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Archive for luglio 2012

CARIS Come sempre, sarò molto diretta ed esplicita. Tu hai pubblicato “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, che è un romanzo erotico-psicologico, “Sognate con me”, una raccolta di racconti, “Alex Alliston”, un tomo ponderoso che non saprei bene come definire, e adesso stai scrivendo “Matrioska”, una spy-story. Senza dimenticare la storia di Phil Weir o il fantasy “Mille anni dopo”. Non sei un po’ dispersiva?
AB Dipende dai punti di vista. Senza voler fare indebiti paragoni, ci sono scrittori che in linea di massima seguono un dato filone. Sto pensando a Stephen King, Wilbur Smith, John Grisham, Frederick Forsyth. Altri, invece, preferiscono spaziare. Ken Follett, per limitarmi a un solo esempio. Lui ha scritto libri di spionaggio, vicende ambientate nel Medioevo, e altro ancora. Io, da parte mia, seguo la mia ispirazione.
CARIS Evasiva come sempre. Va beh. Come nasce il personaggio Matrioska?
AB Viene da molto lontano. Da almeno dieci anni – o forse anche di più – avevo in mente un’immagine molto chiara, quella di un russo, del nord della Russia. Un uomo freddo, gelido, spietato. Un agente del KGB. Sapevo che aveva gli occhi grigi, che era alto, che amava il suo dragone. Però non esisteva non dico una storia, ma nemmeno la più pallida idea di qualcosa che potesse assomigliare a una storia. E’ rimasto fermo da qualche parte, in un angolo del mio cervello. E quando ormai ero convinta che non sarebbe mai uscito da lì, ecco! E’ saltato fuori!
CARIS A me ricorda Faber de “La cruna dell’ago”…
AB No. Faber non ucciderebbe mai Monica Squire. Aleksandr, invece, sì. Credo che questo semplice fatto li distingua molto.
CARIS Perché hai fatto morire John Lodge, un protagonista che mi piaceva?
AB Se c’è una pistola, prima o poi deve sparare. E qualcuno deve pur morire. E’ successo anche ad Aglaja. E, in “Alex Alliston”, a Carrick. Fa parte del gioco. Comunque, Lodge e Aglaja non saranno gli unici…
CARIS In “Matrioska”, talvolta, dai la sensazione di parteggiare per l’Unione Sovietica. E’ corretta questa interpretazione?
AB Non esattamente. Cerco di essere obiettiva. Il KGB era sicuramente tremendo, tuttavia la CIA non era un ente di beneficenza. Riguardo alla guerra in Afghanistan hai pienamente ragione: i russi erano intervenuti a seguito della richiesta di un governo legittimo e democratico, che intendeva riformare il Paese, migliorando la situazione economica, le strutture sanitarie e sociali, la condizione della donna; e che combatteva contro dei banditi e dei fanatici, e i risultati della vittoria di questi ultimi li abbiamo sotto gli occhi.
CARIS Per tornare alle somiglianze, Monica mi rammenta Magic Paula.
AB Beh, Magic Paula è un personaggio mio. Mah. Non saprei. Hanno dei tratti in comune, questo non lo nego. Alla fine Paula abbandona l’FBI. Phil Weir la distrugge psicologicamente. Monica non lascerà la CIA, sempre che sopravviva.
CARIS Tornando a Phil Weir, su Splinder era seguito da un numero di lettori quattro volte superiore a quanti, qui su WordPress, leggono “Matrioska”. Ti dispiace?
AB Pazienza. Sono cambiati i tempi; e poi tu ti basi sui commenti, ma io penso che ci sia anche chi legga senza lasciare necessariamente la propria opinione. Lo deduco dal numero degli iscritti. Per carità, magari mi sbaglio.
CARIS Cosa “non” scriveresti mai?
AB Un grande romanzo introspettivo, alla Dostoevskij. Mi manca il talento per poterlo fare. Un libro umoristico, forse. Ma questo non è sicuro. Ecco, di certo non mi cimenterei mai in un legal thriller: non possiedo le conoscenze tecniche indispensabili per tale genere. Un conto è documentarsi e svolgere ricerche su qualcosa che comunque già conosci, almeno in parte; altro, avventurarsi in un territorio assolutamente sconosciuto.
CARIS Hai parlato di talento. Ma tu ne sei provvista?
AB Francamente non lo so. E, in ogni caso, non sta a me dirlo. Di un’unica cosa sono certa: sono più brava di Licia Troisi, però questo vale per quasi tutti gli autori di WordPress 🙂
CARIS Sfuggente! Io credo invece che tu abbia un’opinione, ma che non voglia esprimerla. Falsa modestia, timidezza, o alterigia da un certo punto di vista.
AB Hai detto tutto tu. Io non posso che ripetermi: lo ignoro, e non sta a me dirlo. Punto.
CARIS Che consigli daresti a una persona – poniamo un ragazzo giovane – che desidera cominciare a scrivere?
AB Io?
CARIS Per favore!
AB Bah. Per quello che vale, gli suggerirei di leggere molto. E di scrivere molto. Se possibile, di esprimersi in modo semplice, il che non è facile. Di rileggersi, cercando di capire gli errori, cercando di perfezionare lo stile. Di rinunciare a molti svaghi. E’ come andare in palestra: più ti alleni, più migliori. Alla base c’è sempre e comunque la lettura (e un minimo di predisposizione; non dico talento).
CARIS Spesso hai ripetuto che dopo Shakespeare non è stato inventato più nulla. Ne sei sempre convinta?
AB Certo. Shakespeare è… Shakespeare. Con tutto il rispetto per Stephen King, l’horror lo ha inventato Shakespeare. E poi lui ha esplorato tutti i campi possibili e immaginabili, con risultati sempre straordinari.
CARIS Altri autori che ami?
AB Alcuni sono riportati sul template di questo blog, attraverso le loro opere. Naturalmente, ce ne sono molti altri. Su tutti, Dostoevskij. Era uno scrittore incredibile: scorrevole come pochi, ma capace di esplorare l’animo umano con una profondità stupefacente. Ogni suo libro andrebbe letto almeno due volte. O tre, meglio ancora. Prendiamo “Delitto e Castigo” – che è il più “semplice” di tutti. E’ un giallo, è un thriller, è ricco di suspense. Ma è anche l’analisi grandiosa dei sentimenti di due uomini, il protagonista e  Svidrigajlov, nonché di altre figure minori. Il padre di Sonja! Il suo monologo nell’osteria, all’inizio del romanzo, è semplicemente sensazionale; la più efficace descrizione del cupio dissolvi mai scritta. E la lunga notte di Svidrigajlov, quella che precede il suo suicidio, è di terrificante bellezza. Se ci penso, mi vengono i brividi. Per finire con una nota divertente, in quel romanzo c’è anche il tenente Colombo ante litteram. “I demoni” esplorano il fenomeno del terrorismo, anticipando avvenimenti che si sarebbero verificati cento anni dopo. E anche qui, c’è un protagonista di altissima levatura, Stavrogin. Lui…
CARIS Ehm, fermiamoci qui.
AB Eh eh eh, in effetti, andrei avanti per ore con Dostoevskij. E con tutta la letteratura russa, aggiungerei. E’ la mia preferita.
CARIS E gli italiani che ti piacciono di più?
AB Margaret Mazzantini, Isabella Santacroce, Sandro Veronesi, Martita Fardin, Massimiliano Governi.
CARIS E fra i “classici”?
AB Mmm… il romanzo in Italia è inesistente. Mi riferisco al passato, data la tua domanda. C’è solo Manzoni. Perciò, indicherei dei poeti: lì siamo forti. Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli. E ovviamente Dante! Poi, Guicciardini.
CARIS “Matrioska” riprenderà…
AB A fine agosto, con un debito riassunto. Ciao e grazie!
E buone vacanze a chi parte! Nel frattempo, io posterò dei racconti.
CARIS Grazie a te.

