Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for luglio 2017

La riunione si prolungò, e per Aidan arrivarono altri caffè. Rispose a nuove domande, ne lasciò cadere alcune, spiegò che soltanto a posteriori aveva appreso l’identità del criminale responsabile di ciò che era accaduto a Giulia. Dopo aver fissato un nuovo appuntamento, uscì dal bar e si eclissò nella notte. A bordo della moto, andò a Lecco, dove prese alloggio in un vecchio albergo prospiciente il lago. Dalla camera scrutò le acque scure, sulle quali si riversava la pioggia, mentre in cielo i lampi si rincorrevano. Da lì Consonno, ugualmente bersagliata dal maltempo, era invisibile, sebbene fosse poco distante: ma Aidan sapeva perfettamente dove si trovava.
Rimase immobile a guardare il lago, immerso in profonde riflessioni.

Trascorsero due giorni, in cui non successe alcunché di significativo; al termine del secondo, verso l’imbrunire, una nebbia quasi autunnale si era impossessata del panorama circostante. Un uomo, abbigliato in maniera inadeguata al tempo, percorreva a piedi il viottolo che conduceva all’entrata principale di un fabbricato. La struttura era situata nel verde di una conca, ciò nonostante aveva un aspetto vagamente sinistro.
L’uomo era spaventato e ansioso. Era anche in parte stizzito, nonché stanco a causa del lungo viaggio in treno che lo aveva portato a intraprendere una missione per lui odiosa.
Lo spavento nasceva dall’orribile morte di Luca Barbenni. E se in qualche modo avesse deluso il suo Padrone? Gli sarebbe toccata un’identica sorte, e non era per nulla una prospettiva piacevole. L’ansia derivava da quello che stava per fare: molte cose potevano andare storte, non ultima che qualche poliziotto si mettesse sulle sue tracce. Di lì a un’ora avrebbe preso il treno per il rientro e, se informati da un infermiere di ciò che aveva fatto, lo avessero atteso alla stazione? La stizza era dovuta alla promessa di un piacevole incontro con un ragazzino, che era stato rimandato. Prima, doveva portare a termine quanto gli era stato ordinato di fare (con questo non metteva in dubbio che la promessa sarebbe stata mantenuta, però avrebbe preferito anticipare i tempi). La missione, infine, era odiosa: gli piacevano i bambini, ma non era un assassino.
Seguendo le istruzioni ricevute, girò intorno all’edificio. Il terreno era umido per via della pioggia caduta in abbondanza nelle prime ore del pomeriggio. Un prato separava l’altro lato della costruzione da un piccolo bosco; ai margini del prato c’era una vasca di pesci rossi (senza pesci) e sulla sinistra del bosco un orto che aveva conosciuto tempi migliori. Oltrepassò la porta di servizio e qualche metro più avanti trovò – come da indicazioni – un’altra entrata, accanto a una catasta di legnami. Non era chiusa a chiave, la aprì senza problemi. C’era un corridoio, lungo e buio. In fondo, una porticina immetteva nel locale caldaie, oltre a questo una scala portava ai piani superiori. I gradini necessitavano di un buon lavoro di manutenzione, sembravano sul punto di rompersi da un momento all’altro. Con circospezione Stradilasi li affrontò per giungere a un’ulteriore porta. Ed ecco il reparto che cercava. Si guardò attorno: non vide nessuno. I pazienti avevano già cenato e ora si apprestavano a dormire oppure a causare problemi, a seconda dei casi. Stradilasi individuò la stanza che cercava ed entrò. Era una singola perché qualcuno pagava la differenza per lei; Stradilasi ignorava chi fosse, ma L’Uomo Nero lo sapeva. A quanto pareva, sapeva tutto.
Una sola luce era accesa.
La donna giaceva supina sul letto, lo sguardo assente rivolto al soffitto. Il vassoio con i resti della cena – in realtà, la gran parte della cena – era rimasto sul comodino; evidentemente l’infermiera o chi per essa aveva iniziato a sbarazzare, tuttavia senza completare l’opera. Le ragioni potevano essere svariate: noia, pigrizia, una chiamata improvvisa. Ciò significava che presto sarebbe tornata, quindi bisognava far presto.
Stradilasi tirò fuori da una tasca la siringa preparata da Flagg.
Gli sembrò pesantissima… una tonnellata e forse più.
In bocca sentiva un sapore viscido, qualcosa di molto più che sgradevole, e a un tratto si accorse che sudava. Brandì la siringa come fosse un’arma, e in effetti lo era, ma si bloccò quando fu vicina al braccio scoperto della sua vittima. Gli tremavano le mani. Non posso, si disse. Non posso farlo. Poi pensò all’Uomo Nero.
Mi perdonerà. Capirà.
No. Non avrebbe capito e non lo avrebbe perdonato. Sotto questi aspetti ormai lo conosceva bene; a sufficienza, comunque, per escludere a priori ogni parvenza, sia pur minima, di comprensione. Flagg non ammetteva la disobbedienza, non accettava gli errori, non stava ad ascoltare le giustificazioni.
Stradilasi rimase fermo a fissare la donna, la mano che stringeva la siringa tremante, il sudore copioso, benché nella camera non facesse affatto caldo.

Paola uscì di casa per sbrigare una commissione. Era tardi e forse avrebbe trovato la lavanderia già chiusa. Niente vestito a fiori: sua madre avrebbe dovuto svegliarsi prima, e in ogni caso quell’abito non le donava; lo avrebbe indossato l’indomani l’altro.
Era stata una bella giornata di sole, priva d’afa, e adesso la sera calava come un incantesimo, preannunciando una notte scintillante di stelle. Incrociò alcuni ragazzini diretti al campo di calcio; la conoscevano e la salutarono con entusiasmo.
La lavanderia era chiusa. Paola girò sul retro e suonò il campanello di una casa confinante con l’esercizio. Lì abitava Sabrina, la simpatica proprietaria. La donna si affacciò alla finestra, dischiudendo le labbra in un sorriso che l’avrebbe resa molto attraente, non fosse stato per i denti da cavallo. Seguì uno scambio di battute scherzose. “Spedisco giù mio marito.”, dichiarò infine Sabrina. La frase suscitò ilarità in chi l’aveva pronunciata e in chi l’aveva ascoltata, ma se Sabrina rideva di gusto, non altrettanto si sarebbe potuto dire di Paola che la imitava per una forma di cortesia.
Di punto in bianco, infatti, e non per la prima volta durante le ultime settimane, era stata raggiunta dall’immagine dell’Uomo Nero, così come se la figurava (e c’era una differenza rispetto ai sogni, benché lei stessa non avrebbe saputo spiegarsene il motivo). Mentre rideva, o più esattamente fingeva di farlo, aveva poi pensato a Luca Barbenni e alla sua tragica fine. Davanti alla morte, non esistevano antipatia e disprezzo; questo, almeno, era il suo convincimento. Il pensiero successivo fu rivolto al forestiero, Aidan. Per assonanza, si concentrò su Attilio. Non aveva mai ritenuto di amarlo, amarlo veramente come facevano le eroine dei libri che leggeva o le protagoniste di certi film; adesso, però, si rendeva conto che non provava più nulla per lui, se non uno sbiadito affetto. Paragonato allo sconosciuto cavaliere errante – in questo modo considerava Aidan – egli scompariva. Attilio era un bravo ragazzo, di indole gentile; non aveva mai preteso ciò che lei non intendeva dargli, solo qualche tentativo di andare oltre, pronto a ritrarsi a seguito di una sua occhiata severa. Un amico. Un buon amico. Gli augurava una fidanzata meno complicata. Aidan era qualcosa d’altro. Ma chi era veramente? Aveva evitato di rispondere a una domanda relativa al bastone cui si appoggiava per camminare. Disponeva di poteri… magici, come aveva fatto notare Berisha. Tuttavia era un argomento sul quale preferiva sorvolare.
Era talmente assorta che non si accorse della presenza di Guido, il marito di Sabrina, se non quando si sentì toccare un braccio. “Non ti avrò spaventata!”, commentò, vedendola sobbalzare. Lei gli sorrise. Era un uomo gioviale, forse un po’ troppo gioviale quando esagerava con il vino. Sempre meglio di quelli che diventavano rissosi e violenti. Estrasse una grossa chiave da una tasca dei pantaloni, armeggiò con la serratura e finalmente riuscì a entrare dalla porta sul retro. Il vestito era pronto, lo prese e confezionò un pacco con movimenti laboriosi, quindi lo porse alla giovane. “Questa sera, risotto con i funghi e pollo alla cacciatora!”, dichiarò soddisfatto. “I funghi li ho trovati io, di mattina presto. Sono andato fino in Svizzera, c’è un posto speciale che pochi conoscono, però guai a tardare, altrimenti qualcuno li fa sparire e tu rimani a bocca asciutta. Il momento migliore è poco dopo l’alba. Non che mi piaccia svegliarmi con il buio, ma ne valeva la pena. L’importante è non farsi beccare, non ci mettono niente a sbatterti dentro! Alla frontiera bisogna nasconderli bene. Ti va un calice di rosso?” Dall’alito e dalla raffica di parole Paola arguì che era già sulla buona strada di una bella sbronza; declinò l’offerta, ringraziandolo, e, dopo aver salutato Sabrina che era ancora alla finestra, intraprese il cammino di ritorno. Intanto, continuava a pensare al “cavaliere errante”.
I sogni muoiono all’alba o al tramonto? Paola scrollò le spalle. Era un interrogativo stupido. Semplicemente, non bisognerebbe sognare, perdersi in fantasticherie inutili. Presto o tardi, Aidan sarebbe ripartito e lei non lo avrebbe più visto. La vita non è una soap opera, concluse acidamente. Svegliati, ragazza!

