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Archive for febbraio 2017

grateful-deadNon siamo mai stati primi in classifica, ma per i nostri fans eravamo la più grande band del mondo.
In giro c’erano complessi che si esibivano dal vivo per un’ora scarsa. L’immancabile bis, e poi buona notte a tutti. Noi eravamo diversi: a seconda delle serate, potevamo andare avanti per quattro ore o magari addirittura per sei. Suonavamo di tutto: country-rock, blues, psichedelia; brani tratti dai nostri dischi, pezzi nuovi, materiale di altri artisti. E non eravamo mai uguali. Quante volte abbiamo eseguito “Dark Star”? Mille? Beh, vi posso assicurare che non l’abbiamo mai riproposta nello stesso modo. Potevamo farla durare venti minuti o quaranta, e gli assoli di Jerry Garcia erano sempre differenti. Note fluide che sapevano creare suggestioni infinite; noi lo seguivamo improvvisando a nostra volta: e la musica scorreva limpida, simile a un quadro che raffiguri un’isola circondata dall’acqua più verde e trasparente.
Quello che suonavamo era portato dalla brezza del mattino quando i delfini giocano oltre la barriera corallina e gli uccelli volano alto nel cielo. Perché per noi la musica era un sogno, e quel sogno lo abbiamo condiviso con milioni di ragazzi, che da noi non volevano lustrini o atteggiamenti da rock-star, ma condividere lo stesso sogno: attraversare le praterie sconfinate del West, sorvolare gli oceani più bui e profondi, raggiungere le stelle più fulgide, rincasare al tramonto, mentre sulla collina il sole tramonta in un prodigio di bellezza che da solo vale il senso dell’esistenza.
Nicole era una bella ragazza: alta, bionda, gambe lunghissime che gli shorts mettevano generosamente in evidenza. Stava con Paul. Entrambi erano tossici. Venivano sempre ai nostri concerti. Lei chiudeva gli occhi, dondolando leggermente la testa. Lui accendeva uno spinello e glielo passava. Noi in quel momento suonavamo solo per loro due. Nicole odiava la guerra, detestava Nixon e partecipava a tutte le manifestazioni di protesta. Paul non sopportava la ricca borghesia, gli affaristi privi di scrupoli, le banche avide di denaro.
Ma non era per questo che ci seguivano. A differenza dei nostri amici Jefferson Airplane, non abbiamo mai scritto canzoni di protesta, né lottato contro il sistema. In realtà, non abbiamo mai lottato contro nessuno. Volevamo solo regalare un sogno, e adesso, dopo tanti anni, posso dire che ci siamo riusciti. Perché “viaggiare” con noi era magico. Se non fosse per la morte di Jerry, staremmo ancora girando l’America; e i ragazzi di allora continuerebbero a seguirci.
Nicole attraversò l’Atlantico per raggiungerci in Europa. Era il 1972. Ottenemmo un successo clamoroso e del tutto inaspettato, perché quello era il periodo del “progressive” e non pensavamo certo di attirare un pubblico così numeroso ed entusiasta. Va detto che suonammo al massimo delle nostre possibilità; inoltre, da quelle parti, solo i Led Zeppelin erano in grado di improvvisare e di prodursi in assoli travolgenti. La conobbi a Londra. Mi parlò di Paul. Disse che era morto a causa dell’ eroina. “Era roba cattiva.”, aggiunse. Le chiesi come si era procurata i soldi per il biglietto dell’aereo. Non era una groupie, perciò aveva pagato di tasca sua. “Me li diede Paul, prima di morire.”, rispose. “Aveva risparmiato per farmi questo regalo, anche se nelle sue intenzioni saremmo dovuti venire assieme. Vedili anche per me! E portami con te. Se sarò nel tuo cuore, riuscirò a sentirli anch’io. Spero tanto che facciano “Uncle John’s Band”: lo sai che è la mia canzone preferita.” Non mi riferì altro, e io non la sollecitai a parlarmi di lui. Ci sono degli amori che sono esclusivi; rimangono per sempre nell’anima, e talvolta è meglio custodirli con cura perché il mondo potrebbe sporcarli.
Il mondo non è un “viaggio” magico. In prevalenza è composto da gente egoista, da persone curiose e malevole. Le domandai soltanto da quanto tempo si bucava. Lei scrollò le spalle. “Ho incominciato a quindici anni.”, disse. Esibì un sorriso amaro, ma poi la sua voce risuonò fredda. “Fui violentata da un poliziotto. Sono cose che capitano.” Giocò per qualche istante con una ciocca di capelli. “Paul aveva solo due anni più di me. Una sera lo seguì, e gli infilò un coltello nella pancia.” Assunse un’espressione pensierosa; credo che stesse rivivendo quei giorni. “Non so se Paul ha fatto bene. Ma penso di sì. Quello era un porco. Ricattava le prostitute, arrestava i piccoli spacciatori e lasciava in pace i pesci grossi. In cambio, si faceva pagare. Paul non ha mai fatto a botte in vita sua, non era un ragazzo violento, tutt’altro. Comunque, la roba me l’aveva data quel maledetto sbirro per incastrarmi.”
Quella sera, prima del concerto, la invitai a cena. Era malinconica, ma anche forte. Mentre finiva il suo hamburger mi spiegò il motivo per cui Paul amava tanto quel brano. Una notte avevano fatto l’amore in macchina. Disse che, malgrado non fosse la cosa più romantica del mondo, era stata un’esperienza meravigliosa. Poi lui le aveva chiesto di sposarlo. Proprio in quel momento, Jerry cantava: Well the first days are the hardest days, Don’t you worry any more, ‘Cause when life looks like easy. Street, there is danger at your door.Think this through with me, let me know your mind.
“Ci disintossicheremo, amore mio. Sarà dura, ma ce la faremo!”
“Ti amo!”, aveva detto Nicole. Era una notte calma e silenziosa; sebbene fosse inverno, il clima era mite. Erano vicini alla costa e dai finestrini aperti arrivava il profumo dell’oceano. Paul l’aveva stretta forte a sé. Nicole gli aveva accarezzato il viso. Avevano fatto ancora l’amore, mentre la cassetta ripartiva dall’inizio. Quella era la prima canzone dell’album.
Si alzò dal tavolo e mi sorrise. “Così va la vita.”, disse. Si avviò verso l’uscita, poi si voltò. “Questa sera noi saremo lì. Con voi.”
Quando entrai nel camerino, dissi ai ragazzi: “Facciamo “Uncle John’s Band” per ultima.”
“Va bene.”, rispose Phil Lesh. Lui era il nostro formidabile bassista. Jerry Garcia annuì. Stava accordando la chitarra.
“E… diamoci dentro! Suoniamola all’infinito!”
Mi chiamo Bob Weir.
E facevo parte del più grande gruppo del mondo. Chi ci ha ascoltati dal vivo, chi ci ha sentiti anche per una sola volta, lo sa.
Eravamo i Grateful Dead.

