Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for ottobre 2015

RAGE 63

hammadaL’unico che aveva una visione completa di quanto stava accadendo era David Chazan. Questo grazie alla posizione che si era scelto, che gli permetteva di seguire i movimenti degli altri.
Qui, una vecchia costruzione rustica, situata in un avvallamento del terreno. Davanti c’era uno spiazzo delimitato da un muro alto circa un metro che correva tutto attorno, oltre al quale si stendeva, come una doppia protezione, un reticolato di filo spinato. Difese approssimative, valutò. A fianco della casa c’era una specie di stalla con la porta aperta. Grossi maiali si aggiravano indisturbati all’aperto. Chazan fece una smorfia, chiedendosi come Ibrahim al-Ja’bari potesse sopportarli. Ogni tanto qualcuno usciva dalla casa. Chazan riconobbe l’arabo, cinque o sei uomini dalla pelle piuttosto scura che però arabi non erano e un individuo di aspetto nordico che sembrava alquanto agitato e che a un tratto si allontanò scostando in malo modo due sentinelle.
Chazan spostò il binocolo in quella direzione. Vide un’automobile ferma e una donna in jeans che si era incamminata verso il Punto A.
Sull’altro lato, il Punto B. Un furgoncino e cinque uomini che si stavano preparando con gesti calmi ed esperti, da professionisti. Dal Punto A non era possibile scorgere il Punto B, e viceversa.
Chazan rifletté.
Aveva studiato un piano che però adesso presentava una quantità di incognite. Il suo obiettivo era uno solo. Uccidere il Nemico di Israele. Per riuscirci avrebbe atteso il tramonto, poi con il buio avrebbe trovato un modo per creare una diversione. Sarebbe scivolato alle spalle di Ibrahim al-Ja’bari e lo avrebbe colpito con il taglio della mano, quindi si sarebbe eclissato silenzioso e letale come un leopardo; non a caso i suoi colleghi del Mossad lo chiamavano “l’assassino”.
Ma ora… erano arrivati degli americani, di cui Aaron Ben-David non gli aveva detto nulla. Cinque e ben armati. Chiaramente il loro scopo era lo stesso: ammazzare l’arabo. Sebbene con scarso interesse si domandò chi fossero. Corpi speciali, fu la risposta. Gente attrezzata per eliminare i terroristi; poco importava, comunque, se appartenevano alla Delta Force o a un’altra organizzazione. Ciò che gli risultava chiaro era la loro provenienza: gli Stati Uniti. Forse avrebbero semplificato il suo compito, forse invece lo avrebbero intralciato.
Tornò a guardare con il binocolo.
Ed ecco la donna che, stupida o impavida che fosse, o entrambe le cose, era ormai vicina al Punto A.
David Chazan decise di aspettare.

Monica Squire probabilmente non avrebbe obiettato qualora l’agente israeliano le fosse comparso davanti, definendola ad alta voce “stupida o impavida”; in fondo non lo sapeva nemmeno lei. Aveva parlato alla televisione, magari abusando un po’ della retorica, ma credendo in ciò che diceva, trasportata da un vento forte, fortissimo, un vento che ribolliva di collera, pronto ad abbattere, scardinare, distruggere. Il vento poi era cessato, lasciandola sola e inerme; unico scudo il coraggio e l’orgoglio di essere una cittadina americana, di più: Il Presidente! Non possiamo perdere, aveva dichiarato. Adesso avrebbe visto se quelle parole avevano un senso. Adrenalina oppure accettazione passiva degli eventi? Non sapeva neppure se per bocca sua si erano espressi i vecchi e gloriosi Padri della Patria, se quelle frasi orgogliose e decise le appartenevano. Ricordava bene, però, il monito di William H. Webster, un tempo direttore dell’FBI, indirizzato ai terroristi. (…) Finché i predatori non saranno condotti a rispondere da criminali, in un pubblico processo, dei delitti che hanno commesso, e ricevano la punizione che hanno così pienamente meritato. (…) Non erano parole vuote, quelle che aveva pronunciato Webster e la Storia stava lì a insegnarlo. Quanti bastardi erano stati giustamente puniti dagli States, dal vigore morale, dalle capacità tecnologiche, dal desiderio di giustizia. Persone ignobilii che non meritavano alcuna pietà. In particolare, LUI, lui che aveva distrutto la sua vita e umiliato un’intera nazione.
Il momento della verità era arrivato.
Lanciò uno sguardo al cielo. Malgrado fosse al tramonto, il sole splendeva con più forza e il caldo l’avvolse all’improvviso, frammisto a una sensazione di gelo.
Distingueva ogni singolo sasso, ogni singolo ciuffo d’erba rinsecchito, come se in qualche maniera lì ci fosse una risposta, non importa quale. Quando sollevò  lo sguardo, vide un uomo che procedeva nella sua direzione, farfugliando. Lui la ignorò. Si esprimeva in un inglese che a Monica parve strano. Perlopiù, ciò che diceva erano bestemmie. E volgarità assortite.
Poi, però, si fermò.

Il Mago squadrò la donna da capo a piedi.
Al momento non la riconobbe. Ma l’aveva già vista. Dove? Corrugò la fronte, cercando di ricordare, mentre lei lo fissava a sua volta. Certo! Era vestita diversamente, tailleur e roba del genere, attorniata da pezzi grossi che passavano il tempo ad adularla nella speranza di salire qualche altro gradino sulla scala del potere. Monica Squire! Era un motivo più che valido per tornare indietro. E, comunque, dove pensava di andare, a piedi, in un’isola sconosciuta. Non c’era nemmeno una macchina cui chiedere un passaggio, un dannato bus, una fottuta moto.
E non era tutto: Daigh sapeva quello che l’arabo pazzo voleva da lui. Immortalare l’umiliazione di Squire significava riprenderla in ginocchio, le mani legate dietro la schiena, lo sguardo inutilmente supplice, gli occhi colmi di terrore, mentre il boia si accingeva a decapitarla. Era americana, dunque amica di quei bastardi degli inglesi; quindi meritava quella sorte. Daigh si sentì soddisfatto ed eccitato. Il malumore era scomparso.
“Venga con me, signora.”, disse in tono gentile.