Mentre Paola si avviava verso casa e Stradilasi esitava davanti al letto della stanza numero quattordici, Berisha fissava cupamente la casa dove aveva vissuto il professor Brendeen Reed. Si era recato a Erba per acquistare alcuni prodotti che servivano per intrecciare cesti di vimini e, portata a termine l’incombenza, aveva intrapreso quel pellegrinaggio forse privo di senso.
La serata, tiepida e piacevole, non migliorava il suo umore. Era scontento per varie ragioni. Innanzi tutto, non amava ciò che non capiva, e la morte di Luca Barbenni gli appariva assurda, al limite della fantascienza. Quando mai gli uccelli – questa era la versione ufficiale – assalivano gli esseri umani? Se Aidan ne conosceva il motivo, dalla sua bocca non era trapelata una parola.
Poi, lo stesso Aidan, con tutti i suoi misteri, le allusioni, i concetti spesso espressi in modo oscuro, la ritrosia nell’affrontare determinati argomenti. Era lì per aiutarli, questo sì, ma si comportava in maniera strana; a volte sembrava che li considerasse – lui, Paola, Vale – come fossero dei bambini. D’accordo, Vale lo era, però era l’unico. In ultimo, non si era attenuato il dolore causato dalla dipartita del professore americano. E le visioni? E i dannati sogni? Ulteriori tasselli di un puzzle stravagante. A giorni alterni il puzzle assumeva significati diversi.
Naturalmente non aveva sentito le esternazioni, dettate dal vino, di Guido, e quindi i riferimenti alla verde Svizzera: in caso contrario, la sua sorpresa sarebbe stata grande. Quasi evocata dal racconto di funghi, all’improvviso comparve la vecchia megera, appunto di nazionalità elvetica. Lo stava osservando da qualche minuto, senza che lui se ne fosse accorto; ora si era fatta avanti.
Come tutti in paese, Berisha la conosceva solo di vista, non si erano mai parlati e, se possibile, egli la evitava. In lei ravvisava un’aura sinistra, simile a una nube scura in una giornata altrimenti bella. Emanava vibrazioni negative che, unite al suo aspetto, facevano pensare che fosse una strega. Trascorreva il tempo girando per vie e piazze, borbottando frasi incomprensibili. Adesso lo guardava, lo scandagliava con gli occhietti maligni. A dispetto del clima estivo, indossava indumenti pesanti e, in palese contraddizione, si faceva aria con un ventaglio dall’aria pretenziosa. Le scarpe, tuttavia, erano logore e i vestiti dimessi. Con la mano sinistra reggeva una sporta, tenendo libera la destra per agitare il ventaglio.
Parlò a voce bassa, guardandosi alle spalle come se temesse di essere spiata. Un italiano avrebbe notato la classica cadenza ticinese, non Berisha, dato che essendo straniero non era in grado di cogliere sfumature e inflessioni, sebbene si esprimesse più che correttamente nella lingua del Paese d’adozione. Il giovane le lesse sul viso debolezza e paura. E c’era dell’altro: un senso di inquietudine, una parvenza di trattenuto rimorso, l’idea che il mondo fosse andato avanti, lasciandola, suo malgrado, indietro. Tutto questo colse nel breve spazio di pochi secondi, poi si limitò ad ascoltare.
Era stata costretta, lei disse. Era stata costretta a entrare in un ingranaggio perverso, contro la sua volontà, contro i suoi sentimenti. Aveva lasciato la Svizzera a causa di certi eventi, aggiunse senza specificare quali. Si era trasferita lì, nell’appartamentino che aveva in affitto al confine con Arosio in seguito a un’inserzione apparsa sul Corriere del Ticino. Trascorreva serenamente gli ultimi anni, esclusi gli acciacchi dovuti all’età avanzata; le piaceva camminare, respirare aria buona, osservare colline e montagne. Forse non era molto, continuò seguendo un filo che a Berisha parve quantomeno contorto, ma per lei andava bene. Si accontentava. Aveva dimenticato certi peccatucci commessi quando era ancora giovane, li aveva proprio rimossi, perciò era come se Dio l’avesse assolta (un ragionamento che Berisha accolse con scetticismo). Ma un brutto giorno aveva incontrato Lui, preferiva non pronunciare quel nome, ed era stata incaricata di una missione. Era una cosa semplice, le aveva detto per rassicurarla, facile come bere un bicchier d’acqua. In realtà non doveva fare nulla in prima persona, soltanto fungere da tramite. Le era stato fornito un indirizzo – questa casa! – e un nome. “Vai lì”, le aveva ordinato, “e aspetta di vedere quell’uomo in faccia. Il resto, accadrà per mezzo mio.” Quanto era fredda quella voce! Gelida, da ghiacciare il sangue nelle vene. Lei aveva obbedito, non poteva opporsi, anche se lo avrebbe tanto voluto.
Finita la confessione, o quello che era, fissò Berisha con aria ansiosa, quasi si aspettasse una nuova assoluzione.

Annunci

Read Full Post »

Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e quindi spedì il manoscritto a sei differenti Case Editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro tra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili era pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca; rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

Read Full Post »

Un vecchio transitò davanti al bar. Era noto in paese perché defecava sui sacchi della spazzatura come forma di protesta nei confronti dell’amministrazione comunale e degli operatori ecologici che si ostinavano a raccogliere l’immondizia ben dopo la mezzanotte, disturbando così il suo sonno. Non esistevano prove certe al riguardo, ma tutti lo sapevano.

All’interno del bar, Aidan disse: “All’epoca Flagg aveva un altro nome, che qui non voglio ricordare. Non so se a quel tempo era già cattivo come oggi, probabilmente sì poiché spesso la malvagità è congenita, e comunque i fatti lo dimostrano; può anche essere che fu un rifiuto che non accettava a portare a galla una perfidia latente. Quello che è sicuro è che gli piaceva una ragazza. Però, non aveva speranze. La ragazza, Giulia, amava un altro. Flagg non si rassegnò. Se non poteva averla, allora l’avrebbe punita. La banalità del male! Un giorno la seguì e, prendendola di sorpresa, la tramortì. Io fui avvisato, non importa da chi. Quando la trovai, ai margini di un bosco dove le piaceva passeggiare, era nuda, legata per terra a quattro paletti fissati al suolo in mezzo a ciuffi d’erba rinsecchiti, con le gambe divaricate. Aveva lo sguardo rivolto al cielo, però dubito che riuscisse a vedere. Era piena estate ed era rimasta esposta al sole per diverse ore; portava i segni di brutte scottature. Era disidratata. Poi mi accorsi del cane. Si era momentaneamente allontanato per masticare in disparte. Quando si avvide della mia presenza cominciò a ringhiare. Non so se aveva la rabbia (alla luce del comportamento successivo, lo escluderei), certo aveva l’aria feroce, ma non fu questo a spaventarmi. Stava mangiando un pezzo di carne; per iniziare il banchetto aveva scelto il più grosso, ma altri brandelli erano stati disposti sul ventre di Giulia e un filamento sporgeva da più sotto. E c’era dell’altro: formiche! Formiche in quantità.”
“Nella vagina!”, esclamò Berisha.
Aidan annuì. “La carne sì, le formiche per fortuna non ancora. Notai tracce di sangue sulle cosce: significava che, mentre arraffava il cibo, il cane l’aveva morsa. Prima di soccorrerla, dovevo levarlo di torno. Aveva il pelo ritto, ringhiava. Però rinunciò a combattere, si dileguò, e io potei tornare da Giulia. La sensazione era che stesse per morire.”
Man mano che Aidan procedeva ogni scintilla di vita sembrò scomparire dai suoi occhi. La bocca non aveva preso la piega amara che forse era lecito attendersi, dato il tenore del racconto, e il viso non rifletteva né turbamento, né dolore, né rimpianto. La voce risuonava fredda, impersonale. Ma le parole erano tremende. Paola avrebbe ascoltato il resto con un senso crescente di sgomento. Per lei sarebbe stato come precipitare in un incubo, dentro a un inferno senza ritorno.
“Fu allora che vidi Flagg. Osservava la scena con un ghigno soddisfatto. Il cane non l’aveva mandato lui; sono cose che può fare adesso, dominare lupi, corvi, topi, o forse addirittura prenderne le sembianze; a quell’epoca, invece, era solo uno stolto. In lui ogni residuo di umanità è definitivamente scomparso, e con esso i limiti dovuti al fatto che era stato uno studente meno che mediocre, nonché l’interesse per le donne: ma in quel caldo pomeriggio era lontano da tutto questo. Dal suo sorriso compiaciuto compresi che era lui il responsabile. Quando si accorse che lo avevo notato, e che avevo capito, scappò. Avrei voluto denunciarlo alla polizia,” – Aidan ordinò un caffè – “consideravo doveroso farlo. Mi fu ordinato di soprassedere. Benché fossi perplesso, e non ne afferrassi il motivo, obbedii, seppure a malincuore, perché questo è il mio dovere. “Loro” non si pongono questioni morali – la morale è un concetto molto relativo, e può essere intesa in un modo o nell’altro, a seconda di chi prende in esame un dato fatto -; loro guardano a un concetto di etica che sfugge a ciò che si potrebbe chiamare realtà quotidiana. Consideravano inutile e riduttiva una semplice denuncia. La lotta tra Bene e Male non si gioca nei tribunali, perciò aspettavano e vigilavano, in attesa di vedere se Flagg era destinato a crescere. In tal senso, esisteva un forte sospetto, tuttavia non la certezza. In seguito, fui incaricato di seguire le sue mosse; ma mi è sempre sfuggito… fino a oggi.”

Nel frattempo il vecchio pensò che urinare davanti al bar fosse una buona idea; detto e fatto. Solo che il getto di urina finì sulle scarpe da ginnastica nuove di Luca Barbenni, uscito in quel momento dal locale. Barbenni non gradì. Seguì uno scambio di insulti che presto degenerò in una rissa bella e buona. Il vecchio era vecchio, e Barbenni giovane, ma le vie del Signore (forse di Satana, nel presente caso) sono notoriamente infinite e le cose andarono in modo diverso da quanto si sarebbe potuto prevedere. Colpito al mento da un pugno abbastanza forte, Luca vacillò per poi prendere la strada di casa, in preda allo schock.
A metà percorso udì il verso di un corvo.
Non ci badò.

Vale non seppe trattenere la curiosità. “I suoi poteri?”, chiese. “Intendo i poteri dell’Uomo Nero. Come è successo? In tutti i libri dell’orrore e nei giornalini che ho letto i cattivi li hanno da sempre.” Ricordava bene quelle storie, alle volte un po’ superficiali, in altri casi molto avvincenti, ed era sicuro di avere ragione. Quindi?
“Non stiamo parlando di fumetti e neppure di romanzi gotici.”, rispose Aidan con calma. “E comunque anche in quel campo ci sono delle eccezioni. Ad esempio, Dracula. Vlad era stato un valoroso comandante, passò alle forze delle tenebre a causa della morte di Elisabeta, la sua sposa; prima non si era dimostrato provvisto di poteri magici. Come e perché Flagg acquisì quei poteri, quella magia della quale dispone oggi, è una cosa di cui in pochissimi sono a conoscenza, e io non rientro fra costoro. D’altra parte, questo è irrilevante. Quello che posso dire è che quel giorno non si erano ancora manifestati.”
“E lei come li ha ottenuti?”, lo interruppe Berisha. “E’ ovvio che li possiede: ha individuato un servitore del Nemico, almeno così sembra, e sa di Neil Young.” In lui ammirazione e irritazione si mescolavano come due ingredienti diversi e dal sapore opposto, alla base di un cocktail dal gusto strano. “E chi sarebbero questi loro?”
“E’ una lunga storia.”, disse Aidan, scostando la tazzina del caffè.
A Paola interessava la sfera personale. “E Giulia?”, domandò.
“Non si è più riavuta. Attualmente è ricoverata in una struttura che si occupa di casi come il suo. Non parla più e non è in grado di mangiare da sola. L’ultima volta che l’ho vista non mi ha riconosciuto (non che fosse una novità), era lontana, assente.”
“Era lei l’uomo che amava?”, volle sapere Paola. Aveva le lacrime agli occhi.
Aidan non rispose subito. Sembrava perso in un mondo remoto. Infine, chinò il capo in un cenno affermativo.
Paola rimase sconcertata per via del suo sguardo privo di espressione.

Sebbene fosse entusiasta del suo nuovo mezzo di trasporto, Luca Barbenni aveva lasciato la moto, affidandosi alle gambe. C’era una ragione: quella sera avrebbe “corteggiato” Paola, offrendosi di riaccompagnarla a casa, per poi trascinarla dentro il portone di una villetta abbandonata, situata in una zona vietata al traffico motorizzato. Rappresentava una buona scelta; i vicini erano partiti per le vacanze e le altre abitazioni erano a distanza di sicurezza. Dunque, il posto era sufficientemente isolato.
Queste erano le istruzioni dell’Uomo Nero (e il suo sogno proibito). Il diavolo, però, fa le pentole ma non i coperchi. La zuffa con il vecchio pazzo lo aveva sconvolto e si era dimenticato tutto. Mentre camminava strascicando i piedi ansimava, traendo rauchi respiri affannati. Era anche umiliato: prenderle da un vecchio! D’accordo che non aveva mai riportato la meglio nelle baruffe con i coetanei (e aveva rischiato grosso quando Pink e i suoi compari lo avevano scoperto intento a masturbarsi), ma dopo quello che era accaduto fuori dal bar aveva sentito il suo ego precipitare da un grattacielo di venti piani, ne era uscito a pezzi come un vaso di porcellana scaraventato sul pavimento.
Barbenni non aveva tenuto conto di due cose, entrambe importanti. La prima, che Randall Flagg non amava vedere disattese le sue direttive. La seconda, che dal rifugio di Consonno poteva vedere ciò che lui stava facendo, cioè nulla tranne rincasare muovendosi in maniera goffa. C’era anche dell’altro: Flagg non era incline alla pazienza. Questo portava a una conseguenza. Meno intelligente di Stradilasi, Luca Barbenni non aveva preso in considerazione questa eventualità. Superficiale e mentalmente limitato, non si era neppure chiesto in che modo Flagg aveva scoperto dove si sarebbe recata Paola quella sera. E la prospettiva di una punizione non l’aveva sfiorato. Un grave errore.
Si soffermò davanti al viale che conduceva alla chiesa e osservò gli alberi disposti ordinatamente ai lati. Il luogo di culto si stagliava contro il cielo scuro come una presenza ammonitrice. Una specie di presagio – un presagio di sventura – emerse da qualche buio anfratto del suo cervello. Fu questione di un attimo e si dissolse, come nebbia al sorgere del sole. Dopotutto l’Uomo Nero era a Consonno, posto che il presagio riguardasse lui (ma perché, poi?), al di là delle montagne: venti minuti buoni in macchina, quindici su una moto. Riprese il cammino, tornando con il pensiero all’assurda rissa e al vecchio squilibrato. Che pisciasse sui rifiuti, pensò stizzito. Sbuffando, affrontò un tratto in salita.
Il corvo calò all’improvviso su di lui, implacabile e micidiale come un caccia che si avventa su una nave. Puntò agli occhi. Barbenni se ne accorse soltanto quando il dolore esplose, un male di così terribile intensità quale non aveva mai provato in vita sua. Agitò invano le braccia. A nulla servì scuotere disperatamente la testa. Il corvo passò dall’occhio sinistro a quello destro. Barbenni urlò; in realtà, tentò di farlo, ma dalla bocca spalancata non uscì alcun suono. Un secondo urlo venne soffocato dal rumore di un’automobile che arrancava faticosamente, con guai alla marmitta. Il conducente non notò il giovane ridotto a una marionetta, i cui fili sembravano  mossi da un marionettista ubriaco.
Il corvo continuò a banchettare.

In quel momento Aidan si interruppe a metà di una frase. Distolse lo sguardo dal tavolo, fissandolo su una delle pareti del locale. “Quell’uomo. Quel ragazzo.”, poi disse. “Il servo di Flagg… non è più fra noi.”

Read Full Post »

Il fatto che in genere le donne non siano trattate troppo bene nei romanzi, questo almeno a mio parere, non credo che dipenda solo dalla misoginia più o meno conscia degli autori maschi; il “gentil sesso” ha saputo fare anche di peggio. Però, tale componente esiste ed è inutile negarlo.
Qui di seguito vi propongo una breve carrellata di figure femminili.
E’ difficile trovare un personaggio più antipatico di Fran, protagonista, anzi eroina a detta dell’autore, del romanzo The Stand (L’Ombra dello Scorpione) di Stephen King. Ride senza motivo, piange senza motivo, sviene senza motivo, e con il procedere della storia diventa supponente, arrogante e possessiva nella accezione meno lusinghiera del termine, riuscendo nella difficile impresa di rendere antipatico anche Stuart Redman quando costui si lega a lei; in precedenza, Stu mi piaceva molto. I personaggi più riusciti del libro sono Nick, il ragazzo sordomuto, e Pattume… guarda caso, maschi. Per contro, King ha saputo dar vita a una protagonista formidabile, Annie Wilkes, in Misery (straordinaria è stata l’interpretazione di Kathy Bates nella trasposizione cinematografica del romanzo, e meritatissimo il premio Oscar). Penso che la grande differenza con la quale Stephen King traccia i due ritratti femminili derivi dalla sua incapacità di capire le donne, e infatti l’infermiera pazza rappresenta un caso atipico, fuori dagli schemi e dalla razionalità.
Un altro esempio di caratterizzazioni diversissime fra loro è fornito da Dostoevskij. La Lisa de I Demoni rappresenta tutto quello che in una donna non mi piace; è meschina e vanitosa, nonché oltremodo superficiale. Viceversa, in Sonja di Delitto e Castigo troviamo una rappresentazione splendida di una prostituta (per necessità) che assurge quasi al ruolo di angelo; notevole pure la figura di Katherina, moglie di Marmeladov, malata e infine destinata alla pazzia. Qui mi sfuggono le spiegazioni. Per inciso, il monologo di Marmeladov, nei primissimi capitoli, raggiunge le vette più elevate della narrativa di tutti i tempi.
A proposito di mogli, la consorte del poliziotto Claude Lebel (Il giorno dello Sciacallo di Frederick Forsyth) è notevole in quanto non appare mai; sappiamo soltanto che alla fine del libro redarguirà il marito, a causa delle sue assenze (dovute all’indagine che ha brillantemente condotto).
Anche J.R.R. Tolkien ci riserva due personaggi di differente levatura: scontata e stereotipata risulta Arwen, la principessa elfica (nel film, Liv Tyler); vera eroina, amareggiata e tuttavia fiera, la fanciulla di Rohan, Eowyn. Quando lessi per la prima volta Il Signore degli Anelli pensai esattamente le stesse cose (a Londra, in un eccesso di ottimismo acquistai l’edizione in inglese, ma con scarso successo, per via della mia mediocre conoscenza della lingua di Shakespeare).
Fabio Genovesi in Chi manda le onde ha creato una figura davvero notevole, quella di Serena, anfibi ai piedi e grande carattere. Un’italiana con i fiocchi (esistono, esistono, credetemi).
Di scarsa rilevanza nell’economia della vicenda, però di forte impatto sul piano narrativo risulta “la Ostrakova” (Tutti gli uomini di Smiley di John Le Carre’).
Zero alla N, il libro di Martita Fardin, ci offre personaggi femminili sempre di spessore: Martina, una specie di dea perversa, Baby Boom, il fascino del nulla, Lady Marija, sul crinale che conduce agli abissi della tossicodipendenza. In quello che scrive Fardin si denota un’ampia capacità di analisi psicologica. Merita sentiti elogi.
Pessimo è il trattamento riservato da Flaubert a Emma Bovary, io non riesco proprio a parteggiare per lei; ambigua con tendenza al negativo appare Inge Lohmark (Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky). Sebbene L’Orma del Califfo di Wilbur Smith sia un romanzo abbastanza avvincente, benché non all’altezza della saga dei Courtney, la baronessa Magda Altmann scade nel ridicolo in numerose scene di comicità involontaria. Stendo un velo pietoso sui profili femminili di James Patterson, noto per delegare a giovani scrittori la stesura dei suoi libri. Lui si limita a correggere, della serie: ecco l’imprenditore.
Anna Karenina (Tolstoj) non riesce a convincermi; e la moglie di Jack Ryan (Tom Clancy) è semplicemente detestabile… sì, lo so che metto insieme scrittori di narrativa popolare e autori passati alla storia: lo considero divertente, quantomeno per i miei canoni di (dubbio) umorismo. E poi, tutto sommato, sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano. Quello che conta è la capacità di arrivare al cuore, e passando alla musica i Jefferson Airplane, i Grateful Dead, i Doors mi emozionano più di Verdi o di Bach. Rimanendo nel contesto musicale, Tony Sanchez ha svolto un lavoro egregio nel delineare i caratteri di Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones e Anita Pallenberg (voilà la femme) nel suo Su e giù con i Rolling Stones, un testo importante perché è tutto fuorché un’agiografia: lui ha vissuto con Keith Richards e riporta anche fatti non precisamente educativi.
I miei sono comunque esempi scelti a caso, e scelti tra ciò che mi piace e quanto invece non mi soddisfa. Rimane, sempre a mio modesto giudizio, un quadro che presenta più ombre che luci. Su questo desidero soffermarmi ancora per un momento.
La figura della donna, idealizzata soprattutto nell’ambito della poesia, di una certa poesia, è stata demonizzata in altri campi, credo a partire dal Concilio di Nicea, voluto da un imperatore romano per ragioni politiche, e in misura molto minore per motivi religiosi. Gesù, come appare dalla lettura dei Vangeli, amava e rispettava le donne. Prima di Lui, e del suo Grande messaggio, le donne erano assai importanti nelle culture chiamate pagane, e rientravano nel concetto di culto, a loro dovuto. Nella società celtica rivestivano ruoli importanti quanto quelli degli uomini.
In seguito, le cose sono cambiate sino agli estremi della santa inquisizione con la vergognosa, aberrante caccia alle streghe (un esempio magistrale a questo riguardo è fornito da Ken Follett nel suo miglior libro, Mondo senza fine). Un’interpretazione sicuramente blasfema ma non priva di suggestioni è da rintracciare nella verginità di Maria. Verginità uguale purezza. Sesso uguale peccato. Materiale per gli analisti.
Vi è poi la visione della brava moglie-madre, quella che pulisce, cucina, accudisce figli e marito, magari lavora pure fuori dalle mura domestiche, senza che questo intralci la gestione della famiglia, contrapposta alla depravazione inaccettabile di lesbiche, attiviste politiche (specie se sono di sinistra); per tacere di donne troppo aperte a esperienze sessuali o di chi per ragioni diverse e personali decide di abortire. Altro nutrito materiale per gli analisti. E’ possibile che in un futuro non molto lontano la frequentazione dei cosiddetti strizzacervelli venga prescritta per legge, e forse non sarebbe un male.
In conclusione, il maschilismo è diffuso, e ciò è indipendente dal contesto sociale e spesso anche culturale (vedi Nietzsche), tuttavia il fenomeno, che ho cercato di circoscrivere all’ambito letterario, ha implicazioni ben più vaste, sulle quali non sarebbe certamente sbagliato riflettere.
Anche al giorno d’oggi.