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COME RANDALL FLAGG 7

come-randallLa notte passò lenta.
Le stelle scintillavano nel cielo terso, illuminando la collina di una luce che sembrava magica; data l’ora tarda, tutto intorno, il paese riposava tranquillo. Dall’alto calava un soffio di vento profumato e tiepido, molto in lontananza, verso nord, si alzava qualche spirale di nebbia, al di sopra di uno specchio d’acqua che riluceva ai raggi della luna. Prima di prender sonno, il che avvenne quando ormai un nuova data aveva preso possesso del calendario, Paola si chiese oziosamente se stava andando incontro al solstizio d’estate. Conservava ricordi vaghi al proposito, che risalivano ai tempi della scuola; forse quell’anno, si disse, era stato anticipato di un giorno, o forse no. Comunque fosse, era un interrogativo ininfluente, paragonato ai discorsi del professor Brendeen Reed e di Berisha. Su questa considerazione si addormentò.
Sorse un sole radioso e la ragazza saltò giù dal letto. Andò in bagno a lavarsi, indossò un paio di jeans, scarpe da ginnastica e una felpa, poi raggiunse la madre in cucina. Erano già pronti latte, caffé, burro e marmellata, oltre a un grande bicchiere pieno di spremuta d’arancia. Paola cominciò a mangiare, mentre la mamma trafficava ai fornelli preparando una torta. La cucina dava su un piccolo giardino; sulla destra c’era l’orto e a sinistra un cancello immetteva su un sentiero che, dopo aver girato varie volte su se stesso, si congiungeva alla strada. Le stanze da letto erano disposte al primo piano, soggiorno, sala da pranzo (che non veniva usata praticamente mai) e cucina occupavano il piano terra. Ovunque c’erano ampie finestre, e al momento erano tutte aperte. Non era una casa di ricchi, però era sicuramente un’abitazione dignitosa, avuta in eredità dai nonni, e in seguito ristrutturata.
Paola pensava a Attilio, che gli amici scioccamente chiamavano Attila, nonostante il buon carattere e i modi gentili o magari proprio a causa di essi. Non sapeva se lo amava, gli voleva bene e desiderava fare sesso con lui, cosa che rimandava di continuo sfogando le sue pulsioni da sola, anche fin troppo spesso. Era il retaggio dell’educazione cattolica, dei principi rigidi trasmessi in lei da sua madre, una donna buona e cordiale, ma intransigente in materia. Mandò giù una fetta di pane imburrata, bevve un sorso di caffè e trasferì l’attenzione su quanto si erano detti la sera prima dall’americano.
Lei e Nazif erano tormentati dagli stessi sogni, in quanto a Brendeen non si era ancora fatto un’opinione precisa sullo strano fenomeno, posto che fosse semplice inquadrarlo come se si trattasse di una formula matematica o di un problema di geometria. Scosse involontariamente la testa. Non era per niente facile! Era piuttosto un fatto oscuro e sinistro. Esattamente come l’essere che prendeva vita in quegli incubi. Se non fosse stato per quelle “visite notturne” (e per il desiderio continuamente tarpato di sesso), si sarebbe definita una ragazza serena, quasi felice, benché intuisse che la felicità vera sarebbe arrivata più avanti quando l’amore con la “A” maiuscola l’avrebbe raggiunta con la delicata forza dello scirocco che accarezza un fiore. E, dentro di sé, sentiva che tale sortilegio non sarebbe stato dovuto al caro Attilio. Qualcun altro sarebbe arrivato… o era già arrivato? Formulò mentalmente il nome di Berisha, poi scacciò il pensiero. Per adesso andava bene così.