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MATRIOSKA 41

Jacques Mercier sapeva svolgere molto bene il suo lavoro. In caso contrario, non avrebbe raggiunto la posizione che occupava all’interno del DST. Non appena gli fu comunicata la notizia, la trasmise subito ad Hanault.
Il capo dello SDECE si mise in contatto con il Servizio d’azione, il quinto dipartimento di cui si componeva il servizio segreto francese (in tutto erano sette).
“Malgrado i miei ammonimenti”, disse, “tale Martin Yarbes, agente della CIA, si trova ora in territorio francese. E’ qui per uno scopo preciso: rapire o, forse, uccidere un cittadino francese. Su quest’ultimo poi dovremo indagare, dato che esiste la possibilità che non sia chi dichiara di essere; ma, al momento, la priorità principale è un’altra: impedire all’americano di portare a termine la sua azione delittuosa.”
“Con quali mezzi?”, gli domandò il responsabile del Servizio d’azione. Gli uomini che guidava non erano nuovi a sistemi spesso brutali, tanto che erano detestati dalla polizia francese.
“Leciti.”, affermò con decisione Hanault. “Finché si limita a soggiornare tranquillamente in Francia, come un turista qualsiasi, non va toccato. Ma, qualora dovesse attentare alla vita di Julien Delpech o tentare di sequestrarlo, andrà bloccato immediatamente.”
“Con un colpo di pistola?”
“Merde! Assolutamente no.”, sbraitò Hanault. “Lo fermerete e lo imbarcherete sul primo aereo diretto negli Stati Uniti. Seguirà una nota di protesta ufficiale, però questo dopo. Prima, voglio che sia impacchettato a dovere e spedito via.”
“Bien.”
Hanault spense la ventesima Gauloise della giornata. “Mandate a Cannes due elementi che siano assolutamente fidati, gente che non si faccia prendere la mano. L’ultima cosa che desidero è provocare un incidente diplomatico, anche perché in tal caso saremmo noi a passare dalla parte del torto.”
“Ça va sans dire”, replicò il suo interlocutore. Rifletté per alcuni istanti, quindi aggiunse: “Bernard Leblanc e Antoine Guimard.”
“Perfetto.”, commentò Hanault, poi chiuse la comunicazione.
Accese la ventunesima Gauloise. E il cow-boy è sistemato!, pensò con maligna soddisfazione.

Due settimane di vacanza! Aleksandr temeva di annoiarsi. Una settimana gli sembrava più che sufficiente. Se almeno fosse stata estate, avrebbe potuto nuotare e prendere il sole. Ma questo era il volere di Putin. Tuttavia c’era un modo per rendere più vivaci quei giorni; lo soppesò mentre si radeva. Fece una doccia bollente, si vestì con cura e chiamò il centralino. “Madame Shurer, s’il vous plait.” Quando la donna rispose, la invitò a cena.
Prima di uscire, si informò presso il portiere. Dov’era possibile mangiare bene? L’uomo fece il nome di tre o quattro ristoranti, spiegando la loro ubicazione con chiarezza e specificando qual era, a suo giudizio, il migliore di tutti.
Aleksandr lo ricompensò con una mancia adeguata.
Per muoversi a Cannes non occorrono automobili; sarebbero solo d’intralcio. Senza contare che passeggiare sulla Croisette, l’ampio viale che congiunge il porto vecchio al porto nuovo, è un’esperienza che merita di essere vissuta: da un lato il mare, dall’altro boutique, alberghi di lusso, deliziosi ristorantini. Alla sera le palme illuminate dai lampioni danno un tocco di magia al panorama. Una serie di vie congiunge la Croisette a Rue d’Antibes, la strada centrale, dove ci sono bistrot, cinema, farmacie e negozi più abbordabili.
Aleksandr e Elke si incamminarono verso il locale suggerito dal portiere. Era una bella serata. Le stelle brillavano luminose nel cielo, spirava una lieve brezza. Elke si mise a braccetto del suo cavaliere.
A differenza di quanto avviene in altri Paesi, fra i quali brilla l’Italia, in tutti i ristoranti di Cannes, compresi quelli più esclusivi, vige una regola eccellente: i menu sono esposti fuori, e ce n’è sempre uno alla portata di tutti; perciò ancor prima di entrare si sa con esattezza quanto si spenderà, senza sgradite sorprese. (Non che questo facesse differenza per Aleksandr. Il KGB non era solito lesinare il denaro ai suoi agenti, e certamente non a Matrioska).
Ciò valeva anche per l’Auberge Provencale, il più antico ristorante di Cannes, situato nella città vecchia al numero dieci di Rue Saint-Antoine.
Consumarono una cena squisita e, sebbene Aleksandr non fosse solito bere alcolici, si concesse un bicchiere di Beaujolais.
Elke Shurer era radiosa, e Matrioska comprese che lo desiderava con un’intensità ancora maggiore della sua. Indossava un vestito elegante e non aveva trascurato di porre in evidenza il seno.
Quando finirono di mangiare, esplorarono i dintorni.
Poi tornarono all’hotel Martinez, consapevoli che quella notte si sarebbe dimostrata incantata.
Nessuno dei due notò l’ombra che li seguiva a circa venti metri di distanza.

Il francese fissò Yarbes. “Quattro giorni?” Scosse vigorosamente la testa. “Ce n’est pas possible!”
“E’ il limite massimo.”, dichiarò con calma l’americano. “E sono disposto a pagare il doppio del prezzo di mercato.”
Una luce avida comparve per un attimo negli occhi dell’altro. “Beh, questo cambia le cose. Mi segua.”
Lo guidò in un’altra stanza, una specie di laboratorio. Si trovavano in una vecchia casa dall’aspetto rispettabile, nei pressi di una serie di campi di bocce, frequentati soprattutto da anziani. L’unica finestra del locale dava su un piccolo giardino interno, che nei mesi più caldi sarebbe stato sicuramente rigoglioso.
Il francese versò due Pastis e porse un bicchiere a Yarbes.
“I requisiti?”, domandò.
Yarbes fu conciso. “Estrema precisione. Cento metri, come minimo, di portata di tiro. Mirino laser. Munizioni del tipo a punta cava. Dev’essere un’arma leggera, assolutamente maneggevole. E non ingombrante, dato che la userò in pieno giorno e dovrò sistemarla da qualche parte.”
“E’ sempre possibile assemblarla sul luogo.”, osservò il francese. “Lei è pratico?”
Yarbes annuì.
“Bersaglio fisso o in movimento?”
Yarbes rifletté per qualche secondo, ponderando la questione. “Fisso”.
“Bien. Il cinquanta per cento come anticipo, il saldo alla consegna.”
“Naturalmente.”, disse Yarbes.

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Grazie!