Read Full Post »

« Vedo fontane di sangue,
e dieci milioni di Dune buggy
che scendono dalle montagne.
Bene, ho sentito che Laurel Canyon è piena di famose star
Ma io le odio peggio dei lebbrosi
e le ucciderò nelle loro auto. »
(Revolution Blues – Neil Young)

Berisha scacciò l’ultima immagine, dato che l’aveva evocata lui, razionalmente (be’ non proprio, a dirla tutta), e perciò non era un frutto di magia, e nemmeno una prova delle sue strane facoltà. Era stato un pensiero, comunque, cosciente. “L’entità maligna che da lontano sogghignava” era semplicemente un artificio dettato dal suo cervello o da una parte di esso, la meno affidabile.
Si fermò da Paola, la quale benché stupita accettò di partecipare alla riunione e si incaricò di andare a prendere Vale. Una volta rincasato, Berisha mise a riscaldare uno spezzatino con patate, preparato da sua madre. Tra di loro vigeva un sistema di comunicazioni basato su brevi bigliettini, lasciati sul tavolo della cucina. Lei lavorava come badante presso un’anziana e ricca signora, che abitava in una casa ubicata in un bosco non troppo distante – un tempo era un albergo, rinomatissimo e frequentato da milanesi amanti del sesso a pagamento. Non aveva orari definiti: a volte il suo turno cadeva alla mattina, più spesso al pomeriggio e più spesso ancora alla sera; si alternava con una ragazza romena e una donna ucraina. Suo padre, invece, si trovava a Cantù, in occasione di un torneo di bocce; avrebbe mangiato un panino in loco. Era un operaio sottopagato: recuperava qualche soldo in più sobbarcandosi tutti gli straordinari possibili. In quanto a Berisha, non aveva un impiego fisso, ciò nonostante era forse il più fortunato: lavorava part-time in qualità di aiuto magazziniere presso una ditta di Lurago e saltuariamente dava una mano a un artigiano nel settore del vimine. A causa delle difficoltà di mercato, godeva di una certa flessibilità di orari, ed entrambe le paghe erano decenti. Inoltre, la domenica mattina consegnava i giornali a domicilio. L’anno prima gli era stato offerto un posto di buttafuori in una discoteca di Canzo, un paese appena sopra Erba, sulla strada per Bellagio; Berisha aveva ringraziato, declinando però la proposta perché non trovava solleticante l’idea di cacciare fuori a pedate gli ubriachi. Fatto sta che in Italia il lavoro c’era; quello che mancava ai giovani era la voglia di sgobbare.
Una famiglia unita negli affetti, insomma; non altrettanto si poteva dire riguardo al tempo che trascorrevano assieme. Ma così va la vita. Per contro, non ricordava di avere mai saltato un pasto.
Dopo cena, Berisha si sdraiò sul letto ad ascoltare On The Beach di Neil Young, pensando ai dischi del professor Reed che non avrebbe mai voluto. L’americano era una persona che apprezzava e che ammirava; anche adesso riteneva che non fosse morto per cause naturali. Decise di affrontare l’argomento con Aidan. Non avrebbe augurato la morte a nessuno, probabilmente nemmeno a Charles Manson cui era dedicato il brano di Neil Revolution Blues, ma questo non significava che il mondo fosse giusto: Brendeen Reed non l’aveva meritata, piuttosto i teppisti che lo avevano aggredito… non poteva immaginare che l’Uomo Nero aveva già provveduto in tal senso. Osservando la copertina del CD, che ritraeva l’artista di spalle davanti al mare, fu raggiunto da una considerazione niente affatto nuova: forse “vedeva” Neil Young perché ascoltava la sua musica in continuazione. Ma Travnik allora? E poi, stando sempre alla musica, quante volte aveva macinato The River di Bruce Springsteen?
No. Le ragioni erano altre.
Quando uscì di casa, il sole splendeva ancora nel cielo, ma una lieve brezza mitigava il calore; a est, il tempo sembrava meno bello, le nubi si addensavano come in attesa di scaricare fiumi d’acqua. Mentre si dirigeva verso il bar gli tornarono in mente le parole di Aidan: Non riesce a penetrare nelle tue visioni. Ma chi era Aidan? Un eccentrico, che però la sapeva lunga? Un pazzo squilibrato, provvisto di misteriosi poteri? E si tornava al punto di prima. La sua fisionomia non gli diceva niente… a parte gli occhi, freddi come un blocco di ghiaccio. Lo avrebbe scoperto o, almeno, avrebbe avuto elementi nuovi dopo la riunione. Del resto, si erano conosciuti soltanto quel pomeriggio (e in circostanze del tutto singolari).
Era quasi arrivato quando udì il suono caratteristico di un aereo; gli piaceva e ancor più gli sarebbe piaciuto salirvi sopra, diretto verso isole lontane. Poiché risparmiava ogni singolo euro, prima o poi ci sarebbe riuscito.
Il locale era pressoché deserto, fatta eccezione per una coppia. Berisha arricciò il naso, vedendo i due perduti nella contemplazione dei rispettivi smartphone. A che valeva uscire insieme se non avevano niente da dirsi? Aidan era già lì, e un momento dopo fecero la loro comparsa Paola, in jeans attillati e maglietta rosa shocking, e Vale, che portava gli immancabili occhiali e aveva l’aria di chi, invitato a un party esclusivo, si chiede perché diavolo hanno pensato a lui. Rapide presentazioni e Aidan incominciò a parlare con il suo perfetto accento italiano. Troppo perfetto per essere vero, considerò Berisha.
Mentre concludeva un breve preambolo, nel bar entrò Luca Barbenni. Indossava dei pantaloni tutti sdruciti e, nostante fosse piena estate, una felpa con la scritta Fate un’offerta, Dio vi guarda! Paola non nascose il fastidio. Era un individuo che non finiva di piacerle e già le aveva dato fastidio trovarlo al funerale. D’altro canto, si rendeva conto che era libero di frequentare i locali che preferiva. Barbenni prese posto a un tavolino d’angolo e le indirizzò uno sguardo che lei giudicò libidinoso. Con sommo disgusto fece l’equazione mentale: sguardo da porco uguale masturbazione serale; il disgusto si sarebbe accresciuto qualora fosse stata al corrente delle particolari classifiche che lui stilava. Il fatto di essere quasi sempre ai primi posti non avrebbe cambiato di una virgola la sua repulsione.
Una cameriera assai meno graziosa della ragazza di turno al pomeriggio venne a prendere le ordinazioni. Aidan attese che portasse i gelati, quindi riprese a parlare: finora per Berisha nulla di nuovo sotto il sole. Paola ascoltava attentamente e Vale non si perdeva una sola parola.
“L’uomo Nero esiste.”, ribadì attaccando il gelato. “Eccome! Non è il frutto di incubi provocati da alcolici ingurgitati in dosi eccessive e non è neppure dovuto all’uso di droghe, posto che non vi dedichiate agli acid tests, tipo San Francisco o Londra negli anni della psichedelia. E sicuramente non nasce da idee suggestive ma strampalate, a meno che non pensiate tutti allo stesso modo, un’ipotesi inverosimile.”
Il riferimento alla California colpì Berisha. Evocava i Grateful Dead, e per assonanza la dipartita del professor Brendeen Reed… poi un ricordo curioso balenò nella sua mente: da qualche parte aveva letto che Neil Young era giunto dal Canada guidando un carro funebre, un mezzo di trasporto indubbiamente singolare.
“Perché noi?”, chiese Paola. Il gelato alla fragola era veramente buono, lo sconosciuto forestiero (in fondo, la sua conoscenza si riduceva a un nome) era un uomo attraente, seppure inquietante; al momento, però, era soprattutto spaventata.
“Questo lo ignoro.”, disse Aidan. “Quello che invece so con assoluta certezza è che, se siete finiti nel suo mirino, costituite dei precisi obiettivi.”
“Il professor Reed è stato ucciso.”, interloquì Berisha.
“E’ possibile.”, ammise Aidan. “Ma non è detto che lui voglia necessariamente la vostra morte. Esistono diversi metodi per infliggere dolore e sofferenza. Chi corre il maggior rischio sei tu.”, aggiunse, rivolto a Berisha. “Perché le tue “visioni” sono impenetrabili, cosa che l’Uomo Nero non sopporta.”
All’improvviso, si girò per guardare Luca Barbenni. “Lui è un suo servo.”, commentò in tono ora sommesso. “E gli è stato ordinato di fare qualcosa di molto sgradevole. Forse sei tu, Paola, l’oggetto di queste pessime intenzioni.”
Vale non aveva paura. Era in preda a una sorta di fascinazione. D’accordo, non si trattava di un fumetto dell’orrore o di uno di quei libri che divorava di nascosto, quando non si dedicava a letture più impegnate; era pura e semplice realtà, e lui ne era coinvolto, esattamente come gli altri; questo non gli impediva di sentirsi eccitato.
“Lei conosce l’Uomo Nero!”, sbottò d’un tratto Berisha. “Di persona.” Non era più una domanda, come nel pomeriggio, bensì un affermazione. Vale, Paola e Berisha aspettarono in religioso silenzio il responso dell’oracolo.
Aidan parve assentarsi. L’espressione del suo volto denotava che era immerso in profondi, inaccessibili pensieri; o forse erano ricordi, pensò Paola.
La cameriera si aggirava per il bar con aria annoiata.
Passarono due o tre minuti.
Poi Aidan rispose.