Finì la colazione, scambiò un bacio con la mamma e uscì per recarsi al lavoro.

Era l’ultimo giorno in cui la biblioteca restava aperta. A partire dall’indomani sarebbe rimasta chiusa fino a metà settembre, e di ciò Geltrude, l’anziana bibliotecaria, un po’ si rammaricava: avrebbe trascorso due settimane a Rimini, e questo le piaceva perché avrebbe rivisto le vecchie amiche con le quali condivideva le vacanze ormai da anni; l’altro lato della medaglia le suggeriva però che, tornata dal mare, avrebbe finito per annoiarsi. Amava il suo lavoro e amava i bambini, sebbene a volte la facessero disperare.
Salutò con un sorriso il nuovo venuto, uno degli utenti più affezionati, forse anche troppo a suo giudizio (sarebbe stato preferibile che dedicasse maggior tempo alle partitelle di calcio, alle gite su per la collina e a qualche scampagnata in bicicletta, cose che faceva, benché di rado). D’altro canto, Valentino, Vale per gli amici, era un ragazzino strano. Geltrude rimise gli occhiali e tornò alle sue incombenze.
Dopo aver restituito compitamente il saluto, Vale si diresse verso la sala interna, quella riservata a bambini e ragazzi, che per lui rappresentava il luogo dei sogni. Adorava leggere, anche se poteva succedere che per questa passione talvolta venisse preso in giro. Il fatto che portasse già gli occhiali era un ulteriore motivo di sbeffeggiamento. Senza contare che detestava il banale soprannome che gli avevano dato. Tifava per Márquez e non per quel vecchio dinosauro permaloso di Rossi!
Quel mattino si sentiva inquieto. Una bella scorpacciata di libri lo avrebbe rimesso in sesto, ne era assolutamente convinto; questo non toglieva che fosse ancora sconcertato (e spaventato) dall’esperienza vissuta la sera prima.
Era uscito un attimo in giardino lasciando a metà la cena, più per sottrarsi alla deprimente scena dei suoi genitori che litigavano, sbraitando insulti e cattiverie, che per un reale desiderio di fare due passi. Era uscito dal giardino, imboccando la strada che portava alla chiesa, sita su un dosso dal quale si godeva un buon panorama. Aveva incrociato Michele e Danilo, un saluto e via, e si era fermato a osservare la valle che presto sarebbe stata illuminata da una quantità di stelle. Conosceva bene l’astronomia e capitava che di notte si affacciasse alla finestra della camera da letto per scrutare a lungo il firmamento. Era ancora presto; il sole stava tramontando in un trionfo di colori. Vale fece spaziare lo sguardo e a un tratto fu colto da un brivido. Non comprendendone la ragione, si guardò bene attorno: non vide nulla. Nulla di insolito, di strano, di minaccioso. Poi ecco nuovamente il brivido, simile alla carezza gelata di un fantasma. E come un sibilo. E il sentore di qualcosa di orribile che si avvicinava. Solo che non gli sembrava una presenza “reale”. Gli pareva piuttosto l’immagine riflessa di qualcuno che non si trovava esattamente lì, ma che comunque riusciva a mostrarsi, a farsi sentire, in due luoghi diversi. Vale aveva corrugato la fronte, cercando di vincere il tremito. Era una sensazione angosciante, mai sperimentata in precedenza.
L’essere misterioso si fece più vicino.
Vale trasse un profondo respirò e fuggì via.

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COME RANDALL FLAGG 6

consonno-10_mgthumb-internaNegli ultimi tempi della vita di “Randall Flagg” (se, al momento, gli avessero domandato qual era il suo vero nome, forse non avrebbe saputo rispondere), esisteva come una corrente magica che lo conduceva in dimensioni sempre più appaganti. Era quasi trascinato in un mondo nuovo e, poiché gli mancavano istruzione e cultura, faticava a visualizzarlo nella sua interezza. Ma andava bene così, molto bene, dato che giorno dopo giorno sentiva il Potere crescere, irrobustirlo e intuiva, benché in modo vago, che ciò che aveva fatto, senza la minima fatica, ai quattro teppisti non rappresentava che l’inizio del suo cammino. Era entrato nei sogni di Luca Berbenni, e lo aveva scelto; esattamente come aveva scelto, per ragioni opposte, la ragazza di nome Paola e Berisha, lo straniero. Era penetrato a fondo in loro, scoprendo le pulsioni erotiche della giovane, gli erano sfuggite le visioni dello slavo ma non l’antipatia che nutriva per diversi aspetti di quella che era la sua patria d’adozione, elementi che si sarebbero rivelati utili; in quanto a Berbenni, era un idiota da usare. Poi c’era anche il professore americano, e più avanti anche di lui si sarebbe occupato.
Più avanti, ora aveva un altro impegno.
Mentre la notte cedeva il passo a un mattino incendiato dal sole, riprese il cammino che lo aveva portato, attraverso le montagne, dal paese ubicato sotto alla collina in prossimità di un altro villaggio, non troppo distante dal fiume Adda, dove era atteso da una sfida che lo eccitava. Rappresentava un ulteriore passo verso il dominio, nonché la conquista del luogo che avrebbe fatto suo, un regno dal quale avrebbe mosso ulteriori passi.
D’acchito notò un cambiamento.
Avvertiva nell’aria già calda della nuova giornata il sentore di una forza oscura, sicuramente avversa; gli era sufficiente svuotare la mente da ogni pensiero superfluo per essere raggiunto da sensazioni, simili a nubi scure che torreggiassero nel cielo, e se tendeva le orecchie udiva un suono che nessun altro avrebbe potuto avvertire, un rumore che ricordava quello del tuono, sebbene ancora in lontananza, e che per altri sarebbe stata l’avvisaglia della morte.
Non per l’Uomo Nero, però: per lui era un prova importante, e non temeva di uscirne sconfitto, nonostante intuisse che non sarebbe stata cosa facile sfidare e abbattere l’essere che deteneva il potere sul villaggio che stava per raggiungere.
A tratti era colto da un dubbio, ma con la forza della volontà riusciva a scacciarlo. Sentiva una sinistra aura di gelida malvagità: si propagava fra campi e sentieri, diventando sempre più minacciosa, man mano che si avvicinava al borgo. Se avesse perso, tutto sarebbe finito… ma voleva quel villaggio! Adesso c’era un brusio di sottofondo, simile al frinire delle cicale, intervallato dal gracchiare di un corvo: anche questi rumori non erano alla portata di tutti, tuttavia non sfuggivano all’attenzione dell’Uomo Nero. Portarono nuovi dubbi che ne nascondevano altri ancora, come scatole cinesi. Con gli occhi dell’immaginazione gli sembrò di scorgere delle figure che inizialmente inanimate sbucavano dal terreno, circondandolo da ogni lato; ma in tutta risposta Flagg aumentò il passo.
Ora il villaggio era molto vicino.

Tale villaggio è conosciuto come “villaggio fantasma”, perché questo oggettivamente è. In origine, non differiva da altri luoghi della zona, Olginate, Garlate, Valmadrera. Le cose avevano cominciato a cambiare quando a Consonno arrivò da Milano il conte Mario Bagno. Il conte aveva progettato di dar vita a un luogo di divertimenti e spettacoli che, vista la relativa vicinanza con la grande metropoli da cui proveniva, nelle sue intenzioni avrebbe portato successo e denaro in quantità. Per realizzare quello che aveva in mente demolì il borgo, edificando nuovi edifici sulle macerie delle vecchie abitazioni; costruì una strada che collegava Consonno a Olginate; e inizialmente i suoi sogni parvero realizzarsi: sorsero alberghi e ristoranti, addirittura una pagoda, un campo di calcio dalle dimensioni regolamentari, uno di tennis, uno di bocce, uno di golf, una moderna pista per pattinaggio utilizzabile anche nei mesi caldi, uno sfavillante luna park provvisto di tutte le attrazioni e uno zoo. Ovunque c’erano prati ben curati da professionisti esperti fatti venire appositamente dal Regno Unito. Sugli ampi viali correva il trenino che portava in giro i villeggianti. C’erano edicole che vendevano giornali di tutto il mondo, chioschi, locali notturni, eleganti boutique e un vasto parco giochi. Il divertimento era assicurato per adulti e bambini.
Stava nascendo una Las Vegas italiana… ma poi a causa di una frana la via che congiungeva il villaggio a Olginate rimase distrutta e in breve su Consonno calò come un manto di oblio e, alla morte del conte, subentrò un degrado completo: il paese fu abbandonato dagli abitanti, i turisti scomparvero, i lussuosi edifici, diventati ruderi fatiscenti e lugubri, vennero occupati da teppisti che rovinarono il sogno del nobile rendendo Consonno un posto malfamato e insicuro. Questo fino all’abbandono totale. 2
Ciò che la gente ignora, comprese le autorità, è che sia la frana, sia altri deliberati atti volti a far scappare i paesani, spesso di notte e in preda a un oscuro terrore, furono provocati da un essere emerso non si sa da dove, forse dagli abissi dell’inferno.
Ed era questo essere che la mattina del ventuno giugno aspettava Randall Flagg.

2 La storia di Consonno (provincia di Lecco) è vera

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COME RANDALL FLAGG 5

randall-flaggPaola emanava un buon profumo di lavanda, era una ragazza attraente e simpatica; a Berisha non sarebbe affatto dispiaciuto avere una storia con lei, anche impegnativa se del caso. Però, sapeva che era legata (quanto profondamente lo ignorava) con un giovanotto del paese che si chiamava Attilio, e che per gli amici era Attila. Lavorava come commesso in un negozio di ferramenta, era di indole gentile e, a parte questo, a Berisha non interessavano le dispute amorose. Inoltre, non era quello il momento di indulgere a tali pensieri. Forse un legame affettivo sarebbe arrivato più avanti, con un’altra ragazza o con la stessa Paola, qualora si fosse lasciata con Attila (chissà perché quel soprannome, assolutamente non consono?), o forse avrebbe dovuto aspettare ancora qualche anno. Non adesso, comunque: non mentre era turbato da sogni che avrebbe preferito scordare; meglio ancora, non ricevere.
Riemerse dalle sue visioni, Neil Young e l’orrore di Travnik, mentre il sole tramontava, mandando gli ultimi lampi di luce, e un soffio di brezza proveniente dalla collina rafforzava. Il professore e la giovane lo stavano osservando, in attesa di ciò che aveva annunciato.
“Ho fatto un sogno.”, ripeté lui con voce incolore, fissando lo sguardo su un punto lontano, imprecisato. “Ne parlo, perché credo di non essere stato l’unico a… vedere quell’uomo.” Alzò un dito e lo puntò verso Paola. “Vedi”, aggiunse abbassando il tono di voce, “in quel sogno… in quell’incubo c’eri anche tu. Può darsi che sia un fatto irrilevante, dovuto soltanto alla mia fantasia, succede lo so molto bene; ma non lo penso. Quello che penso… be’ è una storia alquanto complicata, per farla breve ritengo che la persona che è entrata nel mio sonno sia una persona vera, reale. Non saprei dire da dove viene. Ciò che so, che penso di sapere è che ora lui sia qui, qui da qualche parte, intento a compiere il male. E per qualche ragione è interessato a noi due. Possiede vasti poteri, poteri oscuri, che sono destinati ad aumentare, ed è malvagio.”
Paola annuì. “Non sbagli, Nazif. O quantomeno se la tua è solamente una fantasia ci riguarda entrambi, dato che, è vero, l’ho sognato anch’io. E gli ho dato un nome: L’Uomo Nero.”
Brenden Reed si alzò per tornare in cucina a fare incetta di birre. “Bene. Lo avete sognato tutti e due. Ho già detto alla nostra amica che, quando morì mia moglie, Gabriella, io lo avevo sognato, prima che accadesse; ho poi aggiunto che quello dei sogni è un territorio sconosciuto, privo di regole certe. A volte si vede qualcosa, come una luce nel buio, in altri casi, si tratta semplicemente di desideri oppure di paure che durante il sonno prendono una veste onirica, niente di concreto, quindi. Tuttavia, voi due avete sognato lo stesso essere, e questo è un fenomeno almeno singolare. Di certo, per me risulta nuovo.”
“Cosa dovremmo fare?”, lo interrogò Paola, lanciandogli un’occhiata ansiosa.
Brenden alzò ambedue le mani. “Non siamo in un campo razionale, giusto? E’ impossibile stabilire un meccanismo di causa e effetto. Se questo misterioso individuo si materializzerà in maniera concreta, potremo saperne di più; se resterà una presenza onirica, forse dovremmo prendere in considerazione l’ipotesi di una suggestione collettiva. Voi siete amici, magari non per la pelle, ma buoni conoscenti sì, e io so che Nazif non si limita a fare strani sogni. Non voglio aggiungere altro, perché non sarebbe corretto: la privacy è sacra! In ogni caso, qualcosa vi unisce. Cosa fare? Vediamo cosa succede questa notte.”