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MATRIOSKA 40

L’aereo della Air-France sorvolò il mare per poi atterrare con una manovra perfetta che venne ricompensata dal consueto applauso.
Aleksandr pensò con soddisfazione che entro un’ora avrebbe finalmente fatto un bagno caldo e che quella sera avrebbe consumato una cena squisita.
Prima non era stato possibile. L’auto del venditore di oggetti religiosi gli era servita per spostarsi e per nascondersi; ma non aveva mai dormito in un albergo e aveva mangiato di rado, scegliendo gli orari più inconsueti e i locali più squallidi. Era “bruciato”. E il passaporto che gli era servito per entrare negli Stati Uniti costituiva un succulento richiamo per chi lo stava cercando. Con i documenti di Julien Delpech aveva preso l’aereo che lo avrebbe portato a Parigi, senza problemi… tranne uno.
Si mise gli occhiali da sole per proteggersi dal forte riverbero della luce – era una giornata radiosa, quasi primaverile – e salì sul primo taxi libero. “Cannes.”, disse. “Hotel Martinez”.
C’erano due ragioni che lo conducevano lì. La prima che avrebbe ricevuto le informazioni riguardanti la prossima missione da un’agente dell’Mfs, che a sua volta le aveva avute dal KGB; la seconda che si sarebbe preso una settimana di vacanza. Putin si era dichiarato soddisfatto. L’uccisione di John Lodge era stata un grosso successo; in quanto a Monica Squire, la sua vita non valeva quella di Matrioska: da qui l’ordine di rientrare. Squire era una persona speciale, considerò fra sé Aleksandr, ripensando a quando avevano fatto l’amore assieme. Non era abituato a lasciare le cose in sospeso, e se gli avessero ordinato di rimanere in America finché non fosse riuscito a eliminarla, avrebbe obbedito senza battere ciglio. Il pensiero che fosse ancora viva, però, gli dava un vago senso di piacere.
Quando arrivò a Cannes, salì nella camera che aveva prenotato da Parigi, si lavò accuratamente e indossò gli indumenti nuovi che aveva acquistato mentre aspettava il volo per Nizza.
Poi scese nella hall.
Si guardò intorno e vide una bella donna bionda che gli si faceva incontro.
“Mi chiamo Elke Shurer, compagno tenente generale.”, disse in russo, stringendogli la mano con forza.
Aleksandr la fissò stupito. Tenente generale? Lei notò che era perplesso. Sorrise e aggiunse: “Mi avevano avvisata che questa sarebbe stata una sorpresa per lei. Un cadeau da Mosca. E non ci sarà nessuna nuova missione, Aleksandr Sergeivic. Dopo un meritato periodo di riposo, prenderà il posto di Dmitriy. Volente o nolente.”, commentò maliziosamente. Evidentemente era bene informata. Gli porse un plico, che Aleksandr infilò in una tasca e lo guidò verso il bar.
Matrioska non sapeva se essere soddisfatto o meno. Decise di pensarci più tardi. Adesso era concentrato sul seno della tedesca, messo generosamente in evidenza dall’abito che si era scelta.

Yarbes ebbe un colpo di fortuna.
La ricostruzione dei fatti occorse un notevole impegno, e fu coronata da successo, ma senza quella scoperta iniziale l’agente della Cia non avrebbe avuto nulla su cui lavorare. Il direttore gli aveva detto di procedere da solo, però questo naturalmente non andava inteso alla lettera: solo nell’azione, ma con dei punti di riferimento per quanto concerneva la ricerca di Matrioska. Altrimenti sarebbe stato come trovare il classico ago nel pagliaio… gli Stati Uniti erano immensi!
Monica Squire aveva sentito i due sovietici parlare del Canada, però non era certa che, se avesse deciso di tornare in patria (a quel punto, pensava Yarbes, soltanto uno sciocco non lo avrebbe fatto, e questo non era il caso di Matrioska), avrebbe scelto proprio tale destinazione. E le vie di uscita erano infinite: porti, posti di frontiera, imbarcazioni clandestine, magari un sommergibile che stazionava al largo, in una zona imprecisata dell’Atlantico o del Pacifico.
Yarbes tendenzialmente escludeva gli aeroporti. Ciò, tuttavia, non gli aveva impedito di stabilire vari collegamenti.
Poi la polizia trovò un cadavere.
Sebbene fosse stato un uomo aitante, qualcuno più forte di lui lo aveva strangolato.
Inizialmente risultò privo di documenti, ma un esame più attento portò gli investigatori a trovare la tessera di una biblioteca francese. La tessera riportava nome, cognome, indirizzo.
L’assassino lo aveva perquisito minuziosamente, sottraendogli tutto il denaro che possedeva, le carte di credito, il passaporto. Era chiaro che lo aveva ucciso per derubarlo. Gli aveva lasciato il fazzoletto e una confezione di mentine. La tessera della biblioteca gli era sfuggita perché era incollata fra due fotografie, entrambe raffiguranti una donna dai capelli scuri. Era una donna giovane, e le foto erano molto vecchie. Erano conservate in una tasca posteriore dei pantaloni, e all’inizio anche i poliziotti non si erano accorti che in mezzo era celata la tessera. Se il criminale lo aveva ammazzato di sera, come poi venne appurato, era più che spiegabile che a causa del buio non l’avesse notato.
La tesi dell’omicidio per furto non resse a lungo.
Poche ore dopo, un computer gli informò che il “cadavere” era salito su un volo diretto a Parigi, la città da dove era appena arrivato. Era una scoperta strana e singolare, e l’informazione fu passata a Yarbes, che si recò subito all’aeroporto LaGuardia. Dove apprese qualcosa di molto interessante.
Il “morto” aveva presentato il passaporto a un addetto che conosceva alla perfezione il francese, dato che era sposato con una parigina. Inoltre, trascorreva sempre le proprie ferie in Francia. L’uomo, che si chiamava Lake, aveva scambiato quattro chiacchiere con il “morto”. Era risultato che Julien Delpech, “la sua metà viva”, si esprimeva con una lieve traccia di accento straniero. Lake lo aveva pregato di aspettare ed era andato a consultarsi con un superiore. Il passaporto di Delpech era stato controllato con estrema attenzione ed era risultato assolutamente autentico. Lake e il suo capo avevano studiato Delpech da un vetro. L’altezza corrispondeva, gli occhi, i capelli – nei limiti di una foto scattata in qualche macchinetta di una stazione ferroviaria – la barba, corta e ben curata, anche.
Alla fine, Lake gli aveva augurato buon viaggio. L’aereo stava per decollare, e non c’erano motivi sufficientemente validi per fargli perdere il volo. Solo un’impressione, che però non era sufficiente per trattenerlo. Il territorio francese è vasto, e Delpech forse era abituato a parlare un dialetto locale della Provenza, che Lake non conosceva (anche se non ne era affatto convinto). Delpech, con calma, aveva minacciato di rivolgersi alla sua ambasciata. Lake aveva guardato il superiore e, a un suo cenno affermativo, gli aveva restituito il passaporto. I francesi erano notoriamente suscettibili e non era il caso di creare un incidente diplomatico.
Delpech era salito sull’aereo.
Yarbes ascoltò attentamente il resoconto di Lake.
Gli rivolse un’unica domanda. “L’accento di Delpech poteva ricordare quello di un russo?”
Lake annuì.
Tornato a Langley, Yarbes si mise in contatto con la SDECE, l’Agenzia di controspionaggio francese. Gli passarono al telefono un uomo scorbutico che si presentò come Hanault. Dal tono della voce si intuiva che era un individuo massiccio, dotato di un ampio torace. Prese nota della richiesta di Yarbes e promise di richiamarlo al più presto, non prima di aver manifestato il suo rimpianto per il generale Charles de Gaulle e i suoi giustificati sentimenti antiamericani.
Ciò nonostante, fu di parola.
Richiamò un’ora dopo.
Julien Delpech attualmente trascorreva le sue vacanze a Cannes, all’hotel Martinez.
Hanault fu esplicito. Delpech era un cittadino francese e, sebbene fosse sospettato di avere dei legami con il KGB, risultava incensurato e alle spalle aveva un passato degno di rispetto: aveva combattuto per il generale de Gaulle! In ogni caso, qualsiasi fosse il motivo della richiesta di Yarbes, la CIA era pregata di non interferire. Gli aveva trasmesso quell’informazione soltanto per un gesto di cortesia.
Yarbes ribatté che con ogni probabilità Delpech era morto. L’uomo che ora si spacciava per lui era quasi certamente un agente sovietico.
Hanault accolse quelle parole con scetticismo. Prima di riattaccare, ribadì che non avrebbe tollerato intromissioni. “Maledetti cow-boy!”, esclamò quando depose il ricevitore sulla forcella.
Accese una Gauloise, aspirò una boccata di fumo e si fece passare Jacques Mercier del DST (Direction de la Surveillance du Territoire). Gli spiegò ciò che voleva da lui, ascoltò la risposta e sorrise soddisfatto. “Bien.”
Yarbes prenotò il primo volo per la Francia.
Si era consultato con il direttore della CIA: avrebbe dovuto collaborare con Hanault, posto che fosse riuscito a convincerlo, o agire da solo? L’uomo che reggeva le sorti di Langley come un feudo personale rifletté per alcuni istanti. “Se Matrioska si trova davvero a Cannes”, disse infine, “per te sarà semplice ucciderlo. Poi troveremo il modo per scusarci con i francesi.”
Quindi gli fornì un indirizzo. Lì avrebbe trovato l’arma adatta.
Yarbes era dello stesso avviso. Meglio muoversi in fretta e da solo. O quasi.
Cenò sull’aereo, limitandosi a spiluccare il cibo; in compenso, ordinò due bourbon doppi.
Durante la notte, mentre gli altri passeggeri dormivano, gli tornò alla mente la ragione per cui disprezzava i deboli.
Non fu un pensiero confortante.
Al suo fianco, la donna con i capelli tinti di biondo, era profondamente immersa in altri pensieri, colmi di risentimento. Viaggiava a proprie spese, senza esserne autorizzata.
Era stanca di sentirsi definire una codarda.
La voce si era sparsa, seppur circoscritta all’interno di Langley. Quando incrociava qualche collega in un corridoio, notava l’ironia e la falsa commiserazione con cui veniva osservata, specie da parte delle ragazze più giovani. Le avrebbe volute vedere alle prese con Aglaja. Nessuna di loro possedeva la forza fisica e mentale della russa. Erano vanitose e avevano la lingua tagliente: quella lingua sarebbe servita per implorare pietà, alla faccia dell’orgoglio e dell’amor proprio. Erano preparate, aggressive e competenti, tuttavia non avevano mai affrontato un nemico in carne e ossa. Per il momento il loro addestramento si fondava solamente sulla teoria. Un giorno le meno fortunate avrebbero urlato, contorcendosi, mentre la corrente elettrica attraversava i loro corpi martoriati, magari privati di una gamba, di un braccio, di un occhio o della lingua tagliente, sconvolgendole e conducendole sull’orlo della follia. Ma intanto, entro certi limiti, Monica era riuscita a conservare una parvenza di dignità, e riteneva di non meritare il loro disprezzo.
Trasse un lungo respiro, cercando di calmarsi, lanciò un’occhiata al suo collega e gli sorrise.
Yarbes non aveva sollevato obiezioni quando lei gli aveva espresso il suo desiderio di seguirlo. In un primo momento aveva esitato. Monica non gli serviva. Poi, però, aveva cambiato idea. All’interno della CIA, Monica Squire conosceva Matrioska meglio di chiunque altro; a conti fatti, la sua presenza avrebbe potuto rivelarsi utile. C’era un ulteriore aspetto da considerare: Monica si stava dimostrando coraggiosa. Per Yarbes era un motivo di soddisfazione. In base all’esperienza personale, al di là dei dossier che lo riguardavano, sapeva che Matrioska era probabilmente il miglior agente segreto del mondo. Aveva ucciso John Lodge, era sfuggito alla cattura; era freddo e spietato, e l’ottimismo del direttore gli sembrava quanto meno prematuro. Eppure Monica non aveva paura. Ufficialmente, era in permesso, quindi aveva il diritto di andare dove preferiva. In ogni caso, nessuno sarebbe stato informato della sua presenza a Cannes.
In realtà, le cose sarebbero andate diversamente.
Ma questo Yarbes non poteva prevederlo.

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MATRIOSKA 39

La donna era tedesca, nativa di Dortmund nella Germania Occidentale, e si chiamava Elke Shurer. Era alta, bionda e vistosa. Suo malgrado, attirava gli sguardi di tutti. Alloggiava all’hotel Martinez di Cannes, uno degli alberghi più lussuosi della città, situato sulla Croisette, lo splendido viale alberato che costeggia il mare.
Elke amava lo sfarzo. Per quello lavorava per la Abteilung X dell’Mfs (Ministerium für Staatssicherheit), conosciuto anche come Stasi, il servizio segreto della Repubblica Democratica Tedesca, l’alleato più fedele e solerte del KGB.
Era una giornata serena, non troppo fredda. Il Mediterraneo scintillava ai raggi del sole.
Julien Delpech varcò la porta dell’albergo. Era un uomo di circa sessant’anni, di statura superiore alla media e dal portamento eretto. Da molto tempo devoto alla causa, era però piuttosto ingenuo, altrimenti probabilmente non avrebbe accettato quell’incarico.
Elke fu sbrigativa. Gli consegnò una busta e lo congedò. Delpech ignorò la sua scortesia, che era dovuta al disprezzo che lei provava per i francesi, e le fece comunque il baciamano.
Raggiunse Nizza con la sua Peugeot e si imbarcò sul primo volo per Parigi. Qui giunto, acquistò un biglietto per New York, che pagò in contanti. Quando atterrò all’aeroporto LaGuardia, prese un taxi e si fece condurre in un albergo di Manatthan. La sera dopo, si recò nel ristorante cinese che gli era stato indicato.
Un uomo lo stava aspettando.
Delpech corrugò la fronte. Quell’uomo non aveva un aspetto decoroso: i vestiti erano in disordine e dava la sensazione di non essersi lavato da più giorni. D’altro canto, portava un garofano all’occhiello della giacca, come gli aveva anticipato la signora Shurer nel corso del loro breve incontro. Si accostò al suo tavolo, diffidente. “Non è stagione di pesca.”, affermò squadrando lo sconosciuto.
“In Canada, sì.”
Delpech si sedette al tavolo e gli porse una busta.
Aleksandr la aprì ed esaminò il passaporto. Era “quasi” perfetto, e ciò significava che non andava bene. Alzò gli occhi su Delpech. “Khorosho. Un lavoro fatto a regola d’arte.”, disse, pensando l’esatto contrario.
Delpech assentì. Aveva controllato personalmente il documento, durante il lungo volo.
Aleksandr sorrise in modo gelido. Non gli sfuggivano le implicazioni relative a quel passaporto. Forse la DGSE (La Direction Générale de la Sécurité Extérieure)  o SDECE, come la chiamavano adesso, era sulle tracce di Delpech, o forse il vecchio aveva combinato qualche guaio. Comunque fosse, a Mosca avevano deciso di prendere due piccioni con una fava.
Julien Delpech aveva l’aria soddisfatta, come se quel lavoro fosse opera sua. Era un uomo preciso e meticoloso, sebbene scarsamente intelligente, e apprezzava la competenza e lo scrupolo con cui operava il KGB. Al confronto, gli americani erano dei dilettanti. Nutriva un maggiore rispetto nei confronti dell’intelligence britannica. 
Matrioska scrutò il volto dell’uomo.
Occhi azzurri un po’ slavati. Capelli grigi. Una corta barba del medesimo colore. Indossava un bel vestito che metteva in risalto la figura imponente e le spalle ampie. Per la sua età, era in perfetta forma fisica.
Aleksandr sapeva che era stato un militare. Aveva partecipato alla guerra d’Algeria, combattendo contro l’OAS. In seguito, aveva lasciato l’esercito e aveva aperto una piccola agenzia immobiliare da qualche parte nel sud della Francia. E qui era stato avvicinato da un “reclutatore” del KGB.
Aleksandr disse: “Per cortesia, monsieur Delpech, può mostrarmi il suo passaporto?” Si espresse gentilmente e accompagnò la domanda con un sorriso amichevole.
Vagamente perplesso, il francese obbedì.
Matrioska osservò la foto.
Lenti a contatto per gli occhi, una tintura grigia per i capelli, la barba … non era un problema; e con un trattamento estetico era possibile “invecchiare” la pelle del viso e delle mani.
“Bene.”, disse. “La riaccompagno al suo albergo.”
Delpech non ci sarebbe mai arrivato.