Randall Flagg scrutava il cielo che andava rapidamente oscurandosi. Quando si voltò, il suo viso esprimeva una gioia selvaggia. Stradilasi rabbrividì. Un primo lampo apparve, presagio della tempesta ormai imminente. Flagg puntò un dito in direzione dell’ex maestro di scuola. Ciò che lo precipitò nel terrore. Vi era una tale soddisfatta malvagità in quegli occhi terribili da sgomentare.
“Questa sera, questa notte, lo stupido Luca Barbenni svolgerà il compito che gli ho affidato. In seguito, toccherà a te, sempre che tu non abbia bisogno di una bambinaia. Siete due idioti, e il mio è un complimento; però la fortuna vi ha baciato, visto che ho scelto proprio voi.”
Si girò nuovamente, tornando alla finestra. Assaporava il Potere. Continuava a crescere; niente gli era precluso, nessuno al mondo avrebbe potuto fermarlo. “Abbiamo un nuovo amico.”, mormorò a voce talmente bassa che Stradilasi fu costretto a tendere le orecchie. “Un altro sciocco che gira in moto e non riesce a camminare senza bastone. Un folle illuso.” Seguì un lungo silenzio, che alla fine fu rotto dal suono della pioggia.
“Adesso vattene!”
Sebbene non potesse vederlo, dato che gli dava le spalle (ma ci avrebbe giurato?), Stradilasi si inchinò.
“Ai tuoi ordini, mio Signore!”
Il rombo di un tuono accompagnò il tramonto del sole.

Read Full Post »

ON WRITING

Questi sono miei spunti di riflessione, che ho voluto condividere con voi. Non intendo assolutamente fare la maestrina!

I DIALOGHI
Nel mio primo romanzo pubblicato, “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, i dialoghi erano praticamente assenti, perché non sapevo scriverli e di conseguenza li vedevo come il fumo negli occhi. Poi, qualcosa si impara o si può imparare o si tenta di imparare, non sta a me dirlo. A meno che non stiate lavorando a un pezzo di teatro, essi non vanno intesi come un continuo scambio di battute: occorre intercalare con pensieri oppure gesti dei protagonisti o altro ancora (descrizioni della natura, eventuali reazioni di terze persone, ricordi del passato, etc.); in questo “fondamentale” ritengo che Stephen King sia un Maestro, e leggendolo con attenzione (i primi libri, direi) è possibile imparare molto.
Solamente a livello di impostazione del dialogo, però: cioè per la giusta scansione e alternanza tra frasi e necessario contorno, ma non per i pistolotti che il Re mette in bocca ai suoi personaggi. Infatti, benché usino un linguaggio aderente al racconto, alla mano e scorrevole, parlano tuttavia come un libro stampato, utilizzando un gergo fantasioso che non trova riscontri nella realtà. Non conosco nessuno al mondo che si esprima in quel modo, e di gente ne conosco tanta.
Tornando ai dialoghi in genere – un punto importante -, qui di seguito ne propongo due.
Il primo:
“Come stai?”, chiese Dario.
“Bene. Grazie.”, rispose Lucia.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna.
A me sembra che non funzioni.
Vediamo il secondo:
“Come stai?”, chiese Dario, accendendosi una sigaretta.
“Bene. Grazie.” Lucia distolse lo sguardo per osservare un punto imprecisato della parete. C’era un quadro su quella parete, che le ricordava momenti più felici.
“Ok! Oggi andiamo al mare.”, disse Dario, sorridendo.
“Il mare… sì, certo.”, fu la replica della donna. Proprio lì, in riva al mare, aveva amato ed era stata amata, in un tempo così lontano da sembrare un sogno, di quelli che all’alba svaniscono, cancellati dal nuovo giorno.
Credo che vada meglio questo; naturalmente è soltanto un esempio.
Un dialogo efficace concorre a una buona caratterizzazione dei personaggi. Qui sopra abbiamo scoperto che Lucia non è felice e rimpiange un amore perduto (Dario? Un altro uomo?).
Proseguendo, sarebbero venute a galla altre cose.
Attenzione, poi, ai lunghi monologhi, se non si è Dostoevskij.
E’ importante, infine, rispettare una semplice regola: parla come mangi. Un agricoltore del Maine NON si esprimerà mai come un laureato di Harvard.

PAURA DELLA PAGINA BIANCA
Chi più, chi meno, penso che sia successo a tutti, tranne qualche esemplare robotico. Come combattere questo timore? Non serve (e, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe risultare addirittura controproducente) sforzarsi, costringersi a scrivere. Un rimedio efficace è quello di deporre penna, matita, macchina per scrivere (o spegnere il pc) e fare una bella passeggiata, oppure un giro in macchina, o dedicarsi alla lettura, agli svaghi preferiti, alla musica, senza tornare con il pensiero a ciò che nel frattempo si è provvisoriamente lasciato.
Un mio personale metodo consiste nello scrivere la prima frase del capitolo o del racconto in questione, lasciandola poi in sospeso. Da lì parto il giorno successivo, e non è detto che alla fine tale incipit non sparisca, oppure venga sostanzialmente modificato; d’altro canto, ha già svolto la sua funzione. Sempre riguardo al “blocco dello scrittore” (anche se nel mio specifico caso preferisco il termine “autrice”), vanno bene, a seconda del momento, sia il silenzio, sia Bruce Springsteen.
Anche il luogo scelto per scrivere appartiene alla sfera soggettiva. Esistono mille opzioni. In casa, davanti al computer o chini su un quaderno, seduti al tavolino di un bar, in macchina, nel verde di un parco (il mio preferito. Mi piace pure la spiaggia, benché abbia ancora vivido il ricordo di quando – l’estate scorsa – le mie natiche divennero il bersaglio di una carabina ad aria compressa, di quelle che sparano pallini, forse non pericolosi ma certamente dolorosi).
Ho letto opinioni in merito che non condivido affatto, tipo: appartatevi, chiudete le finestre, lasciando il mondo fuori, concentratevi, senza lasciarvi distrarre da alcunché. Quanta presunzione in queste parole! Ogni persona è diversa dalle altre, e naturalmente ciò vale anche per gli stimoli. Io mi distraggo in continuazione e, per citare degli esempi più illustri, J.R.R. Tolkien disegnava rune, invece di scrivere; Georges Simenon scriveva – benissimo – nei caffè, in mezzo alla gente; qualcuno – adesso non rammento chi – produceva il meglio sulla metropolitana di Londra. Gli autori che lavorano da ubriachi meriterebbero un capitolo a parte. Non è davvero questo il punto.
Concludendo il discorso, i risultati ottenuti indicheranno la soluzione migliore.

ALTERNARE PERIODI BREVI E LUNGHI E IL PRIMO COMANDAMENTO
Secondo me, il miglior modo di procedere è questo.
Troppe frasi brevi, una dopo l’altra, danno a ciò a cui si sta lavorando un sapore, come dire, telegrafico, inutilmente ansiogeno. L’estremo opposto – periodi lunghi in successione – appesantisce la struttura del testo, e non invoglia alla lettura. Lo schema che mi sento di suggerire ricorda i giardini inglesi a coltivazione alternata: uno spettacolo superbo.
Leggere è il Primo Comandamento. Leggendo si acquisisce quella padronanza del linguaggio (e del ritmo) atta ad applicare ai propri testi i concetti sopra esposti.
La stessa formula, anche se in realtà la definizione suona impropria, può essere adoperata per confezionare la trama di un racconto, soprattutto in merito alla ricerca della suspense. Il cosiddetto climax generalmente viene raggiunto non prima di un periodo di attesa, propedeutico a quanto accadrà successivamente. Il colpo di scena, se e quando arriva, deve essere quasi inaspettato, come un lampo in una notte estiva. Sono, però, necessari i “segni premonitori”. Queste non sono regole matematiche, piuttosto una base di partenza: la sensibilità, un istinto “musicale” rappresentano i venti favorevoli che condurranno la nave in porto. Leggere molto rafforza tali venti. In certi casi, li fa nascere.
E’ un comandamento scolpito nella roccia.

SECONDA STESURA
Durante la seconda stesura, o correzione che dir si voglia, è bene interpretare all’incontrario il famoso detto latino “melius est abundare quam deficere”. “Tagliare” risulta doloroso (si rinuncia consapevolmente a una parte di se stessi), ne sono pienamente consapevole, mentre “aggiungere” è un esercizio gratificante; ma sono i necessari “tagli”, il lavoro di forbici, a migliorare la qualità di quanto si è scritto.
Un’analisi oggettiva, che esuli da considerazioni narcisistiche, dimostrerà infatti che molti aggettivi, per non parlare di interi brani, risultavano inutili, a volte persino dannosi. In questi casi, la ragione deve prevalere sull’istinto. E’ consigliabile, a tale fine, prendere in mano i libri di Hemingway e di Bukowski. Non quelli di Stephen King: ridotti di una buona metà, i suoi romanzi acquisterebbero moltissimo. (Con lui da sempre ho un rapporto di amore e odio; cerco peraltro di essere onesta).
Viceversa, “Arrivarono al fiume; il fiume era lì” di Ernest Hemingway è un illuminante esempio di scrittura scorrevole (nonché evocativa).

ATTENDIBILITA’ E DUE PAROLE SUL GENERE HORROR
E’ importante (fondamentale) conoscere la “materia del contendere”. E, anche se si è ferrati su un dato argomento, non vanno comunque tralasciate le opportune ricerche, selezionando bene le fonti. Così si eviterà di incorrere nelle sviste di Ken Follett (sotto altri aspetti, lungi da me l’idea di criticarlo). In uno dei suoi romanzi ambientati nel Medioevo, egli descrive un campo di fagioli… prima della scoperta dell’America.
Quando, invece, mi capita di leggere un libro di Forsyth, di Tom Clancy, di Wilbur Smith, vado sul sicuro; tutto ciò di cui parlano è vero, a parte la storia, ovvio.
Personalmente, ho scritto vari romanzi di spionaggio e posso assicurarvi che ho dedicato alle ricerche un tempo assai maggiore di quello riservato alla scrittura. Non mi sognerei mai, però, di dar vita a un legal-thriller: se sei a zero, non sai nemmeno dove incominciare a svolgere ricerche, per quanto impegno tu ci metta.
Il “fantasy-horror” è un altro campo da gioco; lì non occorrono conoscenze specifiche, e questo è il motivo per cui sto postando “Come Randall Flagg”… stress da ricerca… eh eh eh 🙂
Riguardo all’horror: qualora non si riesca a spaventare il lettore (fidatevi, è facile accorgersene), alimentando le sue paure inconsce, l’alternativa consiste nel suscitare repulsione, o almeno un senso di disagio. A tale scopo è consentito il gioco duro; i falli sono ammessi: l’arbitro interromperà la partita soltanto nel caso di un deliberato tentativo di ingannare il lettore (e questo vale per ogni genere letterario). Lasciamo gli inganni alla NASA. L’unico libro di Dan Brown che mi è piaciuto, “La verità del ghiaccio”, affronta proprio questo tema, della serie: “Inventiamo qualcosa, poi si vedrà.”

CONCLUSIONE
Ci sarebbe molto altro da dire, ma non voglio annoiarvi, posto che non ci sia già riuscita.
Potrei suggerire di non eccedere in subordinate, avverbi e quelle brutte cose lì. Potrei anche sottolineare il fatto che in una buona narrazione è superfluo specificare uno stato d’animo, quando esso risulta già chiaro. Se Joe scaglia il telefono contro una parete significa che è furibondo. Perché, dunque, aggiungere il termine “irato”? Scagliò irato il telefono: via irato!
Una rapida annotazione relativa ai cambi di tempo (dall’imperfetto al passato remoto). Vanno utilizzati con doverosa cautela. E’ un mare insidioso a causa degli scogli che affiorano dall’acqua; per superarne le insidie, rafforzate dalla foschia che impedisce una chiara visuale, è necessaria una certa dose di esperienza. Centomila parole già scritte e corrette dovrebbero bastare. Al di sotto di questa soglia, si rischia il naufragio. Io, comunque, li adoro.
Mi fermo, quindi, qui.
The game is over.
Esprimerò solo un ultimo pensiero, forse banale, ma non per questo meno vero: per chi ama farlo, scrivere è vivere. Ed è una gran bella vita, ci potete contare.

Read Full Post »

Il corvo era giunto dall’altra parte delle montagne e aveva scelto come punto di osservazione la ringhiera che delimitava il piccolo terrazzo riservato ai fumatori, quando il cinema non aveva ancora chiuso i battenti. Da lì guardava la scena senza manifestare particolare interesse, simile al conducente di un carro funebre nel momento in cui i becchini scaricano la bara per trasportarla al cimitero.
Vide arrivare i lupi. Si fecero avanti in silenzio, non un ringhio, non un ululato, come se volessero passare inosservati o, forse, questi erano gli ordini: sistemare la faccenda nel minor tempo possibile sfruttando l’elemento sorpresa, dopodiché intraprendere un rapido rientro verso casa, ovunque essa si trovasse.
Il primo a scorgerli fu il capo della banda. Impallidì e alzò le braccia in un inutile tentativo di difesa. La lotta, posto che si potesse definirla tale, durò pochissimo, secondo la volontà dell’oscuro Essere che aveva predisposto quell’assalto. Nel giro di pochi minuti il sole illuminava i cadaveri, orribilmente mutilati, dei tre teppisti.
Il quarto, al volante dell’auto, inorridì, si portò una mano tremante alla bocca e ingranò la marcia. La macchina partì sobbalzando e raggiunse la prima curva… oltre la quale si ergeva un muro. L’uomo si voltò. Trasse un sospiro di sollievo: i lupi lo avevano ignorato. Fece manovra, girò la macchina, rilasciò la frizione e inserì nuovamente la prima, poi la seconda. Tornò al luogo della carneficina, evitò con uno slalom i corpi dei suoi amici e imboccò la strada che avevano percorso all’andata. Era sconvolto sicché non si pose troppe domande, la più semplice (e ovvia) delle quali sarebbe stata: “cosa diavolo ci facevano dei lupi in un paese?”
Lanciò uno sguardo allo specchietto retrovisore, ciò che gli procurò un altro sospiro di sollievo; quegli orrendi animali erano scomparsi, quasi fossero stati inghiottiti dal suolo. Adesso sarebbe tornato a Milano, avrebbe bevuto sei o sette birre per dimenticare l’accaduto, pianto qualche lacrima e non sarebbe mai più tornato in Brianza, un luogo evidentemente maledetto.
Allungò la destra per prendere le sigarette e l’auto si fermò.
Sconcertato, girò la chiave più volte, provò a cambiare le marce, il tutto senza esito alcuno. Sbirciò dietro una spalla, scrutando sospettosamente la strada. Per fortuna era deserta. Dopo un attimo di esitazione, scese, aprì il cofano e cercò di capire cos’era successo, impresa difficile poiché non era ferrato in materia. Sopra di lui, il sole splendeva gagliardamente, presto si ritrovò tutto sudato; la camicia si era come incollata alla pelle, vaste chiazze di sudore si erano formate sul torace, sulla schiena, nelle ascelle. Ignorando il disagio, continuò a indagare sulle possibili cause del guasto. Mosse alcuni fili, quindi risalì sulla vettura. Provò a far ripartire la macchina. Con grande soddisfazione udì il suono rassicurante del motore che si avviava. Tese un braccio per richiudere la portiera e fu raggiunto da un dolore lancinante. Si voltò di scatto. Un lupo lo stava azzannando. Benché fosse stato preso alla sprovvista, il teppista non perse tempo. Si liberò con uno strattone (e subì una nuova ondata di dolore), lanciandosi poi sul sedile del passeggero. Si protese in direzione dello sportello, abbassò la maniglia e si catapultò fuori; rotolò su se stesso, si rialzò e iniziò a correre. Da ragazzo era stato il più veloce della compagnia e, sebbene non fosse in piena forma a causa delle troppe sigarette e del numero eccessivo di birre che trangugiava, non aveva perso del tutto la capacità di correre forte. Il centro di Oggiono era relativamente vicino, se lo avesse raggiunto avrebbe trovato aiuto. Ammettendo (e non lo credeva) che il lupo lo avesse seguito, la storia sarebbe finita lì. “Bastardo!”, ringhiò.
Come se lo avesse evocato, in quel momento percepì distintamente il rumore di un altro ringhio, proprio alle sue spalle. Accelerò disperatamente e gli parve di guadagnare terreno. Senza diminuire l’andatura, si passò una mano sugli occhi per liberarli dalle gocce di sudore. Incominciava ad ansimare, la sua riserva di fiato andava esaurendosi. La mancanza di esercizio fisico (tralasciando le frequenti risse) e di una corretta alimentazione si facevano sentire. “Maledetto bastardo!”, grugnì di nuovo, mentre si produceva in un ulteriore, faticoso, scatto. Di fronte a lui, circa a un centinaio di metri di distanza, apparve una motocicletta, guidata da un ragazzo.
“Sono salvo!”, pensò euforico. “Se riesco a montare sulla dannata motocicletta, il fottuto lupo non potrà mai prendermi.” Si trattava di una prospettiva alquanto confortante che lo colmò di gioia. Non sarebbe stato diverso nel caso di un gatto, allorché il cane che gli stava facendo la posta fosse stato richiamato in casa dal padrone.
A un tratto, una sirena emise un suono lugubre, come un richiamo di fantasmi. Il teppista rabbrividì.
Fu allora che il lupo gli balzò addosso.
In alto, il corvo gracchiò. Un istante dopo, volava verso le montagne.

“Sì. E’ così.”, ammise Berisha.
“I sogni, invece, riguardano l’Uomo Nero?”
Berisha annuì. “Non solo i miei.”, aggiunse dopo un momento.
“Di chi altri?” Aidan lo scrutava, attento.
“Uno è morto.”, rispose il giovane. “Era un professore americano, in gamba. A parte lui e me, Paola e Vale, un bambino.”
“Devo incontrarli. E’ necessario.”, disse Aidan. Se prima era sembrato distratto e assorto in pensieri tutti suoi, ora fissava Berisha con grande interesse, quasi volesse imprimersi nella mente ogni singola parola.
“Lei, però, non ha risposto alla mia domanda.” Berisha non riusciva a capire… com’era possibile che un perfetto sconosciuto sapesse di visioni e di sogni, e perché gli interessavano, e per quale ragione intendeva incontrarsi con Paola e con Vale? Era un mistero, e i misteri, se non appartenevano a libri o film, non gli piacevano molto.
Aidan fece un cenno alla graziosa cameriera e ordinò un altro caffè. “Non è facile rispondere alla tua domanda, e questo comporterebbe ancora altre domande… magari più avanti… non abbiamo molto tempo davanti a noi, e non è bene sprecarlo. Desidero parlare con i tuoi amici. Lui “entra” nei sogni di chi vuole “catturare”, meglio non saprei spiegarlo. Però, con te… ” Lasciò la frase in sospeso e si dedicò al caffè.
“Con me?”, volle sapere Berisha.
“Non riesce a penetrare nelle tue visioni. Ciò, naturalmente, lo irrita. Egli dispone di vasti poteri, e per lui risulta inammissibile che qualcuno gli si opponga, anche solo erigendo un muro a propria difesa; peraltro, non è Dio, e neppure Lucifero.” Scosse la testa. “Diciamo che, sebbene siano pochi, non è immune da alcuni limiti, che in qualche caso lo frenano. Tuttavia il suo orgoglio è vasto, e lui agirà in base a tale orgoglio.”
Berisha si sporse verso di lui. “Lei lo conosce? Intendo: di persona?”
Aidan giocò con il cucchiaino, quindi si alzò, depositando delle monete sul tavolo. Consultò l’orologio. “So che cenate presto da queste parti. Ci incontreremo qui, questa sera alle otto. E’ importante: non mancate!”
Uscì dal bar, incamminandosi con il sostegno del bastone in direzione della moto.
Berisha restò fermo, immobile, a interrogarsi su quell’uomo così singolare e così refrattario a dare semplici risposte. Infine, dovette ammettere con se stesso che tanto semplici non erano.
Out of the Blue.
Into the Black.
Le immagini sfrecciarono improvvise nella sua mente come proiettili intrisi di veleno.
Neil Young. Travnik.
Morte e distruzione.
E un’entità maligna che da lontano sogghignava.

Grazie ai 547 followers. Anche se 530 di questi da me non li ho mai visti 🙂

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: