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Archive for gennaio 2017

Se in questi giorni sono stata assente non è per pigrizia o a causa di altri impegni. Più semplicemente, sono ammalata 😦 Appena posso, tornerò, promesso 🙂

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COME RANDALL FLAGG 3

randall-flaggPink aveva partecipato a una gran quantità di risse, uscendone sempre vincitore, poiché conosceva a fondo i meccanismi fondamentali che stanno alla base del successo. Quattro, secondo lui, era il numero giusto da cui doveva essere composta una banda, perché perdere un elemento significava perdere solo il venticinque per cento degli effettivi e, dato che almeno fino a quel giorno non aveva mai dovuto combattere contro più di due o tre persone, il vantaggio era garantito, o almeno la parità (che, vista l’esperienza accumulata in tante battaglie di strada, assicurava in ogni caso la vittoria).
Inoltre, nella maggior parte dei casi, la sua fama, e quella di Piso e degli altri due, lo precedeva. Il risultato era un pestaggio a senso unico ai danni di giovani troppo spaventati per reagire con fermezza; nessuna lotta sportiva, quindi, o soltanto molto di rado. In questo c’era tutto il bello: far cacare addosso i nemici, circondarli (la tattica era sempre la stessa: uno davanti, uno alle spalle, due ai lati) e poi massacrarli.
Ma era accaduto qualcosa di strano, di insensato, di inspiegabile. Un tizio sbucato chissà da dove si era preso la briga di difendere Luca Barbenni, detto il segaiolo. Un tizio che sembrava avvolto in una manto di fuoco e di ghiaccio, che rideva tutto allegro e che aveva letteralmente fatto volare il povero Piso. Un orribile tipo che adesso stringeva i testicoli di numero tre e di numero quattro, costringendoli a ululare in ginocchio, come vecchi lupi resi malconci dalla fame e dai troppi inverni patiti.
Pink meditò di eclissarsi.
Una buona idea.
Però ciò non fu possibile.
Nulla fu più possibile, per lui.

In quanto a cultura, Nazif Berisha non si sentiva inferiore ai suoi coetanei italiani; non che ci volesse molto, pensava a volte risentito. Forse nelle grandi città era diverso, non possedeva adeguati metri di paragone; ma, se avesse dovuto scommettere, basandosi su quanto vedeva alla televisione, avrebbe puntato sulla propria persona. Qual era il percorso tipico di un italiano? Nel piccolo paese, dove ormai viveva da anni, esisteva il lavoro – e questo era positivo – tuttavia al di fuori del job non si andava oltre alle birre, le macchinine perdi-soldi e restaci lì, il tifo spesso sconsiderato rivolto a squadre che in linea di massima giocavano male, in modo attendistico e codardo. Si era scelto un club, la Roma, per differenziarsi dalla maggioranza, rossoneri, nerazzurri, bianconeri; non che la lupa lo facesse impazzire, a parte Totti e Pjanic. Gli piaceva anche Higuain. Il massimo, per lui, era comunque Ibra. Sempre primo. Ovunque.