Quando il direttore della CIA entrò nel suo ufficio, il dossier di Monica Squire era sulla scrivania.
Lo lesse attentamente, quindi trasse un sospiro e scarabocchiò qualcosa sul primo foglio. Poi telefonò personalmente a Stephen Ford. Mezz’ora più tardi, l’anziano presidente della commissione disciplinare si presentò a rapporto.
Il direttore gli mostrò quello che aveva scritto.
Ford non nascose lo stupore.
N.P. Non procedere, seguito dalla firma del capo.
“Perché?”, domandò Ford, sorpreso e sconcertato.
“Da quanti anni ci conosciamo, Stephen?”
Ford sorrise un po’ mestamente. “Da molti, troppi forse, signor direttore.”
L’altro annuì. “E in tutti questi anni ho sempre potuto constatare – e ammirare – la sua riservatezza. Non vorrà deludermi certo ora?”
“No, signor direttore.”
“Bene. Proprio a causa del suo passato e dei suoi meriti, le devo una spiegazione.”
Ford si protese verso di lui, le braccia incrociate sul petto.
“Vede, Stephen”, disse il direttore, “sappiamo entrambi che la ragione di Stato deve prevalere sempre e comunque su tutto.”
“Naturalmente, signore.”
“Mi ascolti con attenzione. Monica Squire è una donna graziosa e affascinante, oltre che un valido agente, e, benché si sia dimostrata vile, non nego che mi dispiacerebbe qualora venisse condannata a morte o all’ergastolo; ma non è questo il punto. Se Monica Squire dovesse comparire in un tribunale, le verrebbero poste determinate domande alle quali lei risponderebbe sinceramente. Ciò che è stato fatto in questi ultimi giorni”, proseguì il direttore della CIA come parlando a se stesso, “non la deve riguardare, Stephen. Sono state prese decisioni drastiche, in base alle necessità. Ma Monica Squire non deve parlare, in nessun caso!”
“Non capisco, signore.”, replicò Stephen Ford.
“Adesso capirà.”
Il direttore si alzò e si affacciò alla finestra. Poi si girò verso Ford.
“La donna… non era una terrorista. Apparteneva al KGB, Stephen.”
Ford sbatté le palpebre.
“E con lei c’era un uomo, un’icona. Il suo nome in codice è Matrioska. Eravamo convinti di averlo eliminato in Afghanistan. Purtroppo ci sbagliavamo. Ora, quante volte abbiamo biasimato gli inglesi per il loro errato concetto di libertà individuale che li porta a trascurare le misure di sicurezza? Si immagina le loro risate nell’apprendere che un uomo del KGB è entrato indisturbato negli Stati Uniti e ha ucciso con tutto comodo due nostri agenti? E la stampa mondiale? Ci andrebbe a nozze. Immagina le critiche, gli editoriali pieni di compiacimento? No, Stephen, sarebbe un colpo terribile per la nostra immagine; e le conseguenze sarebbero molto gravi. Per questo Squire non deve parlare. Potremmo sopprimerla, certo, ma ritengo che sia più semplice e conveniente scagionarla, e chiudere qui l’intera faccenda.”
Ford lo fissò. “D’accordo, signore. E questo Matrioska?”
“Lo prenderemo.”
Il direttore della CIA sorrise cupamente.
“Yarbes lo prenderà.”

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MATRIOSKA 38

A tarda sera Aleksandr entrò in un grande locale che si affacciava su un parcheggio pieno di  macchine e di camion. Si sedette a un tavolo d’angolo e ordinò bistecca e patatine. Mentre consumava la cena, insolitamente buona, scrutava i volti delle persone che gli stavano attorno.
Rubare un’automobile è la cosa più facile del mondo, ma anche la più stupida senza le adeguate precauzioni. Il proprietario avrebbe denunciato il furto, la CIA e l’FBI avrebbero pensato subito a lui: tanto valeva tenersi quella che aveva prima.
Individuò l’uomo che cercava dopo circa un’ora. Fu un colpo di fortuna. D’altra parte, Matrioska era sempre stato fortunato. L’uomo indossava un completo grigio, camicia bianca, cravatta blu. Gli indumenti erano poco costosi, la giacca gli cadeva male sulle spalle, la qualità del tessuto era scadente; però erano puliti e stirati alla perfezione. Aleksandr valutò che quello fosse l’abbigliamento di un commesso viaggiatore. Notò l’anello al dito: l’uomo era sposato.
Ora, le possibilità erano due, una favorevole, l’altra sfavorevole. Il vestito era stato stirato quella mattina o dalla moglie, nel caso di una trasferta non particolarmente lunga, oppure dal personale di un albergo, nell’ipotesi di un viaggio di alcuni giorni.
L’uomo non forniva l’impressione di essere molto agiato, a causa sia dell’abito dozzinale sia del ristorante che aveva scelto, un posto frequentato soprattutto da camionisti. Ciò portava a pensare che d’abitudine non si fermasse in alberghi dispendiosi, ma in qualche modesto motel dove non gli avrebbero stirato con così tanta cura il suo completo grigio. Quindi era stata la moglie. Si trattava di scoprire se era in procinto di assentarsi per un certo periodo di tempo o se la donna lo stava aspettando a casa quella sera stessa. La prima era la possibilità favorevole, la seconda la possibilità sfavorevole.
C’era un modo piuttosto semplice per appurarlo.
Aleksandr si alzò dal tavolo e andò a sedersi vicino allo sconosciuto. Questi lo guardò con aria interrogativa. Matrioska sorrise. “Mi chiamo Larsen.”, dichiarò. “E’ tutto il giorno che guido senza parlare con nessuno. Posso offrirle una birra?”
Sebbene fosse un po’ stupito, l’uomo ricambiò il sorriso. “Grazie.”, disse. “Ma il prossimo giro è mio.” Gli tese la mano. “Adams. Ralph Adams. Di cosa si occupa?”
“Lavoro per conto di una società norvegese.”, rispose Aleksandr un po’ evasivamente. “E lei?”
Adams scosse la testa disgustato. “Vendo oggetti religiosi. Purtroppo, questo non è un periodo felice. Adesso dovrò stare fuori per cinque o sei giorni, sulle spese, e non so nemmeno se guadagnerò abbastanza per pagarmi il viaggio.”
Aleksandr annuì. “Capisco. Mi dispiace.”
In realtà, quello che Adams non sapeva era che sarebbe morto di lì a un’ora.

Il mattino dopo, Matrioska si fermò in un centro commerciale e acquistò il cellulare più sofisticato che avevano. Pagò in contanti. Percorse non meno di cinquanta miglia, quindi accostò la macchina di Adams in uno spiazzo ed effettuò la telefonata. Gli passarono immediatamente la persona richiesta. “Sono andato in meta.”, annunciò. “Ma la donna ha lasciato la tribuna prima che la partita finisse. Baba Yaga non giocherà mai più.”
Ascoltò con attenzione la risposta e ripartì. Sapeva benissimo che la chiamata era stata rintracciata, ma tutto sommato, date le circostanze,  questo significava poco. Guidò per oltre un’ora, poi gettò il telefonino in una discarica.
Il cielo era luminoso e la neve incominciava a sciogliersi.

La commissione disciplinare era composta da tre uomini, tutti anziani e generalmente maldisposti nei confronti di chi dovevano giudicare. Non avevano il potere di emettere condanne. Potevano prosciogliere la persona che avevano di fronte, stilare una nota di biasimo, proporre provvedimenti disciplinari che una seconda commissione avrebbe valutato, oppure passare il caso a un tribunale federale. In quest’ultima ipotesi, Monica Squire avrebbe rischiato una condanna a morte per alto tradimento.
La commissione si era riunita sollecitamente, a soli tre giorni dalla scomparsa di Thompson e di Aglaja.
Monica aveva scelto con cura l’abbigliamento, optando per capi eleganti ma sobri. Scarpe senza tacco. Solo un’ombra di trucco.
Il presidente della commissione si chiamava Ford. Fu quasi sempre lui a parlare. Sedeva al centro di un banco rialzato da terra. I colleghi stavano ai suoi lati. Davanti aveva l’incartamento relativo a Squire, che conteneva, fra l’altro, la deposizione di Yarbes, che era favorevole alla donna, e una breve nota del direttore della CIA, del tutto positiva: elencava i molteplici successi ottenuti da Squire, con particolare riferimento alla missione afghana. Stephen Ford aveva fama di essere un uomo inflessibile. In passato era stato un agente operativo, quindi era entrato a far parte dei quadri dirigenziali e adesso era ormai prossimo alla pensione. Questo non lo aveva minimamente raddolcito.
Guardò Squire e disse: “Lei ha svelato a una terrorista il recapito dell’agente Lodge. A causa di ciò, l’agente Lodge è stato ucciso.”
Monica ignorava i motivi che avevano indotto la CIA a fingere che Matrioska non esistesse e che Aglaja non fosse un’agente del KGB. Li avrebbe scoperti in seguito.
Ricambiò con fermezza lo sguardo di Ford. “Sono stata torturata.”, replicò in tono pacato.
Ford assunse un’espressione severa.
“Non è una ragione valida per tradire.”
Monica continuò: “Ripetute scosse elettriche, il supplizio dell’acqua. Quella donna era una belva feroce.”
Ford fece un gesto sprezzante con la mano. “Sono giustificazioni molto pallide, agente Squire.” Si consultò per un attimo, a bassa voce, con gli altri due membri della commissione. Monica lesse negli occhi di tutti e tre il disprezzo che provavano per lei. Realisticamente, escluse sia una semplice nota di biasimo, sia il deferimento: si immaginò nell’aula di un tribunale mentre il giudice decretava la sua condanna alla pena capitale. L’alternativa sarebbe stata la prigione a vita, il che era forse anche peggio.
“Inoltre”, riprese Ford dopo un momento, “eravate due donne. Trovo singolare, e anche francamente imbarazzante, che un’agente della CIA, dotata di una solida preparazione, si sia lasciata sopraffare da una terrorista.”
“Mi ha colta di sorpresa. Ed era più forte di me.”
“Le hanno insegnato lo judo?”, le domandò Ford con sarcasmo.
Monica cominciò a odiarlo. “Certo.”, rispose a denti stretti. “Ma anche l’altra era un’esperta.”
Ford la fissò per alcuni istanti in silenzio. “Accantoniamo questo argomento.”, disse poi. “Resta il fatto principale: il tradimento.”
Monica ripensò al consiglio che le aveva dato Yarbes. Raccontare che era stata drogata. Il problema era che detestava mentire. Inoltre era scettica: dubitava che le sarebbe servito. Possibile che la sofferenza fisica non costituisse un’attenuante? Nicole Parker non era stata condannata. Perché lei sì?
“Volevo bene a John Lodge.”, mormorò un po’ ingenuamente. “Io… non volevo!”
“Non voleva! Ciò nonostante, la sua debolezza e la sua codardia hanno decretato la morte di uno dei migliori agenti della CIA! Non possiamo, e soprattutto non desideriamo, essere indulgenti con lei.”
Ford si consultò nuovamente con i colleghi.
Monica capì che era la fine.
Affrontò una breve lotta interiore. Le restavano pochi secondi. Poi l’avrebbero invitata a uscire. E, quando fosse rientrata, l’avrebbero dichiata colpevole.
Lacrime di frustrazione apparvero all’improvviso nei suoi occhi.
Ford disse: “Ha qualcosa da aggiungere, prima della delibera?”
Monica chinò il capo.

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ELISABETTA

Alla fine glielo avrei detto.
“Ti aspettavo da una vita.” E’ una frase che può suonare banale; ma il mondo non appartiene ai filosofi o agli scienziati: è popolato da gente semplice, che cerca cose semplici. E la ricerca dell’amore credo che ci accomuni tutti. Non è necessario essere un poeta per amare.
Le avrei mostrato le mie stelle preferite, mentre scalze avremmo percorso il litorale. Davanti a noi, nero e insondabile, il mare; alle nostre spalle la città, le luci dei lampioni che avrebbero rinnovato il prodigio delle palme, da sempre presente nella mia memoria come il simbolo di una serenità che un tempo, un tempo ormai lontano, mi apparteneva. Ci saremmo rimesse le scarpe, Le Coq Sportif io, sandali Guess lei, e saremmo risalite sulla Croisette. Ci saremmo fermate in un bistrot a bere una birra.
Io le avrei sfiorato una mano. Lei mi avrebbe detto: “Anch’io ti aspettavo, Alessandra.” Un attimo di esitazione, quindi avrebbe aggiunto: “Solo che non avrei mai pensato di incontrarti.”

La ragazza venne a sedersi vicino a me. Io ero a un tavolo d’angolo; sull’altro lato del piccolo terrazzo alcuni vecchi bevevano vino scambiandosi quelle improbabili opinioni che nascono all’una di notte, liberate dall’alcool e destinate a svanire dal ricordo il mattino dopo.
Era alta. Più alta di me. Capelli castani di media lunghezza, occhi verdi che sfumavano nell’azzurro, un viso più espressivo che bello. Quando ordinò da bere la osservai cercando di non farmi notare. In realtà, il viso era molto bello. Uno di quei volti che acquistano spessore ad ogni nuovo sguardo, che possiedono una luminosità del tutto speciale, che rivelano intelligenza e forza, sensibilità e candore. Nessuna malizia, tranne quella riservata al gioco: una specie di ironia divertita, la stessa con cui di tanto in tanto guardava il tavolo dei vecchietti.
Poi i nostri sguardi si incrociarono. Penso che ci ponemmo entrambe la stessa domanda.
Ma talvolta le risposte sono talmente implicite da risultare inutili. Esistono argomenti che si possono tranquillamente rimandare, perché ci sono priorità maggiori. Io non mi sarei mai alzata da quel tavolo: mi sarei limitata a lasciare galoppare la fantasia, a costruire vaghi sogni o a perdermi in sensazioni ad un tempo seducenti e nebulose. Fu Elisabetta ad alzarsi. Con una sfrontatezza quasi maschile prese posto accanto a me. Fece un cenno al proprietario del locale per indicargli di portare altre due birre. Ci fu un lungo silenzio. I silenzi sono strani: possono nascere dall’imbarazzo, essere condivisi, racchiudere in sé il nulla, o formare punti interrogativi che si sommano ad altri punti interrogativi che a seconda dei casi possono diventare una trama di vita o un inutile momento che si perderà nella infinita successione degli atti senza sostanza né costrutto di cui è costellata l’esistenza di ciascuno. “Non mi interessano le storie di sesso.”, dichiarò a bruciapelo. Non saprei mai spiegarmene la ragione, ma lo avevo capito fin dal primo momento in cui l’avevo vista. Come per un segreto accordo, ambedue dimenticammo quell’affermazione sincera fino alla brutalità. Parlammo d’altro. Nessuna delle due prevaricava: il discorso si sviluppava fluidamente, quasi fosse una musica scritta su un pentagramma immaginario, quando in realtà era il frutto del caso. Il caso regola la vita di ognuno. Il caso aveva voluto che in quella sera, per quei misteri insondabili cui non vale trovare una spiegazione, si fossero incontrate due persone dotate di un potere attrattivo reciproco e fortissimo. Le successive birre le ordinai io. E poi ci furono altre birre e molti discorsi. Storie di inganni, storie di felicità effimere, fiabe e letture, spazi di solitudini talmente grandi da destare sgomento. Stanze buie e occhi spalancati, angosce senza nome e brandelli di vita persi un po’ alla volta, simili alle foglie che il vento d’autunno cosparge sui sentieri dei boschi.
Elisabetta era del Cancro. Ignoro il grado di compatibilità dei nostri segni zodiacali. Non sono totalmente digiuna di astrologia; più semplicemente non ricordavo di aver frequentato una persona di questo segno. Ciò che contava, l’unica cosa che contava, era il fatto che stentavo a credere di aver incontrato, proprio in quella serata, quando per cercare un po’ di sollievo dal caldo mi ero avventurata in un paese che conoscevo poco, fermandomi casualmente in quel bar; che proprio in quella notte che non è esagerato definire magica avessi incontrato una persona con la quale sentivo di poter condividere la vita, che finalmente mi avrebbe reso felice, che avrebbe creato un sodalizio dove sesso e intelletto, cuore e attrazione fisica, avrebbero formato un’alchimia quasi prodigiosa. Nelle pause pensavo. Immaginavo risvegli luminosi perché il suo sorriso li avrebbe resi tali. Immaginavo scherzi, complicità, ardore dei sensi, tenerezza e stupore continuo. Per un istante ebbi la chiara visione di una vita totalmente appagante, e capii che avrei potuto ottenerla con una semplice parola, un semplice gesto. Non importa se a casa mia o a casa sua ma quella notte avremmo fatto l’amore, e il giorno dopo saremmo state insieme, e quello successivo ancora; c’era tempo per approfondire i nostri percorsi, c’era tempo per le domande e per le risposte: quello che contava era unicamente il fatto che ci fossimo incontrate.
Poi pensai alle valigie. Alle valigie che servono solo per partire. Mai per tornare. Agli addii e ai treni, alla disillusione resa ragione di vita. All’asprezza del dolore, ai ricordi che si sommano nel cuore e che possono fare solo male, un male così feroce e crudele che a volte, in certe sere, saresti pronta a vendere l’anima unicamente in cambio di un po’ d’oblio. Vidi due giovani donne che facevano l’amore sulla spiaggia di Cannes. Vidi serate da sogno e giorni indimenticabili.
Poi vidi il dolore.
Non saprò mai capire se quando presi la decisione mi sentivo più stupida o più vigliacca.
Misi venti euro sul tavolo, mi alzai e senza guardarla tornai alla macchina.

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MATRIOSKA 37

Monica si rifugiò fra le braccia di Yarbes.
L’agente della CIA aveva sentito il rumore degli spari che proveniva da fuori. Non ci voleva molto a capire che Matrioska aveva mirato alle gomme della sua macchina. E ormai era lontano.
Accarezzò i capelli di Monica, poi la scostò delicatamente da sé.
Telefonò a Langley.
Che gli mandassero al più presto un elicottero.
Lo richiamarono cinque minuti dopo. Niente elicottero, e lui non doveva muoversi prima di aver parlato con il direttore. Si sarebbero sentiti verso le sei del pomeriggio.
Riferì la notizia a Monica e poi ascoltò la sua storia.
Quando la donna finì di parlare, le rivolse uno sguardo duro. “John Lodge è morto a causa tua.”, affermò senza mezzi termini.
Monica trasalì. Si aggirò per il soggiorno, a disagio. “Aglaja mi ha torturata in modo terribile. Credevo di resistere, ma…”
Yarbes non era in vena di mostrarsi comprensivo. “Ti ha fatto il solletico ai piedi?”, le domandò in tono beffardo.
Monica capì che si riferiva a Nicole Parker, ma avrebbe dovuto sapere bene che i cinesi non si erano limitati a questo. Avevano adoperato le scosse elettriche, le avevano impedito di dormire, l’avevano lasciata senza cibo, l’avevano picchiata, l’avevano seviziata in mille modi.
“Non mi ha fatto il solletico.”, replicò risentita. “Mai sentito parlare di waterboarding? E comunque Nicole si è uccisa: dovresti avere più rispetto per lei.”
“Si è uccisa “dopo”. Avrebbe dovuto uccidersi “prima”. Non merita rispetto.” Indicò il cadavere di Aglaja. “E tu vali meno di quella russa.”
Monica avrebbe preferito che la schiaffeggiasse. “Il waterboarding è tremendo!”, protestò. “Ho cercato di lottare, non volevo cedere!” Chinò il capo, sentendosi comunque in colpa. “Ma non ce l’ho fatta.”
“E’ un tuo problema.”, ribatté asciutto Yarbes. “Ed è un peso che porterai per sempre sulla coscienza.”
A Yarbes non piaceva ergersi a giudice, però non amava i deboli e Squire si era dimostrata tale, esattamente come Nicole Parker. C’era un motivo alla base di quella intransigenza, anche se lui non voleva ricordarlo. Ma, nonostante tutto, aveva un debole per lei. (Era difficile che nella CIA ci fosse qualcuno che non avesse un debole per Monica Squire, a partire dal direttore).
Yarbes si raddolcì. “Non amo dare consigli.”, aggiunse in modo pacato. “Ma se fossi in te, io racconterei una storia diversa.”
“Perché?”, gli chiese Monica.
“Rischi sanzioni o anche qualcosa di peggio. E’ meglio dire che ti ha drogata. Forse questo li convincerà a non procedere.”
Monica lo fissò pensosa.
Yarbes preparò il caffè. “Scusami. Mi rendo conto di essere stato troppo brutale.”
Alla faccia!, si disse lei.

Il direttore della CIA si presentò allo Studio Ovale in perfetto orario. Era sorridente e rilassato. Dichiarò subito che sicuramente l’FBI aveva preso un granchio in quanto il loro agente era stato ucciso da una certa Janice Williams, che adesso era morta. Chi era quella donna? Probabilmente lavorava per un’organizzazione terroristica. Si sapeva molto poco di lei.
Webster, il capo dell’FBI, mantenne un’espressione indifferente, benché ribollisse di rabbia. Era furibondo soprattutto con se stesso, dato che si era comportato da ingenuo: era evidente che l’altro avrebbe negato le responsabilità dell’Agenzia, ed era ancora più evidente che lui si trovava con le mani legate. Se avesse fatto riferimento alla talpa che gli aveva telefonato da Langley l’avrebbe bruciata, perdendo in tal modo una preziosa fonte di informazioni. Scelse un altro campo per contrattaccare.
“Benissimo.”, disse. “Però non stava a voi eliminarla.”
“E’ vero.”, ammise l’uomo della CIA. “Ma aveva ammazzato uno dei nostri, l’agente speciale John Lodge e…”
“Questo è grave.”, interloquì per la prima volta il presidente degli Stati Uniti.
Il direttore della CIA annuì. “Molto grave. Il responsabile si chiama Martin Yarbes. Una testa calda. Ha agito di sua iniziativa, senza alcuna autorizzazione, e sarà sottoposto a severi provvedimenti disciplinari. A sua parziale discolpa, posso dire che ha salvato Monica Squire, un elemento eccellente, e che era amico di Lodge. Ciò naturalmente non basta a scagionarlo. Comunque, ci penserà l’OS. Meglio lavare i panni sporchi in casa.”
“D’accordo.”, disse il presidente e guardò Webster. Questi sapeva perfettamente di aver ascoltato una menzogna dopo l’altra, ma non aveva granché da opporre. Si limitò ad assentire con aria tetra.
Il presidente cominciava ad annoiarsi e non lo nascose. Era stata un’inutile perdita di tempo. Consultò l’orologio.
“Molto rumore per nulla.”, commentò con un sorriso il direttore della CIA.
Poi si alzò dalla sedia.
Un’ora dopo, telefonò a Yarbes.
“Tutto sistemato.”, annunciò. “Però dovrai occuparti di Matrioska da solo. E, se qualcosa andasse storto, io non potrò coprirti le spalle. E’ chiaro?”
“Chiarissimo.”, rispose Yarbes.
“Un’altra cosa, Martin. Adesso che Squire è salva e Thompson purtroppo… beh, sarebbe opportuno prenderlo vivo.”
Facile come bere un bicchier d’acqua, pensò cupamente Yarbes.

Dopo essersi medicato il braccio, Aleksandr abbandonò l’auto in un posteggio situato alla periferia di una piccola cittadina, distante circa venti miglia dal cottage. Lasciò le chiavi nel cruscotto, prese ciò che gli serviva e si incamminò verso il centro. Fortunatamente la ferita era superficiale.
Aspettò che si facesse sera, passeggiando. Non gli sarebbe dispiaciuto mangiare un sandwich, ma scacciò l’idea. Era meglio non entrare in un locale pubblico; avrebbe mangiato più tardi. Quando fosse stato buio avrebbe rubato una macchina e si sarebbe allontanato da lì. Nel frattempo, rifletteva.
Le decisioni da prendere erano due. La prima riguardava Monica Squire. La seconda, strettamente legata alla precedente, era più complessa.
Putin gli aveva ordinato di uccidere Lodge e Squire, e lui aveva eliminato l’uomo, che era indubbiamente il più pericoloso dei due. Ma le cose fatte a metà non gli piacevano né piacevano a Putin. Doveva rintracciare la donna e portare a termine il suo compito? Ma qui subentrava il secondo problema. Il problema era che a quel punto sarebbe stato difficile procedere da solo.
Negli Stati Uniti, come in molte altre nazioni, avrebbe potuto rintracciare dei colleghi. All’estero, la Prima Direzione Centrale del KGB si avvaleva di due diversi tipi di agenti. Alcuni risiedevano nelle ambasciate dove fingevano di svolgere altri incarichi, ed erano coperti dall’immunità diplomatica: erano utili ma non potevano scoprirsi più di tanto. Una seconda tipologia era quella degli “illegali”, che operavano con documenti falsi e avevano maggiore spazio di azione. Aleksandr avrebbe potuto rivolgersi a uno di essi.
Tuttavia esisteva un inconveniente. La missione che gli aveva affidato Putin non era molto ortodossa; malgrado fossero nemici, Unione Sovietica e Stati Uniti d’abitudine, e come per un tacito accordo, non usavano agire con violenza nel territorio dell’altro Paese. Si combattevano su vari fronti mondiali, limitandosi a spiarsi a vicenda entro i rispettivi confini. Se avesse chiesto collaborazione, avrebbe rischiato sia di compromettere un agente che aveva lavorato per anni per assicurarsi un’adeguata copertura, sia di sollevare un polverone troppo grosso e sicuramente imbarazzante, che avrebbe portato pubblicità negativa oltre a possibili ritorsioni.
Matrioska non era abituato a discutere gli ordini, ma aveva il sospetto che per una volta il compagno Vladimir Putin si fosse lasciato trasportare dall’ira, a causa di ciò che era successo in Afghanistan. Era strano, conoscendo l’uomo, ma poteva capitare a tutti di prendere una decisione avventata: anche a una persona fredda e intelligente come Putin.
Era intento a ponderare la questione, quando quattro figure emersero dall’ombra.
Aleksandr aveva superato il centro e ora si trovava in un quartiere periferico, all’altra estremità della città rispetto a dove aveva abbandonato l’auto. Era un luogo piuttosto squallido. Il russo aveva notato un paio di locali dall’aspetto  equivoco.
“Ehi, amico, come stai?”, disse uno di loro. Si chiamava Mark e gli piaceva terrorizzare la gente, fin quando non si pisciavano sotto.
Aleksandr li ignorò e cercò di passare oltre. I quattro lo circondarono.  Erano sui venti-venticinque anni. Avevano bevuto, ma non erano affatto ubriachi, solamente più aggressivi. Avevano tutti una stazza notevole e fisionomie, che alla luce di un lampione, gli parvero ottuse e brutali.
“Fratello, non fare così!”, disse Joe, che era il capo. Lui amava deflorare le ragazzine. Era l’unico con l’aria sveglia, e in effetti era un tipo scaltro. Lanciò un’occhiata ad Aleksandr. Era alto e aveva le spalle larghe, ma cosa poteva fare da solo? E poi non era armato e probabilmente era anche uno sprovveduto.
Un grosso coltello balenò fra le mani di Mark.
“Vogliamo soltanto i tuoi soldi.”, disse Joe.
Matrioska avrebbe potuto consegnargli il portafoglio oppure metterli fuori combattimento e poi proseguire tranquillamente per la sua strada, ma qualcosa scattò in lui.
Il ricordo di quel bosco, di Sonja in pericolo, della collera che lo aveva assalito allora. Era da molto tempo che non reagiva in base alle emozioni; di norma, tutto ciò che faceva era dettato dalla razionalità. Quella sera fu diverso. Era come se si fosse trasformato in una belva feroce. Forse, influiva anche l’esito della sua missione, che era soddisfacente ma non esaltante. Abituato a vincere sempre, ciò lo contrariava non poco.
Colpì di taglio il braccio che cingeva il pugnale. Per lottare poteva usare solamente la sinistra, ma questo non era un problema. Afferrò l’arma e la spinse a fondo nel corpo di Mark, fino a raggiungere il cuore. Poi si voltò di scatto, si chinò per prendere una manciata di neve e, dopo averlo immobilizzato con una presa di judo, con la destra la ficcò in gola a Joe. Lo tenne fermo, impedendogli di respirare. Prima di morire, Joe lo svelto comprese di aver commesso un terribile errore. Gli altri due scapparono.
Ma Matrioska ora voleva la loro vita.
Si lanciò all’inseguimento e raggiunse subito il più lento. Lo accoltellò alla schiena.
Il quarto correva veloce.
Molto veloce.
Non lo avrebbe mai preso.
Aleksandr si fermò.
All’interno del cappotto, assicurata all’imbottitura, nascondeva un’arma ultra piatta e leggerissima. Era la “gemella” più piccola del fucile che aveva usato per uccidere il federale.
Con calma prese un’altra manciata di neve. La schiacciò e la inserì nel caricatore.
Il proiettile di ghiaccio, così formato, trafisse il quarto teppista, che crollò a terra senza un grido.
Aleksandr andò in cerca di una macchina da rubare.

Il mattino dopo, mentre beveva il caffè, Yarbes diede una scorsa al giornale. La sua attenzione fu catturata da una notizia che in apparenza non avrebbe dovuto riguardarlo. Quattro giovani, tutti già con precedenti penali, erano stati trovati morti, a breve distanza l’uno dall’altro. Il cronista non forniva molti particolari. La polizia non si era ancora pronunciata. Un regolamento di conti fra bande rivali?
Yarbes scosse la testa.
No, si disse.
Quegli idioti avevano tentato di aggredire Matrioska.

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