva. Era sorprendente: in quel momento non pensava a un cadavere sepolto sotto a qualche albero. Non ricordava le canzoni che aveva suonato alla chitarra, non ricordava i sorrisi, e non ricordava nemmeno le notti di sesso.
Desiderava solo una cosa.
Che Jack Straw la prendesse fra le braccia.

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La valle di PhilPhil lasciò cadere l’arco e si voltò di scatto, pronto a sferrare un pugno.
Era Liz.
“Cosa fai qui? Avrebbero potuto seguirti!”
“E’ una cosa importante, Phil.”
Weir raccolse l’arco da terra. “Così importante da mettere in pericolo il nostro piano? Non potevi aspettare che tornassi?” Senza attendere una risposta, raggiunse la buca, calò l’arma e incominciò a ricoprirla di terra.
Elizabeth lo aiutò. “Tu non te ne sei accorto, ma ieri Patsy ha parlato con Sugar. Mi sentivo inquieta e quando sei uscito l’ho svegliata e l’ho interrogata.”
“E allora?”
“All’inizio mi ha raccontato che non si erano detti niente di importante; ma ho capito che era una bugia.”
Phil la fissò senza ribattere.
“Perciò l’ho costretta a confessare la verità.”
Costretta? Phil non volle indagare oltre.
“Ha svelato i nostri piani a Sugar!”
Weir scosse la testa, incredulo. “Assurdo. Per quale motivo avrebbe dovuto fare una sciocchezza del genere?”
“Mi ha detto che in questo modo tu non avresti potuto adoperare l’arco, e che quindi non avresti corso rischi inutili. Però, non le credo. Penso che ci sia dell’altro sotto.”
Phil sistemò delle foglie e dei ramoscelli sopra il suo nascondiglio, poi controllò attentamente il terreno. A meno di un’indagine accurata, nessuno si sarebbe accorto che la terra era stata smossa. “Ti hanno vista venire qui?”
“No. Stanno dormendo sul pick-up.”
Sugar non dorme mai.
“Beh, allora Patsy non li ha impressionati molto. Comunque, voglio parlare con lei.”
Tornarono al capanno. Prima Elizabeth. A distanza di qualche minuto, Phil.
Patsy era a letto. Benché non fosse ancora molto chiaro, Weir notò che era bianca come uno straccio. Prese una sedia e l’accostò al letto. “Cosa hai fatto, Patsy?”, le chiese con dolcezza.
“Proprio niente!”, sbottò lei, lanciando uno sguardo di fuoco a Liz. “Ed è esattamente quello che ho cercato di spiegare a Elizabeth. Ma mi ha presa per un braccio e me lo stava spezzando. Se non fossi una signora, avrei reagito. Quando non sono più riuscita a sopportare il dolore, le ho detto quello che voleva sentirsi dire. Phil, è una pazza! Mi devi proteggere da lei.”
Liz fece per saltarle addosso, ma Weir la bloccò. “Calma!”, disse. “State calme tutte e due.” Si rivolse a Patsy. “Non è di Elizabeth che devi avere paura. Noi tre dobbiamo restare uniti, e fare fronte comune. I nostri nemici sono là fuori.” Osservò Liz. “Perché le hai fatto male?”
“Perché è una carogna bugiarda. E tu sei troppo ingenuo.” Si divincolò e si avvicinò al letto. “Ascoltami bene, stronza. Se per causa tua dovesse succedere qualcosa a Phil, ti farò pentire di essere nata. Avrei dovuto rompertelo, quel dannato braccio!”
“Basta così!” Weir adesso era esasperato. Tuttavia, si sforzò di parlare in tono pacato; aveva una voce magnetica e sapeva come controllare le persone. Gridare era inutile e controproducente. “Tu, Liz, eri in buona fede; però hai ecceduto. Io capisco sempre se una persona sta mentendo, e questo non è il caso di Patsy. Per non soffrire, ha parlato a vanvera; ma è innocente. Voglio che vi ricordiate che noi siamo una famiglia, che condividiamo gli stessi ideali e il medesimo grande sogno. Quando la valle sarà nuovamente libera, troverò il modo per riappacificarvi; ma ora ci dobbiamo concentrare sul nostro obiettivo.” Le guardò a lungo negli occhi, prima l’una, poi l’altra. “Io vi amo. Vi amo entrambe. Non deludetemi, per favore.”
Si sedette per terra, assumendo la figura del loto. “E adesso meditiamo.”, disse.
Dopo un attimo di esitazione, le due donne lo imitarono.

Gli furono sufficienti pochi minuti per abbandonare il suo corpo e salire in alto: da lì Phil Weir poteva avere la visione dell’insieme e, contemporaneamente, distinguere ogni singolo dettaglio con estrema lucidità.
Da sempre temeva che un giorno qualcuno sarebbe venuto a cercarlo. Aveva truffato molti clienti, alcuni dei quali appartenevano al mondo del crimine organizzato. Aveva ucciso un uomo e, sebbene non avesse lasciato indizi, la polizia disponeva di strumenti sofisticati. Non pensava che sarebbero mai risaliti fino a lui, però non era un’eventualità da escludere. Per qualche ragione, aveva rimandato la costruzione dell’arco; ma aveva un’accetta e uno strumento che avrebbe potuto rivelarsi di grande utilità. L’aveva approntato dopo aver eretto la staccionata. Poi aveva finito per scordarsene. In quel momento lo vide, e decise di andare a recuperarlo.
Abbandonò i pensieri coscienti, in modo da permettere al cosmo di penetrarlo e di illuminarlo. Si sentiva incredibilmente bene, avvertiva un flusso di benessere che risaliva dai piedi per giungere fino al cervello. Controllò i battiti del cuore e la frequenza del respiro.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Le ragazze lo seguirono. Phil era sicuro che adesso avevano dimenticato la loro rivalità.
Aum
Tutto sarebbe andato bene. Ne ebbe la consapevolezza assoluta.
Aum
La mia valle è sacra.

Verso le quattro del pomeriggio, il secondo capanno era pronto.
Jack Straw fumava, osservando l’hippy e le due donne lavorare. Aveva cambiato idea. Ormai aveva la situazione in pugno, era in grado di orientarsi e finalmente non sarebbe stato più costretto a dormire sul pick-up. Phil Weir non gli serviva più. Era un uomo pieno di risorse e avrebbe potuto rappresentare una seria minaccia; perciò non aveva senso perdere tempo. Chiamò Tom e gli spiegò cosa doveva fare. Quindi, si rivolse all’hippy: “Tom deve mostrarti una cosa. Vai con lui.”
Mentre i due uomini si allontanavano, decise che avrebbe dormito con Elizabeth: era molto attraente e non gli sarebbe spiaciuto fare un giro di giostra con lei. Patsy era bella, ma Liz era pericolosa. Per questo motivo, se ne sarebbe occupato personalmente. Sbadigliò. Era reduce da troppi notti insonni; ma da quel momento in avanti avrebbe potuto rilassarsi. Liz era pur sempre una donna e, se avesse tentato di compiere qualche gesto sconsiderato, l’avrebbe rimessa in riga facilmente. Era possibile che i prossimi mesi si dimostrassero divertenti.
Spostò lo sguardo su Tom e su Phil. Vola. Vola nel tuo paradiso.

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LA VALLE DI PHIL 7

La valle di PhilL’arco era fatto di legno di tasso. Phil Weir sapeva che racchiudeva in sé due caratteristiche importanti: a un tempo era elastico e resistente. Permetteva di scagliare le frecce con potenza e precisione. Phil lo saggiò, flettendolo, quindi scelse un bersaglio e tirò. La freccia si conficcò nel punto esatto dove aveva mirato. Soddisfatto, andò a recuperarla. Era un’arma pericolosa quanto una pistola, soprattutto in quella valle. Al momento opportuno Sugar avrebbe scoperto di aver commesso un terribile errore. Non avrebbe mai dovuto sfidarlo: si era scelto l’avversario sbagliato. Phil non avrebbe avvisato la polizia. Non voleva avere contatti con un mondo che disprezzava e che aveva lasciato per sempre. I due banditi avrebbero dormito il sonno eterno nella Green Valley.
Si arrotolò uno spinello. In linea di principio, era sempre stato contrario alla violenza; tuttavia esistevano dei limiti che non potevano essere oltrepassati impunemente. La valle rientrava in questo campo. Aspirò una boccata e come sempre si sentì subito calmo e rilassato. Vedeva ogni cosa con sorprendente chiarezza. Il piano si delineò nella sua mente quasi da solo, come se godesse di vita propria.
In un primo momento aveva pensato di usare l’ascia: ma questo avrebbe implicato uno scontro a distanza ravvicinata; con l’arco, invece, sarebbe stato in grado di colpire da lontano. Ciò avrebbe comportato una notevole diminuzione dei rischi.
Phil aveva già ucciso un uomo. Ancora adesso a volte si svegliava di soprassalto dopo aver sognato di ripetere quell’azione. La scena era sempre uguale: lui stava a gambe aperte sulla sua vittima agonizzante, risentiva gli orribili gemiti e osservava di nuovo quegli occhi terrorizzati fissi su di lui. Perché non ti decidi a crepare? Era la stessa cosa che aveva pensato quella sera. Sembrava che quel bastardo si fosse aggrappato con le unghie e con i denti agli ultimi brandelli di vita che gli rimanevano. Vai all’inferno, fottuto figlio di puttana!
Phil si svegliava in preda all’ansia. Il cuore batteva forte, e aveva voglia di vomitare. Scendeva dal letto e usciva. Si accendeva uno spinello e scrutava il cielo stellato. C’erano sempre le stelle sopra la Green Valley. Si incamminava verso il ruscello, mentre gradatamente i battiti del cuore diminuvano e lui ritrovava la compostezza. Allora sorrideva. Perché era contento di avere ammazzato quella carogna.

La famiglia di Phil Weir non era ricca. Suo padre lavorava come operaio in una fabbrica di elettrodomestici. Era benvoluto dai padroni, che gli avevano promesso di assumere suo figlio in qualità di apprendista. A Phil non piaceva quel futuro. Andava bene a scuola; non studiava molto, però aveva un’intelligenza superiore alla media. Weir voleva diventare ricco, indossare abiti eleganti e camicie di un bianco immacolato. Sognava un’automobile veloce e una ragazza bionda al suo fianco. Magari un’attrice. Se fosse andato a lavorare in fabbrica, avrebbe avuto un catorcio di macchina come quella di suo padre e una moglie sciupata e insignificante come sua madre.
Fu Rachel a cambiare quel grigio futuro. Era la mamma del suo migliore amico. Un giorno Phil era andato a trovarlo, ma lui aveva accompagnato il padre a Boston. Phil stava per essere congedato dalla cameriera, quando era arrivata Rachel. Dapprima si era stupita che suo figlio frequentasse un pezzente, poi quel ragazzino l’aveva incuriosita. Phil le aveva raccontato che giocavano insieme a basket e che erano diventati amici perché un giorno lo aveva salvato da una banda di teppisti. Rachel aveva annuito. Sapeva che suo figlio era debole e pauroso. Invece, negli occhi di Phil c’era una luce speciale. Malgrado la differenza di età e di condizione sociale, non era affatto intimidito: al contrario, sembrava sicuro di sé fino all’arroganza. Rachel lo aveva sedotto, si era innamorata di lui e gli aveva pagato gli studi. Senza il suo aiuto, non sarebbe mai diventato un brooker.
Phil aveva ucciso suo marito quattro anni dopo.
Sebbene non amasse Rachel, Paul Douglas era geloso e possessivo. L’aveva fatta pedinare da un investigatore privato e aveva avuto la conferma di quello che sospettava da tempo: sua moglie lo tradiva con un ragazzo. Messa alle strette, Rachel aveva confessato, implorandolo di perdonarla e promettendo di non farlo mai più. Paul l’aveva massacrata di botte.
Weir lo aveva seguito per tre giorni, studiando le sue abitudini. Tutte le sere, verso le nove, Paul Douglas usciva per portare fuori il cane di Rachel. Phil lo aveva affrontato, aveva dato un calcio al cane per farlo scappare, e gli aveva conficcato un pugnale nel ventre. Poi aveva rigirato la lama. Erano sotto a un lampione. La luce era più che sufficiente per vedere l’espressione del viso di Paul. Phil aveva aspettato fin quando non era stato certo che quel bastardo fosse morto.

Phil Weir si rialzò, prese l’arco e si diresse verso l’albero. Aveva scavato una buca sufficientemente larga per nasconderlo. Una volta ricoperta di terra, avrebbe sfidato chiunque a trovarlo.
Era a metà strada, quando sentì un rumore di passi.
Qualcuno si stava avvicinando da dietro.
Weir rifletté rapidamente: era meglio affrettarsi per guadagnare il rifugio, oppure usare l’arco? Non si sentiva ancora pronto per la resa dei conti; inoltre, come già era successo con il marito di Rachel, voleva avere il vantaggio della sorpresa. Pensò che era ancora in tempo: solo pochi metri, poi avrebbe gettato l’arco nella fossa. Sarebbe tornato più tardi per cancellare ogni traccia. Nel frattempo, avrebbe cercato di distrarre Sugar. Era un maestro anche in questo.
Ma proprio in quell’istante, una mano si posò sulla sua spalla.

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LA VALLE DI PHIL 6

La valle di PhilQuando Patsy si svegliò, era ancora buio.
Phil dormiva accanto a lei. Dall’altra parte del letto c’era Liz. La sera precedente avevano discusso fra loro. Elizabeth si era dimostrata risoluta e decisa. Approvava l’idea di Phil: bisognava assolutamente impadronirsi della pistola. Era certa che, prima di lasciare la valle, i banditi li avrebbero uccisi. Patsy si era opposta. Non vedeva perché avrebbero dovuto ammazzarli, non costituivano alcun pericolo, e questo Sugar lo sapeva. Se fossero stati collaborativi e amichevoli, non avrebbero corso rischi inutili; se, invece, si fossero ribellati, l’unico risultato che avrebbero conseguito sarebbe stato quello di irritarli. Inoltre, Sugar aveva l’aria troppo sveglia per lasciarsi fregare la pistola.
Non era riuscita a convincerli, e si era trovata in minoranza. Eppure era sicura di avere ragione. Non aveva senso tentare di rubare quell’arma.
I suoi pensieri incominciarono a farsi vaghi. Stava per riaddormentarsi. A un tratto spalancò gli occhi. Per un momento si vergognò di quello che le era balenato per la mente, tuttavia si disse che era solo un gioco. Nella realtà, non lo avrebbe mai fatto. Se lei fosse andata da Sugar e avesse denunciato Liz, quale sarebbe stata la reazione del fuorilegge? Provò a mettersi nei suoi panni, ma con scarsi risultati. Si concentrò: se la sua valutazione era esatta, Sugar si sarebbe limitato a tenere sotto controllo Elizabeth. Non l’avrebbe uccisa a sangue freddo, a causa di un’intenzione. L’espressione del suo sguardo diceva che poteva diventare spietato, ma solo se si fosse sentito veramente minacciato. Era un uomo gelido, però non era un sadico. Perseguiva unicamente i suoi scopi. E poi Patsy non desiderava la morte di Liz: voleva solo che se ne andasse.
Cercò di riprendere sonno, ma il suo cervello continuava a lavorare.

Alle tre del pomeriggio era esausta.
A parte una breve pausa per il pranzo, era dalle otto che lavoravano. Phil stava costruendo il capanno e lei ed Elizabeth lo aiutavano: era un compito impegnativo; a peggiorare la situazione, quel giorno faceva un caldo terribile, non spirava un filo di vento e in cielo non si vedeva l’ombra di una nube. Patsy era in pantaloncini corti, come Liz. Si deterse il sudore dalla fronte. Aveva le ascelle fradice e i piedi bagnati. Pensò di togliersi le scarpe, ma in quel punto il terreno era disseminato di sassi. Phil la guardò e capì che era giunta all’esaurimento delle forze. Le rivolse un sorriso. “Sei stata bravissima.”, disse. “Ma per oggi basta: ti ho fatto sgobbare troppo.” Patsy accolse quelle parole con sollievo. “Grazie, Phil!”
Elizabeth si morse la lingua, imponendosi di tacere. Avrebbe voluto chiedere perché Patsy doveva essere privilegiata, ma conosceva già la risposta che Phil le avrebbe dato. “Tu sei più robusta, Liz, e ti stanchi meno facilmente.” Trovava ingiusta quella discriminazione, però non intendeva litigare. Ricordati il tuo piano.
Patsy si avviò verso casa. Jack Straw era seduto sotto al portico, stava bevendo una birra e li controllava. Tom dormiva sul pick-up.
Sugar le fece un cenno d’intesa. “Fa caldo, eh?”
Patsy annuì. Stava per entrare nella baracca, ma cambiò idea.
Phil e Liz erano abbastanza lontani e non potevano sentirla: era un buon momento.
Si voltò e osservò Jack. Per un istante, ricordò a se stessa che aveva deciso di dimenticare le fantasticherie di quella mattina, e che si era ripromessa di non metterle mai in pratica. Poi scrollò le spalle. Sugar poteva cambiare il suo futuro. Sarebbe stato sciocco non approfittarne. Tuttavia, esitò. Si sentiva una traditrice. Se Phil lo fosse venuto a sapere, l’avrebbe disprezzata profondamente.
Però, non lo saprà mai.
Lanciò un’occhiata a Elizabeth. Non provò compassione. La detestava e aveva il diritto di liberarsi di lei. La scelta era semplice: dimostrarsi leale oppure lottare per la propria felicità. Immaginò una nuova vita: lei e Phil da soli. Provò un’ondata di euforia. Sarebbe stato magnifico: Phil le avrebbe riservato tutte le attenzioni, avrebbe fatto l’amore soltanto con lei, non avrebbe più potuto dire a Liz che l’amava.
Perché Liz non ci sarebbe più stata.
Guardò di nuovo Jack. Sembrava incuriosito, quasi intuisse quello che le stava passando per la mente.
Respirò a fondo.
Poi disse: “Sugar, ti devo parlare.”

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La valle di PhilArrivarono dopo l’ora di pranzo.
Phil posteggiò il pick-up e indicò la baracca di legno. “Quella è la nostra casa.”, disse. “C’è un solo letto e un’unica stanza. Non saprei proprio dove sistemarvi.”
“L’hai costruita tu?” Jack Straw si accese una sigaretta.
“Sì.”
“Allora vorrà dire che ne costruirai un’altra.”
Smontarono nello stesso istante in cui Liz e Patsy uscivano dal capanno. Elizabeth era in pantaloncini corti e maglietta. Patsy indossava la gonna lunga e una camicia arrotolata sulle braccia.
Jack Straw esibì un sorriso cordiale. “Mi chiamo Sugar.”, annunciò. “E lui è Tom.” Tom aveva con sé due grosse borse. Era un uomo alto e robusto con un’espressione un po’ ottusa.
Liz gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Mi hanno sequestrato.”, disse Phil con voce piatta. “E sono armati.”
Patsy sbiancò in viso. Liz le cinse una spalla con fare protettivo. “Cosa significa? Perché lo avete sequestrato?”
“Oh, ma io non la metterei in questi termini.” Il sorriso di Jack si allargò. “Stavo semplicente cercando un posto tranquillo e ho pensato che qui mi sarei trovato a meraviglia. Comunque, non mordo. E non mi fermerò a lungo.” Mentre parlava, i suoi occhi correvano da una donna all’altra. Erano molti attraenti. La bruna alta non aveva paura di niente, e andava controllata; la bionda non rappresentava un pericolo. Molto fumo e poco arrosto; si vedeva lontano un miglio che era terrorizzata. Comunque, entro sera, si sarebbe fatto un’idea più precisa. Per il momento non andavano toccate. L’hippy avrebbe reagito e sarebbero stati costretti a ucciderlo. E fino a quando non avesse avuto tutta la situazione sotto controllo, non avrebbe potuto fare a meno di lui. In seguito, non sarebbe stato male approfondire la conoscenza di una delle due o forse di entrambe.
Tirò fuori da una tasca il telefonino. Come immaginava, non c’era campo. Tuttavia era meglio essere prudenti: benché l’hippy gli avesse detto che avevano rinnegato la società civile e che erano privi di luce, gas e computer, avrebbe perquisito il capanno e anche le donne.
Liz aveva preparato uno stufato di verdure. Jack Straw mangiò avidamente la porzione riservata a Phil, ignorando Tom. Nel frattempo, rifletteva. Per qualche notte si sarebbero adattati a dormire sul pick-up. Avrebbero stabilito dei turni di guardia, anche se dubitava che qualcuno di loro potesse fuggire: a piedi non sarebbe andato da nessuna parte. Ma aveva passato la vita a prevenire ogni pericolo e non si sarebbe mai comportato superficialmente. Una volta che il nuovo capanno fosse stato edificato, avrebbe mandato lì a dormire l’hippy e Tom. Lui sarebbe stato con le ragazze.
Studiò la bionda, correggendo l’impressione iniziale. Apparentemente sembrava fragile, e per vari versi lo era; però possedeva un fondo di malizia ed era sicuramente intelligente. Malgrado le apparenze, capì che detestava l’altra e che probabilmente era ricambiata. D’altra parte, era ovvio: un rapporto a tre era destinato al fallimento.

Il mattino dopo Phil si svegliò presto. Si vestì senza fare rumore e uscì dal capanno. L’aria era frizzante, sapeva del profumo della natura. Phil aveva un terribile mal di testa, ma gli parve che si attenuasse. Il merito era della sua valle. Da quando viveva lì non si era mai ammalato : questo grazie alle montagne, alla foresta, alla mancanza di rumori e di inquinamento, e soprattutto al grande senso di pace che quel meraviglioso luogo gli infondeva. Si incamminò, senza degnare di uno sguardo il pick-up. In genere lo parcheggiava lontano, ma Sugar l’aveva piazzato proprio davanti alla porta della baracca. Raggiunse il ruscello e si lavò la faccia. Era indignato: quei due loschi figuri con la loro presenza offendevano tutto quello che lui amava. Pensò a Liz e a Patsy, ai suoi ideali di libertà e di purezza. Guardò il cielo terso, i monti accarezzati dai primi raggi del sole, i campi e i prati ancora umidi di rugiada. Sugar stava profanando un posto che lui reputava sacro. Era come se ammorbasse il paradiso.
Patsy avrebbe voluto avere un bagno tutto per sé, Liz rimpiangeva il suo vecchio lettore cd; ma alla fine avevano capito che si trattava di una rinuncia minima rispetto a quanto avevano ottenuto. C’erano stati dei momenti difficili. Avevano dovuto faticare, sopportare disagi, però ne era valsa la pena. Phil non avrebbe scambiato la sua capanna con una reggia. Quella era casa sua.
Poi decise di essere pragmatico. Quando c’era un problema, andava risolto. Piangersi addosso non serviva a nulla. Se il problema era molto complesso, bisognava procedere gradualmente, affrontando un ostacolo alla volta. Analizzò freddamente la situazione. Loro erano in tre, gli altri in due. Forse Patsy non sarebbe stata di grande aiuto, ma Liz era forte quasi come un uomo. Aveva praticato arti marziali per quattro anni e sapeva difendersi.
Qual era il primo ostacolo da superare?
La risposta era semplice.
Sugar aveva una pistola.
Bene, avrebbe trovato il modo per farla sparire.
Tornò sui suoi passi, accese un fuoco sotto al porticato e preparò il caffè. Quel giorno avrebbe incominciato a costruire il nuovo capanno. Si era ripromesso di procedere lentamente: aveva capito che Sugar e Tom erano totalmente a digiuno in materia, perciò non aveva senso affrettare i tempi. Intuiva che dopo li avrebbero separati e quella prospettiva non gli piaceva per niente.
Elizabeth e Patsy avevano preparato il materiale. Phil aveva già accatastato del legname, perché da tempo pensava di ingrandire la loro casa, dotandola di un secondo locale da adibire alla riflessione. Anche se poi, per un motivo o per l’altro, aveva sempre rimandato.
Ora si trattava di scavare le buche per i pali. Una volta che li avesse piantati, avrebbe fissato due barre ai lati, e infine inserito dall’alto delle canne e legato insieme la parte superiore. Dato che si trattava di una sistemazione provvisoria, non era necessario fare un lavoro a regola d’arte. La sua baracca era solida e perfettamente stabile. Quando l’aveva edificata, le aveva riservato la massima cura. Ricordava ancora la gioia che aveva provato quando l’aveva vista finita. Ma non si sarebbe dannato l’anima per quei due banditi.
Bevve il caffè, pensando alla pistola e a come rubarla. La buona notizia era che Tom aveva perso la sua durante una sparatoria. Era stato così sciocco da dirlo davanti a lui.
Ne avrebbe parlato con le ragazze: in tre si ragionava meglio.
Si avvicinò al pick-up. Tom stava dormendo, ma Sugar lo scrutava; probabilmente aveva seguito tutti i suoi passi. Phil gli indicò il caffè.
Il bandito lo ringraziò con un cenno della mano.
Phil si avviò nuovamente verso il ruscello. Doveva finire di costruire il suo arco.

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