Nelle metropoli, Berisha ravvisava il peggio. Smartphone. Smartphone. Smartphone. Una vita inutile, per come la pensava. E poi… il razzismo. Oh quello c’era, immancabile come la neve a gennaio. Diffuso in tutti gli strati sociali, dalla vecchia beghina al commerciante, al legale inamidato, alla consorte del proprietario della fabbrica dove lavorava lui, una donna anche bella, sebbene fosse arida e vuota, bridge e tennis giù al circolo delle matrone.
Gli piaceva Paola, perché era simpatica, intelligente e più aperta delle amiche; gli piaceva il professor Brenden Reed, che gli lasciava curare orto e giardino, in cambio di mancette e di conversazioni sostanziose… era americano, certo. Da quanto sapeva, Stati quali il Texas e comunque tutto il profondo sud vantavano il record mondiale di razzismo. Se si fosse stabilito negli States, avrebbe sicuramente optato per la California. Suo padre, a suo tempo un musicista di strada, adesso un discreto meccanico, conosceva musiche prodigiose, e tutte provenivano da San Francisco e dintorni, complessi quali i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, i Quicksilver Messenger Service. Dark Star! Berisha sapeva suonarla e risuonarla, l’aveva fatto un infinità di volte, fino a imparare a memoria ogni nota, ogni singola nota, benché poi Jerry Garcia non l’avesse mai eseguita nello stesso modo. Be’, bisogna accettare i propri limiti, no?
Li vide conversare in veranda e alzò un braccio in segno di saluto.
Brenden gli fece cenno di raggiungerli. Berisha non si lasciò pregare. Una bella compagnia era quello che ci voleva. Quando prese posto, Paola andò a prendere una Coca. Niente birra per Nazif.
Mandò giù con piacere una sorsata e all’improvviso assunse un’espressione perplessa, quasi vacua. Era come se da un momento all’altro, per la precisione da un istante prima a ora, si fosse accesa una luce, una lucina piccola, simile a quando da una fessura nel buio traspare un raggio, una scintilla, un barbaglio, meglio non avrebbe saputo descrivere quello strano fenomeno… sapeva solamente che voleva parlarne… no, non di quel cristallo luminoso, ma di ciò che esso evocava… il sogno.
E, praticamente a sua insaputa, chinò la testa e incominciò a parlare.
“Ho fatto uno strano sogno.”, annunciò con voce piatta.
Se suo padre fosse stato presente, lo avrebbe immediatamente fermato. Nazif e i sogni: un connubio che spaventava il vecchio e non a causa di Dark Star, di Haight Ashbury, di Jerry Garcia che provava scale su scale incurante del fatto che fosse il 31 dicembre. Nazif non era nato all’epoca, sicuro, ma per il padre esisteva di peggio. Anche a Travnik il ragazzo non aveva mai messo piede, eppure aveva sognato tutto. E questa, comunque la si volesse mettere, non era una cosa semplice da digerire.
La morte, i massacri, gli sforzi inutili di chi provava ad aiutare. Di chi cercava una soluzione, non rendendosi conto che una soluzione non c’era. O forse, sì, c’era, ma non la si voleva trovare. Mancava il petrolio, pertanto l’interesse delle grandi potenze era minimo.
Regnavano terrore e barbarie.
E, suo padre lo sapeva, era come se Nazif fosse stato lì.
Per una famiglia che non annoverava fra i suoi antenati streghe, maghi o sciamani, risultava difficile accettare la presenza di un ragazzo dotato di tali misteriose facoltà.

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randall-flaggErano le diciotto e quaranta del pomeriggio seguente – la data esatta, quella stabilita dal calendario, corrispondeva al venti di giugno e per un vezzo era stata evidenziata con un lapis rosso sulla pagina del mese, come le precedenti e in attesa delle successive. Brenden Reed fece scaldare una minestra in scatola e la mangiò con calma, mentre in un altro pentolino bolliva un uovo. Finito di cenare e lavati i due piatti e l’unico cucchiaio, Reed preparò il caffè, lo versò in una grande tazza e andò a berlo fuori, seduto nella veranda che dava sui campi. La casa era ubicata quasi a ridosso della collina, le cui prime pendici confinavano con un piccolo orto, sul retro; l’ingresso principale era rivolto verso il centro del paese, la chiesa, il municipio, l’osteria e tre o quattro negozi; la veranda, che era stata un’aggiunta successiva voluta da Reed guardava a occidente in modo da assicurare luce fino a tardi, almeno nei mesi estivi. Posata la tazza fumante su un tavolino, stava accendendosi una Camel, una delle cinque al giorno che fumava, quando il suo volto abbronzato e segnato dalle rughe del tempo, si illuminò in un ampio sorriso, che si estese fino alle ragnatele che correvano sotto agli occhi di un celeste un po’ sbiadito.
“Professore, le ho portato le camicie lavate e stirate.”
Erano camicie da lavoro, le stesse che Reed indossava tutto l’anno.
“Grazie, Paola!” L’uomo indicò la tazza. “Un caffè?”
“Si, la ringrazio, professore, però ci penso io.” La ragazza scivolò in cucina, lanciò uno sguardo d’approvazione alle stoviglie, perfettamente pulite e riposte in maniera ordinata sugli appositi ripiani (ma non sistemate nei cassetti) per poi mettersi all’opera. Di norma, cenava più tardi, peraltro le piaceva il caffè.
Tornata fuori, si sedette con le gambe incrociate. Girò il viso in direzione della collina e trasse un breve sospiro. “Ho fatto uno strano sogno, professore. Direi, un brutto sogno.”
Brenden Reed era americano, si era sposato con un’italiana e aveva insegnato all’università di Bologna; morta la moglie, era andato in pensione e si era comprato quella casa. Era distante anni luce dalla precedente abitazione, situata in pieno centro, a Bologna, l’aveva scoperta per caso durante un viaggio “all’americana” come diceva lui, cioè privo di una meta precisa, e poiché gli era il piaciuto il paese, la tranquillità, il clima, il panorama, si era stabilito lì. Questo cinque anni prima. Paola sbrigava commissioni, gli faceva il bucato e, una volta alla settimana, puliva da cima a fondo la casa. Brenden non si limitava a pagarla: le dava anche lezioni gratuite di letteratura americana, lei era dotata e, secondo il suo parere, avrebbe dovuto riprendere gli studi. Fra i due era nata una piacevole confidenza, prossima all’amicizia.
“I sogni sono spesso strani.”, commentò l’uomo nel suo italiano pressoché privo di inflessioni.
Paola annuì. “E’ vero, ma, come dire?, quello di questa notte o di questa mattina, credo, era talmente vivido… è difficile da spiegare, era come presente, reale, un’anticipazione del futuro, forse, e non di un futuro lontano, non qualcosa di remoto e nebuloso, piuttosto una cosa che potrebbe accadere adesso, oggi o magari domani.”
Brenden si alzò, si recò a sua volta in cucina, aprì il frigo, prese due lattine di birra, strappò le linguette e tornò fuori, porgendone una alla ragazza. Mandò giù una lunga sorsata, si asciugò la bocca dalla schiuma con il dorso di una mano e la fissò con i suoi occhi chiari. “Tu pensi che i sogni, belli o brutti che siano, possano davvero trasformarsi in realtà?”
“Non lo so.”, mormorò Paola. “Quello che so è che è stato un incubo proprio cupo; non mi era mai successo, prima.”
Brenden annuì, lo sguardo come momentaneamento perso. Bevve un altro sorso di birra. “Quando è morta Gabriella, io lo avevo sognato, anche se poi avevo fatto finta di dimenticarmene; sciocchezze, avevo pensato, sebbene una parte di me reclamasse e pretendesse attenzione. D’altra parte, quale attenzione potrebbe essere utile, posto che si tratti veramente di una premonizione? Sogni che i giapponesi attaccheranno di sorpresa a Pearl Harbour e dopo quelli arrivano veramente e bombardano, e tutto il resto, ma anche se tu ci avessi creduto a chi diavolo potevi dirlo? E soprattutto chi ti avrebbe prestato fede? Nessuno. Da ragazzo si andava a caccia, io, mio fratello e mio padre. Bada bene: caccia, quella vera, seria, pulita, odiavamo i bracconieri. Talvolta mi immaginavo durante il sonno che avrei fatto centro, tuttavia era una semplice rielaborazione mentale di un fatto già avvenuto dodici mesi prima o magari la trasformazione onirica di un puro desiderio. Con questo, non è nella mia natura escludere a priori una possibilità. E’ un insegnamento che ho ricevuto dalla vita, nel caso di mia moglie, capisci?” Finì in un unico prolungato sorso la birra. “Parlami del sogno.”, poi disse, schermandosi gli occhi per proteggerli dal forte bagliore del sole basso sull’orizzonte.