Quella notte Luca Berbenni dormì poco e male. Era sconcertato, e questo era il minimo: avvertiva sulla pelle sudata l’odore della paura, come mai l’aveva provata in vita sua. Paura dei carabinieri: sebbene non ricordasse di aver lasciato impronte digitali sui quattro cadaveri e benché fosse ragionevolmente sicuro di non essere stato visto da nessuno, c’erano pur sempre quattro morti e ciò significava comunque indagini. Un aspetto positivo era dato dal fatto che il maresciallo era vecchio e non particolarmente sveglio; però il vero motivo del viscido terrore che a ondate lo sommergeva era dovuto all’Uomo Nero (così aveva detto di chiamarlo) e alle terribili magie cui aveva assistito. Non gli dispiaceva per nulla che i bastardi avessero ricevuto la giusta punizione, ma temeva per se stesso, anche se era stato rassicurato in proposito. Sarebbe diventato il braccio destro del misterioso giustiziere, per un verso motivo di orgoglio, per un verso differente fonte di dubbi e di forti perplessità. Avrebbe preferito essere lasciato in pace con le sue classifiche, con le appaganti masturbazioni che tanto gli piacevano, e invece sapeva che così non sarebbe stato.
L’Uomo Nero era scomparso, come inghiottito dalle tenebre, ma aveva annunciato che sarebbe tornato: c’era del lavoro da fare, e lo avrebbero fatto entrambi. Di cosa si trattasse non lo sapeva, peraltro immaginava nuovi scenari da incubo, simili alle esecuzioni di Pink e degli altri tre che, tralasciando ogni altra considerazione, gli avevano gelato il sangue.
La tendina della finestra di una sfumatura scura di verde era chiusa solo per metà e dal letto Berbenni poteva guardare la collina, illuminata dalla luna e dalle stelle. Chi diavolo era quell’essere? E quando lo avrebbe rivisto? Si augurò che si scordasse di lui e che non tornasse (impossibile!), poi ricordò la promessa e al panico subentrò l’eccitazione. La promessa parlava di Serena, di Simona-lunghe-trecce, di Paola, ed evocava scenari da sogno: non più “cinque contro uno” ma scopate vere!
Quanto bastava per rendere la sua esistenza dieci volte più appagante.
E con questo pensiero finalmente prese sonno.

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COME RANDALL FLAGG 4

randall-flaggMa, per quanto forte fosse il desiderio di parlare, di raccontare, di svelare quello che aveva sognato, una qualche forma di potere sembrò calare dalla collina per impedire che ciò avvenisse. In realtà, essa non gli era affatto sconosciuta. Berisha aveva già sperimentato più volte tale strana magia, buona o cattiva che fosse e questo non riusciva a capirlo, benché fosse orientato a riconoscerle un aspetto malvagio, poiché gli causava un sentimento di gioia che tuttavia presto si trasformava in sofferenza.
Si interruppe, indirizzando uno sguardo incerto al cielo e poi rivolgendo la propria attenzione a Paola e a Brenden, o meglio tentando di farlo, dato che al momento non era in grado di incanalare i suoi pensieri come voleva; essi si presentavano dotati di volontà propria, inizialmente in modo confuso, poi come separandosi, dividendosi in due segmenti: la luce, di qui, e il buio, subito dopo, e sembrava proprio che l’oscurità fosse destinata a vincere.
La luce era l’immagine di un giovane provvisto di un talento sconfinato, eccezionale, fuori del comune. Imbracciava una chitarra in qualche posto degli States e cantava un brano sublime, Tell Me Why, e si chiamava Neil Young, e avrebbe fatto di tutto e di più nella vita come nella musica. Da lui proveniva un senso fortissimo di benessere, e lì intorno c’erano sole, vita, vento e panorami sconfinati che si perdevano all’orizzone nel tripudio del bene; però, in un luogo assai distante da lì, stava per avvenire qualcosa di terribile – ecco il trionfo delle tenebre – e Berisha non voleva essere catapultato in quella zona di infamia, eppure era consapevole che proprio questo sarebbe accaduto.
Travnik. Non erano bosniaci quei giovani, e neppure soldati croati fatti prigionieri: si trattava di volontari che appartenevano a un gruppo di aiuti umanitari, spinti fin lì dalla volontà di aiutare per quanto era possibile e adesso spinti a viva forza nel letame, finché le teste non scomparivano sommerse da quell’orribile sudario. Il capo dei serbi aveva sbiaditi occhi celesti, privi d’espressione; fumava e rideva, portandosi alla bocca la bottiglia di birra. Il sole al tramonto sembrava voler fuggire da quell’atroce scenario di morte.
Travnik… fu come una stilettata di ghiaccio che scacciò la musica di Neil Young, e le sue parole d’amore e il suo canto avverso il razzismo (“Southern man, better keep your head don’t forget, what your good book said Southern change gonna come at last now your crosses, are burning fast, southern man”). 1
Poi, nella stessa maniera in cui era arrivata anche questa seconda visione scomparve, lasciando nuovamente spazio al sogno, dove l’Uomo Nero…

Randall Flagg – oh, sì: adesso si sentiva veramente lui, al cento per cento, al mille per mille – lanciò uno sguardo divertito a Luca Barbenni. “Non so perché ho scelto te, proprio non lo so. A livello di stupidità, stai alla pari con questo idiota.” E indicò Pink, legato come un salame e steso sui binari della ferrovia che mugolava disperato. “Fatto sta che ho deciso che sarai tu a lavorare per me, e a goderne i frutti.” Consultò il vecchio orologio da polso che aveva vinto anni prima a una fiera di paese, assunse un’aria dubbiosa e spostò gli occhi verso la collina, poi guardò più in alto. Il cielo stava lentamente oscurandosi, ma c’era ancora luce. Troppa, pensò. “E’ presto.”, borbottò. “Se il treno arriva ora, il conducente forse riuscirà a frenare in tempo.”
“No! No! Te lo assicuro. Conosco gli orari. E’ l’ultima corsa. Più tardi ce ne sarà un’altra, ma quella fermerà alla stazione.” Barbenni indicò con il pollice la vecchia costruzione posta a circa un chilometro di distanza. “Due corse su questa linea”, spiegò, “e due su quella; solo che questa prosegue, girando attorno alla collina, l’altra si arresta per tornare indietro domattina. Passerà con il buio, ne sono più che sicuro, e nessuno si accorgerà di niente.”
L’Uomo Nero annuì. “Sarà meglio per te.”
Tirò fuori dalla tasca del giubbotto cartina e tabacco, confezionò una sigaretta, l’accese e aspirò con piacere la prima boccata di fumo.
Poi si predispose all’attesa.
“Il mio viaggio comincia ora.”, pensò soddisfatto.

1 “Southern Man” dall’album “After the Gold Rush” (Reprise Records)

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