Chazan scosse la testa, vedendo che la donna seguiva il tipo nordico.
Puntò il binocolo su Yarbes. Spiccava fra gli altri quattro, e non perché era il più anziano. David Chazan sapeva riconoscere i suoi simili.

C’era campo. Yarbes spense il cellulare, dopo aver parlato con Brian Stevens. “A Londra, gli uomini del SAS hanno scovato il tizio con la bomba e… si sono occupati di lui. Mia moglie è stata informata, perciò non andrà al rendez-vous. Non c’è fretta. Agiremo stanotte.”
“Gli aspetta una bella sorpresa.”, sghigniazzò Scottfield.
“Con i fiocchi e i controfiocchi.”, fu la compiaciuta replica di Knowles.
“Maledetto assassino!”, commentò Wilkins, poi sputò per terra.

“Sono lieto di fare la sua conoscenza.”, dichiarò Ibrahim al-Ja’bari in un buon inglese.
“Non posso dire altrettanto.”, ribatté Monica.
Il fondamentalista sorrise. Un sorriso tetro, dato che non si estendeva agli occhi; un sorriso maligno, pensò Squire.
Lo fissò con aria di sfida. “L’ordigno non esploderà più.”
Ibrahim annuì. “Allah il Misericordioso mi ha già comunicato questo piccolo imprevisto. Non importa, ci saranno molte altre bombe. Prima in Inghilterra” – lanciò un’occhiata a Daigh – “in seguito a Washington. Ecco il volere di Allah e del suo Profeta, che riposi in pace. Però lei ora è qui, e Allah mi ha impartito un ordine preciso. Si inginocchi, chieda perdono per i suoi peccati e invochi clemenza.”
Monica gli rise in faccia.
Ma due braccia robuste la afferrarono, costringendola a obbedire. Quando sentì la stretta dei nodi ai polsi, non riuscì a trattenere un gemito.
“Sia fatta la volontà di Allah!”, esclamò Ibrahim al-Ja’bari.” Questa è la vendetta per Poitiers, per tutto il sangue innocente che avete versato. Questo è il giusto castigo che spetta alla Grande Meretrice. E questo è solo l’inizio!”
Si rivolse al capo dei sardi, l’unico che parlava inglese. “L’ascia.”
Morire così! Sono stata una pazza. Cosa credevo di ottenere?
Poi Monica pensò a Brian Stevens, alla Delta Force, ai Marines. Sarebbe stata vendicata.
Non provava paura, solamente un senso di vuoto, una profonda amarezza. Avrebbe tanto voluto lavorare ancora per rendere l’America un Paese migliore, avrebbe desiderato…
Ibrahim al-Ja’bari cominciò a declamare un passo del Corano. Giovanni Virdis aspettava il comando definitivo. La luce del sole al tramonto scintillava, creando barbagli dorati che si riflettevano sull’arma che avrebbe posto fine alla vita di Monica…

… E David Chazan estrasse da una tasca lo specchio che aveva acquistato all’aeroporto assieme a un rasoio usa e getta, in modo da potersi radere all’aperto, senza l’obbligo della schiuma da barba. Lo rivolse verso il Punto B, e il sole ne trasse un bagliore che nel crepuscolo fu simile a un lampo; spostò lo specchio due volte, ottenendo così tre vividi raggi che risultavano qualcosa di diverso rispetto alla luce naturale… se Yarbes avesse guardato.
E Yarbes li vide.
Per un istante non capì, poi fu come se la sua mente venisse abbagliata da quei segnali di fuoco. Non contava se era un’intuizione oppure un ragionamento cosciente: aveva compreso.
“Adesso!”, ruggì.
Il commando era pronto; si precipitarono in direzione del luogo dell’incontro, e dopo pochi momenti scorsero la vecchia casa.
David Chazan li precedette, scendendo di corsa dall’altura, si voltò e agitò una mano. “Stanno per decapitarla!”, urlò.
Soltanto Daigh udì quel grido e si girò di scatto per vedere cosa stava succedendo. Gli altri osservavano la donna in preda a sensazioni lascive; erano come ipnotizzati. In quanto a Ibrahim al-Ja’bari, era concentrato sul versetto del Corano.
Infine, diede l’ordine. “Procedi.”
Virdis sollevò l’ascia e si concentrò sul collo della donna, quindi sferrò il colpo.
Monica Squire avvertì lo spostamento d’aria e chiuse gli occhi. L’ultimo pensiero fu rivolto al suo amato John.
“Fermati.”, intervenne Ibrahim, un attimo prima della decapitazione. Daigh non stava riprendendo. “Cosa aspetti?” Lo sollecitò.
Poi fu l’inferno.
All’inizio non utilizzarono le flash-bang, riservandole per quando avrebbero fatto irruzione nella casa. Fecero fuoco con gli Ak-47, e ciò fu sufficiente. Era uno scontro fra comuni malfattori ed elementi dei Marines e dei corpi speciali degli Stati Uniti. Un confronto impari, tanto per usare un eufemismo.
“Non sparate all’arabo!”, sbraitò Yarbes.
I sardi, uno dopo l’altro, vennero falciati.
Knowles e De Beers penetrarono all’interno. Trovarono un solo uomo, che non ebbe neppure il tempo di respirare. “Libero!”, annunciò Knowles.
Wilkins prese per i capelli il Mago e lo trascinò a terra.
Ibrahim al-Ja’bari impugnò l’ascia sfuggita dalle mani di Virdis e la alzò su Monica. Lei si voltò e gli sferrò un calcio nei testicoli.
Knowles uscì dalla casa, prese il fondamentalista per il collo e lo costrinse a inginocchiarsi.
Quindi, guardò Yarbes.
Martin indicò l’ascia. “Eliminalo.” La voce era piatta, priva di emozioni.
Spostò lo sguardo su Daigh.
“E adesso alzati e riprendi.”, disse in tono gelido.
Quando la testa di Ibrahim al-Ja’bari rotolò grottescamente sul terreno, Martin Yarbes aggiunse: “E trasmetti questa immagine in tutto il mondo. Accompagnala con una sola parola: Rage.”

Grazie per aver letto questa storia.
(Domenica otto novembre, comunque, ci sarà un breve epilogo).

Annunci

Read Full Post »

Ragazzi, questo è un libro che se non lo comprate, lo prendete in biblioteca, ve lo fate prestare da un amico, oppure lo rubate, ecco allora io mi arrabbio. Perché è un libro meraviglioso, dove c’è tutto: l’ironia sferzante dei toscani e il dolore della vita, l’allegria delle battute sempre felici e l’amarezza più profonda. Arrivò a Cannes sulle onde del mare, un regalo della mia più cara amica, una persona splendida che mi fece questo magnifico dono con una dedica che mi commosse.
Ma parliamo del libro. In linea di massima non leggo gli scrittori italiani, non so perché, ammesso che esista un perché.
Questo romanzo, però, è diverso, presenta personaggi affascinanti, strani, alcuni di loro alquanto sfigati, però estremamente reali: leggi e li vedi muoversi sulla carta, con le loro improbabili idee, spesso assurde. Ma è un’assurdità che appartiene a molti. Ecco, allora, Serena, madre bellissima – sempre con gli anfibi ai piedi – di due figli assai diversi fra loro: Luca, il predestinato, l’icona, e Luna, una ragazza albina schernita da tutti… come Zot, che viene dalla Russia e parla un italiano ottocentesco. E Sandro, irresoluto, perdente, vile ma a modo suo assetato d’amore. E poi gli altri: il mite Marino, Rambo che forse, forse, è omosessuale, il vecchio Ferro, un prodigio di invettive maremmane.
Come sempre, non racconterò la trama. Mi soffermo piuttosto sulla potenza delle parole, che scorrono a fiumi, senza però mai annoiare, anzi trascinandoti in un flusso cristallino, vasto quanto il mare, che ti prende, ti spinge a continuare la lettura, senza fermarti, perché ciò non è possibile. Fino al grande epilogo!
I personaggi si insinuano nel cuore e non lo lasciano più.
Proprio come il mare.
Grazie, mia dolcissima amica!

Read Full Post »