A pochi chilometri di distanza, sul versante opposto del paese, Luca Barbenni si era nascosto in un campo: dalla sua postazione assolutamente sicura poteva masturbarsi tranquillamente, scrutando con avidità le gambe di una certa Serena.
Non era la prima volta che lo faceva. Settimanalmente compilava una classifica. La scriveva a mano, in seguito andava a battere faticosamente i tasti della vecchia macchina per scrivere di sua sorella, stando bene attento a non lasciarsi scoprire dalla madre o dalla sorella medesima. Il padre rincasava tardi, perciò non costituiva un pericolo. Le masturbazioni seguivano l’ordine d’arrivo degli ultimi sette giorni, e in tale classifica composta da dieci posizioni Serena oscillava generalmente fra il primo e il terzo posto. Le rivali più accreditate risultavano Simona-lunghe-trecce e Paola, l’amica del professore americano. Luca era molto fiero di quella hit-parade, e non era di manica larga: per entrare a farne parte occorreva possedere diverse e importanti doti. Sintetizzando: sedere, tette, cosce, e in ultimo ma proprio in ultimo una faccia che fosse gradevole. L’intelligenza non veniva contemplata. Quando infine venne, ricacciandosi il membro nelle mutande, si ricordò all’improvviso – tipo una luce inattesa che balena nella notte – del sogno. Il sogno che lo aveva entusiasmato.
Si fermò, e anziché prendere la via di casa, come sarebbe stato prudente e saggio fare, restò immobile a contemplare non più la procace Serena, bensì la linea dei campi, e, oltre il campanile, la collina che da sempre era un punto di riferimento del villaggio, anche se lui ignorava quale, né era interessato ad approfondire la questione. L’errore più grave fu comunque quello di non sistemarsi la patta dei pantaloni, di tirare su la zip insomma. Non che da sola tale dimenticanza rappresentasse una prova. Il fatto era che la postazione che aveva scelto non era assolutamente sicura, come invece aveva ingenuamente creduto.
Ed era stato visto.
Arrivarono a passi lenti, con tutta la calma di questo mondo. Uno prese il giro largo per prenderlo alle spalle, due vennero avanti puntando ai fianchi come in una manovra militare. Pink, il fratello maggiore di Serena lo raggiunse frontalmente, e intanto Luca era ancora perso nella rievocazione mistica del sogno.
“Brutta palla di lardo merdosa!”, lo apostrofò Pink, quando fu a pochi metri di distanza. “Cosa stavi facendo, maiale?”, lo incalzò da dietro Piso, così noto per le dimensioni dell’uccello.
Luca Barbenni scosse la testa, spaventato e incredulo.
“Ti stavi menando il cazzo davanti alla mia sorellina, eh?!”
“Io… no! Vi, vi sbagliate!”
“Come no!” Pink lanciò un’occhiata a Piso: nelle mani di quest’ultimo che sembravano due tenaglie comparve una pompa del tipo di quelle che si usano per gonfiare le gomme delle biciclette. Tranne che lì di bici non ce n’erano.
“Fammi vedere il culetto.”, rise Pink.
Poi gli balzarono addosso.
“Porco schifoso! Ti curavamo, sai? Invertebrato brufoloso.”
Luca finì a terra. Lo immobilizzarono e gli tolsero calzoni e mutande sporche di merda e di sperma. Piso gli infilò lo strumento proprio in mezzo alle chiappe.
Luca urlò.
Fu allora che tutti udirono la risata. Era divertita, piena di allegria, ma per loro risuonò minacciosa, agghiacciante. Pink fu scosso da un brivido e si voltò a guardare.
Ciò che vide non gli piacque.
Un uomo alto, jeans, giubbotto e stivali scalcagnati. Attorno a lui pareva esserci un’ombra che non permetteva di distinguerne i lineamenti; dentro all’ombra come due luci rosse, simili ai tizzoni di un fuoco di campo quando il vento cala ululando dalle montagne. E in quelle luci… Emanava calore, quantomeno questa era la sensazione iniziale: un istante dopo, l’impressione era che trasmettesse freddo, non un freddo normale, qualcosa di molto più intenso, gelo, il gelo totale… e, insieme, il caldo bruciante di un deserto. Un cerchio infuocato, ecco da cosa era avvolto, pensò Pink con terrore. Non avrebbe potuto giurare che anche gli altri tre fossero in grado di vedere lo sconosciuto, a parte sentirlo. Dalla bocca di Piso proveniva comunque una specie di ringhio modulato su toni bassi e gutturali, il verso che emette un animale che si sente minacciato da una bestia più grossa e pericolosa ma che intende reagire perché ravvisa la salvezza nella lotta. Dal nulla scaturì una folata di tramontana. Mulinelli di sabbia si innalzarono dal terreno, un pulviscolo dorato che scintillava al sole.
Poi Piso fu trascinato in alto da una mano invisibile, una mano che non poteva esistere. No, davvero.
E volò via, strillando disperato. Andò a sbattere contro un vecchio muro dimenticato da anni, dove finì la sua corsa sfracellandosi la testa.
Pink sbarrò gli occhi incapace di accettare quella folle realtà.
L’Uomo Nero rise ancora.

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