“Se tu…” Lasciò la frase in sospeso.
“Se io?”, chiese Luca deponendo la tazzina del caffè sul tavolo. Al contrario di quello della moglie, il suo piatto era vuoto: aveva divorato il cibo in pochi minuti. Ivana sbarazzò e mise in funzione la lavastoviglie, quindi tornò a sedersi. Benché fosse un elettrodomestico nuovo e di marca, produceva comunque un rumore che infastidiva Luca.
“Se tu non fossi un porco, non avrei preso questa decisione.”, disse lei.
Lui annuì. “Capisco”. Esibì un sorriso amaro, cercando di ignorare quel suono che giudicava deprimente, al pari delle parole della moglie. “Hai frugato nel mio computer.”
“Lucia, Chiara, Barbara… le altre le ho scordate.”
“Ne avevi il diritto?”
“Certamente no. Ma c’erano troppi indizi che portavano ad altrettanti sospetti e io devo pensare ai nostri figli, a un futuro sereno per loro. D’altro canto, usare come password Luca…” Scosse la testa. “Eppure sei un ingegnere.”
“Un ingegnere che non immaginava di dover blindare il pc.”
Ivana alzò per la prima volta la voce. “Non ti è passato per il cervello che Matteo ha dodici anni e Simona dieci? Ne sanno più di noi due messi assieme. Quante ore trascorrono davanti a questi maledetti arnesi e, dato che vanno bene a scuola e praticano anche vari sport, non posso nemmeno rimproverarli più di tanto.”
Matteo era il suo preferito, Simona la più intelligente; in ogni caso, Ivana riusciva a comportarsi in modo imparziale.
“Sai”, riprese, distogliendo lo sguardo, “che bello leggere quelle… quelle oscenità. In particolare, Lucia: che amante fine ti sei scelta! Io sono arrossita già alla terza riga.”
“Si tratta solamente di sesso. L’amore è un’altra cosa.”
“L’amore? Come osi parlare d’amore? Passi dal letto di Chiara… di Barbara. Lucia, no. Con lei ti piace scopare in macchina. Forse perché è sposata, ma questo non cambia niente, anzi aggrava la situazione, sempre che ciò sia possibile.”
Luca incrociò le braccia, poi si protese in avanti. Adesso il suo sorriso non era più amaro, piuttosto sarcastico, e la luce degli occhi era diventata fredda. “Primo, sta a te controllare che i ragazzi non entrino nel mio studio; secondo, io ho quarant’anni e ho bisogno di sfogarmi. Ho sposato una donna frigida, e questo è stato il mio errore.”
“Una donna che ti ha dato due figli!”
“Sicuro. E’ accaduto secoli fa. Non vi faccio mancare niente, né a te, né a loro. Vacanze, la Golf per la mogliettina, biciclette, vestiti firmati. Quante cazzo di scarpe hai?”
“Ti potrai tenere tutto. Noi ce ne andremo, ma non ti chiederò un soldo, ho il mio lavoro e quello che guadagno basterà. Lo farò bastare. Ammesso e non concesso che tu sentissi il bisogno di consolarti, non avrai che da chiamare Lucia o un’altra delle tue sgualdrine. Magari tutte assieme, dovrebbe essere eccitante, no?”
“Toglitelo dalla testa! Tu non ti muoverai di qui, chiaro?”
Una lacrima scivolò sul viso di Ivana. Era ancora una donna attraente e non era affatto frigida, solo aveva appetiti più moderati. Ricordava un uomo gentile, affettuoso, un uomo che l’aveva conquistata grazie a una sensibilità d’animo che in realtà si era dimostrata un inganno, così come le sue false passioni: musica, libri; non gliene importava niente. Gli aveva regalato Chi manda le onde, con una dedica sincera e scritta in bella grafia. Non aveva mai aperto quel romanzo.
Ivana aveva scoperto quanto vasta era la sua aridità prima di Lucia, prima della triste consapevolezza che il suo uomo amava soltanto se stesso e desiderava unicamente avventure su avventure, forse per sentirsi vivo; ma ciò non lo giustificava. Rammentò all’improvviso che suo padre, pur non opponendosi, non aveva dimostrato molto entusiasmo per quelle nozze. I padri sono sempre indulgenti con le figlie, specie con le maggiori. Ora forse la guardava dal cielo, scrollando il capo.
“Non puoi impedirmelo.”, dichiarò con calma.
Luca sembrò soppesare quell’affermazione. “Legalmente, no.”, ammise. “Però esistono altri metodi. Potrei chiuderti in camera e lasciarti senza cibo per tre giorni. Sicuramente rinsaviresti. Oppure potrei farti interdire e i figli resterebbero a me.”
Il divorzio era inammissibile. Luca lavorava per una società americana fortemente puritana; c’era in vista una promozione che sarebbe sfumata.
Ivana sbiancò in volto. “Tu sei pazzo!”, gridò. Lei aveva un fisico snello, aggraziato, aveva praticato nuoto e ginnastica e non era una donna debole; ma Luca pesava ottanta chili e andava regolarmente in palestra. Non avrebbe avuto alcuna possibilità di opporsi con la forza, se lui… Ma davvero l’avrebbe trascinata in camera? Era assurdo, sfuggiva alla sua comprensione, era fuori da ogni logica. Era semplicemente pazzesco.
Provò un moto di collera fortissimo. “Provaci!”, lo sfidò, sicura che le sue erano minacce a vuoto.
Lui balzò in piedi, la sollevò di peso dalla sedia, le torse un braccio dietro alla schiena e la costrinse a uscire dalla cucina. L’avrebbe segregata in camera giusto per un’ora. Come lezione sarebbe stata più che sufficiente. E poi i figli, per i quali nutriva un tiepido affetto, non dovevano assistere a tali scene. Ecco, solo una piccola lezione. Voleva dimostare chi era il padrone. Il resto erano stupidaggini.
Ivana cercò di reagire. Si divincolò e gli morse una mano.
Luca la schiaffeggiò con violenza.
Lei cadde al suolo e picchiò la testa sul pavimento.
Prima di morire, le rimase il tempo per un ultimo pensiero.
“Ho sposato un mostro.”
Poi il buio la avvolse.

Dedicato a molte, troppe donne!

Read Full Post »

RAGE 62

capitolo 62Dopo Ottana, proseguirono in direzione sud-ovest. Nessuno dei cinque parlava, a parte qualche breve indicazione di Yarbes. Erano calmi e fiduciosi; in passato avevano affrontato nemici di ogni genere e, se erano ancora vivi, ciò significava che avevano sempre vinto, o quasi. Knowles ricordava un paio di ritirate strategiche, peraltro ben condotte, causate dalla preponderanza numerica dei bastardi che li avevano assaliti. Questo lo portava a chiedersi a quanti arabi si sarebbero trovati di fronte. A rigore di logica, non troppi: Ibrahim al-Ja’bari non poteva certo essersi presentato alla dogana con un esercito di cento uomini; ai funzionari italiani sarebbe parso strano e sospetto.
Avrebbe dovuto rispondere a domande, visti i tempi che correvano. E poi, ormai, il suo volto era conosciuto in tutto il mondo. Perciò sicuramente si era mosso con cautela. E le armi? Di quali armi disponeva, considerati i controlli? Magari li aveva imitati, procurandosele in loco.
Yarbes guardava con indifferenza il paesaggio illuminato da un sole pallido. Avrebbe ucciso. Era da una vita che lo faceva, era da una vita che dava la caccia ai nemici dell’America. Nessuna emozione, solo dovere. Adesso era diverso? Non tanto, si disse. Forse dopo, ma prima del dopo le motivazioni personali andavano escluse e, se in precedenza aveva indugiato con il pensiero su di esse, ora erano scomparse.
Si trattava di un’azione di guerra, nient’altro, e come tale bisognava portarla a termine nel migliore dei modi. Se esiste un motivo a causa del quale una missione fallisce è dovuto all’emotività, all’immedesimazione; la rabbia è accettabile, però soltanto se incanalata sui giusti binari.
Non sapeva, e non avrebbe mai saputo, che Monica era andata a letto con Matrioska. Quello che sapeva era che lo aveva ucciso, e la ammirava per questo: non sarebbe mai riuscito ad amare una donna debole. Un amore che per ragioni inesplicabili aveva perduto. Ridusse gli occhi a due fessure. Anche lei andava esclusa dai suoi pensieri, e ci riuscì senza doversi sforzare troppo.
Nel frattempo, avevano raggiunto l’altopiano di Abbasanta.
Quello era il luogo e l’ora era vicina.
Nell’aria si avvertiva profumo di rosmarino.

Daigh squadrò gli otto figuri assoldati da Ibrahim, poi, sempre più di malumore, si rivolse al fondamentalista. Indicò il pc. “Non va bene!”, dichiarò.
“Cosa?”
“Ho mandato un messaggio al russo e la risposta non è stata corretta. Non era lui al pc.”
Ibrahim rimase in silenzio. Non commentò e continuò a leggere il Corano.
Lo conosceva a memoria, perché diavolo non gli staccava mai gli occhi di dosso?, si domandò il Mago.
“Se non era lui al computer”, insisté, “significa che è stato preso. In tal caso, non ci sarà nessuna esplosione, e a me questo non va affatto bene!”
“Il volere di Allah.”, replicò Ibrahim al-Ja’bari, sollevando lo sguardo dal libro. “A volte la strada si dimostra tortuosa, succede di perdere una battaglia, tuttavia la vittoria finale è assicurata. Allah il Misericordioso è con me.”
“Non mi piace per niente!”, sbraitò Daigh. “Io voglio Londra, è per quello che ho lavorato. Se hanno catturato Todorov, nulla di quanto sognavo accadrà. E a questo punto…”
“Calma.”, lo interruppe Ibrahim. “Io dico che la meretrice arriverà, lo sento, così come odo la voce del deserto. La sua umiliazione dovrà essere immortalata per la gloria del Profeta. E io dico anche che in seguito Londra sarà colpita a morte. Allah guiderà la mia mano.”
Daigh trattenne a stento una risposta sferzante.
Non per la prima volta gli balenò il sospetto (pressoché una certezza) che l’arabo fosse pazzo.
Completamente pazzo.
In primo luogo, ragionò l’irlandese, se come appariva ovvio Todorov era stato acciuffato, dove avrebbero trovato un esperto di pari livello? Allah sarebbe sceso dal cielo per costruire lui stesso un nuovo ordigno nucleare? E, a puro titolo di ipotesi, qualora Squire fosse veramente arrivata si sarebbe presentata da sola oppure scortata da un battaglione di Marines? Lanciò un’occhiata ai sardi. Avevano fisionomie dure e brutali, probabilmente erano ottimi combattenti, ma da qui a resistere alle forze speciali di quei dannati americani ci correva il mare. Conosceva i mezzi di cui gli yankee si avvalevano e aveva studiato i loro metodi.
Daigh prese in considerazione l’idea di andarsene.

Malgrado l’ora tarda, Brian Stevens era seduto alla sua scrivania. Beveva caffè sempre più disgustosi e bestemmiava.
D’altro canto, sebbene fosse furibondo con l’intero globo terrestre, si sentiva esente da colpe. La stampa era stata bloccata, dai giornali o dalle televisioni non era trapelato alcunché, però il maledetto computer lo aveva tradito.
A posteriori, il fatto era prevedibile. La risposta data all’hacker dell’assassino non era stata quella dovuta, ma come immaginare quella esatta? Impossibile. La sua collera si estendeva anche alla signora Squire che, benché fosse stata avvertita, aveva deciso di non mancare comunque all’appuntamento. Stevens avrebbe voluto bombardare la Sardegna, raderla al suolo. Scosse la testa. L’unico risultato che avrebbe ottenuto… meglio non pensarci!
Data l’assenza di Squire e la palese inconsistenza di Margaret Collins, al momento egli era l’uomo più potente del mondo; ma non poteva agire come avrebbe voluto. Se la faccenda fosse dipesa da lui, avrebbe già raggiunto il risultato desiderato. Questo per varie ragioni non si era dimostrato possibile. Fin dall’inizio, quando John era stato rapito, avevano commesso troppi errori. E gli errori si pagano.

Monica Squire indossava jeans e calzava sneakers, come quando era partita da Washington. Malgrado il pallore, dimostrava dieci anni di meno, e si sentiva forte.
Se avesse visto un film del regista italiano Sergio Leone – ma non lo aveva fatto – e se fosse stata consapevole del quadro complessivo di quanto stava avvenendo, si sarebbe sorpresa per come talvolta la vita sembra imitare le opere di fantasia.
A bordo di una piccola utilitaria, si trovava in una zona brulla, priva di abitazioni, e, stando a Brian Stevens, il nemico era lì, a meno di due chilometri di distanza, ancora invisibile.
Ciò che ignorava era che sul lato opposto del crinale stava sopraggiungendo un furgone con a bordo Martin, e che da un’altra direzione un agente del Mossad, di nome David Chazan, scrutava la zona con un potente binocolo.
Sì, a saperlo, era proprio come un film.

Read Full Post »

LADY NADIA

Lady NadiaTempo addietro, avevo designato una mia erede, poi però lei scomparve. Oggi ne scelgo una nuova: LADY74NA.WORDPRESS.COM

E’ forte credetemi. Leggete i suoi post. Ne vale veramente la pena.

Regala grandi suggestioni.

Io ormai sono stanca, piallata come dice Lord Ninni… ormai sono quasi dieci anni…

Read Full Post »

RAGE 61

hammadaA causa di quel fottuto bastardo americano, Daigh era ancora irritato; gli aveva spedito un virus, ma ciò non aveva placato la sua collera. Per la prima volta da quando lavorava per lui si rivolse a Ibrahim al-Ja’bari in modo non proprio insolente o aggressivo, però neppure deferente.
“Londra?”, chiese in tono secco.
Il fondamentalista lo fissò per alcuni secondi. Forse riteneva superfluo rispondere a una domanda sciocca. Poi con voce tranquilla disse: “C’è un tempo per ogni cosa. Se la bomba dovesse esplodere prima del mio incontro con la meretrice, cosa succederebbe?”
Sebbene fosse convinto a metà, Daigh annuì. “Lei non si farebbe vedere.”
“E non è questo che voglio. Quello che desidero è umiliarla davanti al mondo… dopo, toccherà a Londra, e più avanti…” Lasciò le parole in sospeso e prese il Corano, accarezzandone il dorso.
Va bene, aspetterò, pensò Daigh, anche se a malincuore. In fondo, mancava poco; era un aspetto più consolante. Gli sfuggiva il motivo per cui aveva dovuto comunicare una data per poi posticiparla, non che fosse importante. Scrollò le spalle. Magari l’arabo voleva tenere sulla corda l’infedele Todorov.
Sia Ibrahim al-Ja’bari, sia il Mago possedevano un quoziente intellettivo molto elevato: entrambi, però, avevano commesso un errore di valutazione. Consideravano gli americani un popolo piuttosto stupido. E’ vero, erano potenti, avevano vinto la guerra fredda, erano riusciti a fare quello che volevano in Afghanistan, laddove invece i russi erano stati costretti a ritirarsi, ma questo dipendeva dalle loro enormi risorse naturali e dai dollari che gli consentivano di produrre ogni genere di strumento tecnologico, e armi di ogni tipo.
L’altro lato della medaglia rivelava la loro vera essenza, quella di una nazione senza Dio, priva di forza morale, schiava dell’avidità e preda di vizi inconfessabili. Era l’impero del male, composto da donne arroganti e lussuriose, uomini incapaci di desiderare qualcosa di diverso dal denaro, bambini petulanti e capricciosi che un giorno, da adulti, sarebbero diventati simili ai padri. E Satana rideva di tutto questo.
Per Daigh la questione esulava dall’aspetto etico. Erano amici degli inglesi, e ciò bastava.
E il suo errore, sottovalutare il rivale di Boston, non avrebbe comunque portato ad alcuna conseguenza. Aveva solamente trovato un ragazzo più in gamba di lui. Quel ragazzo, Stephen Roberts, introverso e apparentemente negato per qualsiasi attività, era atteso da un futuro che sarebbe andato oltre i suoi sogni più sfrenati. Avrebbe varcato una soglia magica e sarebbe diventato un asso della National Security Agency.
Il caso di Ibrahim al-Ja’bari era diverso e decisamente più grave. Non sapeva, né poteva immaginare, preso com’era dalla sua fede mistica, che a Langley, Virginia, un uomo di nome Brian Stevens aveva categoricamente vietato di divulgare la notizia della morte di Todorov e della conseguente distruzione dell’ordigno nucleare. E che Monica Squire ne era stata informata. Ci sarebbe stato un incontro, certo, ma forse non con lei.
Se il fondamentalista avesse avuto una chiara visione dei fatti, ne avrebbe preso atto con rammarico… ma era paziente, guidato da Allah, e poi decapitare il marito della sgualdrina sarebbe stato comunque un segnale forte. In fondo, la guerra era appena incominciata.
Il suo sguardo penetrante era rivolto solo a occidente, e questo fu il suo secondo errore.
Anche Daigh aveva un suo misticismo, sebbene assai diverso dagli insegnamenti – travisati – del Corano. Nasceva da ideali, ideali concreti, non ancorati a falsi precetti religiosi, bensì alla realtà, la vera e triste realtà di un Paese oppresso da troppo tempo, e che aveva visto troppo sangue.
A un tratto, senza il benché minimo preavviso, gli sembrò di udire una voce cristallina che proveniva da lontano. Muireann che cantava Zombie a squarciagola, le guance arrossate per l’emozione, gli occhi blu indaco scintillanti di collera e di amore e i capelli color dell’autunno mossi dal vento.
La rabbia si impossessò nuovamente di lui, e quella rabbia soffocò anche la smisurata considerazione che aveva di se stesso.
Voleva soltanto… vendetta.

Al mattino, Bertu Mura, dopo aver preparato un’abbondante colazione, che gli americani consumarono con piacere, li aiutò a caricare l’attrezzatura su un furgone preso a noleggio, sotto falso nome.
Era soddisfatto. Aveva aiutato un amico, al quale doveva la vita, e non ci aveva rimesso un euro. In parte, perché il “materiale” gli era stato fornito a prezzo di favore, e in parte perché aveva fatto incetta di dollari barando allegramente a poker.
Sapeva benissimo che Yarbes lo aveva capito; ma era un modo più elegante per rifarsi delle spese, no?
Si salutarono con nuovi abbracci e Martin indicò a Wilkins il percorso da compiere.
Gli altri tre ricontrollarono scrupolosamente le armi.

Se Ibrahim al-Ja’bari avesse guardato anche a oriente, scordando per un momento il suo odio ossessivo rivolto agli Stati Uniti, forse avrebbe preso in considerazione un fatto che ormai apparteneva alla storia: Israele non dimenticava mai.
Mentre Mura si accomiatava dai suoi ospiti, un uomo scese dall’aereo, sbrigò le formalità senza problemi, noleggiò un’automobile e guidò con calma, stando attento a non superare i limiti di velocità. Si chiamava David Chazan, era nipote di un nazista ma lavorava per il Mossad. Per ovvie ragioni non aveva un pistola con sé; d’altra parte era abituato a uccidere a mani nude e non aveva mai fallito. La carnagione chiara, ereditata dagli avi tedeschi, avrebbe tratto in inganno chiunque. Gli occhi evocavano lo stesso calore del ghiaccio.
Non gli importava molto di Sarah Gabai, poiché non possedeva il dono dell’empatia, ma era abituato a eseguire gli ordini. E Aaron Ben-David era stato molto preciso.

Monica Squire si trovava di fronte a un bivio. Aveva trascorso gran parte della sua vita ad affrontare dilemmi. Una vita che le sembrava una giostra: oggi in alto, domani in basso. Dapprima grande speranza della CIA, in seguito accusata di viltà, derisa e villipesa. Poi… aveva ucciso Matrioska ed era tornata in auge. A Mosca, ai tempi del fallito golpe, aveva dovuto decidere se ammazzare Miloslav Pomarev oppure risparmiarlo; non si era trattato di una scelta facile, e solamente lei sapeva quanto le era costato non premere un’ultima volta il grilletto. Ma sarebbe stato un assassinio a sangue freddo, ciò che Yarbes invece non avrebbe esitato a fare.
Direttrice della Central Intelligente Agency… presidente degli Stati Uniti… colpita al cuore dalla morte di John. E adesso? La bomba non sarebbe esplosa, rendendo vane le minacce dell’arabo. Cosa doveva fare? Tornare a Washington per affrontare la sua ex amica, Margaret Collins, divenuta una serpe in seno?
Forse. Ma più avanti.
Nessuno era mai riuscito a toglierle dalla mente il sospetto che fosse una vigliacca. D’accordo, era successo una volta sola, però era successo. E aveva proclamato in tv che avrebbe affrontato il malefico essere che aveva ordito la più orribile delle trame. Prendere un aereo e fare ritorno alla Casa Bianca sarebbe stato facile. Troppo facile. Il nemico da combattere era qui. Se avesse rinunciato alla lotta, sarebbe stato come ammettere che sì, in fondo, era una pavida.
Questo non poteva accettarlo.

Read Full Post »

Aveva fatto appena in tempo a passare dal negozio ed a prendere una latta, prima che chiudesse. Entrò in casa, la posò nell’ingresso. Tanto l’avrebbe usate l’indomani mattina. La cucina lo aspettava come sempre, lo aspettava anche quell’odore di resina e altri piatti da lavare. La ferita cominciò a pulsare e gli sfuggì un verso. Era stufo, era un po’ stufo. Ma doveva resistere. Erano quasi due anni. Quasi due anni erano una buona cosa, ma non ancora abbastanza. Mise le uova a sfrigolare, le guardò mentre si doravano e diventavano croccanti. Avevano un buon sapore. Poi sarebbe cominciata la sera e negli occhi aperti sarebbero entrate le figure colorate e conosciute.
Si svegliò abbastanza presto, ma fuori era già chiaro. Doveva riverniciare la parete sul retro della casa, era quella che prendeva più luce e andava trattata più spesso. Quando era arrivato lì, s’era imposto alcune cose. La casa doveva essere dipinta di blu, tranne che per i cornicioni delle finestre. Questi dovevano restare bianchi. In più, la casa avrebbe dovuto mantenere il suo colore, impeccabilmente, il più impeccabilmente possibile. Ecco perché la controllava così spesso e la laccava quasi di continuo. L’altra regola era quella di mantenere l’interno molto semplice, frugale, con vasellame di metallo o legno o ceramica. L’ultima regola era di restare lì per sempre.
Non erano regole che avessero un significato particolare. O forse ce l’avevano, ma lui non era in grado di capirlo. Forse non era ancora in grado di capirlo. E non lo voleva neppure. Per adesso gli bastava che gli servissero a vivere, ad avere un ordine. Una disciplina di cui farsi schiavo, senza pretese. Un qualcosa che lo facesse andare avanti. La sera, invece, quando non poteva lavorare e doveva fermarsi, non aveva altro sistema che tormentarsi la mano. Quella piccola ferita cui non dava modo di rimarginarsi. Da un paio di settimane era stato costretto a bendarsi, il taglio esasperato aveva fatto infezione. Forse non gli restava che l’ospedale.
Ecco. Forse le regole erano come una diga, misera. Misera come lui. Si sentiva così misero. Avvertiva che le onde che si stavano gonfiando, sapeva che sarebbero arrivate. Si stavano formando là, lontano, dove il suo occhio non poteva arrivare. Ma la sua meritata sapienza, quella sì, che lo sapeva. Da quel mare contro cui non poteva nulla, qualche maroso si stava alzando per venire a prenderlo, a cercare di soffocarlo. E lui se ne sarebbe stato lì, senza invocare pietà, inzuppato d’acqua, sbattuto tra le rocce, come se quel boia lo punisse. E infatti non c’era alcuna confessione da estorcere, ma il semplice espiare.
Abitava appena fuori del paese, in una delle poche case che chiudevano la periferia. La strada gli passava davanti e poi si allungava verso il Nord, seguendo il contorno delle spiagge. Ogni tanto andava in paese a mangiare al piccolo locale, l’unico, o semplicemente a bere della birra. Non parlava molto, e il fatto che fosse straniero aiutava. Ad un quarto d’ora di strada c’era invece il traghetto per la città, dove aveva trovato lavoro. Lo scorso inverno era stato quasi insopportabile. Aveva avuto la tentazione di tornare, quando l’aria aveva ripreso tepore ed il sole una specie di forza.
Il sentimento della fine era un serpente. Un serpente muscoloso, aggrovigliato al centro dello stomaco, che si torceva fin dentro alle sue braccia. Non si poteva vomitarlo, quel grumo di disgusto; le cose finivano, per colpa di qualcuno o forse di nessuno e non si poteva più fare nulla. Non bastava neanche guardarle come fossero fotografie in un album di ricordi perché non davano nessun succo, non avevano linfa, e invece avrebbero dovuto essere acqua e morbido limo. Erano fotogrammi e figure che arrivavano, specialmente la sera, colorate, come pellicole che il tempo bruciava e scioglieva tra le mani. Non restava niente.
Se doveva riconoscersi una colpa era quella di essersi guardato dentro; non avrebbe dovuto farlo; nessuno ne avrebbe patito, di quella sua cecità; e invece, quello che aveva tirato fuori, dalle quinte del suo teatrino, non era piaciuto al pubblico, era stata la fine. Lei ne era morta. E lui ne era morto, al contempo. Ogni passo dell’inarrestabile delirio seguito alla sua confessione lo avevano vissuto entrambi. Era bravo, ad immaginare, era la cosa che aveva fatto di più, in tutta la sua vita; perciò aveva sentito tutto, la disperazione di lei, la rabbia, e soprattutto la maledetta impotenza. Era un precipitare disperato e senza senso, un disgusto che si apriva come un serpente dal centro dello stomaco fino a divorare ogni confine.
La sera non andava mai in paese, tantomeno in città. Passava il tempo libero a ripassare di blu le assi delle pareti esterne della casa, e, quando diventava troppo scuro per proseguire, si rinchiudeva coi suoi pensieri. Arrivavano come immagini di un filmino sbiadito, di una pellicola troppo vecchia, quasi stesse per dissolversi da un momento all’altro. Quando facevano troppo male si scopriva una ferita della mano fino a farla di nuovo sanguinare. Se l’era fatta quando s’erano lasciati, e da allora la teneva in vita. Sentire, sentirla dentro, quella fine, era stato troppo. Quella fine aveva segnato tutto il resto, perché da quel momento aveva capito che ogni cosa sarebbe finita allo stesso modo. Con un grumo di disgusto per l’insensatezza e l’impotenza per l’amore, che non si conserva.
Da allora se n’era andato lontano, più lontano. Non era nemmeno un’idea. Era un annaspare, quello di un uomo sommerso dall’acqua, che non sappia più che fare, e muove le braccia senza accorgersene, senza sapere quanto possa valere, quanto senso abbia il suo balletto. Non voleva iniziare più nulla, perché sapeva che il prezzo sarebbe stato troppo alto, per chi inizia qualcosa. Così, dipingere una casa di blu e non tenere oggetti di plastica in casa gli era sembrata una routine sufficiente. Non voleva causare altri lutti, e la cosa migliore da farsi era rinchiudersi da qualche parte. Bastava così poco ad essere la speranza di qualcuno, a dare ai suoi giorni la forma di un delfino che scivola e scivola ancora, lucido, splendente.
Bastava così poco, certo, ma lui non ne era capace. Nessun delfino, poche onde, in genere calma piatta. Forse era per questo che era finita con lei? Eppure, in altri tempi, era stato forte, pieno di vita, un vincente, o così almeno credeva. Ma credere senza certezze è un errore, e infatti le certezze le aveva smarrite per strada. O in qualche solaio, forse. Oppure nella ferita, che aveva sostituito altre ferite, più gravi. D’altro canto, cos’è la solitudine? Un ripiego? La ritirata di un guerriero che ha perso l’ultima battaglia? Magari una scelta voluta, a livello inconscio. Come dicevano i romani? Cupio dissolvi.
Ecco, gli sarebbe piaciuto avere un’amica, non per confidarsi troppo – ciò è pericoloso -, piuttosto per ascoltarla, per aiutarla, se necessario. Odiava le previsioni del tempo, sempre sbagliate. Odiava se stesso? Quasi sempre, tranne quando si occupava della casa blu.
Quella era sua. Nessuno avrebbe potuto togliergliela. Mentre lavorava, trovava uno scopo, peraltro effimero, e lo sapeva. Immagini pulsanti, spesso false, a volte vere, e queste erano le peggiori.
Gli capitava di pensare: oh, ha fatto bene a fuggire lontano da me. Non sono un uomo degno… degno di cosa? E perché? Detestava gli oggetti di plastica, le donne stupide, invadenti e brutte. Aveva un ideale di bellezza, fatta di armonia, intelligenza, spirito pronto, il trucco blu a valorizzare gli occhi. Come la casa. Come certi sogni, quelli che svaniscono all’alba, lasciando al risveglio un sapore di fiele in bocca. Poi un caffé. Una passeggiata fino all’unico locale? Oggi, sì. Due birre.
Lo specchio posto dietro al bancone gli rimandò la sua immagine. La accolse con indifferenza. Un nodo allo stomaco. Strani ricordi lontani. Il gioco del pallone, il profumo di maggio, i libri che un tempo, ormai lontano, remoto, perso, aveva amato fino a intossicarsi di Camus. Ah, sì. L’incipit de “Lo straniero”. Forte, nella sua dura schiettezza.
Rincasò, meditando su quello che non esiste. L’amore? Vale per i poeti. La verità è diversa: assomiglia di più a un romanzo di Stephen King. Chissà se ha smesso di bere? Scrollò le spalle. Che mi importa? Camminava e non c’era vento, non c’era sole, non c’era niente per cui fosse importante vivere. Illusioni. Questa è la vita, confermò a se stesso. Poi si fermò.
La casa blu era lì.
Lo aspettava.
Avrebbe fatto qualche nuovo ritocco.
Lo avrebbe ammirato.
E dopo si sarebbe steso sul letto.
Non cercava più risposte, non aveva nemmeno domande a essere sinceri.
Forse… una luce diversa. Suoni differenti.
Ma, no!
Apatia.
Il nulla.
Meglio. Molto meglio.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: